martedì 21 luglio 2009

Lotteria, non incassato il primo premio

In totale dal 2003 lo Stato si è intascato 15,6 milioni di euro di premi non ritirati

Lunedì è scaduto il termine per la richiesta del biglietto da 5 milioni di euro venduto a Roma



MILANO- Circa sette milioni di euro. Ecco la cifra che tornerà nella casse dello Stato. Grazie a sbadati «fortunati». Infatti il vincitore del primo premio da 5 milioni di euro della Lotteria Italia (tagliando E 502242) non ha fatto la richiesta per il ritiro del premio. Stessa situazione con un altro biglietto: 1,2 milioni di euro vinti a Civitella d'Agliano, in provincia di Viterbo. Ci sono poi altri 800 mila euro di premi non riscossi delle altre categorie di premio. In base al regolamento, se entro 180 giorni dall'estrazione (termine scaduto lunedì 20 luglio) i premi non vengono ritirati, vengono incassati dallo Stato. In totale dal 2003 lo Stato si è intascato 15,6 milioni di euro di premi non ritirati.

PRECEDENTI - Si tratta della prima volta nella storia recente della Lotteria Italia che non viene riscosso il primo premio. Nella precedente edizione 2007-2008 della Lotteria Italia non sono stati riscossi 21 premi per un importo complessivo di 780 mila euro. Da segnalare soprattutto il premio da 200 mila euro, assegnato con il biglietto A079842, venduto a Castrocielo, in provincia di Frosinone, in un autogrill della Roma-Napoli. Nell'edizione 2006-2007 della Lotteria Italia nelle casse dello Stato rimasero 1.125.000 di euro. Nella Lotteria Italia 2005-2006 risultarono non riscossi 325 mila euro. Nel 2005, con le Lotterie Nazionali non vennero incassati premi per 1,25 milioni di euro, di cui 745 mila euro non ritirati alla Lotteria Italia. Nel 2003 gli appassionati hanno dimenticato vincite alle Lotterie per 3,96 milioni di euro, mentre nel 2004 per 1,16 milioni.

L'ESTRAZIONE - La notizia arriva proprio quando milioni di italiani stanno con le dita incrociati. Infatti il montepremi di martedì sera ammonta a 100 milioni di euro. Ed è un boom di giocate in tutta Italia nonostante la possibilità di azzeccare il «sei» vincente sia di una su 622.614.630 (in pratica 14 volte più difficile che centrare una cinquina al Lotto). Ma ammontano a ben 60 milioni di euro in tre anni l’entità dei premi del Superenalotto mai ritirati, secondo fonti vicine al ministero delle Finanze. Secondo il regolamento, per premi superiori ai 52 mila euro si deve inoltrare la scheda di gioco vincente all’ufficio premi della direzione generale, in via Alessio di Tocqueville a Milano, che effettuerà il pagamento dal 61mo giorno dalla data di effettuazione del concorso più gli interessi al netto di spese.

21 luglio 2009


Il giudice: "Atm deve assumere il marocchino" Ma Salvini non ci sta: "Alla guida solo milanesi"

di Redazione

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Milano - Il tribunale del lavoro di Milano ha parzialmente accolto il ricorso del marocchino Mohamed Hailoua, che lamentava di non poter essere assunto dall'Atm (Azienda di trasporti milanesi) a causa di un regio decreto del 1931 che prevede la cittadinanza italiana o europea per lavorare nel trasporto pubblico.

Il reclamo dell'immigrato L'immigrato aveva presentato reclamo contro l'ordinanza del Tribunale del Lavoro di Milano che aveva respinto un suo primo ricorso. Il collegio presieduto dal giudice Chiarina Sala ha dichiarato il "carattere discriminatorio" del comportamento dell'azienda, ordinando ad Atm "la rimozione della richiesta della cittadinanza tra i requisiti di selezione delle offerte di lavoro e delle proposte di assunzione, in moduli cartacei o telematici".

La decisione del tribunale Il tribunale di Milano ha stabilito che la permanenza del requisito di una determinata cittadinanza, ai fini dell'assunzione, "verrebbe ad assumere i connotati di una disparità di trattamento in senso diseguale e più svantaggioso per il non cittadino". I giudici hanno pertanto accolto le richieste del marocchino, salvo il risarcimento danni, e "accertato il carattere discriminatorio del comportamento di Atm" hanno ordinato all'azienda "la cessazione del comportamento e la rimozione della richiesta della cittadinanza tra i requisiti di selezione delle offerte di lavoro e delle proposte di assunzione".

Salvini non ci sta "La sentenza del tribunale del lavoro di Milano sul caso del marocchino che pretendeva di guidare un mezzo dell'Atm è aberrante. È arrivata l'ora che questi giudici si trasferiscano in Marocco, dove potranno assaporare le virtù del sistema giudiziario marocchino". Lo afferma, in una nota l'eurodeputato e capogruppo della Lega in Comune a Milano, Matteo Salvini. "A Milano i mezzi pubblici dovranno essere guidati solo da cittadini italiani - prosegue Salvini -. Chiamerò immediatamente Catania (presidente di Atm) perchè Milano e i milanesi siano rispettati e tutelati e gli fornirò centinaia di curricula di aspiranti autisti lombardi".

Modella musulmana beve birra in pubblico La condanna: sette frustate

LA SENTENZA DEL TRIBUNALE RELIGIOSO

Ad incastrare la donna le foto scattate durante una festa l’anno scorso in una discoteca nel nord del Paese. «È una sentenza giusta che speriamo spinga l’imputata al pentimento e serva da esempio a tutti i musulmani» ha detto il giudice Abdul Rahman Yunus



Bangkok, 21 luglio 2009

Un sorso di birra costerà caro a Kartika Sari Dewi Shukarno, trentaduenne modella di Singapore, musulmana, condannata da un tribunale islamico malese a sette frustate.
 
Il «New Straits Times» riporta che a incastrare la giovane sono state le foto scattate durante una festa l’anno scorso in una discoteca nel nord del Paese. «È una sentenza giusta che speriamo spinga l’imputata al pentimento e serva da esempio a tutti i musulmani» ha detto il giudice Abdul Rahman Yunus che ha anche imposta una multa.

Shukarno, che alla lettura della sentenza è scoppiata in lacrime, ha annunciato che ricorrerà alla Corte Suprema, anche se quasi mai il massimo organo giudiziario malese si mette contro i tribunali religiosi che applicano la sharia.



Writer tradito dalle telecamere Impianto non a norma, film inutilizzabile

PROVA SCHIACCIANTE NON SERVE PER DENUNCIA

Il parroco della chiesa Santi Giuseppe e Ignazio, in via Castiglione 67, infatti, non aveva ancora apposto i cartelli per avvisare della presenza dell’impianto di videosorveglianza. I restauri della chiesa erano terminati appena due giorni fa

Bologna, 21 luglio 2009

Nel filmato si vedeva un ragazzino che poggiava lo zaino a terra, ne estraeva una bomboletta e vergava la sua “tag” (la scritta “Mose”), per ben due volte, sul muro della chiesa appena ridipinta. Il parroco, insomma, aveva una prova schiacciante per denunciare quel graffitaro, ma non ha potuto usarla: non erano ancora stati apposti i cartelli per avvisare della presenza dell’impianto di videosorveglianza, nuovo di zecca.

Come “nuovo era il muro della chiesa, quella dei santi Giuseppe e Ignazio, in via Castiglione 67, nel centro storico di Bologna, dove i ponteggi per i restauri dell’esterno del complesso parrocchiale erano stati smontati appena due giorni prima dell’incursione del writer. E’ successo pochi giorni fa: “Uno ‘scherzetto’ che ci viene a costare almeno 2.000 euro”, racconta il parroco, don Romano Marsigli, sconsolato e arrabbiato. Anche perche’ ora, per togliere quelle due scritte “Mose” (una di un metro e una larga oltre il doppio), “bisogna rifare tutta la tinta, e dobbiamo aspettare l’ok dell’architetto”.

Tra l’altro, il colore scelto per la facciata dell’edificio ha provocato non poche polemiche tra i parrocchiani e i residenti: un rosa molto acceso, che spicca in mezzo agli altri palazzi.
“Ma e’ stato scelto dalla Soprintendenza- spiega don Romano- che oltretutto ha fatto rifare due volte il colore da un esperto, il professor Giuseppe Costantini, e dopo una prova stratigrafica costata 1.800 euro. Ma pare che questo fosse il colore originario...”,

Don Romano conosce a memoria tutti i conti del restauro, avviato in vista della decennale eucaristica della parrocchia, che sara’ celebrata nel giugno 2010. Il preventivo a tutt’oggi e’ di 1.137.972 euro “piu’ Iva”, sottolinea il parroco, che per invogliare i parrocchiani a contribuire ha realizzato un pannello con un disegno della chiesa su carta quadrettata: ogni quadratino vale 1.000 euro, ma finora ne sono stati “riempiti” solo un centinaio. Dalla Fondazione Carisbo sono arrivati circa 30 mila euro, altrettanti dall’eredita’ del precedente parroco, don Calzolari, e altri 30 mila dalle donazioni dei parrocchiani. Il cartello e’ posto all’ingresso della cappella dove ora si tengono le funzioni, perche’ la chiesa e’ inagibile per i lavori. “Confidiamo nella Provvidenza”, allarga le braccia il religioso.

Che pero’ ha le idee ben chiare sulla pena che avrebbe comminato al graffitaro: “Lo avrei fatto denudare e verniciato con la sua stessa bomboletta, poi gli avrei detto ‘e adesso vatti a ripulire’...”, scherza. Quindi si fa serio e dice: “Quantomeno avrei fatto pagare i danni ai genitori, perche’ da quel che si vedeva nel filmato, ora distrutto, avra’ 16 o 17 anni... E di scritte simili qui in giro ne ha fatte altre”. Un’altra tag “Mose” e’ infatti su una colonna di via Castiglione, a pochi metri, all’angolo con via Arienti, ma mimetizzata in mezzo a numerosi altri graffiti che costellano il portico, i portoni e le serrande della strada.

Ora, pero’, l’impianto di videosorveglianza nella chiesa dei santi Giuseppe e Ignazio e’ attivo e a norma di legge, con tanto di cartello che avvisa i passanti. E che, spera don Romano, terra’ lontani altri graffitari.


Sprechi, privilegi, flop: la Casta dello show "divora" i fondi

di Paolo Bracalini

Milano - L’integrativo per il porto d’armi finte nell’Aida? Ma sì, c’è anche quello. Se lo ricorda bene il sovrintendente dell’Arena di Verona che quella sera, prima della «prima», si vide schierato davanti un picchetto di comparse travestite da guardie di Radamès, ma con le braccia incrociate: «Non andiamo sul palco se non ci firmi l’integrativo per l’uso di armi di scena». 

Il manager non mollò e l’opera verdiana si fece coi soldati del Faraone a mani nude. Antico Egitto o Roma 2009, la musica è sempre quella: il Fus! il Fus! ovvero, più soldi a teatri pubblici, film d’autore, fondazioni liriche. Richiesta sacrosanta cui però va aggiunta una postilla, quella dei grandi flop, dei “capolavori” finanziati col denaro pubblico ma disertati dal pubblico, della voragine nei bilanci di molte fondazioni liriche col loro esercito di 6mila dipendenti, del nulla di certi cartelloni di prosa mantenuti a suon di euro statali. 

La legge per fortuna è diventata più selettiva nel tempo, quella sul finanziamento del cinema per esempio ha subito una torsione nel 2006 (riforma Urbani), anno di vacche magre per certi furbetti del quartierino cinematografico. Prima di allora, era la cuccagna in formato grande schermo, grazie alla radiosa idea del ministro-cinefilo Veltroni: coprire fino al 100% della produzione di film d’autore. Succedeva allora che società di produzione nascessero e fallissero così, nel giro di due anni, giusto il tempo di girare un film, incassare il finanziamento e dichiarare bancarotta per non doverlo più restituire. 

Il cinema assistito, poi, non è sempre memorabile. Alzi la mano chi ricorda Prime luci dell’alba di Lucio Gaudino (1.250.000 euro di finanziamento pubblico, 12mila euro di incasso), o La rumbera di Piero Vivarelli (1.289.000 euro di fondi statali e 8.400 euro di biglietti venduti), oppure La porta delle sette stelle di Pasquale Pozzessere (3 milioni di euro), la cui recensione sul dizionario dei film Morandini si conclude lapidariamente così: «Distribuito senza esito nell'estate 2005». 

Certo, succede anche che i film sovvenzionati vadano bene, ma succede molto più spesso che vadano male o che nemmeno arrivino nelle sale. «Cancellare interamente il finanziamento pubblico e investire tutto su potenti defiscalizzazioni, come fanno in America e Giappone, dove gli artisti sono pagati dieci volte tanto da sponsor privati che deducono queste spese dalle tasse» ha proposto ai microfoni di Radiotre il direttore dello Spettacolo dal Vivo (il capo di gabinetto del ministro dei Beni culturali) Salvatore Nastasi. 

Ma nel pentolone del famigerato Fus, la torta di finanziamenti pubblici, la quota maggiore non è affatto quella per il cinema (circa 70 milioni di euro nel 2009), perché sono le Fondazioni liriche a succhiare la quota più grossa di soldi, 180 milioni per l’anno in corso. Tanti? Pochi? Mah. Certamente spesso male utilizzati. Innanzitutto il numero di Fondazioni liriche, ben 14, troppe - a detta di molti - e non sempre all’altezza. 

Poi lo smisurato numero di dipendenti delle stesse, circa 6mila, in media 461 a testa. Una folla di lavoratori che assorbe il 70% delle risorse. Il principale problema del sistema è che le risorse vengono elargite non in base alla bravura (a chi fa spettacoli migliori), ma in base ad astrusi calcoli che in gran parte si riferiscono al pregresso. Sembra una barzelletta ma è così: più soldi hai preso in passato, più ne prenderai. Poi i teatri stabili (quelli statali) si aiutano tra loro a raggiungere i parametri che garantiscono la sovvenzione, ospitandosi a vicenda: tu mi prendi il mio spettacolo, io il tuo. Spesso con cachet e compensi monstre. 

Al Teatro Stabile di Torino stava per andare in scena uno spettacolo di Peter Stein, 12 ore di recita, 900mila euro di spesa (pubblica). Poi il direttore del teatro ha bloccato tutto. Ma non perchè fossero troppi i 900mila euro, no, perché il grande regista aveva fatto lievitare i costi di altri 210mila euro. Oops... Alla fine è costato molto meno, 400mila euro. Sì, ma non è mai andato in scena.


Cometa si schianta su Giove: la scoperta dell'anno è di un astronomo dilettante

si è creata una cicatrice nera sulla superfice del pianeta

Anthony Wesley, 44 anni, australiano, fotografa l'impatto. L'evento poi confermato anche dalla Nasa


MILANO - E' la scoperta astronomica dell'anno. E la si deve ad un astronomo dilettante. Una cometa (o forse un asteroide) si è schiantata su Giove e l'evento è stato ripreso (quasi) in diretta. Tutto merito di un programmatore informatico australiano Anthony Wesley, 44 anni, che ha scoperto la zona dell'impatto mentre scrutava il cielo da casa. Il Laboratorio Propulsione Jet (Jpl) della Nasa ha confermato la scoperta usando il potente telescopio a infrarossi di Mauna Kea, nelle Hawaii.

LA SCOPERTA - La notizia della scoperta di Wesley ha lasciato attonito il mondo dell'astronomia. Wesley ha detto che gli ci sono voluti 30 minuti per realizzare che una macchia scura che ruotava nelle nubi di Giove il 19 luglio era effettivamente il primo impatto visto dagli astronomi da quando una cometa entrò in collisione con il Pianeta gigante nel luglio 1994.

«Ho pensato che probabilmente si trattava di una normale tempesta polare», ha detto Wesley sul suo sito web. «Ma dal momento che continuava a ruotare e le condizioni miglioravano, improvvisamente ho capito che non era solo scura, era nero in tutti i canali, il che significava che era veramente una macchia nera», spiega Wesley dalla sua casa a Murrumbateman, a nord di Canberra.

Le fotografie mostrano la zona dell'impatto, una «cicatrice nera», vicino al Polo Sud di Giove. «Siamo stati molto fortunati ad aver guardato Giove esattamente in quel momento, in quell'ora per assistere all'evento. Non avremmo potuto progettarla meglio», ha detto Glenn Orton, scienziato del Jpl della Nasa, al quotidiano australiano Sydney Morning Herald.

21 luglio 2009




Tutti gli sprechi dell’azienda che dà lavoro a 21 familiari Pd

di Diego Pistacchi e Alberto Vignali





La Spezia Per molti si è trattato di una sorpresa. Almeno a giudicare dalle reazioni provocate dall’articolo sui dipendenti Acam, l’azienda spezzina di acqua, gas, telefonia, affini e non affini. I loro nomi, con tanto di grado di parentela con esponenti del Pd locale, hanno scatenato un terremoto. Andrea Orlando, portavoce nazionale del partito, ad esempio minaccia querele ritenendo una «grave distorsione procurata dall’inopinato e gratuito attacco giornalistico» il fatto che lui abbia una sorella che lavora in Acam. Come lui molti altri «interessati». Gianni Lucetti, figlio dell’ex sindaco di Lerici, chiede di precisare che la sua assunzione è stata fatta a seguito di concorso, per differenziarsi da altri citati in un articolo che pure «personalmente condivide nell'impianto accusatorio alla classe politica autoreferenziale e clientelare».

Ma contemporaneamente si moltiplicano i casi di cattiva gestione che hanno portato l’azienda al collasso, a un passivo di 47 milioni in due anni. Si scopre ad esempio che Acam ha acquistato per quasi 2 milioni un terreno che due anni prima era stato acquistato per 697mila euro. Che in realtà la cifra pagata dall’azienda, senza prima chiedere una perizia asseverata sul valore, è stata di 1 milione 999mila e 920 euro dopo che il consiglio di amministrazione aveva autorizzato l’amministratore delegato a fare operazioni senza preventivo consenso per un massimo di 2 milioni. E che il privato che improvvisamente due anni prima aveva acquistato il terreno non è uno scaltro immobiliarista ma opera nel commercio specializzato di carni. Si chiede conto all’Acam di massicce assunzioni negli ultimi anni (1.050 dipendenti per un’azienda da 130mila utenti) ma anche del ricorso costante a consulenze da record, con 12,3 milioni di euro spesi in quattro anni. Senza contare che il Gruppo Acam ha dato vita a ben 13 società controllate, con relativi amministratori (da 2,1 milioni l’anno), in giro per l’Italia e l’Europa, fino in Polonia.

Di questo, si può peraltro ancora parlare, il disastro è ormai sotto gli occhi di tutti. La «Parentopoli» rossa però è tabù. Trovare ad esempio un sindacalista alla Spezia in questi giorni è complicato. Risponde qualche segretario che però preferisce «parlare di cifre». Lorenzo Cimino (Cgil) non appare infatti troppo preoccupato dal fatto che molti esponenti del Pd «vantino» parentele tra i dipendenti Acam: «Mi sembra che non sia nulla di nuovo - commenta - mi pare una posizione strumentale. Molte delle persone citate nell’articolo non ci sono più, c’erano, ma adesso qualcuno è in pensione. Non c’è nulla che colleghi il sindacato con queste assunzioni. In un’azienda di mille dipendenti può capitare che ci siano assunzioni legate a personaggi politici locali».

Risponde anche il delegato Filcem-Cgil Marco Guidarini: «Ci preoccupano più le cifre che i nomi, io però mi occupo di Acam da solo un anno e mezzo e quindi non ho esperienza diretta di questi fatti, non mi sembra corretto entrare nei singoli casi». Walter Andretti (Uil) rilancia la palla alla struttura sindacale: «Be’, è una cosa vera, ma come segretario generale non voglio esprimermi, c’è il segretario di categoria». Così a parlare è Salvatore Balestrino (Uilcem): «Purtroppo sono Roma in questi giorni, non ho seguito tutto, ha saputo solo superficialmente. Mi sembra che si voglia sbattere il mostro in prima pagina. Credo che sia ora di smetterla di giocare con i lavoratori». Il telefonino di Gianluigi Pagliari (Femca Cisl), dopo qualche squillo interrompe la comunicazione.

Poi ci sono i sindaci che hanno voltato parzialmente le spalle ad Acam affidando uno dei servizi storici dell’azienda, lo spazzamento delle strade, ad altri soggetti, ma che poi hanno votato il contestato bilancio. «Mi sembra una giocata pretestuosa, strumentale - commenta Massimo Nardini di Porto Venere, uno di quelli che ha chiuso alcune attività con Acam - magari in altre aziende dove ci sono concorsi nazionali le percentuali sono simili». Andrea Costa, sindaco di Beverino invece il bilancio non l’ha neppure votato: «Non si possono scoprire certe operazioni finanziarie solo all’ultimo». Il caso Acam è esploso.

Ha un figlio illegittimo con un britannico Principessa saudita rischia la lapidazione

VIVE NASCOSTA A LONDRA

La giovane -  che proviene da una facoltosa famiglia e che aveva conosciuto l’inglese durante un viaggio a Londra - ha ottenuto asilo in Gran Bretagna e le è stato garantito l'anonimato



Londra, 20 luglio 2009 - Una principessa saudita che ha avuto un figlio illegittimo con un britannico ha ottenuto asilo in Gran Bretagna dopo aver spiegato al giudice che, se fosse tornata in patria, sarebbe stata condannata alla lapidazione. Alla giovane donna è stato garantito l’anonimato, rivela il quotidiano britannico ‘Independent’, spiegando che proviene da una facoltosa famiglia e che aveva conosciuto l’inglese, non di fede musulmana, durante un viaggio a Londra.

La giovane, sposata con un membro della famiglia reale saudita più grande di lei, si è accorta di essere incinta l’anno dopo. Temendo la reazione del marito che stava diventando sospettoso, la principessa lo aveva convinto a lasciarla partire di nuovo per Londra dove avrebbe dato alla luce il bambino. Da quando ha lasciato l’Arabia Saudita la sua famiglia e suo marito hanno interrotto ogni rapporto con lei.

Alla principessa è stato concesso un permesso di soggiorno permanente nel Regno Unito, riferisce infine il quotidiano britannico, precisando di non aver potuto ottenere conferme sul caso dal ministero dell’Interno di Londra e dall’ambasciata saudita e ricordando una serie di vicende che negli ultimi anni hanno messo a dura prova le relazioni tra i due Paesi.




Travaglio & soci I gigolò del pettegolezzo

di Filippo Facci

Fossi un bastardo vero, un bastardo dentro, racconterei di almeno una festicciuola cui partecipai alla presenza di uno dei rettissimi autori del libro «Papi, uno scandalo politico» e cioè Peter Gomez e Marco Lillo e Marco Travaglio, e non mi riferisco a faccende di sesso, ma alla precisa commissione di un reato che loro agitano fantasmaticamente alle spalle del presidente del Consiglio nel parlare genericamente di party a base di cocaina e dintorni, tanto per dirne una sola. Ma io non sono un bastardo vero, e non sono neppure una Stefania Ariosto o un Paolo Flores D’Arcais o un Tonino Di Pietro, tutti miti loro: purtroppo sono un bastardo a metà e oltretutto sono un mafioso intero, lo sono almeno per quanto attenga al rispetto dei comportamenti privati altrui.

 Parentesi: gli piacerà un sacco che io scriva le cose in questo modo, vedrete che adesso ritaglieranno la frase e scriveranno prima o poi che «Facci è un mafioso intero, l'ha confermato lui» al pari di come Travaglio già scrisse che ero «un ex ladro» perché avevo confessato che da ventenne mi misi in tasca delle scatolette in un supermercato, perché è gente fatta così: in vacanza siciliana coi favoreggiatori di mafiosi ci vanno loro, e magari ci vanno pure in compagnia del pm Antonio Ingroia che intanto chiedeva a personaggi imbarazzanti di ristrutturargli il casolare paterno: ma no problem, ora si preparano a orchestrare il millesimo pateracchio per dimostrare che Berlusconi e Dell’Utri hanno fatto fuori Falcone e Borsellino e fondato Forza Italia in accordo con la mafia, e sarà la quarta volta, no, forse la quinta.

Il bello è che a predicare questo disprezzo per il gossip a un certo punto è stato anche Travaglio: roba che copre le notizie vere, diceva. Negli stessi giorni Antonio Di Pietro faceva un improvviso dietrofront forse nel timore che il caso di M. L., una sua ex amica dell’Italia dei valori, gli esplodesse dentro il Partito: ah, quante cose ci sarebbero da raccontare, se facessimo schifo anche solo la metà di loro.

Poi però la triade Gomez-Lillo-Travaglio alla fine col gossip ci ha fatto un libro: perché la macchina è inesorabile, l’informazione non è un’offerta, è una domanda da soddisfare continuamente, è sempre lo stesso prodotto cui rimodellare il packaging. E infatti la prima critica da fare al libro è proprio questa: mancano le tette in copertina, possibile che abbiano fatto un errore così marchiano? All’Espresso non sarebbe mai accaduto. Sarà stata la fretta. Non c’è neanche un vero indice. Figurarsi quello dei nomi. Però ci sono eserghi di Thomas Jefferson e Georges Pompidou.

Nel complesso, dal libro, emergono due verità certe. La prima: per farlo hanno ucciso degli alberi. La seconda: ’sto «Papi» arrabattato in tre settimane non lascia davvero più dubbi circa il mestiere che facciano davvero Gomez e Travaglio, con Marco Lillo apprendista di bottega e Gianni Barbacetto - buon per lui - provvisoriamente a riposo. È un mestiere che nei confronti di Silvio Berlusconi ha la stessa relazione di consumo che gli indiani d’America avevano col bisonte, una professione seriale che non a caso cita e ri-cita continuamente Enzo Biagi inteso come piccola o media impresa di prodotti giornalistici - diciamo - contraddistinti da un marchio che perlomeno, nel caso di Biagi, aveva un orizzonte più ampio e paradossalmente un target più elevato, meno ansioso cioè di furori che insegnino ai giovani illetterati - non-lettori, spiegano gli uffici marketing delle case editrici - che nulla ha un valore, che la verità la dice Beppe Grillo con apposito dvd scontato, che il gioco è truccato, le coscienze ingannate, che naturalmente lo scrivente e questo Giornale

- vero, Riccardo Barenghi della Stampa? - stiamo scrivendo queste cose solo perché siamo servi, mentre loro e lui sono liberi e dicono la verità: ossia che non siamo una democrazia ma siamo una dittatura, anzi, siamo «a pari merito dell’isola di Tonga» come scrivono nella prima pagina del loro libro: ma ci vadano questo agosto, all’isola di Tonga - in caso di overbooking in Francia, Inghilterra, Germania - e provino a permettersi anche una sola parola del loro gergo escrementizio. Vadano. Poi riferiscano, se tornano interi.

Una borghesia da pacchetto-vacanze che d’estate si sente autorizzata a comprare riviste di gossip senza sensi di colpa: eccolo il target auspicato dal loro «Papi». Auguri, vedetevela un po’ con Eva Tremila, vinca il peggiore. I tre sono a tal punto consapevoli dell’operazione sputtanante che hanno compiuto (sputtanante per loro) da esorcizzarla continuamente anche solo in copertina: «Uno scandalo politico»,

«Il caso Berlusconi non è una faccenda personale» scrivono prima di regalarci 331 pagine di rassegnona stampa e poco altro: vecchie storie dei tempi di Drive in, il solito riassunto delle attricette di Saccà e per esempio «sentenze piene di buchi» dove non corrispondono ai loro desideri, loro che in caso contrario metterebbero le sentenze nei programmi scolastici delle scuole medie. Eppure è anche vero, è un libro in parte diverso da altri loro: stavolta, se non per faccende trite e ritrite, non c’è neppure più di tanto il copia&incolla giudiziario: e sfido, Berlusconi non è indagato in niente.

Ma non c’è problema, o meglio: ce ne sono tanti e tutti urgentissimi. C’è questo Tg1 di Augusto «Menzognini» (uh uh, eh eh) che dice «Escort al posto di prostitute e imprenditori al posto di prosseneti»: allarme democratico, o forse erano solo sbronzi, perché se dicessi «prosseneti» al Tg1 penserebbero a una tribù equatoriale. E che c’è ancora, perché «è un problema politico»? Ah, ecco: perché «è in serio dubbio la salute psichica del capo del governo italiano» e perché c’è il problema delle «continue menzogne» dette da Berlusconi nel (non) rispondere a domande cui non era tenuto a rispondere, c’è «l'incoerenza del capo di un governo che emana leggi per vietare agli altri ciò che fanno lui e i suoi amici».

E quest’ultima almeno è interessante, per quanto comunque infondata, messa così: la legge elaborata per conto di Mara Carfagna - che a chi scrive non piace per niente, dico la legge - parla comunque di prostituzione per le strade e di relativo sfruttamento minorile, non di escort d’alto bordo che questo Paese ipocrita non si decide effettivamente a mettere a regime fiscale come tutti i paesi civili. Poi c’è il problema - continuano a spiegare i gossipari per giustificare il libretto - del «discredito internazionale a cui il presidente del Consiglio espone ogni giorno i Paese»; poverini, il libro andava in stampa mentre il G8 non si era ancora concluso.

Ancora, altri dilemma: «L’uso politico ed elettorale da sempre fatto da Silvio Berlusconi delle sue vicende familiari e delle sue presunte convinzioni religiose». Interessante: ma in attesa che i tre ci spieghino meglio se le convinzioni religiose di Berlusconi siano vere o presunte - faranno pure un’inchiesta anche su questo, prima o poi - saranno anche cavoli di Berlusconi, in fondo: quel meccanismo residuale chiamato democrazia, nel caso, lo punirà o non punirà per ciò che resterà di tutta questa vicenda. E parliamo, attenzione, perlomeno dei fatti di cui si è stra-amplissimamente parlato e che nessuno qui vuole negare: che Berlusconi è stato con almeno una donna - saranno anche di più, ma io parlo di ciò che è acclarato - la quale si è rivelata essere una prostituta da vari punti di vista, o se volete una escort, o se volete una mondeo

, o se volete una battona che forse bastava guardare in faccia e che purtroppo era mimetizzata sin troppo bene tra le tante donne e donnine verosimilmente disposte a buttarsi nel letto dell’uomo più celebre e importante d'Italia; vero è, poi, che Berlusconi ha fatto delle feste sicuramente infarcite di personaggi che possono piacere o non piacere (a me non piacciono per niente, ma che c’entra: a me inorridisce anche Apicella) così come è vero è che alcuni di questi personaggi hanno utilizzato dei voli di Stato non violando tuttavia nessuna regola, com’è stato celermente appurato: il che non significa che le regole non siano fatte per essere cambiate, se troppo di manica larga come probabilmente sono. Queste cose sono vere o sono comunque degne di una soggettiva attenzione: vi sembra che non se ne sia parlato a sufficienza, in questo regime da isole Tonga?

Poi ci sarebbe tutto un altro discorso da fare: ma è troppo serio per farlo ora. Tutto il lordume gossiparo questo discorso l’ha spazzato via: riguardava le candidature blindate e il loro mancato controllo democratico dal basso. Ma prima di questa storiaccia se ne discuteva su Fare Futuro, non su Eva Expresso o peggio ancora - il peggio mai visto - in questo libraccio da pidocchi del pube. Abbiate buone vendite, piccoli gigolò della maldicenza.

La storia L’amore per lettera arriva 10 anni dopo

di Cristiano Gatti


Nell’amore al tempo di Moccia, una storia come questa non starebbe in piedi. I nuovi innamorati, se vogliono, quando vogliono, si trovano in tempo reale, nell’ordine dei nanosecondi. Mandano messaggini, chattano, si rintracciano su Facebook. Non esiste che due ragazzi facciano pucci-pucci al mare e poi per decenni si perdano di vista, solo perché l’innamorata non trova la lettera dell’innamorato, grazie al genio di una madre che la fa cadere dietro al vecchio armadio.

Per quanto Moccia ne abbia inventate, rispettabilmente poetiche e romantiche, per quanto abbia dovuto strizzare la fantasia per sfornare tomi commoventi, a una cosa del genere non sarebbe arrivato mai. S’è inventato le scritte sui ponti (di questo la nazione lo ringrazia: su tutti i cavalcavia d’Italia ora campeggiano le dichiarazioni e i fatti loro delle Lory e dei Chicco in fregola). S’è inventato pure il «lucchettismo», questo fenomeno oceanico che porta le coppie a chiudere per sempre il loro amore sulle balaustre dei ponti romani, per la gioia di Peynet e dei ferramenta cittadini.

Sì, anche l’amore ai tempi di Moccia concede molto al romanticismo, anzi si premura di recuperarlo e di rivalutarlo: eppure, una storia bella come questa di Carmen e Steve non se la potrebbe permettere mai. Amarsi, perdersi, sognarsi, cercarsi ritrovarsi. Anni di sospiri e di emozioni, di notti struggenti e di trepidanti attese. Tutto questo per una lettera che finisce dietro all’armadio. Un ragazzino d’oggi avrebbe tutto il diritto di considerarla una storia comica. Lui, al mare, quando acchiappa, prima ancora di avviare le procedure al chiaro di luna, ha già in mano cellulare, mail e riferimenti Facebook.

Quando torna in città, l’ultimo dei problemi è ritrovare l’amata. Il vero problema, caso mai, è riuscire a evitarla. Il sospetto, però, è che nell’amore ai tempi di Moccia e di Facebook una storia bella come questa sia impensabile non tanto per difetti nel sistema di comunicazione, ma per difetti nel sistema dei sentimenti. Il fast food di oggi ha brutalmente eroso anche i margini delle passioni romantiche: il tutto e subito, la totale mancanza di ostacoli, in qualche modo sottraggono alle storie il loro terreno più fertile.

Il sospetto è che anche adesso ci si possa amare moltissimo, ma che mai e poi mai due tizi potrebbero amarsi così, a distanza, senza incontrarsi e senza parlarsi, senza messaggiarsi e senza chattarsi, per poi ritrovarsi in un’altra epoca intatti come allora, cotti a fuoco lento per tutta l’eternità.
Di fronte all’anacronismo inarrivabile di questo legame, viene quasi voglia di mandare due righe, con sentite grazie, alla madre impiastro della storia, capace con la sua sciagurata leggerezza di creare un simile copione, molto più lieve e molto più commovente di qualunque soap opera lacrimevole e ruffiana, allietato persino da un trionfale lieto fine.

Inutile invece star qui a pensare adesso a cosa ne sarebbe, di questa stessa madre, se Carmen, dopo aver ritrovato la lettera, avesse poi ritrovato Steve sposato e padre di quattro figli: probabilmente non saremmo più nella letteratura rosa, ma direttamente in quella sanguinaria e truculenta. Alle volte, basta niente per cambiare il corso delle storie.

Per fortuna, nell’amore al tempo delle lettere e delle madri maldestre, un incantesimo è ancora possibile. Forse, solo grazie alle lettere e alle madri maldestre. Se all’epoca del primo pomiciare Carmen e Steve si fossero subito ritrovati al cellulare, o su Facebook, forse il cuore non avrebbe avuto il tempo di maturare tutto quel sistema di corti circuiti, feroci e inspiegabili, che Marquez chiama «disordini dell’amore». Proprio Marquez: in uno dei suoi libri più celebri, L’amore ai tempi del colera, un giovanotto diventa vecchio amando sempre fedelmente e inutilmente, non corrisposto, la stessa donna. Cinquant’anni dopo, quando lei resta vedova del marito, finalmente la riavvicina e la ottiene per sé. Romanzone indimenticabile.

Carmen e Steve reggono benissimo il paragone, a modo loro, confermando che la realtà sa essere persino più dolce della fantasia. Anche se poi, nell’amore ai tempi di Moccia, l’amore nascosto per anni dentro una lettera, sotto l’armadio, finisce per non sembrare neanche più reale.