giovedì 12 marzo 2009

Auto travolta da un treno, le Fs chiedono i danni

11 marzo 2009


Le Ferrovie hanno avviato una procedura di richiesta danni per l’incidente avvenuto nella notte tra lunedì è martedì a Diano Marina, quando l’auto di un giovane di Molini di Triora è rimasta sui binari al passaggio a livello, forse a causa di un guasto, ed è stata investita da un treno merci proveniente da Alessandria e diretto a Ventimiglia.


L’auto è stata agganciata e trascinata per alcune centinaia di metri. Ieri, il giovane,che si trovava a bordo del veicolo con alcuni amici, ha detto di essere rimasto fermo sul passaggio a livello dopo l’esplosione di un pneumatico provocata da un ferro sull’asfalto. L’auto si sarebbe poi bloccata in un piccolo fossato e non sarebbe stato possibile rimuoverla.

I Lefebvriani: «Confronto con il Vaticano. Non vogliamo tornare a prima del 1962»

in una nota il superiore generale della Fraternità San Pio X, monsignor Bernard Fellay
 

Disponibili ad «affrontare il confronto dottrinale ritenuto "necessario" dal decreto del 21 gennaio» di Benedetto XVI

 

ROMA - I lefebvriani intendono «affrontare il confronto dottrinale ritenuto "necessario" dal decreto del 21 gennaio» con il quale Benedetto XVI ha revocato la scomunica ai quattro vescovi ordinati da Marcel Lefebvre.

LA NOTA - Lo ha affermato in una nota il superiore generale della Fraternità San Pio X, mons. Bernard Fellay, ringraziando il pontefice per la sua lettera ai vescovi cattolici con la quale - secondo Fellay - «ha riportato il dibattito all'altezza dovuta, quella della fede».

NON VOGLIAMO TORNARE A PRIMA DEL VATICANO II - «Non è nostra intenzione tornare a prima del 1962 e del Concilio Vaticano II, ma vogliamo considerare il suo insegnamento alla luce della tradizione della Chiesa», afferma mons. Bernard Fellay. «Ben lontani dal voler fermare la tradizione al 1962 - spiega mons. Fellah - noi desideriamo considerare il concilio Vaticano II e l'insegnamento post-conciliare alla luce di questa tradizione che San Vincenzo di Lerins ha definito come "ciò che è stato creduto sempre, dappertutto e da tutti"».

I VESCOVI TEDESCHI: BENE LA LETTERA - La lettera di Papa Ratzinger ai vescovi sulla revoca della scomunica ai lefebvriani ha suscitato reazioni positive in Germania, suo Paese natale dal quale si sono levate a suo tempo le maggiori proteste contro la scelta del Pontefice, inclusa quella della cancelliera Angela Merkel.

Lo riferisce l'edizione tedesca della Radio Vaticana. Il presidente della Conferenza episcopale tedesca, arcivescovo Robert Zollitsch, ha ringraziato il Pontefice «a nome di tutti i vescovi tedeschi» e ha definito la lettera «un'espressione di apertura e chiarezza», «grandiosa e insolitamente personale». «Ho l'impressione - ha proseguito Zollitsch - che il Santo Padre nelle ultime settimane abbia sofferto molto».

Zollitsch afferma, fra l'altro, di aver percepito, attraverso la lettera «quanto non si sia sentito capito nel suo desiderio di riunire la Chiesa». Positivo anche il commento del cardinale di Colonia, Joachim Meisner, secondo il quale la lettera «non sorprende», se non nell'annunciata ristrutturazione della commissione Ecclesia Dei. Apprezzamento per il gesto di Ratzinger è stato espresso anche da Stephan Kramer, segretario generale del consiglio centrale degli ebrei.

12 marzo 2009

Proposta shock: tassare il cioccolato per limitare l'obesità

Fa discutere l'idea che un gruppo di medici di famiglia britannici vuole sottoporre al proprio governo


LONDRA - Tassare il cioccolato per arginare l'epidemia di obesità. La proposta, di un gruppo di medici di famiglia del Regno Unito, verrà presentata in occasione della conferenza annuale delle Local Medical Committees della British Medical Association che si terrà a Clydebank.

«ATTORE IMPORTANTE» - «Credo che il cioccolato - ha dichiarato David Walker, primo sostenitore dell'iniziativa, sulle pagine del quotidiano britannico Daily Telegraph - sia un attore importante nell'obesità e nelle condizioni connesse ad essa. Quello che sto cercando di raggiungere è che il cioccolato venga considerato tra i cibi malsani». «Vorrei dire al governo - ha detto - che tassare il cioccolato non risolverebbe la crisi, ma il tasso d'obesità potrebbe rallentare».

12 marzo 2009

La più piccola stazione di polizia? E' in Florida, in una cabina telefonica

di Guido Mattioni

giovedì 12 marzo 2009, 15:00


E’ sopravvissuta a tutto: ai vandali che l’hanno presa a sassate; a un collezionista pazzo del Tennessee che voleva “rapirla” a bordo del suo furgone; al massiccio paraurti di un pick up Ford guidato da una signora molto poco pratica – come la maggior parte delle donne! - di manovre a marcia indietro; e infine ce l’ha fatta a resistere perfino alla pioggia e ai venti furiosi di Kate, l’uragano tardivo che a fine novembre del 1985 picchiò duro nei dintorni della capitale della Florida, Tallahassee, dopo aver disegnato un’improvvisa virgola distruttrice in tutta l’area del cosiddetto Panhandle, affacciata sul Golfo del Messico.

A dispetto di tutto e di tutti, pur se un po’ acciaccata, “lei” è ancora lì, sotto le fronde ombrose e gli immangiabili frutti gialli (sono velenosi) di un chinaberry, che per i botanici fa di nome e cognome Melia Azedarach e per i mortali semplicemente albero dei rosari o dei paternostri. E’ un punto qualsiasi, come lo sono del resto tutti quelli lungo la statale 98, all’angolo con la Country Road 67, in una minuscola città costiera dal nome gentile e quasi da fumetto Disney: Carrabelle, 1300 abitanti.

Anche “lei”, quella di cui parliamo, è di taglia small. E’ la più piccola stazione di polizia al mondo, record del resto difficile da eguagliare e anche da imitare, dal momento che “lei” è al tempo stesso una cabina telefonica.

Non è l’ultima follia d’America, considerato che la follia stessa risale al 10 marzo 1963, quando le autorità della cittadina balneare decisero che a dispetto di quel nome così gentile l’amministrazione non poteva più sopportare i costi delle chiamate long distance fatte a scrocco dai villeggianti o dai turisti di passaggio dal telefono della locale stazione di polizia.

E dal momento che a Carrabelle, allora come oggi, il tasso di criminalità era talmente basso da lasciar coprire di polvere le automobili di servizio, si stabilì che di una stazione vera e propria non ci sarebbe stato più bisogno. Quindi, per motivi di economia, era meglio ridurla. Miniaturizzarla. Tutto quello che serviva, era in fondo un telefono.

Inizialmente l’apparecchio, uno di quelli fissati a parete e quindi a malapena protetto da una minuscola verandina, era stato imbullonato al muro esterno della Burda’s Pharmacy, sempre lungo la statale 98, ma in un punto diverso rispetto all’attuale, ovvero all’angolo con la Tallahassee Street. A fare il lavoro era stato Johnnie Mirabella, all’epoca l’unico addetto della società telefonica di Port St Joe, una località poco distante che con i suoi 3.600 abitanti e spiccioli (il numero esatto varia in base alla resistenza epatica dei numerosi pensionati locali alla micidiale graveolenza della frittura di pesce), rispetto a Carrabelle fa la figura di un centro cosmopolita e tentacolare.

Mirabella non era però soltanto un esperto di cavi e relée. Da buon americano di italiche discendenze, era anche un cuore d’oro. E si era reso conto che nei giorni di pioggia (specie d’estate, in Florida sono molti) se costretti a scendere dall’auto per telefonare, i poveri agenti di turno finivano con l’inzupparsi. E nei giorni di solleone (altrettanto frequenti rispetto a quelli bagnati) ad arrostirsi. Così Johnnie, con l’aiuto del vicesceriffo Curly Messer, era riuscito a recuperare una cabina di quelle chiuse, decidendo per soppramercato di installarla sotto l’ulteriore ombrello protettivo del chinaberry tree, lì dove si trova ancor oggi il suo esemplare più recente.

Questo perchè – bizzarrie così, soltanto in America! - per l’originale assoluto, quello di prima installazione, dovutamente restaurato, è stato trovato lo spazio degno di una celebrità all’interno della Camera di Commercio, al numero 105 della St. James Avenue, indirizzo che come forse tutti avranno già intuito, si trova anch’esso lungo la statale 98. 

Il ministro genro: "in brasile non solo ballerine"

Battisti, "Brasile aggredito dall'Italia"

 

Il ministro della Giustizia brasiliano durante un'audizione in senato: "Ci sono stati altri casi simili riguardanti ex terroristi italiani, ma solo questo ha avuto tanta ripercussione. Deve essere de-ideologizzato"


"Il Brasile è stato aggredito nella sua sovranità per alcune dichiarazioni delle autorità italiane": lo ha detto il ministro della giustizia brasiliano durante un'audizione congiunta alle commissioni esteri e diritti umani al Senato in Brasilia sul caso di Cesare Battisti.

In Brasile, ha proseguito Genro, ci sono stati altri casi simili riguardanti ex terroristi italiani, ma solo quello sull'ex membro dei Proletari armati per il comunismo ha avuto tanta ripercussione. "Da parte dell'Italia non c'era mai stato tanto interesse come nei confronti di questo caso", che - ha sottolineato Genro - deve essere "de-ideologizzato" e affrontato senza idee "preconcette".

Il ministro brasiliano inoltre ha dichiarato che "in Italia è stato tra l'altro detto che il Brasile è un paese di ballerine e non di giuristi. Noi abbiamo l'orgoglio di essere un paese di ballerine e anche di grandi giuristi", ha aggiunto Genro durante l'audizione in senato, che è seguita da numerosi giornalisti.
Riguardo i processi svolti in Italia contro Cesare Battisti secondo Genro non sono stati rispettati del tutto i "diritti alla difesa" e ha poi definito "legittima" la reazione dello Stato italiano contro le organizzazioni che cercavano di destabilizzare il paese negli anni '70, precisando però che anche in uno Stato di diritto esiste il germe dell'eccezione:

"Quando diciamo che l'eccezione convive, eventualmente, con il diritto non stiamo aggredendo lo stato di diritto in Italia", ha spiegato citando, come esempio, gli Usa dove c'è democrazia ma nella precedente amministrazione sono state dettate norme d'eccezione per ottenere "la confessione sotto tortura".

12/03/2009

Internet è sovergliato anche nelle democrazie"

giovedì 12 marzo 2009, 12:19

di Redazione


Dall'Arabia Saudita alla Birmania, dalla Cina alla Corea del Nord. Ecco i dodici nemici della rete, monitorati da Reporters sans frontières e denunciati per aver compiuto continui abusi reprimendo la libertà degli utenti. Occhi puntati anche su democrazie come l'Australia e la Corea del Sud 


I nemici della rete Dopo aver fatto un appello, con Amnesty International, per l'eliminazione della censura su Internet, Reporters sans frontières ha pubblicato oggi un rapporto sui "Nemici di internet" nel quale l'organizzazione analizza il fenomeno della censura che colpisce la rete in ben 22 Paesi. I dodici "nemici di internet" - Arabia Saudita, Birmania, Cina, Corea del Nord, Cuba, Egitto, Iran, Uzbekistan, Siria, Tunisia, Turkmenistan, Vietnam - hanno trasformato la rete in una sorta di intranet, impedendo in questo modo a tutti gli utenti di accedere alle informazioni considerate "indesiderate". "Tutti questi Paesi - denuncia Reporters sans frontières - si distinguono non soltanto per la loro capacità di censurare l'informazione on line, ma anche per la repressione quasi sistematica degli utenti considerati sovversivi".

I nuovi abusi Dieci governi, che Reporters sans frontières ha posto "sotto sorveglianza”, hanno adottato misure inquietanti suscettibili di aprire la via a nuovi abusi. L'organizzazione vuole per esempio attirare l'attenzione sull'Australia e la Corea del Sud, Paesi in cui misure recentemente adottate possono mettere a repentaglio la libertà di espressione su internet.

"Oggi la rete è sempre più controllata e nuove forme di censura e di manipolazione dell'informazione stanno emergendo - continua Reporters sans frontières - ommenti 'teleguidati' messi on line su siti internet molto consultati e strategie di pirateria informatica orchestrate dai governi più repressivi confondono l'informazione su Internet".

Attualmente, 69 cyberdissidenti sono in carcere per aver pubblicato sulla Rete informazioni non gradite dalle autorità. La Cina mantiene il suo triste record e rimane la più grande prigione al mondo per i cyberdissidenti, seguita dal Vietnam e dall'Iran.

Lanciò le scarpe a Bush: giornalista condannato a tre anni di carcere

Il trentenne Muntazer al-Zaidi rischiava fino a 15 anni
 

Il giornalista iracheno aveva inscenato la sua protesta contro il presidente Usa durante una conferenza stampa

 

BAGDAD - Il giornalista iracheno Montazer al-Zaid è stato condannato a 3 anni di carcere dal tribunale di Baghdad per il lancio delle sue scarpe contro l'ex presidente americano, George W. Bush, in occasione della sua ultima visita in Iraq. Nel corso del processo il giornalista della tv "al-Baghdadiya" si è proclamato innocente e il suo legale ne ha richiesto la scarcerazione.

COLPEVOLE DI VILIPENDIO - Il giudice del tribunale di Bagdad lo ha invece considerato colpevole di vilipendio a un capo di stato straniero in visita nel paese arabo. In base alla legge irachena, il giovane giornalista di Bagdad rischiava fino a 15 anni di carcere. Al-Zaidi aveva lanciato le sue scarpe contro Bush in occasione della sua visita a Bagdad del 14 dicembre scorso, diventando un vero e proprio eroe per i gruppi anti-americani e islamici del mondo arabo.

12 marzo 2009

Doccia ai piccoli Rom prima delle lezioni" La proposta di una scuola milanese

E' LA "RICCARDO MASSA"


Farà discutere il progetto promosso nella scuola pubblica "Riccardo Massa", nella periferia ovest di Milano, che prevede l’apertura dei bagni e delle docce delle palestre dell’Istituto alle sette del mattino per consentire agli alunni rom delle elementari e medie di lavarsi prima di entrare in classe

11 marzo 2009

Si chiama "Progetto Acqua e sapone" l’iniziativa, destinata a far discutere, promossa nella scuola pubblica "Riccardo Massa", nella periferia ovest di Milano, che prevede l’apertura dei bagni e delle docce delle palestre dell’Istituto alle sette del mattino per consentire agli alunni rom delle elementari e medie di lavarsi prima di entrare in classe.

"Ho sempre pensato che potesse essere la via migliore per l’integrazione di questi bambini all’interno del gruppo classe", ha detto in un’intervista la preside dell’Istituto Massa, Giovanna Foglia.
"D’altra parte - prosegue la preside - i bambini del campo arrivano a scuola veramente sporchi: loro si sentivano a disagio e gli altri condividevano il banco malvolentieri".

Foglia aggiunge che "tutti hanno aderito al progetto molto volentieri. Più di una volta mi sono trovata fuori dalla scuola parenti dei bambini che volevano usufruire del servizio "Acqua e sapone". Naturalmente ho spiegato loro che non potevano farlo".

Quanto ai bambini italiani, "le carenze di igiene in questo caso - prosegue la preside - per la mia esperienza, sono sempre il sintomo di un malessere profondo in famiglia".

"Non si tratta di una questione culturale ma di una sintomatologia di abbandono - aggiunge Foglia - In questi casi parlo con i genitori e se è il caso fanno intervenire i servizi sociali".

Sei gay", è giù pugni e calci al disabile Scatta la denuncia per i tre aggressori

VERGOGNA A PORDENONE


I tre hanno organizzato con precisione l’aggressione. ‘’Volevamo dare una lezione ai froci’’, hanno detto. Durante il pestaggio hanno anche ripetutamente apostrofato la vittima con frasi ingiuriose

PORDENONE, 12 MARZO 2009


"Volevamo dare una lezione ai froci". Con queste parole si sono giustificati i tre aggressori del 30enne, omosessuale, picchiato e offeso nelle settimane scorse a Pordenone. La notizia è trapelata alla fine dell'indagine, dopo che gli inquirenti hanno sentito numerosi testimoni e fatto scattare la denuncia, per violenza privata aggravata, contro tre persone: un 43enne e due giovani di 22 e 21 anni.
Vittima di una vero e proprio raid premeditato è stata il 30enne,seguito dai servizi sociali del Comune per una lieve disabilita’ psichica e mentale, e’ stato aggredito, a calci e pugni, dai tre persone che sono poi fuggite.

La Squadra Mobile della Questura e’ riuscita comunque a identificarle e le ha denunciate alla magistratura L’episodio e’ avvenuto in una piazza centrale di Pordenone nelle settimane scorse ma e’ stato reso noto oggi dalla Polizia, a conclusione delle indagini, durante le quali sono stati sentiti numerosi testimoni.

Secondo gli accertamenti della Polizia, i tre hanno agito organizzando con precisione l’aggressione. ‘’Volevamo dare una lezione ai froci’’, hanno detto i tre ai poliziotti nel corso degli interrogatori. Durante il pestaggio, hanno anche ripetutamente apostrofato la vittima con frasi ingiuriose.

Il compagno di Strada? E' il boia del Sudan

di Paolo Guzzant


giovedì 12 marzo 2009, 08:56


Toh, chi si rivede: Gino Strada, il politico amico di tutti i nemici dell’Occidente, degli Stati Uniti, di Israele e che traveste generosamente la sua attività politica facendo il medico con i soldi raccolti dalla sua Ong. Intendiamoci: lavora fortemente, è popolare e probabilmente, anzi certamente, è anche un bravo medico che aiuta molta gente. Ma ha il piccolo difetto di schierarsi sempre con i satrapi sanguinari e assassini – ieri Saddam e oggi Omar al Bashir del Sudan.

A Strada non piace il fatto che la Corte penale internazionale dell’Aia abbia emesso un mandato di cattura per il dittatore sudanese Bashir, accusato di crimini contro l’umanità. Non gli va giù. Se la corte avesse incriminato Israele, lui avrebbe trovato la sentenza esemplare. Se avesse messo sotto accusa Bush, avrebbe stappato volentieri una bottiglia di acqua minerale frizzante, ma che quel tribunale abbia accusato un vero criminale genocida, un uomo che ha dato mandato ai suoi uomini affinché compissero stragi efferate, a lui, bravo dottor Strada, non va giù.

E così ha deciso di condannare personalmente e con sentenza inappellabile la corte stessa, essendo un uomo modesto e dotato di senso delle proporzioni, condannando allo stesso tempo – e ti pareva – Bush e Olmert. Va detto che ha aggiunto, per buon peso anche i delitti russi in Cecenia sotto il governo Putin, ma ci vuole anche qui una bella faccia tosta a mettere questi tre leader nello stesso calderone lasciando fuori il genocida Bashir per il quale sta per aprire un ospedale a Nyala, capoluogo del Darfour meridionale, e sotto il cui governo gestisce il Centro cardiologico di «Emergency» a Khartum, la sua copertura buonista.

Emergency si avvale di contributi non statali che però stanno scemando a causa della crisi, ciò che ha provocato una serie di ristrettezze e di riduzione di piani che ha preoccupato Strada. Non ci sarebbe tutto sommato molto da ridire se un medico, per raggiungere il superiore scopo di curare i malati, nutrire i bambini e salvare persone condannate a morire, accettasse qualche compromesso anche con un governo tirannico e sanguinario come quello di Omar al Bashir. Ma Strada non ne fa una questione di diplomazia e di buon vicinato: lui è effettivamente pazzo di Bashir, dice che le accuse contro il dittatore fanno parte di un cupo complotto contro gli africani, i quali infatti Bashir se lo sognano di notte nei loro peggiori incubi.

Bashir d’altra parte è grato della mano ricevuta dal medico italiano e riconosce volentieri che lo stesso governo di Roma non ha infierito più di tanto, cioè per nulla, nei suoi confronti, ciò che permette di sviluppare buoni affari e tutelarne i titolari. Il Sudan ha in questi giorni messo alla porta una decina di organizzazioni non governative (ma nessuna italiana) perché avevano commesso l’imperdonabile imprudenza di ricevere gli investigatori del Tribunale internazionale e di aver raccontato quello che succedeva in Sudan.

Gino Strada no. Lui con gli investigatori inviati sotto l’egida del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, non ci parla e impedisce anche ai suoi aiutanti di parlare. Bocche rigorosamente cucite. Lui si fa i feriti suoi, i moribondi suoi, e non è particolarmente coinvolto per i morti, i torturati, gli imprigionati, i giustiziati, i massacrati dalle truppe speciali del suo ospite. Lui vede complotti e chiede che finalmente l’Aia mostri la mano ferma con i Paesi Occidentali e contro Israele che avrebbe dovuto seguitare a lasciar piovere missili da Gaza. Strada è fatto così.

Sta sempre dall’altra parte, mai una volta che lo trovassi dalla parte della giustizia, neppure quella internazionale, europea e sotto egida Onu. È del resto la star di tutte le trasmissioni di sinistra più classiche italiane dove è considerato un divo e un esempio. Vale la pena ricordare che Strada ha negato persino la legittimità formale della decisione del tribunale, visto che il tribunale stesso non è riconosciuto dal criminale condannato. È un concetto etico, questo, cui Strada è molto affezionato.

Quanta fretta di scusarsi

giovedì 12 marzo 2009, 07:00

di Redazione


Piano, calma. Frenate. Certo, il Tribunale della libertà ha detto che per lo stupro della Caffarella gli indizi a carico dei due romeni arrestati non sono sufficienti a tenerli in carcere. Ma non vi sembra un po’ presto per parlare di «scandalo», di «razzismo», di «risarcimenti da pagare», di «onore da ristabilire», di «immagine da restituire»? Piano, calma. Il Dna non corrisponde, ma oltre al Dna non tornano un’altra montagna di particolari. Al momento risultano innocenti della violenza, ma aspettiamo prima di cospargerci il capo di cenere e implorare il perdono di Loyos Isztoika e Karol Racz: in fondo, qualche cosuccia ce la devono spiegare.
 
Prendiamo Isztoika, il biondino. Abbiamo visto tutti il video della sua confessione, la glaciale indifferenza, i dettagli sconvolgenti: «Abbiamo deciso di rapinare quei due ragazzi, ma lei era bella e così abbiamo deciso di violentarla, per dispetto. Lei urlava e anche lui. Ma l’abbiamo picchiato e uno a turno lo teneva fermo mentre l’altro stuprava la ragazza. Gli dicevamo: guarda come deve fare un uomo con una donna. A vederli così spaventati ci prendevamo ancora più gusto».

Parole estorte? Non sembrava, ma questa è solo un’impressione e vale quel che vale. È più importante sapere che i poliziotti, i pm, il gip e il referto medico smentiscono che Loyos Isztoika sia stato sottoposto a violenza. E altrettanto importante è chiedersi come il biondino fosse a conoscenza di particolari che non erano di dominio pubblico o che, addirittura, al momento delle sue dichiarazioni non erano noti neppure agli inquirenti e sono stati verificati soltanto in seguito. Ecco, prima di chiedergli scusa, ci piacerebbe che svelasse questi misteri.
 
Quanto all’«immagine», vorremmo ricordare che Isztoika, 20 anni ancora da compiere, in Italia era stato arrestato tre volte in 14 giorni per i seguenti reati: rapina, lesioni personali, furto aggravato, ricettazione. Successivamente, era stato colpito da un decreto di espulsione da parte del prefetto di Roma che lo giudicava «incompatibile con la sicura e civile convivenza». Insomma, vedremo che ruolo ha avuto (se lo ha avuto) nel tremendo episodio della Caffarella. Ma diciamo che i gentiluomini generalmente esibiscono un altro curriculum.
 
Karol Racz, «faccia da pugile», ha già scontato quattro anni per furto in Romania. Ora resta in carcere perché è sospettato di un’altra violenza carnale, compiuta il 21 gennaio a Primavalle: la vittima dice di averlo riconosciuto. Ma «il pugile» si trova a Regina Coeli anzitutto perché indicato come complice dallo stesso Isztoika. Il quale ha pure rivelato alla polizia dove Racz si era rifugiato, lasciando Roma in gran fretta, proprio il giorno dopo lo stupro: in un campo rom di Livorno dove a nessuno sarebbe mai venuto in mente di cercarlo se il compare non avesse «cantato». Perché? Racz sostiene che Isztoika l’ha accusato e si è autoaccusato per proteggere due rom di cui ha un sacro terrore e che sarebbero i veri autori dello stupro.
 
Non sappiamo se le cose stiano così. Pensiamo però che, Dna o non Dna, i due amici romeni abbiano ancora tante cose da chiarire su questo delitto. E questa ci pare ragione sufficiente per esimerci dal profonderci nelle scuse che vengono richieste a gran voce da molti specchiati progressisti. A nostro sommesso modo di vedere, la vittima in questa vicenda, continua a essere la povera ragazzina di 14 anni brutalmente abusata. E il primo obbiettivo dovrebbe essere cercare di renderle giustizia. L’«onore» di qualcuno che, evidentemente, non ha detto tutto quel che sa sul crimine perpetrato nei suoi confronti, può aspettare.

Ps: avremmo scritto il medesimo articolo anche se i due protagonisti non fossero romeni, ma italiani. Vorremmo poter dire che anche chi in queste ore si percuote il petto con la prova del Dna naufragata avrebbe fatto lo stesso. Vorremmo. Ma il friulano Elvo Zornitta, scagionato dopo essere stato indicato per 5 anni come il famigerato Unabomber, sta ancora aspettando che qualche anima bella chieda di restituirgli l’immagine e l’onore.