domenica 19 luglio 2009

In ricordo di Borsellino: polemiche alla cerimonia Le nuove verità di Riina

di Redazione


Palermo - Il ricordo, 17 anni dopo, è sbiadito. Questo testimonia Palermo nella mattina in cui si commera la scomparsa del giudice Paolo Borsellino, ucciso il 19 luglio 1992 insieme alla scorta dall'auto carica di tritolo in via D'Amelio. Un centinaio di persone soltanto hanno partecipato alle manifestazioni organizzate in via D'Amelio dal comitato antimafia "19 luglio 2009". Pochissimi i palermitani presenti. E proprio la scarsa adesione della gente ha suscitato la reazione dei manifestanti che hanno gridato, dal palco allestito nella via in cui fu piazzata l'autobomba che assassinò il magistrato: "Vergogna, vergogna". Gli organizzatori avevano invitato gli abitanti dei palazzi di via D'Amelio a esporre lenzuoli bianchi alle finestre, ma l'appello non è stato accolto e le serrande di molti appartamenti sono rimaste abbassate.

Polemiche Alla dura protesta del comitato ha risposto, però, Rita Borsellino, sorella del giudice ucciso, che, scesa in strada dalla casa della madre, ha replicato: "Ci vuole più coraggio a restare qui ogni giorno, che scendere in piazza solo per le commemorazioni". Alla manifestazione partecipano i ragazzi dell'associazione calabrese "Ammazzateci tutti'' e gruppi scout di tutta Italia che la notte scorsa hanno fatto una veglia in via D'Amelio. Sul palco si sono alternati Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, e semplici cittadini che hanno ricordato la figura del giudice. Messaggi sono arrivati dalle alte cariche dello Stato: il presidente della Repubblica Napolitano, quelli di Senato e Camera Schifani e Fini, il ministro Alfano.

Rita Borsellino all'attacco "Basta col dire che i palermitani sono assenti alle commemorazioni per Paolo, in questi giorni ci sono state diverse manifestazioni e i palermitani hanno risposto bene, facendo delle scelte. Come bene hanno risposto le tante persone provenienti da tutta Italia. Chi non ha risposto è lo Stato che avrebbe dovuto essere presente nonostante le possibili contestazioni , raccogliendole e confrontandosi con la città che ricorda e che non vuole dimenticare" ha detto ancora Rita Borsellino, sorella del giudice ucciso e eurodeputato del Pd, nel corso delle celebrazioni per l'anniversario della strage di via D'Anmelio. "Le istituzioni - ha proseguito - hanno il dovere della memoria, noi il diritto. Non bastano le corone di fiori, che poi rimangono a marcire per mesi, per dare omaggio alle vittime di mafia. Serve ben altro, la ricerca della verità, che sembra farsi strada adesso con la riapertura delle inchieste. E' un fatto importante, peccato che sono passati 17 anni, di stanchezza e disinganno, e che non sarà facile ricostruire prove e indizi a distanza di così tanto tempo".

Le verità di Riina Per la prima volta, il boss Totò Riina parla delle stragi mafiose del '92. E lo fa in occasione dell'anniversario dell'eccidio del giudice Borsellino. "L'hanno ammazzato loro - dice al suo legale, l'avvocato Luca Cianferoni -. Lo può dire tranquillamente a tutti, anche ai giornalisti. Io sono stanco di fare il parafulmine d'Italia". Un'uscita clamorosa, quella del padrino di Corleone, spinto a consegnare al difensore la sua verità su via D'Amelio dal clamore suscitato dalle notizie sulle nuove ipotesi investigative sulla strage. La procura di Caltanissetta indaga su un presunto coinvolgimento di apparati dello Stato nell'uccisione del giudice. Riina ha commentato: "Avvocato, io con questa storia non c'entro nulla".

Trattive e arresti eccellenti E sulla presunta trattaviva tra Stato e mafia, intrapresa per porre fine alla stagione stragista, che avrebbe visto proprio in Riina il principale protagonista, il boss replica: "Io trattative non ne ho mai fatte con nessuno; ma qualcuno ha trattato su di me. La mia cattura è stata conseguenza di una trattativa". Riina, dunque, è certo di essere stato "venduto", ma nega che a consentire la sua cattura sia stato il boss Bernardo Provenzano. "So che la mia posizione processuale sulla strage di via d'Amelio non cambierà - ha spiegato poi al legale -. Io non chiedo niente, non voglio niente e non ho intenzione di trovare mediazioni con nessuno".

Ciancimino Sulla presunta trattativa tra Stato e mafia il boss ha un'idea precisa. "Il mio cliente - spiega Cianferoni - sostiene che l'accordo sia passato sopra la sua testa e che i protagonisti della trattativa sarebbero Vito Ciancimino (ex sindaco mafioso di Palermo ndr) e i carabinieri. Non a caso quattro anni fa chiesi che venisse ascoltato il figlio di Ciancimino, Massimo". E proprio Ciancimino jr nei giorni scorsi ha riportato l'attenzione sul presunto accordo tra Stato e mafia e sul cosiddetto "papello", l'elenco delle richieste che Riina avrebbe fatto alle istituzioni per far cessare la stagione delle stragi. Il figlio dell'ex sindaco, condannato per riciclaggio, e ora aspirante dichiarante, ha promesso ai magistrati di Palermo di consegnare copia del documento che proverebbe l'esistenza della trattativa.




Fisco, nel 2008 i ristoratori come i pensionati

di Redazione


Roma - Ristoratori come pensionati con un reddito lordo tra i 14.500 e i 13.500 euro l'anno. Commercianti, anche all'ingrosso, come lavoratori dipendenti, poco sopra i 19.000 euro. La folta platea di micro-società con contabilità semplificata che dichiara ancora meno, in media 17.000 euro. E' un frullatore di categorie e redditi quello che emerge da una lettura di dettaglio dei primi dati sulle dichiarazioni fiscali del 2008 diffusi dal dipartimento fiscale del ministero dell'Economia. Tutti dati relativi al 2007, anno pre-crisi. 

Le differenze Dai confronti appare spesso evidente che lo zoom del fisco mette a fuoco grandi contraddizioni. Ecco allora che il reddito medio degli imprenditori della categoria "servizi di alloggio e di ristorazione" (nella quale ci sono anche i titolari di piccoli alberghi, residence e camping, ma anche ristoratori, pizzerie e fast food) è in media di 14.597 euro e crolla a 13.545 euro per 100.000 su 120.000 imprenditori del settore che hanno optato per una forma societaria che consente la contabilità semplificata. Il loro reddito è praticamente identico a quello dei pensionati, che in media nelle dichiarazioni dello steso anno si attestano a 13.448 euro: li dividono solo 97 euro lordi. 

Le mini-scoietà Di confronto in confronto, appare che a dichiarare meno dei 19.335 euro dei dipendenti non sono gli "autonomi" ma le mini-società, le imprese di persone con contabilità semplificata che oramai sono la "formula" scelta da molti settori: il commercio, i ristoranti, le attività edili. Il reddito da lavoro autonomo si attesta a 37.124 euro, grazie ai redditi alti di professionisti e medici che alzano la media. 

Quello delle micro-società è in media di 17.007 euro, circa 1.400 euro lordi al mese. Intere categorie sono ora rappresentate quasi esclusivamente da questa forma di "mini-impresa" personale a contabilità semplificata. Vi rientrano soprattutto gli operatori del settore del commercio (672 mila), delle costruzioni (380 mila), del trasporto (82 mila), alberghiero e della ristorazione (100 mila). Anche per loro i redditi sono al lumicino. 

I commercianti Lo stesso vale per il commercio: la media di reddito si attesta su 19.795 euro. Se il commerciante è lavoratore autonomo (ce ne sono 1.072) dichiara in media 11.759 euro, se ha una società a contabilità ordinaria (ce ne sono 116mila) dichiara 33.032 euro). Ma si crolla a 17.507 euro - lo stesso livello di un metalmeccanico che indossa la tuta blu da una decina di anni - per le 672 mila società del commercio all'ingrosso e al dettaglio che applicano la contabilità semplificata. 

Gli imprenditori del settore trasporto (dai taxi ai padroncini) e i titolari di agenzie di viaggio dichiarano in media meno di un lavoratore dipendente. I primi denunciano al fisco una media di 16.837 euro di reddito che scende a 15.468 se si è scelta la forma della società in contabilità semplificata. Per le agenzie di viaggio e di servizio alle imprese, invece, il reddito medio si attesta 18.725 euro (a 16.849 in semplificata). Poco sopra sono invece gli imprenditori edili: il reddito è di 20.317 euro - meno di quanto previsto dal contratto per un maestro elementare ad inizio carriera - ma scende a 18.582 euro per le 380 mila società "semplificate".

Settore immobiliare Un reddito più alto, invece, ci si sarebbe atteso dagli agenti immobiliari, visto l'alto prezzo degli immobili sui quali applicano le provvigioni. La media dichiarata dal settore è di 21.596 euro, in pratica l'equivalente di una provvigione del 3% sulla vendita di due case da 310.000 euro. I circa mille agenti immobiliari-lavoratori autonomi dichiarano in media 11.759 euro, le 672.000 società in semplificata, invece, 17.507 euro. 

Autonomi Nelle fila dei lavoratori autonomi rimangono invece i professionisti (561mila) e i medici e sanitari (218mila): il loro reddito è però decisamente sopra la media. Il grande calderone dei professionisti (da notai ad avvocati, da commercialisti a geometri) dichiara in media 36.369 euro, i medici e sanitari 44.205 euro. Ma ci sono anche gli artisti e gli sportivi e gli imprenditori del settore: la loro categoria dichiara in media 24.800, una media tra i 12.574 di chi ha una società in contabilità semplificata e i 32.027 di chi stacca le ricevute come lavoratore autonomo.



Il vero programma di Grillo: la "dittatura democratica"

di Paolo Bracalini

Un programma ce l'ha, aveva fiutato bene il suo sodale Di Pietro che giustamente se l'è scelto come ideologo di riferimento, ma ci ha visto giusto anche la Serracchiani che all'Unità dice «dobbiamo fare in modo che il Pd sia davvero il contenitore anche per Grillo», come ha capito tutto pure il comico Crozza, il quale lo voterebbe alla segreteria Pd perché «almeno un'idea lui ce l'ha». Ce l'ha, ce l'ha, altroché se ce l'ha. Eccolo il programma del neo iscritto piddino e candidato autoimposto alla leadership del Partito democratico, Beppe Grillo: «Ci vuole una dittatura, una dittatura dal basso. La democrazia sta fallendo, dobbiamo trovare un nuovo modello, la dittatura democratica sarebbe meravigliosa».

Meravigliosa una «dittatura democratica», dice lui, la democrazia ormai è da buttare, dice lui, l'unica strada è un regime autoritario gestito dalle masse connesse a internet, dice lui. Altro che democrazia, è la dittatura del proletariato computerizzato la via maestra per liberare la società dal giogo delle Caste. Non male per uno che si candida segretario del partito Democratico. Non male, l'elogio del totalitarismo, per uno che si identifica con gli appelli dell'Idv contro la «dittatura alle porte» del governo di centrodestra.

La bestialità concettuale, l'ossimoro da giullare aizzatore di piazze, l'ultima buffonata di un Saint-Just da osteria è quella che Beppe Grillo in persona ha spiegato poco più di un mese fa ai microfoni di una tv locale di Pavia, TelePaviaweb, pensando forse di non essere sentito fuori dalle mura pavesi. Prima di un comizio/show nella piazza cittadina, siamo al 28 maggio scorso (prima di buttarsi nella mischia del Pd), il leader in pectore del Partito democratico spiega il suo grande progetto riformatore (riportiamo testualmente il passaggio, per seguire l'intero sproloquio potete vedere sul sito www.telepaviaweb.tv).

«Sarei favorevole a una dittatura se chiunque avesse accesso alla dittatura. La democrazia sta fallendo, stiamo cercando qualche altro sistema e non c'è. La dittatura dal basso, democratica, potrebbe essere meravigliosa. Se tutti avessero la possibilità di accedere per fare i dittatori io sarei d'accordo. Qui siamo davanti a una grande rivoluzione che i media non hanno capito».

Ammettiamo subito di non capire nemmeno cosa sia una «dittatura democratica», nozione finora sfuggita ai teorici delle dottrine politiche, probabilmente sforniti di connessione internet e perciò ottusi dai poteri forti. Meno male che c'è Grillo a riformare la politologia con concetti nuovi, come questa idea di un totalitarismo degli smanettoni web, un regime autoritario organizzato attraverso circoli di cittadini-dittatori - lo dice lui -, qualcosa di simile (di preoccupantemente simile) alla rete dei meet up, i comitati di grillini sparsi per tutta l'Italia.

Il problema è che questa non è l'ultima battuta di un comico in età da pensione, non è lo scherzo spiacevole di uno showman che da almeno 20 anni campa e guadagna (milioni) sulla dietrologia d'accatto e sull'immagine da Savonarola anti-sistema. Questo fa sul serio, organizza liste civiche, fa eleggere consiglieri comunali (anche in grossi comuni come Bologna), in combutta con Di Pietro e con il loro comune stratega delle web community, Gianroberto Casaleggio e la sua Casaleggio Associati. Qui c'è un comico che sta mettendo in crisi il primo partito d'opposizione per spianare la strada all'Idv, o a chissà che altro, una «dittatura dal basso» per esempio.

Il Giornale ha già descritto le manovre sotterranee di questo gruppo, le contraddizioni continue e madornali tra propaganda e interessi, la strategia precisa dietro la parvenza di ribelli per puro amore della libertà. Ieri altri si interrogavano sull'emergere del grillismo-dipietrismo come fenomeno di massa. Europa, per esempio, quotidiano dell'ex Margherita, nell'editoriale di prima pagina azzardava un paragone inquietante tra i «nuovi untorelli» (Grillo, Di Pietro, Travaglio... ) e la contestazione Anni settanta: il grillismo-dipietrismo sarebbe, secondo il quotidiano del Pd, «un estremismo di sinistra che può riconoscersi in uomini di destra con tratti di autoritarismo».

Le piazze di Grillo come remake delle piazze sessantottine, col paradosso però di trovarsi come leader naturale l'ex poliziotto Di Pietro. È a questo che pensa Grillo quando parla di «dittatura dal basso»? Anche La Stampa analizza il fenomeno Grillo come un caso politico che non fa per niente ridere, ed è Massimo Granellini a descrivere il comico come «l'ideologo di una piccola minoranza che si sente il centro buono del mondo: la classica malattia dei drogati di Internet che sopravvalutano la Rete, sovrapponendo la vita che scorre lì dentro a quella reale».

Grillo, grazie al suo sito che è tra i primi in Europa per numero di accessi (glielo ha fatto Casaleggio, uno che con la sua società traffica con enormi banche d'affari, multinazionali, tutti i grandi nemici di Grillo per intenderci... ), ha creato una comunità di «grilliani» abbeverati del suo verbo, un popolo a cui lui vende dvd, libri, spettacoli, e un'ideologia dal packaging attraente: la rivoluzione attraverso la Rete.

È lo stesso messaggio che anche Di Pietro utilizza sul suo blog e sul sito dell'Idv, accusando l'informazione di regime delle tv e dei giornali, ed è ancora lo stesso progetto che diffonde la Casaleggio Associati (ripetiamolo: consulenti di Grillo e Idv) attraverso video visibili sul loro sito, video come «Gaia, il futuro della politica», dove si preconizza un mondo in cui la politica è governata direttamente dagli utenti di internet, senza Parlamenti o istituzioni rappresentative. Il contrario della democrazia rappresentativa, forse l'alba di una nuova Casta, la Casta (o il regime) tecnologica. Deliri, fantascienza da smanettoni, forse, ma è quello a cui pensa Grillo.

Già, Grillo e la dittatura dei mouse, l'autoritarismo via internet, una barzelletta detto da lui che qualche anno fa cominciava gli show sfasciando un pc con una mazza. Ma ci ha abituato all'incoerenza, un capitolo talmente lungo che va diviso in paragrafi. Uno è quello dell'ambientalismo e delle energie rinnovabili: ricorderemo solo che la villa di Grillo (lo rivelò l'ex amministratore dell'Enel Chicco Testa) consuma 20 kilowatt contro i 3 medi di una famiglia italiana.

In altre parole l'ecologista Grillo consuma energia come sette famiglie italiane. Ma non era per il risparmio energetico? Ma fosse solo questo. Paragrafo giustizia. Ricordate la campagna per il Parlamento pulito? Se applicassimo l'idea di Grillo e tenessimo fuori da Camera e Senato i pregiudicati, Grillo non potrebbe essere eletto. Tutta colpa di quel brutto incidente in cui morirono tre persone e da cui Grillo uscì con una condanna (Appello e poi Cassazione) a un anno e quattro mesi col beneficio della condizionale.

Ma non era contro i pregiudicati? Bazzecole, ricordiamoci di quell'altra buffonata, quella del terrazzo di cento metri quadrati fatto costruire a Sant'Ilario, nella bella villa che possiede, alla faccia dei regolamenti: mise tutto a posto con un bel condono, sì proprio i condoni di abusi edilizi che denuncia sul suo blog. È ancora lo stesso Grillo, quello che sostiene la democrazia (pardon, la dittatura) dal basso, il web che supera i limiti degli Stati corrotti, a scrivere sul suo sito - a proposito di immigrazione - che «una volta i confini della Patria erano sacri, i politici li hanno sconsacrati», come fosse il leader di Forza nuova. Ed è sempre lui, il paladino degli oppressi, a navigare su yacht, a sedersi su Ferrari, Porsche e Maserati, e a dichiarare al fisco nel 2005 4.272.000 euro. Una sofferenza, lo comprendiamo, se diamo retta ai racconti sulla sua incredibile taccagneria.

Torniamo al discorso pavese di Grillo, l'appello per una dittatura che spazzi via la democrazia. Quel giorno lì, in piazza, Grillo invitò altri oratori grillini tra cui la candidata sindaco della sua lista civica a Pavia, Irene Campari. Iniziò il suo discorso, la candidata sindaco, dicendo che alle cinque stelle di Grillo (i punti del suo «programma» politico) andava aggiunta un'altra stella, la democrazia. Raccontano che il suo discorso finì lì, dopo nemmeno 3 minuti, perché il microfono le fu gentilmente tolto dallo stesso Grillo. E sul sito del meet up pavese, tra i video di quel giorno di comizi in presenza del grande leader Beppe, quello della Campari dura solo 20 secondi. Ecco forse un primo assaggio di dittatura dal basso, o «dittatura

Si presenta in caserma: "Arrestatemi Ho ucciso un uomo 17 anni fa"

Un cinquantenne insospettabile e padre di famiglia ha ammesso di essere l'assassino di Ivan Borellini, 48 anni, titolare di un pornoshop, trovato morto nel '92. "Non riesco più a reggere questo peso" 


MODENA, 18 luglio 2009

Ha resistito per diciassette lunghi anni con quel peso sul cuore. Poi non ce l'ha fatta più, e si è presentato alla caserma dei carabinieri: "Arrestatemi, non riesco più a reggere questo peso". E' stato  così che un irreprensibile agente di commercio 50enne ha confessato l'omicidio di Ivan Borellini, 48 anni, titolare del pornoshop ‘Paprika’ nel quartiere Sacca.

 Poi l'uomo, incensurato e padre di famiglia, davvero un insospettabile, ha cominciato a raccontare i dettagli: "Mi ha aperto, sono entrato. Ero li’ per fare una rapina, avevo bisogno di soldi, ma lui ha reagito, c’e’ stata una colluttazione. Si e’ difeso e allora ho perso il controllo, ho raccolto lo svitabulloni che era in negozio e l’ho colpito".

Borellini, 48 anni, fu trovato morto morto la mattina del 27 ottobre 1992 con il cranio fracassato da una dozzina di colpi.  I Carabinieri confermano che l’uomo, che non ha precedenti ha raccontato dettagli del delitto che solo l’autore, e non un mitomane, poteva conoscere.

Il motivo di una confessione tanto tardiva? "Non riuscivo piu’ a portarmi appresso questo peso". Ai tempi l'omicidio sembrava a sfondo sessuale, visto che il proprietario del pornoshop era stato anche strangolato con una frusta di cuoio nero, tipico attrezzo sado-maso.


Questione meridionale Se emigrano i friulani non si lagna nessuno

di Tony Damascelli


Una lagna. I meridionali immigrati, emigranti, itineranti. Il Sud che piange davanti ai figli che partono, il Sud che si trascina tra sole, mare, vento, controra, sagre, tradizioni, la nostalgia malinconica, la memoria di tempi e volti smarriti, il profumo dei limoni e gli schiaffi del maestrale. Sembra che il fenomeno dell’emigrazione appartenga soltanto ai meridionali. In Inghilterra accade il contrario, a Londra se la spassano, su al Nord sono ancora alla rincorsa dei favolosi anni Sessanta, dei Beatles e dei fumi del carbone, tracannano la birra bestiale di Newcastle, si sbronzano per dimenticare e non sapere.

Qui no, qui si sfogliano gli album di famiglia, zio Peppino, nonna Nunzia, il parroco Sabino, le orecchiette, la frisa con il pomodoro. Una nenia, come un funerale sotto il sole, con zero partecipanti, a parte il defunto. Dico che in Italia e nel mondo ho incontrato decine di friulani pur’essi immigrati, emigrati, migranti, hanno il loro fogolar, si riuniscono, controllano la denominazione di origine ma non «se la» e non «ce la» menano con la storia del treno della speranza, del viaggio verso il futuro, della fuga al Nord anche perché loro dal Nord sono partiti per ogni dove.

In Messico, il villaggio stava alla periferia di Puebla, ne incontrai una comunità, mi offrirono albicocche e pane, parlavano una strana lingua mista: «Guapo, ciapa sta fruta, xè bona, muy bona», non uno di loro si mise a frignare ricordando il frico, la gubana, la polenta, la grappa, i cori degli alpini, erano fieri di aver portato altrove la storia, la tradizione della loro terra, facevano i contadini come al loro paese.

Il Sud vive come una lucertola al sole, si ferma, osserva i movimenti di chi e di che cosa gli accade attorno, poi scatta, improvvisamente, fugge, sfugge, scompare. Il Sud è meraviglioso non soltanto per il mare, per il sole, per il cibo. È meraviglioso per la qualità e il costo della vita, è meraviglioso perché se cerchi un fabbro lo trovi all’angolo, se cerchi un idraulico, un falegname, un artigiano non devi ricorrere alle pagine gialle, chiedi, domandi, trovi risposta cortese. Diranno: quale sud? Quello di Gomorra? Quello della malasanità? Quello delle discariche abusive? Quello dell’incendio al Petruzzelli o di punta Perotti? Perché al Nord dove credono di vivere, tra una clinica santa Rita, la mafia del Brenta, Seveso, i ponti che crollano sul Po?

E invece ariecocci con il lamento funebre dei lavoratori che risalgono il Paese alla ricerca della speranza perduta. Sono finiti quegli anni, il tempo in cui chi sbarcava a Torino trovava il cartello «non si affitta ai meridionali», chi accendeva la radio si sintonizzava su emittenti dal nome improbabile Radio Barletta Internazional, Napuli dee jay, isole alla ricerca del continente.

Erano davvero quelli gli anni duri, difficili. Il terrone (molti continuano a usare questo termine non conoscendone l’etimologia; riflettete un attimo, pensate alla stazione ferroviaria di Milano, al terrapieno che limitava, e limita, i marciapiedi di arrivo dei convogli, al fatto che erano i meridionali, gli extracomunitari del tempo, a portare, con le carriole, il «terùn» e dunque così venivano rinominati dalle belle gioie lombarde, in esclusiva, tanto che a Torino noi stessi meridionali non veniamo

chiamati terroni ma «nàpuli», dai falsi e cortesi piemontesi, quelli che se gli tocchi la «crota», la grotta-cantina, si ammosciano), il terrone, dicevo, vive questa paranoia della lontananza, del viaggio in terza classe fumatori, con il caciocavallo e i mezziziti dentro la valigia di cartone o, adattandosi ai tempi moderni, di una globalizzazione che riduce al minimo i valori e le tradizioni storiche, azzerati da internet, dal cyberspazio e da tutte quelle balle lì.

E così la processione si rimette in moto, come accade, questo sì veramente, in quasi tutti i paesi del Sud, la Vergine incoronata e la banda comunale, i ceri accesi e le donne con il velo ma se qualcuno preferisce gli happy hour o i rave party nordaioli, si accomodi pure.

Il Sud è criminalità, è cafoneria, d’accordo, tanto quanto il Nord che, astutamente, di altro parla, di altro scrive perché quelli che il progresso, perché quelli che una città da bere, perché s’el custa? Nessuno scappa dal Sud, molti vorrebbero scappare dal Nord, si vive piuttosto che sopravvivere, si segue invece di essere seguiti, ho visto torinesi in campeggio sul Gargano festeggiare il ferragosto con la bagna caoda, ho evitato una comitiva toscana che non riusciva a staccarsi dalla ribollita nonostante la canicola del mezzogiorno di fuoco in Salento ma nessuno mi massacrava lo stomaco e dintorni con la storia dell’emigrante triste e solitario.

Il Sud non deve essere salvato, la vita non è altrove, il paradiso non esiste, la città è un miraggio di ipermercati, il pendolino collega un’Italia che è geograficamente quasi impossibile da legare, visitate alcuni rascard della val d’Aosta, fate un giretto in alcuni budelli della costa ligure e poi spiegatemi dove sta la verità.

Basta, allora, fermarsi e pensare, a una terra che è diversa, a uomini, anch’essi diversi, per fortuna, cercate il falegname, chiedete dove lavora il fabbro, chiamate l’idraulico. Troverete comunque una voce, non una segreteria telefonica.Si può vivere anche senza l’Ikea, è sufficiente saper montare la propria esistenza. Dovunque.


Follia burocratica La beffa della carta d’identità elettronica

di Stefano Lorenzetto


È bello sapere che cambiano i governi ma i burocrati restano. Una delle poche certezze della vita. Ho letto sui giornali che il 29 giugno è stato introdotto per la prima volta in Italia il passaporto elettronico con tanto di impronte digitali memorizzate in un microchip. Io dal 2003 avevo la carta d’identità, col microchip. Misurava 8,5 centimetri di base per 5,4 di altezza, quanto una tessera bancomat. Una bellezza. Indeformabile, ingualcibile, sempre a portata di mano come le carte di credito.

Nei giorni scorsi me l’hanno rinnovata. Adesso è larga 21 centimetri e alta 29,7. Tredici volte tanto.
Non dovete fare sforzi per immaginarvi il documento che mi hanno consegnato all’ufficio anagrafe della mia città: sono esattamente le dimensioni di un foglio A4, quello che esce dalla stampante o dalla fotocopiatrice. Anzi, è proprio un foglio di stampante. Sissignori, d’ora in avanti dovrò girare con un foglio nel portafoglio (mai sostantivo fu più appropriato).

Il direttore del Giornale pensava che scherzassi: «Incredibile. Ma quando ti consegneranno la carta d’identità definitiva?». L’aveva scambiato per un documento provvisorio, tipo il foglio rosa che precede la patente o il foglio di via che sostituisce per 60 giorni la carta di circolazione. No, no, forse non mi sono spiegato bene: il foglio è la mia nuova identità. Ne sarà orgoglioso Giuliano Ferrara, spero. D’ora in avanti la carta d’identità avrà valore soltanto se sarà accompagnata dal pezzo di carta uscito da una normalissima stampante a getto d’inchiostro.

Io «sono» questo foglio. In tutti i Paesi della Comunità europea. E se nel frattempo dovesse macerarsi, stingersi, lacerarsi, mi daranno un altro foglio, e poi un altro, e un altro ancora. Tanto che cosa costa stamparlo con la Hp?

Per farcelo stare nel portafoglio, l’ho dovuto ripiegare tre volte su stesso, fino a farlo diventare un kilt, avete presente il gonnellino plissettato degli scozzesi? Consapevole che la tasca posteriore dei pantaloni o, per meglio dire, il gluteo non protegge a sufficienza l’identità, mi sono dovuto procurare in cartoleria una custodia di plastica che avesse le misure adatte a contenere la reliquia. Ora si trova in buona compagnia, in mezzo alle banconote da 10 euro.

L’unica collocazione possibile. Sul foglio si legge che «a seguito del decreto legge 112/2008 convertito dalla legge n. 133 del 06/08/2008 art. 31 si certifica che la data di scadenza della Carta d’Identità Elettronica numero AA0048937, intestata a (...) è stata prorogata fino al 08/10/2013, pertanto dovrà considerarsi come documento di riconoscimento valido fino a tale data».

Elementare, Watson. C’è anche lo stemma della Repubblica italiana. Solo che la stella inscritta nella ruota dentata, anziché bianca, è di colore rosso pieno. Nostalgia dell’Urss? Omaggio alla brigata partigiana che combatteva a Marzabotto e dintorni? Tifoseria per la squadra di Belgrado? Va’ a saperlo. Comunque segnalo la difformità cromatica rispetto al simbolo ufficiale.

Notare bene: il foglio proroga la validità del documento di soli 4 anni, neanche 5, come usava un tempo. E questo in base alla legge citata, che ha prolungato la durata della carta d’identità da 5 a 10 anni. Siccome la tesserina magnetica mi fu rilasciata nel 2003, dovrò ripresentarmi all’anagrafe nel 2013. Per la consegna di un secondo foglio, immagino.

Pare che all’inizio questi fogli fossero redatti soltanto in lingua italiana. Immaginate che cos’è accaduto ai nostri connazionali che li hanno presentati al posto del passaporto in Finlandia o in Lettonia. Poi un’anima pia ha pensato bene di aggiungerci l’intestazione «Expiration date extension» e una traduzione in inglese.

Resta il fatto che anche mio figlio di 13 anni, usando scanner e stampante, potrebbe sfornare centinaia di queste «estensioni della data di scadenza». Insomma: sicurezza zero. Un ufficio inventa il passaporto con le impronte elettroniche, l’ufficio accanto trasforma la carta da fotocopie in carta d’identità. Da non credere.

Nella mia ingenuità, pensavo che la tessera plastificata consegnatami sei anni fa sarebbe stata, a differenza del suo titolare, immortale. Anche perché, per averla, avevo fatto i salti mortali. «Mi dispiace, oggi il terminale non è collegato col ministero dell’Interno, torni un altro giorno», mi ero sentito ripetere decine di volte dall’impiegata. Alla fine avevamo raggiunto un accordo: signora, mi chiami quando il collegamento funziona.

Dopo quattro mesi, la telefonata tanto attesa: «Venga subito! Forse è la volta buona. Però non posso garantirle nulla. Il tempo che arriva, e magari la linea cade di nuovo. A suo rischio e pericolo». Alle 12 in punto ero negli uffici comunali, in coda con altri privilegiati. Alle 13.15 la macchinetta aveva finalmente sputato il badge che incorporava la fototessera scattata sul posto, la firma elettronica, l’ologramma antifalsificazioni, la banda ottica a lettura laser e il microprocessore che in teoria (molto in teoria) dovrebbe custodire, come avviene nelle altre nazioni della Ue, persino le informazioni sanitarie e previdenziali dell’interessato, a cominciare dal gruppo sanguigno e dai dati biometrici.

Non crediate che i tempi per il prolungamento della validità siano più rapidi di quelli per il rilascio dell’originale. In Bulgaria riescono a emettere la tessera elettronica in dieci minuti, come sperimentò anni fa un mio amico imprenditore che ha la doppia cittadinanza. In Italia invece si perdono intere mezze giornate. Anche per ottenere il predetto foglio di stampante, infatti, occorre che il collegamento con Roma sia funzionante. Quando mi sono presentato all’anagrafe, era manco a dirlo disattivato «causa aggiornamenti».

A questo punto vi starete chiedendo, e io con voi: ma perché non sostituiscono le tessere d’identità scadute con un badge tutto nuovo? Ah, saperlo! Ci sarebbero di mezzo: a) gli insondabili contrasti fra le mezzemaniche dei tre ministeri (Interno, Finanze e Sanità) coinvolti nella faccenda, ognuno geloso custode dei propri dati; b) la farraginosità delle procedure che costringono i Comuni - si parla tanto di federalismo - a dipendere dall’Ina (l’Indice nazionale delle anagrafi istituito presso il Viminale) anziché dalla vecchia e cara anagrafe locale; c) gli obsoleti collegamenti telematici tra uffici periferici e cervellone centrale; d) i costi dell’innovazione.

È dal 2004, da quando il progetto sperimentale fu avviato in 139 degli 8.101 Comuni italiani (appena l’1,72 per cento del totale), che va avanti questa solfa. Ma non poteva il ministero fornire alle singole municipalità i badge in bianco e la tecnologia informatica necessaria per compilarli, prevedendo il solo obbligo di scaricare periodicamente all’Ina gli estremi delle carte d’identità elettroniche rilasciate, senza coinvolgere i cittadini in questo girone infernale? È ciò che i burocrati periferici avevano suggerito ai burocrati centrali. Niente da fare: troppo semplice, per le menti di Roma.

I Comuni partecipanti al progetto-pilota avrebbero dovuto sostituire i documenti cartacei a tutti i cittadini nell’arco di 12 mesi, pena la perdita del contributo ministeriale. A parte che sarei curioso di sapere quali città hanno centrato questo ambizioso obiettivo, adesso che senso ha compiere l’operazione inversa, cioè costringere i possessori della carta d’identità elettronica a portarsi sempre appresso un foglio formato A4?

Così mi ritrovo in tasca due documenti: uno di plastica e uno di carta, il secondo dei quali indispensabile a garantire la validità del primo, per una superficie complessiva di 670 centimetri quadrati. E allora rivoglio indietro la mia prima carta d’identità. Quella che avevo a 14 anni. Quella, come dice la parola stessa, di carta. O di cartoncino, fate voi. Una sola. Base 15 centimetri per 11 di altezza. Quattro volte più piccola. Sono già abbastanza ingombrante di mio.

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it