mercoledì 15 luglio 2009

Il "modello" Campania

Un consigliere regionale: "Ci sono interi Comuni con casi anomali". Ignazio Marino ha denunciato apertamente brogli: "A Napoli stanno macinando tessere al ritmo di seimila in un solo pomeriggio".


Mancano pochi giorni alla chiusura dei giochi e i «signori delle tessere» del Pd campano sono in fibrillazione. La deadline per partecipare al prossimo congresso ed avere voce in capitolo sulla corsa alla segreteria del Partito Democratico è fissata per il 20 luglio. L'outsider Ignazio Marino ha denunciato apertamente brogli: «A Napoli stanno macinando tessere al ritmo di seimila in un solo pomeriggio».




E si è beccato le seccate repliche del commissario cittadino Enrico Morando e del segretario regionale Tino Iannuzzi: «Tessere gonfiate? Impossibile, ci sono meccanismi di controllo severi. In Campania ci attestiamo attorno alle 100mila iscrizioni, più o meno la somma di quanto avevano Ds e Margherita». Tutto vero? Può darsi. Eppure i casi «anomali», per usare un eufemismo, non sono mancati, e in un intero Comune, Torre Annunziata, si è dovuti ricorrere alle maniere forti: tesseramento sospeso fino a nuovo ordine. Le iscrizioni erano andate fuori controllo. Ma non si tratta di un caso isolato.




Ci sono Comuni dove il Pd, alle Provinciali di un mese fa, ha preso meno voti degli iscritti. Un'anomalia eclatante. È successo a San Giuseppe Vesuviano, a Pimonte, a Casola, a Casamarciano, a Visciano. I militanti erano andati tutti al mare? Difficile crederlo. E non si tratta di dati segreti. Al contrario. È tutto scritto nero su bianco in uno studio condotto da Michele Caiazzo, consigliere regionale del Pd. La relazione si può scaricare da internet ed i vertici del partito dovrebbero conoscerla bene. «I casi anomali non si fermano lì», spiega Caiazzo. «In teoria, in un partito trasparente, ad ogni iscritto dovrebbero corrispondere almeno dieci voti, perché il militante porta a votare anche parenti ed amici che non sono tesserati. Invece a Napoli e provincia accade per lo più il contrario. Nella stragrande maggioranza dei Comuni e delle Municipalità il rapporto tra iscritti e voti si ferma attorno a 2 o 3. Cifre da considerarsi sospette».




In effetti, a spulciare le tabelle che corredano lo studio elaborato dal consigliere regionale è evidente che il rapporto «corretto» di uno a dieci viene mantenuto solo in 12 Comuni della provincia e due Municipalità della città di Napoli. Qualche esempio? A Frattamaggiore il Pd ha 2062 tesserati ed ha ottenuto 5.012 voti. Rapporto: 2,32. A San Giorgio a Cremano, altro grosso centro alle porte di Napoli, gli iscritti sono 2.414 ma i voti si sono fermati a 5.820. Un rapporto di 2,41. A Napoli le Municipalità con le più evidenti anomalie sono anche quelle a più alta incidenza di camorra, ma questo è un dato dal quale non si può desumere granché. A Barra-Ponticelli-San Giovanni a Teduccio, periferia Est, regno del clan Sarno, il Pd registra ben 4.336 iscriti e solo 13.696 voti. A Bagnoli-Fuorigrotta, periferia occidentale, gli iscritti sono 3.242, i voti poco più di 11mila: un rapporto di 3,61.




Stesso rapporto anche nella periferia Nord, tra Secondigliano, Miano e Scampia, teatro della faida del clan Di Lauro: 1.791 iscritti e 6.651 voti. Basta invece andare nei «quartieri bene» della città, a Vomero e a Posillipo, per ritrovare dei rapporti più bilanciati, 10,59 voti per ogni iscritto al partito. «Quello della corsa alle tessere è un vecchio vizio della Campania», confida un dirigente del partito che preferisce non essere nominato. «In provincia di Caserta arriveremo forse a 10mila tessere.




Tutta la Lombardia ne conta meno della metà. Napoli e provincia sfiorerà le 60mila, Benevento e Avellino intorno alle 6mila ciascuna. Salerno il doppio. Non a caso qualcuno ha proposto che in futuro i delegati congressuali si contino sui voti ottenuti invece che sulle tessere». Il commento di Caiazzo? «Gli inflitrati ci sono, è evidente. E questo non deve accadere, per cui la dirigenza dovrebbe rendere provvedimenti. Dobbiamo costruire un partito in cui i militanti contino, non dove vengano usati gli iscritti per le guerre interne. Se le tessere sono fasulle, allora che Partito Democratico è?».


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Roberto Paolo


15/07/2009

Grillo, tutte le sue battute che fanno piangere la sinistra

di Federico Novella


La domanda ontologica è piuttosto fondata: può diventare leader del Pd uno che considera il Pd medesimo «una nave che affonda con le pantegane che fuggono in cerca della scialuppa»? Il sottile richiamo roditorio è evidentemente riferito a quelli che adesso vorrebbe come compagni di partito, i quali nella retorica grillesca diventano guappi da Muppet Show con i nomi storpiati: oltre all'indimenticabile Valium Prodi, il Pd è un bim bum bam politico ove ammirare le magnifiche entusiasmanti avventure di Topo Gigio Veltroni, Napolitano «Morfeo», Massimo Volpe-nel-deserto D'Alema «servo del padrone di Arcore», e poi Dario Boccon-del-prete Franceschini, Piero «Globulo» Fassino, senza contare il temibile Bersanetor, lo sterminatore dei tassisti. Gente che «non prende voti neanche dai parenti».

Luciano Violante diventa «il ministro ombra di Mediaset», e neanche i quadri più innocenti vengono risparmiati dalla furia grillina: come il nuovo sindaco di Firenze, «l'ebetino Rienzi, paladino degli inceneritori». O come il professor Pietro Ichino, liquidato come «Jachino, un incrocio con Japino, quello della Carrà». Più che dirigenti, «rifiuti tossici della sinistra di cui ci libereremo solo con una purga». Parola del candidato Beppe Grillo, che oggi si erge dunque a Guttalax della situazione.

Una cosa è certa: il primo atto di Grillo segretario c'è già stato, ha cambiato nome al partito, modifica già consolidata nelle invettive del suo blog. Il Pd come lo chiama lui diventa «Pd-meno-elle», a sottolineare l'inciucismo regnante a sinistra, quella dei «chierichetti che cantano la stessa messa». Prendi Veltroni, alias «Walterloo: è stato il migliore alleato del Pdl. Se fossi Berlusconi lo farei vicepresidente del Consiglio». E ancora: «Topo Gigio dice che vuole ritornare allo spirito del Lingotto.

È come se Napoleone volesse ritornare a Waterloo». E D'Alema? Be', al lider Massimo il comico genovese ha dedicato una lettera con un titolo diciamo poco enigmatico: «Il re dei paraculi». Quello che «negli anni '70 diventa consigliere comunale, poi non ha più lavorato». Adesso Grillo ha lanciato l'Opa ostile al Pd, memore forse dell'eroico periodo dell'affaire Unipol, quando stava per scendere in piazza: «Voglio organizzare un D'Alema-day, per spiegare alla stampa estera che lui è più uguale dei comuni cittadini di fronte alla legge».

Le bordate che rimbombano di più sono ovviamente quelle contro le alte cariche. Celebre l'invettiva contro il Quirinale durante il V-Day: «Napolitano mi ricorda Morfeo, dorme dorme e poi esce e monita. Se possibile vorrei la sua cartella sanitaria». Salvo poi diventare un capo dello Stato «manolesta, quando ha firmato il Lodo Alfano nel giro di un'ora». L'insistenza sull'effetto narcotico del Pd è un classico tormentone la cui vittima predestinata ha nome e cognome: Romano Valium Prodi. «Ho parlato mezz'ora con quest'uomo ed è accaduta una cosa stupefacente.

Valium s'è addormentato. Poi mi ha sorriso, con gli occhi chiusi!». E la piazza si sbellica. «Sapete che Prodi ha detto agli italiani che si devono riavvicinare alla politica? Se fosse così, io non glielo consiglio». Sul prontuario farmaceutico Prodi gli ha pure risposto: «Non sono un Valium, in realtà sono sveglio come un grillo!», disse Romano ridendo felice della sua controbattuta. In realtà alle sferzate di Beppe la nomenklatura di solito risponde piccata, tira in ballo «il pericolo dell'antipolitica», o come D'Alema, risponde che «il suo vaffa è molto simile al menefrego». Musica per le orecchie del cantainsulti genovese, che intona il refrain:

«Questi dirigenti iscritti al partito in tenera età non hanno mai saputo cosa vuol dire non avere uno stipendio, essere precari, disoccupati, lavorare!». Il governo ombra? «Sembra un club Med per trombati». Ovviamente ce n'è anche per 'O governatore della mondezza, «il ministro dei rifiuti ombra: fermate i finanziamenti pubblici per Bokassa Bassolino». E il supplizio ha toccato pure l'ex ministro del lavoro Damiano, con tanto di metafora cinematografica tratta dal celebre horror Il Presagio: «Damien sotto i capelli aveva il numero 666 della Bestia, "Damien" Damiano sotto la barba ha il numero di telefono di Confindustria». Neanche Giuliano Amato alla fine si salva: «Questo nano! Dov'eri, omino, quando facevi il cassiere dei socialisti?». Meno male che adesso nel Pd «ci sono i nuovi talenti - ironizza Grillo - gente nuova, come Garavaglia, Minniti e Lanzillotta». Nelle parole del candidato a sorpresa, altro non sono che una pattuglia sgangherata di «diessini-diossini, assistiti dalla grazia, dallo spirito santo Scalfari, dal divino Carlo De Benedetti, dalle cooperative rosse, ma anche bianche».

Ritratti al vetriolo sparati su internet e scagliati nei comizi, che hanno spinto il dalemiano La Torre a denunciare «il linciaggio indiscriminato con il rischio di derive fasciste» del popolo del V-day. Con una postilla profetica: «Però teniamolo d'occhio». Adesso che Beppe Grillo si è deciso a fare il grande passo (ammesso che lo lascino fare), hanno uno strano sapore quelle parole sparate mesi fa sul suo sito forse con troppa fretta: «Essere candidati nel Pd-meno-elle? Equivale a un suicidio politico, a un bacio della morte». Ora resta da capire chi morirà: se lui, o le pantegane.

Una leggina di 32 pagine per un pittosporo

Si trova in un giardino privato di Messina, ha gli anni del suo proprietarioLa Gazzetta ufficiale dedica 16 fogli al caso, altrettanti nel Bollettino siciliano. Il proprietario: «Così non me lo tocca nessuno»


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ROMA - Sedici pagine sulla Gaz­zetta ufficiale della Repubblica italia­na e altrettante sul Bollettino ufficiale della Regione siciliana, per migliaia e migliaia di copie: chissà quanti alberi sarebbero stati sacrificati per stampar­le, se non fosse per l'uso della carta ri­ciclata. E tutto ciò perché l'intera citta­dinanza italiana venga edotta, con me­ticolosa dovizia di particolari, che un albero di Messina è stato dichiarato per legge di «notevole interesse pub­blico ». Avete capito bene: un solo al­bero.

Bello, bellissimo, da far invidia ai suoi consimili dell'Orto botanico citta­dino, dove, dicono gli esperti, non ce n'è uno paragonabi­le. Ma tutto somma­to né unico né parti­colarmente vecchio.

È un esemplare di Pittosporum tobira, specie vegetale origi­naria del Giappone, che viene utilizzata per le siepi dei giardini pubblici. Più semplicemente, un pittosporo. Ecco come l'ha descrit­to il 23 gennaio 2002 Rosa Maria Pic­cone del Dipartimento di scienze bota­niche dell'Università di Messina che fu incaricata di fare una relazione a so­stegno della proposta di vincolare la pianta: «L'esemplare da me osservato è un alberello alto circa 4 metri, che ha sviluppato la caratteristica chioma ad ampio ombrello, con un diametro di metri 6,60, quasi perfettamente emisferica...

Considerato che questa specie ha una crescita del tronco estre­mamente lenta, questo esemplare ha sicuramente più di 50 anni di età, pro­babilmente fra i 70 e i 100 anni». In­somma, stando alla professoressa Pic­cone si tratterebbe di una pianta appe­na più anziana del suo padrone, ovve­ro l'autore della richiesta presentata sette anni fa alla Soprintendenza dei Beni culturali e ambientali. Perché quell'alberello meraviglioso non si trova sulla pubblica via, bensì in un giar­dino privato che af­faccia sul mare, in via Consolare Pom­pea, di proprietà del signor Giuseppe Raf­fa, settant'anni il prossimo 30 novem­bre. Ex agente di commercio in pensione, spiega: «Per­ché ho chiesto il vincolo alla Soprin­tendenza? Me lo consigliarono alcuni esperti. Adesso nessuno potrà taglia­re o spostare l'albero».

Certo, non è stato facile. Prima la richiesta alla Soprintendenza, il 16 gennaio 2002. Quindi la relazione di parte. Poi, dopo quasi cinque anni an­ni, il 20 dicembre 2006, i dirigenti del Soprintendente Rocco Scimone, ver­garono un rapporto favorevole. E tra­scorso un altro anno, si riunì la Com­missione provinciale per la tutela del­le Bellezze naturali e panoramiche di Messina, che deliberò «all'unanimi­tà » la concessione «di vincolo della bellezza individua» al pittosforo del si­gnor Raffa.

Non era finita. Il decreto del «Dirigente del servizio tutela del dipartimento regionale dei beni cultu­rali e ambientali» Daniela Mazzarella, è arrivato soltanto il 20 aprile scorso. Mentre la pubblicazione sulla Gazzet­ta ufficiale della Repubblica italiana è di lunedì 13 luglio: a quasi otto anni di distanza dalla richiesta. Anche il pit­tosporo messinese ha così potuto sperimentare sulla propria corteccia la lentezza della burocrazia italiana. Per non parlare dei costi. Timbri, relazioni, riunioni di commissioni, decreti e Gazzette ufficiali stampate in migliaia di copie per decine di migliaia di fogli.

Non senza, però, qualche interessante conseguenza pratica. Per comprenderne la portata bisogna leggere la relazione della Soprintendenza del dicembre 2006, un documento di due paginette dove forse c'è la spiegazio­ne. Poche righe in fondo, per rammen­tare che ai sensi del secondo comma dell'articolo 138 del codice civile in ca­so di vincolo accordato al vegetale, «eventuali modifiche, potature straor­dinarie e ulteriori piantumazioni» do­vranno essere autorizzate dalla So­printendenza.

Ma soprattutto che «non si potranno consentire amplia­menti della costruzione retrostante, né la realiz­zazione di ulteriori cor­pi di fabbrica nel giardi­no ». Non c'è che dire. L'ex agente di commer­cio adesso ha la sua bel­la assicurazione ecologi­ca. Morale: a questo pun­to per combattere la ce­mentificazione selvag­gia della costa siciliana non resta che piantare pittospori ovunque. E poi chiedere di vincolare il vegetale. Mica fesso, il signor Raffa: «Perché ho chiesto il vincolo? Quan­do fa molto caldo, sotto quella chio­ma c'è un fresco incredibile. Non sa che cos'è, d'estate, prender il caffè lì sotto».



Sergio Rizzo


15 luglio 2009