sabato 11 luglio 2009

Per l'Iran i torturatori siamo noi

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di Gian Micalessin


Si sa, da un po' di tempo a questa parte è sempre colpa di noi italiani. E così anche la Repubblica Islamica ci prova. Dopo un'elezione trasformata in una partita a rubamazzetto, dopo un mese di scontri di piazza con venti morti ufficiali e chissà quanti non ancora dichiarati, dopo l'arresto e la tortura di centinaia di esponenti dell'opposizione chi è il violento? Chi è lo Stato canaglia colpevole di scatenare la polizia e di farsi beffe dei diritti umani? «Ça va sans dire» la nuova dittatura, il nuovo regime illiberale pronto ad agitare i manganelli dei questurini per mettere a tacere gli oppositori è soltanto l'Italia.

Non ci credete? Consolatevi, mentre leggeva la convocazione del ministero iraniano degli Esteri non ci credeva neppure Alberto Bradanini, nostro ambasciatore a Teheran. Sgranava gli occhi e scorreva quel comunicato con cui il governo del presidente Mahmoud Ahmadinejad condannava «l'uso della forza da parte della polizia italiana impegnata a reprimere le manifestazioni degli oppositori al G8».


In attesa di ascoltare le rimostranze del ministero, Bradanini faceva due conti. A Teheran era da poco passato mezzogiorno, in Abruzzo non erano manco le dieci. Dunque se il corteo degli oppositori del G8 da Paganica alla stazione dell'Aquila non era previsto prima delle 14 qualcuno a Teheran giocava d'anticipo. Si sbagliava.

I sensibili esponenti del regime iraniano erano in ambasce per la sorte di Max Gallob e degli altri esponenti dei Centri sociali arrestati per gli incidenti del 18 maggio scorso a Torino in occasione del G8 dell'Università. Quel giorno raccontano i verbali delle nostre Questure, il Max Gallob e i suoi amici caricavano le forze dell'ordine con arieti di plexiglas e ferro e poi non paghi ci davano dentro con pietre, cubetti di porfido ed estintori. A dar una mano ci si metteva anche il cittadino iraniano Omid Firouzi Tabar, un ricercatore sul libro paga dell'università di Urbino prontamente rientrato a Teheran per evitare un mandato di cattura della nostra magistratura. Per fortuna ora Tabar è al sicuro. Più che sicuro. Rischierà di venir fatto a fette dai basiji se si farà trovare in un dormitorio dell'università o di ritrovarsi in una cella con un cappio al collo, ma non dovrà più temere la spietata repressione di marca italiana.

Quanto a noi le nostre colpe non si ferman certo lì. Allo sconcertato ambasciatore Bradanini i funzionari di Teheran hanno contestato ieri anche l'omicidio dell'egiziana Marwa Sherbini, una signora musulmana uccisa a coltellate in un tribunale di Dresda da un tedesco di origini russe denunciato per diffamazione. Voi come il nostro povero ambasciatore vi chiederete e l'Italia che c'entra? «L'omicidio della signora Sherbini, l'indifferenza dall'occidente e dei membri del G8 come il vostro - ha spiegato a Bradanini il direttore generale per l'Europa del dicastero iraniano - sono solo un esempio del modo equivoco con cui Paesi come il vostro gestiscono i diritti umani e quelli delle minoranze. Soprattutto se di mezzo ci sono i cittadini musulmani sottoposti ogni giorno a nuove restrizioni con la scusa di combattere l'estremismo». E come ogni vero colpevole anche il nostro ambasciatore è rimasto, ieri, senza parole.

Di Pietro l’anti italiano: "Lo Stato? Sono io"

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di Stefano Zurlo


Con una riga sola prende in ostaggio tutta l'Italia: «Caro Guardian - scrive Antonio Di Pietro, intingendo la penna in un inchiostro furbastro - mi scuso a nome dell'Italia. Il nostro premier non è abituato a sentirsi dire la verità». Ma sì, l'ex Pm vorrebbe trasformare la toga in un mantello regale che metta sotto tutela tutto il Paese. E cerca di accreditarsi all'estero come portavoce unico della coscienza nazionale, usurpata dal Cavaliere. Giovedì, Di Pietro aveva comprato una pagina intera dell'International Herald Tribune per denunciare, nientemeno, «un'Italia a rischio dittatura». Un'Italia in pericolo per via del Lodo Alfano. Poteva pure bastare, ma il leader dell'Italia dei valori ha scoperto la lingua inglese, i grandi giornali che un giorno sì e l'altro pure attaccano il Cavaliere, il Times che parla di Berlusconi come di un clown, il gemello News of the World dello Squalo Rupert Murdoch che spiava con sobrietà tutta british molti personaggi eccellenti e il Guardian, storico bastione della sinistra inglese.

Da Montenero di Bisaccia alla City. Che salto. Di Pietro, che dai tempi di Mani pulite è abituato ai metodi spicci, ha capito che a Londra avrebbe trovato una sponda amica per le sue requisitorie. Nei giorni scorsi il Guardian aveva partorito una serie di articoli quasi surreali: in sostanza l'Italia in iperaffanno avrebbe rischiato di essere buttata fuori dal G8, la Spagna stava per soffiarci il posto, la confusione sarebbe giunta a livelli catastrofici e solo un intervento disperato degli sherpa americani avrebbe salvato il salvabile e rappattumato la situazione. Sappiamo com'è andata a finire: gli elogi di Obama, le smentite dei Grandi davanti alle panzane made in London, la standing ovation del segretario dell'Onu Ban Ki-Moon alla «superba organizzazione».

La scommessa dell'Aquila è stata vinta e perfino Massimo D'Alema si era prudentemente smarcato nelle retrovie per carità di patria. Chapeau. Ma Di Pietro evidentemente non appartiene all'opposizione: le critiche della minoranza sono fondamentali, anzi necessarie per il buon funzionamento di una democrazia. Ma lui ha altro da pensare: l'opposizione, chiamiamola così, la esercita sui giornali stranieri a colpi di appelli, suppliche e sparate contro il cappio che strozzerebbe le nostre libertà. «Caro Guardian, mi scuso a nome dell'Italia per la reazione prevedibile del Premier e del Ministro degli esteri. The Guardian è un prestigioso giornale. In Italia questo governo non è abituato al contraddittorio, né tanto meno a sentirsi dire la verità». Poche rudi pennellate e il quadro è completo: L'Italia è un Paese allo sbando. L'informazione è drogata e manipolata, il Governo vara leggi «incostituzionali» come un fornaio fa il pane. L'ex Pm non ricorda che a Roma esiste pure un Parlamento, dove il suo partito è rappresentato, e una Corte costituzionale che appunto ha il compito di setacciare la norme.

Lui va oltre. Il Guardian scrive che l'Italia, «secondo la Fondazione Heritage è al settantaseiesimo posto nell'indice di libertà economica, dietro Kirghizistan, Mongolia, Madagascar»? E aggiunge che quanto a «Trasparenza siamo cinquantacinquesimi in coda a Pakistan, Bielorussia e Sierra Leone»? Di Pietro invece di controbattere e spiegare che queste classifiche lunari hanno lo stesso valore che può avere il richiamo del Governo iraniano al nostro ambasciatore per la violenza della polizia italiana o l'affidare la Presidenza della Commissione per i diritti umani dell'Onu alla Libia, punta il dito. Come? Vi siete dimenticati, tira le orecchie agli ingenui inglesi, «che per Freedom House l'Italia è settantatreesima per la libertà di stampa». Ma sì, siamo una quasi dittatura. Basta fare zapping, ascoltare una puntata di Annozero, per averne conferma; basta entrare in libreria dove sono ammonticchiati cumuli di tomi antiberlusconiani di Travaglio, leggere la centesima puntata del Noemigate su Repubblica, scrutare i filmati dell'Espresso sulle karaokeggianti feste di Villa Certosa, osservare l'Unità che riesce a trasformare Berlusconi in un mendicante che tenta di stringere la mano di Mister Obama.


La mafia, gli spaghetti, la pizza, il mandolino, la monnezza, il Padrino di Arcore. Finisce tutto nella grande sputacchiera dei giornaloni di Londra e dintorni che fanno a fette l'Italia, mentre i lo padroni ci colonizzano, ci trasformano in filiali dei loro imperi e accarezzano le nostre schiene con le loro penne acuminate come un tempo accarezzavano quelli dei sudditi con le canne di bambù.


Troppo facile per il capopopolo di Montenero fare opposizione in Parlamento. Non ne vale la pena: «L'Italia dei valori è l'unico partito di minoranza che svolge il ruolo di opposizione politica, senza eccezioni e senza incertezze». Sì, ma è meglio farlo lontano dai patrii confini, unendosi al coro funebre dei soloni che giudicano, dalle rive del Tamigi, chi sia «fit o unfit» a comandarci. L'abbaglio, il Di Pietro travestito da martire, può avere presa su chi già di suo scarica quotidianamente fango sulle nostre teste. Del resto in Francia hanno scambiato Cesare Battisti per un perseguitato politico, qualcuno penserà che Di Pietro sia l'unico baluardo di una democrazia malata. Come lo erano i fratelli Rosselli ai tempi del fascismo. Esuli in Francia, come lo è lui sui giornali di Sua Maestà.

Un politico italiano che fa opposizione all'Italia intera. Per i maestri di Londra dev'essere il massimo. E così l'ex poliziotto che brigava con i Gorrini e i D'Adamo, si ritroverà catapultato in qualche scodinzolante salotto inglese. Uno gnomo della City calerà sul suo testone anche l'aureola. In Italia invece eviti gli strafalcioni con cui ha una certa familiarità: le virgolette le tenga per sé e non per i sessanta milioni di connazionali.


C'è l'ingrediente per l'elisir della lunga vita, è un farmaco che si realizza sull'Isola di Pasqua

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Roma - (Adnkronos Salute) - La scoperta è contenuta in uno studio pubblicato su 'Nature'. Secondo gli scienziati la rapamicina, ottenuta da un campione di terreno di Rapa Nui, ha contribuito ad aumentare la vita media dei topi ai quali è stata somministrata dal 28% al 38%


Roma, 8 lug. (Adnkronos Salute) - I monoliti dell'isola di Pasqua, tra i più celebri dell'intero pianeta, popolano la terra da centinaia di anni indifferenti al trascorrere delle stagioni. E chissà che non valga anche per noi semmai decidessimo di trasferirci in quel paradiso situato dall'altro capo del mondo. Sembra infatti nascondersi nella splendida isola dell'oceano Pacifico l'elisir di lunga vita, di cui ricercatori e scienziati sono a caccia da sempre. A suggerirlo è un nuovo studio pubblicato sulle pagine della rivista Nature e realizzato dall'università del Texas, San Antonio, in collaborazione con l'ateneo del Michigan e l'Ann Arbor and Jackson Laboratory di Bar Harbor.


Ad accendere le speranze di chi sogna di prolungare il più possibile il proprio 'soggiorno' sulla terra è la rapamicina, ovvero un vecchio farmaco realizzato da un campione di terreno proveniente da Rapa Nui, l'Isola di Pasqua per l'appunto nella lingua locale, e per questo motivo chiamato così. Somministrata in topi di laboratorio, la sostanza ha mostrato di aumentare l'aspettativa di vita media degli animali dal 28% al 38%.


"Lavoro in questo filone di ricerca da 35 anni - riconosce Arlan Richardson, uno degli studiosi coinvolti - eppure mai mi ero trovato così vicino a una pillola che contrastasse gli effetti del trascorrere degli anni come in questo caso. La rapamicina si sta dimostrando capace di lavorare proprio in tal senso". Aiutando, in poche parole, a restare attivi e preservando da acciacchi e malattie. La rapamicina è stata scoperta negli anni '70 e viene usata per prevenire il rigetto nei pazienti che hanno avuto un trapianto d'organo, ma anche nelle persone che hanno subito un angioplastica. Ci sono inoltre trial in corso per testarne le proprietà sul fronte della lotta ai tumori. La ricerca finalizzata a stanarne le proprietà anti-aging è stata realizzata aggiungendo questa sostanza nella dieta di topi anziani. E il rimedio ha mostrato di funzionare, svelandone nuove potenziali proprietà.


Fonte : adnkronos

Carlà: ''Sono italiana, voglio stare vicino alla gente dell'Abruzzo''

La première dame: ''La Francia pagherà la metà della ricostruzione della basilica delle Anime Sante''.


 G8, Al Jazeera intervista Adnkronos-Aki sul vertice

A Coppito nasce 'Piazza 6 Aprile' (VIDEO).

George Clooney nei luoghi del terremoto: ''Per la prima volta a L'Aquila e sono commosso''(VIDEO).

La vigilessa che lo ha scortato: ''George? È bello, intelligente e spiritoso''(FOTO) - (VIDEO)

Obama apprezza il menu tricolore ma poi ordina un cheeseburger.

Michelle, Sarah e le altre tra le rovine dell'Aquila (VIDEO) .

Michelle sedotta dalla cucina romana (VIDEO) I produttori di zafferano: ''Pronti a regalare la nostra spezia ai Grandi della terra''


L'Aquila, 10 lug. (Adnkronos/Ign)


 "Per me la priorita' vera era stare qui tra la gente che soffre e che ammiro per il coraggio che ha avuto". Carla Bruni, moglie del presidente francese Nicolas Sarkozy, arriva all'ospedale San Salvatore de L'Aquila per incontrare la gente e gli ammalati. Tailleur bianco di lino, sandali neri di vernice e smalto rosso. Un sorriso per tutti. E' la prima first lady a incontrare le persone. A una dottoressa che l'avvicina, la lady dell'Eliseo spiega: "Per me e' un onore incontrarvi, meno male che non vi siete arresi". E a Gianni Chiodi, presidente della Regione Abruzzo, che le sta vicino spiega: "Io sono stata colpita da questo terremoto, anche io sono italiana. Non finisce qui".

Pochi minuti prima Carla Bruni aveva visitato nel centro storico dell'Aquila la chiesa della Anime Sante, assicurando al governatore abruzzese che - parole di Chiodi - "la Francia paghera' la meta' della ricostruzione della basilica al centro di piazza Duomo. "Non sono qui per incoraggiare, ma per portare a queste persone tutta la mia ammirazione e solidarieta'" ha detto la Bruni ai cronisti, a cui raccomanda di non farsi male spingendo per avvicinarla. "Ho trovato molto coraggio e speranza - assicura la first lady francese - avevo detto che sarei venuta e sono molto felice di averlo fatto. Al di fuori del vertice ritornero' da sola".

"Vorrei ritornare - spiega Carlà - a vedere i lavori per l'ospedale e il lavoro di tutte le persone che hanno dimostrato tanto coraggio. Sono molto commossa d'aver incontrato questa gente. Questa - ripete - e' gente coraggiosa". Poi, un saluto al personale sanitario e a chi la ringrazia per la visita.

Tra tutte le first ladies, senza dubbio la prima signora di Francia è quella che si è fatta notare di più. Ieri mattina, infatti, con George Clooney avrebbe dovuto visitare la zona rossa de L'Aquila. Ma Carlà alla fine ha scelto di venire a Coppito solo ore dopo l'appuntamento con l'attore e Walter Veltroni che l'aspettavano in una tendopoli e non senza aver fatto prima un giro a Roma.

Angelica nel suo tubino bianco assai scollato sulla schiena, entra in scena a Coppito quando tutte le altre first ladies ne escono e tornano a Roma. Ci pensa Sarkò a dare spiegazioni in conferenza stampa sul comportamento dell'amata moglie che è accanto a lui sottolineando come abbia scelto di dormire in caserma a Coppito e non in un albergo a cinque stelle nella Capitale. "Sono molto grato a Carla per aver dato questa impronta umanitaria alla sua visita in Italia", ha affermato Nicola Sarkozy.

"Il fatto che abbia deciso di stare in questa caserma e non in un labergo di lusso a Roma conferma questa mia opinione", ha continuato il presidente francese. "Carla conosce molto bene Roma - ha concluso Sarkozy- e non era necessario che facesse una visita guidata. E' italiana e questo è un fatto che non si può cambiare". E alla fine ieri sera la première dame era a cena la signora Sarkò allo stesso ristorante de L'Aquila, ma non allo stesso tavolo, in cui cenava Mrs. Brown.

Resta però il giallo sulla mancata passeggiata tra le macerie con George Clooney. Qualcuno, malignamente, vocifera che dietro ci sia la gelosia del marito. Al di là delle voci, oggi Carlà ha deciso di recuperare. Visiterà il centro storico de L'Aquila sostando alla chiesa di Santa Maria del Suffragio, meglio conosciuta per la gente del posto come chiesa delle Anime Sante. Da questo palco, tutto per lei, annuncierà le opere di ricostruzione che la Francia finanzierà.

L’ossessione di «repubblica»

di Mario Giordano

«L'ossessione» s'intitolava l'editoriale di Repubblica di ieri. Facile immaginare l'oggetto della breve trattazione: il direttore Ezio Mauro accusava Berlusconi di essere ossessionato per l'appunto dalla medesima Repubblica. Che è un po' come se una zanzara accusasse il genere umano di pensare soltanto all'Autan. Ecco no: se un uomo viene costantemente aggredito dalla zanzara, magari, si mette l'Autan. E magari compra anche uno zampirone. Cerca di difendersi, insomma, per continuare a fare ciò che stava facendo prima di essere aggredito. Per fare, costruire, decidere, andare, pensare, incontrare. Vivere, insomma. Non è lui che è ossessionato, è la zanzara che è una zanzara.


La verità è che ancora una volta, come sempre accade, Repubblica ribalta completamente la realtà. Aggredisce e grida all'aggressore. Picchia e sostiene di essere stata picchiata. Va all'assalto e poi vuol far credere che qualcuno l'assale. Chiagne e fotte. Anzi, prima fotte e poi chiagne. Tanto per restare al caso di ieri: Ezio Mauro lamenta che Berlusconi abbia parlato di Repubblica a una conferenza stampa del G8. Dimentica però di dire che la domanda su Repubblica era stata fatta da un giornalista di Repubblica. Proprio così, che ci volete fare? I ragazzi di Scalfari sono sempre un po' egocentrici...


Dunque è andata così: Repubblica si lamentava perché Berlusconi il giorno prima non aveva risposto alle domande dei giornalisti. Berlusconi, anche per sgombrare il campo dai dubbi, allora si è concesso alle domande dei giornalisti. Quello di Repubblica, quando arriva il suo turno, si alza e solleva la questione del gossip. Berlusconi vorrebbe evitare («Non è la sede»), il giornalista di Repubblica insiste. E allora Berlusconi taglia corto: «Ci avete provato e vi è andata male». Questo, per Ezio Mauro, è l'«ossessione privata esportata in mondovisione», questo è l'attacco alla libera stampa, questo è il volto feroce del Caimano.


È il ribaltamento della realtà, il sottosopra applicato al giornalismo, una specie di gioco della frittata molto stupido e ossessivo. È un po' come quei compagni di classe che ti rubavano la merendina dalla cartella e poi andavano dalla maestra a piangere: «Mi ha detto che sono ciccione». O piccino mio, il problema non è che sei ciccione: è che sei ladro. E allora se vogliamo parlare di ossessione, ecco, l'unica ossessione sembra proprio quella di Repubblica. Un'ossessione cupa, livida, rancorosa. Un'ossessione che si fonda su una cultura sconfitta e ormai senza speranza, senza ideali e senza prospettive, che procede un po' alla cieca, mossa solo dalla furia distruttiva contro un avversario che le vince tutte e perciò è da abbattere a tutti i costi. È questo, solo questo, il motivo che ha spinto il quotidiano fondato da Scalfari e affondato da D'Avanzo ad affrontare questa campagna a suon di gossip, così violenta e sgangherata, tanto insolente quanto fragile. Una campagna che appare oggi ormai definitivamente senza via d'uscita.


Eppure Mauro chiude il suo editoriale dicendo andranno avanti. Non ne abbiamo dubbi. Hanno cercato di andare avanti anche durante il G8. Il direttore di Repubblica nell'editoriale parla di «interesse nazionale», ma in realtà il suo quotidiano avrebbe voluto fortemente violare la tregua imposta da Napolitano. Solo che non c'è riuscito. Due giorni prima dell'inizio del vertice ha pubblicato un'intervista di D'Avanzo a una ragazza per cercare di infangare le feste a Palazzo Grazioli: tentativo miseramente fallito. Ieri, in pieno vertice, ha pubblicato altre due pagine dedicate al gossip senza cavare un ragno dal buco: tentativo miseramente fallito. Ci saranno altri tentativi, falliranno anch'essi. Ma la strada è segnata. Non a caso, appena spente le luci mondiali sull'Aquila, Franceschini è ripartito all'attacco, accusando il governo, pensate un po', di non occuparsi di economia. Già: e cosa ci facevano Berlusconi e Tremonti al G8 mentre lui, leggenDario, contava le (scarse) tessere del Pd?

Certo che ha un bel coraggio Franceschini: ha passato le ultime settimane a litigarsi le poltroncine del partito, parlando solo di correnti e fazioni, nuovismo contro vecchismo, formule vuote come l'agenda di Veltroni. E ora accusa il governo, che nel frattempo ha portato al G8 roba come i legal standard e la liberalizzazione del commercio mondiale, di non fare nulla contro la crisi... Bah. Se ci fosse un'opposizione seria (e ribadisco: se) riconoscerebbe il risultato ottenuto dall'Italia con i Grandi della Terra e si metterebbe a disposizione per affrontare in modo civile i problemi italiani, mentre prepara un'alternativa democratica in vista delle future elezioni. Invece no: vivono nel sogno della scossa. Vivono ancorati al loro anti-berlusconismo. Prigionieri del loro odio.


E dunque torneranno all'assalto, ci proveranno ancora. Ezio Mauro lo dichiara, leggenDario lo fa capire. Del resto lui è fatto così: quando Repubblica gli parla nell'auricolare, si muove di conseguenza. Manco Ambra era così obbediente. La batosta non è servita, l'ossessione (la loro ossessione) è più forte della realtà, più forte dell'evidenza dei fatti, più forte anche dello spirito di autoconservazione. Andranno a passo di carica lungo la stessa strada che hanno percorso finora senza rendersi conto del pericolo cui vanno incontro: a correre nei vicoli senza via d'uscita, si sa, prima o poi si finisce per sbattere la faccia contro il muro.