domenica 8 marzo 2009

Io, l’idraulico del corpo, sento il rischio tumore"

di Stefano Lorenzetto


domenica 08 marzo 2009, 07:00


Difficile comprendere uno scienziato che ha inventato la semeiotica biofisica quantistica e che si muove con disinvoltura fra perimetri euclidei e dimensioni frattaliche. Perciò dovete immaginare un idraulico che tiene l’orecchio appoggiato al muro, picchia col martello sulla parete, ascolta i rumori provenienti dalle condutture e in pochi minuti vi dice se la casa si allagherà o, peggio ancora, se è destinata a crollarvi addosso.

L’idraulico è Sergio Stagnaro, medico di 77 anni specializzato in malattie dell’apparato digerente, del sangue e del metabolismo che in oltre mezzo secolo di professione, prima all’ospedale San Martino di Genova e poi nel suo ambulatorio di Riva Trigoso, dove abita, ha visitato non meno di 100.000 pazienti; il muro è la vostra cute; il martello è il dito medio che il dottore batte con delicatezza sui visceri; l’orecchio è il vecchio stetoscopio appoggiato sulla pancia per captare i suoni provocati dai ripetuti colpetti e soprattutto la durata delle pause fra un’onda sonora e l’altra; la casa è il corpo umano.

Con questo semplice, ma in realtà complicatissimo, esame di pochi minuti, l’idraulico Stagnaro è in grado di dirvi se la casa che provvisoriamente ospita le vostre gioie e i vostri dolori ha una costituzione diabetica, dislipidemica, ipertensiva, arteriosclerotica, reumatica, osteoporotica, glaucomatosa, quali sono le malattie che potrebbero abitarla in futuro e quali vi si sono già insediate. Ma forse il merito principale della sua scoperta è quello d’essere riuscito a stabilire se la casa è stata costruita su un terreno oncologico oppure no e qual è il reale rischio oncologico congenito per le singole stanze: polmone, stomaco, colon, cervello, rene, fegato, pancreas, vescica e così via. Un test che egli sostiene di poter eseguire persino sui neonati.

Il come c’è arrivato rappresenta la parte più difficile del discorso. «In Italia non c’è nessuno che capisca qualcosa di ciò che dico», si fa poche illusioni lo scienziato-medico-idraulico, chiudendo rassegnato le 505 pagine del suo tomo Il terreno oncologico, «tanto che un mio cugino, che pure ha studiato parecchio, un giorno mi ha rimproverato: “Sergio, tu sei tanto avanti che per vedere nel tuo futuro dovresti girarti all’indietro”».

Non che all’estero lo capiscano di più. Ma, perlomeno, hanno fiutato il valore dell’uomo: la prestigiosa rivista Nature ha riconosciuto la validità del concetto di terreno oncologico; il medico ligure s’è visto pubblicare i suoi lavori dal British Medical Journal e negli Anni 90 è stato accolto nell’American association for the advancement of science e nella New York academy of sciences («però sono uscito da entrambe quando ho capito che non erano interessate a diffondere la semeiotica biofisica quantistica»).
   
Eppure non è che il dottor Stagnaro sia andato poi così avanti, anzi non ha fatto altro che concentrarsi sulle arti antiche del buon medico: l’anamnesi, cioè la raccolta di informazioni circa le malattie sofferte dal paziente e dai suoi parenti, e l’esame obiettivo, fatto di ispezione, palpazione, percussione, ascoltazione e di quella che lui chiama percussione ascoltata, alla lettera auscultata, dal momento che viene eseguita con l’aiuto dello stetoscopio. In mezzo, una sessantina di gesti sapienti delle mani, per lo più pizzicotti e pressioni, ribattezzati con formule pittoresche - manovra di Restano, manovra di Massucco, segno di Daneri, segno di Domenichini - mutuate dai cognomi di amici e pazienti.
Stagnaro è diventato medico per caso.

S’era iscritto a ingegneria nell’Università di Genova ma, come sarebbe capitato di lì a qualche anno al povero Luigi Tenco, alla prima lezione incappò nel professor Eugenio Giuseppe Togliatti, fratello di Palmiro, il segretario del Pci. Benché allevato da una balia che di soprannome faceva Lenin, uscì subito dall’aula e infilò la porta di fronte: facoltà di medicina. Una volta laureato, si attrezzò un laboratorio privato: «I miei colleghi andavano a occhio. Come adesso. Un po’ meno di adesso». Osservava e curava, curava e osservava. «Assistevo ai parti. Ingessavo fratture. Suturavo ferite. Mi sono persino trovato, io che all’inizio avevo orrore per il sangue, a riattaccare un orecchio a un bimbo di 5 anni. Allora mica esisteva il pronto soccorso».

Centomila pazienti sono proprio tanti. «Però a me interessa il singolo. Ogni paziente è un caso a sé, un universo a sé. Una rivista scientifica ha scritto che tre caffè al giorno prevengono il cancro del pancreas. Che m’importa se ho davanti un individuo che, quando beve il caffè, si comporta in modo diverso da tutti gli altri pazienti che ci sono stati e che ci saranno? Poniamo di arruolare 1.532 persone, senza sapere che buona parte di esse sono prive di terreno oncologico o non presentano reale rischio oncologico al polmone, e diamo loro due pacchetti di sigarette al giorno: la maggioranza non si ammalerà di tumore. Perciò dovremmo concludere che il fumo del tabacco previene il cancro del polmone. Capisce a che barbarie conduce il distacco del medico dal malato e la disumanizzazione della medicina?».

Capisco.
«Il progresso tecnologico ha portato con sé il terrorismo psicologico iatrogeno, quello provocato dai medici. Siamo al Medioevo della medicina. Oggi i miei colleghi se la cavano prescrivendo esami del sangue, ecografie, Tac, risonanze magnetiche. Ma il laboratorio e il dipartimento delle immagini non potranno mai informarci sulle istanze esistenziali di un soggetto in cui l’ipertensione è provocata dall’ansia per il comportamento di un figlio, da un rapporto coniugale difficile, da un posto di lavoro a rischio. La semeiotica biofisica quantistica invece considera ciascun individuo unico e irripetibile».

Meglio partire dal dizionario. «Semeiotica: studio dei segni e dei sintomi delle malattie e dei modi per rilevarli. Biofisica: disciplina che studia i fenomeni biologici mediante gli strumenti e i principi della fisica. Quantistica: teoria fisica che studia e descrive i sistemi basandosi sul concetto di quanto».

In pratica?
«Be’, intanto già dal 1761 si sa che Leopold Auenbrugger, medico viennese figlio di un oste, usò la percussione come tecnica semeiotica dietro suggerimento del padre, che batteva sulle botti di vino per valutarne il livello. Io ho applicato al corpo umano le leggi della dinamica non lineare, come nella turbolenza. Ogni organo interno può essere stimolato attraverso una pressione sui trigger points, o punti grilletto, che sono zone della pelle corrispondenti ai tessuti sottostanti. Con sollecitazioni d’intensità differente si ottengono onde sonore che hanno una precisa durata, auscultabili col fonendoscopio. Quanto più le oscillazioni sono irregolari, tanto più l’organo è sano. Quanto più le oscillazioni presentano un ordine apparente, tanto più l’organo è malato».

Mi faccia un esempio. «Se premo sul cieco, nell’individuo sano lo stomaco e il duodeno si dilatano per 10 secondi esatti. Mai visto 11, mai. Però in caso di lesioni di qualsiasi natura la dilatazione dura meno di 10 secondi. E dura tanto di meno quanto più grave è la lesione. In caso di ulcera, per dire, dura 3-4 secondi al massimo».

Come c’è arrivato?
«È indispensabile una premessa. Il corpo umano contiene 10.000 miliardi di cellule. Di queste, poche, come i globuli rossi che non hanno nucleo, non si trasformeranno mai in cellule maligne. Ma le altre possono in ogni istante degenerare, tramutarsi da elementi sociali in elementi asociali. A impedirlo c’è il sistema psico-neuro-endocrino-immunitario, un apparato di controllo complesso, formato da diversi sottosistemi, che regola la formazione di anticorpi e controlla il movimento microcircolatorio nei tessuti, finalizzato a portare materia, energia e informazioni ai vari parenchimi, vale a dire alle sostanze caratteristiche di ciascun organo, e a far sì che, se una cellula degenera, o ritorni cellula sociale oppure venga distrutta dai sistemi di difesa, in particolare dagli anticorpi».

Continui. «Sono partito dallo studio del microcircolo e dei mitocondri, cioè di quelle strutture che fanno respirare la cellula, così piccole da non poter essere osservate col microscopio ottico. I mitocondri sono i polmoni della cellula, la arricchiscono dell’energia indispensabile per far funzionare l’intero organismo e anche per riparare gli eventuali danni del suo patrimonio cromosomico nucleare.

Ma in taluni individui esiste una debolezza congenita, una patologia mitocondriale ereditata per via materna, visto che solo la madre trasmette al figlio i mitocondri. L’ho chiamata istangiopatia congenita acidosica enzimo-metabolica, in acronimo Icaem. Su di essa può insorgere il terreno oncologico, variabile per intensità da soggetto a soggetto e da tessuto a tessuto. Senza Icaem non c’è terreno oncologico e senza terreno oncologico non c’è, né potrà mai esserci, tumore. L’Icaem rappresenta la condicio sine qua non di qualsiasi malattia».

E il microcircolo che c’entra? «Il microcircolo è la parte più periferica dell’apparato circolatorio, quella che inizia quando i vasi sanguigni hanno raggiunto i 100 micron di spessore, cioè i 100 millesimi di millimetro. Una carenza di ossigeno nel microcircolo viene compensata dalla moltiplicazione incontrollata delle cellule, incluse quelle tumorali. Il microcircolo si modella a seconda della patologia presente nel parenchima. Risalendo dai vasi possiamo sapere che cosa accade nelle cellule. La difficoltà principale è stata quella di studiarli con un semplice stetoscopio. Quando un microvaso è aperto al sangue, un altro è chiuso; successivamente il secondo si apre e il primo si chiude, in una sequela di dinamiche irregolari che sembrano sfuggire a una conoscenza clinica. E qui m’è venuto in aiuto Anthony Quinn».

Prego? «Ma sì, nel 1988 l’ho visto a Cremona mentre girava il film Stradivari. Davanti al duomo, centinaia di comparse. A volte alcune stavano ferme e altre si muovevano; poi si muovevano le seconde e si fermavano le prime. Quelle persone mi hanno ricordato i globuli rossi che si muovono nei capillari, i microvasi nutrizionali. A un certo punto uno squillo di tromba annunciò l’arrivo dei cavalieri al soldo del padrone di Cremona e tutte le comparse si mossero nella stessa direzione, cioè verso il duomo, e alla stessa velocità. Mi dissi: se riesco a trovare un’analoga stimolazione di questi microvasi, posso in quell’istante studiarli in qualsiasi tessuto».

Ha l’occhio clinico e anche cinematografico. «L’occhio clinico non è che un’intuizione. Non si conosce solo con i sensi e con l’intelletto ma anche con quella che Albert Einstein chiamava immedesimazione amorosa nell’oggetto della conoscenza. Ho imparato cose preziose sul microcircolo perché ci passo dentro le giornate».

Non crede che la diagnosi di terreno oncologico possa avere contraccolpi psicologici pesanti sul paziente? «È forse preferibile ignorarla? Io stesso so d’avere un terreno oncologico. E anche un reale rischio di cardiopatia ischemica. Tant’è vero che nel 2001 m’è venuto un infarto, pur non avendo una costituzione diabetica».

Medico, cura te stesso. «Bravo, ma l’ho scoperto solo dopo che ero portatore di reale rischio. Perché invece a un iperteso diabetico e fumatore non viene l’infarto? Ho scritto al professor Attilio Maseri. Il grande cardiologo che ha curato la regina Elisabetta d’Inghilterra sta ancora cercando una risposta. Mi ricorda i bambini che si alzano sulla punta dei piedi per raggiungere la maniglia. Ma la porta l’ho già aperta io a un congresso mondiale in Argentina: a quell’iperteso non viene l’infarto perché non presenta il reale rischio di cardiopatia ischemica. E per saperlo basta la percussione dello stomaco».

Torniamo al terreno oncologico. «Non dobbiamo nasconderci la realtà: questa è la linea di demarcazione fra chi non avrà mai un tumore e chi potrebbe svilupparlo. La genomica pretende di scoprirlo studiando le modificazioni genetiche. Non ci arriverà mai. Anziché salire sulle Alpi, bisogna scendere alla foce del Po. Io l’ho fatto».

Ma il terreno oncologico è reversibile? «Certamente. Possiamo indebolirlo, renderlo terreno oncologico residuo, facendo lavorare meglio i mitocondri».

Come?
«Innanzitutto con la dieta, etimologicamente intesa, dal latino dies, giorno. Quindi programmando lo stress quotidiano. Tenendo d’occhio l’indice di massa corporea, che calcola il rapporto fra il peso e l’altezza di una persona: il grasso mette in crisi i sistemi biologici. Camminando molto: l’attività fisica facilita lo scorrimento del sangue che nutre l’endotelio. Mangiando peperoncino rosso, che stimola i recettori delle fibre C, le quali stimolano a loro volta la secrezione naturale di due ormoni, melatonina e somatostatina, indispensabili per una buona ossigenazione dei mitocondri. Evitando le sigarette».

Lei è l’unico a parlare di terreno oncologico. «Se ne parlassero gli oncologi, allora non farebbero la mammografia a tutte le donne, ma solo a quelle che ne hanno bisogno; non doserebbero il Psa a tutti gli uomini, ma solo a quelli che ne hanno bisogno. Ho chiesto all’American cancer society: “Conoscete l’esistenza del terreno oncologico? La vostra mancata risposta sarà per me un’affermazione”. Sono stato contattato dagli americani mentre mi facevo esaminare gli occhi dall’oculista a Chiavari. Ha preso la telefonata il dottor Emerico Zigliara, che li ha pregati di mandarmi un’e-mail: sì o no, con la firma sotto, però. L’ha vista lei? Per iscritto non ti mettono niente. Ho rivolto il medesimo invito al professor Umberto Veronesi in ben tre occasioni pubbliche. Non mi ha mai risposto».

È troppo impegnato sul fronte eutanasia per darle bado. «Gli oncologi non conoscono che un angolino della medicina, piccolo piccolo. Loro prediligono la medicina di Marte, tutta attacco e aggressione - ti buco la vena, ti bombardo di raggi, ti tolgo un pezzo per sapere che cos’hai - anziché quella di Venere, fatta di tatto e di contatto, di ascolto devoto e pio di ciò che il corpo umano sta dicendo. Loro non si chiedono perché sullo stesso pianerottolo la famiglia Bianchi si ammala di cancro e la famiglia Rossi no. Dovrebbero rileggersi la poesia di Martha Medeiros, quella che il ministro Mastella attribuì erroneamente a Pablo Neruda. Lentamente muore chi non fa domande su ciò che non sa. Lentamente muore chi non dà risposte a domande su ciò che sa».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Grillo: «Questo è governo è illegale»

Il comico lancia a Firenze le liste civiche a lui ispirate che parteciperanno alle prossime amministrative


FIRENZE - «Questo esecutivo è un governo illegale, incostituzionale, eletto senza voti di preferenza. Fatto di nani, ballerine, puttanieri e ruffiani».

Lo ha detto Beppe Grillo durante la convention delle liste civiche a lui ispirate in corso in un teatro fiorentino. Riferendosi ai partiti l' attore e comico genovese ha sottolineato: «Se ne sono andati, forse non ci sono mai stati, non si sa cosa siano. C' è il Pdl, il Pd senza la "elle"... Sono tutti finiti». Durante il suo intervento Grillo ha parlato anche della crisi economica: «Dobbiamo preparaci ad una miseria a cui non siamo assolutamente abituati, ma che ci farà molto bene perché toglierà di mezzo tutti i bisogni inutili. È una grande opportunità».

TRAVAGLIO E LA COSTITUZIONE - All'incontro ha preso parte anche Marco Travaglio che ha sottolineato come in Italia sia necessario «ripartire dalla Costituzione», che «non è un ferrovecchio, ma una grande bandiera da sventolare, un testo che ci invidiano». Per Travaglio i «grillini» che saranno eletti nei consigli comunali dovranno «studiare molto la Costituzione e leggere le delibere, studiarne i dettagli e trovare notizie utili per la Corte dei Conti, se c’è sperpero di denaro pubblico, o la magistratura ordinaria, se ci sono invece sconfinamenti nel penale; e spesso ce ne sono». Si dovrà invece «evitare che le liste civiche ripresentino i vizi dei partiti - ha ammonito - se non fanno da trait d’union fra i cittadini e la politica è inutile farle, perché sarebbe l’ennesima replica della Casta».

08 marzo 2009

Guantanamo, un ex detenuto «Sono emotivamente morto»

07 marzo 2009

«Dopo questa esperienza mi sento emotivamente morto, potrebbero farmi qualsiasi cosa ma non sentirei più niente». Binyam Mohammed, 30 anni, etiope dai dubbi trascorsi trapiantato in Gran Bretagna e detenuto dagli americani prima in Afghanistan e poi a Guantanamo, ha usato parole forti per raccontare i suoi sette anni di «inferno» in una lunga intervista che comparirà domani sul domenicale britannico Mail On Sunday. Ha parlato di maltrattamenti di ogni sorta e «torture medievali». Ha raccontato che il periodo peggiore è stato quello trascorso all’inizio della detenzione in un carcere afghano controllato dalla Cia, dove lo tenevano al buio in una minuscola cella e per un mese intero lo hanno costretto ad ascoltare un album di Eminem, il rapper bianco, a un volume «assordante».

«Credevo di impazzire - ha detto - è un miracolo che il mio cervello sia ancora intatto, a Kabul avevo perso veramente la testa, è come se avessi cessato di esistere». Liberato il 23 febbraio scorso, Binyam è rientrato nel Regno Unito dove gli è stato concesso un permesso di soggiorno temporaneo in attesa che le autorità decidano se potrà restare in Gran Bretagna o meno e che si concluda l’azione legale intentata presso l’Alta Corte di Londra attraverso varie Ong che si stanno occupando di lui. Nell’intervista al Mail, ha ribadito che l’MI5, il controspionaggio britannico, è stato «complice» degli americani nella sua detenzione. «Quando ho capito che gli inglesi stavano collaborando con quelli che mi torturavano mi sono sentito nudo», ha dichiarato. A Guantanamo le condizioni di detenzione erano dure ma migliori di quelle in Afghanistan o in Marocco, altro paese dove è stato incarcerato dalla Cia. Accusato di voler far scoppiare una bomba sporca negli Usa , Binyam Mohamed era stato catturato in Pakistan nel 2002 e consegnato agli americani. Tutte le accuse nei suoi confronti sono però cadute lo scorso ottobre.

Cimeli nazi in vendita on-line

08 marzo 2009


Lo storico negazionista inglese David Irving ha messo in vendita su Internet una collezione di cimeli nazisti tra cui una ciocca di capelli e frammenti ossei di Adolf Hitler e della sua amante, Eva Braun.

Secondo quanto riferisce la stampa britannica, sul sito - già ribattezzato “Naz-eBay” - vengono offerti anche un bastone da passeggio appartenuto sempre a Hitler, un regalo di battesimo fatto dal comandante delle SS, Heinrich Himmler, alla figlia del comandante della Lutwaffe, Hermann Goering, fotografie e oggetti vari collegati al Terzo Reich.

Il professor Irving gestisce il sito dalla sua casa di Windsor, non lontano da Londra. Lo storico “autentica” i cimeli messi in vendita da chi ne è in possesso e si fa pagare una commissione del 15% su tutti gli oggetti aggiudicati.


L’iniziativa sta già suscitando proteste e reazioni sdegnate: Simon Samuels, il direttore del Centro Wiesenthal, ha detto al Mail Online di avere chiesto alle autorità britanniche di ordinare la chiusura del «disgustoso sito».
Irving sostiene di avere fatto ricorso a “Naz-eBay” perché oberato dai debiti, dovuti in gran parte alle numerose cause in cui è rimasto coinvolto per le controverse tesi sull’Olocausto che in Austria, tra l’altro, gli sono costate il carcere.

Lo storico ha detto che sta ancora verificando l’autenticità dei frammenti ossei di Hitler e di Eva Braun che un collezionista americano che vive in Pennsylvania vorrebbe mettere in vendita. L’uomo sostiene di averli ottenuti da un parente che negli anni Ottanta li avrebbe acquistati da un ex agente del Kgb sovietico.

I capelli del Fuerer sarebbero stati raccolti dal suo barbiere personale che, per prelevarli senza essere notato, quando veniva chiamato dal dittatore indossava scarpe con la suola adesiva. Sul sito di Irving una ciocca è in vendita per 180 mila dollari (oltre 140 mila euro).

Il bastone da passeggio di Hitler, di proprietà di una anziana donna inglese che vive nel quartiere londinese di Ealing, è offerto a un prezzo iniziale di 7 mila sterline (circa 8 mila euro).

Il mio 8 marzo...? Sola e reclusa in casa

domenica 08 marzo 2009, 10:00

di Gian Micalessin

«L'ho rivisto a dicembre, era la prima volta da quando nel 2006 l'hanno condannato e sbattuto in carcere. Non è stato bello... stava malissimo era piegato dalla dissenteria... ha un'infezione intestinale, ma loro non lo curano, non gli danno nemmeno l'acqua bollita. In quelle condizioni può solo peggiorare. Mi è preso un colpo, non credevo di trovarlo in quello stato... alla fine abbiamo parlato solo della sua malattia, delle sue condizioni che peggiorano giorno dopo giorno. Da allora non penso ad altro... domani è la festa della donna, ma per me c'è poco da festeggiare... l'8 marzo lo passerò sola e prigioniera».

La voce di Yuan Weijing echeggia lontana, rimbomba in quella casa di Linyi nella remota regione orientale della provincia cinese di Shandong. Lei ha 33 anni e un tempo sognava solo di fare l'insegnante. Poi quattro anni fa l'incubo. Le autorità del posto sono accusate da Pechino di non applicare le regole sulla limitazione delle nascite.

I burocrati reagiscono, costringono settemila donne incinte ad abortire, condannano alla sterilizzazione forzata chiunque abbia già figli. L'unico ad opporsi è il marito di Yuan. Si chiama Chen Guangcheng, è un ragazzo cieco con il pallino della legalità. Non ha potuto laurearsi, ma ha seguito i corsi di legge all'università, ha studiato diritto per passione.

La tragedia delle donne di Linyi diventa la sua battaglia. Denuncia i soprusi, difende le vittime, accusa il partito. Grazie a lui il mondo scopre gli orrori della legge sul figlio unico e la tragedia di 130mila cinesi costrette, ogni anno, all'aborto forzato. Il regime sbatte in carcere Chen e - nel novembre 2006 - lo condanna a 4 anni e 3 mesi di galera. Yuan prende il suo posto, si trasforma in una pasionaria in lotta per i diritti delle donne e di quel marito cieco e senza colpe condannato a marcire in galera.

Ma oggi Yuan Weijing, raggiunta al telefono dal Giornale, racconta di sentirsi triste, sola e dimenticata.

«Sono sola e prigioniera, loro sono lì sotto, se mi affaccio li vedo. Non mi fanno uscire, non mi fanno andare da nessuna parte, posso solo far la spesa e mi seguono anche lì. Mi hanno tagliato il telefono di casa per togliermi internet, non posso leggere i giornali, non posso incontrare nessuno. L'unico legame con il mondo esterno è questo cellulare. Se mi chiede dell'8 marzo e della festa della donna le posso raccontare come sarà il mio, sarà una giornata triste e oscura, sarà la giornata di una donna prigioniera e sorvegliata a vista».

È sicura di poter parlare?
«Perché non dovrei? Cos'altro mi possono fare? Hanno condannato mio marito con accuse ridicole, hanno distrutto la mia famiglia, mi hanno tolto la libertà e ora cercano di seppellirmi viva. Ho dovuto mandare mio figlio da mia madre, a cento chilometri da qui, altrimenti non poteva neppure andare a scuola... dopo questo cosa possono farmi ancora? Dico solo la verità, non posso aver paura».

Chi sono quelli che la controllano?
«All'inizio erano poliziotti o funzionari, ora sono gente comune assoldata dal governo per controllarmi, rendermi la vita impossibile, proibirmi di vedere chiunque, isolarmi dal mondo. Qui nelle campagne è pieno di disoccupati pronti a tutto per qualche soldo. Con un lavoro regolare guadagnerebbero 30 yuan (3 euro) al giorno, facendo la guardia a me ne prendono cento... capirà che i volontari non mancano. E il governo non può venir accusato di nulla».


La Cina dichiara di rispettare i diritti umani.
«Sicuramente non quelli di mio marito o i miei. Chen è cieco ed ora pure malato, per legge non dovrebbe stare in prigione. Ho chiesto la scarcerazione e mi hanno risposto che per lui questo diritto non vale. Ho chiesto una visita medica e non mi hanno risposto. Hanno usato accuse false per imprigionarlo e ora lo tengono in condizioni disumane. Sua madre l'ha visto un mese fa e racconta che sta sempre peggio. Lei pensa che i nostri diritti siano rispettati? Non ho commesso nessun reato, nessuna irregolarità e mi hanno sepolta viva. Mio marito non ha mai commesso nulla d'illegale ed è in prigione. Lui lo diceva, in Cina la legge scritta è una cosa, la realtà un'altra».

Perché lo vogliono in prigione?
«Per condannarlo a 4 anni e 3 mesi l'hanno accusato di aver bloccato il traffico e danneggiato la proprietà pubblica, ma sono invenzioni... le autorità lo odiano perché ha fatto perder loro la faccia. Lui era inorridito da quanto succedeva qui attorno. Ogni giorno cento donne d'ogni villaggio erano costrette alla sterilizzazione forzata. Il distretto conta 12 villaggi e quindi solo qui c'erano quotidianamente 1200 sterilizzazioni. Lui non lo sopportava, non riusciva a tacere. Voleva eliminare quelle pratiche, cancellarle. La legge, diceva, non lo permette, ma loro se ne fregano, perseguitano le donne per far bella figura con il partito. Lui li ha svergognati e loro ora non lo perdonano».

Come funziona la legge sul figlio unico?
«Dopo il primo figlio maschio ti propongono, ma in verità ti costringono, la sterilizzazione forzata. Se hai avuto una femmina puoi farne un altro, ma dopo è finita, devi farti sterilizzare. La legge non lo prevede, ma se rifiuti prendono tuo marito, tua madre, tuo padre, tutti i parenti... fino a quando non ti presenti. Qui nelle campagne tutti però tentano di trasgredire... i contadini hanno bisogno dei figli per lavorare i campi e farsi mantenere da vecchi».

Come scoprono chi è incinta?
«Le donne in età fertile devono sottoporsi a controlli periodici, chi resta incinta senza permesso del governo viene fatta abortire. Qualcuna sfugge ai controlli spostandosi con la scusa del lavoro, ma dopo un paio di controlli saltati ti mandano a cercare... chi fa la spia riceve dei premi e quindi prima o dopo vieni denunciata e costretta all'aborto anche se sei all'ultimo mese».

Chi l'aiuta?
«Nessuno. Sopravvivo con i soldi dei premi che mio marito ha ricevuto dall'estero. La gente qui sa che non abbiamo fatto nulla di male, ma se lo tiene per sé. È povera gente: magari ci sostiene moralmente, ma non ha né la forza, né il coraggio di far nulla. Qui se alzi la testa il regime ti schiaccia».

Spera ancora?
«Spero che lo liberino, spero di rivederlo, spero in voi che avete la libertà e potete raccontare la nostra storia. Solo così non verremo dimenticati. Solo così forse torneremo a vivere».

L’orario dei malviventi? D’ufficio: 8-12 e 16-18

07 marzo 2009

Sono queste le fasce orarie in cui viene commesso il maggior numero di reati secondo l’analisi dell’Arma della provincia di Savona che ha concentrato in questi orari i controlli del proprio pattuglione nell’ambito di quello disposto dal Comando Regionale che, in Liguria, ha portato a 45 tra arresti e denunce col recupero di 55 mila euro.

L’orario dei malviventi? Dalle 8 alle 12 e dalle 16 alle 18. Sono queste le fasce orarie in cui viene commesso il maggior numero di reati secondoi l’analisi dell’Arma della provincia di Savona che ha concentrato in questi orari i controlli più importanti del pattuglione straordinario coordinato dal Comando Provinciale Carabinieri di Savona nella giornata di giovedì, nell’ambito di un’operazione disposta dal comando regionale. I dati diffusi dal Comando Regionale sono indicativi dello sforzo fatto: quattro Comandi provinciali coinvolti , dei 17 comandi di Compagnia e 126 Stazioni della Liguria impegnate.

Nel dettaglio denunce e arresti sono stati 45: 8 arresti in provincia di Genova (3 quelle denunciate a piede libero); 5 gli arrestati nel Savonese (15 i denunciati); quattro gli arrestati in provincia di Imperia (11 i denunciati). Nel corso dell’operazione sono state sequestrate numerosi dosi di eroina e cocaina e recuoperata refurtiva per un valore di 55 mila euro. I servizi di pattuglia e perlustrazione svolti sono stati 395, 322 i militari e 140 i mezzi impiegati, con il supporto aereo degli elicotteri del 15/mi nucleo di Villanova d’Albenga

La curiosa analisi sugli orari di “maggiore lavoro” di chi delinque sono del comando Carabinieri di Savona. Spiega la nota dell’Arma che «sono stati effettuati dei servizi specifici nella fascia oraria dalle ore 8.00 alle 12 e dalle ore 16 alle 18 perché statisticamente ritenuti orari in cui avvengono i reati con maggiore frequenza in tutte le località della provincia».

Il pattuglione come si chiamava un tempo, oggi si dice servizi di controllo sul territorio, ma l’essenza è la stessa: controllare, tirare pesci piccoli e grandi nella rete, prendere informazioni, farsi vedere e sentire dalla gente e costruire - soprattutto oggi che c’è un forte disagio e disordine sociale spesso poi percepito come livello di insicurezza da ordine pubblico - una percezione di “vicinanza” dell’Arma e delle forze dell’ordine in generale.

Con che risultati in questi orari di “lavoro” o maggiore incidenza dei reati? Nel savonese 5 arrestati (15 i denunciati) di cui 2 italiani per reati diversi: furti, droga, ricettazione, danneggiamenti e porto di strumenti atti ad offendere.

Mike tradisce Berlusconi per Fiorello

Pubblicità a sorpresa su Sky senza chiedere il permesso a Mediaset. Il primo caso di «guerrilla marketing»

 

Nella storia della tv italiana è il primo caso di «guerrilla marketing», di promo non convenzionale, di utilizzo creativo a spese della concorrenza. Ieri sera, prima del derby Toro-Juve, Mike Bongiorno, il presentatore per antonomasia di Rai e Mediaset, ha lanciato il nuovo programma di Fiorello su Sky. Senza chiedere permesso a Berlusconi. E due sere prima Fiorello si era presentato davanti alle telecamere di «Blob» recitando la parte del povero emarginato.

«Grazie di essere venuti — aveva detto —. Io proprio non sapevo a chi rivolgermi, mi stanno facendo terra bruciata. Mi rivolgo a voi amici di Blob perché faccio un programma televisivo, sapete che va sul decoder, su Sky... Mi hanno lasciato solo... Berlusconi me l'aveva detto, "non andare a Sky, vai a Sky, pagherai". Sto pagando perché nessuno vuole fare pubblicità per questo spettacolo».

La Rai gli ha così regalato un promo, «a gratis», con ampio riscontro mediatico. Non solo: in cambio di un'«intervista esclusiva» a Valerio Staffelli (il tapiroforo di «Striscia la notizia»), Fiorello ha ottenuto la copertina di Tv Sorrisi e canzoni della Mondadori. E grazie a una efficace pubblicità negli stadi, il lancio del suo nuovo programma è apparso di rimbalzo su tutte le reti che si sono occupate di calcio.

Che tutta questa azione non sia frutto del caso, lo dimostra l'innovativa e spiritosa campagna di lancio che da ieri è «on air» sulle reti Sky: un'attività di «guerrilla promo », che prevede una serie di incursioni di Fiorello in spazi informali ed esclusivi della piattaforma Sky (promo, ovviamente, ma anche scorrerie nel mosaico di SkyTg24, sull'epg, addirittura al call center, con un saluto agli abbonati).

Davvero un ottimo lavoro. A rendere ancora più appassionante il caso, c'è da registrare il rifiuto di Sipra (Rai) e Publitalia (Mediaset) di mandare in onda gli spot Sky del nuovo programma di Fiorello. «Non abbiamo ritenuto di prenderli in considerazione »; «Non si favorisce la concorrenza», questo il tono delle risposte.

In effetti è vero: non si è mai vista pubblicità a pagamento di programmi Rai su Mediaset e viceversa. Ma è anche vero il contrario: spesso si vedono artisti Rai essere ospitati su reti Mediaset per lanciare qualche loro programma con ovvia e naturale restituzione del favore. Succede addirittura coi giornalisti ed è un cerimonia stucchevole, priva di ogni orgoglio aziendale. E tutti i giornali non hanno scritto che quest'anno il Festival di Sanremo è stato il trionfo dell'abbraccio Rai-Mediaset, tanto da parlare di Raiset?

Qualche maligno vede persino nella chiamata di Marco Baldini alla «Fattoria» (si parla di un cachet profumato e, forse, di un futuro programma) il tentativo di rompere la coppia Fiorello- Baldini, tanto per azzoppare l'anitra che ha osato tradire la tv generalista. Dietro alle scaramucce del caso Fiorello si nasconde infatti una guerra ben più sostanziosa, giocata su piani diversi.

Non è solo lo scontro epocale fra tv generalista (Rai e Mediaset) e pay tv (Sky) avente per bottino la fetta più grossa della torta pubblicitaria (di questi tempi, poi) ma è anche uno scontro all'ultimo abbonato fra piattaforme diverse: da una parte il digitale terrestre (la cui rete distributiva è di proprietà di Rai e Mediaset), dall'altro il satellite. Questa storia di «guerrilla marketing» è, a saperla leggere, un segno di buona salute. Noi parteggiamo solo per la buona tv e solo lo scontro duro, la vera concorrenza, il bisogno di sopravvivere generano buona tv.

Bisogna guardare al futuro, non vivere di ricordi. Ieri mattina, sulla prima pagina del Giornale, c'era un invito a Mike (vecchio sodale di Fiorello negli spot Infostrada) perché tirasse le orecchie al discolo e gli insegnasse come si deve stare al mondo. A sera, prima di Toro-Juve, c'è stata l'irriverente risposta.

Aldo Grasso
08 marzo 2009

Englaro: denuncio il cardinale Barragan

IL PADRE DI ELUANA
 

«Il prelato è stato arrogante, ha parlato di assassinio»

 

DAL NOSTRO INVIATO



LECCO — Solo. Con se stesso. Le montagne sul lago, il vento che taglia la faccia. Non più le visite alla Casa di cura Lecco. Finiti anche i battibecchi con le suore misericordine. Perché, da un mese, Eluana non c'è più. E il tempo è volato. Tra viaggi a Udine e inchieste giudiziarie. Ma per papà Beppino è il momento di fermarsi. A pensare. A quello che è stato e a che cosa succederà. Non ultime le querele «contro chi gli ha mancato di rispetto».

«Ho intenzione di denunciare anche il cardinale Barragan che ha parlato di assassinio — spiega —. I miei avvocati stanno valutando le sue affermazioni. Io ricordo la sua arroganza nei miei confronti in una tavola rotonda organizzata da Micromega. Mi diede fastidio soprattutto quando, alla fine, sottolineò che aveva simpatia per me. Ma cardinale, gli dissi, se mi tratta come un assassino, vuol dire che non ha molta simpatia...».

Per il resto, nessuna nostalgia né rimpianti. «Non mi manca nulla di quello che avevo — racconta —. Perché con Eluana se n'è andato anche il tormento. Di vederla lì, in un letto d'ospedale, ostaggio di mani altrui». Un «senso di liberazione»: la dimensione attuale. «È vero, potevo andarla a trovare, accarezzarla, baciarla. Ma questo fa parte del sentire comune. Io, ogni volta che la guardavo, avrei spaccato il mondo per la rabbia. Ogni volta che qualcuno la toccava, dovevo dominarmi. La mia creatura era vittima di violenza inaudita, anche se a toccarla erano le mani delle suore. Ma loro hanno sempre saputo come la pensavo».

Fa parte del passato. Un'altra vita. Quella nuova inizia il 9 febbraio, giorno della morte di Eluana. «Ero a casa, a Lecco, quando mi ha chiamato De Monte: "Tua figlia è morta". Sono rimasto paralizzato. Non me l'aspettavo. Fino a quel momento ero impegnato a fare di tutto perché non venisse sospeso il decreto. Invece lei se n'è andata all'improvviso. Ho capito che era il momento di essere presente. Se prima il suo accudimento era un fatto infermieristico, ora toccava a me starle vicino».
Papà Beppino, sotto scorta, arriva a Udine il 10 febbraio.

Eluana è all'obitorio per l'autopsia. Il padre chiede di vederla. «Sono rimasto solo con lei. È stato straziante, nello stesso modo in cui, nel 1992, il giorno dopo l'incidente stradale, andai all'ospedale di Lecco. Ecco: davanti a me avevo mia figlia inerme con gli occhi chiusi. Un impatto devastante, non ero preparato, ma forse non si è mai preparati». I giorni scorrono veloci. Eluana va seppellita. Beppino vorrebbe farlo senza funerale, ma interviene il fratello Armando: «Io devo pregare, mi dai la possibilità di farle un funerale?». «Ho deciso pensando al legame tra mia figlia e lo zio. Ogni volta che lo vedeva, lei diceva: "Papà, sposo lo zio Armando ».

Quel pomeriggio Englaro resta chiuso nella casa di Paluzza, mentre in chiesa si celebra la messa. Ancora qualche giorno. Poi il ritorno a Lecco. La solitudine. Nuovi pensieri. «A Elu non può succedere più niente, ma come sarà la mia vita, rientrerò anch'io in una dimensione umana?». Nel suo futuro ci sono già la fondazione «per Eluana » e l'impegno a portare avanti il dibattito sui temi di fine vita. Ma il 27 febbraio si aggiunge l'indagine giudiziaria.

Quella mattina è l'avvocato Vittorio Angiolini ad avvertirlo che è stato iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di omicidio volontario. «Me lo aspettavo, ma ho provato fastidio per essere finito in quel meccanismo». Ritorna a Udine, sempre sotto scorta. Poi si sposta a Paluzza. Impegni di famiglia, incontri per la fondazione. E la settimana vola. Venerdì scorso il rientro a Lecco. Le giornate si riempiono di telefonate, appuntamenti. Lo cercano le tv, ma anche i politici.

Ieri, addirittura, un colloquio con il ministro Bondi: «Ha voluto conoscere la mia storia e gliene sono grato. Quello che mi ha sempre premuto è che Eluana fosse capita e rispettata come persona. Ora lo vorrei per tutti». È ciò che gli sta più a cuore: «Spero che la legge sul testamento biologico accolga le ragioni di ognuno di noi: di quelli che la pensano come me, ma anche di coloro che con me non sono mai stati d'accordo. Questa è la libertà nello Stato di diritto».

Grazia Maria Mottola
08 marzo 2009