lunedì 9 marzo 2009

Roma, sacerdote con trans: multato

lo prevede l'ordinanza anti prostituzione della capitale

Il religioso, un americano di 35 anni, trovato dalla polizia nel quartiere Aurelio. I due erano dentro un'auto


ROMA - Un sacerdote americano di 35 anni è stato sorpreso con un transessuale in una strada in periferia di Roma, nel quartiere Aurelio, ed è stato multato per atti osceni in base a quanto previsto dall'ordinanza anti prostituzione della capitale che prevede sanzioni anche per i clienti. Il religioso, arrivato nella capitale da qualche giorno per partecipare a un convegno, è stato sorpreso dagli agenti la notte tra sabato e domenica in una zona isolata mentre era in compagnia del trans dentro un'auto.

09 marzo 2009

Vigilessa di ferro, multa anche il figlio

IL RIGORE DELLA LEGGE

Il ragazzo sfrecciava davanti a lei, sullo scooter, con il casco slacciato. L'agente gli ha inflitto una contravvenzione da 165 euro

Mesagne (Lecce), 9 marzo 2009



E' così dedita a far applicare il codice della strada che non ha risparmiato nemmeno il figlio. Protagonista una vigilessa di 48 anni, di Mesagne, che, secondo quanto riportato oggi dal quotidiano Il Giornale, ha multato il figlio che sfrecciava sullo scooter con il casco slacciato. Il ragazzino dovrà sborsare una cifra per niente irrisoria: 165 euro.

La vigilessa del paesino di 28mila abitanti, che dista una decina di chilometri da Brindisi, è nota per il suo rigore. Nel 2008 del resto ha firmato la bellezza di 836 contravvenzioni. E a quanto pare non guarda in faccia a nessuno.

L'America? La scoprì il genovese Scotto...

di Luigi Mascheroni


lunedì 09 marzo 2009, 16:46


Il vero nome del navigatore che scoprì l'America? Pedro Scotto, un genovese sì, ma di origini scozzesi...

Forse solo attorno a Omero e William Shakespeare, fra gli "spiriti magni" dell'umanità, si è spettegolato così tanto come su Cristoforo Colombo. Del grande navigatore si è detto di tutto: che raggiunse l'America già nel 1485 in una missione segreta finanziata da Innocenzo VIII e Lorenzo de' Medici usando misteriose carte geografiche in possesso della Santa Sede; che fosse addirittura figlio illegittimo dello stesso Innocenzo VIII; che fosse un frate laico francescano; o un israelita che cercava nelle Indie una patria per gli ebrei iberici minacciati di espulsione (lo sostenne Simon Wiesenthal, il «cacciatore di nazisti»); che fosse legato ai templari dei quali sfruttò le segrete conoscenze scientifiche e astronomiche; che per giungere in America usò una mappa rubata dal fratello Bartolomeo in Portogallo dall'Archivio segreto del regno.

E soprattutto, si è detto che non fosse affatto figlio del genovese Domenico e di sua moglie Susanna Fontanarossa, genovese, e di umili origini, ma: provenzale, corso, galiziano, portoghese, greco, tedesco, piemontese, o figlio di un principe spagnolo (lo sostiene lo storico Manuel Rubio Borras, direttore della Biblioteca Universitaria di Barcellona negli anni Trenta)...

Oggi arriva l'«ultima» novità sul "caso Colombo": l'Ammiraglio del Mare Oceano in realtà di chiamava Pedro Scotto e apparteneva a una famiglia di maggiore prestigio sociale rispetto a quanto finora si è creduto. È la tesi sostenuta dal biografo spagnolo dello scopritore dell'America, lo storico Alfonso Ensenat de Villalonga, nel suo nuovo libro «Cristobal Colon. Origini, formazione e primi viaggi» (Edizioni Polifemo), in questi giorni più volte citato dai giornali iberici.

Nel volume lo storico riordina sistematicamente i risultati delle ricerche contenuti nelle sue precedenti opere «La vida de Cristoforo Colonne: una biografia documentata» e «Cristobal Colon historico: de corsario genoves a almirante de las Yndias» e sostiene che il navigatore appartenesse a una famiglia di commercianti, del lignaggio degli Scotto, discendenti dai Douglas di Scozia e associati all'albergo Colonne, che era un albergo genovese da cui lo scopritore delle Americhe avrebbe derivato il cognome.

E, altra tesi sostenuta dallo storico, l'ammiraglio non fu battezzato come Cristoforo, bensì come Pedro. Per di più, afferma lo storico, «i suoi coetanei lo descrivono con gli occhi chiari, le lentiggini e i capelli biondi, che divennero presto bianchi». Nulla a che vedere, dunque, con l'iconografia tradizionale che, secondo Ensenat de Villalonga, «era completamente inventata».

Lo storico afferma di aver raccolto questi dati mettendo a confronto testimonianze di suoi contemporanei, documenti degli archivi genovesi e delle biblioteche e delle accademie di storia spagnole. Tra l'altro ha citato le storie dei re cattolici scritte da Lucio Marineo Siculo in cui si parla di «Pedro Columbus» e non di Cristoforo. Una volta, però, il navigatore avrebbe lavorato per un Vincenzo Esposito, nome che poi adottò per non esporre troppo la sua famiglia.

Grillo si fa il suo partito: arrivano i candidati-sbirri

di Filippo Facci


Siamo fatti, finiti, morti. In un teatro fiorentino, ieri, Beppe Grillo ha lanciato le liste civiche che si candideranno per le amministrative di ben tredici Comuni italiani: e per noi della casta, noi pennivendoli, negare l’inarrestabile realtà dei fatti sarebbe oltremodo patetico.

Siamo morti che camminano, ce la stiamo raccontando, il presente e il futuro sono loro. A spazzarci via non è solo il vento dell’Ovest del solito e citatissimo neopresidente d’Oltreoceano, per quanto i suoi primi passi l’abbiano già fatto soprannominare George W. Obama: «Avevamo anticipato quel che sta facendo», ha detto seriamente Grillo. Macché. È l’abilità strategica del comico genovese che si sta rivelando un colpo di grazia per tutti noi.

Ieri, per esempio, ha finto che i grillini stipati nel teatro Saschall non fossero più di duemila (come un congresso del Psdi di Mimmo Magistro) per confonderci le idee rispetto alle folle oceaniche dei suoi V-day: e a tutti gli altri, milioni di persone, ha dato istruzione di sperdersi in sale giochi e strusci pomeridiani. Diabolico. Ed è con una ristrettissima élite che ha condiviso un messaggio politico inedito e rivelatore:

«Questo esecutivo», ha detto, «è un governo illegale, incostituzionale, eletto senza voti di preferenza, fatto di nani, ballerine, puttanieri e ruffiani». La novità è così sottile che quasi non la cogli: quel «ruffiani» non l’aveva mai detto. La svolta è dirompente, il popolo della rete impara in fretta. Figuratevi che ieri il suo pubblico sembrava composto dagli ubriachi di sempre, gente che si sganasciava solo alle parole «cazzo» e «culo»: questo per dar l’idea del mimetismo politico, della determinazione incessante con cui essi sanno fingersi gregge pur di fregarci. Ci stanno riuscendo: diabolico.

Anche il documento programmatico che ispirerà l’azione delle liste è roba da farci fare le valigie entro venti minuti, bastino alcuni estratti: «Ripubblicizzazione dell’acqua, espansione del verde urbano, contrasto all’edilizia speculativa, sviluppo delle fonti rinnovabili come fotovoltaico ed eolico, politica di rifiuti zero, trasporti non inquinanti, impianti di depurazione obbligatori, licenze edilizie col contagocce, favorire le produzioni locali».

Davvero astuto: riproporci il programma dei Verdi di Gianfranco Amendola dei tardi anni Ottanta con in più uno spolvero di ottimismo berlusconiano in tempi di crisi: «I partiti se ne sono andati, forse non ci sono mai stati, non si sa cosa siano, sono tutti finiti, i giornali chiudono, le televisioni chiudono, la pubblicità se ne va, l’automobile è morta, il digitale terrestre è nato morto». Grillo ha capito che di questi tempi la gente va incoraggiata: «Dobbiamo prepararci a una miseria a cui non siamo assolutamente abituati», ha detto alla folla festante, «ma che ci farà molto bene perché toglierà di mezzo tutti i bisogni inutili».

Il perfetto militante grillesco, non a caso, si è mosso con un anticipo generazionale: ha rinunciato da sempre non solo ai giornali, ma si è sforzato di non entrare praticamente mai in una libreria. E lo sforzo l’ha temprato: ora è un vietcong, un soldato che non possiamo battere. La purezza grillista, la sua ignoranza ortodossa in tema di libri, spiegava anche ieri il successo di Marco Travaglio. Mortificato da anni di confino nelle prime serate di Raidue, si è affacciato al teatro Saschall orfano di Antonio Di Pietro, che per le amministrative andrà per fatti propri: e anche qui, chi l’avrebbe mai detto.

Travaglio ha sottolineato come in Italia sia necessario «ripartire dalla Costituzione», e ha sostenuto che in tal senso i grillini che saranno eletti dovranno studiare molto: giusto anche questo, soprattutto considerando che l’anno scolastico volge al termine. Senza la terza media non ti prendono neanche più in consiglio comunale, ormai. Il linguaggio di Travaglio, more solito, ha ammaliato la folla con la forza di un sogno: «Gli eletti nei consigli comunali devono leggere le delibere, studiarne i dettagli e trovare notizie utili per la Corte dei Conti se c’è sperpero di denaro pubblico, o la magistratura ordinaria se ci sono invece sconfinamenti nel penale». Un carabiniere in ogni paese come diceva Almirante: con rispetto parlando.

Poi, in coda, l’ultima delle idee geniali: leggere al pubblico grillista alcuni articoli della Costituzione, perché nulla è più inedito dell’edito. Leggeva e leggeva tra gli applausi, Travaglio, e tale era la rettitudine degli ascoltatori che quasi sembrava ascoltassero quelle parole per la prima volta. Per questo siamo fatti. E non possiamo batterli. Neanche rilanciando le scuole serali.

Il cemento del no

di Mario Giordano

lunedì 09 marzo 2009, 07:00

Non vogliono le case, non vogliono il ponte, non vogliono le strade. Temono la «cementificazione», come dice il leader del Pd Franceschini, sguardo da iena dentro occhi da boyscout, che adesso ha scoperto il nuovo look del maglioncino. La cementificazione? Ma quale cementificazione? Da anni l’unico cemento che soffoca questo Paese è quello dei no: no alla Tav, no alle discariche, no alle centrali, no ai rigassificatori. No ai cantieri. No alle riforme. No al cambiamento. La cementificazione che fa davvero paura è quella delle idee, sono gli encefali a presa lenta, le meningi asfaltate. È questo il cemento che ha bloccato l’Italia. È questo il cemento da cui ci dobbiamo salvare.
Avete notato? Il governo non ha fatto in tempo ad annunciare l’esistenza di un piano per la casa e, ancor prima di conoscerlo nei dettagli, è partita la guerra del no. Alte grida. Lamenti. «Una sciagura che impoverisce il Paese», dice l’urbanista di sinistra. «Un delirio», dice l’architetto di sinistra. «Torna la speculazione anni ’60», sbraitano gli ambientalisti. E poi avanti: «deregulation selvaggia» (la deregulation si sa, è sempre selvaggia. O non è); «proposta indecente»; «casa delle libertà abusive»; «affari per i furbetti»; «condono mascherato»; «scempio», «messaggio devastante per il futuro». Naturalmente, per condire l’orrore, si scomodano Francesco Rosi, «Mani sulla città», Alberto Sordi palazzinaro con annessa locandina di film. Manca solo la copertina del manifesto con un grattacielo che spunta dentro il Colosseo, poi il quadro sarebbe completo. E, intanto, benvenuti nella nuova mansarda costruita al posto della Madonnina...
Assurdo? Macché. Le regioni rosse, tanto per dire, hanno già annunciato che non collaboreranno al rilancio dell’edilizia. Lo boicotteranno. E siccome il piano avrà bisogno, per una parte, dell’appoggio delle regioni, significherà che lo bloccheranno. La lezione di Soru in Sardegna, mandato a casa dagli elettori perché, fermando cantieri e turismo, aveva sclerotizzato l’isola e l’aveva condannata alla povertà, evidentemente non è servita. Così è, anche se non vi pare: c’è un’idea per dare lavoro ai disoccupati e slancio all’economia a costo zero. Ma sembra che non importi a nessuno. Perché non si discute nel merito? Perché non si cerca di migliorarla? Perché si cerca di stroncarla? Perché si parte subito lancia in resta parlando di «interessi illegali» e «scena del delitto», come fa il responsabile Ambiente del Pd Ermete Realacci? Siamo d’accordo o no che questo Paese è bloccato da troppi anni di «non fare»? Siamo d’accordo o no che farlo ripartire ora significa anche rispondere alla crisi? E dare lavoro a imprese e operai? Allora perché questa corsa al no per il no, questi toni apocalittici, questa cementificazione del parencefalo? E quanto dobbiamo aspettare perché Franceschini e Realacci si accorgano che queste posizioni assurde e conservatrici ci fanno perdere contatto con il mondo? Vent’anni, come per il nucleare?
Il Paese oggi si sta dividendo in due. Ma la vera divisione non è fra destra e sinistra, popolari o socialisti, laici o cattolici. La vera divisione è fra chi cerca di disegnare il futuro e, dentro la crisi, cerca soluzioni nuove. E chi rimane ancorato a un passato vecchio e indifendibile, e che mai come oggi appare letale. E per dimostrare che quest’ottusità è un cancro devastante che va oltre il limite dell’antiberlusconismo, basta guardare quello che sta succedendo alla Tod's. Il titolare, Diego Della Valle, che è sempre stato coccolato e riverito nei salotti della sinistra, ha deciso per il secondo anno consecutivo di concedere ai dipendenti un bonus di 1400 euro l’anno, 116 euro mensili. Voi capite: in un momento di crisi, mentre tutti pensano a tagliare e magari a mettere in cassa integrazione, c’è un’azienda che non solo non taglia e non mette in cassa integrazione, ma regala 116 euro mensili a ogni dipendente. Risultato? La Cgil protesta. Si oppone. S’indigna. Motivo: «Non siamo stati consultati». Ma vi sembra possibile? Vi sembra possibile che ci sia qualcuno che antepone, così sfacciatamente, l’antica ideologia all’interesse presente degli operai, le stanche liturgie sindacali agli effetti concreti di una buona decisione?

Dalle regioni rosse alla Cgil, da Epifani a Franceschini: quello che si sta rinsaldando è un nuovo e ottuso asse del no. Ma non dovevano essere riformisti? E che cosa si può riformare riducendosi a spuntoni archeologici, a reperti del mesozoico, a distributori di paure e pasdaran del rifiuto assoluto? Per andare verso il futuro l’Italia ha bisogno di fantasia, coraggio, soluzioni innovative. Ha bisogno di liberarsi dei più oscuri retaggi del passato. La gran parte del Paese è pronta. È pronta a lanciarsi. È pronta a trasformarsi. Che non si faccia sviare da quelli che la vogliono cementificare nell’immobilismo: sono i rappresentanti di un mondo destinato a scomparire. L’unica cosa che riescono a cambiare, in effetti, è il look: si mettono il maglioncino. Ma solo per non far vedere che sono rimasti in mutande.

Alitalia mette all'asta i suoi gioielli

DIPINTI E SCULTURE
 

Il commissario Fantozzi fa cassa: in vendita quadri comprati in passato per arredare uffici e sedi estere

ROMA - Stanno in un caveau blindato al piano sotterraneo del «quartier generale» alla Magliana. Un patrimonio che tra poche settimane finirà all'asta, come ha deciso il commissario liquidatore di Alitalia Augusto Fantozzi. Una collezione di quadri che comprende opere degli artisti più quotati del XX secolo, Salvador Dalì, Giorgio De Chirico, Giacomo Balla, il futurista Gino Severini al quale l'ex compagnia di bandiera commissionò direttamente opere da esporre nella sede parigina. In tutto circa duecento pezzi in passato sparsi nelle rappresentanze che l'aviolinea aveva in giro per il mondo e negli uffici dei top manager. Fantozzi li ha recuperati uno per uno e sigillati nel sotteraneo sorvegliato dai vigilantes, in attesa che le tre case d'asta che ha contattato gli forniscano il preventivo migliore per la procedura di vendita (una voce che comprende spese d'imballaggio, trasporto e assicurazione) e soprattutto una stima esatta.
«Il valore? Per adesso abbiamo solo una vaga idea - spiegano dagli uffici Alitalia-. Una cinquantina di pezzi sono considerati di pregio. Mentre dal resto ci aspettiamo ben poco». Per dare un'idea delle cifre in ballo, a giugno un dipinto di Severini intitolato «La Danseuse» è stato venduto da Sotheby per 21,4 milioni di euro, diventando così l'opera futurista più costosa mai venduta all'asta. I soldi incassati serviranno per saldare le centinaia di imprese dell'indotto e le liquidazioni dei dipendenti. Un ex dirigente Alitalia in pensione parla di collezione di «inestimabile valore. Ci sono pitture di Giuseppe Capogrossi, Renato Guttuso, Mario Sironi, Fortunato Depero, Ottone Rosai e Massimo Campigli, così come sculture di Giacomo Manzù e Mario Ceroli. Quadri acquistati a partire dagli anni Cinquanta quando la compagnia era il biglietto da visita dell'Italia e le pitture venivano esposte nelle sale d'aspetto e sui velivoli che attraversano l'Atlantico e il Pacifico».
In vendita anche terreni per 47 ettari - collocati dietro gli hangar di Fiumicino - su cui per ora non ci sono altro che erbacce e pozzanghere. Il valore è cospicuo: 120 milioni di euro che stanno nelle disponibilità di ciò che resta della vecchia Alitalia, diventata - a tre settimane dall'avvio delle attività della Cai di Colaninno - la «bad-company» alle prese con l'esercito di fornitori in attesa di fatture vecchie anche di 3 anni.
Alessandro Fulloni
09 marzo 2009

La guerra segreta all'Iran: gli Usa finanziano i terroristi?»

Martedì la prima puntata di «Vanguard International». Poi i servizi prodotti dalla community italiana

MILANO - Si intitola «La guerra segreta all'Iran» la prima puntata di Vanguard International, in onda martedì 10 marzo alle ore 23 su Current (canale 130 di Sky): una serie di inchieste investigative di ultima generazione su tematiche di grande attualità, prodotte dal network fondato da Al Gore.

REPORTAGE - Nel primo appuntamento, la giornalista Mariana Van Zeller ha realizzato un reportage tra le montagne al confine fra l'Iraq e l'Iran dove gruppi di opposizione finanziati dagli Usa e guerriglieri curdi si scontrano con militari e spie della Repubblica Islamica. È l'inizio della prossima guerra? Gli Stati Uniti stanno finanziando i terroristi? Davide Scalenghe rivolgerà queste domande agli ospiti presenti in studio: l'inviato Christian Elia (tra i fondatori di PeaceReporter), Fabrizio Tonello (docente di Scienza dell'opinione pubblica all'università di Padova e autore di diversi libri sul rapporto tra mass media e politica e sulla storia degli Stati Uniti contemporanei) e Sara Hejazi (trentenne iraniana, dottore di ricerca in antropologia culturale ed epistemologia e curatrice di un volume sul misticismo persiano e sulla presenza islamica a Torino).

INCHIESTE D'ITALIA - Mercoledì 11 marzo, sempre alle 23, è la volta della nuova serie d'inchieste prodotte dal pubblico italiano della community Current. Titolo della puntata: «Istruzioni per sbattezzarsi», inedita inchiesta sul nuovo fenomeno che sta prendendo piede in Italia, non senza reazioni del Vaticano.

09 marzo 2009

Gran Bretagna: è di un assaggiatore italiano la lingua più preziosa del mondo

«in 18 anni di esperienza sul campo ho imparato a riconoscere migliaia di gusti»
 

Gennaro Pelliccia, che assaggia caffè per la Costa Coffee ha assicurato la sua lingua per 10 milioni di sterline

 

Fabio Cavalera

LONDRA – Se le gambe di di David Beckham valgono 35 milioni di euro e la voce di Bruce Springsteen poco meno, Gennaro Pelliccia vanta il suo personalissimo record: ha la lingua più preziosa al mondo.

L’ha infatti assicurata ai Lloyds’s di Londra per la bellezza di 10 milioni di sterline. E non è un caso. Gennaro Pelliccia di professione fa l’assaggiatore per conto di una catena di caffè molto di moda nella capitale inglese, la Costa Coffee, e le sue cellule pare che siano straordinariamente efficaci nel distiguere i sapori più nascosti. «In diciotto anni di esperienza sul campo ho imparato a riconoscere migliaia di gusti».

Dunque, per lui, la bocca è diventata un tesoro da proteggere. Non si sa mai, una tazzina bollente può procurare dolori e danni irreparabili. Non è il primo «professionista della lingua», Gennaro Pelliccia, a “coprirsi” coi Lloyd’s. Alla compagnia era già ricorso, nel 1993, un critico di cucina, Egon Ronay. Ma si era fermato a sole 250 mila sterline. La sua spiegazione era stata un capolavoro: «La mia lingua vale come le mani di uno scultore». Difficile dargli torto.

09 marzo 2009

Indagine dei Nas sui medici di famiglia

09 marzo 2009| Vincenzo Galiano


Medici di famiglia nel mirino dei carabinieri del Nucleo antisofisticazioni (Nas). Il reato ipotizzato è quello di truffa, a carico di qualche medico sospettato di avere sollecitato o richiesto apertamente un compenso aggiuntivo, fuori sacco, quindi in nero, ai propri pazienti per visite a domicilio che dovrebbero, invece, essere assolutamente gratuite.


Decine di persone, soprattutto anziani, sarebbero già state ascoltate dagli investigatori dei Nas per capire se il comportamento dei loro medici di famiglia sia stato corretto sul piano fiscale e rispettoso delle norme in materia.

«La visita a domicilio è un obbligo preciso per il quale siamo pagati dallo Stato nell’ambito della convenzione con la Asl», puntualizza Angelo Canepa, segretario provinciale Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale). Ancor più chiaramente: «Quando il paziente non è trasportabile o non può venire in studio, magari perché ha 39 di febbre, il medico ha il dovere di effettuare la visita a domicilio. Nulla è dovuto da parte del paziente».

Già, ma le mance ai medici sono un dato di fatto, un’abitudine consolidata. Episodi non sempre archiviabili come situazioni solo deontologicamente censurabili. In qualche caso, la richiesta dell’ “obolo” sarebbe partita in maniera più o meno indiretta dai medici stessi. Magari sotto forma di un comportamento recalcitrante alle visite domiciliari di quei pazienti che si fossero mostrati poco “generosi” in precedenti occasioni. Denunce e segnalazioni, piuttosto circostanziate, sono pervenute in passato alle forze dell’ordine.

Il problema, evidentemente, ha assunto dimensioni tali che, alcune settimane fa, dopo un esposto presentato ai carabinieri dei Nas, è scattata l’indagine a campione sui 650 medici di famiglia di Genova e provincia convenzionati con la Asl 3.
 
I militari del Nucleo antisofisticazioni (diretti da Angelo Melpignano) hanno contattato, convocato negli uffici di via Orti Sauli e raccolto le deposizioni di un buon numero di pazienti, preferibilmente pensionati over 65, quelli teoricamente più esposti alle richieste di “parcelle” non dovute di importi che vanno dai 10 ai 20 euro.

L’indagine ha subito un rallentamento di fronte alla ritrosia di parecchi assistiti a rivelare comportamenti non proprio limpidi dei propri medici e dei quali, in un certo senso, si sarebbero resi “complici” pagando compensi ingiustificati.

Lo stesso rappresentante dei medici di famiglia, Angelo Canepa, sottolinea quanto sia scivolosa la questione: «Non c’è dubbio - dice - che se un medico chiede di essere pagato, non importa quanto, per il fatto di aver visitato a casa un proprio assistito, deve essere denunciato per truffa e sottoposto a provvedimento disciplinare da parte dell’Ordine professionale.

Diverso è il caso in cui il paziente, dopo la visita, infila nel taschino del collega una banconota a titolo di regalo e magari insiste nonostante il diniego del medico, che alla fine accetta. Be’, francamente questo non mi pare argomento da collegio di disciplina. In fondo, parliamo di piccole mance, piccole regalìe: nulla di scandaloso. Piuttosto un malcostume, neppure tanto diffuso».

Proteste in Tibet, 109 monaci arrestati

i religiosi celebravano il capodanno tibetano il 25 febbraio
 

Due giornalisti italiani fermati dalla polizia e rilasciati dopo 3 ore. Hu Jintao: «Muraglia contro separatismo»

 

PECHINO - Più di cento monaci del monastero tibetano di An Tuo, nella provincia cinese di Qinghai, sono stati arrestati dopo una manifestazione tenuta in occasione del capodanno tibetano, celebrato il 25 febbraio , mentre il presidente cinese Hu Jintao ha esortato i funzionari tibetani a erigere una nuova «Grande muraglia contro il separatismo». Gli arresti sono stati 109 sui circa 300 monaci che vivono abitualmente nel monastero. I monaci di An Tuo hanno spiegato che martedì, cinquantesimo anniversario della rivolta tibetana conclusa con la fuga in India del Dalai Lama, potrebbero verificarsi altre manifestazioni.


PROTESTE - Lunedì nella contea di Guoluo, sempre nel Qinghai, due auto della polizia forestale sono state colpite da due rudimentali bombe. Le esplosioni sono avvenute dopo che i residenti si sono riuniti alla stazione di polizia per manifestare a favore del conducente di un furgone per legname che è stato fermato domenica a un posto di blocco della polizia, ha spiegato l'agenzia di stampa Nuova Cina. I movimenti indipendentisti tibetani in esilio in India hanno annunciato che si preparano a compiere «manifestazioni spettacolari» per commemorare l'anniversario del 10 marzo 1959. Il Dalai Lama ha invece invitato i fedeli a non alzare troppo la voce e di accontentarsi delle cerimonie e delle preghiere in programma. La Cina ha reso noto di aver inviato altre truppe in Tibet per «proteggere la stabilità della regione di frontiera».

ARRESTATI DUE GIORNALISTI ITALIANI

La notizia degli arresti monaci è stata riferita da alcuni religiosi a due giornalisti italiani, corrispondenti di Ansa (Beniamino Natale) e Sky Tg24 (Gabriele Barbati). I due reporter subito dopo sono stati fermati dalla polizia per tre ore e poi rilasciati. Barbati ha ribadito che lui e il collega non avevano violato alcuna legge cinese: «All'inizio hanno cercato di spaventarci», ha raccontato il giornalista, «ma la nostra preoccupazione era soprattutto per il nostro autista. Ai locali la polizia riserva infatti sempre un trattamento diverso rispetto agli stranieri. Per fortuna alla fine hanno rilasciato anche lui». La polizia non ha dato spiegazioni sulle ragioni del fermo.

«MURAGLIA CONTRO SEPARATISMO» - Il presidente cinese Hu Jintao ha fatto appello ai dirigenti del Tibet a formare una «Grande muraglia» contro il separatismo tibetano. «Dobbiamo costruire una Grande muraglia nella nostra lotta contro il separatismo e salvaguardare l'unità della madre patria», ha detto Jintao citato dalla tv di Stato cinese. «Il Tibet deve mettere in opera pienamente gli obiettivi dello sviluppo e della stabilità e assicurare che l'economia si sviluppi rapidamente e che la sicurezza dello Stato e della società restino stabili», ha aggiunto il capo dello Stato incontrando i delegati tibetani presenti a Pechino per la sessione plenaria annuale del Parlamento cinese.

REPRESSIONE - La repressione cinese in Tibet ha raggiunto i livelli toccati nel decennio della Rivoluzione culturale (1966-1976). Lo denuncia un rapporto dell'International Campaign for Tibet (Ict), diffuso alla vigilia del 50° anniversario della rivolta tibetana. Il rapporto comprende una lista di 600 prigionieri politici arrestati nel corso dell'ultimo anno dopo le proteste del marzo 2008.

Il documento cita oltre 130 pacifiche proteste condotte in Tibet nel corso dell'ultimo anno e denuncia l'arresto di centinaia di monaci dei monasteri di Sera, Drepung e Ganden, chiusi dalle autorità. Sono inoltre circa 1.200 i tibetani scomparsi nel corso di quest'anno. Le forze di sicurezza hanno sparato il 26 febbraio a un monaco che si era dato fuoco e il 1° marzo un centinaio di monaci ha protestato contro il divieto di pregare nel loro monastero.

FINI - Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, durante la conferenza stampa con il premio Nobel per la pace Martti Ahtisaari a Montecitorio, ha affermato che «è un dovere esprimere piena solidarietà al popolo tibetano e riconoscere l'autorità morale e politica del Dalai Lama, oltre a invitare la Cina a una politica più rispettosa dei diritti umani».

09 marzo 2009

La fine del carceriere Santos, da Abu Ghraib a Kabul

La storia Condannato per la vicenda della prigione irachena, era ripartito come contractor per una società privata
 

Era uno dei militari Usa che torturavano con il cane. È morto in un'unità cinofila antimine

 

Non è facile capire i motivi che spingono gli individui a partire volontari per la guerra. L'amore per il rischio? Il bisogno di uscire dalla routine? I guadagni facili da mercenari? Una necessità interiore di adempiere a qualche missione suprema? In Santos Cardona c'era probabilmente mischiato un po' di tutto questo, compresa la necessità molto concreta di assicurare un futuro a Keelyn, la figlia di 9 anni.

Non è strano: tanti americani oggi guardano all'esercito e ai lavori per le sue società di contractor come all'ultimo rifugio e un salario sicuro nella catastrofe della crisi economica. Parliamo di lui perché il 28 febbraio è morto in Afghanistan, schiacciato sull'autoblindo di una compagnia di contractor privati americani che lo trasportava e da cui era sceso assieme a un cane addestrato nell'individuazione delle mine sulla strada.

L'esplosione, fortissima, ha spezzato in due l'automezzo. Per Cardona non c'è stato nulla da fare, è spirato ben prima che arrivassero le unità paramediche. Ma la sua storia va ben oltre la vicenda tragica dell'ennesima vittima alleata nel Paese dei Talebani. Poiché Cardona, o meglio la sua fotografia diffusa in tutto il mondo nella primavera del 2004 con lui che tiene al guinzaglio Duco, il suo terrificante Pastore Belga, mentre azzanna i prigionieri iracheni nel famigerato carcere di Abu Ghraib, divenne subito tra i simboli più pregnanti della vergogna americana nell'avventura irachena.
Cardona allora aveva trent' anni, era sergente inquadrato nel 320esimo battaglione della polizia militare Usa.

Appassionato addestratore di cani, nell' autunno del 2003 era stato aggiunto alle unità cinofile incaricate di fare la guardia ai prigionieri di Abu Ghraib. Nel rapporto del generale Antonio Taguba, capo dell'unità militare inquisitrice, Cardona viene indicato come pienamente partecipe delle torture, violenze sessuali più o meno esplicite e atti sadici compiuti ai danni dei carcerati.
Rischiava sino a vent'anni di cella. E gli andò di lusso. Il primo giugno 2006 il tribunale militare lo riconobbe colpevole di «abusi ai danni dei detenuti e gravi mancanze nei suoi doveri di soldato». Pure, le pene furono tutto sommato minori: 90 giorni di lavori forzati, la degradazione e una multa di 7.200 dollari da trattenersi a rate sulla sua paga. E lui, su diretto suggerimento del suo avvocato, non ricorse mai in appello.

La vicenda sarebbe stata dimenticata se Cardona non avesse scelto di tornare in zone di guerra. Anzi, nella guerra più attuale per antonomasia, nell'Afghanistan sempre più violento e destabilizzato, il fulcro dell'attenzione per la nuova amministrazione Obama.

«Perché mai Cardona è tornato in guerra?», si chiedono gli americani. Per il Washington Post la risposta stava già nel titolo dell'articolo che annunciava la sua fine e riportava il pianto della vedova: «Il poliziotto di Abu Ghraib morto in Afghanistan alla ricerca della redenzione». Davvero redenzione? Forse occorre che il titolista si vada a vedere l'universo dell'umanità variegata che da sempre cresce all'ombra delle guerre. Il New Yorker è critico: «Vorremmo sapere dove ci condurrà l'idea per cui la strada della redenzione in Iraq passa per l'Afghanistan».

Lorenzo Cremonesi
09 marzo 2009

Vandali alla Loggia dei Lanzi Danni al Ratto di Polissena

È un frammento staccato dalla mano sinistra della figura giacente e altre due dita della stessa mano presentano evidenti integrazioni


Danneggiata la statua di Pio Fedi raffigurante il Ratto di Polissena collocata nella Loggia dei Lanzi in Piazza Signoria. La notizia è stata riportata stamani dalla Nazione e la soprintendente per il Polo museale fiorentino ha dichiarato, in una nota, che alle 8 di sabato scorso un incaricato della sorveglianza diurna alla Loggia dei Lanzi ha consegnato al funzionario della Galleria degli Uffizi Angelo Tartuferi la falange di un dito rinvenuto poco prima nelle vicinanze della scultura.

STACCATO FRAMMENTO DELLA MANO - È un frammento staccato dalla mano sinistra della figura giacente e altre due dita della stessa mano presentano evidenti integrazioni (una in particolare in una situazione di precarietà), ma non il pezzo rinvenuto, sul quale non è riscontrabile alcuna presenza di colle da precedenti interventi. È stata pertanto interessata la ditta specializzata che ha condotto il restauro della scultura nel 2002, e che, visionati il reperto e la scultura, interverrà immediatamente con la reintegrazione del frammento. Il danno è stato denunciato ai carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Firenze. È in corso una verifica interna tra i responsabili di questa Soprintendenza e gli addetti delle ditte per la sorveglianza diurna e notturna, entrambe private.

09 marzo 2009

Donne, ma quale festa?

Mentre la parità è ancora lontana, oggi si celebra il rito consumistico tra mimose, cene tra amiche e spogliarelli

Ma che c'avremo da festeggiare noi donne? Tutto il giorno a lavorare, spesso il doppio degli uomini per far capire al capo (uomo) che non siamo delle minus habens. E una volta tornate a casa di stendersi sul divano almeno 5 minuti non se ne parla. Varcata la soglia del «focolare domestico» inizia il doppio lavoro per nulla remunerato e assai faticoso. Elmetto in testa e spray urticante in mano, poi, quando usciamo per strada. Che la violenza, lo stalking, sono sempre dietro l'angolo. I carnefici agli arresti domiciliari o, peggio, liberi. Le vittime con la vita distrutta.

Ci dite cosa ce ne facciamo di tutte queste mimose (che puzzano pure) che ci vengono offerte dall'altra metà del mondo il giorno dell'8 marzo? A maggior ragione ora che ci vengono a dire che dobbiamo lavorare sino a 65 anni, senza tener conto che la giornata delle donne dura ben più di 24 ore... Dovremmo fare un manifesto, allora, delle parole del ministro della Gioventù, Giorgia Meloni (vedi l'intervento qui accanto) che la festa della donna vuol sostituire con la più moderna e sensata «festa del merito e della solidarietà tra uomini e donne». Allora addio mimose, scegliamoci pure un altro fiore magari meno «invadente» in quanto a profumo. E tra una cena con le amiche e uno spogliarello maschile (ahimé), come dice ancora la Meloni: evitiamo di «cadere nella trappola di omologarci agli uomini» sulla strada dell'emancipazione.

Siamo troppo poche nei posti che contano, è vero. E l'ha sottolineato anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ieri al Quirinale in occasione della celebrazione dell'8 marzo che ha visto, tra l'altro un cambio della guardia tutto al femminile. La violenza sessuale contro le donne è un'infamia. A prescindere da quale sia la nazionalità del carnefice o della vittima. E la lotta per difendere i diritti dell'universo femminile va combattuta nel rispetto della Costituzione. Così ha parlato il Capo dello Stato aggiungendo che è grazie alla Costituzione che «i valori più preziosi per le donne» come l'emancipazione, la libertà, l'uguaglianza e il pieno riconoscimento dei meriti sono diventati principi e poi diritti.

È vero, ammette Napolitano, che si stanno facendo «passi in avanti nel reagire ad ogni sorta di violenza contro le donne e ad ogni sorta di pratica lesiva della loro dignità», le donne, comunque, sottolinea il Presidente, non sono solo vittime di violenze, stupri, molestie e vessazioni, ma anche di disparità di trattamento sul lavoro e da un punto di vista salariale. E in un momento come questo della crisi finanziaria ed economica, «che dà segni piuttosto di ulteriore aggravamento che non di allentamento», «non possiamo non chiederci quanto rischi di essere particolarmente colpito il lavoro femminile: tema sul quale ancora non si vede concentrarsi abbastanza l'attenzione, la riflessione e l'impegno».

Non vogliamo pensare, però, nel prossimo futuro, di leggere dati statistici a conferma del fatto che se c'è da tagliare, le prime a saltare possano essere le donne. Sul fronte violenza, intanto, che sta diventando negli ultimi tempi, caldissimo, soprattutto nelle grandi città, quest'anno la Giornata internazionale della donna Unicef si occupa proprio del problema che «disonora il mondo: ogni giorno le donne e le ragazze affrontano violenze domestiche, sfruttamento e abuso sessuale, la tratta di esseri umani», dice il direttore generale dell'agenzia Onu Ann M. Veneman che aggiunge: «questi crimini restano impuniti». Lasciateci dire che la vera mimosa, da parte dell'universo maschile, sarebbe quella di sotterrare l'ascia di guerra e smettere di usare ogni tipo di violenza nei riguardi delle donne.

Katia Perrini

08/03/2009

Donna vampiro' sepolta con un mattone in bocca

SCOPERTA A VENEZIA

Lo scheletro è stato rinvenuto in una fossa comune di morti per peste nel 1600. Era credenza popolare che il morbo fosse diffuso dai 'non morti'

Venezia, 8 marzo 2009

Il teschio di una donna con un mattone in bocca, risalente al XVII secolo, è stato ritrovato a Venezia. Secondo gli studiosi il fatto che nella bocca della donna fosse stato inserito un mattone fa pensare che all’epoca fosse considerata una donna- vampiro. Ai vampiri, secondo la credenza popolare, veniva anche attribuita la responsabilità della diffusione della peste.

La salma della donna, secondo gli studiosi, sarebbe stata trovata dai becchini dell’epoca non decomposta ma con delle particolari carattaristiche, come ventre gonfio e fuoriscite di sangue dalla bocca e dal naso, trasformazioni che il corpo subisce durante il processo di decomposizione ma che per i veneziani dell’epoca significava tuttaltro: la donna era una vampira, si nutriva del sangue altrui e diffondeva la peste. Proprio per evitare ciò nella bocca della donna, che morì di peste, venne inserito un mattone.

L'europalestra di lusso diventa un caso

Cinque milioni per il fitness dei deputati. «Troppi» per gli inglesi. La difesa: riduce le assenze



BRUXELLES — Nella proposta approvata il 27 ottobre 2005, la missione era già spiegata: «Il Parlamento europeo rimarca l'importanza dell'esercizio quotidiano per la salute dei parlamentari e del loro staff». Promessa quasi mantenuta, missione quasi eseguita. Con piscina, acquagym e aerobica, saune, estetiste, solarium, salette di «stretching»: tutto dentro il Parlamento, per i deputati, deputate, segretarie, stagiste e collaboratori vari (lo «staff», appunto) che ogni giorno affollano il palazzone di Bruxelles intitolato a Spaak e Spinelli, i vati dell'Europa.

Per tutti, nascerà presto un centro fitness più grande e moderno di quello, il «Bladerunner », che già vi esiste dagli anni '90. La proposta partita nel 2005 ha incontrato qualche intoppo, nei mesi scorsi: per esempio, la Commissione Bilancio ha bocciato l'ultimo preventivo che veleggiava verso i 5 milioni. Ma ora, la carica è ripartita e il preventivo pure: per i maligni, l'«euro-fitness» sfiora già i 9 milioni (5,6 per la nuova piscina, 2,3 per rifare la palestra, 1,3 per consulenze varie); per gli altri, non supera i 4; per altri ancora, «non costa nulla: i costi verranno divisi fra la Commissione Europea, il gestore dell'impianto e gli iscritti al club».

Alcuni deputati inglesi — il conservatore Richard Ashworth, o il socialista Richard Corbett — gridano allo scandalo: «Con la recessione, mentre la gente tira la cinghia...». Il deputato belga Frank Vanhecke si chiede in un'interrogazione: «Come giustifica la Commissione simili spese alla luce delle attuali ristrettezze economiche, che impongono ai cittadini comuni la necessità di risparmiare?». Gli irlandesi di «Libertas», euro- scettici che contano di entrare al Parlamento con le prossime elezioni, chiedono agli elettori di «decidere se questi grassi gattoni devono restare in quei seggi».

Da Bruxelles, si risponde che il tuffo in piscina non sarà comunque gratis, e se ne potranno giovare i dipendenti di altre istituzioni Ue. A difendere l'euro-fitness c'è poi il vicepresidente del Parlamento incaricato di vegliare sulla gestione delle proprietà, un francese dei Verdi che si chiama Gerard Onesta: «Forse — ha dichiarato agli irriverenti giornali inglesi — l'acqua-gym ci consentirà dei risparmi: potrebbe tagliare l'assenteismo del 30%».

Monica Frassoni, presidente del gruppo dei Verdi-Ale, puntualizza con un sorriso: «È sacrosanta la decisione di rifare il vecchio centro-benessere, il problema è casomai di non utilizzare soldi del Parlamento per un'attività che viene pagata dai membri del club e dalla ditta incaricata. Certo fare polemiche è sempre facile... Ma Onesta è bravissimo e lo ha dimostrato anche quando tirò fuori la questione dei fondi neri della città di Strasburgo. E per tornare alla palestra, non lo dicono tutti gli studi?

Chi fa sport, risparmia sulle medicine». Secondo i documenti ufficiali, l'attuale centro sportivo è di 1.470 metri quadri ma verrà portato a 2.150, con un incremento «perfettamente ragionevole alla luce del massiccio aumento delle persone che lavorano nel Parlamento e dei nuovi doveri assegnati all'istituzione ». Infatti, «il numero dei potenziali utenti è aumentato del 133%». Le nuove strutture si giustificano con la necessità di garantire «il miglioramento della qualità della vita», le cure mediche e anche il soddisfacimento dei «bisogni di relax». All'ingresso del nuovo centro saranno «raggruppate le aree salute e bellezza: fisioterapia, estetiste, osteopati, solarium, saune ». Poi «la grande sala della palestra» e un'«importante area stretching», per rilassarsi meglio.

Luigi Offeddu
09 marzo 2009