martedì 17 marzo 2009

Fanulloni / Blitz nel napoletano Arrestati 36 statali assenteisti "In un mese 40mila euro di danni"

FANNULLONI / BLITZ NEL NAPOLETANO

Napoli, 17 marzo 2009 - Blitz all'alba della squadra Mobile e della Digos di Napoli, che hanno dato esecuzione a 36 ordinanze di custodia cautelare per assenteismo. I provvedimenti - nei confronti di altrettanti dipendenti del comune partenopeo - sono stati emessi su richiesta della sezione reati contro la Pubblica Amministrazione della procura della Repubblica di Napoli.

A tutti e’ stato concesso il beneficio degli arresti domiciliari. L’operazione anti assenteismo della Polizia, denominata ‘free badgè si basa su indagini iniziate nel 2007 che ha coinvolto dipendenti del Comune di Portici in servizio presso la sezione elettorale, quella matrimoni, l’anagrafe, lo stato civile, l’immigrazione, l’ufficio relazioni con il pubblico, l’ufficio tributi, l’ufficio per le carte d’identità, l’ufficio leva

A incastrare i dipendenti pubblici assenteisti è stata una telecamera sistemata sul retro della macchinetta marcatempo: si è scoperto così che i dipendenti arrestati erano soliti farsi marcare il badge da altri  all’entrata o all’uscita dall’orario di lavoro.

In un solo mese di indagini, perchè l’inchiesta della Procura di Napoli è stata limitata nel tempo, il danno accertato dai magistrati per il Comune di Portici è stato stimato in 40mila euro. I 58 dipendenti indagati, nei quali sono ricompresi i 36 arrestati, lavoravano tutti negli uffici distaccati dell’amministrazione in traversa Melloni, dove complessivamente sono impiegati 70 lavoratori.

Due le telecamere che li hanno ripresi mentre si allontanavano dal posto di lavoro o vi rientravano senza aver timbrato il cartellino con le buste della spesa. Alcuni si segnavano anche ore di straordinario. Ora sono accusati di falso e truffa ai danni del Comune.

Choc nel liceo scientifico di Gallarate Berlusconi come Hitler e Stalin

"LA FATTORIA DEGLI ANIMALI"


Studenti e professori del liceo scientifico di Gallarate hanno assistito alla rappresentazione teatrale. Nell'ultima scena insieme con Hitler e Stalin appare anche la foto del presidente del Consiglio

Milano, 17 marzo 2009 - Articolo di Gabriele Villa per il Giornale 


Capita. A volte capita. Si va a teatro, nel caso specifico il Teatro delle Arti di Gallarate, convinti di assistere a un determinato spettacolo e poi si torna a casa delusi, amareggiati e persino discretamente furiosi per aver visto tutt'altro. Per essere stati raggirati. Capita, anche se non dovrebbe capitare, ma è capitato, che la mattina del 9 Marzo, 350 tra studenti e professori del liceo scientifico Leonardo da Vinci si presentino accompagnati dal solito festoso chiacchiericcio che nasce dalle occasioni che regalano la possibilità di star fuori dai banchi, per assistere ad "Animal Farm". Che poi sarebbe la celebre "La Fattoria degli animali" di George Orwell, azzeccata allegoria satirica del totalitarismo sovietico ai tempi di Stalin, proposta in lingua originale dalla compagnia Palkettostage della vicina Busto Arsizio.

Un'ottima opportunità didattica, almeno così veniva annunciata, non solo per approfondire la conoscenza della lingua inglese ma anche per offrire ai ragazzi un quadro realistico delle sciagurate conseguenze che i regimi dittatoriali si sono sempre e puntualmente portati appresso ogni qualvolta hanno attraversato il mondo. Così, giusto per ribadire il concetto, quando la rappresentazione finisce vengono proiettate in successione, con la tecnica della dissolvenza, le immagini di molti loschi figuri: da Stalin a Hitler, da Saddam Hussein a Silvio Berlusconi. Sì avete letto bene. Anche l'immagine del nostro presidente del Consiglio finisce in coda a quella pessima compagnia messa lì, chissà come e perché, dall'altra strana compagnia, quella teatrale.

Mentre i ragazzi sciamano dalle Arti, qualcuno indifferente annoiato e qualcun altro un po' basito da quell'epilogo surreale, arrivato giusto prima che il sipario calasse, cominciano i primi rumors. E non appena gli studenti rientrano a casa e raccontano arrivano anche le prime telefonate alla preside del Leonardo da Vinci, la professoressa Luisella Macchi, colta lei per prima in contropiede. E quindi notevolmente inferocita. I rumors aumentano e ci mettono un niente a compiere quei cinque chilometri che separano Gallarate da Busto Arsizio e ad arrivare sul palcoscenico della Palkettostage.

Che a sua volta ci mette un niente a far recapitare già il giorno dopo ad ogni singolo studente-spettatore di quell'opera così maldestramente deragliata nel finale, una lettera di scuse. Lettera che il signor Paolo Borlin, genitore di uno studente di quarta scientifico ci ha voluto cortesemente girare. Nella lettera la direzione di Palkettostage sostiene "che un'immediata indagine interna ha portato ad appurare che la proiezione di quella diapositiva è stata frutto di un'azione estemporanea di un dipendente assunto da poco e addetto alle luci e alla messa in onda delle immagini".

"Un dipendente contro il quale verranno prese le opportune misure disciplinari perché con il suo comportamento ha infangato l'immagine la passione di chi come noi svolge il proprio lavoro con onestà intellettuale". È un discorso di immagini, insomma. Sbagliate da qualunque parte le si guardino. E pare francamente improbabile, come sostiene il signor Borlin in una lettera che ha indirizzato a sua volta ad altri genitori e alla direzione scolastica "che proprio l'immagine del presidente del Consiglio sia uscita dal proiettore in modo estemporaneo". Al contrario quella d'infilarla furbescamente con veloce effetto dissolvenza, in modo subliminale, tra le immagini di dittatori.

Caro vecchio dialetto Lumbard In 800 mila lo usano abitualmente

TRADIZIONE


In Lombardia quasi uno su dieci non parla abitualmente italiano in famiglia ma dialetto: si tratta di circa 800mila persone. Più di uno su cinque, invece, usa sia italiano che dialetto con gli amici e in casa

Milano, 17 marzo 2009

In Lombardia quasi uno su dieci non parla abitualmente italiano in famiglia ma dialetto: si tratta di quasi 800mila persone. Più di uno su cinque usa invece sia italiano che dialetto con gli amici e in casa, rispettivamente il 25% e il 26,6%. E mentre rispetto al 2000 si registra in generale una lieve flessione nell’uso del dialetto, sono sempre di più quelli che parlano sia italiano che dialetto con gli estranei (+4%), pari a oltre un milione di lombardi.

Rispetto alla media nazionale in Lombardia è comunque sempre più alta la percentuale di chi parla solo o prevalentemente italiano, sia con gli estranei (83,5% contro il 72,8% nazionale) che con gli amici (62,7% contro il 48,9%), che in famiglia (57,6% contro il 45,5%). Emerge da una stima della Camera di commercio di Milano su dati Istat a gennaio 2008 e sui rapporti Istat “La lingua italiana, i dialetti e le lingue straniere”, anni 2006-2000.

Sono oltre 327 mila le ditte in Italia con titolare nato in Lombardia. Circa il 90% resta sul territorio regionale: uno su quattro a Milano, più di uno su sette a Brescia e uno su otto a Bergamo. Il restante 10% si concentra soprattutto in regioni come Emilia Romagna, Piemonte e Veneto, secondo quanto emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano su dati registro imprese al 2008.

De Magistris si candida con Di Pietro

L'ex pm di Catanzaro correrà come indipendente nella lista dell'Italia dei Valori alle Europee

Chiesta l'aspettativa, la risposta del Csm attesa per mercoledì

ROMA - L'ex pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, sceglie la politica: correrà per le prossime elezioni europee con l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. «Lo farò come indipendente, insieme ad altri esponenti della società civile», dice il magistrato che ha chiesto oggi al Csm l'aspettativa per potersi candidare. Il via libera potrebbe arrivare a stretto giro di posta, probabilmente già nella giornata di mercoledì, dal plenum del Csm.

IL TRASFERIMENTO - De Magistris, che era stato trasferito d'ufficio e dalle sue funzioni di pm (per cui aveva condotto tra le altre anche l'inchiesta «Poseidon» e l'inchiesta «Why Not») dalla sezione disciplinare del Csm e che ora fa il giudice a Napoli, ha consegnato personalmente la sua domanda a Palazzo dei Marescialli. Domanda su cui deve pronunciarsi in prima istanza la Quarta Commissione. Voci su una sua candidatura alle europee circolavano da tempo.

DAL BLOG DI DI PIETRO - «La prima cosa in questo momento importante per la mia storia personale e professionale è la ragione per la quale ho scelto di impegnarmi in politica, la politica con la P maiuscola». Così De Magistris motiva la sua decisione sul sito Antonio Di Pietro: «Lascio un lavoro al quale ho dedicato quindici anni della mia vita e che è stato il mio sogno, come ha detto qualcuno, la missione di questi anni. Ritengo che non mi sia stato consentito di esercitare le funzioni che amavo, in particolare quella di Pubblico Ministero, che mi consentivano di investigare, di accertare i fatti, di fare quello che ho sempre sognato nella mia vita. Sono stato in qualche modo ostacolato in questa attività che non mi è più possibile esercitare da alcuni mesi. Quello che ancora mi inquieta di più, in questo momento storico, è l'attività di delegittimazione, di ostacolo e di attacco nei miei confronti e della mia professione, e nei confronti di tutti coloro che hanno cercato, in questi mesi, in queste settimane, e in questi anni di accertare i fatti». E poi conclude: «Sono contento del progetto che mi è stato proposto da Antonio Di Pietro e dall'Italia dei Valori e dell'impegno richiestomi dalla società civile. E' l'impegno della società civile che entra in politica e che, quindi, vuole fare qualcosa di concreto. Un progetto che vorrà mettere le prime fondamenta, le prime basi nelle elezioni europee, ma che di certo punta ad una nuova politica in Italia».

17 marzo 2009

A Torre del Greco c'è anche l'Ici sui loculi

La giunta di centrodestra ha deciso di far pagare un canone annuo di 15 euro per ogni nicchia del cimitero

NAPOLI - A Torre del Greco è stata già ribattezzata come la «tassa sui morti», i più gentili la chiamano invece «l'Ici sui loculi». Gli appellativi non certo lusinghieri la dicono tutta sulla popolarità del provvedimento con cui la giunta di centrodestra di Torre del Greco ha deciso di far pagare un canone annuo di 15 euro per ogni nicchia del cimitero comunale. La cifra scende a 10 euro per la custodia delle spoglie nei box comuni, ma la tariffa in questo caso è mensile e va applicata anche per le frazioni di soggiorno. La delibera che ha dato il via libera alla cosiddetta «Ici sui loculi» è stata approvata dal Comune di Torre del Greco agli inizi di marzo e sta ora scatenando il putiferio in città. L'amministrazione, è la giustificazione, prova a far quadrare i conti dell'ente locale, anche a costo di scelte tanto impopolari. Ciro Borriello, il sindaco di Torre del Greco, ai taccuini del quotidiano «Metropolis» che ha evidenziato il balzello, ha subito tenuto a precisare che la «tassa sui morti» non è proprio una sua idea. «Non è una tassa che ho inventato io», ha detto il primo cittadino, spiegando che semmai lui si è limitato «a rispolverare una legge mai applicata a Torre del Greco».

Medico chirurgo, ex deputato di Forza italia, Ciro Borriello era già considerato una sorta di sindaco-sceriffo in città. Inflessibile nella lotta ai fuorilegge, famosa la sua battaglia contro i guidatori di moto e motorini senza casco per cui lo scorso agosto venne persino aggredito in strada. Ma Borriello non ci sta a passare per il duro anche con i morti, soprattutto in un momento così delicato per il portafogli delle famiglie. Così sulla tassa rispolverata dalla sua amministrazione tiene il punto: «Non sono io il cattivo di turno, semplicemente gli amministratori che mi hanno preceduto sono stati per così dire un po' distratti e non hanno preteso l'applicazione delle norme». Del resto la previsione di incasso che seguirà il discusso provvedimento ammonta a circa 300 mila euro per il solo 2009. E l'amministrazione di Torre del Greco ha promesso che questi soldi non andranno a tappare buchi di bilancio, ma saranno reinvestiti nel progetto per la ristrutturazione e ammodernamento del camposanto. Progetto già approvato e in attesa dei fondi necessari a partire. L'operazione di recupero e adeguamento prevede tra l'altro la costruzione di una nuova sala mortuaria e riguarderà non solo il complesso cimiteriale attuale, ma anche dell'area dell nicchiario «Magnolia», inaccessibile ai visitatori da ormai quasi cinque anni.

Sandro Di Domenico
17 marzo 2009

Racket del parmigiano, indagati gli “sciacalli”

17 marzo 2009| Marco Fagandini
Matteo Indice

Cibi rubati e rivenduti sottocosto ad anziani in difficoltà: la Procura smaschera una gang. Ma gli acquirenti rischiano

Sono gli “sciacalli” che con la crisi hanno ampliato la loro attività, i ladri specializzati nel razziare alimentari, detersivi e prodotti per la casa e nel rivenderli agli anziani che non riescono ad arrivare alla fine del mese. Un gruppo alla fine molto ristretto e però articolato: dieci persone, perlopiù romene, che organizzano meticolosamente i furti nei supermercati cittadini (Coop e Standa soprattutto, sia in centro che a Ponente) riciclando sottocosto nei giardini antistanti la stazione Brignole o a Sottoripa. Una gang che, secondo i carabinieri e il sostituto procuratore Cristina Camaiori - titolare dell’inchiesta - si muove con ruoli e obiettivi ben definiti: ci sono i manovali incaricati di compiere materialmente i blitz, i malviventi delegati allo “stoccaggio” della refurtiva e infine i “dettaglianti”, ovvero l’ultimo anello della catena che serve a rivendere abbattendo i costi - per chi compra - anche del 20-30%.

Dieci persone sono state denunciate alla fine della scorsa settimana in Procura: per tutti l’accusa è di ricettazione in concorso, sebbene tecnicamente rischino lo stesso addebito coloro che quei prodotti hanno comprato. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di ultrasettantenni (quasi) in ginocchio. E con ogni probabilità alla fine saranno “graziati” per aver collaborato con gli inquirenti, alzando il velo su un malaffare di cui da tempo si parlava e tuttavia mai era stato oggetto d’un lavoro investigativo così strutturato.

Per ripercorrere i passi degli accertamenti condotti per settimane dai militari dell’Arma occorre perciò tornare indietro di mesi, alle ultime settimane del 2008. È nel periodo di Natale che le segnalazioni raccolte confidenzialmente dall’Arma aumentano in modo esponenziale. Con un denominatore comune: esiste una cerchia di “referenti” ai quali gli anziani in ristrettezze economiche - con la crisi che ha inevitabilmente accentuato l’incubo della quarta settimana - si rivolgono per approvvigionarsi di generi di prima necessità. E allora scatolame, confezioni di formaggi, pasta, sapone, detersivi, disinfettanti, persino gli adesivi per le dentiere. Sono gli involucri che spariscono con maggiore frequenza dai punti-vendita delle grandi catene, e le dichiarazioni rese con timidezza, quasi vergogna dai principali compratori in nero rappresentano il primo tassello. Alla fine i componenti della banda vengono individuati unno a uno, e il dossier s’arricchisce con i compiti che ciascuno svolge per conto dei capi. Spesso per gli inquirenti si tratta di vecchie conoscenze, ladruncoli in passato colti sul fatto per “semplici” furti al market. Ma stavolta l’attenzione è concentrata sui mandanti di quei blitz e sulla domanda che, inevitabilmente, deve averli generati.

I piccoli strozzati dallo Stato che non paga

Debiti non onorati per 70 miliardi. Migliaia di fornitori a rischio crac

PAOLO BARONI

ROMA
Eccoli i soldi «veri» che servono alle imprese: sono i crediti che migliaia fornitori fornitori, piccole e grandi imprese, vantano nei confronti della pubblica amministrazione. E’ una vera montagna di euro su cui siedono il ministro dell’Economia, presidenti di Regione, sindaci, Asl e via discorrendo: 60-70 miliardi di euro secondo le stime di Confindustria, che parte da una stima di 33 miliardi fatta dalla Corte dei Conti nel 2006 per la sola Sanità; addirittura 200 miliardi secondo Confcooperative, che allarga il calcolo a tutti i tipi di forniture e a tutte le amministrazioni pubbliche (compresi Comuni e Province) spaziando dal trasporto pubblico agli asili, dalle mense alle pulizie ai servizi sociali ed alla sanità. Emma Marcegaglia, dieci giorni fa, in occasione del «Credit day» è tornata a chiedere a Giulio Tremonti di sbloccare la situazione. Secondo il ministro dell’Economia (che a fine novembre ha già l’ok al pagamento di 5,7 miliardi di crediti Iva ed arretrati vari) le cifre in ballo sarebbero molto più contenute, nell’ordine dei 30 miliardi, e per questo ha annunciato un decreto per accertare l’effettiva consistenza dei crediti.
A Confindustria le polemiche sui numeri non interessano: «Sono comunque troppi soldi - ha dichiarato sabato il presidente di Confindustria -. Il punto è uno solo: lo Stato deve pagare. Perché uno Stato che non onora i suoi debiti contribuisce per primo a diffondere sfiducia, instabilità e paura». In realtà alla Marcegaglia basterebbe ottenere la certificazione dei crediti, un pezzo di carta insomma che consentirebbe alle imprese di presentarsi in banca con nuove garanzie. Mai come in questa fase di crisi economica sempre più grave il tempo è denaro e per questo le imprese continuano il pressing. «Il problema - spiega Franco Tumino, presidente di Ancst-Legacoop e coordinatore del Tavolo interassociativo imprese e servizi(Taiis) - è che ormai è un dato assodato per molti enti che le imprese possano aspettare. Col risultato che magari presentano bilanci bellissimi ma poi per colpa dei mancati incassi falliscono». Desolanti le statistiche sui tempi di pagamento che relegano l’Italia agli ultimi posti tra i grandi d’Europa: secondo l’«European payement index 2008», a fronte di una media europea di 68 giorni, la nostra pubblica amministrazione paga infatti in 135 giorni. Solo Spagna, Grecia e Portogallo fanno peggio di noi, mentre la Francia arriva a 71, il Regno Unito a 48 e la Germania a 40.
Calcola Confartigianato: «I 70 giorni di maggiore attesa rispetto alla media Ue costano agli imprenditori italiani 1,7 miliardi all’anno di maggiori oneri finanziari». A livello europeo di stima invece che un’impresa su 4 chiuda i battenti a causa di questo fenomeno bruciando ogni anno almeno 450 mila posti. Nel settore degli appalti e nelle regioni del Centro-Sud si registrano i casi più gravi. Denuncia l’Osservatorio Imprese pubblica amministrazione: la Regione Lazio arriva a pagare le forniture a 400-450 giorni, con punte di 700. In Campania il ritardo medio è di 420 giorni, nel settore dell’edilizia si arriva anche a 24 mesi, nella sanità a 18. Ma diverse Asl dell’Emilia Romagna già a fine 2008 saldavano gli stati di avanzamento dei lavori in 600 giorni. I costruttori dell’Ance da tempo lamentano come «a fronte di lavori pubblici realizzati molte imprese di costruzione si vedono negare i pagamenti per via dei vincoli imposti agli enti locali dal patto di stabilità interno». E proprio ieri il Pd, dopo un incontro tra Franceschini ed una delegazione degli enti locali, ha chiesto al governo di allentare i vincoli del patto per sbloccare 18 miliardi di investimenti. E via Tg1 il ministro Calderoli avrebbe dato il suo consenso: «Sono d’accordo sul ridiscuterlo, va sistemato nell’immediato per dare risposte concrete ai comuni». Emblematico il caso segnalato dal presidente della Provincia di Torino, Antonio Saitta: «Su 95 milioni di euro che potremmo pagare per investimenti già fatti su strade e scuole possiamo pagarne solo 10.
E’ assurdo, perché così finiamo solo per aggravare la crisi». Le imprese dei servizi, centrali cooperative, Confindustria, Confapi e Confcommercio riunite nel «Taiss», un mese fa hanno deciso di presentare un esposto alla Commissione europea per denunciare la «perdurante inerzia delle istituzioni» e chiedere la messa in mora dell’Italia. Sono 12 associazioni in tutto, che rappresentano 18 mila imprese associate e 900 mila occupati. Se l’Italia venisse condannata, a fronte di 70 miliardi di arretrati, dovrebbe pagare anche 16,5 miliardi di interessi. Il governo è avvertito.

I farmaci per suicidarsi si comprano su Internet

17/3/2009 (10:12)

L'ordine via mail, il pacchetto arriva a casa evitando i controlli della dogana

SYDNEY

L'ultima frontiera per chi vuole suicidarsi è il web. I farmaci per l'eutanasia oggi si comprano online, evitando così i controlli delle dogane. In Australia alcune persone hanno acquistato sul web il Nembutal, un potente barbiturico veterinario, "consigliato" dall'associazione Exit International, già al centro delle polemiche per le guide online all'eutanasia.

Il "Manuale elettronico sulla pillola pacifica" , il libro del medico australiano, Philip Nitschke, noto anche come "dottor morte", è un elenco dei metodi più sicuri e indolori che si possono utilizzare per un suicidio, con tanto di istruzioni e video: dall’uso del farmaco Nembutal, venduto in Messico, all’asfissia, con l’utilizzo di una busta di plastica.

Del manuale non esiste una versione cartacea, ma solo quella online. Proprio in questo libro si trovano i riferimenti per l'acquisto del potente barbiturico. Gerardo Aviles Navarro, il gestore del negozio online situato in Messico, ha spiegato al settimanale The Weekend Australian di aver inviato ,con successo, in Australia otto confezioni del barbiturico nelle ultime settimane.

«Ho fatto diverse spedizioni in Australia nelle ultime settimane e nessuna è stata fermata dalla dogana. Se Exit International ha reso pubblico il mio servizio, è perchè conosce la mia serietà». Una boccetta del medicinale costa circa 350 dollari Usa, due boccette 450 dollari.

Una donna malata di cancro al seno ha raccontato che dopo l'ordine, il farmaco le è arrivato direttamente a casa. «Una settimana dopo l'ordine ho ricevuto il pacchetto, consegnato a mano da un corriere», ha spiegato. «Avevo dubbi sul fatto che consegnassero il farmaco perchè sembrava troppo facile per essere vero, ma è arrivato.

Ho nascosto il farmaco in un altro posto, nel caso in cui la polizia avesse fatto delle indagini». Philip Nitschke non ha dubbi che, una volta resa pubblica la notizia, non sarà più così facile comprare il Nembutal online: «Abbiamo sentito parlare di questa persona nel sud del Messico e abbiamo deciso di parlare di questa possibilità nel nostro ultimo libro, visto che sembrava offrire un servizio affidabile», ha detto il medico.

In Australia chi importa illegalmente il Nembutal viene punito con 25 anni di carcere e una sanzione di 550mila dollari. Ma molti sono disposti a rischiare pur di poter scegliere l'eutanasia.

Salvi i super stipendi, inammissibile l'emendamento che imponeva un tetto

Non sarà discussa la proposta della Lega che voleva bloccare a 350 mila euro i compensi dei manager pubblici

ROMA - Non sarà messa in discussione la proposta avanzata da alcuni parlamentari della Lega di mettere un tetto agli stipendi dei manager di banche e imprese che, in difficoltà per la crisi, beneficeranno di aiuti pubblici. Le proposte sono infatti contenute nell'elenco degli emendamenti al decreto «Salva-auto» considerati inammissibili per materia.

LA PROPOSTA DELLA LEGA - In particolare, un emendamento prevedeva che non potesse superare il limite di 350.000 euro annui il trattamento economico dei dirigenti di banche o istituti di credito che beneficiano in materia diretta o indiretta di aiuti anti-crisi. Un altro emendamento, considerato inammissibile, prevedeva che gli emolumenti corrisposti a qualunque soggetto avente rapporti di lavoro con le amministrazioni statali, o con le agenzie oppure con enti pubblici economici e d enti di ricerca, nonchè con i magistrati, non potesse superare il limite del trattamento corrisposto ai membri del Parlamento.

Taxi, il peluche raddoppia il tassametro

Multati dai vigili diciotto conducenti. Ecco i trucchi

 

ROMA - Peluche sopra il tassametro. Oppure un borsello. O anche un cartellino che nasconde il vero costo della corsa. Diciotto i tassisti multati e denunciati dal Gruppo intervento traffico della Polizia Municipale di Roma in un controllo protrattosi per due sere all'aeroporto di Ciampino. Su 60 conducenti controllati 18 sono stati sorpresi a coprire il display, a ritoccare il prezzo dal 20 al 40% in più, o a raddoppiare - nel caso delle corse tra il secondo aeroporto della Capitale e il centro di Roma - la tariffa fissa di 30 euro.

Per giustificarsi con i turisti i tassisti truffaldini sostenevano che i 30 euro andavano calcolati a persona. C'erano poi capoturno che operavano fuori dei loro orari. A Ciampino aeroporto, alcuni conducenti di auto pubbliche sembrano pronti a tutto. E lo scalo si trasforma in terreno di caccia. Caccia ai passeggeri meno informati in arrivo da tutta Europa con i voli low cost, che finivano con il pagare il taxi più dello stesso passaggio aereo. Da qui la pioggia di esposti e denunce, molti pervenuti alla polizia municipale che ha quindi avviato i nuovi controlli dei vigili urbani sulle auto bianche dell'aeroporto «Pastine ».

Un conducente su tre, tra coloro che operano a Ciampino, è risultato, trucca le tariffe. In due notti, soprattutto in quella dello scorso sabato, il Git ha riempito parecchi verbali. E ora il comandante Carlo Buttarelli, titolare dei controlli, ha chiesto un incontro urgente al direttore dell'aeroporto: «Dobbiamo adottare lo stesso schema di Fiumicino, un'unica coda di clienti e i taxi in fila indiana», spiega.

Non è una novità che a Ciampino continui ad agire la gang che prende di mira passeggeri stanchi che sbarcano dai voli europei, spesso coppie che non parlano italiano. Interventi dei carabinieri di Frascati hanno già documentato il problema. L'intervento della Municipale proseguirà nei prossimi giorni, con modalità diverse, e il comandante annuncia: «Non ci fermeremo alle multe, proporremo anche la sospensione delle licenze».

Paolo Brogi
17 marzo 2009

Latte alla melamina, i genitori dei bimbi malati:

"Il governo ci minaccia se chiediamo soldi"

 

Le autorità 'suggeriscono' loro di accettare i fondi previsti. Almeno 6 bambini sono morti per l'assunzione del latte e altri 300mila hanno sofferto di calcoli


Pechino, 17 marzo 2009 

I genitori dei bambini ammalatisi dopo aver consumato latte alla melamina sostengono di aver ricevuto intimidazioni dai funzionari del governo che hanno cercato di respingere le loro richieste di indennizzo.

Zhao Lianhai, padre di una delle vittime e che ha organizzato le proteste con altre famiglie, ha detto che molti dei genitori con cui ha parlato dicono di aver ricevuto telefonate dalle autorità in cui veniva suggerito loro di non procedere oltre con le loro lamentele e di accontentarsi del piano risarcimenti previsto dal governo. Alcune famiglie avrebbero ricevuto addirittura visite dai funzionari.

Almeno sei bambini sono stati uccisi e altri 300mila hanno sofferto di calcoli per aver assunto latte in polvere alla melamina, una sostanza tossica utilizzata per la plastica e che, se aggiunta al latte, ne eleva apparentemente il valore proteico se sottoposto ad analisi.

Eurofollie Non si può più dire signorina

di Massimiliano Lussana

martedì 17 marzo 2009, 07:00


Diciamolo subito. Era ora. Era ora che il Parlamento europeo e tutti i vari e soprattutto eventuali uffici che ruotano attorno all’Unione europea, la smettessero di occuparsi del raggio di curvatura delle banane, del diametro dei cetrioli e del fatto che le «camicie da notte» non possono essere indossate di giorno, tutti argomenti a cui sono state dedicate ore e ore di dibattiti, pagine e pagine di saggi e intelligenze su intelligenze di euroburosauri.

Ora, bene o male, tutto questo è archiviato. E finalmente i nostri rappresentanti a Bruxelles e Strasburgo si possono dedicare ai problemi che, davvero, attanagliano le famiglie europee, alle prese con la crisi economica. Soprattutto, a ridosso delle elezioni della prossima primavera, dimostrano l’assoluta infondatezza delle critiche di chi descrive le aule europee come una panchina di lusso per ex leader in disarmo.

Tutte bufale. O, meglio, eurobufale per chi preferisce mettere il prefisso euro davanti a ogni parola, che fa sempre il suo bell’effetto. Sempre che si possa continuare a dire «bufale» al femminile, con una classificazione «di genere» («gender», dicono quelli che parlano bene), che farebbe inorridire gli esteti dell’Europarlamento.

Tutte bufale perché le aule europee dimostrano, per l’ennesima volta, la loro straordinaria capacità di percepire i problemi reali dei cittadini. Magari non saranno prontissimi a recepire le radici cristiane dell’Europa; magari non avranno lo scatto necessario per far sì che il Vecchio continente sia un’«Europa dei popoli» o un’«Europa delle Nazioni» e non un’«Europa dei banchieri con i benefit» o, peggio, un’«Europa dei burocrati». Ma sulle cose serie ci sono.

Ci sono sempre.L’ultima, ad esempio, è rivelata dal Daily Telegraph di ieri. Che spiega di come, in nome del politically correct, non si possa più dire «signora» o «signorina». Di come sia vietato nelle aule del Parlamento parlare di «Miss» e «Mrs». E di come spariscano, tutte d’un colpo, anche «Señora» e «Señorita», senza peraltro specificare se la canzone di Vasco Rossi che si intitola così possa continuare a essere trasmessa dalle radio.

Via pure «Frau» e «Fräulein», senza chiarimenti sulla sorte riservata alla «Fräulein», pardon «signorina», pardon come si dice ora, Rottenmeier di Heidi. E poi la rinuncia peggiore, la più dolorosa. Non si può più dire nemmeno «Madame», né «Mademoiselle» e pensate come ci può rimanere Carlà, povera figlia.

Insomma, in nome del politicamente corretto, niente più classificazioni di genere, ma solo neutre. Ne esce a pezzi soprattutto l’inglese: ad esempio, «sportsmen» non si può più dire perché contiene quel terribile suffisso maschile («men»). Verrà sostituito dal neutro «athletes». Allo stesso modo «statesmen» verrà sostituito da «political leaders» e così via per tutti gli altri, da policeman in giù.

Anzi, probabilmente, più che l’inglese ne esce a pezzi soprattutto la logica. Nessun «policeman» o come diavolo si chiama ora potrà arrestare la stupidità di certe scelte. Anche perché a me hanno sempre insegnato che «signora» o «signorina» davanti, che so, al nome della maestra, era fondamentalmente una questione di buona educazione, non certo qualcosa di offensivo. E va be’ che oggi va più di moda direttamente il «tu» e magari il nome di battesimo della maestra.

Ma, insomma, codificarlo addirittura con apposita regolamentazione e bollini Ue, mi sembra troppo.
Ridevamo, giustamente, perché il fascismo - contro la perfida Albione e i suoi alleati - cancellò persino box e garage, trasformandoli in autarchiche autorimesse. Ma questi, se possibile, fanno ancora peggio. In nome della democrazia. E magari pure dell’antifascismo.
La prima volta è tragedia, la seconda è farsa. Appunto.