mercoledì 8 luglio 2009

Jacko, ma se questo è l’evento del secolo allora il mondo è ridotto male

Sopravvivrà il mondo a Michael Jackson? Ce lo chiediamo dopo l'onda planetaria, riversatasi sui suoi funerali, ma avvenuta su scala planetaria, della «Jacksonmania», dieci volte più importante che l'«Obamania» di pochi mesi fa. Qualcosa che non s'era visto nemmeno per le esequie di Elvis Presley, John Lennon e Lady Di.
Alla morte del Michael Jackson le catene tv di tutto il mondo, o quasi, sono diventate altrettanti «Jackson Channels». Da allora, alcune trasmettono solo clip dell'inventore del Moonwalk. In Francia perfino le grandi reti generaliste hanno subito cambiato i programmi, sopprimendo per giorni le informazioni che non fossero da Neverland. Iran, Afghanistan, Irak: basta! Solo Michael Jackson! Servizi e omaggi si succedevano, mentre da Los Angeles a Tokyo, via Parigi, Buenos Aires e Nairobi, centinaia di migliaia di allucinati con telefonino e mp3 si riunivano spontaneamente. Abbiamo saputo tutto di Jackson, delle sue origini, della sua carriera, dei suoi cambiamenti di pelle, dei suoi successi (750 milioni di dischi venduti), delle sue ultime prove, dei suoi ultimi istanti, della sua prole, delle sue finanze, della sua eredità. Tutto, dovevamo saper tutto. Tutto annegato nel diluvio di ditirambi e iperboli: il più grande cantante, il più geniale, il più creativo, il più qui, il più là... Tale commozione globale allibisce. Non si discute il talento, reale o no, di Michael Jackson, e nemmeno le sue doti di cantante (e soprattutto di ballerino). È in causa il modo di fare informazione. Nessun fatto dopo l'11 settembre 2001 ha avuto una tale copertura mediatica. Nessuno. Se capitassero domani la morte di Obama, di Putin, del Papa farebbero dieci volte meno rumore. Del resto molti giornalisti ne convengono: come si potrebbe, anche tecnicamente, dare più eco a qualcosa? Di qui la domanda: la morte di Michael Jackson è davvero l'evento più importante nel mondo da dieci anni? Anche i commenti dei fan più isterici fanno riflettere. Dalla California, le tv li hanno messi davanti alla telecamera a rivaleggiare in affermazioni deliranti: «Il più grande cantante di ogni tempo», «l'uomo più importante dopo Gesù», «la morte di un genio», «ci vorranno anni per superare questo lutto», ecc. Per i funerali di «Bambi» ci sono state quasi mezzo miliardo di richieste di biglietti. Le aste su e-Bay sono arrivate a centomila dollari per biglietto. Negli Stati Uniti, dove l'isteria pare una componente della vita sociale, ci sono già state varie decine di suicidi. Il pianeta vacilla. Nasce una nuova religione! Non è una novità che immense folle siano pronte ad attraversare il mondo per assistere a un grande fatto sportivo o musicale, mentre i partiti politici, i sindacati e le Chiese non mobilitano più molta gente - il che qualcosa significa. Ma ora ogni confine è stato apparentemente varcato anche nella dismisura. È la distrazione nel senso che al termine dava Pascal: ciò che distrae distogliendo dal resto. Ciò che fa sparire tutto sotto l'agitare dei lustrini, del rumore, delle luci multicolori e delle clip. Il «diversity management» che solo perversi blasfemi possono pensare di turbare.
Nel settembre 1995, cinquecento uomini politici e dirigenti economici di primo piano s'erano riuniti a San Francisco sotto l'egida della Fondazione Gorbaciov per confrontare le loro opinioni sul futuro. La maggior parte concordò che le società occidentali erano sul punto di divenire ingestibili e che andava trovato un modo per mantenere, con nuovi procedimenti, la soggezione al dominio del Capitale. La soluzione fu proposta da Zbigniew Brzezinski col nome di «tittytainment». Il termine scherzoso alludeva al «cocktail di svago abbrutente e alimentazione che mantiene di buon umore la popolazione frustrata del pianeta». «We are the world!», cantava Michael Jackson. Quale mondo? Il mondo del tittytainment. Un mondo senza uscita di sicurezza. Siamo franchi: non c'è da stare allegri ad abitare un mondo dove ormai nulla, proprio nulla, conta più che la morte di un re della pop music.

di Alain de Benoist

(Traduzione di Maurizio Cabona)

Cossiga: "Per piacere agli inglesi Silvio cambi sarto"

di Gianni Pennacchi

Roma - Prima il «Times», poi la Bbc, ora spara anche il «Guardian». Presidente Cossiga, che sta succedendo? Il Regno Unito, o almeno i media inglesi, han dichiarato guerra a Berlusconi e al suo governo?
«Sono tutti all'attacco, non solo i giornali inglesi».

L'universo mondo, contro il leader della piccola Italia?
«Si può partire dall'interpretazione mercantile, anche se la gente non crede ai poteri economici: avendo ripudiato il marxismo perché lo collega ai gulag e allo stalinismo, vuole cancellare qualunque traccia dell'influenza dell'economia e del capitalismo, e dunque dimentica quanto già Marx diceva, cioè che i conflitti più duri non sono fra il padronato e il proletariato, come un tempo si chiamavano, bensì quelli dei capitalisti fra di loro».

Se l'obiettivo è il capitalista Berlusconi, chi sono gli altri capitalisti dello scontro?
«Non per nulla, Murdoch viene chiamato "lo squalo". E quanti lamentano l'influenza di Berlusconi sulla stampa, non sanno che questa è una cosa normale. Quando gli addetti stampa di Churchill gli consigliarono di parlare col direttore di un grande giornale per accattivarselo, lui rispose che il Primo ministro di Sua Maestà britannica non parla coi giornalisti, parla con la proprietà. E non si può dire che Churchill non fosse un democratico. A me poi, fa anche un po' ridere questa storia di Berlusconi "padrone della stampa"... A parte due o tre testate, la stragrande maggioranza dei quotidiani obbedisce ad altri padroni. Adesso, poiché bisogna dare una mano alla famiglia Fiat e a Marchionne, si sono un po' calmati, ma altrimenti da Repubblica al Messaggero sono tutti contro di lui».

Non divaghiamo presidente, se ci fermiamo al cortile di casa nostra, ci impallinano.
«Non stiamo divagando, è che la gente è diventata talmente spiritualista che non crede più alla forza del denaro. E certamente Murdoch a Berlusconi l'ha giurata. Innanzi tutto gliel'ha giurata quando sperava che gli vendesse Mediaset e non l'ha fatto. Poi quando gli ha aumentato l'Iva mentre avrebbe preferito che la diminuisse a Mediaset. Non gli perdona il digitale terrestre, e soprattutto che la decisione di sfilare anche i canali Rai dalla piattaforma Sky sia stata presa dalla amministrazione nominata dal governo Prodi».

La motivazione mercantile però non basta, a spiegare un attacco generale.
«L'altra questione è che Berlusconi si dà troppo da fare. Agli Stati Uniti, che costui si metta in mezzo a voler fare l'arbitro amichevole compositore, il mediatore, il paciere fra l'America e la Russia, non fa mica tanto piacere. Naturale che a Obama girino le scatole: ragazzino lasciaci lavorare. E che dovendo badare all'interscambio tra Italia e Iran, noi ci si impicci degli affari iraniani che Obama considera roba sua, anche questo rompe le scatole. Ma cosa vuole che importi a tutti costoro, anche alla signora Merkel - che pure ha avuto un'educazione seria, quella della Ddr e non si può escludere che sia stata collega e amica di Putin già quand'era residente a Lipsia del Kgb - della morale privata di Silvio?».

Compreso: sono strumenti di guerra.
«Sì, ragazzino lasciaci lavorare. Lasciaci lavorare tra israeliani e palestinesi, lasciaci lavorare con l'Iran e lasciaci lavorare anche con l'Unione europea. Così una parte è la causa mercantile, l'altra è la causa politica, e l'altra è il fatto di questo ragazzino che non fa parte dell'establishment, non ha una carriera politica come gli altri, non ha mai fatto il ministro di nulla. Infine ci sono gli italiani, che sono sempre contro i governanti del loro Paese».

E com'è che l'attacco parte dalla perfida Albione?
«In primo luogo perché lì c'è il Times, che è di Murdoch. Poi si deve tener presente che gli inglesi, dagli operai ai lord, sono tutti snob: e tutto si può dire, salvo che Berlusconi sia snob. Non per altro va in giro con un abito blu e un maglioncino nero, contravvenendo ad ogni canone dell'eleganza. Dovrebbe prendere un sarto inglese, mettere camicie a righine e mai bianche, ogni tanto la barba non curata, e mai, mai lo smoking nuovo. I lord inglesi sfoggiano smoking di quarta mano e fanno indossare le loro scarpe nuove alla servitù».

Più attenzione a queste cose e meno comunicati di vibrata protesta, è questo il suo consiglio?
«Tutte queste cose, nella politica contano più di quanto si creda. E soprattutto, ragazzino lasciaci lavorare».

Insomma, se ne stia calmo il nostro presidente del Consiglio, e forse l'Italia non sarà espulsa dal G8 come minaccia il «Guardian»?
«Ma via, ci espellono dal G8? A parte che questo G8 non conta nulla e lo ammettono tutti, ma a proposito sa che cosa ho appreso? Che questa mattina Franceschini è andato al santuario del Divino Amore e Franco Marini è andato in pellegrinaggio a Montecassino. Per invocare una scossa di terremoto, ma senza vittime. E l'amica direttore del l'Unità ha già pronta l'edizione straordinaria, dove spiega che il terremoto è colpa di Berlusconi».

Google lancia un sistema operativo

Sfida open source a Microsoft: sarà basato sul browser Chrome SAN FRANCISCO
Google lancia la sfida a Microsoft e annuncia il varo di un suo sistema operativo che potrà essere utilizzato sui computer portatili a partire dalla metà dell'anno prossimo e si baserà sul browser Google Chrome,disponibile già dall'anno scorso.

«Il nostro tentativo - si legge sul sito web della società - è ripensare integralmente il concetto stesso di sistema operativo». «Velocità, semplicità e sicurezza sono gli aspetti chiave del sistema operativo Google» dice l'annuncio pubblicato sul sito . «Come per il browser Chrome stiamo tornando ai fondamentali per riprogettare integralmente l'architettura del sistema operativo e garantire che l'utente non possa essere minacciato da virus o malware o abbia bisogno di continui aggiornamenti per la sicurezza del computer».

Resta da capire se Google riuscirà effettivamente a mettere in discussione il quasi monopolio di microsoft sul terreno dei sistemi operativi. Secondo le stime attuali, i sistemi operativi Windows di Micosoft gestiscono circa il 90% dei computer di tutto il mondo. Segue il sistema operativo Apple Osx, all'8%.

Una birra prego, sono maggiorenne"

Il ragazzo mente? Condannato barista



I supremi giudici hanno rigettato il ricorso dell'esercente che aveva venduto la bevanda alcolica a un 16enne chiedendogli prima l'età. In pratica doveva approfondire e chiedere i documenti

Roma, 7 luglio 2009

Il gestore di un bar deve sempre accertarsi fino in fondo se il cliente sia minorenne o meno prima di servigli degli alcoolici: rischia infatti una condanna se viene tratto in inganno dalla bugia di un giovane, che si aumenta l'età per ottenere una birra. Lo si evince da una sentenza con cui la Cassazione ha confermato la condanna inflitta dal giudice di pace di Rovereto a un barista che aveva venduto a un 16enne una birra.



Il difensore dell'uomo si era dunque
rivolto alla Suprema Corte, rilevando che l'imputato aveva «interpellato previamente» il ragazzo, «per sincerarsi della età superiore agli anni 16 e, soltanto dopo avere ricevuto risposta positiva, somministrò la bevanda alcolica». Gli 'ermellinì della quinta sezione penale, però, hanno rigettato il ricorso, osservando che se è vero che il ragazzo «rese risposta mendace circa la propria età, è del pari certo - si legge nella sentenza n.27916 - che il ricorrente si pose al riguardo questione sull'effettiva età dell'avventore, conscio del dovere di evitare la vendita a minorenne del prodotto, ma limitandosi al responso del giovane, primo interessato alla falsità, erogò la birra».

L'ordinamento, sottolineano ancora i giudici di piazza Cavour, «ha affidato al gestore di spaccio di bevande alcooliche una peculiare responsabilità, collocandolo in una specifica posizione di garanzia a tutela di interessi diffusi» e «conseguentemente - conclude la Cassazione - la valutazione dei parametri di imputazione, negligenza e imprudenza, deve essere assunta con severità».

fonte agi

La rivolta dei portaborse

08 luglio 2009





La riscossa dei portaborse parlamentari, che da tempo hanno ingaggiato una battaglia per il riconoscimento formale di quella che definiscono una professione, comincia dalla battaglia (vinta) contro le caste alimentari: d'ora in avanti la tariffa della mensa della Camera, anche per loro, verrà ridotta da 10 (quanto pagavano) a 7 euro a pasto. Sino a ieri, infatti, quando è arrivato l'annuncio della decisione voluta dal presidente della Camera, Gianfranco Fini e concertata con i deputati questori e i capigruppo, le tariffe pasto in mensa erano differenziate. «I dipendenti della Camera - spiega al Secolo XIX Francesco Comellini, presidente dell'Ancoparl - pagano 5 euro, quelli dei gruppi 7 e i collaboratori parlamentari ne pagavano invece 10. Perché, ci siamo chiesti, creare delle caste alimentari quando al Parlamento europeo il prezzo è uguale per tutti? Una vera ingiustizia». Il 19 giugno i portaborse - «non chiamateci così - dice Comellini - siamo collaboratori parlamentari» - hanno inviato una lettera per chiedere la fine della discriminazione tariffaria al presidente della Camera, ai questori e ai capigruppo. Due settimane ed è arrivata la decisione di cambiare. «Care Colleghe e Colleghi - si legge nella missiva scritta dall'Ancoparl - il piccolo successo della tariffa della mensa alla Camera, ridotta da 10 a 7 euro, non deve fermare il lavoro che ancora abbiamo da compiere per il riconoscimento della nostra professione sul modello europeo».




Un'aspirazione, quella di equipararsi con i colleghi del resto del continente, che spinge a ritenere «la riduzione della tariffa della mensa self-service della Camera solo un fatto accessorio. Ma andava doverosamente segnalato, per evitare, nella Camera dei Deputati, il formarsi di caste alimentari». «Va dato atto al presidente Fini e ai deputati questori della celerità con cui hanno affrontato il problema a seguito della nostra lettera - prosegue il presidente dell'Ancoparl - Ci auguriamo che non sia un segnale di attenzione passeggero ma l'avvio di una proficua collaborazione tesa alla soluzione delle problematiche inerenti il rapporto tra collaboratori dei deputati e amministrazione, per dare dignità alla nostra professione». La prossima sfida - annuncia Comellini - sarà quella «di vedere cosa delibererà il bilancio della Camera in merito ai collaboratori: noi chiediamo il riconoscimento giuridico». E Comellini conclude: «Non si capisce perché il collaboratore italiano non abbia un suo status». Come dire: non si vive di solo mensa.



Matteo Salvini si dimette da deputato

dopo la diffusione di un video nel quale canta un coro contro i napoletani


Il deputato della Lega: «Le polemiche non c'entrano. Ho scelto di fare il parlamentare europeo»


MILANO - Il leghista Matteo Salvini si è dimesso da deputato. L'esponente del Carroccio, che è eletto anche al Parlamento europeo, è stato martedì al centro di un'aspra polemica dopo la diffusione di un video nel quale, durante l'ultima festa di Pontida, canta un coro contro i napoletani: «Senti che puzza, scappano anche i cani. Sono arrivati i napoletani...».


SCELTA ANTICIPATA - La decisione di Matteo Salvini, giunta al termine di questa giornata di polemiche, anticipa tuttavia una scelta che il deputato del Carroccio, neo-eletto a Strasburgo, avrebbe dovuto in ogni caso fare. La carica di parlamentare italiano è infatti incompatibile con quella di eurodeputato. Salvini è anche capogruppo della Lega in Consiglio comunale a Milano. «Le mie dimissioni dalla Camera - dice Salvini al telefono- non c'entrano proprio nulla le polemiche di oggi. Sono legate alla mia scelta di voler fare il parlamentare europeo e il termine per le opzioni scade oggi».





07 luglio 2009

Decreto Alfano: chissenefrega dello sciopero dei blogger

di Filippo Facci


A un certo vittimismo di categoria stile mi-straccio-le-vesti, roba insomma da giornalisti, ora si aggiunge un'antistorica e anche un po' patetica - mi scuseranno - pretesa di separatezza da parte dei cosiddetti blogger, i proprietari cioè di blog e di siti internet che per il prossimo 14 luglio hanno indetto uno sciopero: in pratica significa che non aggiorneranno i loro blog con ciò ritenendo - mi scuseranno ancora - che gliene freghi qualcosa a qualcuno. Loro la chiamano «giornata di protesta contro il decreto Alfano e l'emendamento ammazza-internet», che poi sarebbe quella parte del decreto (comma 28, lettera a dell'articolo 1) secondo il quale «Per i siti informatici le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono». In pratica, cioè, dovrebbero comportarsi come il resto della stampa ed esserne più o meno equiparati: e peggior bestemmia per loro non esiste. A peggiorare le cose c'è che a promuovere l'iniziativa c'è un collega dell'Espresso con non reputo per niente stupido, Sandro Gilioli, ma che ogni tanto si riposa anche lui.


Che cosa vogliono costoro? È semplicissimo: vogliono che la rete resti porto franco e che permanga cioè quella sorta di irresponsabile e anarchica allegria che era propria di una fase pionieristica di internet e che era precedente a quando «la rete» non era ancora divenuta ciò che è ora: un media rivoluzionario, ma pur sempre un media, dunque la propaggine di altri media anche tradizionali che sono regolati dalla legge come tutto lo è. Nel credersi una razza a parte, invece, i blogger si credono alternativi anziché complementari a tutto il resto, si credono vento anziché bandiera: in lingua italiana significa che vogliono continuare a poter fare l'accidenti che vogliono e quindi a scrivere e a ospitare qualsiasi «opinione» anche diffamatoria, qualsiasi sconcezza o tesi incontrollata e appunto declinata di ogni responsabilità. Simbolo ne è poi l'anonimato dietro il quale milioni di cuor di leoni abitualmente lanciano sassate e nascondono la tastiera. In teoria non dovrebbe essere così già ora: le leggi sulla diffamazione infatti già riguarderebbero anche loro, dovrebbero rispondere cioè di insulti e falsità come chiunque altro. In pratica non succede niente del genere: e siamo al punto, l'unico che conta, che cioè non va bene, così non funziona. In rete circola ogni cosa e risalire a un responsabile è un'impresa disperata o inutile, soprattutto se alla fine ti spunta solo un incolpevole ragazzino che pensava di scarabocchiare i muri della sua cameretta virtuale o poco più. Va da sé che lo sciopero abbia tonalità insopportabilmente apocalittiche (e il bavaglio, e ci vogliono zittire, il solito martirio) e va da sé che la maggioranza degli aderenti non pare aver capito neppure di che cosa si sta parlando. A uno come Gilioli, poi, io non chiederei un silenzio di cui non importa a nessuno: chiederei che spiegasse come risolvere dei problemi che indubbiamente ci sono. Sennò deve capire che i blogger ne escono come dei reazionari e basta, altro che la rivoluzione e la rete e tutte le menate. Così pure, sono abbastanza certo che Gilioli la vedrebbe diversamente se fosse capitato anche a lui quello che capita a me da anni solo perché un giorno ebbi l'impudenza di criticare Beppe Grillo; gli racconterei, cioè, la lotta contro i mulini a vento per impedire che ogni notte, sull'enciclopedia Wikipedia, sotto la voce che porta il mio nome, dovesse leggersi che assumevo abitualmente stupefacenti o fossi sessualmente perverso; l'impossibilità di prendersela con siti o blog che avevano server nel Wisconsin, perdere tempo e soldi con avvocati costretti a inseguire fantasmi internettiani che diffondevano notizie false e orrende ma che qualcuno faceva sempre in tempo a leggere, archiviare, rilanciare. Provi a digitare il mio nome in chiave di ricerca, Gilioli, e poi mi dica che cosa dovrei fare secondo lui: tenendo ben conto che non ho mai querelato nessuno in vita mia né vorrei farlo.


Ma a parte me, che ora non c'entro un tubo, il problema più generale resta un altro: i blogger o sono ragazzini o sono ragazzini dentro, spesso scelgono di non filtrare nulla e di non moderare il proprio blog e di fottersene insomma del codice civile e penale che riguarda quella retroguardia che è il resto del mondo. Ma un irresponsabile deve restare tale ovunque bazzichi, sorry: la tua libertà non può andare a discapito della mia, la regola non cambia mai, neppure in internet. Gli scioperanti temono che un semplice obbligo di rettifica possa «disincentivare e soffocare la comunicazione on line non solo nei blog, ma anche nelle piattaforme di condivisione dei contenuti». Sciocchezze. Gli assennati non hanno niente da temere. Ne hanno i cretini, gli anonimi e i disinformati. Quando mi è capitato d'incrociarli o di beccarli, poi, erano quasi sempre personcine che semplicemente non avevano il coraggio di dare un nome e un cognome alle proprie opinioni. Qui, nella retroguardia, li chiamiamo vigliacchi.

Jackie, Bob e il fantasma di JFK

Svelata la passione fra la vedova di Kennedy e il cognato


DAL NOSTRO CORRISPONDENTE


NEW YORK -
Si sono amati con passio­ne, sotto l'occhio indulgente di famigliari e consiglieri, senza che - nell'era pre web- una sola indiscrezione sul loro amore proibi­to trapelasse mai sui media. A raccontare i dettagli anche scabrosi dell'arroventata love story che per ben quattro anni legò Jackie Kennedy al cognato Bobby è adesso un li­bro: Bobby and Jackie: A Love Story scritto dall'americano David Heymann dopo due decenni spesi a setacciare gli archivi dell'Fbi e del Servizio Segreto, intervistando l'entou­rage dei Kennedy, tra cui Pierre Salinger, Ar­thur Schlesinger, Jack Newfield, Gore Vidal, Truman Capote e Morton Downey Jr.

«La loro storia d'amore iniziò dopo l'as­sassinio di JFK - scrive Heymann nel libro, in uscita a fine mese, di cui il New York Post pubblica alcuni stralci -. E divenne così in­tenso che, quando gli spararono, fu Jackie e non la moglie Ethel a ordinare ai medici di staccargli la spina». Secondo Truman Capo­te, per anni confidente della first lady, il lo­ro amore germogliò «dal condiviso e stra­ziante lutto». «La loro era una passione ro­vente e senza speranza», spiegava l'autore di «A Sangue Freddo» e «Colazione da Tif­fany ». «Robert fu l'unico uomo che Jackie abbia mai amato davvero», lo incalza lo scrittore Gore Vidal, lontano parente di Jackie.

Già sposato e padre di 11 figli, Bobby non fece mai nulla per occultare la tresca. «Tutti ne erano a conoscenza», racconta l'allora vi­ce ministro per il Commercio Franklin Roo­sevelt Jr. ad Heymann, per ben tre volte in corsa per il Premio Pulitzer. «Si comportava­no come due teenager malati d'amore. So­spetto che Bobby volesse mollare Ethel per sposarla - incalza - ma ovviamente non era possibile». La moglie tollerava il tradimento («Sape­va che lui non l'avrebbe mai lasciata», spie­ga l'autore) ma ogni volta che la cognata vi­sitava Bobby a Hyannis Port, erano scene di gelosia, peraltro senza effetto. Durante una cena sullo yacht presidenziale USS Sequoia, sei mesi esatti dopo la morte di JFK, nel mag­gio del 1964, Bobby e Jackie sparirono sotto­coperta, lasciando Ethel di sopra con il resto dei commensali.

«Quando tornarono erano rilassati e paghi come due gattoni soriani», ironizzava Schlesinger. Nel Natale di quello stesso anno l'ereditie­ra Mary Harrington sorprese Jackie mentre prendeva il sole in topless nella villa dei Kennedy a Palm Beach, con RFK inginoc­chiato al suo fianco. «Quando presero a ba­ciarsi, lui le mise una mano sul seno e l'altra dentro lo slip: ero scioccata», testimonia la donna, reduce a sua volta da una storia pas­seggera col fratello minore di JFK.

La sfrontatezza del senatore proseguiva dentro ai palazzi del potere. Un giorno il fun­zionario del Commerce Department Ken­neth McKnight giunse ad un meeting serale con Kennedy in Senato, trovandolo sdraiato in poltrona con Jackie seduta sulle sue gi­nocchia, le braccia avvinghiate al collo. L'unico che cercò di contrastare la relazione fu Aristotele Onassis, che minacciò di rovi­nare il rivale, rendendo pubblica la vicenda.

«Potrei sotterrare quell'energumeno», sbot­tò l'armatore greco con un amico, anche se poi non mosse mai un dito, nel timore, se­condo Heymann di perdere Jackie. Più tardi, quando lei decise di sposarlo, RFK confessò a Pierre Salinger che «dovranno passare sul mio cadavere». Il 16 Marzo 1968 RFK annun­ciò la sua corsa alla Casa Bianca. L'indomani telefonò all'amico Jack Newfield dall'appar­tamento di Jackie a New York. «Era depres­so ed avvilito - spiega il columnist -, quel­lo fu il loro ultimo incontro d'amore».

Il 4 giugno, subito dopo aver vinto le pri­marie in California, RFK cadde sotto i colpi di Sirhan Sirhan all'Ambassador Hotel di Los Angeles. Jackie volò subito al suo fianco e Ethel si fece da parte, permettendole di re­stare sola con lui fino all'ultimo. Bobby era cerebralmente morto ma la cattolicissima moglie si rifiutava di staccargli la spina e il fratello Ted non era psicologicamente in gra­do di intervenire. All'1 e 20 di mattina del 6 giugno fu Jackie ad ordinare ai medici di la­sciarlo morire, dopo aver firmato l'autorizza­zione, come da protocollo ospedaliero. Nell'ottobre dello stesso anno Jackie Ken­nedy sposò Onassis


Alessandra Farkas


07 luglio 2009

Morto per una trasfusione: la sacca

all'ospedale «San Giovanni di Dio e Ruggi d'Aragona » di salerno


Incredibile caso di omonimia dietro il decesso di un settantacinquenne. Aperte due inchieste, 17 «iscritti»


SALERNO - A Gerardo Fasolino, il settantacinquenne di Marina di Camerota, morto lo scorso 2 luglio all'ospedale «San Giovanni di Dio e Ruggi d'Aragona» durante una trasfu­sione, è stato iniettato sangue incompatibile con il proprio. Ci sarebbe stato un errore di omonimia sulla sacca di sangue prelevata prima della trasfusione. A Gerardo Fasolino sareb­be stato iniettato sangue compatibile in realtà con un altro uomo ricoverato nel reparto di cardiochirurgia che ha lo stes­so cognome dell'anziano. Per i risultati dell'autopsia, eseguita ieri mattina dal medi­co legale Giovanni Zotti (a cui ha assistito anche il medico legale della famiglia, Giuseppe Raimo), bisognerà attendere almeno un paio di settimane.

E molto probabilmente i funerali si terranno stamat­tina. Ma dopo l'esame autopti­co si comincia a fare più chia­rezza sulle cause che hanno de­terminato il decesso improvvi­so. Offrendo, così, sia alla magi­stratura salernitana che alla di­rezione generale (che ha nomi­nato una commissione per un'inchiesta interna) maggiori elementi per accertare eventua­li responsabilità del personale ospedaliero che quel giorno era in servizio presso l'azienda. Il pubblico ministero del Tribuna­le di Salerno, Marinella Gugliel­motti, che sta indagando sul ca­so, ha iscritto 17 persone nel re­gistro degli indagati. Nelle ma­glie della magistratura sono fi­niti medici e infermieri della seconda divisione di ortopedia e del centro trasfusionale, oltre agli anestesisti.

Ma nulla esclude che dopo i risultati degli esami istologici, le indagini possano prendere un'altra piega e chiudere il cerchio intor­no a poche persone. Qualora l'autopsia dovesse confermare che ad uccidere Gerardo Fasolino sia stato un gruppo sangui­gno incompatibile con il proprio, allora l'inchiesta giudizia­ria si concentrerebbe su chi, la sera del 2 luglio scorso, sia entrato nell'emoteca, dove vengono conservate le sacche di sangue, per prelevare quella che sarebbe poi servita per la trasfusione.

Se l'indagine giudiziaria segue il suo corso, an­che l'inchiesta interna avviata dalla direzione generale del­l'azienda ospedaliera non si ferma. Subito dopo la tragedia è stata nominata una commissione con il compito di accertare eventuali responsabilità mediche. Ieri mattina, nei corridoi del Ruggi si vociferava di un provvedimento di sospensione emesso dal direttore generale Attilio Bianchi nei confronti di medici ed infermieri dei reparti sotto accusa. Indiscrezione che, già nel pomeriggio, sono state smentite.


Angela Cappetta


07 luglio 2009

L'enciclica «sociale» del Papa

Ecco il testo completo: leggi

Viareggio, i funerali delle vittime

Dieci mila persone alla cerimonia. Presenti il Capo dello Stato, Fini e Schifani. Omelia dell'arcivescovo di Lucca


VIAREGGIO - L'ultimo saluto. Oltre 10 mila persone hanno partecipato alle esequie di 15 delle 22 vittime della strage di Viareggio (le altre 7 sono state trasportate in Marocco). Cittadini, amici e parenti delle persone che hanno perso la vita a causa del tragico incidente avvenuto in stazione hanno riempito lo stadio Dei Pini, tributando un lungo applauso all'ingresso delle bare: tra queste, anche le bare bianche di Luca e Lorenzo Piagentini. Ai funerali erano presenti il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, i presidenti di Camera e Senato, Renato Schifani e Gianfranco Fini, e l'imam di Viareggio, Wahid el Fihri. E proprio Napolitano, dopo la cerimonia, ha ribadito che «bisogna fare chiarezza per accertare le responsabilità».


OMELIA - Durante l'omelia, l'arcivescovo di Lucca, monsignor Italo Castellani, ha affermato che «il fuoco che ha distrutto tutto nella tragica notte della strage di Viareggio è sembrato il visibile di un non-senso, di un negativo assoluto che tutto fagocita e tutto distrugge, alimentato certamente non solo dal caso e dalla fatalità». E se la storia dell'uomo «ha conosciuto e continua a conoscere violenze, ingiustizie, tragedie umane e disastri ecologici», secondo il vescovo «c'è da interrogarsi sul 'modo di vivere', per certi aspetti violenti o ad ogni modo che mettono a rischio la vita stessa, a cui concorriamo tutti, con i nostri stili di vita personali e collettivi».

Quasi lanciando un appello, monsignor Castellani, che ha ricordato anche le parole del Papa, «simili incidenti non abbiano a ripetersi», ha sottolineato come «è da tempo venuto il momento che il nostro territorio, la nostra Terra, con il contributo e la responsabilità di tutti, nessuno escluso, diventi come Dio l'ha voluta, 'Madre sicura', terra sicura, proprio convertendo gli stili di vita personali e collettivi». Al termine dell'omelia funebre, l'arcivescovo di Lucca ha invitato tutti i cittadini a guardare al futuro: «Viareggio risorgi, risorgi più bella - dice - è questo il messaggio che ho letto su uno striscione appoggiato nei pressi dell'incidente ferroviario e scritto da una mano e un cuore generosi. È questo il futuro di speranza per tutti noi».

BOCELLI - In conclusione del rito funebre, il tenore Andrea Bocelli ha interpretato due brani: il 'Panis angelicus' di Frank e 'Ave verum corpus' di Mozart. L'omaggio della città alle vittime era iniziato con la lunga fila che si è protratta fin quasi a mezzanotte per la camera ardente: oltre 30 mila persone hanno sfilato lunedì tra dolore e commozione. «Una partecipazione - ha detto il sindaco Luca Lunardini - davvero commovente di cui ringrazio tutta la cittadinanza e le persone venute da fuori città».

Duro Scontro tra il ministro e il quotidiano britannico

l Guardian: «Italia fuori dal G8»


Frattini: «È una buffonata»
Il giornale: «I piani del summit sono nel caos. Intervenuti gli americani». Il ministro: «Solo sciocchezze»



ROMA - Il Guardian spara sull'Italia, a proposito dell'organizzazione del summit dell'Aquila: «Italia fuori dal club del G8». E Frattini risponde ad alzo zero: «È una buffonata, spero che il Guardian esca dal club dei grandi giornali». In serata arriva anche la replica diretta del presidente del Consiglio, Berlusconi: «Una colossale cantonata di un piccolo giornale». Tutto è nato dalla tesi sostenuta dal quotidiano britannico,in un commento dell'editorialista che si occupa di diplomazie, Julian Borger, secondo le quali «all'interno del G8 crescono le voci di un'espulsione dell'Italia, perché i piani del summit sono caduti nel caos». Il commento prevede anche un futuro scenario di vertici senza l'Italia, «sostituita dalla Spagna che ha un più alto reddito pro capite» e riporta alcune affermazioni di alti funzionari occidentali, secondo i quali «il G8 è un club, con la sua quota partecipativa da pagare. L'Italia non lo sta facendo».

«ITALIANI TERRIBILI» - Secondo la fonte citata dal Guardian, «gli italiani - nell'organizzazione del summit - sono stati terribili. Non ci sono né metodi, né programmi». Il giornale scrive anche che, negli ultimi giorni, in assenza di iniziative concrete in agenda, gli Usa hanno preso il controllo della situazione, organizzando una «teleconferenza tra gli sherpa, in un ultimo disperato tentativo di inserire degli obiettivi nel summit». Un analista della New York University citato dal giornale, Richard Gowan, critica duramente la presidenza di Berlusconi: «Gli italiani non hanno idee e hanno deciso che la cosa migliore è propagandare un'agenda molto sintetica per nascondere il fatto che non hanno realmente un'agenda».

FRATTINI: «È UNA BUFFONATA» - «Spero che esca il Guardian dai grandi giornali del mondo» ha dunque replicato il ministro degli Esteri Franco Frattini da Bucarest quando gli è stata rivolta una domanda sull'articolo del quotidiano britannico. Il ministro ha definito una «buffonata» la notizia, riportata dal Guardian, che gli Usa abbiano preso in mano l'organizzazione del summit dell'Aquila con una videoconferenza tra gli sherpa. «È una sciocchezza», ha commentato Frattini. Fonti della Farnesina sottolineano che sulla notizia che gli Usa abbiano preso in mano la situazione c'è «un evidente fraintendimento» perché in effetti una videoconferenza tra gli sherpa c'è stata, ma è stata organizzata da Washington in vista del G20 di Pittsburgh.

LA RUSSA: «NON LEGGO GIORNALI STRANIERI» - «È una sciocchezza, basta non comprare il quotidiano inglese. L'Italia fuori dal G8? Se mai il "Guardian" sarà fuori dalle edicole...». Con una battuta anche il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, liquida l'articolo del 'Guardian «In questi giorni -dice La Russa- non leggo i giornali stranieri, nè le notizie riprese dai giornali stranieri».

BOSSI: «COPIANO I GIORNALI ITALIANI DI SINISTRA» - Anche Umberto Bossi dice di non essere minimamente preoccupato per le continue accuse della stampa estera nei confronti di Silvio Berlusconi. «Sono critiche - spiega mentre pranza in un bar vicino alla Camera dei deputati con il figlio Renzo - che vengono dall'interno, all'estero copiano i nostri giornali, i giornali della sinistra. Ma Berlusconi - aggiunge Bossi - non cade e non cadrà... Un governo cade se non fa niente ma lui di cose ne ha fatte tante...».


NYTIMES: «G8 COMMEDIA, TRAGEDIA O FARSA. DIPENDE DA BERLUSCONI» - A creare un clima di ulteriore attesa sul G8, con riflettori sempre più puntati su Berlusconi, arriva anche il New York Times che scrive come il vertice potrebbe assumere le caratteristiche della commedia, della tragedia o dell'impresa seria auspicata dai suoi organizzatori. Il più importante quotidiano Usa precisa che l'esito del vertice dipende dal premier Silvio Berlusconi, e dagli «scandali da soap opera a sfondo sessuale» da cui è costretto a difendersi. Ma non solo: a condizionare la riuscita o meno del vertice potranno contribuire anche altri due fattori, il sisma e i no global.




07 luglio 2009

Botta e risposta tra il ministro della Difesa e quello dell'Interno

La Russa: «Regolarizziamo le badanti»Maroni: «Non ci sarà alcuna sanatoria»


ROMA - Il ministro della Difesa apre una porta, quello dell'Interno la chiude. Fragorosamente. Motivo del contendere la possibile sanatoria a colf e badanti dopo l'introduzione della nuova legge sulla sicurezza che facilita l'espulsione dei clandestini che lavorano in nero. Un argomento sul quale all'interno del governo ci sono posizioni differenti. Ignazio La Russa, titolare della Difesa, lancia una proposta: «Regolarizziamo solo le badanti, alle colf ci pensiamo dopo». Per il ministro della Difesa alla base di tutto «c'è un problema morale per le famiglie che vedrebbero sottrarsi degli aiuti importanti.

La nostra proposta - spiega La Russa - è restringere il campo alle badanti e non alle colf. Le badanti sono quelle che hanno già in corso un rapporto, anche se in nero, e che sono utili per anziani e persone portatrici di handicap...». La Russa spiega così la sua proposta. «Diamo l'incarico - dice - ai prefetti per vedere di verificare se c'è la possibilità di regolarizzare solo le badanti, potrebbero fare dei controlli efficaci in modo che gli abusi diventino fisiologici». E le colf? «Per le colf - spiega il ministro - non c'è urgenza. Vedremo cosa fare, ma per loro non credo che sia possibile una regolarizzazione...».

MARONI - Ma dopo poco arriva la risposta del ministro dell'Interno Robero Maroni: «Non ci sarà nessuna sanatoria per le badanti», quella di questi giorni è «una polemica basata sul nulla», visto che già da ora, prima dell'entrata in vigore del ddl sicurezza, i lavoratori in nero sono puniti. «Già oggi - ha aggiunto Maroni - se un clandestino svolge un lavoro in nero può essere espulso». «Si sta facendo - ha spiegato Maroni - un gran discutere su una norma non ancora in vigore, dimenticando che ci sono già leggi che puniscono il lavoro nero, specie se viene svolto da un clandestino». Sull'ipotesi di sanatorie, il ministro è netto: «Il Parlamento - ha osservato - è sovrano, ma io personalmente sono contrario ad una sanatoria che non si potrebbe fare per una particolare categoria di lavoratori.

Ciò è fortemente sconsigliato dal patto europeo sull'immigrazione che è un impegno sottoscritto da tutti i capi di governo dell'Europa, per cui mi sento di escludere l'ipotesi di sanatoria». Maroni ha poi definito «eccessivi» i numeri circolati in questi giorni sulle badanti irregolari, ricordando che molte sono di paesi recentemente entrati nell'Unione europea e quindi non hanno bisogno di regolarizzazione. Quanto a chi ha parlato del rischio carcere per la badante, il ministro ha sottolineato che «il reato di clandestinità introdotto con il ddl sicurezza prevede una sanzione penale che non è il carcere, ma una pena accessoria e cioè la possibilità di immediata espulsione con provvedimento del giudice di pace».




07 luglio 2009

Tokyo è la città più costosa del mondo

La capitale giapponese supera Mosca nella classifica di Mercer, Milano undicesima. Meno cara: Johannesburg


MILANO - Tokyo supera Mosca e diventa la città più cara del mondo. Lo rivela l'annuale studio condotto dalla società di consulenza Mercer che ha analizzato il costo della vita in 143 città del pianeta. Nonostante la recessione abbia colpito l'intero globo e la disoccupazione sia aumentata in tutte le metropoli, la vita in tante città internazionali continua a essere molto costosa. L'indagine, ideata per fornire indicazioni sui costi alle aziende che hanno dipendenti all'estero, analizza i prezzi di circa 200 articoli in ogni città, tra cui alloggi, cibo, abbigliamento, trasporti e tempo libero e prende come punto di riferimento New York alla quale sono conferiti cento punti. L'analisi conferma che la vita nel 2009 è molto più costosa nelle città europee e asiatiche rispetto a quelle americane, nonostante che quest'ultime, a causa delle forti oscillazioni dei cambi e del rafforzamento del dollaro, abbiano guadagnato posizioni in classifica rispetto all'anno scorso.

TOP TEN - Se si esclude New York, piazzatasi ottava, nella top ten vi sono solo città asiatiche e europee. Tokyo primeggia su tutte le metropoli con 143,7 punti, quasi il triplo rispetto a Johannesburg (49,6 punti), la città sudafricana che quest'anno è ultima in classifica e toglie ad Asunción il primato di centro più economico del mondo. La vita nella capitale giapponese è davvero cara visto che un biglietto di metropolitana costa 2,30 euro mentre per prendere un caffè e leggere un giornale bisogna sborsare quasi 9 euro. Tokyo è seguita da un'altra grande metropoli del Sol Levante, Osaka, che si piazza seconda con 119,2 punti mentre sul gradino più basso del podio si ferma Mosca, primatista l'anno scorso, che perde rispetto al 2008 ben 27 punti. Seguono in successione Ginevra, Hong Kong, Zurigo, Copenaghen e New York. Chiudono la top ten Pechino e Singapore.

ITALIANE - Rispetto all'anno scorso le città europee in generale hanno perso diversi posti in classifica. Oltre alla già citata Mosca passata dal primo al terzo posto, possiamo notare che Londra e Oslo, che nel 2008 erano entrambe nella top ten, nella classifica di quest'anno si piazzano al sedicesimo e al quattordicesimo posto, perdendo rispettivamente 13 e 10 posizioni. Anche le città italiane scendono in classifica: Milano, che l'anno scorso era l'ultima della top ten, quest'anno perde una posizione e si piazza undicesima. Roma invece, che era sedicesima, nel 2009 si ferma al diciottesimo posto.

Discorso opposto per le città americane e del Medio Oriente che in generale guadagnano posizioni: Los Angeles passa dal cinquantacinquesimo posto al ventitreesimo, Chicago dall'ottantaquattresimo al cinquantesimo, mentre Dubai balda dal cinquantaduesimo al ventesimo posto. Nathalie Constantin-Métral, senior researcher di Mercer, commenta: «Tra le principali conseguenze della recessione dello scorso anno abbiamo osservato delle fluttuazioni significative nella maggior parte delle valute mondiali, il che ha segnato profondamente la classifica di quest'anno. Molte monete, tra cui l'euro e la sterlina, si sono fortemente indebolite rispetto al dollaro, facendo perdere molte posizioni alle città europee».


Francesco Tortora 07 luglio 2009