domenica 26 luglio 2009

Raul Castro: cubani, basta lamentele per l'embargo Usa, lavorate di più nei campi

di Redazione


Holguin - Il presidente Raul Castro ha esortato i cubani a lamentarsi di meno per l'embargo degli Stati Uniti e a lavorare di più, in particola le terre incolte per non dipendere dall'importazione di alimenti, per i quali il Paese deve pagare sempre di più a causa della crisi. Nel suo discorso per il 26 luglio, anniversario dell'assalto nel 1953 alla caserma Moncada da parte di Fidel Castro considerato l'inizio della rivoluzione e che è la festa politica più importante dell'isola, durato 35 minuti, Raul non ha fatto alcun riferimento alla nuova amministrazione di Washington né a nessuna questione di politica internazionale.

"La terra è lì e qui ci siamo noi cubani. Dobbiamo lavorare assieme. Vedremo se lavoriamo o meno. Non si tratta di urlare patria o morte, abbasso l'imperialismo, l'embargo ci colpisce e nel frattempo la terra sta lì, aspettando il nostro sudore", ha proclamato Raul. Il presidente, il cui discorso è stato trasmesso in tv, ha parlato davanti a 200 mila persone nella piazza Calixto Garcia di Holguin (circa 800 km a est dell'Avana). In prima fila c'erano il primo vicepresidente José Ramon Machado Ventura, il vice presidente Esteban Lazo, e il presidente dell'Assemblea nazionale (parlamento) Ricardo Alarcon.

La produzione delle terre è una "priorità strategica" e "una questione di sicurezza nazionale", ha sottolineato Raul. Cuba importa l'85% degli alimenti che consuma. Raul ha approvato l'anno scorso la concessione in usufrutto delle terre incolte -circa la metà del Paese- e sono state assegnate il 39% delle terre a disposizione. "Sono poche", ha detto il presidente. 

Raul Castro, che ha compiuto 78 anni il mese scorso, ha sostituito alla guida di Cuba il fratello Fidel, 82 anni, il quale aveva pronunciato a Holguin il suo ultimo discorso tre anni fa, il 26 luglio 2006, prima di essere sottoposto a un intervento di urgenza a causa di una emorragia intestinale. Fidel ha poi lasciato la guida del Paese anche se resta primo segretario del Partito comunista cubano (Pcc). Nel suo primo discorso per la Festa della Rivoluzione, Raul aveva annunciato nel 2007 "cambiamenti strutturali", e l'anno scorso aveva chiesto sacrifici ai cubani a causa dei "tempi difficili".

Il cane cieco e il suo cane guida

Entrambi trovatelli, ora cercano casa: ma dovranno essere adottati insieme


Spopola sui media britannici la storia di due inseparabili border collie: lui non vede, la compagna lo aiuta


MILANO - Loro sono un duo fuori dal comune: nella contea inglese di Norfolk i tabloid britannici hanno scovato due border collie, dei quali uno è cieco e l'altro un cane da guida per ciechi. Suona come una di quelle storie strappalacrime Disney raccontate da Hollywood: un cane cieco e il suo cane da guida, Bonnie e Clyde, questi i loro nomi, aspettano in un canile inglese l'arrivo di un padroncino.


IL RITROVAMENTO - Gli inseparabili collie vagavano sotto la pioggia incessante nelle campagne inglesi fino a quando, nei pressi di una strada provinciale, sono stati catturati dai collaboratori di un centro soccorso animali, racconta il Daily Mail. All'inizio i volontari del canile non riuscivano a spiegarsi il motivo per cui uno dei due seguiva costantemente l'altro.

Poi la scoperta: Bonnie è il cane guida di Clyde, rimasto cieco a causa di una malattia degenerativa. Quando Clyde si sente insicuro, comincia a tastare dietro a Bonnie e poggia il suo muso sulla sua schiena, così che possa guidarlo», ha spiegato Cherie Cootes, una delle responsabili del canile "Meadown Green Dog Rescue Centre di Norfolk, alla Bbc -. Si fida completamente di lei». Per questo motivo bisogna trovare un'unica casa per questo inconsueto duo.

VITE INSEPARABILI - Clyde ha circa cinque anni, Bonnie due o tre. Entrambi hanno il pelo bianco e nero. E la loro storia ha fatto il giro del mondo. Da dove arrivino, non è ancora chiaro. Non avevano nessuna piastrina quando sono stati trovati. I due collie non possono vivere l'uno lontano dall'altro, ha sottolineato Cootes. «Se lei corre, tende a fermarsi, per essere sicura che lui sia con lei. Lo tiene perennemente sott'occhio. Quando stanno insieme nessuno si accorge che uno dei due non ha la vista. Quando non c'è la compagna, lui però non ha il coraggio di fare neanche un passo».


Elmar Burchia


26 luglio 2009

Cina, gli operai in rivolta uccidono un manager "No a fusione aziendale"

di Redazione


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Pechino - Circa 30.000 lavoratori di un'acciaieria cinese, che protestavano venerdì contro l'acquisizione della loro fabbrica da parte di un'altra società, hanno picchiato a morte un manager e si sono scontrati con la polizia con un bilancio di un centinaio di feriti. Lo ha reso noto oggi un gruppo per la difesa dei diritti umani.

Secondo il Centro di informazione per i diritti umani e la democrazia di Hong Kong, la notizia che la Jianlong Steel Holding Company, una azienda di Pechino, stava rilevando la quota di maggioranza della Tonghua Iron e Steel Group, statale, ha scatenato le proteste nella provincia nordorientale di Jilin. Chen Guojun, il direttore generale della Jianlong, è stato picchiato a morte dagli operai, infuriati dopo aver saputo che il manager lo scorso anno aveva guadagnato circa tre milioni di yuan (poco più di 300 mila euro), mentre gli operai della Tonghua che andranno a casa ne prenderanno 200 al mese. Un agente di polizia, scrive oggi il South China Morning Post, ha confermato gli incidenti e la morte di Chen, che aveva una quarantina d'anni.

Gli operai, che hanno bloccato anche alcune strade e distrutto tre auto della polizia, non hanno lasciato passare l'ambulanza inviata per soccorrere il dirigente. La Cina, il maggior produttore e consumatore di acciaio del mondo, sta cercando di razionalizzare il settore, ma questi progetti incontrano la forte resistenza dei lavoratori e dei governi locali, preoccupati dei contraccolpi economici in un periodo di crisi globale.

Barboni con 500 automobili

L'Asaps: troppi veicoli fuorilegge in giro, servono più controlli. Migliaia di auto intestate a prestanome: a casalinghe, barboni, cittadini stranieri privi di qualsiasi bene sul quale ci si possa rivalere


ROMA



UNA CASALINGA di Bergamo aveva 263 auto intestate a suo nome, un pirata di Roma ha ucciso un giovane motociclista guidando un'autovettura intestata a un prestanome. Due notizie di cronaca che parlano di altrettanti reati, e che segnalano un fenomeno diffuso e inquietante.

Migliaia di auto circolano nel nostro Paese intestate a prestanome: a casalinghe, barboni, cittadini stranieri privi di qualsiasi bene sul quale ci si possa rivalere per ottenere un eventuale indennizzo in caso di incidente. Il meccanismo assicura l'impunità a un sottobosco di criminali e di truffatori dei quali spesso restano vittime ignare semplici cittadini, ma anche assicurazioni o società finanziarie che prestano soldi a compratori virtuali destinati ben presto a scomparire nel nulla. Danni per milioni di euro, che si potrebbero limitare o scongiurare se solo si attuassero più adeguati controlli preventivi.

A lanciare l'allarme è Giordano Biserni, presidente dell'Associazione amici della polizia stradale (Asaps).

Dottor Biserni, come è possibile?
«In modo molto semplice, intestando auto nuove o usate a persone che si limitano a fornire un loro documento in cambio di poche decine di euro. Questo sistema permette una serie di variazioni sul tema reato veramente pericolose».

Per esempio?
«Si possono commettere furti, rapine o truffe circolando con una macchina pulita. Cioè una vettura che non risulta segnalata con targa e numero di telaio negli archivi ricerche delle forze dell'ordine. Qualora si riesca a risalire al proprietario, questo risulterà uno sprovveduto senza patrimoni aggredibili».

Che altro?
«Queste vetture spesso sono prive di assicurazione o con assicurazione falsa. Ecco che si incrementa in questo modo il fenomeno della pirateria stradale. Dopo il sinistro scappo. Rilevano la targa? Vadano poi a parlare con il barbone della stazione, con la casalinga di Bergamo, col drogato della Garbatella. Sono stati accertati anche casi di intestazioni a persone giuridiche prestanome, poi risultate residenti in indirizzi di campi nomadi».

E le truffe?
«Uno dei metodi consiste nell'immatricolare grosse berline con conformità e dichiarazioni di vendita false, intestate al solito prestanome. Dopo qualche mese, guarda caso, la vettura verrà rubata in province lontane o all'estero. Scatterà il meccanismo per riscuotere dall'assicurazione il prezzo della vettura inesistente».

Per quanto riguarda il Codice della Strada?
«Nessun problema per chi guida: può ignorare il tutor, l'autovelox o la segnaletica. Non pagherà multe e non si vedrà mai trattenere punti sulla patente».

E se un cittadino viene investito da una di queste auto prive di assicurazione su chi può rivalersi?
«Per lui inizierà un girone infernale per ottenere il rimborso, solo parziale e in tempi lunghi, dall'apposito Fondo vittime della strada».

Cosa si può fare per limitare il fenomeno?
«In un sistema come il nostro, che permette la verifica incrociata di tutti i dati esistenti non è possibile che un soggetto si intesti centinaia di auto senza che scatti un allerta presso gli uffici della Motorizzazione e del Pra. Per esempio dopo l'intestazione di 3 veicoli dovrebbe scattare in automatico una segnalazione alla polizia per gli aspetti criminali e alla Guardia di Finanza per gli accertamenti fiscali. Serve poi un sistema di verifica negli Sta (Sportello Automatico dell'Automobilista) nei quali in modo velocissimo e senza filtri di controllo si possono ottenere anche duplicati di targhe e carte di circolazione con una semplice denuncia di smarrimento. Spesso quei documenti vanno a vestire altri veicoli».

Chi o quale ente dovrebbe occuparsene e come?
«Basterebbe una normativa o una direttiva del ministero dei Trasporti che prevedesse la segnalazione dei casi sospetti alle forze di polizia o alla Finanza. I reati salterebbero subito fuori. A tutto c'è un limite anche al numero di veicoli posseduti».


di Dario C. Nicoli

Mi sono fatto nel garage un cinema da 54 posti, con mille film tutti miei"

di Stefano Lorenzetto


Via col vento? «Ce l'ho. Copia originale del 1939. Tredici rulli per un solo film, record imbattuto». Casablanca? «Ce l'ho». Notorius di Alfred Hitchcock? «Ce l'ho, col bacio fra Cary Grant e Ingrid Bergman, il più lungo mai visto sullo schermo, almeno fino al 1946. E ho anche Il sospetto». Il Satyricon di Federico Fellini? «Ce l'ho». Metropolis di Fritz Lang? «Ce l'ho.

Due copie, una con sottotitoli». Roma città aperta? «Ce l'ho». Non ne manca neppure una, fra le pietre miliari della storia del cinema, nel garage del pensionato Emilio Riva, tipografo per necessità, proiezionista per vocazione. Più di mille film in 35 millimetri, quanto basta per coprire la distanza da Milano al Polo Nord, considerato che una pellicola di 90 minuti misura 2,5 chilometri.

Da Il figlio dello sceicco con Rodolfo Valentino, che il protagonista stroncato nel 1926 da una peritonite fulminante non riuscì nemmeno a vedere, a Piccolo Cesare; dal Don Chisciotte di Pabst doppiato in russo («trovato intatto fra le macerie di una casa in demolizione a Milano») al Gattopardo di Visconti, fino ad arrivare a Luis Buñuel e Jean-Luc Godard, ma anche a Woody Allen e Carlo Verdone.

C'è persino La corazzata Potemkin, la mattonata che il pur dotato Sergej Ejzenstejn consegnò all'imperituro ludibrio delle genti nel 1926. E La donna fatale, film muto del 1905 di cui nemmeno si conosce il regista, «sembra una sventola, ma quando si spoglia scopri che ha la parrucca e la dentiera».

Se poi cercate la macchina da stampa Heidelberg del 1956 che Ben Thomas, alias Will Smith, ripara nottetempo alla cardiopatica Emily Posa in Sette anime di Gabriele Muccino, c'è anche quella nel seminterrato della villetta di Seregno, in mezzo ai campi, casa e bottega di tre dei quattro figli di Riva, tipografi come il padre.

L'ottava anima del cinefilo invece è nella stanza accanto alla piccola stamperia artigianale. È un locale più largo che lungo, 15 metri per 10, e solo quando Riva accende la luce capisci perché: da un lato un grande schermo bianco circondato di velluti rossi, dall'altro sei bocche di proiezione. Nel mezzo, 54 poltroncine di pelle, imbullonate al pavimento, disposte su sei file a formare una platea digradante.

Fra i tanti modi con cui poteva assecondare la sua innata passione per la settima arte, l'ottantenne brianzolo ha scelto il più impegnativo: s'è fatto un cinema in casa. Con tanto di Dolby stereo. «Al momento di progettare le abitazioni che ho avuto, sono sempre partito da qui, dal mio cinemino privato.

La cucina, il salotto e le camere da letto venivano dopo». Un innamoramento nato da una frustrazione: «A 5 anni pietivo da Domenico, proiezionista del cinema Impero di Seregno, qualche fotogramma di pellicola, poi lo infilavo nella fessura di una scatola da scarpe, dentro la quale avevo messo una candela, nell'illusione di vedere l'immagine riprodotta sul muro».

L'insuccesso di quell'esperimento, ripetuto per mesi, l'avrebbe convinto a dotarsi, quarant'anni dopo, delle due monumentali macchine Prevost, una 35 e una 16 millimetri, acquistate a rate dal cinema Italia di Cesano Maderno che chiudeva i battenti.

Fra Domenico («mai saputo il cognome») ed Emilio s'era instaurato lo stesso rapporto che in Nuovo cinema Paradiso lega fino alla morte il vecchio Alfredo al piccolo Totò, che poi diventerà l'affermato regista Salvatore Di Vita. «A 12 anni ero già suo aiutante all'Impero, 800 posti. A 15 persi mia madre Fiorenza, che ne aveva appena 36, uccisa da un tumore. A 16 sostenni davanti al capo dei vigili del fuoco, al cinema Odeon di Milano, l'esame per avere il patentino di proiezionista».

Allora le pellicole erano altamente infiammabili e anche Emilio, come Totò, nel 1943 s'era trovato a fronteggiare un incendio in cabina. A differenza dell'Alfredo impersonato da Philippe Noiret, che nel film di Giuseppe Tornatore resta cieco, dal rogo uscì malconcio solo il proiettore. «Lo portammo a riparare a Milano spingendo un triciclo e con lo stesso mezzo un mese dopo lo riportammo a Seregno a forza di braccia».

Piange, Emilio Riva, nel ricordare la mamma morta. Deve a lei e al padre Gaetano l'imprinting che ha segnato la sua vita. «Non si perdevano un film. Avrò avuto 4 anni la prima volta che mi portarono al cinema, dove era in cartellone Il segno della croce del regista di kolossal Cecil B. De Mille, e 6 quando vidi San Francisco con Clark Gable: ho ancora impresse nella memoria le scene del terremoto e di padre Mullin, interpretato da Spencer Tracy, che si aggira fra le rovine. Dieci anni fa con mia moglie sono stato agli Universal studios di Hollywood. Che delusione! M'è sembrata la parodia di Disneyland».

Ma lei faceva il tipografo o il proiezionista?


«Il tipografo. L'altro era un secondo lavoro, anche se mi ha sempre affascinato di più. La cabina era la mia casa. Due spettacoli nei giorni feriali, dalle 20 alle 24, e cinque nei festivi, dalle 14 alle 24. Ho continuato fino alla metà degli Anni 80, quando l'Impero ha chiuso».

E come le è venuto in mente di costruirsi un cinema anche in casa?

«Nel 1963 avevo comprato per 50.000 lire una piccola Prevost 16 millimetri da un rigattiere di Milano e cominciai a raccattare qui e là vecchi cinegiornali. Un paio d'anni dopo noleggiai il primo film, La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo. Me lo fecero pagare 10.000 lire, sarebbero quasi 200.000 lire di oggi. Per me eran soldi. Così cominciai a invitare alcuni amici. Pagavano 500 lire d'ingresso e si portavano la sedia da casa. Il secondo film fu La fontana della vergine di Ingmar Bergman. Tutti i martedì proiezione. Prima per 5 o 6 persone, poi divennero 10, poi 15, poi 20».

La Società italiana autori ed editori non ci trovava niente da ridire?

«Fu la prima cosa che feci, andare alla Siae. "Ma come possiamo darle i biglietti se il cinema è nello scantinato di casa sua e non ha nemmeno le poltrone?", mi obiettarono. Dopo aver attrezzato la sala, ho costituito un'associazione culturale senza fini di lucro. Dal 1978 il mio cinema Movie Studio è in regola anche con la Siae».

In che giorni sono le proiezioni?

«Giovedì, venerdì e sabato, spettacolo unico. La domenica è sacra, vado per castelli con mia moglie. Nella notte di San Silvestro apro per chi detesta i veglioni. Lo scorso 31 dicembre ho proiettato The women di Diane English, remake del brillantissimo Donne diretto da George Cukor nel 1939».

Per sabato che cos'ha in cartellone?

«Eh no, adesso c'è la pausa estiva. Riprendo a settembre. L'ultimo film l'ho proiettato il 30 maggio, Che l'argentino di Steven Soderbergh, la storia di Che Guevara, ha presente? Prima di questo ho dato Il giardino dei limoni, L'onda, The Wrestler, L'ospite inatteso, Vuoti a rendere, Changeling».

Perbacco, roba seria.

«Mica posso far concorrenza alle multisale o alla televisione. Le pare che noleggio Vacanze di Natale? Ho sempre proiettato film di qualità, io. Ma la gente se ne frega».

Chi assiste alle sue proiezioni casalinghe?

«Cinefili, professori, preti, magistrati. Uno che non manca mai è il signor G. B., non metta le generalità, non vorrei che si offendesse. È un ex impiegato di banca che riesce a dirti a memoria i cast dei film a partire dagli Anni 20. Alla fine delle proiezioni improvvisa un cineforum. Parla, parla, parla. Spesso la butta in politica. A me a volte verrebbe da dirgli: dài, basta, che 'ndemm in lett».

La capisco.

«Qualcheduno va via prima che il film sia finito. Che dolore! Io sto male se non guardo fino all'ultima parola dei titoli di coda. Non come i critici che vanno ai festival, dormono per tutto il tempo, si svegliano quando in sala vengono riaccese le luci e poi scrivono recensioni altisonanti. E magari si beccano anche qualche biglietto...».

Biglietto omaggio?

«Seeh! Va' là che ci siamo capiti».

Gli spettatori sono di Seregno?

«No, vengono anche da Milano e da altre località. Una coppia è arrivata apposta da Como per vedere I diavoli volanti con Stanlio e Ollio».

Ma com'è che le case noleggiano film di prima visione a un privato?

«Caro mio, basta andare alla 2001 Distribuzione e pagare. Si trova in via Soperga a Milano, nel palazzo dove un tempo c'erano gli uffici della Metro Goldwyn Mayer. Solo che il Che ha fatto quattro spettatori in tre sere. Adesso vorrebbero noleggiarmi la seconda puntata a dicembre. Calma, ragazzi! Quando arriva la fattura di 160 euro, sono io che pago».

Ha messo da parte anche lei come Alfredo, il proiezionista di «Nuovo cinema Paradiso», un rullo con le scene di baci tagliate dai film?

«No. Per me la pellicola è sacra. Al massimo rammento d'essermi fermato a guardare, mentre montavo i rulli, il seno nudo di Doris Duranti in Carmela, un film del 1944. L'anno prima Clara Calamai era stata protagonista di una scena analoga in La cena delle beffe di Alessandro Blasetti ed era nata questa competizioni su quale delle due attrici avesse mostrato per più tempo le tette. Sono pochi metri di pellicola. A 24 fotogrammi al secondo, capirà, c'era ben poco da vedere. Il distributore aveva punzonato ciascun fotogramma con un timbro a secco per impedire che i proiezionisti si fregassero la sequenza un poco per volta».

Delle scene di sesso nei film che cosa pensa?

«Quando sono insistite, mi scocciano. Guardi che non sono un bacchettone. Una volta ho anche proiettato un cortometraggio con tutti gli spezzoni censurati dal ministero. E possiedo una copia di Saffo e Priapo, il film porno di Gabriele D'Annunzio girato nel 1920».

Ho letto che il Vate non c'entra niente con quel cortometraggio.

«Lo stile poetico della didascalie osé sembra suo. Sono 21 minuti in tutto. Non so se conosce la trama. Due lesbiche, una cameriera guardona, un frate, un fallo di legno... Non mi faccia dire di più, ché mi vergogno».

E sua moglie approva?

«Non può lamentarsi. Se siamo sposati da 54 anni, è merito del cinema. La conobbi in cabina all'Impero. Una sua amica era fidanzata col proiezionista. Vennero insieme a trovarlo. Io avevo 17 anni. Fu un colpo di fulmine».

Chi è l'attrice che più l'ha fatta sognare?

«Marilyn Monroe. Ma più che altro mi faceva compassione. Si capiva che era una ragazza semplice. L'hanno usata tutti e alla fine l'hanno gettata via».

Il suo film del cuore?

«Da quand'ero bambino non mi stanco mai di rivedere Cappello a cilindro con Fred Astaire e Ginger Rogers».

Un regista che non sopporta?

«Carlo Vanzina. Al confronto, suo padre Steno era un gigante».

Un regista sopravvalutato?

«Nanni Moretti. Non mi piace per niente. Proiettai il suo primo film in super 8, Io sono un autarchico, poi il secondo, poi il terzo e poi mi sono stufato. Ma se'l voeur quest chì? Che vuole? Con La stanza del figlio m'ha fatto proprio incazzare. Trrr, trrr, trrr, il becchino che inchioda la bara con l'avvitatore. Uuuh, bestia! Ma si può? Sono capaci tutti di far star male lo spettatore con simili mezzucci».

Verdone le piace?

«Soltanto come attore. È un caratterista di talento. Ma i suoi film sono delle bambanate. Prima che comincino, sai già che cosa vedrai».

Fa mai il tutto esaurito al Movie Studio?

«Una volta mi toccava persino portar giù i pouf dal salotto di casa per gli spettatori che non trovavano posto. Ma ora è tutto finito. Sono molto deluso. Nessuno dei miei figli è diventato proiezionista. Solo Francesco, un nipotino che farà 10 anni ad agosto, sembra interessato al mestiere del nonno. Oggi gli farò vedere L'uomo invisibile del 1933».

Povera anima.

«Ieri gli ho proiettato Viaggio allucinante, il film in cui l'Fbi miniaturizza un sommergibile con dentro un'équipe medica e lo inietta nel corpo di uno scienziato che ha un ematoma al cervello. Nel 1966 era fantascienza, nel 2009 è quasi realtà».


Ha mai prestato una pellicola della sua collezione?

«Mai! Per nessun motivo. Ricevo richieste da tutto il mondo. Una signora di New York voleva a tutti i costi noleggiare Medea di Pier Paolo Pasolini. Le ho risposto che semmai potevo vendergliela. Tanto Pasolini me pias no».


Prima di morire il regista Sergio Leone disse: «Mi sembra che oggi il cinema rischi una vera e propria regressione, trasformandosi in un intrattenimento puramente infantile». Non le pare che avesse ragione?

«No. La gente non è scema. E poi, mi dispiace dirlo, ma i western di Leone non sono certo confrontabili con Ombre rosse di John Ford. Eppure in un'intervista lui diede a Ford del "poverino". Basta! Non parlo più di Leone».

Catastrofismi, horror, volgarità. Che fine ha fatto il cinema intelligente?

«Il filone catastrofico è sempre esistito. La tragedia del Titanic fu girato dai tedeschi nel 1942, io lo vidi che ero bambino ed ebbi gli incubi per tutta la notte. Però non ho resistito alla tentazione di procurarmi anche il Titanic con Leonardo Di Caprio e Kate Winslet».

«Angeli e demoni» andrebbe a vederlo?

(Espressione di disgusto).

Chi ha ammazzato il cinema?

«Sicuramente la Tv. Ci ha portato via tutto. Quando vado a Milano e vedo che dell'Astra, trasformato in negozio, resta solo il lampadario all'ingresso, mi si stringe il cuore».

È abbonato a Sky?

«No».

Che cosa pensa della programmazione di Sky?

«Ma per favore! E quella me la chiama programmazione? Le rare volte che mi capita di vedere un film in televisione, l'unica cosa che faccio è immaginarmi come sarebbe sul grande schermo».

Mi tolga una curiosità. Secondo lei «La corazzata Potemkin» è «una cagata pazzesca», come dice il ragionier Fantozzi, sì o no?

«Dùu ball, ma dùu ball!».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Anche i preti fanno sciopero "La messa? Potete scordarvela"

di Massimo M. Veronese



Dalla seconda lettera di San Pierino al Vescovo, Toscana settentrionale, al primo che passa: in quel tempo, in una calda estate di pediluvio dell'anno IX del duemila dopo Cristo, un religioso di nome don Michele viveva tra pistoiesi e maccabei riuscendo come per miracolo a farseli nemici entrambi. Era un sacramento di uomo, don Michele, così nervoso e agitato da sembrare in certi scatti più Don Lurio che Don Bosco. Illuminato sulla via di Damasco ma residente nella parrocchia che dà sulla piazza non passava giorno che non si precipitasse con tono congestionato e furente al circolino ricreativo che sta lì di fronte, costruito dalla gente del posto sul terreno della curia, a poco più di cento metri dalla chiesa perchè, tra una briscolata e un digestivo, ci vanno beati tutti i parrocchiani, che preferiscono mille volte Dom Bairo l'Uvamaro e Frate Priore, che è un intenditore, alla sua messa all'acqua di rose: «Vi faccio cacciare tutti quanti quanto è vero Iddio» pare abbia mormorato il sant'uomo, dando un pugno sul tavolo e uno sulla credenza popolare.

Ora non che i parrocchiani siano sempre lì a porgere l'altra guancia. Se in sei giorni il Signore ha creato tutte le cose, a loro è bastata una notte per riempire il sagrato di escrementi, che non era il fango sui cui Domeneddio sputò per creare Adamo, ma nemmeno uno scherzo da prete.

«Ve la faccio pagare quant'è vero Iddio» ha ribadito il sant'uomo, che non potendo distruggere Pistoia come Gomorra e voltare le spalle a Sodoma perchè non si sa mai cosa ti può succedere, decise, per protesta, di far scioperare il campanile: niente più rintocchi, nemmeno alla mezza, niente richiami per la messa, anzi niente messa addirittura, comprese confessioni, comunioni e processioni.

«Mai vista una cosa del genere» si è inginocchiato un parrocchiano, «la messa è sacra» si è fatto il segno della croce un altro, «il curato va curato», hanno detto tutti, perchè non ci sta più tanto con la testa, per questo hanno deciso di abbandonare la chiesa di San Pierino per sentir messa a quella di Sant'Angelo o alla Vergine, recitando lungo il cammino un rosario di contumelie che arrivava in Terra Santa. Il don dal canto suo, che è gregoriano, non riceve più nessuno, ha blindato il campetto dell'oratorio e preteso le chiavi del circolino per chiuderlo. Il vescovo, spiega però un comunicato della Curia, «non era a conoscenza di questa decisione, ma sa che sabato e domenica la messa si terrà regolarmente». Come andrà a finire lo sa solo Frate Indovino.


Di certo da un po' c'è una processione di parroci che sembrano usciti dal seminario di Dom Perignon. Don Alessandro Santoro, parrocchia comunità di base delle Piagge a Firenze, che ha arredato l'altare a lutto perchè dice «è morta la democrazia» e lui non ha nemmeno fatto in tempo a confessarla; don Amedeo Ghizzi, parrocco di Gazoldo degli Ippoliti, che tira fuori dalla grazia di dio i vicini di casa con un pollaio che puzza più della centrale di Porto Marghera, in dieci anni ha pagato trenta multe ma persevera diabolico; o don Joao Josè Marques Eleuterio, che arrabbiato dopo la sconfitta del suo Sporting nel derby con i cugini del Benfica ha vietato a tutti i parrocchiani di battesimare i figli con il nome di Lucindo, il nome dell'arbitro. Sarà che sono preti. Ma certo che ne fanno di cappelle...

Attivissimo anti bufale: tante notizie “strane ma vere”. E i media non controllano

Fonte:Panorama


Attivissimo di cognome e di fatto. Paolo Attivissimo, appunto, è il cacciatore di "bufale" più noto agli internauti italiani. Nato 46 anni fa a York, in Inghilterra, dopo aver vissuto in Italia per trent'anni, si è trasferito sulle sponde del lago di Lugano, nel Canton Ticino. E, come gli elvetici, apprezza la precisione; come gli inglesi, l'analiticità.

Giornalista e traduttore, ha scritto una decina di libri di informatica e collabora con la Radiotelevisione Svizzera. Ama i gatti e detesta, soprattutto, una cosa: le notizie non vere date in pasto alla gente. Come quella della fine del mondo nel 2012 secondo i Maya. Attivissimo ha scoperto che è una bufala messa in rete, per pura coincidenza, da siti che vogliono vendere amuleti e dvd. Falsa anche la foto dell'onda gigante dello Tsunami in Indonesia pochi istanti prima della tragedia. E il numero di Satana annidato in tutti i codici a barra di tutto il mondo? Falso, neanche a dirlo. Li ha elencati tutti nel suo blog, il Disinformatico, dove ogni giorno risponde con pazienza ai lettori, indagando sulle catene di sant'Antonio e su notizie "strane" che compaiono sui media. Poi le cataloga e dà il responso: bufala, mezza bufala o autentica.

Attivissimo, le notizie corrono. Veloci. Sfrecciano dalle agenzia di stampa, ai giornali, alla Rete, in tv. E a una velocità, spesso, "oltre i limiti". E a volte senza che nessuno le controlli. Non come è successo alle tre suore di Aosta che, preoccupate dopo la caduta del Papa, salgono in macchina per correre dal Santo Padre e vengono fermate a 180 all'ora in autostrada. O come quel prete, incappato in una pattuglia e risultato positivo all'etilometro per colpa del vino da messa. O ancora: la novizia di un convento denuncia l'ex fidanzato che ha messo su Facebook alcune sue foto in topless, fatte anni prima. Notizie diramate dalle agenzie stampa e riportate da tutti i giornali e i siti web negli ultimi giorni. Poi si è scoperto, grazie a due bravi giornalisti di Avvenire, che si trattava, per dirla con il servizio del Tg5, di "strani casi in odor di patacca". Ma com'è che i maggiori quotidiani italiani non se ne sono accorti?

Principalmente si è persa nelle redazioni la cultura della verifica delle notizie e spesso di fronte a una notizia pruriginosa i redattori preferiscono pubblicarla senza verificare l'attendibilità, perché magari crede che farà vendere qualche copia in più al giornale. Inoltre, devo ammettere che per le bufale non si viene puniti e l'ordine dei giornalisti spesso non interviene.

Capita che i giornalisti non verifichino le notizie e pubblichino quello che passano le agenzie stampa. Le quali, a volte, fanno il copia e incolla dai comunicati che arrivano in redazione. Mediocrità imperante o i tempi di lavoro stretti che non permettono la verifica delle notizie?


Spesso ci troviamo di fronte non a professionisti dell'informazione, ma a veri e propri manovali della notizia il cui scopo è riempire i vuoti in pagina a tutti i costi. Poi c'è la concorrenza e la corsa a dare la notizia per primi. Personalmente, preferisco una notizia data 24 ore in ritardo, ma corretta, rispetto a una notizia a grandi titoli, che viene regolarmente smentita il giorno dopo in una breve di cronaca nelle ultime pagine.

I cronisti di Avvenire, nell'inchiesta sulle suore sprint, hanno ammesso che è bastato un solo minuto e mezzo per verificare con la Polstrada la fondatezza della notizia. Eppure quasi tutti i giornali italiani l'hanno pubblicata lo stesso (e solo alcuni - qui e qui - hanno fatto marcia indietro). Pigrizia dei redattori…


Senza dubbio c'è anche di mezzo la pigrizia, la scarsa abitudine a verificare i fatti, e anche poca conoscenza dei mezzi informatici, per esempio su come estrarre dati corretti e veritieri da Internet e dagli archivi online.

Quelli di Avvenire hanno anche scoperto che dietro a queste notizie c'erano dei comunicati di uno studio legale mandati ai mass media "per scopi pratici", come ha ammesso uno dei due avvocati a Il Giornale . Quanto è alto il rischio che lo "strano ma vero" sia un modo per farsi pubblicità gratuita sui media italiani?

Il rischio c'è ed è elevato. Si chiama marketing virale, il cui scopo è far parlare del proprio prodotto a basso costo, attraverso una notizia, a volte anche falsa. Come è capitato con la notizia dei cellulari che cuociono i pop-corn. Si è scoperto che poi era una bufala congegnata da un'azienda che vendeva accessori per cellulari e che aveva caricato un video su Youtube. La stessa azienda, intervistata dai telegiornali preoccupati (se cuociono i popcorn, cosa potrà capitare al cervello?), ha poi smentito pubblicamente dicendo che i cellulari non facevano male e che comunque i loro accessori erano utili.

Mass media a prova di bufale: chi ne spara di più? La tv, la radio, internet o la carta stampata?

Numericamente internet. Purtroppo il pregio e il difetto della Rete è che dà voce a tutti, dagli esperti ai ciarlatani. Comunque anche la Tv è pericolosa e sto pensando a trasmissioni che propongono al pubblico tesi assurde, senza il minimo di fondamento scentifico.

L'interattività della Rete, la possibilità di commentare le notizie nei siti e quindi anche di smentirle immediatamente, dovrebbe smascherare possibili falsi. Invece lei dice che proprio in Rete si concentra il maggior numero di bufale. Come mai?

Da una parte c'è il fatto che molti commenti dei lettori dei siti sono a livello di chiacchiere da bar ed è anche un bene che sia così: mai prendersi troppo sul serio. Dall'altra ho notato che in molti forum o nei commenti ci sono sia coloro che cercano di agomentare con prove e documenti, spesso con link, e altri che hanno un atteggiamento più isterico e che vogliono solo confermare la loro visione del mondo. C'è poi anche un problema deontologico per i giornalisti: quando si accorgono di un errore, possono fare i furbi e cambiare l'articolo, cancellando frasi o dati sbagliati, senza avvertire il lettore.

È esagerato dire che al crescere delle bufale dei giornali potrebbe corrispondere anche il decrescere delle copie vendute, in questi ultimi tempi di crisi?

Non credo che dipenda dalle notizie false, la crisi dei giornali. È legata piuttosto al sistema di distribuzione, che è costoso, complesso e poco ecologico. Tuttavia, c'è il rischio di perdere credibilità di fronte ai pochi lettori, come è capitato a La Stampa quando pubblicò in prima pagina la copertina di Vogue con Sarah Palin, che non era mai uscita e mai esistita. Repubblica pubblicò ai tempi del blackout generale la foto satellitare dell'Italia senza luci, quando poi si scoprì che era un fotomontaggio di un grafico, anche perché nella foto non c'erano nuvole e quella notte a Roma pioveva. E il Corriere della sera pubblicò la foto di un avvistamento degli Ufo che invece erano giocattoli Kinder tratti dal film Chicken Little: è stato smentito dagli ufologi stessi.

"2043 l'ultima copia del New York Times", scriveva l'anno scorso Vittorio Sabadin. Ma pubblicando queste notizie non è pensabile che la fine arrivi prima?


Il rischio più grande è il calo di qualità e della figura professionale del giornalista. Come cittadino non ho il tempo di seguire e di capire quali sono i fatti importanti per la mia vita. Per questo delego al giornalista questo compito di indagine, ma se si rompe il meccanismo di fiducia, la sua funzione viene meno. Comunque, anche quando non ci saranno più i giornali, avremmo sempre bisogno di cronisti in grado di trasferire il loro talento investigativo sul web.

A proposito di bufale internettiane, qual è la più incredibile (e divertente) che è riuscito a smascherare?

Quella delle scie bianche lasciate dagli aerei che non sono tutte innocue e che sarebbero lasciate da aerei militari americani, camuffati da aerei di linea, e contengono sostanze chimiche fatte per uccidere 4 miliardi di persone o per imporre le coltivazioni geneticamente modificate o per altri scopi altrettanto nefasti. Ho consultato alcuni piloti ed esperti. Il responso? Una panzana.

Ce l'ha una dritta per i navigatori del web?

Mi viene sempre in mente una frase di Piero Angela, che diceva: "Leggere sempre tutto e sforzarsi di avere la mente aperta, ma non così troppo da far cadere il cervello.

Fonte:Attivissimo



Intervista sulle bufale diventa mezza bufala. Lo so che l'estensore dell'articolo lo ha fatto probabilmente per proteggermi, ma il testo di quest'intervista al sottoscritto su Panorama è ben diverso da quello che ho detto telefonicamente. In particolare, a parte i refusi e la grammatica shakerata, non ho affatto detto "sto pensando a trasmissioni che propongono al pubblico tesi assurde, senza il minimo di fondamento scentifico [sic]": ho fatto nomi e cognomi. Roberto Giacobbo e il suo Voyager ed Enrico Ruggeri con il suo Mistero sono socialmente irresponsabili. Sono vandali della nostra mente che plagiano soprattutto i giovani riempiendoli di scemenze diseducative. E' ora di dirlo forte e chiaro e di assumersi la responsabilità di queste parole.

Il cuoco di Bin Laden

Appello di Ahmed Khalfan Ghailani: «Riportatemi a Guantanamo»


FRANCESCO SEMPRINI
GUANTANAMO (Cuba)



«Riportatemi a Guantanamo». L'appello di Ahmed Khalfan Ghailani, primo e unico detenuto di Gitmo a comparire davanti a una Corte federale americana, arriva per bocca del suo ex avvocato, Scott Fenstermaker. Il legale parla per la prima volta a un giornalista dopo il trasferimento negli Usa del cuoco di Osama Bin Laden.

Chi è Ahmed Khalfan Ghailani?

«Un cittadino della Tanzania accusato di essere coinvolto negli attentati alle ambasciate americane di Nairobi e di Dar es Salaam. Lui sostiene di essere stato usato a sua insaputa dagli alti ranghi di al-Qaeda di cui si considera una vittima».

Perché hanno deciso di farlo giudicare da una corte federale?

«Perché era già stato accusato negli Stati Uniti degli stessi capi di imputazione per cui è stato incriminato a Guantanamo. Inoltre hanno capito che Ahmed non è il terrorista pericoloso che credevano».

Correva rischi a Gitmo?

«La sua incolumità non era in discussione anche perché ha avuto contatti quasi unicamente con Ammar al-Baluchi, con cui ha stretto amicizia, e in due anni e mezzo non ha mai creato nessun problema. Il carcere americano invece si è rivelato ben peggiore».

Vuol dire che preferiva Guantanamo?

«Assolutamente sì. Si trovava molto meglio, ci tornerebbe subito. Il personale militare è sempre stato corretto con lui e in più gli permettevano di fare diverse cose, nel tempo libero, tra cui vedere i dvd».

Qualche preferenza?

«Le partite di calcio e i film storici, l'ultimo è stato Ghandi la sera prima di essere trasferito. Inoltre riceveva i dvd della famiglia, era un modo per vedere la figlia di quattro anni che non ha mai conosciuto visto che è nata alcuni mesi dopo la cattura».

Ora invece?

«Vive in un regime di isolamento, nessuno lo può vedere, nemmeno i familiari più stretti e fanno fatica anche gli avvocati».

Quanto durerà questa situazione?

«Temo il tempo che serve per la sentenza, forse due anni, poi sarà condannato al carcere a vita in strutture di massima sicurezza».

Sarà lei a difenderlo?

«Temo di no, nei miei confronti è in atto un ostracismo iniziato con le commissioni militari».

Cosa intende?
«Mi hanno impedito di vedere il mio cliente per 19 mesi, non volevano che lo rappresentassi. All'improvviso mi è arrivata una notifica con la quale mi sospendevano dall'incarico. Poco dopo hanno trasferito Ghailani».


Ma il procedimento federale è un'altra cosa?

«Il giudice non sembra disposto ad assegnarmi la difesa, dovrei essere inserito nel libro paga del governo come avvocato d'ufficio. Preferiscono qualcuno che gli crei meno grattacapi».

Perché tanto accanimento?

«Perché sono in grado di creargli tanti problemi. Mi sono laureato all'accademia dell'Aeronautica e conosco molto bene la vita e il codice militare, così come il codice penale».

Allora cosa fa a Guantanamo?

«Torno alla carica. Ammar al-Baluchi mi ha chiesto di difenderlo ed io ho accettato. Qui vedranno la mia faccia ancora a lungo».

Ruba un filone di pane,

È stato arrestato all'inizio di giugno all'Ospedale «Santo Spirito» di Roma perché aveva un carico penale di poco meno di tre mesi di carcere per il furto, commesso 3 anni fa, di un filone di pane e un altro genere alimentare in un supermercato di Monte Mario. Ora l'uomo - un italiano senza fissa dimora condannato anche ad una ammenda pecuniaria di 4 centesimi - si trova nell'infermeria del braccio G 14 del carcere di Rebibbia con un fine pena fissato al 3 settembre prossimo. La vicenda è stata denunciata dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni secondo cui «la storia di Silvio è l'emblema dell'attuale confusione che regna nel sistema della sicurezza italiano, che pensa di punire ogni tipo di condotta difforme dalla legge con la reclusione, con conseguenze drammatiche in termini di sovraffollamento e di recupero sociale dei reclusi. Una funzione, quella del recupero, garantita dalla Costituzione ma ormai praticamente abbandonata nelle carceri, perennemente alle prese con l'emergenza sovraffollamento».


Di vicende come questa i collaboratori del Garante ne hanno gestite diverse nelle carceri di tutto il Lazio: ad esempio, sempre a Rebibbia, un detenuto affetto da poliomielite ha raccontato di aver scontato un residuo di pena di 10 giorni sempre su un letto ed ogni volta che doveva spostarsi per le necessità elementari, la sua sedia a rotelle doveva superare i controlli di sicurezza. Secondo il Garante «tutto ciò dovrebbe far riflettere sul fatto che, invece di contrastare il sovraffollamento con la costruzione di nuove carceri, governo e Parlamento dovrebbero puntare ad una riforma del codice penale che preveda la reclusione per i casi veramente gravi e un sistema di misure alternative (ma non per questo meno penalizzanti del carcere) negli altri casi».

L’Italia dei valori bugiardi

di Mario Giordano


Mai dare le dimissioni, c'è il rischio che te le accettino. Anche Luigi De Magistris la pensa così. E infatti, da perfetto italiano medio, un po' furbetto e molto bugiardo, il giudice purissimo, il nuovo astro nascente dei Robespierre italiani, la toga preferita dalle tricoteuses alla Travaglio ha appena annunciato che non si dimetterà dalla magistratura. Strano. Il 18 marzo 2009, quando era sceso in campo, aveva dichiarato in pompa magna: «Quella della politica è una scelta di vita. Una scelta irreversibile». Irreversibile? Deve averci ripensato. Ora pare preferisca tenersi la reversibilità. E allora avanti con una bella aspettativa. Si capisce: le scelte irreversibili sono più belle a dirsi che a farsi. E, soprattutto, hanno un difetto: interrompono il corso dei contributi Inps.


La coerenza può attendere: meglio tenersi la cadrega. Non si sa mai: metti che al Parlamento europeo vada male e non riesca a far approvare nemmeno una mozione, che fa De Magistris? L'aspettativa gli consente di ritornare in tribunale, dove se non altro non riesce a vincere nemmeno una causa... Per carità, la legge glielo permette. La decenza un po' meno. Di giudici che entrano in politica e poi tornano a fare i giudici, purtroppo, ne abbiamo già visti, ma non è uno spettacolo entusiasmante: è un po' come un arbitro che per un pezzo della partita gioca in una squadra e poi torna ad arbitrare, alla faccia dell'imparzialità. Vecchio vizio italico. Ma, appunto, non vuole essere De Magistris il decapitatore dei vizi, il moralizzatore, il mastrolindo della politica italiana? E allora come si giustifica questa manfrina degna di un Nicolazzi, questo mediocre sgattaiolare fra bugie e burocrazie per ottenere piccoli vantaggi personali?


Del resto, ha un buon maestro: il suo leader politico. Anche Di Pietro, infatti, presentandone la candidatura, aveva assicurato: «De Magistris si dimetterà dalla magistratura subito dopo le elezioni. Per noi dell'Idv dimettersi è la regola». La regola? De Magistris non si è dimesso subito dopo le elezioni, e nemmeno una settimana dopo, e nemmeno un mese dopo. Anzi oggi ci fa sapere che di dimettersi proprio non ha nessuna intenzione. E dunque? Possiamo dire che per quelli dell'Idv infrangere le regole è la regola? Che la bugia è l'unico vero valore dell'Italia dei Valori?


Verrebbe da crederlo. Pensateci. Di Pietro è quello che combatte l'immunità parlamentare e poi però chiede l'immunità parlamentare all'Ue; è quello che pretende trasparenza dagli altri ma continua a non essere trasparente sulla gestione dei suoi contributi pubblici; è quello che dice: dopo le elezioni toglierò il mio nome dal simbolo del partito e poi se ne dimentica... Sembra impossibile che possa ancora presentarsi in pubblico come il rappresentante dei «Valori». Quali valori? A noi pare che non avrà più diritto a parlare di regole e coerenza se prima non avrà obbligato De Magistris a seguire regole e coerenza, lasciando definitivamente la magistratura, come aveva annunciato. Avanti, Tonino, di' al giudice inflessibile che la «scelta di vita irreversibile» vale una piccola rinuncia. Si dimetta. Ne guadagnerete entrambi. Anzi, ne avrete la giusta Mercedes.