lunedì 27 luglio 2009

La proposta austriaca: "Annettere l'Alto Adige" Scoppia subito la polemica

di Redazione


Bolzano - Il vicepresidente del Parlamento austriaco, Martin Graf, appartenente al partito di estrema destra Fpoe, è finito nel fuoco incrociato e bipartisan delle critiche nel suo Paese per aver chiesto lo svolgimento di un referendum sull'annessione all'Austria dell'Alto Adige-Suedtirol. La Svp respinge al mittente la proposta giudicandola, secondo le parole del presidente della Provincia, Luis Durnwalder, "irrealistica e irresponsabile".

La proposta del parlamentare L'incidente è nato dopo che sulla stampa domenicale, l'esponente Graf, uno dei tre vicepresidenti del Parlamento austriaco aveva sottolineato che l'Alto Adige è "per il momento" un territorio italiano e che bisogna consultare i residenti del Tirolo su una riunificazione con l'Austria. L'Alto Adige-Suedtirol, territorio prevalentemente germanofono, fa parte dell'Italia dal 1919, quando venne scorporato dall'impero Asburgico dopo la vittoria italiana nella prima guerra mondiale.

Il Trentino-Alto Adige si divide Mostrano maggiore entusiasmo le forze di opposizione del gruppo linguistico tedesco. "Il bicentenario della lotta per la libertà del Tirolo è una buona occasione per immaginare un futuro Sudtirolo senza l'Italia", ha detto Sven Knoll di Suedtirol Freiheit, il partito di Eva Klotz. Sulla stessa lunghezza d'onda Harald Gruenbacher dell'Union fuer Suedtirol, secondo il quale "una parte sempre più ampia della popolazione si dichiara per la libertà politica della provincia". "Finché l'Italia rispetterà l'accordo Degasperi-Gruber, non c'è ragione di cambiare strada", ribatte il presidente Durnwalder, con il sostegno del Capitano del Tirolo, Guenther Platter che boccia la proposta di Graf ed invita "a guardare avanti superando le divisioni dei confini del passato".

Bufera in Austria Tuona il ministro austriaco degli Affari esteri, Michael Spindelegger: "Quelli che credono di risolvere i problemi di domani con le idee di ieri si sbagliano di grosso. Ho già chiesto diversi mesi fa, le dimissioni di Martin Graf dal suo posto di vice-presidente del Parlamento perchè non ha le distanze sufficienti dall'ideologia di estrema destra. La mia posizione non è cambiata". La richiesta di dimissioni dell'esponente cristiano democratico è sostenuta da socialdemocratici, partner dei conservatori nella coalizione bipartisan al governo, e Verdi. Perfino i "Gruenen", gli ecologisti austriaci, hanno perso la pazienza chiedendo nuovamente ai conservatori di non porre più ostacoli a una legge che permetta al Parlamento di revocare uno dei suoi vice-presidenti.

Torino, blitz notturni per razziare gli alcolici: arrestati 4 minorenni

di Redazione



Torino - A volto coperto compivano blitz notturni in un chiosco a caccia di alcolici, vivande e denaro. I carabinieri di Torino hanno denunciato per furto aggravato e continuato sei giovani di cui quattro minorenni che sono stati ripresi da un video intenti a rubare. I giovani hanno tutti confessato i numerosi raid compiuti in un mese.

Blitz e coma etilico Uno dei giovani fermati, un minorenne di 15 anni una settimana fa era andato in coma etilico proprio a causa dell’eccessiva quantità di alcol ingerito, rhum e birra in particolare, dopo il furto. Ciò nonostante era tornato a compiere i blitz insieme ai compagni. Tutti sono stati sorpresi in flagranza: sono tutti studenti e rei confessi i sei giovani italiani, tra cui quattro minorenni, denunciati dai carabinieri per i raid notturni compiuti in un chiosco a caccia di alcolici e superalcolici. Secondo gli accertamenti dei militari, i giovani, che dopo il primo colpo effettuato a volto scoperto, accortisi della telecamera posizionata dal titolare del locale per sorprendere gli autori dei furti, hanno sempre agito mascherati, sarebbero responsabili di una cinquantina di incursioni, compiute quasi quotidianamente da giugno ai primi di luglio, quando sono stati sopresi in flaganza.

Precedenti penali Nonostante la giovane età, due dei quattro minorenni denunciati, tre di 15 e uno di 16 anni, hanno a loro carico già qualche precedente per raid vandalici e detenzione di stupefacenti. In particolare, in passato uno era stato sopreso con due piantine di marijuana che aveva anche fotografato sul telefonino, mentre a carico di un altro c’è un procedimento per lesioni.


Australia, al via lo sterminio di cammelli

d'accordo gli ambientalisti: provocano danni immensi alle piantagioni


Importati due secoli fa, oggi gli animali sono un milione e si moltiplicheranno nel giro di dieci anni


SYDNEY- È la loro casa dal 1840. Cioè da quando sono stati importati dall'Africa per trasportare merci pesanti nel deserto. Oggi però il governo australiano sta cercando una maniera per sterminarli. I cammelli sono diventato nemici pubblici: devastano piantagioni, rovinano i sacri siti degli aborigeni e sono accusati di prosciugare le riserve d'acqua in mezzo al deserto. E per eliminarli le autorità le stanno pensando proprio tutte: da uno sterminio di massa dagli elicotteri a usarli come carne da macello. Qualcuno ha anche proposto di farli uccidere dai turisti durante safari organizzati.

GLI ANIMALI- Sono stati importati dalle Canarie per quasi mezzo secolo. Fino a quando il treno ha rimpiazzato il loro lavoro. Oggi sono quasi un milione i cammelli che vivono in Australia. Una cifra che è destinata a crescere: saranno il doppio in dieci anni. E provocano danni per oltre otto milioni di euro all'anno. Anche gli ambientalisti sono s'accordo: bisogna fare qualcosa, sono diventati pericolosi per la fauna. Bisognerebbe eliminare almeno 400 mila animali per bloccare il trend di crescita.

Ed ecco che spuntano le proposte. Il governo ha destinato 10 milioni di dollari australiani (circa 600 mila euro) per cercare di risolvere il problema. Tra le opzioni più gettonate c'è anche quello di abbatterli dall'alto con gli elicotteri. Oppure si pensa ad incentivare la caccia: la carne di questi animali è commestibile e pare molto buona. Questo è un mercato che può valere fino a 580 milioni di euro. Ma il successo dipende se le autorità aborigene daranno il permesso di caccia nelle zone sacre.




27 luglio 2009

Ottantenne non vuole uscire dal carcere

Antonio Dessì, si rifiuta di lasciare la sua cella a Lanusei, in Sardegna


Il detenuto sarebbe disposto a tornare in libertà solo per rientrare a casa sua, che non è più agibile


CAGLIARI - Carcere a vita, ma per scelta. Un «fine pena mai», chiesto da Antonio Dessì, 82 anni, probabilmente il più vecchio detenuto d'Italia, che non intende lasciare la casa circondariale di Lanusei, in Ogliastra, nonostante abbia la possibilità di usufruire di una sistemazione alternativa. «Una vicenda assurda e paradossale», commenta la presidente dell'associazione Socialismo diritti e riforme, Maria Grazia Caligaris, che sta seguendo il caso. «L'uomo, attualmente piantonato in cella per le precarie condizioni di salute, è soltanto disposto a tornare nella sua abitazione, benché sia fatiscente e pericolante», sottolinea Caligaris.

IN CELLA A VITA - Inutilmente il magistrato, gli operatori sociali del Provveditorato regionale del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e un nipote hanno tentato di convincerlo, ma Dessì - che finirà di scontare la pena a marzo del prossimo anno - è irremovibile. «L'incompatibilità con il carcere - sottolinea Caligaris - è evidente ed è riconosciuta, tuttavia la volontà dell'interessato è prevalente al punto da impedire qualsiasi provvedimento da parte del magistrato di sorveglianza. La determinazione del detenuto appare incredibile anche perch é la casa circondariale di Lanusei, dove sono ristretti i detenuti responsabili di reati sessuali, è sovraffollata». I diversi sopralluoghi effettuati dai tecnici nella catapecchia dove Dessì viveva prima dell'arresto, hanno inoltre confermato che non può essere abitata, andrà invece demolita.


27 luglio 2009


Fatemi suonare le campane" L'appello di don Marino Budelacci

La vicenda giudiziaria, che dura da anni, vede il parroco di Villa Chiaviche accusato di "disturbo all’occupazione e al riposo delle persone". La sua colpa sarebbe quella di suonare le campane per le funzioni religiose, dopo lo stop del 2004 che ne vietò l'uso per scandire le ore


Cesena, 27 luglio 2009

«Se il giudice mi darà torto allora sentenzierà anche che tutti i campanili d’Italia devono tacere. Sto valutando di raccogliere 50mila firme per presentare in Parlamento una proposta di legge ad iniziativa popolare. Una legge che stabilisca che l’inquinamento acustico non sia contemplato nel caso di campanili e torri civiche per i relativi rintocchi dell’orologio.

I fedeli mi seguiranno. Già in molti (tra i 4000 residenti della parrocchia) hanno manifestato la loro solidarietà. Il problema interessa chiese e municipi di tutta la penisola. Non ci fermeremo di fronte alla decisione di un magistrato». Chi parla è don Marino Budellacci, parroco della chiesa di Villa Chiaviche — una delle 42 frazioni dell’hinterland di Cesena — al centro di una vicenda giudiziaria che ha tenuto impegnati ormai da anni magistrati, avvocati e periti.

Questa mattina è in calendario l’udienza che potrebbe metterle fine (almeno in primo grado) davanti al giudice monocratico del tribunale, Marco Dovesi. Alla sbarra il parroco, don Marino Budellacci, chiamato a rispondere di «disturbo all’occupazione e al riposo delle persone». Sotto l’occhio del mirino c’è la torre campanaria che già nell’estate del 2004 venne già parzialmente zittita dal Comune: le si consentì di annunciare gli eventi religiosi ma non di scandire lo scorrere del tempo, segnalando ore e frazioni d’ore.

Una misura – un compromesso del genere due anni prima era stato raggiunto, sempre a Cesena, per la più centrale parrocchia di San Rocco, dopo che in un primo tempo le campane furono sottoposte addirittura a sequestro preventivo – che suggellò solo un episodico armistizio perché una trentina di residenti della zona ha ritenuto di dover comunque sopportare con cristiana rassegnazione l’intensità dei rintocchi. A innescare il procedimento giudiziario con una denuncia all’autorità è stata una donna che vive a ridosso della chiesa. Fu lei, nel 2005, a portare il prete davanti al giudice.

Ora, Don Marino Budellacci rischia un’ammenda di qualche centinaia di euro, ma non solo: il magistrato potrebbe mettere definitivamente a tacere il campanile. «Il volume delle campane non si può abbassare come fosse una tivù – ha detto il parroco-. Quando una campana suona non puoi zittirla a tuo piacimento. Si tratta di campane elettroniche, messe in moto da un martelletto. E’ assurdo che i fedeli non possano essere richiamati a messa dal suono di festa delle campane: mica le faccio suonare tutto il santo giorno!».

Per limitarne gli effetti la parrocchia ha fatto installare sul campanile dei pannelli che smorzano il rumore in partenza. Per la parte civile, però, questi pannelli avrebbero risolto solo in parte il problema, senza farlo rientrare nei canoni di legge. Attesa oggi in aula la deposizione del perito del giudice, un tecnico dell’Arpa che sarà chiamato a distinguere i vari suoni del campanile di Villa Chiaviche: quello per uso civico che scandisce il tempo coi suoi rintocchi, e quello di culto che, secondo la Cassazione, prevede una tollerabilità più alta da parte dei residenti in zona.

di Annamaria Senni


Occupazione abusiva di suolo

Centocinquanta euro alla padrona che lo aveva lasciato scorrazzare liberamente sul marciapiede

Si chiama Peggy, ha quattro anni e un collarino rosa. E a colpo d'occhio nemmeno la vedi, per quanto è piccola. E' un cagnolino pincher: e ha rimediato alla proprietaria una sanzione da 150 euro. Perché è uscito sul marciapiedi senza guinzaglio. Alla padrona, comprensibilmente scossa, è stato spiegato che "occupava suolo pubblico". E lei è scoppiata in lacrime. L'episodio sta suscitando scalpore: perché Peggy è la cagnetta del condominio più bello della città: il Croce di Malta, che ospita anche uffici della Provincia e di noti professionisti.

Peggy è la cagnetta della portinaia, Ersilia Folegnani: più di trent'anni di onorato servizio, che l'hanno resa una sorta di istituzione. E lei, un paio d'ore al giorno, tiene la piccola Peggy con sé, nell'atrio del Palazzo. Tutti la conoscono, tutti la salutano: «L'atrio è il mio luogo di lavoro - spiega - Peggy trascorre molte ore in casa, nel nostro alloggio. A volte la porto giù con me: è tanto piccola, gioca con tutti, è festosa. E naturalmente si affaccia sul marciapiedi. In genere, se esco, la tengo in braccio, più ancora che al guinzaglio. Col traffico, ho paura finisca schiacciata, per quanto è piccola».

Peggy non scende dal marciapiedi antistante il palazzo: non si allontana mai dalla sua Ersilia. Certo, saltella qua e là, perché è piccola e vivace: ma con le sue dimensioni, è davvero una presenza innocua. La sanzione è scattata perché Peggy è stata notata sul marciapiedi davanti alla portineria, col solo collarino.

E il Comune, con una recente ordinanza, ha vietato a tutti i cani l'uscita da casa senza guinzaglio: si pensava che nel mirino sarebbero finiti grossi esemplari minacciosi. Invece è toccato a Peggy, e altri cagnetti di persone anziane, abituati a ciondolare con i pensionati fino ai giardinetti, senza il laccio. «Mi è stato detto solo di andare a prendere un documento, perché dovevo essere verbalizzata - spiega sconsolata Ersilia - mi hanno detto che Peggy stava occupando il suolo pubblico. Sono rimasta male, perché 150 euro sono una cifra, e mi è sembrato ingiusto».

A notare la presenza di Peggy è stata una vigilessa, di mattina sul presto: si è allontanata, poi è tornata insieme ad un collega. E poiché in quel momento Ersilia stava lavorando sul tetto, a sistemare alcune cose, è stata fatta rintracciare attraverso l'intervento dell'amministratore di condominio, il cui recapito è scritto per legge su una targa all'ingresso. «Temo dovrò rinchiudere Peggy in casa - si addolora Ersilia - per me era una compagnia: io riordino e lei zampetta. E poi piaceva proprio a tutti: si fermavano tanti bambini, per salutarla». Il caso è stato segnalato all'ufficio tutela animali, diretto da Antonietta Zarrelli: nella speranza di trovare un'intesa. Ma non è il solo. Una anziana è stata multata ai giardinetti di Mazzetta, perché aveva lanciato la pallina al suo barboncino, lasciando per qualche minuto il guinzaglio

Rissa e processo sovietico, l’ennesima faida Pd

di Francesco Cramer


Roma - Se a livello centrale il Pd è allo sbando, a quello periferico è già capottato. Si prenda il Molise dove il partito, non da ieri, è lacerato da una vera e propria faida intestina. E a Termoli, martedì scorso, è andato in scena uno show tragicomico. Nella sezione cittadina allestita nel centro commerciale «Lo Scrigno» si sono visti interrogatori stile Pcus, insulti e risse. Una bagarre in piena regola terminata, come si conviene, con l'intervento dei carabinieri.

Tutto inizia alle 20 quando, nell'ultima ora utile per aderire al partito di Franceschini, si presentano il sindaco di Termoli, Vincenzo Greco, e due consiglieri ex Udeur, Antonio Giuditta e Gabriele Petrella. Il primo, importante esponente del centrosinistra, tuttavia non ha mai avuto alcuna tessera in tasca. Gli altri hanno detto addio a Mastella, reo di essersi spostato a destra. Il gruppetto piomba davanti ai vertici locali del Pd, guidati da Antonella Occhionero, e parte l'insolito esame. Test curioso, visto che nella giunta e nella maggioranza che regge Greco sono presenti diversi esponenti piddini. 

Il colloquio si trasforma presto in un interrogatorio e la tensione sale alle stelle. Lì dentro c'è chi la tessera non gliela vuole proprio dare e partono gli insulti: «Sputi nel piatto dove mangi», gli rinfaccia qualcuno che lo accusa di simpatizzare per l'Idv. Il sindaco ribatte colpo su colpo ma poi crolla, cede, si alza e se ne va indignato. Accanto a lui un assessore che, più che basito, straccia persino la tessera appena sottoscritta. Il sindaco, amareggiato, si sente un po' Beppe Grillo e non risponde più al telefonino che squilla invano dopo che, presumibilmente, dall'alto è arrivato il nulla osta all'iscrizione. Forse qualcuno si è reso conto che il niet è stato un passo falso. In sezione la bagarre continua fino all'arrivo dei carabinieri ai quali gli ex udeurrini fanno verbalizzare il divieto al tesseramento.

Una bella bega per il povero Franceschini, dopo quella recente dell'affaire D'Ascanio. Pochi giorni fa, infatti, il commissario regionale del Pd, il deputato Giampiero Bocci, ha espulso dal partito otto persone. Mica pedine insignificanti: cacciati il presidente della provincia di Campobasso, Nicola D'Ascanio, l'assessore Pierpaolo Nagni, un po' di consiglieri provinciali e l'ex capogruppo Pd al comune di Campobasso, Lello Bucci. La loro colpa, secondo Bocci, l'aver appoggiato una lista che alle ultime comunali era in contrapposizione alla lista ufficiale. Piccata la replica degli epurati: «Il Pd molisano s'è trasformato in un comitato elettorale che serve solo a curare gli interessi di pochi impoverendo il partito che in pochi mesi ha perso due terzi dei consensi che aveva in Molise».

E in effetti lì il partito rischia l'estinzione, surclassato dal Pdl e cannibalizzato da Di Pietro. Alle europee Franceschini ha raggranellato un misero 12% contro il 28% dell'Idv e il 41,8% del Pdl. Alle politiche del 2008 prese il 18% e nel 2006, come Ulivo, il 29,7%. Insomma una débâcle. Di chi la colpa? In molti puntano il dito contro Roberto Ruta, ex deputato margheritino, amico di Bocci, sostenitore di Franceschini, eterno pupillo di Beppe Fioroni e vero dittatore-padrone del partito. Ma la resa dei conti in Molise continuerà anche dopo il congresso di ottobre. In vista due date: tra due anni si vota per le regionali e pochi mesi prima è prevista anche l'elezione del nuovo presidente della provincia di Campobasso. Chi prende in mano oggi il partito laggiù gestirà candidature e alleanze.

Matrimoni di comodo: ogni due nozze miste una unione è fasulla

di Pietro Vernizzi


Milano - Il racket delle nozze truffaldine prospera all'ombra della Madonnina. Sono 496 i finti matrimoni celebrati in un anno nel Comune di Milano, di cui 94 scoperti dai vigili e 402 dalla polizia di Stato. Uno specchio di quello che succede in tutta Italia, amplificato dai grandi numeri che il fenomeno assume nella metropoli lombarda: basti pensare che in provincia di Milano vive il 12,5% dei clandestini presenti nella Penisola e che il 57% degli stranieri dell'intera provincia è concentrato in città. E quello che si è sviluppato è un vero e proprio affare milionario, dal momento che per ciascuna di queste nozze fasulle un extracomunitario paga non meno di 10mila euro. 

Una realtà nascosta con un indotto da circa 5 milioni di euro che stenta a venire alla luce, anche se i dati forniti dalle forze dell'ordine parlano chiaro: un matrimonio misto su due (a Milano in tutto 894 in un anno) è combinato. E non sempre per smascherare i finti innamorati occorrono lunghe indagini. In molti casi, è sufficiente rendersi conto che i due non solo non si conoscono e magari si vedono per la prima volta durante la cerimonia, ma addirittura non si capiscono perché parlano lingue diverse. È il metodo usato dai vigili per scoprirli, spesso intervenendo su segnalazione dei consiglieri comunali che celebrano le nozze civili. Mentre come rivela Giuseppe De Angelis, dirigente dell'ufficio Immigrazione della questura di Milano, «la polizia opera in modo diverso, verificando se dopo il matrimonio i coniugi della coppia mista convivano davvero, annullando in media il 40/50% di queste nozze».

Nel racket dei finti matrimoni spiccano le nozze tra donne romene, presumibilmente rom, e uomini nordafricani, soprattutto egiziani. Una strana coppia, verrebbe da dire, se non fosse che l'amore non conosce confini. Fatto sta che nel 2008 a Milano su 107 richieste di matrimonio tra romene e nordafricani, 61 sono state bloccate dai vigili, mentre 46 sono andate a buon fine. Una percentuale di finti matrimoni pari al 57% che avvalora il sospetto che sotto ci sia qualche traffico. Anche perché dal 2007 la Romania è entrata nell'Ue e dunque sposare una donna rom è il metodo più semplice per acquisire la cittadinanza comunitaria e poter girare per tutta l'Europa. Tanto che se tra 2000 e 2006 le nozze celebrate a Milano tra romene e nordafricani sono state due in tutto, nel 2007 sono diventate otto e nel 2008 addirittura 46. Mentre tra le altre nazionalità ai vertici della classifica spiccano i matrimoni tra gli uomini marocchini e le donne italiane e tra gli uomini italiani e le donne ucraine.

A spiegare come nasca il fenomeno è il vicesindaco, Riccardo De Corato, per il quale «a Milano operano organizzazioni criminali che offrono a chi vuole arrivare in Italia un pacchetto «tutto compreso» che include il viaggio, l'appartamento affittato in nero e il matrimonio per regolarizzare la propria posizione. Questo sistema truffaldino è in espansione ed è destinato a ingigantirsi nei prossimi mesi per aggirare i vincoli più severi posti dal decreto sicurezza. Occorre dunque affidare ai responsabili delle anagrafi comunali maggiori poteri di indagine». Ad avvalorare questa analisi è anche il comando provinciale dei carabinieri, che sottolinea come «dietro a ogni finto matrimonio ci sono sempre molti fiancheggiatori e almeno quattro o cinque intermediari che mettono in contatto la donna clandestina con l'uomo italiano, proponendo a quest'ultimo una somma di denaro».