martedì 10 marzo 2009

Si opera per ridurre il seno, ora è in guerra con il chirurgo

10 marzo 2009


Contrariamente a quanto si pensi non tutte le donne sognano di essere come Cristina Del Basso, la “maggiorata” del Grande Fratello che aveva una quarta e si è fatta aumentare il seno fino alla sesta risultando ora più simile a un fumetto che alla realtà. Capita e non di rado che l’eccessiva generosità di madre natura in fatto di seno possa provocare più ansie che gratificazioni. E sembrerà strano ai patiti del genere “maxi” ma ci sono donne troppo prosperose che pagherebbero non poco per essere meno appariscenti, più sinuose. Hanno problemi per vestirsi, muoversi, qualcuna persino le spalle ricurve per il peso. Cosa non farebbero per qualche taglia di meno.

Per una savonese quarantenne, mamma e libera professionista, il seno troppo grosso era diventato un’ossessione, un tormento. «A molti piace, a me proprio no» ripeteva alle amiche. Aveva una quinta che sul suo corpo esile risultava sproporzionata, esagerata. E così dopo anni di incertezze e titubanze, e a quanto pare pure di suppliche del marito contrarissimo all’intervento, a metà 2007 ha deciso di affidarsi alle magie di un chirurgo estetico di Milano indicatole da un’amica per sottoporsi ad una mastoplastica riduttiva: voleva ridurre il seno dalla quinta alla terza-quarta. Non troppo, «il giusto».


Non l’avesse mai fatto. L’intervento in una clinica dell’hinterland milanese si è rivelato un flop e ha innescato un calvario. La savonese non solo ne è uscita insoddisfatta ma si è addirittura dovuta sottoporre ad un secondo intervento, questa volta a Genova, per eliminare le tracce del primo (una fastidiosa cicatrice). E ora si ritrova con un seno a suo dire peggiorato ma con due operazioni sostenute e un segno sulla pelle che non vuole saperne di andarsene. Da qui la decisione di far causa sia al chirurgo che alla clinica e chiedere i danni. Ad entrambi ha chiesto 75 mila euro per l’errore materiale e le conseguenze psicologiche che questo ha provocato. Per procedere si è messa nelle mani di uno studio legale di Brescia specializzato proprio in errori medici.

«Con citazione notificata il 4/9/2007, la signora F. M. conveniva dinanzi al Tribunale di Milano il dott. P. e la clinica S. per sentirli condannare al risarcimento dei danni conseguiti ad un intervento chirurgico di mastoplastica riduttiva, effettuato dal dottor P. presso S., per correggere una malformazione congenita al seno; intervento male eseguito che aveva non solo lasciato inalterata la malformazione ma cagionato un ulteriore danno estetico, rendendo così necessaria una seconda operazione. Deduceva che il chirurgo, all’evidente scopo di evitare censure di carattere professionale, aveva modificato, nella cartella clinica, la diagnosi». Questo compare nella sintesi della causa civile attualmente in corso.

Il chirurgo si è costituito attraverso il proprio legale e ha contestato in toto le accuse difendendo il suo lavoro: «L’atto operatorio è stato corretto e con un notevole recupero estetico». Mentre la clinica lombarda ha rigettato qualsiasi responsabilità sostendo di avere solo prestato le prestazioni accessorie per l’assistenza e la cura necessaria allo svolgimento dell’intervento.Ora lo scontro è a una fase cruciale: il giudice milanese ha nominato un ctu per verificare l’effettivo danno e quantificarlo, nel caso. Il perito di parte (della savonese) nella sua consulenza ha parlato di “errore evidente e persino grossolano per un intervento semplice e presentato come di routine dal dottore”.

Tra l’altro oltre ai danni materiali ci sono i danni morali e biologici che la savonese reclama: per lo choc non riesce più a riposare e non accetta di non avere più i seni di prima.

Perché il Tibet fa ancora paura a Pechino

Pubblicato da Roberto Baldini Lun, 02/03/2009 - 12:05


Aba è una piccola città del Sichuan, la ragione della Cina nord occidentale devastata dal terremoto il 12 maggio 2008. Confina con il Tibet. O meglio confina con quella che secondo i cinesi è la Regione Autonoma del Tibet. Ma un tempo era Tibet anche quello, e del Tibet c'è rimasta la parte più importante: i tibetani. Come il  monaco che l'altro ieri ha cercato di darsi fuoco ed è stato abbattuto dalla polizia a pistolettate,  secondo decine di testimoni. Sventolava una bandiera del Tibet e un'immagine del Dalai Lama. Voleva immolarsi per protestare contro il divieto di pregare nel suo monastero, Kirti. Solo questo.

Ma la Cina, su tutto ciò che è Tibet, non sembra voler sentire ragioni. Continua con la sua tesi: il Dalai Lama è a capo di una cricca fomentata da stati Esteri che vuole sottrarre il Tibet ai cinesi. Ora, basta viaggiare in Tibet per renDersi conto che nessun tibetano pensante vorrebbe veramente che il Tibet fosse uno stato indipendente dalla Cina. "Non potremmo fare a meno di Pechino, la nostra economia crollerebbe" dicono in molti. E lo dice anche il Dalai Lama: una cosa è chiedere l'indipendenza , un'altra è rivendicare, come fa il leader spirituale tibetano, un' autonomia vera e non un'autonomia farsa come quella di oggi.

Ma tant'è. I dirigenti cinesi continuano a ripetere che il problema del Tibet riguarda ''la sovranita''' della Cina, anche se ''...e' spesso mascherato da problema etnico, religioso, ambientale o legato ai diritti umani''.

Lo ha scritto anche ieri il Quotidiano del Popolo, giornale del Partito Comunista Cinese (Pcc) in un editoriale che accusa non meglio precisati ''uomini politici'' stranieri di sfruttare la questione del Tibet per''...raggiungere il loro obiettivo di opprimere e contenere la Cina''.  Costoro, secondo il giornale, ''...pensano...che fissarsi su questa questione possa far spostare l'attenzione della loro opinione pubblica'', preoccupata dalla crisi economica. L' editoriale aggiunge che il leader tibetano di esilio, il Dalai lama, non e' che uno strumento di questi ''complotti''. 

Eppure, se Pechino accettasse un vero dialogo con il Dalai Lama, un compromesso si potrebbe raggiungere anche in tempi brevi, proprio perchè la stragrande maggioranza dei tibetani non mira  affatto all'indipendenza del Paese. Non potrebbero permetterselo. E lo sanno benissimo.  Perchè la Cina continua a fingere di non saperlo? Forse perchè, azzardanop in molti, alleggerire la mano in Tibet significherebbe essere costretti a farlo anche in tutte le altre regioni popolate da minoranze etniche non solo tibetane, ma anche musulmane o cristiane. Pechino teme che la richiesta di autonomia possa espandersi a macchia d'olio. Fino a raggiungere le stesse regioni cinesi. Fino a metter in dubbio la stessa autorità centrale. Oggi lo fanno solo i dissidenti. Domani, chissà...  

Tibet, il Dalai Lama accusa la Cina: «Centinaia di migliaia di morti»

il 50/mo anniversario della rivolta contro il regime
 

Il leader spirituale: «Campagne violente negli anni dell'occupazione. Serve un'autonomia legittima»

 

Dharamshala (India) - La Cina ha portato «l'inferno sulla terra» del tormentato Tibet. L'accusa arriva dal Dalai Lama, che punta il dito contro Pechino nel giorno in cui si compie il 50esimo anniversario della prima rivolta contro il regime. In un atteso messaggio diffuso attraverso la sua pagina web, il leader spirituale tibetano ha ripercorso la storia recente del Tibet e ripetuto la sua richiesta di «un'autonomia legittima e significativa per il Tibet» (e non dunque l'indipendenza della Cina). Poi l'accusa al governo di Pechino di aver causato la morte di «centinaia di migliaia» di suoi compatrioti.

«PAURA COSTANTE» - Il Dalai Lama ricorda che dopo l'occupazione il governo cinese ha portato a termine «una serie di campagne violente e repressive», imponendo anche la legge marziale e più recentemente programmi di «rieducazione» che hanno causato una «profonda sofferenza» nella popolazione tibetana, che vive «nella paura costante».

RISPOSTA - Non si è fatta attendere la reazione cinese. Pechino ha dichiarato di non voler commentare le «menzogne» del leader tibetano. «Il Tibet, con il governo cinese, ha goduto di profonde riforme» sostiene Pechino.

10 marzo 2009