mercoledì 18 marzo 2009

Scagionato dopo 27 anni dal test del dna

condannato all'ergastolo per omicidio era innocente

LONDRA - «E' bellissimo essere nuovamente libero, sono estasiato» ha affermato Sean Hodgson, l'uomo accusato dell'omicidio di una ventiduenne, Teresa de Simone, strangolata nella sua auto in un parcheggio di Southampton nel 1979. Hodgson, che soffre di gravi disturbi mentali, era stato condannato all'ergastolo nel 1982 anche perchè si era dichiarato più volte colpevole ma secondo la difesa l'uomo sarebbe un bugiardo cronico e le sue affermazioni sarebbero state false.

In seguito alla richiesta degli avvocati, quindi, il caso è stato riesaminato nello scorso novembre e dopo ventisette anni l'esame dna lo ha scagionato. All'epoca dell'0micidio i test non erano ancora in uso e l'appello presentato dalla commissione per la revisione delle pene non è stato contestato dalla procura in modo da garantire la rapida scarcerazione dell'uomo. Sean Hodgson è una delle persone rimaste più a lungo in una prigione di Sua Maestà a causa di un errore giudiziario

18 marzo 2009

Cani randagi? Li educano i carcerati

Istituto minorile di Treviso: 60 ore di lavoro comune per ammansire gli animali ed educare i detenuti alla pazienza


TREVISO - Sessanta ore per educare i cani randagi a vivere in comunità e insegnare agli «educatori» pazienza e autocontrollo. Sono le linee portanti di un progetto incrociato fra l’Istituto penale per i minorenni di Treviso, il canile sanitario dell’azienda Usl n.9, l’Ente nazionale per la protezione animali (Enpa), la Lega anti vivisezione (Lav), l’Unione italiana sport per tutti (Uisp) e un centro cinofilo privato. Un progetto per stimolare nei giovani le migliori potenzialità educative che una simile convivenza può esprimere.

Da un lato, spiegano i promotori, si tratta di addestrare i cani alle regole base della convivenza che dovranno poi osservare nelle famiglie adottanti. Dall’altro, per i ragazzi, affinare qualità come la pazienza, la tolleranza, l’accettazione delle frustrazioni e l’autocontrollo, ma anche lavorare in gruppo, acquisire capacità organizzative e sperimentare valori quali il rispetto, la lealtà, la solidarietà e l’accettazione dei propri limiti.

Inoltre potrebbe aprirsi la possibilità, per i ragazzi detenuti, una volta espiata la pena, di approfondire le tecniche di addestramento in vista di un eventuale sbocco lavorativo. Il progetto, chiamato «Altro che bastardi», si svolge nelle ore del corso, durante le quali un istruttore cinofilo ed una operatrice Uisp guidano 4 ragazzi del minorile nell’educazione di quattro cani abbandonati ospiti del canile.


17 marzo 2009(ultima modifica: 18 marzo 2009)

Br, Ichino: libertà negata, un euro per ogni giorno

di Luca Fazzo

Milano - Un euro per ogni giorno di libertà negata. La libertà di muoversi in bicicletta, di insegnare liberamente, di vivere come una persona normale. A Pietro Ichino, avvocato, professore universitario e deputato del Pd, questa libertà è stata negata dai brigatisti che progettavano di ucciderlo e che da anni lo costringono a vivere blindato. Nell'aula del processo ai brigatisti parlano stamattina i legali del giuslavorista. Chiedono anche loro, come il pm Ilda Boccassini, che gli uomini delle nuove Br siano condannati. E che debbano risarcire il professore per avere cambiato in modo irrimediabile la sua vita.
“Quanto vale un giorno di ordinaria libertà?”. E' la domanda che i difensori di Pietro Ichino pongono alla Corte d'assise. E' una liberta, spiegano, che non si può quantificare e monetizzare. Nè, d'altronde, esistono precedenti cui fare riferimento. Così, alla fine, il risarcimento che Ichino chiede alla corte è un risarcimento simbolico: un euro al giorno, per ogni giorno in cui il professore è stato costretto a vivere blindato, per colpa dei brigatisti che si erano infiltrati persino nelle sue aule, tra i suoi studenti. dalle gabbie, i “duri” del partito armato assistono in silenzio all'intervento della parte civile. Quando, alcune settimane fa, Ichino era venuto in aula a farsi interrogare, gli imputati erano stati meno calmi, e sul professore erano piovuti insulti carichi di disprezzo. A Ichino - come a Marco Biagi e Massimo D'Antona - i brigatisti contestano le sue proposte di riforma del mercato del lavoro. E' per colpa loro, nella rozza ideologia brigatista, che gli operai perdono il lavoro. Alla fine, però, dalle gabbie chiede la parola Alfredo D'Avanzo, il duro del gruppo. Vuole contestare l'attendiblità di una intercettazione telefonica in cui, secondo l'accusa, i brigatisti si organzzano per imprese di autofinanziamento.
D'Avanzo ammette e rivendica - nel suo linguaggio - le rapine, ma esclude che le nuove Br possano avere trafficato droga. “Non siamo pacifisti, e quello che facciamno lo rivendichiamo. L'esproprio proletario è un attacco alla ricchezza capitalistica. Ma il traffico di droga fa parte di un sistema che noi abbiamo sempre combattuto. Viva la rivoluzione”. Dal pubblico si leva un accenno d'applauso, ma finisce subito. D'Avanzo, comunque, saluta a pugno chiuso.

Stop ai nomi impossibili

18 marzo 2009| Simone Traverso


Gessicah, Kjara, Maicol, perfino Hashjah e Sciantal. O ancora Mahatma e Addison. È boom di nomi stranieri, storpiati, sgrammaticati, a volte ridicoli nel Tigullio. Lo sanno bene alla procura della Repubblica di Chiavari dove, da tre settimane a questa parte sono letteralmente subissati di segnalazioni da parte degli uffici comunali dello Stato civile. Il caso più eclatante è senza dubbio quello di un bimbo appena nato che i genitori volevano a tutti i costi chiamare “Bottom”.

Forse mamma e papà erano affascinati dal nomignolo straniero o volevano regalare al figlio un nome davvero unico. Peccato che in lingua inglese quella parola significhi “fondo”, ma nel linguaggio parlato sia utilizzata per indicare il sedere. il tribunale ha provveduto ad accogliere la richiesta della procura di Chiavari e ha imposto al neonato un altro nome, ben più normale: «Giorgio, se non ricordo male - ammette il procuratore Luigi Carli -I familiari del piccolo, residenti nell’entroterra, probabilmente non sapevano nemmeno che cosa volesse dire quel nome che avevano scelto per il loro figliolo, ma tant’è insistevano.

Pretendevano di chiamarlo Bottom». Lo stesso pm Carli conferma: «Negli ultimi venti giorni ho ricevuto almeno sei segnalazioni da parte degli uffici anagrafici presenti sul territorio di competenza del tribunale di Chiavari». Un vero e proprio boom, testimoniato anche da Mario Lanata, dirigente dello Stato civile di Chiavari: «L’incremento c’è stato, ma le ragioni non le conosciamo. D’altro canto la legge parla chiaro. È il decreto del presidente della Repubblica numero 396 del 2000 a dettare le linee guida in materia di nomi e cognomi. Innanzitutto vi è divieto assoluto di imporre lo stesso nome del padre, di un fratello o di una sorella vivente, ma anche cognomi come nomi o nomi ridicoli o che possano procurare vergogna».

La normativa del 2000, che modifica il Regio Decreto del 1939, nega anche la possibilità di mettere nome “Esposito” ad orfani e trovatelli, perché il comma 3 dell’articolo 34 del Dpr 396 proibisce di imporre «nomi o cognomi che facciano intendere l’origine naturale, o cognomi di importanza storica o appartenenti a famiglie particolarmente conosciute nel luogo in cui l’atto di nascita è formato», per quanto concerne figli di cui non sono conosciuti i genitori. «Per fare un esempio a noi vicino - spiega il procuratore Carli - nella Riviera di Levante non si potrebbe dar nome Giuseppe Garibaldi a un bimbo appena nato».

Si tratta di limitazioni che possono apparire a volte eccessive, ma la realtà con cui devono confrontarsi ogni giorno magistrati e ufficiali giudiziari va oltre le attese: «Ho visto nomi storpiati, tradotti dall’inglese in un italiano sgrammaticato - dice ancora il pm chiavarese - nomi sentiti alla tv, alle soap opera e trascritti senza badare troppo all’uso corretto della lingua. Così sono capitati Gessicah, Maicol. Eppoi Hashjah... c’erano più acca che vocali. La Procura si è opposta, ma non so ancora come andrà a finire. Ad altri che volevano chiamare il figlio Mahatma, grande anima in sanscrito, ho suggerito di ripensarci... in fretta». In effetti a decidere sui nomi contesi è il tribunale.

«Va detto che l’Anagrafe non può “vietare” un nome - spiega ancora Lanata del Comune di Chiavari - Il comma 4 dell’articolo 34 del D.P.R. 396/2000 prevede che, di fronte ad un genitore ostinato, l’ufficiale, dopo aver informato il dichiarante, può trasmettere gli atti al Procuratore della Repubblica che, a sua discrezione, può attivarsi per chiedere una sentenza di rettifica del nome».



L’ultimo caso? Giusto ieri mattina: mamma e papà vogliono imporre al loro figlio un nome che in realtà è un cognome. «Uno dei genitori è straniero - conclude Carli - Probabilmente basterà chiarire alcuni dettagli per risolvere la faccenda. Dire loro che in Italia proprio non si può. La maggior parte delle volte, i genitori finiscono per essere ragionevoli».

LA CHIESA. «Il nome indica la propria identità più profonda e per questo bisognerebbe sceglierlo con attenzione, privilegiando il nome di un Santo o comunque un nome cristiano». Lo dice don Calogero Marino, vicario della Diocesi di Chiavari e parroco di Santa Maria Madre della Chiesa a Lavagna, che di battesimi ne celebra e ne ha celebrato. «Mai rifiutato il battesimo, certo a volte non è facile. Di fronte a certe scelte si rimane un po’ interdetti. Quando non si condivide la decisione dei genitori, si parla con loro, si cerca di comprenderne le ragioni.

Molto dipende dall’educazione che mamma e papà hanno avuto in precedenza, prima della cerimonia di battesimo. D’altronde si battezza il bimbo nella fede dei genitori, ma negare il Sacramento a un neonato... quello mai. Che colpa può avere un piccolo se i genitori scelgono per lui un nome originale?» La mania esterofila denunciata dai Comuni del Tigullio alla procura della Repubblica di Chiavari non allarma la Diocesi: «Non ho avuto la percezione netta di un incremento, accade ciclicamente che le famiglie si appassionino a un nome straniero piuttosto che a quelli della tradizione cristiana. Così si parla con loro, li si convince, magari, ad affiancare al nome straniero, quello di un Santo».

Ad ogni modo, ci sono sempre meno Maria e Giuseppe. Mentre crescono Giorgia, Sofia, Giulia e Davide, Filippo, Alessandro. È il risultato del bilancio anagrafico 2008 dei nati a Rapallo, Chiavari, Sestri Levante, Santa Margherita e Lavagna. A Rapallo, su 229 bebè residenti (119 femmine e 100 maschi), i nomi più gettonati sono Sofia, Beatrice, Giorgia e Martina per le femmine, Alessandro, Jacopo e Lorenzo per i maschi. A Chiavari, su 180 (82 maschi e 98 femmine) nuovi nati: Davide e Sofia sono i nomi più scelti. A Sestri Levante, 119 (57 maschi e 62 femmine) bebé: Filippo, Davide e Andrea i nomi “azzurri” più apprezzati, Martina e Sofia quelli “rosa” preferiti. A Lavagna, su 74 (43 maschi e 31 femmine) neonati, i nomi più ricorrenti sono Filippo, Andrea, Christian, Edoardo, Samuele e Tommaso, Giulia e Caterina. A Santa Margherita, infine, i nuovi nati erano 51: 21 maschi e 30 femmine. Vanno forte Sofia, Alice, Giorgia e Marta, Edoardo, Giacomo e Stefano.

Battisti, slitta ancora la decisione

18 marzo 2009

I difensori chiedono la scarcerazione perché il reato sarebbe prescritto

Il Supremo tribunale federale (Stf) del Brasile ha ancora una volta rinviato l'esame del caso di Cesare Battisti. Lo riferiscono all'Ansa fonti del Tribunale. Il relatore del caso, Cezar Peluso, dovrebbe inviare oggi i documenti sul caso in Italia, e il nostro Paese avrà a sua volta cinque giorni di tempo per un parere sulla nuova richiesta di liberazione dell'ex terrorista avanzata dai legali dello stesso Battisti, dal marzo del 2007 detenuto in un carcere vicino Brasilia.

Lo scorso venerdì, i difensori hanno infatti chiesto il suo rilascio, sostenendo che i crimini per i quali Battisti è stato condannato in Italia sono prescritti dal 13 dicembre 2008, vent'anni dopo la prima decisione della giustizia italiana, termine che secondo la giustizia brasiliana danno appunto luogo alla caduta in prescrizione della condanna.

Una volta che il parere dell'Italia sarà ricevuto da Peluso, questi girerà la richiesta alla procura generale del Brasile, che - ricordano le fonti - non ha a sua volta «alcun termine massimo» di tempo per pronunciarsi.

Castrazione chimica per gli stupratori Benefici carcerari per chi l'accetta"

La Lega propone un emendamento al decreto legge. Il trattamento sarà effettuato su base volontaria. L'opposizione insorge: "Una barbarie. Fini intervenga"


Roma, 18 marzo 2009

Fa discutere l'emendamento al decreto legge sulla sicurezza presentato dalla Lega in materia di stupri. Il Carroccio, infatti, ha proposto che solo ai condannati per violenza sessuale che decidano di sottoporsi volontariamente alla castrazione chimica, attraverso la somministrazione di determinate sostanze, possano essere applicati i benefici carcerari ‘esclusi' dal dl.

Nella proposta si stabilisce che spetta al giudice indicare, in un suo provvedimento, quale sarà la struttura pubblica in cui eseguire il trattamento e quale il metodo da applicare. Con lo stesso provvedimento si stabilisce quale sia l’ufficio di polizia giudiziaria nel quale il soggetto si deve presentare il giorno dopo ogni somministrazione delle sostanze previste. Sarà sempre il magistrato a definire i giorni di presentazione tenendo conto non solo del tipo di trattamento da seguire, ma anche dell’occupazione lavorativa e del posto in cui la persona condannata per stupro vive.

Per chi si sottopone alla castrazione chimica c’è la possibilità di entrare in un programma di recupero psicoterapeutico da parte dell’amministrazione penitenziaria che può avvalersi di centri convenzionati.

''La proposta di modifica - ha spiegato la relatrice del testo Carolina Lussana - prevede che la castrazione chimica possa essere chiesta su base volontaria e ovviamente potra' essere reversibile. Se l'interessato si presterà a questo tipo di trattamento potrà ottenere benefici carcerari''.

Indignata la risposta dell'opposizione che parla di "barbarie" e si appella al presidente della Camera Fini. "O si tratta provocazioni, che dimostrerebbero l’irrispettoso ‘uso’ del Parlamento da parte della maggioranza, oppure dobbiamo preoccuparci seriamente perche’ si vuole tornare ad un barbaro giustizialismo che fa leva sull’emotivita’ popolare, ma che non risolve le problematiche’’, dice la capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti.

"Se sulla giustizia - prosegue - continuiamo in questa direzione non mi stupirei che a breve dalla maggioranza venga proposto un ritorno alla legge del taglione. Nel merito della castrazione chimica - precisa - sono molto meravigliata perché quella norma, già presente nella proposta di legge della Lega sulla violenza sessuale, era stata ampiamente discussa e criticata in commissione tanto da non essere stata riproposta nel testo unificato neanche dalla relatrice Lussana".

"Si tratta comunque di una proposta sbagliata - prosegue - con effetti non sicuri e durevoli dal punto di vista scientifico, che non può in ogni caso essere introdotta attraverso un emendamento ad un decreto legge in quanto incide sulla libertà personali e sul diritto alla salute. Inoltre si tratta di una norma che non garantisce le donne perché non prevede nessun tipo di osservazione specialistica e programmi di effettivo recupero della personalità dei condannati per violenza sessuale’’. ’’Insomma - conclude Ferranti - si tratta di emendamenti barbari che auspichiamo che il presidente Fini dichiari inammissibili".

Isabella Biagini su una panchina

Come una barbona: vivo con 650 euro

 

 

MILANO — Dalla copertina di Playboy ad una desolata panchina. E con addosso una coperta, jeans, scarpe di plastica. Così è stata ritratta da Oggi Isabella Biagini, star della tv e del cinema anni '60 e '70, con quasi 30 film girati in quella che allora sembrava una brillante carriera (Ieri e oggi: guarda la foto).

La donna, oggi 65enne, vive nella sua casa a Roma ma spiega: «Mi sono informata per una casa di riposo, ma con la pensione che ho nessuno è disposto a prendermi. È per questo che ogni tanto prendo su la mia coperta, il mio cane, e vado per strada. Diciamo che mi sto allenando per quella che potrebbe essere la mia vita futura: una vita da barbona».

Una dolorosa confessione quella rilasciata al settimanale, in cui l'attrice parla della sua metamorfosi fisica e morale. Sola, dopo aver perso la madre e la figlia, di 36 anni, ora la Biagini al mondo ha solo il cagnolino che stringe negli scatti.

«La gente dice: guarda com'è ingrassata. Sfido chiunque a non ingrassare quando la sola cosa che puoi permetterti di comprare, con 650 euro di pensione al mese, è un piatto di pasta».

Bologna e i fascicoli spariti Saltano 2.321 processi

Dimenticati in un armadio. La scoperta degli 007 di Alfano

Riguardano udienze a citazione diretta con pena fino a 4 anni: furti, truffe, lesioni colpose, infortuni sul lavoro

Dal nostro inviato  Marco Imarisio




BOLOGNA - Chiamatelo pure l'armadietto della vergogna. Un normale mobile da ufficio a due ante, addossato ad un muro nella cancelleria della Procura di Bologna. Anonimo, probabilmente grigio. A stupire è il contenuto, 2.321 fascicoli di indagine per i quali il Tribunale aveva fissato la data d'inizio del processo. Ma invece di procedere con le citazioni a giudizio, ovvero le notifiche alle parti interessate, quei procedimenti sono stati messi sotto chiave. Ad ingiallire fino al sopraggiungere, nella maggioranza dei casi, della morte naturale, ovvero la prescrizione.

Senza che nessun pubblico ministero sentisse la necessità di chiedere dove fosse andata a finire la sua inchiesta. La somiglianza con l'originale si limita al contenitore. Il vero armadio della vergogna, quello che per quarant'anni nascose i fascicoli sulle stragi naziste in Italia, rivelò una storia di connivenze e volontà politica. Ma nel suo piccolo, anche l'omologo bolognese rappresenta qualcosa. La difficoltà della magistratura a fronteggiare carichi di lavoro crescenti. Oppure, una certa incuria da parte dei titolari di quei procedimenti e dei loro superiori che non può essere spiegata soltanto con le carenze di personale amministrativo e di mezzi. Dipende da come la si guarda. Come al solito, quando si tratta di giustizia.

Quel che colpisce è l'entità dello spreco nascosto dietro a quella cifra. Prendere i 2.321 fascicoli, che riguardano processi a citazione diretta, che prevedono pene fino a quattro anni. C'è di tutto, furti, truffe, ricettazione, appropriazioni indebite, lesioni colpose, infortuni sul lavoro. La gran massa di quello che negli uffici giudiziari viene definito «ordinario », anche se le definizione non è lusinghiera per chi li ha dovuti subire, quei reati. In termini di «fatturato», è più di un decimo delle notizie di reato che si accumulano in un anno. Ogni dieci procedimenti, ne è andato perso uno. Adesso, moltiplicare 2.321 per il lavoro degli investigatori, i soldi spesi per perizie e intercettazioni.

Tutto evaporato, tutto inutile, perché nessuno ha sentito il bisogno di prendere in mano quei fascicoli pronti per il processo. La scoperta avviene alla fine del 2008, nel mezzo di una ispezione ordinaria disposta dal ministero della Giustizia che si è conclusa soltanto a febbraio. La visita è dovuta all'eterno conflitto tra la magistratura inquirente bolognese e quella giudicante. La Procura accusa il Tribunale di lavorare a rilento, addirittura ignorando le richieste sempre più pressanti di fissazione dei processi. Addirittura quantifica il numero dei procedimenti per i quali ha chiuso le indagini e predisposto al citazione a giudizio, senza che venisse mai fissata l'udienza.

Il Tribunale risponde con una parziale ammissione di colpa. Tutto vero, dice. Ma a noi risultano «solo» 8-9000 fascicoli, antecedenti all'anno in corso. Comunque tanti. Degli altri, quelli che mancano per arrivare a quota 11.000, non ne sappiamo nulla. Il mistero dura poco, anche se sul suo scioglimento le versioni divergono. Quella più romanzata prevede la scoperta dell'armadietto da parte degli ispettori ministeriali. In Procura sostengono invece di che si tratti del risultato di una indagine interna, avviata dal procuratore Silverio Piro, reggente dell'ufficio in attesa che il Csm trovi un successore a Enrico De Nicola, andato in pensione nel luglio del 2008.

Comunque sia, 2.321 fascicoli per i quali i processi sono stati fissati, ma nessuno che in Procura abbia messo la firma per farli partire. L'incombenza spetta all'ufficio notifiche, ovvero alla cancelleria. La spiegazione della responsabile è disarmante. Non ce la facciamo, dice, a tenere questi ritmi di lavoro. E quindi ci siamo tenuti i fascicoli nell'armadio.

Il danno, e naturalmente pure la beffa. Perché la scelta di «nascondere» alla vista gli incartamenti nasce dal ritorno sulla retta via del tribunale, che dopo tanti solleciti della procura, e un nuovo presidente, dall'inizio del 2008 ha cominciato a dedicarsi maggiormente al processo penale, cercando di «smaltire» il più possibile l'arretrato. Il nuovo e più virtuoso corso avrebbe però prodotto un curioso effetto collaterale, il crollo dell'ufficio udienze. Dopo la scoperta, la responsabilità delle notifiche è tornata di competenza dei pubblici ministeri. «A causa della delicatezza della questione», Piro sceglie di non commentare, limitandosi a sottolineare come con il tribunale «vi sia un clima di ritrovata armonia ».

Le scuse ci sarebbero anche, i tagli alla giustizia, eccetera. E queste cose succedono anche altrove. Mai però con questi numeri, che lasciano lo spazio a parecchie domande. Per quale ragione si è scelto di delegare la gestione delle notifiche dei procedimenti «ordinari» alla cancelleria? Possibile che nessun magistrato abbia mai chiesto conto della sorte dei suoi fascicoli? E infine, perché da parte dei vertici della procura non è stato fatto alcun controllo? Gli ispettori del ministero hanno sentito il bisogno di un supplemento di indagine, sottolineando come il caso bolognese sia «abnorme». Vergogna forse no, ma le belle figure sono decisamente un'altra cosa.

Nostalgia canaglia: e ora "l’Unità" rimpiange anche il vecchio Msi

di Michele Brambilla


I bei fascisti d’antan, che ormai anche gli ex missini si guardano bene dal tirar fuori dal proprio mausoleo, sono stati rimpianti ieri nientemeno che da l’Unità, che all’imminente scioglimento di Alleanza Nazionale ha dedicato quattro pagine, con una fotona in prima titolata «Ultime fiamme».

Tra poco infatti gli eredi del Msi, che a loro volta sono gli eredi di Salò, confluiranno nel Popolo della Libertà e all’Unità non nascondono la nostalgia canaglia. «Dal partito della fiamma al partito del predellino», comincia l’articolo di Oreste Pivetta, che così prosegue: «Visto a che punto siamo arrivati, viene da rimpiangere gli anni in cui nacque il primo, il partito di Almirante, di Romualdi, di Michelini, di Servello, di De Marsanich, di Nencioni».

A noi pareva di ricordare che tutti costoro, a sinistra, piacevano di più a testa in giù. E Pivetta con onestà lo riconosce, scrive che «noi, figli della sinistra ortodossa, guardavamo con orrore» a certa gente, però insomma, noi compagni eravamo «comunque forti della consapevolezza che, siccome inneggiare al fascio era considerato apologia di reato, il partito fascista sarebbe stato di per sé, per titolazione stessa, passibile di cancellazione per via costituzionale, salvo poi frenare chiedendosi dove sarebbero finiti i “neri”».

Adesso, invece. Adesso l’Unità scrive che siamo qui a «ritrovarci, sessantatré anni dopo la nascita del Movimento sociale italiano (che qualcuno traduceva in Mussolini sempre immortale) a chiedere la grazia all’erede di Almirante, e ora presidente della Camera, di dare una mano in difesa della Costituzione».

Erano belli, i tempi del manganello e del doppiopetto. I tempi in cui «Roma accolse l’onorevole Giorgio Almirante quando si presentò a Botteghe Oscure nel giugno del 1984», ricorda Pivetta. «Da poco era stata allestita la camera ardente per Enrico Berlinguer e il settantenne capo dei neofascisti italiani, esponente della repubblichina di Salò, Almirante il fucilatore, rese omaggio al grande, amato, indimenticabile capo dei comunisti italiani». C’era anche Giancarlo Pajetta, il partigiano “Nullo”, all’ingresso della camera ardente, e l’Unità rammenta che «l’incontro tra Pajetta e Almirante fu rispettoso».

Altri uomini, altra destra. Mica come quella di oggi. E poveri ex missini. Alleanza Nazionale, scrive il giornale fondato da Gramsci e quasi affondato da Soru, è ahimè «costretta all’angolo dalla voracità compulsiva di Berlusconi». Pivetta, angosciato, ha dentro una domanda che non gli dà pace: «Mi sono sempre chiesto come alcune persone (lo stesso Fini), forti di una cultura politica poco condivisibile ma indiscutibile, potessero ritrovarsi con Berlusconi, onnivoro per gli interessi suoi, del tutto estraneo all’abc della politica».

E così. Sono passati quarantanove anni dalla battaglia di Genova, scoppiata per l’indignazione di fronte alla pretesa del Msi di tenere in città il proprio congresso. Quaranta dalla strage di piazza Fontana e trentacinque da quelle dell’Italicus e di piazza della Loggia, tutte «stragi fasciste», e l’Unità di allora invocava lo scioglimento del Msi.

Una trentina dagli anni di piombo e dalla conventio ad excludendum. Solo una quindicina dal grido d’allarme per la presenza di Gianfranco Fini e Alessandra Mussolini ai ballottaggi per l’elezione a sindaco di Roma e di Napoli. Anche allora i fascisti non dovevano parlare. Ora l’Unità pubblica un’ampia intervista a donna Assunta Almirante a sostegno della tesi che si stava meglio quando si stava peggio.

Tipica della cultura di destra, la sindrome del nostalgismo sembra aver contagiato, ormai da un pezzo, quel che resta della sinistra. Prima dei missini erano stati rimpianti a più riprese i vecchi democristiani: quelli sì che avevano radici popolari, quelli sì che avevano un senso dello Stato, quelli sì che sapevano tenere a freno le ingerenze del clero. La rivalutazione di Almirante segue di pochi anni quelle di Moro e Fanfani, di Piccoli e perfino di Andreotti, di Zaccagnini e perfino di Forlani.

Tutta gente che per anni è stata dipinta come un branco di ladri, di servi della Chiesa e dell’America, di complici dei mafiosi, di registi della strategia della tensione, di burattinai di servizi segreti deviati.
Si potrebbe pensare che in fondo è quel classico, umanissimo rimpianto del passato che poi è il rimpianto della giovinezza perduta: lo stesso irrefrenabile moto dell’animo che ci porta a chiudere gli occhi e sognare la bicicletta senza cambio, la tv in bianco e nero, la gazzosa con la pallina di vetro, gli immangiabili bastoncini di liquirizia, le interurbane con i gettoni telefonici.

E invece no, invece è l’eterna strategia della demonizzazione dell’avversario del momento, che non solo fa sempre schifo ma è sempre peggiore del precedente. Basterà pazientare qualche decennio per leggere su l’Unità, o su quel che le succederà, un editoriale intitolato «I bei tempi del conflitto di interesse», e un’articolessa su quanto era meglio Berlusconi che in fondo non rubava perché era ricco di suo e poi dava posti di lavoro. Ci sarà, allora, un nuovo mostro da abbattere, un nuovo pericolo per la democrazia.

E si scriverà che nel 2009 sì che c’era un governo «forte di una cultura politica poco condivisibile ma indiscutibile», con la Carfagna che comunque aveva fatto la legge sullo stalking, Bondi che sapeva scrivere poesie, Calderoli che almeno una laurea ce l’aveva, Bossi che in fondo era un figlio del popolo, Frattini che non aveva mai un capello fuori posto, Tremonti che s’era inventato la social card.

Quanto a Maroni sì, aveva detto che bisognava essere cattivi con i clandestini: ma con i terroni era comprensivo. Può darsi che perfino a Gasparri e Cicchitto troveranno qualche virtù. Così scriveranno, un giorno. Ma noi non ci saremo.

Precedente Galimberti e la filosofia del riciclo

di Redazione

La mania del copia incolla non sembra limitarsi all’ambito filosofico. Anche Roberto Saviano, autore di Gomorra sembra aver deciso di prendere lezioni dal professor Umberto Galimberti, «pizzicato» dal Giornale in uno dei più clamorosi casi di clonazione editoriale multipla degli ultimi anni. Il caso che ha coinvolto il filosofo di Repubblica è partito il 17 aprile del 2008 quando il nostro quotidiano ha rivelato, con un attento confronto testuale svolto dallo studioso Roberto Farneti, che alcune pagine del Saggio L’ospite inquietante, con cui il docente di Ca’ Foscari è rimasto nelle classifiche di vendita della saggistica per molti mesi, erano state copiate dal libro della professoressa Giulia Sissa, Il piacere e il male. L’«incidente», ossia il riciclo di frasi di Giulia Sissa, senza virgolette e senza note, è stato riconosciuto dallo stesso Galimberti pochi giorni dopo. In un intervista rilasciata a un nostro cronista ammetteva: «In quelle pagine ho rielaborato una recensione del 23 aprile 1999... Mi piacevano le frasi della Sissa, le ho rielaborate, e poi a dieci anni di distanza non mi ricordavo più cosa fosse suo e cosa mio...».
Caso chiuso? No per niente, perché si trattava tutt’altro che di un incidente isolato. A pochi giorni di distanza il Giornale ha scoperto che, questa volta in un articolo di Repubblica, il professor Galimberti aveva «clonato» alcune pagine di un libro della studiosa Alida Cresti (Nell’immaginario cromatico). In questo caso era addirittura intervenuto, con un’ordinanza, il tribunale civile di Roma, in data 30/5/2006 dichiarando che «il Galimberti nel proprio articolo ha riprodotto pedissequamente interi brani del libro della Cresti...». Ma nemmeno questa scoperta ha chiuso la vicenda, il filosofo Salvatore Natoli ha denunciato ad Avvenire di aver subito una serie di altre «clonazioni» documentabili. Dopo queste nuove scoperte il professor Galimberti si è chiuso in uno sconcertante silenzio da cui non è più uscito. Nemmeno quando il 6 giugno il professor Guido Zingari ha raccontato al Giornale come anni prima (1986) Galimberti avesse saccheggiato il suo saggio Heidegger. I sentieri dell’essere utilizzandolo per il suo Invito al pensiero di Heidegger. A un ulteriore controllo è poi risultato che due dei testi che contenevano brani saccheggiati a Zingari e a Natoli erano stati presentati da Galimberti per il suo concorso da professore ordinario di filosofia. Secondo il rettore di Ca’ Foscari «in un caso del genere deve intervenire il ministero per la creazione di un giurì su richiesta di un cattedratico... Non può agire l’Università». E lì il caso Galimberti si è «ufficialmente» chiuso (escludendo il fatto che in un articolo del 6 luglio Il Giornale denunciava, inascoltato, altre numerose clonazioni...).

Roberto mi ha saccheggiato e pensare che eravamo amici»

di Redazione


Simone Di Meo, perché ha citato per danni Roberto Saviano?
«Se colleghi e avvocati napoletani sfottono chiamandomi “il Saviano dei poveri” ci sarà un perché».

Si spieghi meglio.
«La causa per plagio, chiamiamola così, si sviluppa su due livelli. Il primo è la mancata citazione, nel libro, di alcune parti di miei articoli che sono state letteralmente saccheggiate e riproposte senza alcuna variazione. Una sorta di copia-incolla di pezzi miei e di altri cronisti. In altri casi non c’è la traslazione integrale, ma Saviano ci gira intorno, usa spesso termini e riferimenti precedentemente utilizzati dal sottoscritto. Gli esempi sono numerosi».

E il secondo livello del (presunto) plagio?
«Ci sono notizie che sono state da me pubblicate su Cronache durante la faida di Secondigliano che sono diventate parti integranti della narrazione di Gomorra senza, anche qui, alcun riferimento alle fonti. Cioè a me. Di questi passaggi non esiste traccia in atti giudiziari, in agenzie di stampa o in reportage giornalistici».

Non le sembra di esagerare? Saviano di fonti importanti ha sempre detto di averne consultate tante...
«Sul capitolo di Secondigliano, Roberto ha preso tanta roba da me ed ha attinto a piene mani dal mio immenso archivio. Un giorno venne in redazione per intervistarmi, era ancora un free lance. Parlammo tantissimo, gli diedi casse di materiale, ci sentimmo anche dopo, al telefono e via mail. Lo aiutai sempre. Dopodiché scomparve non appena Gomorra andò in stampa. Non lessi subito il libro ma quando alcuni avvocati e diversi colleghi iniziarono a parlare di scopiazzature palesi di articoli a mia firma, allora lo acquistai. Ben scritto, indubbiamente. Un prodotto di marketing più che culturale. Di inedito, però, aveva davvero poco, e non solo perché riportava i contenuti di cronache locali. Leggendo quanto riportavano persone che frequentano il suo blog ho saputo che lui non mi avrebbe citato per il mio bene, non voleva che passassi per un cronista che utilizzava informazioni pericolose. Per non dire poi della sua presenza all’udienza del boss Di Lauro».

A che cosa si riferisce?
«A un certo punto lui descrive, minuziosamente, alcuni atteggiamenti tenuti dal boss durante il processo. Ma Saviano non c’era, lo sanno tutti che non era in aula. Però dopo che gli ho raccontato le fasi salienti dello show in aula, lui se ne è appropriato e l’ha raccontata come fosse un’esperienza vissuta in prima persona. Niente di male a riportare le notizie. Ma che almeno dicesse da dove provengono. C’è ad esempio un sito casertano che riportava una certa cosa e lui, rimasticandola un po’, l’ha riproposta. Poi, dalla 20ª ristampa in poi è misteriosamente scomparsa...».

Poi lei è corso a citarlo per danni.
«I miei avvocati hanno scritto alla Mondadori che almeno dall’undicesima ristampa ha disposto l’inserimento del mio nome in un passaggio obiettivamente scandaloso. Abbiamo insistito per avere lo stesso trattamento in molti altri passaggi del libro, ma non siamo stati accontentati. Per la casa editrice erano fonti personali dell’autore. Ecco il perché della causa»
.
Nel suo libro Saviano cita spesso le fonti. Tutte tranne lei. Perché?
«Forse perché appartenevo a uno di quei piccoli giornali, tra il Napoletano e il Casertano, considerati erroneamente proprio da Saviano un’emanazione editoriale dei clan. Quindi prendere le notizie da un sedicente dipendente della camorra e riportarle in un libro anticamorra, non sarebbe stata un gran furbata».

Non è che lei è solo geloso del successo di Roberto Saviano?
«Geloso io? Iatavenne»

GMC

Un giornalista: Gomorra è copiato dai miei articoli

di Gian Marco Chiocci

Napoli - Lui è Roberto Saviano. L’altro si chiama Simone Di Meo. Il primo ha sbancato con Gomorra, il secondo è rimasto un free lance dopo l’esperienza a Cronache di Napoli. Saviano è diventato una star, Di Meo è rimasto un giornalista di nera. In apparenza hanno in comune solo una cosa: la camorra. In realtà uno (Di Meo) accusa l’altro (Saviano) d’averlo turlupinato, fingendosi amico e copiando i suoi articoli sui clan senza nemmeno degnarsi di una citazione a pie’ di pagina. Per questo il cronista ha prima riempito di richieste di rettifiche la casa editrice di Gomorra (Mondadori) eppoi è passato alle vie di fatto citando per danni l’autore del best seller: 500mila euro.
Di Meo ha già imputato a Saviano, sulle pagine del «Roma», di aver preso pezzi di suoi articoli sulla faida di Secondigliano e sul clan Di Lauro, di averli riportati pari pari nel libro (oppure di averli riassunti e rielaborati) omettendo di citare la fonte. In più lo accusa di aver appreso direttamente da lui notizie poi confluite nel libro (indiscrezioni giudiziarie, atti investigativi e processuali) come fossero farina del suo sacco. Persone vicine a Saviano precisano che non esiste alcun plagio e che per il libro lo scrittore ha attinto da fonti pubbliche, desumibili anche da giornali, e da fonti compulsate direttamente. La casa editrice, nello scambio epistolare con i legali di Di Meo, ha ripetutamente negato «ogni indebita appropriazione da parte di Saviano» limitandosi ad accettare «la circostanza concretatasi in un’omissione della fonte in occasione di una riproduzione testuale di un articolo».
Nella causa intentata contro Saviano, Di Meo osserva nero su bianco: «Non ci sono parole per esprimere la grande sorpresa avuta nel leggere il contenuto del libro: tutto ciò che avevo scritto per il giornale circa determinati argomenti, tutto ciò che avevo raccontato confidenzialmente, in totale buona fede ed in modo del tutto ignaro dai reali propositi del giovane free lance (quale era all’epoca Saviano, ndr)» a Saviano «era stato lievemente manipolato e, in alcuni casi, trasposto integralmente senza citare la fonte, per dar vita a un libro che da molti veniva salutato come un lavoro inedito». Svariati passaggi del libro, a detta di Di Meo e di altri cronisti napoletani citati, «sembravano essere il risultato di un evidente rimaneggiamento di articoli di cronaca nera di altrui paternità che senza difficoltà Saviano amava attribuirsi (...) sostenendo di essere stato presente a eventi o circostanze che giammai lo hanno visto presente», come nella prima uscita processuale del boss Paolo Di Lauro.
In particolare negli atti depositati al processo di Napoli, Di Meo cita un passaggio di un suo articolo del 17 dicembre 2005 riguardante il boss Raffaele Amato, riportato pari pari nel libro da Saviano: «... quando venne arrestato in un hotel a Casandrino insieme a un altro luogotenente del clan e a un grosso trafficante albanese che si faceva aiutare per concludere gli affari di un interprete, il nipote di un ministro di Tirana». Nel libro si parla del boss che «godeva di un credito illimitato presso i trafficanti internazionali» mentre nell’articolo si scriveva sempre del boss e del «credito illimitato di cui godeva presso i cartelli internazionali». Oppure. «Il clan di Lauro - si legge nell’edizione 2006 di Gomorra - è sempre stato un’impresa perfettamente organizzata, il boss lo ha strutturato con un disegno d’azienda multilevel». Un articolo sul clan del 2005 lo ricalca così: «La struttura organizzativa del clan di Lauro sembra copiata dai management dei guru dell’economia americani: è l’applicazione del principio multilevel». E ancora. A proposito del rinvenimento del corpo di Giulio Ruggiero subito dopo l’arresto del boss Cosimo Di Lauro, si leggeva nell’articolo di Cronache: «Poi la macabra esecuzione della decapitazione, eseguita con un flex, la sega elettrica utilizzata dai tagliatori e tornitori per tranciare anche il ferro. Non un colpo netto, ma una lenta operazione da macellai». Invece Gomorra: «Non il colpo netto dell’accetta ma col flex: la sega circolare dentellata usata dai fabbri per limare le saldature». E via discorrendo. Frasi più o meno simili, forse copiate o forse no. Passaggi interi in cui, dopo più solleciti, «la fonte viene finalmente citata all’undicesima ristampa» allorché si affronta il capitolo dei «quattro punti» del patto di sangue tra gli Spagnoli e i Di Lauro. Questo ed altro c’è nel processo sul presunto plagio di Saviano. Per saperne di più l’appuntamento è alla prossima udienza, 7 luglio, ore 9, tribunale di Napoli.

Firenze: bimbi down usati per avere voti

di Cristiano Gatti


Sui muri di Firenze è appesa la bellissima faccia di un ragazzo italiano, sorridente e sereno, per niente segnato dalla gnagnera depressiva che ultimamente ha listato a lutto i volti degli altri italiani, soprattutto di quelli che vivono la crisi solo per sentito dire. Questo simpaticissimo ragazzo italiano, contento nonostante la congiuntura pessima, si chiama Edoardo.

Il suo ritratto, oltre a trasmettere tenerezza, dice che è down. In questo caso, fa da testimonial per una campagna pubblicitaria molto particolare. Non è la solita idea strizzabudella di Oliviero Toscani: è un’affissione elettorale di Matteo Renzi, candidato sindaco. Lo slogan, pure quello, induce all’ottimismo: «È primavera, Firenze». Come a Praga, nel 1968, prima dei carrarmati russi.

Eviterei fermamente la prima considerazione che si alzerà subito dall’altra sponda, del tipo «cosa diremmo se fosse Silvio a usare i ragazzi down per la campagna elettorale?». Anche se conosciamo la risposta, proviamo a spingerci oltre, concedendo a Renzi la buona fede (l’idea che cinicamente usi l’handicap per un bieco calcolo di percentuali alle urne lo inchioderebbe, lui credente, al più implacabile dei giudizi).

Diamogliela per buona, allora: vuole davvero che Edoardo, il bellissimo ragazzo down, sia in primo piano nel suo programma di sindaco, com’è in primo piano nel manifesto. Però la sensazione non cambia: comunque, quel manifesto trasmette qualcosa di fastidioso e di sgradevole. La colpa, probabilmente, è della politica in senso lato, così come ormai è vissuta in periferia: abituata a buttare dentro di tutto e a tritare tutto, dagli anziani alle donne, dai bambini agli immigrati, come in un grande Girmi, non consente neppure stavolta di apprezzare candidamente l’arruolamento pubblicitario di Edoardo.

Eppure, i tempi sono quelli che sono: Matteo Renzi, senza avere ancora combinato niente di memorabile, può già permettersi questo ed altro. Il candidato sindaco è solo l’ultimo rampollo di quella intramontabile epopea italiana tristemente nota come «nuovo che avanza». Anche lui, puntualissimo: è la novità che ribalta tutti gli schemi. Per una certa Italia, ansiosamente in attesa dell’Obama bianco, Renzi è già capace di aprire il Mar Rosso e camminarci dentro con il suo popolo. E se solo gli capitano fra le mani due pani e due pesci...

Con queste credenziali, con questo carisma preventivo, anche l’idea del ragazzo down passerà per geniale. Renzi forever. Come Soru: profilo messianico e capacità taumaturgiche, era il Mosè pronto a riportare la sinistra al suo posto di stirpe eletta. Visto com’è finito, l’hanno già rimosso e dimenticato. Adesso tocca a Renzi. E lui, che per definizione sta in odore di santità, dunque fa solo cose buone e giuste, si gioca la briscola di Edoardo.

Unico a poterselo permettere. Nessun altro, oggigiorno, in Italia, potrebbe anche solo pensare di utilizzare il ragazzo down per la campagna elettorale. Sarebbe subito chiamato a rispondere davanti al sommo tribunale del moralismo. In questo senso, per semplificare, può tornare utile la domanda più elementare: se l’avessero azzardato la Moratti o Formigoni, Alemanno o il famigerato Scapagnini, che avremmo detto, tutti quanti?

Poi ci si capisce: volesse davvero il cielo che la politica finalmente si occupasse in modo serio, convinto, realista, degli handicappati. Troppe volte questi italiani sono serviti a cesellare bellissimi discorsi programmatici, come cavalli di Troia per entrare nella pietà e nelle emozioni degli elettori, salvo diventare poi l’ultima marginalità di qualunque gestione politica. Gli anni passano, l’umanità progredisce, le conquiste si accumulano, ma ancora oggi il ragazzo handicappato resta quello che era trenta, cinquanta, cent’anni fa: un enorme problema, benché vissuto con l’amore più sconfinato, per la sua famiglia.

Cara grazia quando si trova un Comune sensibile, un’assistente sociale di buonsenso, un insegnante di sostegno generoso e leale. Ma è solo una questione di pura fortuna. Il più delle volte, ancora oggi, la lotteria infligge umiliazioni, sconfitte, vergogne. Cioè nuovo dolore, dove di dolore ce n’è già abbastanza.

Il sindaco Renzi, se mai sarà sindaco, avrebbe il dovere, lui come tutti gli altri amministratori pubblici, di fare molto per gli Edoardo d’Italia. Prima di metterli sul manifesto, dovrebbe metterli al centro delle decisioni quotidiane. Perché Edoardo e tutti gli altri Edoardi possano vivere una vita davvero degna, dignitosa, rispettata. Il sogno?

Il sogno sarebbe che dopo cinque anni di legislatura – dopo, non prima –, in un qualunque Comune d’Italia, comparisse improvvisamente un manifesto senza simbolo di partito, con un Edoardo che sorride. Un manifesto questa volta firmato dai genitori, non da un candidato. Sì, una bella faccia di Edoardo, un grande sorriso sincero, e due parole che non c’entrano più niente con gli slogan. Due parole semplici, che valgono più di qualunque marketing elettorale: «Grazie, sindaco».

Csm, Mancino chiude a De Magistris: "Chi si candida non torni magistrato"

di Redazione


Roma - "A mio avviso è preferibile che sia stabilito il divieto di rietrare nell’ordine giudiziario e sia garantita, a domanda, la mobilità nella pubblica amministrazione nella funzione e nel ruolo pressapoco corrispondenti a quelli di provenienza". È quanto ha affermato il vice presidente del Csm, Nicola Mancino, durante la discussione in plenum sull’aspettativa richiesta da De Magistris per candidarsi alle europee con l’Italia dei Valori.

Necessario disciplinare la materia "L’esigenza che esprimo - ha detto Mancino, che si è espresso a favore del collocamento in aspettativa dell’ex pm  - è che sia disciplinata l’ipotesi del parlamentare che vuole tornare a fare il magistrato". Con la mobilità nella pubblica amministrazione, invece secondo Mancino, "la pubblica amministrazione recupera un patrimonio di esperienze e di professionalità e la magistratura perde un giudice divenuto parte".