mercoledì 29 luglio 2009

Sudan, giornalista frustata La colpa? Portava i pantaloni

di Redazione


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Khartoum - Una giornalista sudanese è stata condannata a ricevere 40 frustate per aver compiuto "atti osceni". La sua colpa? Aver indossato dei pantaloni. L'esecuzione della condanna arriva circa tre settimane dopo un'altra punizione analoga subita da una decina donne accusate e punite per lo stesso motivo.

L'arresto e la condanna Loubna al Hussein, che scrive per il giornale progressista Al-Sahafa e lavora per la missione delle Nazioni Unite in Sudan, era stata arrestata a inizio luglio a Khartoum per aver indossato dei pantaloni. "Ho ricevuto una telefonata delle autorità che mi ordinavano di comparire alle 10 mercoledì davanti al giudice", ha spiegato la giornalista. "È importante che la gente sappia cosa succede - ha aggiunto - mi daranno 40 frustate e mi faranno pagare una multa di 250 sterline (circa 290 euro, ndr)".

Il raid al ristorante La polizia sudanese aveva compiuto un raid in un ristorante il 3 luglio scorso: i poliziotti avevano ordinato alle 13 donne nel locale che portavano pantaloni di seguirle al commissariato: 10 di loro sono state convocate due giorni dopo e hanno ricevuto 10 frustate ciascuna. Secondo Al-Hussein, diverse di loro erano del sud, per lo più cristiano o animista, dove la sharia non è in vigore.

Il bavaglio alla stampa Un'altra giornalista, Amal Habbani, è stata accusata di aver diffamato la polizia in un articolo in cui criticava il modo in cui Al-Hussein è stata trattata. Nel suo caso, niente frustate, ma il rischio di una multa di diverse centinaia di migliaia di dollari. Habbani aveva scritto che l'arresto di Hussein "non era una questione di moda, ma una tattica politica per intimidire e terrorizzare l'opposizione".

Venezia, Cacciari 'interrompe i bisogni' di un turista

Il primo cittta'dino ha chiamato la polizia urbana per fare al turista una contravvenzione




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Venezia- Il sindaco si sostituisce alla polizia municipale, scorgendo durante una passeggiata un turista che stava urinando in un canale ,chiamando di conseguenza i vigili per la multa visto il comportamento poco etico e sociale dell'individuo.




Il tutto è successo nella tarda serata di ieri, il giorno della forte polemica sul governo della città lagunare aperta dal ministro Renato Brunetta e sostenuta dal presidente del Veneto Giancarlo Galan.




Oggi Cacciari ha spiegato il suo intervento in conferenza stampa : «ho visto un signore che stava facendo pipì in canale, e quando ho capito che non era italiano mi sono permesso di dirgli che, probabilmente, non si permette di fare altrettanto nel salotto di casa sua. Per chiarire il tutto ho chiamato i vigili, continuando a seguirlo nella non breve attesa del loro arrivo».




Vigili che hanno multato con una sanzione di 50 euro il turista, un portoghese, non senza qualche difficoltà visto che questi ha cercato di far valere in modo fisico e non sul piano verbale le sue ragioni.




E' poi tornato sulla polimica con Brunetta dicendo"È una polemica umanamente inevitabile che fa parte della campagna elettorale del centrodestra che vorrebbe accaparrarsi il Comune di Venezia, mentre noi non ne facciamo perché non riusciremo mai a prendere la Regione: mi dispiace per loro, ma questa attesa andrà delusa. La realtà è che in questo territorio complesso il 95% delle scelte sono condivise fra gli enti, mentre tutto il resto sono balle; ed io, alla mia età, non ho voglia di raccontare balle, a differenza di Brunetta che è ancora piccolo"

Domani conferenza di servizi con il commissario per il nuovo palazzo del Cinema Vincenzo Spaziante e la Regione "nella quale "ha detto Cacciari "prenderemo decisioni storiche per il Lido; subito dopo sarà la volta di Moranzani. Quanto alla sublagunare invocata da Brunetta, abbiamo fatto tutte le procedure ma ci vuole un miliardo di euro: che vada da Tremonti a far finanziare l'opera dal Cipe, senza l'intervento del quale non si può procedere; sul Mose, io sono d'accordo col Governo perché l'opera finisca prima possibile: più di così..."




Paolo Quaglia.

L'uomo che salvò la sua mucca

Il margaro: «Fioca stava male, l'ho nutrita e difesa dai lupi»


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PAOLO QUERIO
TORINO


C'era un tempo in cui la convivenza tra uomini e animali, sulle montagne degli alpeggi, non aveva legami soltanto di sopravvivenza economica, ma portava a vincoli di amicizia e solidarietà. Sentimenti che forse oggi stupiscono. Eppure in alta Val Sangone, nelle montagne sopra Torino, sul filo dei duemila metri si è vissuta una storia d'altri tempi tra il margaro Angelino e la sua mucca Fiòca (tutta bianca, è la parola piemontese per la neve). Per dieci giorni ha nutrito la sua amica Fiòca finita in un canalone. Laggiù la bestia era rimasta immobile, dopo essersi fratturata una zampa, con il rischio di essere assalita dai lupi. Da parte di Angelino un lungo gesto d'amore verso l'animale, in attesa che la nebbia di montagna concedesse una tregua e permettesse all'elicottero dei vigili del fuoco di recuperarlo.

La vicenda ha inizio sabato 18 luglio. La mucca, che pascolava nei prati a duemila metri dell'Alpe di Giaveno (in territorio del Comune di Coazze), era scivolata mentre cercava di dissetarsi ed era ruzzolata per un centinaio di metri fermandosi sul greto del Lago Blu, ancora ricoperto di neve, senza possibilità di muoversi. Per due volte i vigili del fuoco del distaccamento di Giaveno, con l'aiuto di un elicottero, avevano tentato di recuperarla, ma sempre la nebbia aveva vanificato gli interventi.

Solo lunedì scorso i pompieri sono riusciti ad avvolgerla in una rete e a portarla in salvo, approfittando di uno squarcio di azzurro che ha permesso all'elicottero di arrivare, caricare l'animale e ripartire. Ma intanto per dieci giorni lui, Angelo Rege, Angelino per gli amici, 50 anni, una moglie e sette figli, ha fatto la spola tra la baita-base a 1350 metri della borgata Palè e il luogo dell'incidente: una dura camminata su una salita ripida ripida e poi la discesa verso il lago, per abbeverare e foraggiare Fiòca: «Una fatica di due ore per raggiungerla - racconta -. Il primo giorno era impaurita, le ho steccato la zampa. Poi ho cominciato a carezzarla, le ho dato erba e acqua. E' diventata quieta e ogni giorno sembrava mi aspettasse».

L'ha anche vegliata per evitare che venisse aggredita dai lupi: «Tre anni fa - ricorda Rege - mi era capitato un episodio simile. Una mia mucca era caduta ed era rimasta immobilizzata. Il mattino dopo, quando sono andato per portarle foraggio e acqua, l'ho trovata mezza sbranata. La veterinaria mi disse che era stata assalita da almeno quattro lupi. I lupi in genere non attaccano le mucche, ma se si accorgono che una di loro è immobilizzata e non può reagire, riescono a sopraffarla».

Fiòca dopo un giorno di cure cerca di stare in piedi, ma la zampa non riesce ancora a reggere a lungo il peso, e allora lei, anche perché gravida, si corica sul prato mentre Angelino la passa una mano sul muso: «Se non hai la passione per gli animali e pensi di fare questo mestiere per i soldi hai sbagliato tutto - dice il margaro -. Quello che uno guadagna con i prodotti come formaggi, latte e burro, basta appena a compensare le spese e non ripaga la nostra fatica».

E racconta di questo amore ereditato dal padre, che aveva acquistato una cascina a Giaveno e che d'estate portava gli animali a brucare l'erba dell'alta valle. Ora lui conduce 118 mucche e nell'azienda lavorano la moglie Maura, i figli Andrea, Giuseppe e Luca. Le figlie, invece (Stefania, Roberta, Cristina e Francesca), hanno scelto altre strade. Fiòca intanto un po' alla volta si riprende: già le hanno liberato la zampa steccata e si sta riabituando a camminare sui prati. Fra dieci giorni verrà riportata in alta montagna e riassaporerà quell'erba che quest'anno dicono sia ottima dopo la grande nevicata.




HA COLLABORATO Giuseppe Maritano

Vi spiego come l’Ingegnere mi ha rovinato

di Redazione

di Antonio Taormina

Caro direttore,


mi rivolgo a lei per rendere pubblico quanto due «moralisti» come Carlo De Benedetti (con la sua società «Cdb web tech») e Renato Soru (con la sua «Tiscali») hanno perpetrato ai danni dei loro azionisti.

Mi chiamo Antonio Taormina e vivo a Latina, dove sono un pittore molto noto. Alla fine degli Anni Novanta ebbi la sventura d'investire in Borsa tutto ciò che avevo (una parte erano soldi ricevuti in eredità dopo la scomparsa dei miei genitori) e anche ciò che non avevo (chiesi e ottenni dalla mia banca 140 milioni di lire).


Acquistai dunque 2mila azioni di una società quotata in borsa: «Tecnodiffusione» di Bruno Kraft. In quel periodo leggevo assiduamente Il Sole 24Ore e i settimanali finanziari Milano Finanza e Borsa & Valori. Ebbene, tutti sottolineavano l'elevatissima redditività, le continue acquisizioni e l'ottimo stato di salute di questa società.


Sempre in quel periodo, Raitre - nella prima fascia pomeridiana - intervistò in un nuovo programma proprio Bruno Kraft: venne presentato con tutti gli onori come colui che aveva rilanciato il settore dei computer in Italia, colui che aveva rilevato la fallimentare Olivetti facendola risorgere come una sorta di araba fenice. La vicenda di questa società ha lasciato sbigottiti tutti noi piccoli azionisti: nel 2000 passò in amministrazione controllata per poi fallire attorno al 2004. Mi piacerebbe sapere che tenore di vita conduce ora Bruno Kraft, se stia vivendo la mia stessa povertà, in mestizia e vergogna, da fallito.

Un discorso del tutto diverso lo meritano «il gatto e la volpe», i moralisti Carlo De Benedetti e Renato Soru. L'editore della Repubblica-Espresso, in pieno marasma di new economy, all'inizio del Duemila pensò di creare una società che portava il suo nome e cognome: «Cdb web tech». Il titolo esordì in Borsa a 82 euro. Io acquistai in diverse tranche iniziando da 55 euro l'una per circa 2.300 azioni, investendo circa 123.000 euro. 

Dopo pochi mesi questo titolo scese fino a 2 euro per azione. Due anni fa De Benedetti cedette «Cdb web tech» al gruppo finanziario-editoriale De Agostini, facendo così cambiare anche il nome della società, che ora si chiama «Dea capital». Ebbe un'idea geniale: ai vecchi azionisti regalò, per ogni due azioni «Cdb», un'azione di una sua nuova società dal nome altisonante: Management&capitali.

Sa quanto valgono le mie azioni - che voglio continuare a chiamare «Cdb» - più quelle regalatemi? Direttore non svenga: circa 3mila euro. Io gli ho dato 123mila euro (nel Duemila a Latina ci si compravano due appartamenti) e lui mi ridà 3mila euro.


Ora, direttore, come si fa a non sospettare che De Benedetti, nei giorni del rialzo in Borsa del suo titolo, non abbia fatto acquistare le sue stesse azioni facendo il gioco al rialzo, per poi vendere una buona parte delle sue azioni? È indimostrabile, ma è ciò che tutti gli azionisti hanno pensato.

Ora passiamo al «gatto», Renato Soru, fondatore di Tiscali ed editore dell'Unità. Sempre all'inizio del Duemila, acquistai circa mille azioni Tiscali dopo che il titolo aveva raggiunto quote vicino a 150 euro, io ne acquistai circa mille in una fase discendente a circa 55euro, per un valore totale di circa 55mila euro. Anche questo titolo seguì una parabola discendente fino a raggiungere quota 2 euro l'una. Due anni fa viene fatta un'offerta ai possessori delle azioni Tiscali: ogni 17 azioni già possedute, ne venivano offerte 6 al costo di favore di un euro. Mi feci prestare i soldi ed aderii all'offerta.


Sa quanto valgono ora le mie vecchie azioni Tiscali più le nuove? Circa 366 euro. Cioè: io nel Duemila gli ho dato una cifra con la quale nella mia città ti potevi comprare un appartamento e oggi non ci posso nemmeno acquistare un frigorifero.

Qualche mese fa, in pieno disastro finanziario, l'ex direttore del Tg1, Gianni Riotta, chi invita nel suo studio subito dopo il tg? Ma Carlo De Benedetti, al quale chiedeva «ricette» per uscire dalla crisi finanziaria. Proprio a lui! E la cosa si è ripetuta recentemente con Lucia Annunziata a In mezz'ora su Raitre. Ho provato sgomento. Come quando, qualche anno fa, Renato Soru - con il titolo della sua azienda che valeva 2 euro - annunciò di scendere in politica. Ma scendi dove? Io ti ho dato il mio sangue e tu invece di darti da fare, di lavorare nella tua azienda, visto che hai tradito le nostre aspettative di azionisti Tiscali, te ne vai a fare il governatore? In campagna elettorale per le elezioni regionali in Sardegna, Silvio Berlusconi si è riferito a Soru dicendo che l'imprenditore si sarebbe dovuto vergognare per aver rovinato la vita a tanta gente. Immagino si riferisse agli azionisti Tiscali, ma è stata l'unica volta che ho sentito una critica a Soru, che venne invece invitato da Daria Bignardi nel suo programma tv: nessuna domanda, però, sugli azionisti ai quali ha rovinato la vita.

Ho raccontato la mia storia sulla bacheca web del governatore del Lazio, Piero Marrazzo, che tanto deve del suo successo politico proprio al suo programma su Raitre in difesa dei consumatori. Non mi ha mai risposto.

Ma io continuo in questa mia battaglia solitaria. La Repubblica e L'Unità non si occupano dei propri editori che a tantissimi azionisti hanno rovinato la vita. Per loro non c'è neanche l'attenzione della pur brava Milena Gabanelli. Anzi, «il gatto e la volpe» sembrano i paladini della morale nazionale.

Caro direttore, è vero che non ci sono prove di loro speculazioni, ma rimane la loro responsabilità politica e soprattutto morale verso migliaia di risparmiatori che come me hanno investito nelle loro aziende ricevendo in cambio umiliazione, disperazione, depressione.


Liti e furti tra suore di clausura

di Gian Marco Chiocci


Gubbio - Non porgono l'altra guancia. Non perdonano. Pregano sì, ma chi i carabinieri, chi la magistratura, di risolvere una volta per tutte a loro favore la controversia religioso- giudiziaria che si trascina nel silente monastero Buon Gesù delle clarisse cappuccine sacramentarie di Gubbio. Qui due fazioni di suore di clausura si stanno massacrando con maldicenze, ingiurie irripetibili, umiliazioni, spintoni in refettorio, accuse di omosessualità, persino di ruberie.

Una delle tre sorelle bandite dalle gerarchie ecclesiastiche, poco prima del forzato trasferimento ai cappuccini di via Veneto a Roma, lamenta il furto di gioielli regolarmente catalogati all'ingresso nel convento di Gubbio per un valore di un milione e 100mila euro: tre crocifissi di rubini, oro e brillanti, cinque medaglie raffiguranti la Vergine Maria tempestate di acque marine e smeraldi, cinque scapolari d'oro guarniti di pietre preziose, tre grosse catene inoro e molti altri oggetti preziosi, frutto di un'eredità lasciata da mamma e papà, possidenti benestanti.

Furto aggravato, l'accusa ipotizzata. In risposta, le madri superiore hanno mandato (invano) ic arabinieri a perquisire le stanze del trio ribelle, imputando loro il furto di misteriosi e imprecisati «documenti». Insomma, nella quieta della comunità religiosa allocata nella terra di San Francesco e il lupo, l'autorità giudiziaria e quella vaticana sono state costrette a intervenire in religioso silenzio.

Protagoniste dell'affaire, una sorella messicana, Maria, una novizia spagnola, Maria Soledad, e un'altra colombiana, Alicia. Che al termine dell'ennesimo affronto hanno preso coraggio denunciando le superiori e le alte autorità ecclesiastiche colpevoli di averle denigrate, diffamate, insultate e calunniate. Per oltrepassare l'invalicabile muro della clausura e recapitare in Procura l'esposto con l'esposizione delle prepotenze subite e i dettagli della refurtiva introvabile, le tre clarisse si sono affidate all'avvocato Carlo Taormina. Che ha subito inoltrato un atto di denuncia-querela basato - scrivono le sorelle nell'esposto - su un piano strategico finalizzato ad allontanare le tre suore dal convento per impossessarsi dei gioielli.

La guerra interna, inizialmente a bassa intensità, deflagra in poco tempo. Il clima si fa presto ostile tanto che le tre clarisse si rivolgono al commissario pontificio per essere spostate in un'altra comunità. Anche suor Chiara, «maestra delle postulanti e delle novizie», e la madre badessa, suor Pace Celedòn, scrivono alla Civcsva (Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica) per chiedere di potersi allontanare per tre anni dal monastero. Nessuno risponde. Fino a che, il 26 ottobre del 2007, viene imposta per decreto «la dimissione» delle novizie, evitata grazie all'intercessione della madre badessa, suor Pace, convinta della loro sincera vocazione. Ma la contesa non si ferma.

Al monastero viene inviato un commissario pontificio, suor Maria Daniela Pozzi. Se suor Chiara e suor Pace testimoniano dell'assoluta bontà della fede delle novizie, il commissario, che in un primo momento - dicono le tre suore - le aveva apprezzate, dopo il loro allontanamento del 3 giugno2008, le definisce «assolutamente inadatte alla vita religiosa» e fa in modo che il suo parere viaggi di convento in convento. La madre badessa, suor Pace, con l'arrivo del commissario capovolge le sue convinzioni e il vescovo di Gubbio, Mario Ceccobelli - sempre a dette delle tre suore - riunisce i parroci della sua diocesi invitandoli a non dare loro ospitalità.

Intanto la Civcsva diffonde la notiziadella «dimissione forzata» delle novizie, scelta di norma compiuta verso chi crea scandalo o ha gravi turbe psichiche. Le tre sorelle sono certe che l'offensiva è finalizzata a tenersi il bottino contenuto, racconta suor Alicia a verbale, in una scatola. Oltre che a suor Pace, i gioielli erano stati mostrati a suor Chiara che li conservava in contenitori sigillati alla presenza del commissario pontificio, suor Daniela Pozzi, e delle consorelle Bernardetta, Veronicae Carmen. Tutti i beni vennero poi affidati al padre provinciale di Assisi.

Una volta allontanate dal convento,le tre sorelle incaricano un loro amico, ignaro del contenuto dei bagagli, di andare a ritirarli. Ma «all'apertura della cassetta che avrebbe dovuto contenere i preziosi- insiste suor Alicia - notammo subito che era stata aperta e rimossa del contenuto ». Secondo il loro racconto, suor Pozzi, il commissario pontificio, in un primo momento sostenne di aver tenuto alcune scatole per sé, poi di averle consegnate alla Congregazione dei religiosi a Roma. Misteri della fede. Nel frattempo le tre sorelle vengono messe all'indice. Anche quei pochi «superiori» che avevano provato a dar loro ospitalità, girano le spalle. 

Le porte dei conventi si chiudono. Il 30 luglio è il termine ultimo per il trasloco delle sorelle in una nuova comunità, trasferimento che deve essere autorizzato dai vertici vaticani pena l'allontanamento dall'ordine e la fine della loro vocazione. Solo padre Francisco Iglesias, cappuccino dei frati minori di via Piemonte a Roma, resiste alle sollecitazioni. Difende le esiliate. Lecura. Offre loro ospitalità. Dopodiché viene preso e trasferito pure lui, in Spagna.

Prima di andarsene lascia ai posteri questo messaggio autografo: «Dal punto di vista umano e religioso, ritengo che le tre sorelle, secondo la logica di Dio, meritino davvero di una parola conclusiva che restituisc aloro la buona fama, la dignità e la giustizia, che sono loro dovute, spalancandole la porta di qualsiasi monastero...».

Cina, vite schedate e rubate: Ecco i giovani senza identità

di Matteo Buffolo



Che la burocrazia cinese fosse efficiente, meticolosa e tenesse nota di tutto è risaputo. Che in Cina capitino fenomeni di corruzione, anche. Che tutta la vita di una persona, iscrizione al Partito comunista, scuole fatte, voti presi, valutazioni, ogni documento ufficiale riguardante i suoi studi, fossero contenuti in un faldone, è già meno noto. Che questi faldoni a volte scompaiano e giovani laureati, magari fra i più brillanti, si trovino all'improvviso privati di anni di fatica e di studio è ancora meno risaputo. Eppure in Cina accade, e accade sempre più spesso. È successo, per esempio, a Xue Longlong, e assieme a lui ad altri dieci laureati nel 2006: tutti con voti record, tutti, come racconta il New York Times, figli di famiglie povere della zona del Fiume Giallo.


Questi fascicoli, noti come «dangan», appunto per la loro importanza, fondamentale ad esempio per trovare lavoro, sono chiusi al sicuro in scuole, edifici governativi o posti di lavoro: una soluzione che dovrebbe garantire che non scompaiano misteriosamente. Eppure, spariscono lo stesso. Colpa di un trasloco dal primo al secondo piano di un edificio governativo, hanno spiegato le autorità ad un esterrefatto Xue Longlong. Sparendo, si sono portate via anche il lavoro per cui si era preparato: un posto da manager in una società petrolifera statale. Posto che andrà a qualcuno che magari improvvisamente si troverà con le credenziali giuste. Pagandole dai 2500 ai 5000 euro, la cifra pagata da un funzionario governativo per rubare l'identità di un compagno di classe del figlio, in modo che potesse accedere a un'università migliore usando i risultati del compagno.


«Se non ce l'hai, semplicemente dimenticane - racconta amaro Wang Jindong, un 27enne che ha fatto la stessa fine di Xue e si è visto sparire la sua cartella -. Non importa cosa sai fare, nessuno ti assumerà. Anzi, ti prenderanno pure per matto». Lui puntava a lavorare in un gigante della chimica, mentre ora è finito a fare il muratore, con contratti giornalieri e guadagna meno di 10 euro alla settimana. E non è che non abbia provato a combattere per riavere indietro la sua identità. Come lui tanti altri, per anni, assieme ad amici e parenti hanno provato a bussare a ogni porta, a chiedere aiuto a burocrati e funzionari del partito di ogni livello. Senza ottenere risultato, ma anzi, sortendo l'effetto opposto e venendo perseguitati dalla polizia. Lo scorso febbraio, mentre cercavano di fare una petizione al governo nazionale, cinque genitori sono stati arrestati e detenuti per nove giorni in una galera non ufficiale di Pechino. «Siamo così esausti - ha raccontato in lacrime ai reporter del New York Times Song Heping, madre di un giovane il cui dangan è misteriosamente scomparso -. Non solo i colpevoli non sono stati puniti, ma sono stati anche assolti».


E spesso questi furti, che accadono alle spalle dei giovani provenienti da famiglie meno ricche, si trasformano in un dramma familiare: perché i genitori si indebitano per aiutare i figli, sperando poi che i loro studi si rivelino un investimento. Come nel caso di Xue Longlong, i cui genitori si sono indebitati di 1000 euro l'anno, puntando tutto sullo stipendio che il figlio avrebbe preso una volta entrato nell'azienda petrolifera statale a cui puntava. I suoi 700 euro al mese avrebbero non solo ripagato il debito in fretta, ma anche aiutato tutto il nucleo familiare. E invece ora nei guai sono finiti anche loro, con un debito da qualche migliaio di dollari e una figlia che non vuole più studiare perché «mio fratello è andato al college, e non è servito a niente. Perché dovrei continuare?».



Giustizia, De Magistris in aspettativa

«il mestiere di magistrato non è un abito che si dismette e si butta via»


L'eurodeputato: «Lascerò la toga, ma i tempi delle dimissioni non me li faccio dettare da nessuno»



ROMA- La magistratura non la lascia. Almeno per ora. L'ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, adesso eurodeputato con l'Italia dei valori, all'annuncio della sua candidatura aveva definito la propria scelta irreversibile, spiegando che non sarebbe più tornato a indossare la toga. Adesso, invece, torna sui suoi passi: non lascia la toga, ma chiede e ottiene una aspettativa. Il Csm, infatti, ha dato il via libera a partire dal 14 luglio e per tutta la durata del mandato. Un «atto dovuto», spiegano a Palazzo dei marescialli.

LA SCELTA- «Il mestiere di magistrato che ho svolto per quindici anni non è un abito che si dismette e si getta via», lo scrive De Magistris sul suo sito internet (www.luigidemagistris.it). Per lui, questo lavoro «è un sentire, una aspirazione, una vocazione che permane, una volta maturata, per tutta la vita. Mi sento magistrato dentro e sempre mi sentirò tale. Purtroppo, mi è stato impedito di continuare a svolgere questo mestiere e ne ho dovuto prendere atto. Detto questo, confermo che non rientrerò in magistratura e che mi dimetterò. 

Ma i tempi delle mie dimissioni non me li farò indicare o dettare da nessuno, se non dalla mia coscienza». L'ormai ex magistrato ci tiene a precisare che « sono in aspettativa senza retribuzioni e senza contributi e, visto che mi dimetterò, anche la progressione di anzianità non avrà valore. Per quanto riguarda il presunto 'lodò di cui potrei usufruire perchè in aspettativa, si tratta di una notizia infondata: i processi disciplinari a cui sono sottoposto non vengono azzerati dall'aspettativa, al contrario lo sarebbero dalle dimissioni».

LE REAZIONI- «È molto grave che i magistrati che entrano in politica possano un giorno fare rientro nella categoria. La terzietà non è più un valore. Il caso De Magistris ne è sinistra conferma». Lo sottolinea in una nota Francesco Storace, segretario nazionale de La Destra.




28 luglio 2009

Poliziotti indagati per depistaggio

L'inchiesta Dopo le rivelazioni del boss Spatuzza cresce la lista degli accusati anche per l'omicidio Borsellino

Un pentito che ha ritrattato: mi hanno costretto a confessare


DAL NOSTRO INVIATO


CALTANISSETTA - C'è l'inchie­sta sulla strage e c'è l'inchiesta sul­le indagini svolte 17 anni fa, per la stessa strage. A questo sdoppia­mento è giunto il lavoro dei magi­strati di Caltanissetta intorno all'ec­cidio del 19 luglio 1992, nel quale morirono Paolo Borsellino e cin­que agenti della sua scorta. Strage mafiosa ma non solo, come quasi tutti ormai pensano; strage con eventuali «mandanti occulti» non individuati; strage con alcuni col­pevoli condannati da sentenze defi­nitive, ma forse non tutti davvero colpevoli. Ecco perché le inchieste sono ancora aperte.

Da un lato si cercano i responsa­bili rimasti impuniti, di tutte le ca­tegorie. Tra gli «uomini d'onore» rimasti fuori dalle precedenti inda­gini, le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza - boss del quar­tiere palermitano di Brancaccio, che riempie verbali su verbali da un anno, dopo averne trascorsi 11 a regime di «carcere duro» - hanno portato ad almeno un nuovo inda­gato; su di lui sono in corso accerta­menti e riscontri alle accuse del nuovo collaboratore di giustizia. Oltre la mafia, nel campo di ipotiz­zate collusioni e del ruolo di possi­bili «apparati deviati dello Stato», compresi esponenti dei servizi se­greti, la situazione è più comples­sa; si continua a scavare su coinci­denze, parentele, contatti telefoni­ci sospetti emersi nei processi già celebrati, per tentare di arrivare a conclusioni più concrete.

Dall'altro lato gli inquirenti gui­dati dal procuratore Sergio Lari hanno riaperto il capitolo delle in­chieste avviate nel '92, subito dopo la strage. Quelle che hanno portato a tre diversi processi e alle senten­ze confermate dalla Cassazione. Ora una parte di quella verità giudi­ziaria potrebbe essere riscritta, pro­prio a partire dalle dichiarazioni di Spatuzza, dai riscontri effettuati e dalle conseguenti ritrattazioni di al­meno un altro pentito, vero o pre­sunto che sia.

Il neo-collaboratore - autore tra gli altri delitti dell'omicidio di padre Pino Puglisi, il parroco anti­mafia di Brancaccio ucciso nel 1993 - ha svelato di essere l'auto­re del furto della Fiat 126 utilizzata per fabbricare l'auto-bomba esplo­sa in via D'Amelio. Offrendo indica­zioni precise, puntualmente verifi­cate. Del furto s'era accusato, nel 1992, tale Salvatore Candura, mez­zo balordo e mezzo mafioso che og­gi, di fronte alle rivelazioni di Spa­tuzza, confessa di essersi inventato tutto.

O meglio, di aver ripetuto ciò che alcuni investigatori lo ave­vano costretto a riferire ai magi­strati. Di qui la nuova indagine aperta dalla Procura di Caltanisset­ta a carico di quegli investigatori: i nomi di due o tre poliziotti che fa­cevano parte del Gruppo investiga­tivo Falcone-Borsellino, creato al­l'indomani delle stragi, sono già fi­niti sul registro degli indagati. Ipo­tesi di reato, calunnia.

Di fatto si ipotizza un possibile depistaggio messo in atto con le fal­se dichiarazioni di Candura, che hanno portato alle confessioni del­l'altro «pentito» Vincenzo Scaranti­no, su cui sono fondate parte delle condanne confermate in Cassazio­ne; confessioni false, se sono vere quelle di Spatuzza e ora di Candu­ra. Indotte dagli investigatori, se­condo la nuova ricostruzione di quest'ultimo. I magistrati nisseni hanno riassunto la situazione nel parere col quale hanno aderito alla proposta di protezione per Spatuz­za; lì scrivono che uno dei riscontri alle dichiarazioni del neo-pentito consiste proprio nella ritrattazione di Candura. Il quale «ha formulato pesanti accuse nei confronti di al­cuni esponenti della Polizia di Sta­to, a suo dire responsabili di averlo indotto a dichiarare il falso».

Ipotesi grave e inquietante. Per­ché il depistaggio, qualora fosse re­almente stato organizzato come fa credere Candura, dovrebbe avere un movente. Dev'essere il frutto di una decisione presa a tavolino nel­le settimane immediatamente suc­cessive all'eliminazione di Paolo Borsellino (e due mesi dopo la mor­te di Falcone nella strage di Capa­ci), per indirizzare le indagini su una falsa verità consacrata fino al verdetto della Cassazione. Per qua­le motivo? Per coprire quale realtà alternativa? E con l'avallo, o su mandato, di chi? A quale livello po­litico o investigativo?

Sono tutte domande alle quali dovrebbe rispondere l'inchiesta, se dovesse accertare che Candura, ora, non mente più. Ma resta aper­ta anche l'altra ipotesi, e cioè che lui allora si sia autoaccusato per sua libera scelta, tirando in ballo un personaggio come Scarantino (sulla cui attendibilità molti hanno nutrito dubbi, a cominciare dal pubblico ministero Ilda Boccassini che li mise nero su bianco nel 1994, al momento di lasciare Calta­nissetta) senza chiamare in causa mafiosi di ben altro profilo.

Anche Candura è indagato nel nuovo pro­cedimento (l'ipotesi di reato è auto­calunnia), in attesa che gli accerta­menti portino a fare un po' di chia­rezza sull'intricata vicenda. E con lui, Scarantino, che anche di fronte alla nuova verità di Spatuzza ha in­vece confermato quanto dichiarato nelle indagini e nei processi prece­denti. Lo ha fatto negli interrogato­ri e durante il confronto con il neo-pentito, seppure dopo qual­che minuto di riflessione.

Nell'ambito dell'indagine sui po­liziotti accusati di aver «imbocca­to » Candura sono già stati ascoltati come testimoni alcuni magistrati che fra il '92 e il '94 si occuparono delle indagini sulla strage di via d'Amelio, tra i quali la stessa Boc­cassini, Carmelo Petralia e Paolo Giordano. Gli accertamenti prose­guono per tentare di venire a capo, a 17 anni dai fatti, del presunto de­pistaggio sulla più misteriosa delle stragi di mafia del '92-'93; oppure, se le accuse si rivelassero false, del depistaggio messo in atto oggi,


Giovanni Bianconi


29 luglio 2009