martedì 14 luglio 2009

Grillo: "Domani m'iscrivo". Il Pd: "Impossibile"

di Redazione



Roma - A chi gli dice no, lui risponde sì. Cerca sempre una scappatoia che aggiri gli ostacoli che ogni giorno la dirigenza del Pd gli para davanti. L'ultimo carpiato del partito è stato: "Non ci si può iscrivere dove non si è residenti". Beppe Grillo si spezza, ma non si piega: "Domani mi iscrivo al Pd a Nervi. A casa mia. Allora spero che la Vincenzi, che è la sindaco, non mi tolga la residenza da Genova, sennò per iscrivermi a 'sto cazzo di partito devo diventare un apolide!". Dal suo blog Beppe Grillo torna a far sentire la sua voce per protestare contro il rifiuto del Pd di farlo iscrivere ad Arzachena, dove il comico genovese è in vacanza, e ribadire che ci riprova.Ma la commissione di garanzia del partito glielo vieta.


Attacco alla dirigenza "Il partito democratico non è un partito politico, è un partito burocratico. Non hanno un programma. Io ho visto quelli che si stanno candidando. Come si fa a votare Franceschini. Chi è Franceschini? Un programma? Non ce l'hanno. L'unico che ha un programma di questi candidati alla segreteria, sono io, che sono un comico". Grillo rilancia "la nostra rivoluzione straordinaria dal basso, con cittadini non iscritti a partiti" e si dice convinto che nel Pd "di questo hanno paura. Hanno paura che questa gente che è lì come Fassino, da 25 anni, e la moglie, da 30 anni, D'Alema, Violante non li voterebbero neanche i loro parenti". Il comico dice di voler parlare "ai giovani del Pd" e rinnova la sua stima per Debora Serracchiani "la mia unica interlocutrice: si è permessa di condividere alcune nostre idee sul suo blog ed è stata subito tacitata. Ma è l'unica mia interlocutrice perché è l'unica che è stata eletta". Grillo dà appuntamento "al 25 ottobre (primarie del Pd, ndr): Ci sarò. Sotto forma fisica o di ologramma. Magari al congresso del Pd io apparirò in tridimensione mentre parla Bersani. O sarò in rete, in videoconferenza".


Il Pd stronca il comico: è ostile La commissione nazionale di garanzia del Pd ha confermato all'unanimità, in una riunione che si è appena conclusa, che "non è possibile la registrazione di Beppe Grillo nell'anagrafe del Pd, poiché egli ispira e si riconosce in un movimento politico ostile al Pd". La delibera, si legge in una nota dell'ufficio stampa dei Democratici, verrà resa nota sul sito nei prossimi giorni.


Lui: il Pd non c'è... come faccio a essere ostile? "Abbiamo una commissione di garanzia? E chi sono? Io ispiratore di un movimento ostile al Pd? Ma come faccio a essere ostile se il Pd non c'è... Io vado avanti, sto facendo le primarie, chieda a loro che cosa vogliono fare, se li conosce". Così Beppe Grillo, contattato al telefono, reagisce alla decisione della commissione nazionale di garanzia del Pd.


Latorre: regole precise Il partito ha delle regole e in base a queste regole si ritiene che Grillo non abbia i requisiti per iscriversi al Pd. Il senatore Nicola Latorre, intervenuto a Uno Mattina, insieme al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti, parla della questione delle candidature alla segreteria del Pd sottolineando come il "combinato disposto" di Beppe Grillo e delle iniziative di Antonio Di Pietro sia volto "a mettere in difficoltà il partito, non ad aiutarlo". Latorre critica l'attuale modalità delle primarie auspicando nuove soluzioni che rendano il Pd meno "permeabile". E riconosce solo due "opzioni importanti" per la segreteria, cioè quelle di Pierluigi Bersani e di Dario Franceschini.


Di Pietro: paura del nuovo "La bocciatura della candidatura di Beppe Grillo dimostra la paura dell'establishment del Pd e l'idiosincrasia a rinnovarsi e a innovare", attacca l'ex pm di Mani Pulite. E aggiunge: "Oggi c'è una realtà nel Paese fatta di giovani e di internet che ha bisogno di sentirsi partecipe e protagonista. È a questa realtà che noi dell'Italia dei Valori intendiamo parlare ed è a questa realtà che, a suo modo, Beppe Grillo sta parlando quando cita temi concreti come la non privatizzazione dell'acqua, il wi-fi libero e il rifiuto del ricorso alle centrali nucleari". L'Avvenire: con Grillo e Marino è deriva Il partito democratico versa in una "deriva confusa e inconcludente" così che "la difficoltà a far emergere le questioni politiche in un confronto netto e chiaro, lascia spazio a chi propone prospettive parziali e quasi monotematiche" come i candidati alla segreteria o aspiranti candidati, Ignazio Marino e Beppe Grillo. Lo scrive il quotidiano dei vescovi Avvenire in un editoriale. "Se oggi un dileggiatore professionale del Pd può proporsi di diventarne segretario - afferma Avvenire a proposito del comico genovese - è perché nei suoi confronti non è stata condotta una critica seria quando era ora". Per quanto riguarda Marino, il quotidiano dei vescovi evidenzia invece nel Pd una "difficoltà a far emergere le questioni politiche in un confronto netto e chiaro" che "lascia spazio a chi propone prospettive parziali e quasi monotematiche come quelle sostanzialmente favorevoli all'eutanasia sostenute" dal cardiochirurgo. Burlando apre al comico "Io non ho paura di confrontarmi con Beppe Grillo, se la sua proposta è seria, se vuole discutere di temi concreti ben venga". Il presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, ribadisce la sua apertura verso il comico genovese e dice di non avere apprezzato "il fuoco di sbarramento alzato nelle ultime ore contro Grillo" da parte di dirigenti del Pd. Perché "intorno a lui c'è un mondo e un confronto non può che fare bene anche a noi. Un dibattito, magari nelle piazze, può essere l' occasione per parlare di idee e cose concrete".


Quell'italiano che mandò il primo uomo sulla luna




di Giannino della Frattina


Forse non molti sanno che a mandare il primo uomo sulla luna fu un italiano. «3,2,1...gooo». Erano le 9.32 del 16 luglio 1969 quando, dalla consolle di comando della "fire room" numero 1 di Houston, Rocco Anthony Petrone dette il via alla missione Apollo 11. Accanto a lui Wernher von Braun e, incollati alle televisioni in bianco e nero di tutto il mondo, miliardi di occhi increduli. Il 21 luglio gli astronauti Armstrong, Aldrin e Collins toccarono il suolo lunare. Una storia incredibile, quella di Rocco, raccontata ora da Renato Cantore nel bel libro "La tigre e la luna" (edizioni Eri). Perché la tigre?

Ma perché l'italo-americano era soprannominato dai colleghi della Nasa "la tigre di Cape Canaveral". E per capire il perché, basta scorrere la biografia di un uomo in cui convivevano inflessibile tenacia e una memoria prodigiosa che, racconta chi ci ha lavorato, lo faceva assomigliare a un computer.

"Quando mio figlio mi domandava perché fossi sempre assente - raccontava Petrone ai pochi cronisti che riuscivano a incontrarlo - io gli parlavo delle grandi conquiste dell'uomo e dello straordinario privilegio che lui e milioni di persone sparse nel mondo avrebbero avuto nell'assistere alla conquista della Luna.

Soffrivo, ma non ho mai avuto dubbi. In otto anni di preparazione, dai razzi Saturno ai primi lanci di Apollo, ho accumulato più esperienza tecnologica di quanta una persona normale ne faccia in tutta la vita. E arrivai all'appuntamento sicuro di poter contare su una squadra eccezionale".

La leggenda comincia nel 1926 quando ad Amsterdam di New York nasce Rocco, il figlio terzogenito di un carabiniere nato a Sasso di Castalda, un paesino in provincia di Potenza abbandonato per cercare fortuna negli Stati Uniti. Un lavoro nel settore dei trasporti, ma papà morì quando il piccolo aveva appena sei anni. Fu il cugino, docente ad appena trent'anni che aveva conosciuto quanto lui le sofferenze della fame, a intuirne le grandi capacità.

Soprattutto per la matematica e lo indirizzò agli studi tecnici. Dopo gli ottimi voti scolastici, Petrone partecipò a un concorso per entrare nella prestigiosa Accademia militare di West Point. Concorso che vinse, nonostante le origini italiane, un grave handicap nel 1943, in piena seconda guerra mondiale. "La mamma e gli zii - ricorda Rocco - ci tenevano molto a che la prima generazione americana dei Petrone facesse strada e l'ingresso all'Accademia mi diede una nuova identità, nonostante odiassi il militarismo".

Dopo il servizio militare in Germania, Petrone si iscrisse al celeberrimo Mit, il Massachussetts Institute of Tecnology di Boston. Davanti a lui si schiudevano le porte della carriera militare, ma c'era anche la remota possibilità di uscire dalla divisa per entrare nei progetti spaziali. Affascinato dalle tecnologie aeree e dai missili, ma contrario agli impegni militari, Petrone colse al volo l'opportunità e in due anni conseguì la laurea in Ingegneria meccanica per poter far parte del Progetto Redstone e della squadra di Von Braun e Debus, scienziati tedeschi riconvertiti alle scienze aerospaziali.

«Furono anni indimenticabili - ricorda - Eravamo tutti amici e tutti convinti che mai e poi mai un missile avrebbe potuto portare l'uomo sulla Luna, io per primo. Quando arrivammo, nel 1953, Cape Canaveral era solo una landa desolata con una carovana di zingari e tante zanzare». Divenuto maggiore, Petrone fu assegnato allo Stato Maggiore a Washington, ma a toglierlo dalla naftalina ci pensò il presidente John Kennedy. Quando chiese a Kurt Debus se fosse possibile inviare un americano sulla Luna entro il 1969, questi rispose: «Sì, a patto che mi diate un certo Rocco Petrone che adesso si annoia in un ufficio del Pentagono».

Da quel momento l'ingresso nella leggenda della conquista dello spazio progettando le rampe di lancio, mettendo in orbita satelliti e astronavi per migliaia di tonnellate, dirigendo il lancio dei razzi del programma Saturno e Apollo, e guadagnandosi la fama di duro. Tutti gli anziani tecnici della Nasa lo avrebbero ricordato negli anni sempre intento a interrogare, uno per uno, i suoi 150 tecnici addetti alle manovre: domande formulate con meticolosa precisione cui bisognava rispondere con altrettanta precisione o con il completo riesame del problema.

"Lo chiamavano tigre per i suoi interrogatori - ricorda Tony Reichardt di Air&Space Magazine -, ma erano indispensabili. La lista delle operazioni che bisognava eseguire sul solo Modulo lunare (il famoso ragno Aquila che atterrò sul suolo lunare) per essere sicuri che tutto funzionasse a dovere, era grande quanto il libro della Bibbia. E ogni riga di questo libro significava una giornata di lavoro. Non potevano esserci distrazioni, pena il tragico fallimento dell'intera missione".

Un fallimento che l'ormai pensionato ingegnere poté toccare con mano, in prima persona, durante le tragiche prove di lancio dell'Apollo 11 quando, nel 1967, vide bruciare sul proprio schermo a circuito chiuso gli astronauti Grisson, White e Chaffee che pagarono il prezzo di un'incredibile leggerezza tecnica. Da allora il «tigre» non permise più alcun errore. "Nei tanti anni passati in sala comandi, tutti mi chiedevano se fossi stato io a premere il bottone che ha portato l'uomo sulla Luna. Ho sempre ripetuto la risposta di Eisenhower: il merito è di tutti coloro che hanno preso parte all'impresa. Io mi sono limitato a controllare quello che facevano gli altri.

Ma se la spedizione si fosse risolta in un disastro, la colpa sarebbe stata senz'altro del sottoscritto". Quel 20 luglio 1969 andò tutto bene e valse al colonnello di Sasso di Castalda la promozione a direttore del programma Apollo, a Washington, al posto del leggendario Samuel Philips. "Quando Apollo 11 sbarcò sulla Luna ricevetti tantissimi attestati d'affetto dai miei parenti italiani. E in tanti anni di vita ricordo sempre il mio primo viaggio fatto in Italia. L'ultimo tratto dovetti farlo in un taxi azionato a manovella. Quando arrivai a casa di mia nonna, rimasi interdetto dalla sua indifferenza e scoprimmo insieme che la lettera spedita due mesi prima per farmi riconoscere e presentarmi, arrivava con lo stesso taxi che aveva trasportato me. Da allora non riuscii mai più a dimenticare di essere figlio dell'Italia.

Due settimane di caldo africano: è allarme afa in pianura Padana


L'ITALIA NEL FORNO


Il climatologo: "Le estati o sono caldissime o piovose. Si alternano picchi di temperature e di precipitazioni". A soffrire di più Sicilia e Sardegna (con punte di 40°) e ancor più la pianura padana, dove al caldo si sommerà il disagio dovuto all’elevato tasso di umidità

Roma, 13 luglio 2009 - Il caldo e l’afa previsti in arrivo da oggi sul nostro paese faranno salire il termometro a oltre 35 gradi, con punte fino a 40°. È la previsione della Protezione Civile, secondo la quale il picco del caldo è attesto per mercoledì e giovedì.


In particolare a soffrirne saranno Sicilia e Sardegna (per questa regione c’è anche chi ipotizza i 40 gradi centigradi), le zone interne dell’Italia - specie al centrosud - e ancor più la pianura padana, dove al caldo si sommerà il disagio dovuto all’elevato tasso di umidità proprio di quell’area.


Un’ondata che durerà almeno una settimana, se non due. Una piccola tregua è prevista per sabato 18. Per poi attenderci un’altra pesante ondata verso la fine di luglio. «Ormai dobbiamo rassegnarci al fatto che siamo di fronte a una ripetuta alternanza di presenza dell’anticiclone della Libia, che si estende sul Mediterraneo fino al centrosud dell’Italia, con un ingresso di aria proveniente dall’Atlantico», spiega Gianpiero Marracchi, ordinario di Climatologia all’università di Firenze e direttore dell’Istituto di meteorologia del Cnr.


È una tendenza ormai consolidata negli ultimi anni, che rappresenta un fatto nuovo rispetto alla climatologia tradizionale, quella degli anni Ottanta e Novanta. In sostanza, spiega Marracchi, le estati o sono caldissime o piovose. Si alternano picchi di temperature e di precipitazioni.


Nell’immediato saremo di fronte a un incremento di temperature dovuto all’arrivo sull’Italia dell’anticiclone di origine africana. L’Italia risente ancora del transito di correnti perturbate, ma lo spostamento graduale dell’elemento perturbato verso le nazioni balcaniche farà sì che subentri una struttura anticiclonica prevista in via di consolidamento che apporterà una fase di tempo stabile e soleggiato. E nel corso della settimana questa struttura anticiclonica acquisirà sempre più gli aspetti propri della matrice africana, ovvero aumento progressivo delle temperature, legate ad un incremento dell’umidità e quindi conseguente apporto di aria afosa.

fonte agi

Todi, ubriaco alla guida uccide 17enne Il romeno è già stato rimesso in libertà

la vittima guidava uno scooter: gravemente ferito l'amico di 15 anni

Il sostituto procuratore Paci: «Mancano presupposti di legge per convalidare arresto». E scoppia la polemica


TODI - È stato rimesso in libertà Ioan Munteanu, il romeno di 41 anni arrestato dai carabinieri che martedì notte, ubriaco, ha falciato con la sua auto uno scooter su cui viaggiavano due ragazzi di Todi, uno dei quali, 17enne, ha perso la vita e un altro, di 15 anni, è rimasto gravemente ferito. Il sostituto procuratore Gabriele Paci ha deciso di non chiedere la convalida del provvedimento restrittivo per «la mancanza dei presupposti di legge per procedere alla richiesta di convalida dell'arresto».

SORPASSO AZZARDATO - L'incidente è avvenuto lungo la strada provinciale che collega Todi a Terni, all'altezza di una curva. Munteanu, oltre che positivo all'alcol test, è risultato in possesso solo del foglio rosa. Il ragazzo morto, originario di Avigliano Umbro, era alla guida dello scooter ed è morto sul colpo. Ricoverato nell'ospedale di Terni con riserva di prognosi il quindicenne. Dopo l'incidente lo straniero si è subito fermato. Secondo la ricostruzione dei carabinieri lo straniero avrebbe effettuato un sorpasso azzardato, scontrandosi frontalmente con lo scooter. La decisione del magistrato sta sollevando numerose polemiche sia tra i cittadini di Todi che tra i rappresentanti della politica locale.

LE REAZIONI - Giovanni Ruggiano, sindaco di Todi del centrodestra: «Siamo totalmente sconvolti dato che le morti causate sulla strada da ubriachi devono essere punite e affrontate con la massima durezza. Siamo amareggiati e come amministrazione comunale ci stringiamo ancora di più alla famiglia di questo ragazzo che oltre a subire il lutto si sentirà tradita anche dalle istituzioni». Anche il gruppo di Rifondazione Comunista dell’Umbria ha manifestato contrarietà alla decisione del sostituto procuratore: «Apprendiamo sgomenti - scrivono Vinti, capogruppo regionale del Prc, e il consigliere comunale di Todi Andrea Caprini - che l'uomo che ha provocato il tragico incidente è stato rimesso in libertà nonostante fosse stato riscontrato un tasso alcolemico superiore ai limiti stabili dalla legge. Non possiamo non rimanere basiti di fronte a una decisione di cui fatichiamo a comprendere le motivazioni. La certezza del diritto oggi subisce un duro colpo contribuendo a rafforzare il clima di sfiducia che sta penalizzando nel Paese la credibilità delle istituzioni e della magistratura».


14 luglio 2009

La guerra è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farla»




CHI ERA IL MILITARE DECEDUTO in missione da 4 mesi

L'ultimo messaggio di Di Lisio su Facebook. Aveva 25 anni e si trovava in Afghanistan da aprile


MILANO - Il militare italiano morto oggi in Afghanistan, in un agguato a 50 chilometri da Farah, è il primo caporal maggiore dei paracadutisti della Folgore, Alessandro Di Lisio, nato a Campobasso il 15 maggio 1984. Lo riferisce lo Stato Maggiore della Difesa. Di Lisio, che era in missione in Afghanistan da quattro mesi, è morto in ospedale a seguito delle ferite riportate. Era un esperto artificiere e faceva parte di un team specializzato nella bonifica delle strade, prima del passaggio di convogli militari e diplomatici.

LA FAMIGLIA - Di Lisio , infatti, viveva a Peschiatura a Oratino (Campobasso), dove la sua famiglia si era trasferita a dicembre del 2005. La sua famiglia è composta dal padre Nunzio, dalla madre Addolorata e dalle sorelle Maria e Valentina. Appena appresa la notizia della morte del militare, Orlando Iannotti, il sindaco del piccolo centro a pochi chilometri da Campobasso, si è recato nell'abitazione della famiglia. E il padre disperato gli ha detto: «Non posso crederci, non è vero, forse è uno scherzo?» Il primo cittadino ha poi aggiunto: «Alessandro era un ragazzo solare, comunicativo, affidabile».

PROFILO SU FACEBOOK - Il militare aveva anche un profilo su Facebook. L'ultimo messaggio lasciato sulla sua bacheca è dell'8 luglio 2009 alle 19.45, in cui scriveva «La guerra è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farla...». Nel suo profilo, Di Lisio, che ha 38 «amici», dice di essere nato il 15 maggio 1984, si definisce single in cerca di amicizia e di una relazione. Il suo orientamento politico è definito «troppo di destra». Il suo datore di lavoro è indicato come la Brigata Paracadutisti Folgore. Di Lisio è iscritto anche ad alcuni gruppi, tra i quali «bar aperti dopo le 21 a Legnago», «Facciamo chiudere il gruppo "picchiamo i cani"», «SONO DI CAMPOBASSO!!», «Quelli delle Coste di Oratino... e dintorni», «Oratinesi Nel Mondo». Ci sono anche diversi brani musicali dei Metallica. Il 25 giugno 2009, alle 9.07, Alessandro scriveva «Mancano soltanto tre mesi di guerra... solo tre mesi».

IL CORDOGLIO DELLA RETE - Subito dopo la notizia del tragico attacco, costato la vita ad Alessandro Di Lisio, sul social network già sono nati dei gruppi in sua «memoria». Il primo ha già superato il centinaio di membri e il numero degli iscritti sale di minuto in minuto. «Onore a chi è caduto per la pace e per la patria», scrive Nicola. «Portare la pace a volte comporta rinunce importanti e Alessandro ha rinunciato alla propria vita...cosa dire...onore all'uomo, onore al soldato, ciao Alessandro anche se non ti conosco!!!!», afferma Alessandro.

E ai saluti di chi definisce «eroe» l'ultimo militare italiano vittima di un attentato, si unisce il dolore e la comprensione di chi ben capisce l'angoscia dei parenti: «quando ho sentito la notizia alla tv della morte di un militare ho avuto i brividi...mio marito caro ale è un tuo collega capisco cosa vuol dire - scrive Mariangela - onore a te e a tutti quelli che come te combattono per la patria. Sono vicina ai tuoi familiari. Un bacio e proteggi tutti i tuoi colleghi da lassù».


14 luglio 2009

Nocentini re del Tour E la Francia lo adotta



di Pier Augusto Stagi



Un italiano in maglia gialla nel giorno della festa nazionale dei francesi: roba da far girare gli zebedei ai nostri cuginetti. Ma i commenti che arrivano da oltralpe alla viglia del 14 luglio, il giorno della Bastiglia, sono più che lusinghieri nei confronti di questo Rinaldo Nocentini, 31 anni, undici di professionismo, da tre giorni leader della corsa ciclistica più importante del pianeta. Sia ben chiaro, non sono in delirio, perché Nocentini è un corridore di passaggio, ma una cosa è certa: risulta simpatico e incuriosisce.

«Francesi indispettiti per un italiano in maglia gialla? Macché, i francesi sono solo dispiaciuti perché non abbiamo più un corridore in grado di poter vestire quella maglia, questo sì ­ ci dice Jean-François Quénet, firma ciclistica de Le Parisien, al suo ventesimo Tour de France -. Gli sportivi francesi sarebbero certamente più felici di vedere in giallo Cyril Dessel (87° in classifica generale a 39’54’’ da Nocentini, ndr), compagno di squadra nell’Ag2r di Rinaldo, ma domani (oggi, ndr), statene pur certi, la Francia e gli sportivi di Francia saranno tutti dalla parte della maglia gialla.

Nocentini corre per un team francese, i suoi compagni di squadra, quasi tutti francesi si stanno facendo in quattro per portarlo in giallo fino ai piedi delle Alpi e gli sportivi di casa nostra faranno di tutto per incoraggiare la squadra e Rinaldo affinché questo avvenga. Rinaldo si sforza di parlare in francese, si è detto innamorato del Tour: questo basta per essere ben accetto. Chi onora il Tour onora la Francia. E ha la considerazione dei francesi».

Vive la France!, diremmo noi. La verità è che al Tour non si fa che parlare di Lance Armstrong e Alberto Contador: sono loro due a monopolizzare le pagine di questa edizione, pronta a riprendere il proprio cammino oggi da Limoges, con la decima tappa che terminerà a Issoudun. «I media francesi parlano soprattutto di Armstrong e di Contador ­ spiega Gilles Le Roc'h, 23 Tour al suo attivo, inviato dell’agenzia Reuters, nonché presidente dell’associazione mondiale dei giornalisti di ciclismo.

A Nocentini sono riservate attenzioni, ma il problema è che il toscano è un giallo di transizione. Alla leadership ci è arrivato per caso, non ha cercato la maglia gialla, e questo vuol dire molto. Però come personaggio piace, muove curiosità e gli sportivi francesi l’hanno adottato ben sapendo che la sua favola sta per finire. Irritati per un italiano in giallo? Assolutamente no».

Ai francesi basta che vinca qualche loro corridore, anche se sentono più di noi la nostalgia di un grande ciclista. «Forse Rinaldo Nocentini è stato un po’ sottovalutato finora dai media francesi per una ragione semplicissima: in tre giorni ci sono state due vittorie di tappa da parte dei nostri corridori (Feillu e Fedrigo) ­ spiega Vincent Coté, inviato di Ouest-France -. Però Nocentini non ha rubato niente a nessuno e ai nostri sportivi è risultato molto simpatico. È uno come noi: a lui piace bere vino e mangiare bene. È un ragazzo gioviale e allegro. Vedrete, la tifoseria francese sarà un valore aggiunto per lui: lo inciteranno a resistere in giallo fino ai piedi delle Alpi».

Nocentini, un personaggio tutto da scoprire, bello da raccontare. «Forse è più bello andare a scavare nel mondo sconosciuto ai più di Rinaldo Nocentini, che intingere il pennino nella lotta acre tra Armstrong e Contador in casa Astana ­ spiega Philppe Brunel, 52 anni, 26 Tour sulle spalle, inviato de L’Equipe -. È vero, Nocentini non è un campione, ma è senz’altro un buon corridore. La maglia gialla se l’è trovata sulle spalle, non l’ha inseguita.

Ma adesso, in questi tre giorni, lui l’ha difesa, l’ha onorata con tutte le sue forze e agli sportivi francesi questo fatto piace molto. È vero, la Francia non sta impazzendo per Nocentini, lui è un piccolo corridore, un gregario al quale hanno dato la possibilità di vivere il suo sogno, ma piace, perché è un ragazzo sveglio, semplice, immediato, che adora la nostra terra e soprattutto ama la nostra corsa. Qui si parla più di Contador e di Armstrong, ma il texano ai francesi proprio non piace. Nocentini, piccolo grande protagonista di una storia da Tour, piace eccome».