giovedì 16 luglio 2009

Galeazzi condannato a una multa di mille euro per aver definito il portiere«terrone»

OFFESE E CONDANNEL'uomo offeso si è rivolto al giudice di pace che ha condannato


"bisteccone" per ingiuria aggravata e per questo dovrà pagare anche le
spese processuali



Per aver definito «terrone» il portiere dello stabile in cui abita, il giornalista Giampiero Galeazzi dovrà pagare una multa di mille euro. Lo ha stabilito il giudice di pace Luciana Mameli a conclusione del processo scaturito dalla denuncia che il portiere aveva presentato tempo fa su assistenza dell'avvocato Giacinto Canzona.


IL RISARCIMENTO - Il giornalista sportivo noto anche con il nome di "bisteccone" data la sua mole, è stato riconosciuto responsabile di ingiuria aggravata per aver offeso l'onore del portiere e per questo dovrà anche pagare le spese processuali

16 luglio 2009


Grillo;Pd come gli integralisti islamici

l comico genovese dal suo blog replica alla commissione di graranzia: "Mi ha lanciato una fatwa perché secondo loro ispiro e mi riconosco in un movimento politico ostile al PD".

Roma, 16 luglio 2009 - Beppe Grillo non demorde malgrado il 'no' ricevuto per iscriversi al Partito Democratico, che gli avrebbe consentito di candidarsi per la segreteria nazionale. Ecco cosa scrive sul suo blog:

 

La commissione di Garanzia del PD mi ha lanciato una fatwa: "Non è possibile la registrazione di Beppe Grillo nell'anagrafe del Pd poiché egli ispira e si riconosce in un movimento politico ostile al PD. La delibera verrà resa nota sul sito nei prossimi giorni''.
 

In una sola frase hanno ammesso che:

1. esiste un movimento politico popolare
2. tale movimento è "ostile" al PD
3. se un cittadino può iscriversi o meno al PD (dove D sta per Democratico) lo decide una fantomatica commissione di Garanzia, non lo Statuto
Il "Movimento Politico Ostile" è ostile forse perché il suo programma è alternativo a quello del PDL? Mentre quello del PD è invece uguale a quello del PDL?.
Il PD è ostile alle rinnovabili, ostile al ripristino della votazione diretta del candidato, ostile al Parlamento Pulito, ostile a rifiuti zero, ostile alla diffusione della Rete e al suo accesso gratuito, ostile all'acqua pubblica, ostile a un massimo di due legislature per deputati e senatori, ostile alle inchieste di De Magistris e della Forleo, ostile a tutti i temi trattati nella Carta di Firenze.

 

Il PD è invece favorevole agli inceneritori, all'indulto di buona memoria, alle concessioni per tre televisioni nazionali regalate da D'Alema e da Violante allo psiconano, all'occupazione del partito da parte di un'oligarchia, all'acqua privatizzata, ai conflitti di interesse, alle centrali nucleari, alla militarizzazione di Vicenza con il raddoppio della base Del Molin, al Lodo Alfano, ai contributi all'editoria, all'occupazione della RAI da parte dei partiti.
Il "Movimento Politico Ostile" è l'esatto contrario del PD a livello di programma, se si può parlare di programma per il PD e non di scelte tattiche di un manipolo di persone in cerca di occupazione. Ricordo, ad esempio, che Fassino e sua moglie hanno accumulato 13 legislature. Quanti milioni di euro ci sono costati e con quali risultati per i cittadini?


Il "Movimento Politico Ostile" è ostile solo nei confronti di una ventina di persone, da Bersani alla Melandri, che si arrogano di rappresentare la volontà di milioni di italiani e disprezzano la società civile che ha partecipato ai Vday e che ha eletto quaranta consiglieri nei Comuni con le Liste a Cinque Stelle.
Il "Movimento Politico Ostile" non è ostile verso chi vota PD, non è ostile all'insegnamento di Berlinguer.
Il "Movimento Politico Ostile" è ostile a un gruppo ristretto di persone che come i maiali nella "Fattoria degli animali" sono animali più uguali degli altri e sfruttano la buona fede e la mancanza di alternative di milioni di cittadini per bene, è ostile a chi mette il ladro Bottino Craxi nel suo Pantheon privato.
Io non sono stato tesserato, non sono degno, non posso candidarmi con un programma a segretario. Lo ha deciso una commissione. Chi ha eletto questa commissione? Chi ne fa parte? Chiedetelo al segretario Giampietro Sestini, mail: giampietrosestini@yahoo.it.
Una domanda a Bersani: "Bassolino inquisito a Napoli come sta? E Carra condannato in via definitiva è un vostro deputato?". Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure



Quando si autoassolse in tv: «Non ci sto»

di Redazione



Non ci stava. Anzi, dava l’allarme. «A questo gioco al massacro io non ci sto. Io sento il dovere di non starci e di dare l’allarme», disse. Quando, nel 1993, scoppiò lo scandalo («questo ignobile scandalo») sui presunti fondi neri, dispensati dai servizi segreti ai ministri degli Interni «degli ultimi dieci anni», tutti escluso Fanfani, e quindi compreso Oscar Luigi Scalfaro (al Viminale fra il 1983 e il 1987), l’allora inquilino del Quirinale fece irruzione a reti unificate nelle case di tutti gli italiani per comunicare urbi et orbi la sua preoccupata indignazione.

Erano le 22.30 della sera del 4 novembre. Tangentopoli infuriava, le elezioni politiche erano alle porte, i veleni corrompevano la vita pubblica. Nel tardo pomeriggio, le agenzie avevano riportato le nuove «rivelazioni» che avevano portato lo scompiglio nel mondo politico. Si parla di un presidente della Repubblica pronto a dimettersi. Nel dopocena gli italiani scoprono che le intenzioni del capo dello Stato sono altre.

Scalfaro imposta la sua arringa di (auto)difesa puntando sui distinguo: «Diamoci una scrollata», dice fra l’altro, «per distinguere il male dalle malignità, dalle bassezze, dalle falsità, dalle trame di vario genere e misura». Mica ne fa una questione personale, il presidente. «Non ci sto, non per difendere la mia persona, che può uscire di scena in qualsiasi momento, ma per tutelare l’istituto della presidenza della Repubblica».

Però fa un certo effetto rileggere oggi le parole dello Scalfaro di allora: l’«asprezza disgustosa della sleale battaglia», il «dovere primario di non darla vinta a chi lavora allo sfascio»... Toni e termini molto diversi da quelli usati nell’intervista di ieri a Repubblica, dove l’ex inquilino del Quirinale spiega invece come «su fatti che interferiscono nelle responsabilità di governo» (e in questo caso non parla di fondi neri gestiti da istituzioni dello Stato, ma di festini a luci rosse) altro che spot televisivi, bisogna riferire in Parlamento, che ha «il diritto di sapere».

Quanto è cambiato in questi sedici anni. Nel ’93 bisognava «reagire considerando reato il reato, ma difendendo a oltranza e gli innocenti e le nostre istituzioni repubblicane». Ora invece bisogna preoccuparsi di chiedere scusa ai cittadini, «cospargendosi il capo con un pizzico di cenere». Ieri non ci stava, oggi non ci vuole stare.




La predica di Scalfaro: "La verità è un dovere". Tranne che per lui

di Gianni Pennacchi

Passi per Hitler, che aveva arruolato ragazzini di 14 anni e vecchietti di 80 per difendere gli ultimi metri di Berlino, ma dev’essere alla frutta anche il partito di Repubblica, se non trova di meglio che rispolverare il pio Oscar per proseguire la guerra contro Berlusconi. Non hanno più foto da spararsi, confessioni piccanti e festini hard? Ed ecco allora l’arma segreta, esce dal bunker il presidente emerito Scalfaro, classe 1918. Il «sepolcro imbiancato», come lo chiamava Bettino Craxi dall’esilio. Ieri lo han lanciato in intervista per far dire anche a lui, come già a svariati «bufalari» della stampa estera, che il premier deve «dare spiegazioni in Parlamento» e rispondere alle «dieci domande dieci» del tormentone di Repubblica. Deve «chiedere scusa al Parlamento e ai cittadini», perché «un po’ di cenere in capo converrebbe anche a lui». Lo chiede in nome di «chiarezza e verità», princìpi che gli sono stati «sempre a cuore nell’attività politica», dice.
Ineffabile e pio Oscar, ancora sul pulpito! Sorvoliamo sui primi passi pubblici, che sono ormai preistoria. Che so, perché e come da giovane pm nella sua Novara ormai liberata (ancora adesso ama ripetere di aver la toga appesa al cuore) ha chiesto e ottenuto la fucilazione di un paio di repubblichini. O com’è andata quella storia dello schiaffo alla signora «scollacciata» intravista in una trattoria romana quand’era deputato di primo pelo. Oppure il vezzo di lasciare cadere il rosario dalla tasca quando girava in campagna elettorale per conventi, sinché una madre superiora ormai avvezza lo ha supplicato: «Basta onorevole, abbiamo capito che è un buon cristiano».
No, «chiarezza e verità» scalfariane sono diventate lampanti in età più matura, quando è salito al Viminale, poi alla presidenza della Camera, infine al Quirinale. Ma non era lui, il ministro di polizia del «chiamatemi Lattavulo», sì, il prefetto Lattarulo dei fondi neri Sisde? Lo scandalo esplose quando era già capo dello Stato, e andò in televisione a pontificare «io non ci sto!». Ma le bustarelle nel suo ufficio all’Interno, dall’83 all’87, erano arrivate; altroché se arrivavano, rallegrando pure le dattilografe. E nell’aprile ’92 appena eletto presidente della Camera, chi mandò il suo fedele portavoce dal portavoce uscente della Iotti, domandando «a quanto ammontano qui, i fondi riservati?», ricevendone una muta risposta di occhi stupefatti?
Ma è nel settennato, che «chiarezza e verità», insieme al «dialogo» ovviamente, hanno brillato come fulgide stelle. Da subito, perché Craxi gli aveva spianato la strada per il Quirinale con l’intesa che ne avrebbe ricevuto l’incarico di formare il governo. E quello che ti fece? Invitò Claudio Martelli ed Enzino Scotti a palazzo, «mi dovete dare una mano per questo difficile incarico, fatevi venire un’idea». Quelli abboccarono salendo al Quirinale, e a tambur battente Scalfaro si lamentò con Gennaro Acquaviva e a Salvo Andò: «Ma sapete che quei due sono venuti a candidarsi?». Così nel Psi esplose la lite, e Palazzo Chigi toccò a Giuliano Amato.

Erano gli anni di Mani pulite, ma chi stilava le liste dei ministri e pure quelle dei sottosegretari, imponeva dimissioni a suo piacimento, dava il via libera al ministro della Giustizia (era Alfredo Biondi), anzi lo sollecitava, per varare un provvedimento che distinguesse tra politici ladri in proprio e percettori di tangenti per il partito, per poi ripararsi nella vandea giustizialista peggio di Ponzio Pilato? I tatticismi per tenere in vita i «governi tecnici» finché non fosse pronta la gioiosa macchina da guerra di Occhetto, sono chicche costituzionali. E i giochini per incartare Berlusconi, «Gifuni povtami il calendavio»? Nemmeno i Legnanesi.
Meglio ridere, visto che la grottesca pièce continua, ma avete dimenticato lo sbianchettamento referendario? Era il 1997, la Corte costituzionale aveva appena votato il sì all’ammissione anche del referendum sulla smilitarizzazione delle Fiamme gialle, e s’affrettava alla cena per festeggiare la matricola Fernanda Contri. Nell’atrio dell’Hassler, un paio di giudici lo confidarono a due cronisti. Per compiacere i comandi della Guardia di finanza, nella notte Scalfaro mise sotto pressione il presidente e gli esponenti suoi amici della Consulta. E per potenza della separazione dei poteri e delle regole, l’indomani quel sì s’è tramutato in no. «Era un sì scritto a matita, provvisorio», s’arrampicarono sui vetri.
E già che ci siamo, che dire della nomina della Contri, illegittima poiché non aveva vent’anni di esercizio dell’avvocatura? Scoperto l’errore scalfariano, la Contri avrebbe dovuto dimettersi. Ma lui s’oppose, anche perché c’era il rischio di inficiare tutte le sentenze alle quali aveva nel frattempo contribuito la giudice senza titoli. E allora hanno sanato chiudendo occhi, bocca e orecchie come le tre scimmiette, archiviando la faccenda a tarallucci e vino.
Sì, l’imparziale e saggio Oscar... Qualcuno sa dire come mai ancora oggi, la Corte costituzionale è in stragrande maggioranza orientata a sinistra? Guarda tu che coincidenza, questo è il 10° interrogativo... Perché non dà l’esempio e intanto risponde lui, il presidente emerito?




Questo Pd è la polizza-vita del premier Ma al congresso vi farò una sorpresa»

Grillo: che fastidio sentirmi definire ostile. Se non mi volete non mi iscrivo più 

 

Il comico respinto dal Pd: «Ho votato Di Pietro: è sempre stato con noi condividendo i nostri obiettivi»


«Se io fossi stato al posto loro...». Se fosse stato al posto loro? «Avrei detto: caro Grillo, lascia perdere, non possiamo tesserarti perché sono anni che ci prendi per il culo. Però se vieni al congresso sei un ospite gradito. Vieni e ci dici la tua. Sarebbe stata una risposta politica. Avrebbero fatto bella figura. Ma tirare in ballo il paragrafo tre dell'articolo nove! Quella non è una risposta politica: è burocrazia. Allora la politica non serve a niente. Basta un apparato con dei regolamenti. Boh...». Fallito l'assalto alla segreteria del Pd, Beppe Grillo affonda con appetito la forchetta in un piatto di gnocchetti sardi alla bottarga: «Perché ci ho provato? Perché mi fa rabbia vederli così...». «Glielo dico io perché», irrompe ridendo la moglie: «Beppe era in spiaggia, si annoiava, pensava e ripensava. Era una domenica. A un certo punto fa: quasi quasi mi candido a segretario dei democratici... Così è andata». Lui ride, e torna ad affondare la forchetta con l'allegria impiegata ad affondare il coltello nelle piaghe del Partito democratico.

Ma alle elezioni per chi ha votato?
«Domanda imbarazzante. Io sono un non votista. Vorrei che resettassimo un po' la nostra mente. Cos'è la destra, cos'è la sinistra? Parole. Cambiamole, queste parole».

L'ha votato mai, il Pd?
«Mai. Ma il punto non è questo. Di questa sceneggiata la cosa che mi ha dato più fastidio è sentire che io sarei a capo di un movimento ostile. "Ostile" è una brutta parola. Io non sono per niente "ostile" al Pd».

Il «Giornale» dice che ha lanciato addirittura un'Opa ostile per conto di Di Pietro.
«Io? Per conto di Tonino? Ma dai... Per dire che uno è ostile devi vedere il suo programma. Il mio programma qual è? L'acqua pubblica, le energie rinnovabili, la mobilità, il Wi-Fi gratuito, la raccolta differenziata... Questa, per loro, è l'ostilità. Perché il loro programma sono le discariche, il cemento, l'acqua privatizzata, gli inceneritori che fanno venire il cancro...».

Tornando alla candidatura...
«È nato tutto nel gennaio 2005, col mio blog. Adesso siamo tra i primi al mondo ma all'inizio non sapevo neanche che cosa fosse. Scrivevo una roba, cercavo di far parlare su questo argomento della gente... Ho cominciato a capire. La Rete è la grande trasformazione di questo secolo».

Eppure aveva cominciato spaccando il computer...
«E continuo a spaccarne. Ma perché mi fa rabbia quando non funzionano. I virus, i problemi... Non perché io sia un luddista. La Rete è fantastica. Sullo stesso argomento economico puoi far parlare un Nobel come Stiglitz e un operaio dell'Italsider. Da lì siamo partiti. Poi abbiamo deciso di calare le idee nel concreto. Renderle fisiche. Per attuare sul territorio le cose teorizzate sul blog. Parliamo di 560 gruppi. Circa 90mila ragazzi... Siamo in Australia, America, Giappone... Da lì è nato il V-Day. Voi dei giornali non ve siete neanche accorti».

Questa poi! Era su tutte le prime pagine...
«"Io" sono finito su tutte le prime pagine. E dopo, non prima: "dopo". Solo io e non il milione e mezzo di persone nelle piazze che hanno raccolto 350.000 firme per le nostre proposte di legge popolare: via i parlamentari condannati, non più di due legislature, voto di preferenza come base della democrazia. È stata la più grossa manifestazione degli ultimi trent'anni. E la sinistra, che cosa ha fatto?»

Vi ha dato dei qualunquisti.
«Esatto. Qualunquisti. Populisti. Demagoghi... Io non ho mica capito. Perché invece non ci ha abbracciato? Cosa c'era di sbagliato nelle nostre idee contro i pregiudicati, per una politica più pulita, per le preferenze, per una legge sul conflitto di interessi, per una riforma delle regole finanziarie? Un partito sveglio avrebbe dovuto capire. Purtroppo c'era Veltroni... Topo Gigio... Di politica non c'è più niente là dentro. Io ho cercato di riempire il nulla con un programma».

Cacciari dice che lei voleva solo sputtanare il Pd.
«Come fai a sputtanare una cosa che non esiste? Torniamo all'"ostile": come potrei essere ostile agli elettori del Pd? Il mio obiettivo era semplice: andare al congresso e parlare. Esporre il nostro programma. Dire: "Venite fuori, trentenni con le palle. Mandate via tutti quelli che non hanno più niente da dire"». E adesso? «Andiamo avanti. Facciamo le nostre primarie online invece che con la carta e la matita. Andiamo avanti con le nostre liste "cinque stelle". Dove i nostri sono entrati, prendendo dal 3 al 10%, hanno cambiato il modo di fare politica. Immagini solo cosa vuol dire trasmettere in diretta sul Web un consiglio comunale dove i cittadini vedono cosa dice Tizio, cosa vuole Caio... Questo è il controllo democratico. Se hai delle idee buone, sensate, a bassi costi, sono costretti a seguirti. Loro non hanno idee. Destra, sinistra... Non hanno più idee. Ma dicevo: io sono ostile a sei, sette, dieci persone».

Cioè?
«I soliti. D'Alema, Rutelli, Latorre, Fassino... I soliti che vediamo da anni. E che sono un tappo che frena le energie. Ci sono milioni di elettori nel Pd che condividono le nostre battaglie. Mi hanno votato in 270.000, sul Web».

Eppure anche la Serracchiani...
«All'inizio diceva d'essere d'accordo, poi deve aver avuto una telefonatina. Cosa vuole, è una suora in un bordello».

Non ha messo nell'elenco Bersani e Franceschini.
«Ma sì, anche loro... Come fai a votare Franceschini? Cosa vuole Franceschini? Qual è il programma di Franceschini? Non ce l'hanno, un programma. Io sono un comico ma un programma che l'ho. Degli obiettivi ce li ho».

Ma se lei voleva distruggere i partiti, perché tentare la scalata a una segreteria? Non è un'incoerenza?
«I partiti si sono distrutti da soli. Mica li ho distrutti io. Non hanno più senso. Nella democrazia della Rete, la democrazia dal basso, il partito non rappresenta più nessuno».

Anche Gheddafi dice che non è questa la democrazia, che è inutile eleggere un Parlamento...
«Lui è un despota. Dice che la democrazia non esiste: "La democrazia sono io". Io non dico questo. Dico che la democrazia rappresentativa è finita ed è cominciata la democrazia partecipativa. In Svizzera fanno dei referendum su ogni cosa, decidono i cittadini ed è fatta».

Sta teorizzando il rapporto diretto tra il leader e il popolo attraverso la rete senza l'ingombro del Parlamento? Un rischio mortale...
«No, no. Sulla Rete non puoi imbrogliare. Se non hai credibilità e reputazione ti massacrano. Ci vogliono le palle per reggere, in Rete. Parlo anche per me. Per questo Berlusconi non si sogna di affacciarsi online. Ci ha provato Clemente Mastella, a fare un blog contro di me. Ne è uscito con le ossa rotte. Lo hanno subito clonato con un blog quasi identico ma irresistibile: "Demente Mastella". Poveraccio...».

Fatto sta che questo rapporto diretto online tra il leader e il popolo...
«Cerchi di capirmi, Obama cosa fa? Prima di fare una legge la mette online per sentire cosa ne pensano i cittadini».

E sarebbe questa la nuova democrazia?
«Democrazia... Libertà... Parole. Sbandierate spesso da chi non ci crede più. Probabilmente la democrazia come la conosciamo è finita. Ci sarà qualche altra forma. Quando hanno messo in onda Annozero su YouTube la gente interveniva in diretta. Non puoi raccontare balle, online».

Oddio, magari ne puoi raccontare ancora di più...
«Ma vieni subito smascherato. Sta cambiando il mondo. E loro (loro) non l'hanno capito. Fanno ancora le primarie coi foglietti di carta. Fondano le televisioni coi soldi pubblici e non sanno cosa farne. Sono vecchi. Come è vecchio lo psico-nano».

Cioè Berlusconi?
«Murdoch, che è molto più bravo e ha dei figli più svegli, sta già investendo sulla rete. Compra "MySpace". Ha capito. Lo psico-nano insiste invece col digitale terrestre. Roba già morta prima ancora di essere diffusa. È come il Pd, il digitale terrestre. Ma lei ha visto cos'è successo alle Europee? Abbiamo eletto Sonia Alfano con 160.000 voti senza neanche un'apparizione televisiva. Fatto trionfare De Magistris. Raddoppiato i voti a Di Pietro...».

Perché dice «noi»?
«Perché Sonia Alfano appartiene un po' ai "grillini". Anche De Magistris ha ringraziato la Rete... Anche Di Pietro, quando con un po' di sforzo ha capito...».

E allora perché lei non ha investito sull'Italia dei valori, invece che sul Pd?
«Il partito di Di Pietro insiste sulla figura di Di Pietro...».

Insomma: lei ha votato lui?
«Sì. È sempre stato con noi, fin dalla nostra nascita, condividendo i nostri obiettivi».

Allora perché il Pd?
«È il secondo partito del Paese. Ma è guidato da fossili che non danno risposte su niente. Vogliono l'acqua pubblica o quella privatizzata? La raccolta differenziata o gli inceneritori? Il nucleare o l'energia rinnovabile? Rispondano. Io mi rivolgo ai giovani che sono dentro il Pd. Sono loro che devono impossessarsi del partito. Sono stato alla fiera di Verona del "solare", la più grande d'Europa dopo Monaco. Fantastica. Non c'era un politico. Erano tutti a inaugurare l'inceneritore di Acerra. Roba vecchia».

Fatto sta che la tessera non gliela danno. «Eh già...». Quindi non si iscrive più. «Non posso andare dove non mi vogliono. Prendo atto che per loro io sono un movimento ostile. Il fatto è che questi qui, quando tornano a casa, si tolgono i baffi, si tolgono i capelli e sono uguali a Berlusconi».

È quello che dicono i democratici: cosa viene a fare con noi se pensa che siamo tutti uguali?
«Allora lo ripeto: non ho detto che gli elettori del Pd e del Pdl sono uguali. Ho detto che sono uguali i dirigenti, la parte sinistrorsa del comitato d'affari nazionale. Io ce l'ho con quei dieci che guidano il partito, che le hanno perse tutte e sono la polizza-vita di Berlusconi. Il quale, finché ci sono loro, sta tranquillissimo. Io voglio non rinnovare più quella polizza. Sarebbe già morto, politicamente, con un'opposizione diversa. A partire da tutti gli errori di Veltroni. Un uomo solo aggettivi e sostantivi».

Con Bersani sembra meno duro...
«Ma per carità... Ha fatto il ministro del tutto. Le farmacie... I tassisti... Basta. Non volete me? Benissimo. Ma pigliatevi dei giovani. Gio-va-ni. Basta con questa gente laureata trent'anni fa. Obama ha 46 anni e si circonda di ragazzi... Ci sono consiglieri delle banche online che hanno 15 anni! Quindici! Questi qui non hanno la sinapsi».

Prego?
«Sono lenti! Lenti! Lenti! Se non si libera di gente così, il Pd è morto. Pace. Noi andiamo avanti. Continueremo a presentare liste... A organizzare il terzo V-day per il 4 ottobre... A chiederci come fanno quelli del Pd a non capire».

Andrà lo stesso congresso?
«Ma no... Come fai ad andare dove non ti vogliono? Mi inserirò in contemporanea, online, mentre sta parlando Bersani...». Come un hacker? «Come un ologramma. Mah... Poveretti... Vorrei tanto consolarli. Offrire loro la mia spalla. Come si fa coi vecchi che non ci si raccapezzano più. Spiegargli con gentilezza: dai, non fare così, vieni via... È finita. Andiamo a casa...».


Gian Antonio Stella
16 luglio 2009


L’irreprensibile Toh, in Molise Di Pietro è alleato con l’odiato Pdl

di Filippo Facci


n Molise, sorta di estesa Ceppaloni di Antonio Di Pietro, accadono cose incredibili che meriterebbero delle precise risposte da parte dei vertici del Popolo della Libertà. Sono cose che da quelle parti sono notorie, ma il resto del Paese le ignora. Prima domanda, subito: è concepibile che ci sia per esempio un’amministrazione, Città di Venafro, in cui il Pdl e l’Italia dei Valori governano insieme?

Non per modo di dire: parliamo proprio di sindaco e assessori. Seconda domanda: è normale che la società «Autostrade del Molise» abbia un’esclusiva spartizione di poltrone tra Antonio Di Pietro e Michele Iorio, leader locale del Pdl? La terza domanda è di conseguenza: per quanto ancora sarà consentito che Michele Iorio, rieletto presidente della Regione, si faccia gli affari propri in spregio alla politica nazionale del maggior partito italiano?

Cominciamo da Città di Venafro, allora. È un centro importante della regione anche se è il meno Molisano di tutti: dista una novantina di chilometri da Napoli, è appiccicato alla Campania e di cognome fanno quasi tutti Cotugno. Non me ne vogliano gli abitanti, ma è un posto orribile gestito dal ras politico Nicandro Ottaviano (meriterebbe un libro solo lui, ora comunque è nel partito di Di Pietro) e da quelle parti è normalissimo che i sindaci decadano per incompatibilità ed è normale pure che l’acqua sia gratis (il Comune non riscuote le bollette) ed è acclarato, ancora, che il tasso di abusivismo edilizio farebbe sembrare Alto Adige anche la Calabria.

L’operazione politica, alle elezioni amministrative dell’aprile 2008, comunque è stata questa: per far fuori ogni concorrenza interna - questa la principale attività politica di Michele Iorio da lustri interi - il presidente della Regione, Iorio appunto, ha favorito la spaccatura del centrodestra e ha favorito la nascita di «Venafro sarà», un’incredibile lista-minestrone da contrapporre a quella dell’europarlamentare di centrodestra Aldo Patricello. Nella lista di Iorio, che lui personalmente presentò ufficialmente il 27 marzo 2008, si mettevano insieme uomini di Forza Italia, di Alleanza nazionale, dell’Italia dei Valori e altre forze minori: il problema è che Iorio era il leader del futuro Pdl, non di una lista civica da contrapporre ad altri candidati di centrodestra.

Risultato: la lista di Iorio ha vinto, ma piuttosto che allearsi con la lista di Patricello, che è uomo di centrodestra con un certo ruolo anche a livello nazionale, ha preferito proseguire il grande abbraccio che in Molise segna i rapporti tra Iorio e Antonio Di Pietro. Ergo: sindaco è diventato Nicandro Cotugno del Pdl che è subentrato così all’ex primo cittadino Vincenzo Cotugno, ineleggibile per una pronuncia giudiziaria; assessore al commercio invece è diventato Adriano Iannaccone dell’Italia dei Valori: presidente del consiglio comunale è infine divenuto Nico Palumbo, dell’Italia dei Valori pure lui.

Il grande gelo di Berlusconi nei confronti del Presidente della Regione, Iorio, nasce da qui: ne ha ben dato testimonianza primapaginamolise.it, quotidiano online che da tempo ha rotto ogni equilibrio informativo e ha gettato nel panico politici e amministratori locali. In tutto questo non abbiamo neanche nominato il Partito democratico, che in teoria sin dal 2008 era già apparentato con l'Italia dei Valori ma che Di Pietro stesso ha regolarmente tagliato fuori da tutto: lo spiega bene anche la vicenda della società «Autostrade del Molise».

In scia all’allucinazione di costruire appunto un’autostrada da tre miliardi di euro in Molise, infatti, il ministero delle Infrastrutture guidato da Di Pietro spartì col governatore forzista Michele Iorio ogni posto disponibile nell’organigramma: la presidenza e metà consiglio di amministrazione andarono a uomini di Iorio, l’altra metà a uomini di Tonino.

È pur vero che Di Pietro, per l’autostrada Brescia-Bergamo-Milano, aveva trovato un accordo temporaneo anche col governatore della Lombardia Roberto Formigoni: la differenza è che in Molise il rapporto con Iorio è stretto e fisiologico e appunto societario, tanto che non si contano, al riparo dalla stampa nazionale, le manifestazioni di reciproco e ormai consolidato elogio. Non fosse una parola inservibile, diremmo che tra i due è in atto un inciucio clamoroso.

Ne discendono altre due inquietanti domande. Una, più ingenua, è questa: che coerenza c’è tra il Pdl che governa il Paese e il suo rapportarsi con una forza politica che ogni giorno paventa dittature e fine della democrazia? Non lo chiediamo a Di Pietro, il cui doppiogiochismo conosciamo da una vita: lo chiediamo al Pdl. Anche perché c’è una seconda domanda, poi, che dovrebbe interessare anche i politici di secondo pelo: ci si è accorti di quanti voti il Pdl ha perso per via degli inciuci di Iorio?

Forse la memoria latita, ma il Molise è unica regione italiana che alle politiche del 2008 è passata dal centrodestra al centrosinistra per numero di voti; il Presidente della regione, un ex democristiano convinto che in Molise nulla possa cambiare circa i rapporti familistici e di piccola convenienza che spesso hanno governato il consenso da quelle parti, negli ultimi due anni ha badato a fare campagna elettorale molto più contro i concorrenti di centrodestra che contro l’antagonismo della sinistra.

E non si può neanche dire che il passato governo Berlusconi avesse trascurato la Regione, visto che portano la sua firma per esempio i decreti sui fondi post terremoto. La struttura del neonato Pdl, forse, potrebbe cominciare a muoversi: perché da raccontare ce ne sarebbero davvero tante altre, nella Ceppaloni di Tonino.