mercoledì 5 agosto 2009

Il Consiglio di Stato: "E' legale censire i rom"

di Redazione Milano - Via libera all'identificazione dei rom. Il Consiglio di Stato ha sospeso la sentenza del Tar del Lazio con cui venivano "cassate" le norme di identificazione e censimento dei rom previste dai regolamenti per i campi nomadi regolari di Milano, Roma e Napoli. In proposito il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, ha parlato della sentenza come di "un successo e un forte segno nella direzione della legalità e del rispetto delle regole". L'identificazione dei rom Con la sospensiva della sentenza del Tar del Lazio, il Consiglio di Stato permette di fatto ai Comuni di Milano, Roma e Napoli di tornare a identificare le persone nei campi rom regolari (a Milano sono 12 di cui solo quattro a Triboniano), in attesa di una sentenza definitiva. Il Tar del Lazio si era pronunciato lo scorso luglio dopo il ricorso presentato dall’associazione European Roma rights centre fondution e aveva deciso di "cassare" le norme sull’identificazione perché "ritenute lesive - ha spiegato De Corato - della libertà personale". Contro questa decisione aveva fatto ricorso in appello l’Avvocatura di Stato. "Impedendo l’identificazione di quanti entravano e uscivano dai campi nomadi, la sentenza del Tar - ha aggiunto De Corato - ha reso ingovernabile i campi, già ingovernabili per il numero di persone che ospitano. Con la sentenza di oggi si sospende quella decisione e i Comuni, in particolare Milano, torna ad avere il diritto di identificare chi entra ed esce da queste aree, ponendo fine al bengodi che si è creato dopo la sentenza del Tar del Lazio".

Nuovo tesoro in Castello

LA SCOPERTA. L'opera dell'Associazione Speleologica Bresciana ha portato alla luce un manufatto finora sconosciuto 

Riportata alla luce una scala nella Torre dei francesi che conduce a una sala-fucilieri Sulle mura graffiti suggestivi




Saranno gli scherzi del destino, ma sembra una fortunata coincidenza che proprio nell'anniversario dei 160 anni delle Dieci giornate di Brescia, il Castello restituisca uno dei suoi gioielli più nascosti e segreti. L'hanno subito ribattezzata "la scala ritrovata" ed è un'opera ancora intatta, un'antica scalinata in galleria celata per anni all'interno della Torre dei francesi.

A riportarla alla luce ci hanno pensato gli esperti dell'Associazione Speleologica Bresciana che si sono impegnati per molti mesi nell'attività di recupero: le 10 persone coinvolte hanno dedicato oltre mille ore di lavoro la scorsa estate, asportando 40 metri cubi di terra, pietre e detriti che ostruivano completamente il passaggio, equivalenti a 4 mila secchi estratti a mano, senza l'aiuto di mezzi meccanici.

Della Torre dei francesi, chiamata così perché rinnovata durante la dominazione francese del 1512, si potevano visitare finora solo i tre livelli superiori. Con la nuova scala, costituita da ben 38 gradini per coprire un dislivello di 8 metri, è possibile scendere di un ulteriore livello, arrivando al basamento della torre, dove si può visitare una piccola stanza d'ausilio a una fucileria, adibita alla difesa delle mura esterne (si ipotizza che l'ambiente sia di epoca antecedente al XVI secolo).

La nuova scoperta aggiunge ulteriore fascino alla torre che faceva parte della cerchia difensiva del colle Cidneo «e rappresenta la torre più alta e possente del Castello, con un diametro di 25-26 metri, di cui ben 7 sono assorbiti dallo spessore delle mura, che ospitano le cannoniere», spiega Luciano Marizzoni, presidente dell'Associazione Speleologica Bresciana, raccontando che della scala si vedevano solo i primi due gradini, mentre la parte sottostante era resa inaccessibile da terra e detriti.

A RENDERE ancora più suggestivo l'insieme sono le scritte datate 1909 e quelle degli anni '40 che si possono leggere scendendo nella piccola stanza resa visitabile, che presenta insolite analogie con un percorso tracciato lungo l'attiguo bastione di San Pietro, un fatto che aggiunge mistero alla scoperta, che verrà approfondito dagli speleologi, convinti che dal livello più basso della torre ci potesse essere un collegamento o una sortita verso le strutture difensive attigue.

«La collaborazione fra Comune e Associazione speleologica ha consentito, grazie al lavoro degli speleologi, di restituire ai cittadini un altro piccolo pezzo di patrimonio comune qual è il Castello, per il quale stiamo studiando un progetto complessivo di rinnovo e restituzione alla città», dice l'assessore alla Cultura Andrea Arcai, annunciando che per il prossimo anno è stato messo in preventivo, d'intesa con l'assessorato al Verde e edilizia monumentale, un programma di rinnovo della cartellonistica in Castello per illustrare in modo agile e più moderno gli spazi monumentali del complesso.

Che il Castello sia un "unicum" lo conferma anche Renata Stradiotti dell'Ufficio Turismo: «Non c'è altra città del nord Italia con un complesso come il nostro, che idealmente "racchiude" la città e il centro storico perché proprio dal bastione difensivo del Cidneo partivano le antiche mura lungo il perimetro che è oggi quello del ring e del controring».

Lisa Cesco


Carceri sovraffolate L'Italia dovrà risarcire un detenuto bosniaco

di Redazione


Roma- Vivere in meno di 3 metri quadrati, per oltre 18 ore al giorno. Izet Sulejmanovic, un detenuto bosniaco condannato per furto aggravato a due anni di detenzione nel carcere romano di Rebibbia, ha trascorso in queste condizioni alcuni mesi della sua permanenza in cella.

E per la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo è stato vittima di "trattamenti inumani e degradanti": accolto quindi il ricorso presentato dal detenuto, all'Italia è arrivata la condanna al risarcimento dei danni morali a causa del sovraffollamento. Deve rimborsarlo di mille euro. La storia Tra il novembre 2002 e l’aprile 2003, secondo quanto accertato dalla corte, Sulejmanovic ha condiviso una cella di 16,20 metri quadri con altre cinque persone disponendo, dunque, di una superficie di 2,7 metri quadri entro i quali ha trascorso oltre diciotto ore al giorno.

La corte, nella sua decisione, rileva come la superficie a disposizione del detenuto è stata molto inferiore agli standards stabiliti dal Comitato per la prevenzione della tortura che stabilisce in 7 metri quadri a persona lo spazio minimo sostenibile per una cella. La situazione per il detenuto è poi migliorata essendo stato trasferito in altre celle occupate da un minor numero di detenuti, fino alla sua scarcerazione nell’ottobre del 2003.

Per questo la corte ha condannato l’Italia a un risarcimento di mille euro nei confronti di Sulejmanovic Oltre 60 mila i detenuti italiani E il rischio sovraffollamento delle carceri italiane è sempre in agguato: 63.587 persone sono attualmente detenute, secondo quanto ha rilevato il 30 luglio scorso. I detenuti condannati in via definitiva sono 31.192, mentre 30.436 sono quelli in attesa di giudizio. Gli internati sono invece 1.820. La regione dove si registra il maggior numero di rinchiusi nei penitenziari è la Lombardia (8.422), seguita da Sicilia (7587) e Campania (7437).

La sanità di Vendola: un buco da 220 milioni

di Massimo Malpica


Bari - In fondo al corridoio al primo piano del palazzo che ospita il Consiglio regionale, attaccato alla porta del gruppo del Pd con il nastro adesivo, fa ancora bella mostra di sé un grande poster dei bei tempi. Si apre con un didascalico «La Sanità in Puglia», e poi mette a confronto «10 anni di governo di destra» e «3 anni di governo Vendola». Poi giù l’elenco delle presunte malefatte dei primi e delle presunte «benefatte» dei secondi.

Al centrodestra viene imputato di aver «bloccato i concorsi», imposto «ticket sui farmaci per tutti», di aver messo l’addizionale Irpef al massimo. Mentre tra gli autoelogi del centrosinistra, anzi, del «governo Vendola», ci sono i 490 milioni di euro per ristrutturare ospedali e «acquistare nuovi macchinari», la stabilizzazione di «5.000 precari» e la creazione di «un piano» che, tra l’altro, avrebbe dovuto ridurre i tempi di attesa. È andata così? La «casa di vetro» del governatore ha davvero rivoluzionato in meglio la Sanità pugliese? Pare proprio di no. Cominciando dalle cifre. Raffaele Fitto (nel tondo) aveva lasciato un bilancio sanitario che, oggi, sembra materia per favole. «A costo di tagli dolorosissimi e di tasse», urlava l’allora opposizione.

Che, dopo la vittoria di Vendola, il 31 dicembre del 2005 si trovò a certificare il risultato contabile del governatore sconfitto, approvando una legge di bilancio che cristallizzava un avanzo di esercizio pari a 9 milioni e 34mila euro. Conti in attivo, dunque. Per poco, perché i numeri della Sanità negli anni vendoliani non sono così lusinghieri. Decidendo di utilizzare l’avanzo ereditato come spesa corrente annuale, il primo esercizio della Sanità targata centrosinistra in Puglia si chiudeva con un deficit di 309 milioni di euro. L’anno dopo, nel 2006, il disavanzo scendeva a 210 milioni, per salire a 270 al termine del 2007 e arrivare all’ultimo dato, quello del 2008: 211 milioni 623mila euro di debiti.

Il tutto, mentre la procura di Bari scava proprio sul settore sanitario, ipotizzandone il ruolo centrale in un sistema di cattiva gestione e, soprattutto, di malaffare. Con tanto di assessore dimesso (e portato al Senato) dopo l’iscrizione nel registro degli indagati, oltre che al centro di polemiche, nemmeno recenti, per un vistoso conflitto di interessi con una società di famiglia, l’Eurohospital, che proprio in Puglia è attiva nel commercio di protesi ortopediche. Ma non basta. Da tempo il centrodestra alzava la voce verso Vendola, Tedesco e il suo successore alla Sanità Fiore.

Contestando quelle cifre, già comunque vistosamente in rosso. Rocco Palese, capogruppo di Fi-Pdl in consiglio, per nove anni vicepresidente della Giunta regionale, e assessore al Bilancio con Fitto, sospira: «Con tempi di pagamento ai fornitori di 500 giorni noi abbiamo sempre detto che quelle cifre, fornite dalle Asl alla regione, non potevano essere vere, ma dovevano essere peggiori. Dubbio legittimo, visto che, per esempio alla Asl di Foggia, le cifre fornite dall’azienda non corrispondevano a quelle a cui erano arrivati i revisori. E a quanto pare avevamo ragione, ora il re è nudo».

Già. Perché è di ieri l’ammissione che il buco nei bilanci è una voragine, anche se nella «casa di vetro» di Vendola non se ne vedeva il fondo. Il deficit, quello «vero», per dirla con il Pdl, ammonterebbe a un miliardo di euro, in gran parte accumulato proprio con i fornitori. E il condizionale da dialettica politica sembra virare verso la certezza: la giunta Vendola sta per varare una delibera di indirizzo che dà mandato agli assessori regionali a Bilancio e Sanità di reperire i fondi per appianare il buco.

E la strada sembra quella più classica: un prestito, da chiedere a un pool di banche, e da restituire in 5 anni con rate da 200 milioni di euro. L’aumento dell’Irap di un punto, dell’Irpef dello 0,5, delle accise della benzina, dell’addizionale sul metano, e della tassa sui rifiuti per la parte di competenza regionale non sono bastate. Né di fronte al disastro contabile il servizio ai cittadini va meglio: Aristide Carella, nominato da Vendola nella task force che entro il 2006 avrebbe dovuto azzerare le liste d’attesa, su un quotidiano barese ieri non era tenero col governatore. Parlando di fallimento.