lunedì 3 agosto 2009

Regalo di compleanno» per Cusani: l'ex manager potrà tornare a votare

la pena gli verrà cancellata dal casellario giudiziario

Cusani, ideatore della maxitangente «Enimont», fu accusato di falso in bilancio: scontò 4 anni di carcere


NAPOLI - È un bel regalo di compleanno per Sergio Cusani: l'ex manager compirà 60 anni il 4 agosto e il tribunale di sorveglianza di Milano gli ha dato la possibilità di votare e ricoprire pubblici incarichi, restituendogli così la pienezza dei diritti civili. Cusani, uscito dal carcere il 30 marzo 2001, aveva presentato istanza per la riabilitazione al Tribunale di sorveglianza e l'ufficio della Procura generale aveva dato parere favorevole. Inoltre la pena gli verrà cancellata dal casellario giudiziale.

IL PERSONAGGIO - Cusani è un ex manager napoletano finito in carcere nell'ambito dell'inchiesta «Mani pulite» con l'accusa di falso in bilancio: è ritenuto l'ideatore dei meccanismi che crearono la «madre di tutte le tangenti», quella Enimont. Braccio destro di Raul Gardini, è stato il principale condannato nell'inchiesta scontando in cella 4 anni di carcere (la pena a 5 anni e 10 mesi) ed ha dovuto restituire 35 miliardi di lire. Al giudice Ghitti dichiarò di essere colpevole dei reati per i quali era stato accusato dall'allora pm Antonio Di Pietro. Nel 2000 ha creato un movimento politico per tutelare i diritti dei poveri e dei detenuti: il «Partito della solidarietà». Con l'ex terrorista Sergio Segio ha lanciato una campagna per l'indulto e l'amnistia in occasione del Giubileo e per la riforma penitenziaria, con il progetto «Piccolo piano Marshall per le carceri». Attualmente è impegnato in progetti di recupero detenuti e sta partecipando al presidio degli operai della fabbrica Innse, alla periferia di Milano.

03 agosto 2009


Stop a castelli di sabbia, sagre e fuochi

L'estate dei divieti: sono 556 gli atti approvati dai Comuni 

 

MILANO

Ce ne sono per tutti i gusti. I sindaci fanno or­mai a gara a chi sforna l'ordi­nanza più originale e restritti­va. In tema di vita notturna e consumo di alcolici come di recente Milano e Roma, ma an­che di bon-ton «balneare», uso e abuso delle panchine, costumi religiosi o etichetta ci­miteriale. Tutto è cominciato con una legge dell’anno scor­so che dà carta bianca ai Co­muni. E i primi cittadini non si sono fatti pregare. I divieti emanati per delibera sono ad oggi 556, partoriti in larga par­te al Nord (330). Ne esistono di curiosi, altri che si imitano a vicenda. Ma su certe questio­ni non tutti i sindaci-sceriffo la pensano allo stesso modo.

L’alcol proibito. Milano e Roma, che impon­gono serate analcoliche ai mi­nori di sedici anni, hanno ispi­rato decine di altri Comuni in tutt’Italia. Ravenna, Bergamo, Pavia, presto Napoli e Paler­mo. Ieri l’ondata di sobrietà ha raggiunto la punta della pe­nisola, e anche Pizzo Calabro si è allineato alla linea del­l’astemia per legge. In tema di proibizionismo la medaglia spetta però a Bologna, dove chi vende alcol deve chiudere i battenti tassativamente en­tro le 22. Tuttavia per gli amanti di vino e affini (anche se maggiorenni e vaccinati) c’è una minaccia molto più subdola: si tratta della diretti­va comunitaria sul consumo di alcolici in «spazi e aree pub­bliche senza licenze». In paro­le povere, addio alle feste pae­sane. Ve l’immaginate la sagra dello gnocco fritto senza lam­brusco?

Le ordinanze balneari. Il sole estivo solletica l’estro sanzionatorio degli am­ministratori. E così, in certe lo­calità liguri, la mise concessa alle bagnanti di ordinanza in ordinanza è diventata sempre più austera e coprente, avvian­dosi pericolosamente verso il burqa (peraltro vietato nella leghista Azzano Decimo). A Capri e Positano sono banditi gli zoccoli (ma solo perché di­sturbano la pennichella), nel golfo di Amalfi stop ai fuochi e sotto gli ombrelloni di alcu­ne spiagge dell’Oristanese non si può più fumare. Ad Eraclea ha fatto storia la deli­bera vagamente surreale di qualche anno fa che vieta di costruire castelli di sabbia. E se a Eboli non ci si può bacia­re in auto, a Forte dei Marmi costa molto caro prendersi cu­ra del giardino: su taglia-erbe e motosega pende una taglia di 500 euro.

Parchi e panchine. Il proibizionismo selvaggio dilaga poi nei parchi pubblici. E così le panchine sono nega­te ai minori di 70 anni nei par­chi di Vicenza. Non si fuma in quelli di Napoli, Bolzano e Ve­rona; a Pordenone e Novara vietano gli assembramenti e a Voghera dopo le 23 nei giardi­ni comunali non si può neppu­re entrare. L’elenco potrebbe continua­re a volontà, vale la pena se­gnalare solo qualche caso. Nel­la solita Sanremo dell’iperatti­vo sindaco Maurizio Zoccara­to non è consentito stendere i panni, passeggiare in costu­me, parcheggiare il camper, vendere fiori o giocattoli per strada, per non parlare della chincaglieria da ambulanti.

Nei cimiteri napoletani d’esta­te i fiori vanno deposti col con­tagocce, mentre a Lugo di Ro­magna un regolamento dispo­ne cosa scrivere sulle lapidi. Multe salate puniscono chi la fa per le strade di Trieste, ne sa qualcosa un turista polacco che ha osato innaffiare la sta­tua di Sissi. Ma il divieto dei divieti è stato escogitato a Trento. Qui in pratica è vieta­to protestare contro tutta que­sta foga proibitoria. E chi si permette di toccare gli ormai familiari cartelli sbarrati di rosso pagherà 428 euro di multa.

Antonio Castaldo
03 agosto 2009



Il "capocosca" Tedesco? Assolto da Vendola

di Massimo Malpica


Bari - Nichi Vendola poteva non sapere? Il presidente della giunta regionale pugliese, da sempre paladino della legalità, di fronte all’inchiesta sulla Sanità pugliese ha reagito promettendo pulizia e trasparenza. Prima, a febbraio, le dimissioni – accettate – dell’assessore alla Sanità Alberto Tedesco («promosso» comunque senatore), poi l’azzeramento della giunta all’inizio di luglio. Eppure Vendola non poteva non conoscere il conflitto di interessi di Tedesco quando lo scelse nella sua squadra, nel 2005. 

Il neogovernatore stava lavorando alla giunta e i movimenti che l’avevano sostenuto in campagna elettorale su Tedesco assessore avevano molte perplessità. Repubblica l’8 maggio 2005 scriveva: «La sua nomina è stata in bilico fino all’ultimo. La moglie e i tre figli hanno partecipazioni azionarie in alcune società che commercializzano in Puglia prodotti farmaceutici e parafarmaceutici». Ma il futuro assessore spiegava: «Ho ottenuto la fiducia del presidente ad avere la delega sulla Sanità dando delle garanzie: chiederò ai miei parenti di dismettere le loro partecipazioni». 

Il caso era dunque noto, ed era stato affrontato e risolto fin dall’origine del governo pugliese di Vendola. Ma a parole. Il 16 ottobre 2007, la vicenda tornò sui banchi del consiglio regionale, con una mozione di An sul conflitto di interessi dell’assessore. E Tedesco, in aula, disse che la partecipazione dei suoi familiari nelle due società Medical Surgery e Aesse Hospital erano state dismesse come promesso nel 2005. 

Ma che «rimaneva un’unica società, fondata dai miei figli per poter continuare a esercitare una professione che avevano cominciato a svolgere molto tempo prima dell’incarico di assessore». Ossia la Eurohospital. 

Che, di fatto, si era limitata a proseguire gli stessi lavori e a rappresentare le stesse ditte produttrici di cui si erano occupate le aziende «dismesse». Tanto che proprio Tedesco, per «smontare» la teoria che un’azienda appena nata avesse un fatturato tanto considerevole solo perché i titolari erano i suoi figli, mise a confronto gli incassi delle aziende precedenti e della neonata Eurohospital, accreditando il sospetto che si fosse trattato di un’operazione di facciata. 

I numeri li fa, quel martedì del 2007, lo stesso assessore, ricordando ai consiglieri che la «vecchia» Medical Surgery, che era concessionaria esclusiva dei prodotti della Biomed, aveva fatturato «1 milione 913 mila euro nel 2004» e nel 2005, anno in cui Tedesco entrò in giunta, era «risalita a 2 milioni 150mila euro», prima di essere dismessa. «Medical Surgery viene ceduta – si legge nello stenografico dell’intervento in aula dell’assessore – e Biomed continua a lavorare con Eurohospital, tanto che i fatturati di quest’ultima sono in assoluta continuità rispetto ai fatturati fino a quel momento realizzati». 

Continuità ascensionale, va detto. Dai 2 milioni 150mila del 2005 di Medical Surgery, la neonata azienda di famiglia nel 2006 cresce a 2 milioni 760mila euro (1,440 dei quali derivanti da vendite alla sanità pubblica). E «stante le previsioni», spiegava ancora Tedesco, «per il 2007 ci sarà un incremento del fatturato». Ma se tutto era nel segno della continuità, perché dismettere le prime due società? Se lo chiese l’ex consigliere regionale di An, ora europarlamentare del Pdl, Sergio Silvestris. Che sintetizzò così i dubbi: «Se c’era conflitto d’interessi, ha fatto bene a far vendere le quote e ha fatto male a costituire la nuova società, e per questo si deve dimettere. Se non c’era, perché ha fatto dismettere le quote ai suoi figli?».

Domanda legittima. Che non impedì a Vendola di «assolvere» politicamente Tedesco: «Avrei potuto affrontare la cosiddetta questione morale che oggi non esiste con un calcolo cinico – concluse il dibattito il governatore - con un beau geste, chiedendo a Tedesco di farsi da parte, perché sarebbe convenuto al rapporto con il mio elettorato e sarebbe stata un’immagine gradita a Beppe Grillo. Alberto Tedesco l’ho scelto liberamente – e penso di aver fatto una buona scelta – e oggi nel nome di un’idea della moralità e di un’idea della coerenza con la mia storia, chiedo ad Alberto Tedesco di restare al suo posto». E così fu. Almeno fino a quando l’assessore, sedici mesi dopo, si ritrovò indagato nell’ambito dell’inchiesta del pm Desirèe Digeronimo.


Strage Bologna, Fioravanti torna libero Fischiato Bondi: "Troppo odio politico"

di Redazione



Roma - Per la giustizia italiana è uno dei colpevoli della strage di Bologna, insieme a Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. M lui per quel delitto si è sempre professato innocente, a differenza degli altri omicidi per i quali pure è stato condannato. A ventinove anni dalla bomba che insanguinò la stazione di Bologna - 85 morti e 200 feriti - Fioravanti è un uomo libero. E' uscito dal carcere e ha chiuso i conti con la giu­stizia. Ora, a cinquantuno anni, potrà ottenere la patria potestà sulla figlia e riavere il passaporto. 

La polemica Pur essendo ergastolano - e quindi avendo scritto, nel proprio fascicolo pentitenziario, la fatidica frase "fine pena mai" - Fioravanti è uscito dal carcere dopo aver scontato 26 anni (ne ha fatti meno perché, come per gli altri carcerati, ogni anno si matura un beneficio di tre mesi). A differenza di molti altri ex terroristi prima di lui "Giusva" non ha goduto degli  "sconti di pena" concessi a chi si è pentito o dissociato dalla lotta armata. Ha avuto i benefici che la legge concede a tutti i detenuti per la cosiddetta "buona condotta". Tecnicamente per lui le porte del carcere si erano aperte nel 2004 con il diritto alla "libertà condizionale". Dopo cinque anni di prova la pena si è definitivamente estinta. Adesso la sua pena è da considerarsi estinta. Come per altre decine di ex terroristi di destra e di sinistra. Ma i familiari delle vittime del terrorismo non hanno gradito.




Il racconto del frate francescano «Ho visto bruciare i miei parenti»

I fedeli accusati dagli estremisti musulmani di aver strappato pagine del corano

 

Padre Hussein Younis e il pogrom anticristiano avvenuto in Pakistan


DAL NOSTRO INVIATO 


KABUL - «Ma ve ne rendete conto? Non si sono accontentati di tirare pietre, dare fuoco alle abitazioni e linciare i cristiani. Hanno utilizzato anche pistole, mitra e persino un lanciagranate. Volevano distruggere e soprattutto uccidere con una rabbia e un accanimento per noi incomprensibili».

Sarà che proprio mentre parla al telefono frate Hussein Younis ha davanti agli occhi i corpicini dei due nipotini uccisi, appena coperti da un lenzuolo sporco di sangue. E sarà che fuori dalla finestra vede le macerie fumanti della sessantina di abitazioni devastate dalla rabbia musulmana. Ma il suo racconto del pogrom anticristiano due giorni fa nel suo villaggio natale, Gojra, provincia di Faislabad, nel Punjab orientale, è davvero drammatico e non esita a puntare il dito «contro gli estremisti islamici, molto probabilmente legati ad Al Qaeda e ai Talebani, che attaccano le minoranze cristiane con un vasto progetto di destabilizzazione regionale».

Ha 39 anni padre Younis, francescano, e un conto molto personale con gli autori di queste violenze: ben sette membri della sua famiglia hanno perduto la vita. «Fanno tutti per cognome Hameed, il clan famigliare del marito di mia sorella: due bambini, tre donne e due uomini. Tutti massacrati o bruciati vivi per una sola colpa: essere cristiani, una piccola minoranza che non supera il 2 per cento dei circa 170 milioni di pakistani», spiega.

Ma com'è cominciata? «Alcuni giorni fa in un villaggetto presso Gojra si era tenuta una grande festa di matrimonio cristiana. Come è usanza, alla fine della cerimonia in chiesa gli invitati hanno tirato verso la coppia fiori, riso, alcune monete per augurare prosperità e biglietti con frasi di saluto o salmi. Il problema è che i musulmani hanno cominciato a sostenere che in realtà i versetti religiosi erano pagine del Corano strappate, un'offesa gravis­sima per l'Islam e oggi ancora più gra­ve in questi tempi di fanatismo. Ben presto sono volati insulti, accuse, poi pietre e violenze. Nel pomeriggio era­no già state date alle fiamme alcune abitazioni», risponde. Ma l'escalation più grave riprende sabato mattina ver­so le undici a Gojra, nei pressi della co­siddetta «Christian Town», il quartie­re cristiano.

«La nostra gente ha contato otto au­tobus carichi di estremisti arrivati da lontano. Volti sconosciuti di gente ar­mata sino ai denti. Il loro slogan prefe­rito è stato che noi cristiani abbiamo la stessa religione dei soldati america­ni e dunque siamo nemici, meritiamo la morte. Prima hanno tirato pietre, poi hanno utilizzato benzina e infine mitra e bombe. Qui attorno a me è tut­to bruciato, carbonizzato. Il bilancio di sangue poteva essere molto peggio, se i cristiani non fossero stati in allarme e non fossero fuggiti subito. I miei fa­migliari non sono stati

In serata un'analisi più completa giunge ancora per telefono dal vesco­vo di Faislabad, monsignor Joseph Coutts, che ci risponde mentre sta rice­vendo le autorità del go­verno regionale del Punjab, assieme ad alcu­ni leader religiosi mu­sulmani locali. «Non è il mio mestiere fare anali­si politiche - sostiene ­. Ma è ovvio che questi pogrom sono stati ben organizzati da gruppi che, alla luce della desta­bilizzazione in Pakistan, e forse persino in Afgha­nistan, e soprattutto del­le battaglie degli ultimi mesi nella vallata di Swat, cercano di alzare la tensione.

Ci hanno provato con i gravi at­tentati nelle maggiori città pakistane e ora pas­sano con gli attacchi ai cristiani. Il fatto più gra­ve è che adesso riesco­no a mobilitare grandi folle di fedeli contro di noi. Trovo sia un feno­meno preoccupante, peggiore che i so­liti attentati isolati a suon di bombe nelle basiliche che hanno terrorizzato i cristiani sin dalla guerra del 2001 in Af­ghanistan ». Il vescovo ricorda almeno quattro pogrom che hanno visto la mobilitazio­ne di larghe masse di manifestanti pronte ad usare violenza. «La prima volta in anni recenti è stata nel 1997, nel villaggio di Shantinagar. Otto anni dopo si è ripetuto nella cittadina di Fanglahill. Il 30 giugno scorso è avve­nuto nel villaggio Banniwal, nella re­gione di Kasur, non troppo lontano da qui. E il 26 luglio a Korrial hanno dato fuoco a 60 case. Per fortuna i cristiani erano pronti e sono fuggiti al primo se­gnale di violenza».

A Islamabad da tempo la nunziatura fa discretamente pressione sul gover­no per cercare di offrire maggiori ga­ranzie di difesa alla comunità cristia­na. E i vescovi locali chiedono alle au­torità di cancellare la controversa «leg­ge 295», che in nome della Sharia (la legge coranica) prevede persino la pe­na di morte a chiunque offenda il Cora­no e la figura di Maometto. «Il proble­ma è che questa legge viene spesso uti­lizzata in modo del tutto arbitrario. Spesso basta la parola di un cittadino musulmano per far mettere in carcere un cristiano senza alcuna prova con­creta», prosegue monsignor Coutts.

Lorenzo Cremonesi
03 agosto 2009



Tre consulenti pagati per scoprire le bellezze di Sesto

di Redazione


Tre consulenti sulle bellezze turistiche di Sesto San Giovanni e uno sui fulmini. Sono solo alcune delle collaborazioni esterne stipendiate dall’ex giunta di Filippo Penati, per le quali nel 2008 la Provincia ha speso la bellezza di 7 milioni e 190.123 euro. Una parte significativa cioè del buco da 40 milioni lasciato nelle casse dall’ex inquilino di Palazzo Isimbardi. Solo per il turismo nella città dove è stato per anni sindaco, Penati ha speso 7.200 euro, mentre altri mille euro sono stati utilizzati per studiare le saette.

Per non parlare dei 5.136 euro per avere un esperto che studiasse le «contaminazioni di acque sotterranee della città di San Pietroburgo», in Russia. Altri 218.927 euro sono stati bruciati per stipendiare i «portaborse» di presidente, assessori e capigruppo. Solo in esperti di comunicazione inoltre Penati è riuscito a sprecare 416.956 euro: l’ennesima dimostrazione di un mandato vissuto soprattutto all’insegna dell’immagine. E se per la presenza dei campi rom sul territorio i residenti hanno paura, Penati ha pagato un’attrice (3.667 euro) per degli spettacoli «in materia di sicurezza».


Povero Veltroni, ora raccoglie firme per Tonino

di Vittorio Macioce



Il guaio è che la sinistra non capisce. Qui in Italia c’è un’opposizione un po’ strana, che da anni non fa più politica, ma è ossessionata da un solo pensiero: buttare giù Berlusconi. È l’unico obiettivo, l’unico orizzonte, l’unica speranza. Tutto il resto non conta. Non conta la crisi, non conta il Paese e neppure la democrazia. Non contano i voti. È tutta roba inutile.

Il risultato è che il Pd sta morendo dissanguato. È un partito senza elettori, che si lambicca il cervello alla ricerca di nuovi trabocchetti per incastrare il premier. È la sindrome di Willy il Coyote. Avete presente il cartone animato? Architetta di tutto per acchiappare Bip Bip e finisce sempre contro un muro, magari facendo due passi nel vuoto prima di cadere.

Ecco, il più Coyote di tutti ormai è Walter Veltroni. Ed è una fine che non meritava. Le autostrade sono cariche di gente che cerca di fuggire da questo agosto di mezza crisi. Fa caldo e non si cammina. Lontano da tutto questo Veltroni, un tempo capo del Pd, riappare per un attimo sulla scena politica.

E lo fa con un’idea nuova: il conflitto di interessi. Veltroni si presenta con una bozza, scritta con Roberto Zaccaria, ex presidente della Rai, che si può sintetizzare così: come non far governare Berlusconi. Chi ha un patrimonio di almeno 30 milioni di euro non può fare il premier, il ministro, il sottosegretario o il commissario straordinario.

Veltroni sa benissimo che questa legge non verrà mai approvata dal Parlamento. È interessante invece guardare le firme sotto il documento. Ci sono Donadi e Leoluca Orlando, tutti e due in quota Di Pietro, UgoTabacci dell’Udc e Giulietti, ex Italia dei Valori, da poco migrato nel gruppo misto.
È tutta gente che dell’antiberlusconismo ha fatto una professione. Sono lì da anni, vagano tra il centro e la sinistra, e vedono in Di Pietro il loro Robespierre.

Un tempo li avrebbero chiamati giacobini. Il conflitto di interessi è la loro litania. È la certificazione che Berlusconi non può governare, non può fare politica, non esiste. Veltroni un tempo aveva ambizioni da leader, sognava il grande Pd. Era l’uomo che aveva rubato a Obama il «si puòfare», versione maccheronica dell’ultimo sogno americano. Quello che torna in questo sabato d’agosto è un vassallo di Di Pietro, che deluso dal suo partito fa sponda con Orlando, Tabacci e Giulietti. E l’unica divisa che sa indossare è il vecchio antiberlusconismo.

Davvero Veltroni pensa di ricominciare da qui, nel sottoscala del dipietrismo? Era meglio andare in Africa. Tutto questo avviene mentre Beppe Grillo annuncia che la tessera del Pd non gli interessa più. Ormai ha un partito tutto suo, un partito di liberazione nazionale. La speranza è che Veltroni non finisca lì. Sarebbe un triste finale di carriera. Quello che manca a sinistra è qualcuno che si faccia una domanda facile facile: come convincere gli italiani a votare per noi? Qualcuno che non assomigli a Willy il Coyote


Internet La dittatura dei dilettanti allo sbaraglio

di Geminello Alvi


Mi dispiace ma più passa il tempo e meno trovo ci sia poi da entusiasmarsi per internet, e i suoi tifosi. Costoro in effetti paiono possedere solo un talento per il chiacchiericcio, ovvero per lo sfogo di chi apre la bocca per dargli fiato. Dunque un tipo umano che senza internet farebbe meno danni. Invece ora si riunisce ad altre miriadi di dilettanti, e coopera a impoverire la cultura, come mai sarebbe loro riuscito prima. Il digitare dei polpastrelli eccita il dialogo compulsivo su notizie scopiazzate.

E genera la presunzione di massa che l’informazione si possa ridurre a una conversazione. Tant’è che in tutti i siti la parola si impoverisce a battuta sempre più priva di sintassi, senza grazia di suoni e grammatica; nemmeno nell’insulto. E allora per quanto mestieri come il giornalista o l’insegnante possano dirsi in difficoltà, viene comunque da rimpiangerli. Meglio di questo decadere in una presunzione di massa che decima le industrie dei giornali o dei libri.

E corrode i mestieri particolari della conoscenza o dell’arte. Insomma direi che il sapere lasciato a costoro regredirebbe presto al frenetico tramare di un mondo di scimmie armate di videotelefonini. Ecco perché alle già non poche sciagure di questi anni aggiungerei pure internet.

Del resto la sciagura iniziano a vederla persino gli insider della Silicon Valley, che scrivono Dilettanti.com di Andrew Keen, tradotto mesi orsono. Conferma che il Web sta insanamente cancellando ogni distinzione tra l’esperto e il dilettante, tra il pubblico e l’autore che si applaude da solo. E in tal maniera finisce di uccidere la nostra cultura. Deduzione per la quale occorre peraltro ormai pure un certo coraggio. Il conformismo con la globalizzazione è peggiorato: ci si limita al biasimo di internet, ma subito corretto dalle lodi.

Si compiace la massa degli incolti con distinguo innocui, si biasimano i vizi erotici e il crimine; ma si loda la rivoluzione. E invece internet non è neutrale. Deve anzi dirsi uno dei motori più perniciosi della standardizzazione globalizzante. Come le migrazioni, pure internet è il più delle volte una sciagura. Prima quelle miriadi di anime di tutto scontente, contente di lasciar pilotare i loro pensieri dagli stati d’animo, non erano infatti così perniciose. Ora sono invece evolute a militanti in stato permanente di una pochezza che confonde ancor più la conoscenza.

Ogni mania di questa rete si riassume in un intento: surrogare la verità con una banalità reiterata che si massifica sui video, messa ai voti dagli accessi. Un pessimo esito, che diseduca i giovani. Gli insegna a confondere con la chiacchiera di massa la cultura, quando essa consiste invece in individuale elevarsi, in un tendere faticoso e morale dell’io alla verità, la quale non può dirsi argomento statistico.

Come dovrebbe aver insegnato anche il fatto che quando la verità si è messa ai voti è stato crocifisso Gesù Cristo. Inoltre il disastro in Italia si profila anche peggiore, tenuta in conto la crisi più potente che altrove delle nostre istituzioni culturali; e la vanità degli italiani.

A milioni hanno libri nel cassetto, e ambizioni canore o estetiche. Ma non soltanto leggono da sempre meno libri, dei tedeschi per esempio. Parlano pure un italiano sempre più povero, che li fa quindi pessimi lettori dei giornali, i quali poi volentieri li rincorrono, come le tv, al ribasso. Comunque sia, ecco come potrebbe forse descriversi il disastro presente di internet: un dilettantesco effetto corrosivo sulle, già provate, forze dell’io.