martedì 4 agosto 2009

Valerio Fioravanti è un uomo libero

I parenti delle vittime: l'errore è a monte

STRAGE DEL 2 AGOSTO/ UN ALTRO SCHIAFFO A 85 MORTI

L'ex terrorista nero, 51 anni, è uno dei tre condannati all'ergastolo per l'esplosione alla stazione del capoluogo emiliano. Sulla strage ha detto: "Ci sono spazi per lavorare ma lo devono fare persone competenti e neutrali, visto che io sono parte in causa"






Milano, 3 agosto 2009 - Valerio Fioravanti torna in libertà: uno dei tre colpevoli, condannato all’ergastolo per l’esplosione alla stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto 1980, adesso è un uomo libero. Valerio Fioravanti non vuol parlare, l’ex terrorista dei Nar rivela di essere tornato libero dallo scorso aprile dopo i 5 anni di condizionale. ‘’Non ho proclami da fare’’. Niente altro da dire ne’ commentare se non che il tempo che ‘’ho lo uso al meglio’’. La mattina, infatti, come spesso accade, Fioravanti l’ha trascorsa accudendo la figlia.

Sulla strage di Bologna "Ci sono spazi per lavorare - ha aggiunto - ma lo devono fare persone piu’ titolate di me. Persone competenti ed anche neutrali, visto che io sono parte in causa’’.La notizia, anticipata dal Corriere della Sera, è stata confermata dall’avvocato Michele Leonardi, che ha assistito Fioravanti e la moglie Francesca Mambro, anche lei condannata per la stessa strage, e che potrebbe riacquistare la piena libertà nel 2013 avendo ottenuto quella vigilata solo da un anno.

L’ex terrorista nero, 51 anni e pluriergastolano per una serie di fatti di sangue dei quali si è assunto la responsabilità, si è sempre dichiarato innocente per quanto riguarda la strage alla stazione. Dopo 26 anni trascorsi in cella, anche per lui sono scattati i benefici di legge concessi a tutti gli ergastoli che abbiano tenuto “un comportamento tale da farne ritenere sicuro il ravvedimento”. "Valerio Fioravanti non ha ottenuto alcuno sconto di pena nè alcuna concessione: è tornato ad essere un uomo libero perché questo prevede la legge quando, anche nel caso di condannati all’ergastolo, siano trascorsi cinque anni dal conseguimento della libertà vigilata", sottolinea il legale.

Per lui tutta la trafila prevista, compresa la parte finale cominciata nella primavera del 2004: cinque anni di prova senza rientro in carcere neppure di notte e divieto di allontanamento dal Comune di residenza, insieme ad altri obblighi. Adesso la sua pena è da considerarsi “estinta”. Come per altri decine di ex terroristi di destra e di sinistra. Fioravanti chiude così i conti con la giustizia italiana e ora potrà avviare le pratiche per ottenere la patria potestà sulla figlia così come riavere il passaporto.

"La sua vita non è cambiata: da cinque anni - sottolinea ancora Leonardi - torna a casa la sera, dalla moglie e dalla figlia, e di giorno lavora. E’ un uomo assolutamente tranquillo che fa il marito, il padre e il lavoratore nell’associazione di volontariato ‘Nessuno tocchi Caino’. Non ha chiesto il passaporto e non ha nessun motivo per allontanarsi dall’Italia dal momento che ha qui tutti i suoi affetti". Sulla libertà di Fioravanti è intervenuto anche Paolo Bolognesi, presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980, per il quale il punto non il suo essere tornato libero per effetto della libertà condizionata, ma che cinque anni fa gli sia stata concessa la libertà condizionata.

"Il punto è che non doveva accedere al beneficio della libertà condizionata - ha spiegato Bolognesi - perché poi si sa che dopo cinque anni, una persona è automaticamente libera. Questo lo prevede la legge". Un beneficio che, secondo il presidente, è stato concesso a Fioravanti ma anche alla sua compagna Francesca Mambro (libera nel 2013) ‘’perché sono stati zitti in questi anni, cioè non hanno detto tutto quello che sapevano sulla strage’’.

In altre parole, dunque, l’errore è a monte e cioè "hanno fatto una cosa contra legem cinque anni fa". Soprattutto perché, secondo Bolognesi, "mancava e manca uno dei requisiti principali, ossia la consapevolezza dei danni arrecati alla societa’ e alle vittime, e sappiamo che Fioravanti dice di essere innocente. Ogni pena serve per recuperare ma anche per redimere, e invece...".

Pakistan: "Noi cristiani perseguitati"

di Marta Allevato





È un «apartheid sociale, politico e giudiziario» quello che vivono i cristiani in Pakistan. Un debole 2 per cento su 170 milioni di abitanti per lo più musulmano, che di fronte agli attacchi dell’estremismo islamico «è costretto a difendersi da solo».

La polizia è complice delle frange estremiste e le autorità non perseguono i colpevoli di questo «silenzioso stillicidio». Peter Jacob, 48 anni, è il segretario nazionale della Commissione Giustizia e Pace (Ncjp) della Chiesa cattolica pakistana. Organo fondato nel 1985, la Ncjp fornisce assistenza legale alle vittime di discriminazioni religiose. In questi giorni è in prima linea negli aiuti ai superstiti degli ultimi pogrom anti-cristiani a Korian e Gojra, provincia di Punjab.

Signor Jacob, cosa è successo in Punjab esattamente? «Sono andati in scena due differenti attacchi premeditati, aizzati dal fanatismo islamico con il pretesto della blasfemia: il primo, il 30 luglio a Korian, dove fortunatamente non vi sono state vittime; nel secondo, il 1º agosto a Gojra, le persone invece non erano preparate e in sette sono stati bruciati vivi. Ci sono 50 feriti e 120 case distrutte».

Perché parla di attacco premeditato? «Abbiamo scoperto che gli estremisti hanno usato un combustibile speciale che rendeva le fiamme molto difficili da spegnere; l’obiettivo chiaro era di compiere una vera e propria strage. La stessa benzina è stata utilizzata in passato per incendiare il villaggio di Shanti Nagar, nel 1997, e quello di Sangla Hill, nel 2005».

Allora si tratta di una vera e propria campagna di persecuzione? «Direi di sì. Gojra non è un incidente isolato, ma un episodio di un fenomeno più vasto. Solo da gennaio a oggi si sono verificati almeno 15 pogrom anti-cristiani: in marzo una donna è morta a Gujranwala nell’attacco a una chiesa; in aprile un assalto armato al villaggio di Taiser Town, Karachi, ha ucciso un ragazzo, mentre in giugno a Kasur sono state distrutte 57 abitazioni».

Qual è la situazione a Gojra oggi? «Nella zona è tornata da poco la calma, grazie al massiccio intervento dell’esercito. Ma la gente è traumatizzata. Proprio stamattina (ieri) ho incontrato alcune famiglie per stabilire gli aiuti materiali e economici che stiamo organizzando. Erano disperati».

Perché il fenomeno non si riesce ad arginare? «Negligenza e connivenza con gli estremisti. La polizia ha ignorato gli allarmi che avevamo lanciato prima dell’attacco; mentre le autorità politiche e giudiziarie continuano a lasciare impuniti i colpevoli. Il Pakistan è a un bivio storico: deve scegliere presto, se percorrere la strada del progresso e diventare un Paese democratico e multiculturale o scegliere di cristallizzarsi in una società settaria».

Cosa dovrebbe fare il governo? «Quello provinciale, ordinare lo sradicamento delle formazioni estremiste islamiche e cancellare i messaggi di odio contro le minoranze religiose che si leggono tutti i giorni su volantini e cartelloni per le strade e sui muri. È risaputo che i militanti hanno le loro basi in Punjab e quindi sono pericolosi anche per il resto del Paese. Islamabad, invece, dovrebbe valutare seriamente l’abrogazione della legge sulla blasfemia, di cui sono vittime prima di tutto gli stessi musulmani».

Cosa è la legge sulla blasfemia? «Si tratta dell'articolo 295 del codice penale pakistano. Il primo riguarda le offese al Corano, punibili con l'ergastolo, il secondo stabilisce la morte o il carcere a vita per chi offende il nome di Maometto. La norma è sfruttata spesso per dirimere questioni personali».

Qual è la prospettiva per la libertà religiosa in Pakistan?«Dopo anni di regime militare, ora la società civile è stanca di un Paese sempre in bilico tra guerra e pace e buona parte di essa, anche tra i musulmani, chiede uguaglianza per le minoranze. Questa è l’unica forza che va incoraggiata e che può determinare un cambiamento reale».

Diciottenne veneta in coma etilico dopo una festa in barca a Panarea

la festa allo scoglio di lisca bianca. la giovane è in gravi condizioni

Con un altro centinaio di giovani ha partecipato a una sorta di rave party marino

PANAREA - È ricoverata in gravi condizioni all'ospedale Papardo di Messina una diciottenne veneta caduta in coma etilico dopo un'escursione in barca a Panarea. Secondo quanto ricostruito, la ragazza era assieme a un centinaio di altri giovani che a bordo di diverse imbarcazioni avevano raggiunto lo scoglio di Lisca Bianca dove avevano improvvisato una sorta di rave party marino, con musica a tutto volume e bevande alcoliche. Improvvisamente la diciottenne ha perso i sensi e gli amici con un gommone l'hanno trasportata al porto di Panarea. Qui la guardia medica che ha riscontrato un coma etilico e date le gravi condizioni ha richiesto l'intervento dell'elisoccorso del 118 per il trasferimento al Papardo.


04 agosto 2009

Fosse comuni La Polonia scopre un’altra Katyn

di Livio Caputo


Un nuovo orrido capitolo si è aggiunto al già ricchissimo «Libro nero del comunismo»: un bis, su scala appena più ridotta, dell’eccidio di Katyn, dove nel 1940 i sovietici trucidarono 20.000 ufficiali e soldati dell’esercito polacco con l’obbiettivo di decapitare la classe dirigente del Paese e renderne così più facile la sottomissione.

Secondo il settimanale polacco «Rzecspospolita», un’altra fossa comune, contenente i corpi di circa 3.500 militari, appartenenti alla Guardia di frontiera o al corpo d’armata del generale Smorawinski, è stata ritrovata a Wlodzimierz Wolynski, nell’attuale Ucraina occidentale. Come a Katyn, tutti avevano le mani legate dietro la schiena e tutti sono stati uccisi con un colpo di pistola alla nuca. La scoperta, in realtà, risale a dodici anni fa, ma per ragioni non ben chiare le autorità di Kiev ritennero allora di metterla a tacere in attesa di ulteriori accertamenti, e soltanto ora hanno reso questo ennesimo crimine staliniano ufficiale.

La notizia della strage non desterà molto stupore in chi conosce la storia di Katyn, magari attraverso la visione del film di Wajda arrivato di recente - dopo un tentativo di ostracismo - nelle nostre sale. Dal momento che il Cremlino aveva deciso di approfittare delle circostanze belliche per liquidare ogni potenziale resistenza da parte dei polacchi dopo l’annessione della metà orientale del Paese, non c’è in fondo da meravigliarsi che anche questo secondo contingente di prigionieri sia stato brutalmente trucidato.

Ma la rivelazione non mancherà di avere ripercussioni sui rapporti tra Varsavia e Mosca, che ancora oggi risentono della vicenda di Katyn e che non sono certo migliorati dopo l’ingresso della Polonia, fino a vent’anni fa satellite dell’Urss, nell’Unione Europea e nella Nato. Per mezzo secolo, i sovietici avevano negato ogni responsabilità dell’eccidio, attribuendone - contro ogni evidenza e anche contro la geografia - la colpa ai tedeschi.

Solo nel 1990, dopo la caduta del muro di Berlino e con l’impero sovietico già in piena agonia, Gorbaciov ammise il crimine, commesso dalla famigerata Nkvd, e presentò le sue tardive scuse alla Polonia. Seguì un lungo periodo in cui russi e polacchi collaborarono nella ricostruzione degli eventi, nel tentativo di arrivare, se non altro, a una memoria condivisa.

Ma quattro anni fa, nel quadro della sua politica di restaurazione imperiale (e forse per ritorsione contro la stretta collaborazione di Varsavia con l’America di Bush) Putin diede ordine di interrompere il trasferimento di informazioni alla Polonia e la ricerca dei responsabili, riprendendo la vecchia linea dura.

Il magistrato responsabile dell’indagine, in un comunicato che a Varsavia brucia ancora, dichiarò che «Katyn non fu né un genocidio, né un crimine di guerra, né un crimine contro l’umanità: non esistono perciò assolutamente le basi per parlarne in termini giuridici»: un tentativo di cancellare la verità, o addirittura di riportare indietro l’orologio della storia. Con questo, sulla vicenda tornò naturalmente a piombare, da parte russa, anche la cappa del segreto di Stato.

La reazione dei polacchi fu - al momento - durissima, e anche a livello popolare ci fu l’ennesima esplosione di sentimenti antirussi, che il toccante film di Wajda non ha certo contribuito a smorzare. Per capire questa ondata di indignazione, bisogna immaginare che cosa sarebbe successo in Italia, se un giorno i tedeschi avessero negato ogni responsabilità in tutte le stragi compiute nella penisola, a cominciare dalle Fosse Ardeatine.

Non sappiamo se la denuncia del nuovo massacro, 12 anni dopo la scoperta materiale dei cadaveri, sia uno scoop di «Rzecspospolita» o sia stata in qualche modo pilotata dal governo di Varsavia per mettere in imbarazzo i russi, costringerli a una nuova inchiesta e riaprire in qualche modo anche il capitolo di Kaytn. Alla luce della nuova politica putiniana, è probabile che il Cremlino non reagisca o torni a negare, come ai tempi dell’Urss, qualsiasi coinvolgimento. Magari, visto che il ritrovamento è stato fatto in Ucraina, che con Mosca è ai ferri corti, parlerà di complotto.

Una sola cosa è certa: la storia di questi 3.500 nuovi martiri avrà una vasta eco non solo in Polonia, ma in tutto l’Est europeo sottoposto fino a vent’anni fa alla dominazione sovietica: a dimostrazione che per chiudere certe ferite non basta neppure lo scorrere dei decenni.

L'insegna cinese finisce imbustata

E' partita la lotta del Comune alle insegne dei negozi cinesi scritte solo con ideogrammi. Gli «accertatori» sono passati e a chi non li aveva in doppia lingua, sono state oscurate



PRATO - Nei negozi delle strade della Chinatown pratese, la settimana è iniziata con l’intervento di oscuramento delle insegne pubblicitarie abusive o non conformi al regolamento comunale, che prevede scritte in italiano e cinese.

L’INIZIATIVA DEL COMUNE E' così partita la lotta del comune alle insegne abusive, con l’oscuramento in via Filzi di alcune insegne pubblicitarie. Ad intervenire sono stati gli operatori della Sori, società di riscossione del Comune, accompagnati dalla polizia municipale. L’oscuramento delle insegne continuerà fino a quando non sarà sanata l’irregolarità e pagata la sanzione: i negozi avranno circa dieci giorni per mettersi in regola dopodiché scatterà la procedura di rimozione in seguito all'ordinanza del sindaco.

MESI DI SOPRALLUOGHI - I controlli, effettuati non solo su negozi cinesi, erano iniziati nei mesi scorsi, su iniziativa della precedente amministrazione di centrosinistra, che pur seguendo una procedura più lunga aveva fatto emergere, a seguito di 280 sopralluoghi, 140 insegne da considerarsi abusive.

«È una delle prime azioni poste in essere da questa Amministrazione - ha dichiarato l'assessore alla Sicurezza Urbana e Polizia municipale, Aldo Milone - per lanciare un messaggio chiaro alla comunità cinese: tutti devono rispettare le regole e non esiste una zona franca della città in cui sono tollerati gli abusi».

Lo stesso Milone ha precisato che sono state «oltre 250 le sanzioni per le insegne irregolari» già contestate a 70 commercianti per circa 72 mila euro di multe in fase di notifica. L’assessore ha poi concluso: «Il regolamento comunale prevede l’utilizzo delle due lingue, con la parte in italiano che deve apparire prevalente».

LA RICERCA CONTINUA - Mercoledì prossimo gli operatori della Sori, una decina di «accertatori» che dopo un corso di addestramento sono autorizzati ad eseguire controlli su tutti i regolamenti comunali ad eccezione del codice della strada che resta di competenza della polizia municipale, proseguiranno i sopralluoghi e gli immediati oscuramenti delle insegne irregolari in via Pistoiese. La scorsa settimana il Comune aveva già dato il via all’operazione di pulitura dei muri sui quali erano affissi centinaia di volantini in cinese.

Fabio Ferri
03 agosto 2009