giovedì 5 marzo 2009

Mantova, rubava le offerte in chiesa Il prete lo incastra con una telecamera

Arrestato un 47enne cremonese: da tempo il parroco lo pregava di smettere ma lui negava tutto. Poi la trappola


MANTOVA - Il parroco di Sant'Erasmo a Castel Goffredo, nel Mantovano, si era insospettito da tempo. Un uomo frequentava la chiesa assiduamente, da circa sei mesi, e dopo ogni sua "visita", la cassetta delle offerte era immancabilmente vuota. Facile intuire l'accaduto, ma mancavano le prove. Più volte gli aveva parlato, invitandolo a desistere dai furti per evitare problemi con la giustizia. Risultati zero, l'uomo negava tutto. E la cassetta era sempre vuota. Pensa e pensa, al parroco è venuta un'idea geniale.

LA TRAPPOLA - Ha piazzato una piccola telecamera nascosta puntata sul tavolino con la scatola delle offerte: dentro ha messo 15 euro, premurandosi di fotocopiare tutte le banconote. Poi ha aspettato che il "fedele" mettesse a segno l'ennesimo colpo. La trappola è scattata mercoledì pomeriggio: il 47enne di Ostiano (Cremona) è entrato, si è avvicinato furtivamente e ha scassinato la cassa con una morsa artigianale. Il prete era all'erta: ha visto le riprese in diretta e ha chiamato i carabinieri. La strategia è riuscita e il ladro, colto sul fatto, è stato arrestato. Dovrà rispondere di furto aggravato.

05 marzo 2009

Ore 17, i militari bussano a casa Marchi Vanna e la figlia portate via su due auto

Dopo la conferma della sentenza da parte della Cassazione la televenditrice e la figlia Stefania Nobile sono state prelevate nel pomeriggio dalla villa di Castel del Rio

Roma, 5 marzo 2009

Se l'aspettavano tra oggi e domani: la visita dei carabinieri nella villa di Castel del Rio (Imola), 'rifugio' di Vanna Marchi e della figlia Stefania Nobile, è scattata pochi minuti prima delle 17 di stasera.

Verso le 16 una ‘Punto’ con a bordo militari in borghese è arrivata assieme ad una ‘gazzella’ davanti alla casa dove da ieri sera stazionava un’altra auto dei militari. Ad aprire il cancello e’ stato il compagno della madre, Francesco Campana. Immediatamente tre voluminose borse  sono state caricate sulla Punto, mentre poco dopo Vanna Marchi e la figlia sono state avvistate dai cronisti assiepati a bordo di due diverse auto che hanno imboccato la strada verso Imola, seguite da due ‘Smart’ guidate dai compagni delle due donne.

LA SENTENZA DI CASSAZIONE

Nove anni e 6 mesi per la regina delle televendite Vanna Marchi e 9 anni, 4 mesi e 9 giorni per la figlia Stefania Nobile. La Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d’appello di Milano del 27 marzo 2008 nei confronti delle tue “televenditrici” accusate di associazione per delinquere e truffa. Verdetto di colpevolezza definitivo anche per l’ex compagno di Vanna Marchi, Francesco Campana.

In seguito alla sentenza di stasera, Vanna Marchi e la figlia dovranno tornare in carcere. Campana invece beneficia della sospensione della pena. Per quanto riguarda la posizione della Marchi e della figlia, avendo già scontato un anno e 5 mesi di carcere preventivo, gli 8 anni e 4 mesi che restano devono essere ridotti di altri tre anni.

Restano da scontare dunque 5 anni e 4 mesi. Secondo la legge penitenziaria però, gli ultimi tre anni di pena possono essere scontati con l’affidamento in prova ai servizi sociali o con la concessione del lavoro esterno. In concreto pertanto, a meno di eventuali diverse decisioni del tribunale di sorveglianza Vanna Marchi dovrebbe restare in carcere 2 anni e 4 mesi. La conferma della sentenza di condanna era stata chiesta anche dal sostituto procuratore generale Antonello Mura.

Le accuse riguardano la vendita a centinaia di persone (ma soltanto 148 hanno presentato denuncia dopo un’inchiesta di Striscia la Notizia) di amuleti e “pozioni miracolose”. I processi di merito si sono conclusi con la condanna anche del cosiddetto mago Mario Pacheco do Nascimento, attualmente “rifugiatosi” in Sudamerica. Confermata anche la condanna al risarcimento in favore delle parti civili.


Complessivamente gli imputati dovrebbero versare circa due milioni e 300.000 euro.

FORSE VICINO A IMOLA

Vanna Marchi, a quanto e’ filtrato in serata, si potrebbe trovare nella sua villa a Osta di Castel del Rio, sull’Appennino imolese. La televenditrice, dopo la condanna definitiva della Cassazione, avrebbe avuto anche un contatto telefonico con i carabinieri della Compagnia di Imola. La figlia Stefania Nobile, a quanto si sa, non sarebbe con lei. Nei pressi dell’ingresso della villa a tarda sera sostava una pattuglia di carabinieri, oltre ad alcuni fotografi e operatori tv.

Vanna Marchi era nella sua abitazione dell’Imolese anche il 24 gennaio di sette anni fa, quando fu arrestata dalla Polizia tributaria di Milano.

Di lei si era tornati a parlare fuori dalle aule giudiziarie nel novembre 2007, quando la Marchi aveva fatto sapere di essere diventata consulente di un centro estetico a Carpi (Modena) e di voler fare una trasmissione radio. Sulle vicende giudiziarie all’epoca ancora in sospeso, aveva detto di viverle ‘’con serenita’. Se non fossi convinta della mia correttezza - aveva aggiunto - avrei scelto la strada del patteggiamento e sarebbe finita li’. Invece sono proprio serena’’.

PRONTE A FARSI ARRESTARE

''Non abbiamo nulla da dire. Buonasera''. Stefania Nobile, figlia di Vanna Marchi, ha replicato con poche parole, attorno a mezzanotte, a un giornalista che aveva chiamato un cellulare al quale in passato aveva risposto la madre. In sottofondo, durante la brevissima telefonata, si sono sentite voci, ma non e' stato possibile appurare se madre e figlia fossero assieme, a Castel del Rio o altrove.
A Sky, nella tarda serata di ieri, l'avvocato Liborio Cataliotti, difensore delle due donne, ha detto che la loro prima reazione e' stata di sconforto, ma che ''non vedevano l'ora di liberarsi di questo peso''. ''Hanno indicato - ha aggiunto - a un ufficiale delle forze polizia, non sono legittimato a dire quali, il luogo in cui si trovano e sono pronte a essere arrestate''.

Cinquecento trofei del Napoli Calcio dimenticati nel sottoscala

Furono acquistati per 90mila euro dalla Provincia di Napoli dalle mani della curatela fallimentare 

 

NAPOLI — Cinquecento cimeli del calcio Napoli dimenticati in un sottoscala della Provincia di Napoli. I cimeli, coppe e medaglie (acquistati per circa 90mila euro dall'Ente di piazza Matteotti dalla curatela fallimentare) erano conservati nella vecchia sede di Soccavo. A parte gli otto trofei più importanti (Coppa Uefa, coppe degli scudetti e delle Coppe Italia) acquistati da De Laurentiis, tutti gli altri trofei (tra questi le medaglie consegnate per la conquista della coppa Italia, il trofeo per la vittoria della semifinale della Coppa Uefa, una coppa consegnata agli azzurri nel 1974 in occasione di una partita contro la nazionale svedese), che ricostruiscono la storia del Napoli, erano rimasti in carico alla curatela che li aveva messi in vendita.

La valutazione che fu fatta era di circa 180mila euro. La Provincia, per evitare che andassero persi, li aveva acquistati, ma da allora sono andati a finire nel dimenticatoio: subito dopo l'aggiudicazione dell'asta, infatti, sono rimasti per un anno in un deposito del Banco di Napoli, poi nel sottoscala della Provincia. Nei giorni scorsi la scoperta di politici di An, Bellerè e Rispoli, che hanno avanzato la proposta di concederli in uso gratuito alla società per esporli in un museo.

SI MUOVE L'ASSESSORE - L’assessore al Patrimonio della Provincia di Napoli, Giovanna Martano, ha convocato i dirigenti del Calcio Napoli. «Premesso che ho ricevuto da pochissimo tempo - 26 gennaio scorso - dal presidente Di Palma la delega al patrimonio e non ero a conoscenza che le coppe acquistate all’asta dalla curatela fallimentare - dice la Martino - fossero depositate nella sede della Provincia, ho convocato una riunione ad horas con i dirigenti del Calcio Napoli per trovare una soluzione al problema».

Antonio Scolamiero
05 marzo 2009

Roma, arrestato collezionista di tombini

Accusato di furto aggravato e ricettazione, sarà giudicato per direttissima
 

È un pregiudicato di 28 anni: in casa sua i carabinieri hanno trovato 141 pezzi. Circolava con due targhe rubate

 

ROMA - Aveva uno strano hobby il 28enne romano arrestato nella notte dai carabinieri del nucleo radiomobile: collezionava grate e tombini di ghisa. Nel garage del pregiudicato i militari hanno trovato 141 pezzi, ovviamente tutti di proprietà del Comune.

L'attività dunque andava avanti da tempo, ma mercoledì il "collezionista" è stato notato da un passante mentre era all'opera in via Guido Miglioli, in zona Villa Bonelli. L'uomo ha chiamato il 112. Dopo l'arresto gli addetti del Comune hanno rimesso a posto grate e tombini, per evitare situazioni di potenziale pericolo per i pedoni.

TARGHE RUBATE - Il ladro aveva con sè anche due targhe rubate che metteva sulla sua auto per non essere identificato. Una Citroen di sua proprietà, utilizzata per compiere i furti, è stata sequestrata dai carabinieri. Accusato di furto aggravato e ricettazione, sarà giudicato per direttissima.

05 marzo 2009

Denunciati tre giovani writers Ora dovranno risarcire il Comune

MONZA, NEL SOTTOPASSO DI VIA BOCCACCIO


Passeranno dei guai i tre ragazzini, tra i 15 e 16 anni, sorpresi dagli agenti della Polizia locale con le bombolette ancora "fumanti". Per loro una denuncia per danneggiamenti, la segnalazione al Tribunale dei minori e la querela dell'ufficio Patrimonio pubblico per il risarcimento delle spese di pulizia.

Monza, 5 marzo 2009

Li hanno sorpresi con le mani nel sacco. O meglio, per essere più precisi, con le bombolette spray ancora "fumanti". Tre giovanissimi writers sono stati acciuffati ieri dagli agenti della Polizia locale di Monza mentre deturpavano i muri di un sottopasso pedonale, quello che conduce da via Boccaccio ai Boschetti della Villa Reale, a due passi dalla sede dell’Isa, lo storico Istituto d’Arte cittadino.

I ragazzi in questione, appunto, sono giovanissimi, visto che sono tutti di età compresa fra i quindici e i sedici anni. E anche se probabilmente pensavano di non fare nulla di male, visto che avevano scelto come loro obiettivo non un monumento o un edificio pubblico, ma un semplice sottopasso pedonale, ora per loro si profilano guai molto seri: una denuncia per danneggiamento e imbrattamento di beni pubblici e, soprattutto, il probabile obbligo a risarcire le casse comunali per ripulire i muri prescelti.

I tre ragazzini (due di quindici, uno di sedici anni) sono tutti residenti a Bellusco. Due di loro sono addirittura vicini di casa. Per portare a termine la loro "bravata", innanzitutto, hanno deciso di marinare la scuola, visto che tutti e tre sono iscritti in un istituto professionale del territorio. Raggiunto il sottopasso, non si sono preoccupati di agire in pieno giorno e si sono messi al lavoro. Non avevano fatto però i conti con l’eventualità che altre persone potessero utilizzare il sottopasso in cui si trovavano: e infatti, non appena alcuni passanti hanno visto quanto stava accadendo, è partita la telefonata ai vigili urbani per segnalare l’episodio.

Non appena giunti sul posto - erano circa le dieci e mezza del mattino - gli agenti della Polizia locale li hanno bloccati e accompagnati in Comando, da cui hanno contattato i loro genitori. A prenderli è infatti arrivata poco dopo la madre di uno dei tre ragazzi, che nel frattempo sono stati denunciati a piede libero e segnalati al Tribunale per i minorenni.

Gli agenti hanno anche avvisato l’Ufficio Settore Patrimonio pubblico del Comune di Monza, che ha annunciato che procederà nelle prossime ore alla querela di parte nei confronti dei tre graffitari, che saranno chiamati a risarcire economicamente le casse comunali del denaro necessario a ripristinare l’intonaco del sottopasso. I vigili hanno anche sequestrato ai tre ragazzini dieci bombolette spray di diversi colori.

L’abbozzo della loro "opera d’arte", ovviamente, è rimasto incompiuto. Alcuni mesi fa identica sorte era capitata a un ragazzo sorpreso di notte mentre dava "corpo" a un graffito sui muri del cimitero di via Buonarroti.


di Dario Crippa

Alchimia, Ufo o beffa? E' il libro più misterioso

di Luigi Mascheroni


giovedì 05 marzo 2009, 09:15


Ha fatto impazzire storici e linguisti di ogni Paese, ha resistito agli attacchi dei crittografi di eserciti e servizi segreti di mezzo mondo, ha sconfitto i più sofisticati software di decifrazione di codici, ha ammutolito scienziati e filosofi. È un piccolo volume formato da un centinaio di fogli scritti a mano, di cui non si conosce l’autore, né la data né il luogo di composizione: è conosciuto come «manoscritto Voynich», dal nome inglesizzato dell’antiquario russo di origini polacche Wylfrid Wojnicz che lo acquistò per il suo negozio londinese dai gesuiti del collegio di Villa Mondragone, a Frascati, nel 1912. Ed è considerato l’enigma letterario più sorprendente di tutti i tempi, il libro più misterioso della storia. Che nessuno è in grado di leggere.

Risalente a un periodo compreso fra la fine del Quattro e la prima metà del Cinquecento, scritto in una lingua misteriosa e indecifrabile, arricchito da numerose illustrazioni a colori di piante ignote ai botanici, animali rari, strane figure femminili, stelle e diagrammi, il «manoscritto Voynich» resiste da mezzo millennio a ogni tentativo di decodificazione e traduzione: ha battuto i geroglifici egizi, la scrittura cuneiforme, persino la leggendaria Lineare B minoica.

Il suo silenzio è impenetrabile. Pochissimi lo hanno potuto maneggiare - il manoscritto è custodito alla Beinecke Rare Book Library dell’università di Yale -, qualche studioso lo conosce attraverso la riproduzione pubblicata dall’editore francese Jean-Claude Gawsewitch nel 2005, i più ne hanno solo sentito parlare, tramandando il «mistero» attraverso studi specialistici, siti internet, persino romanzi fantasy.

Oggi la storia di questo occulto rompicapo letterario è raccontata, insieme ai numerosi tentativi di decifrazione e alle più fantasiose ipotesi interpretative - un messaggio in codice di una civiltà extraterrestre, un clamoroso falso rinascimentale, un’“enciclopedia” di arcani saperi per una setta di iniziati... - è ripercorsa dal primo saggio scientifico dedicato all’argomento mai apparso in Italia: L’enigma del manoscritto Voynich dello studioso argentino Marcelo Dos Santos (Edizioni Mediterranee).

Secondo una lettera in latino, datata 1666 e trovata allegata al testo, il volume fu acquistato nel 1568 dall’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, collezionista di nani per il divertimento della corte e di libri esoterici ed altre mirabilia per il proprio piacere. Poi nel XVII secolo scomparve, per riapparire agli inizi del ’900 nella biblioteca gesuita dove lo trovò Wojnicz.

Ma chi l’ha scritto, e perché? Nel 1921 il filosofo statunitense William R. Newbold, specialista in codici cifrati nella Prima guerra mondiale, sostenne che il manoscritto fosse opera del filosofo Ruggero Bacone (1214-93). Altri, confondendo il cognome di Ruggero Bacone, del filosofo rinascimentale Francis Bacon. Negli anni Cinquanta il crittografo americano William Friedman individuò una serie di “ridondanze”, ossia ripetizioni di alcune parole, simili alle formule chimiche, ipotizzando si trattasse di un antico erbario.

Nel 1962 Edith Sherwood fece notare la similitudine fra la calligrafia del manoscritto e la scrittura speculare di Leonardo da Vinci; nel 1978 il linguista John Stojko considerò il testo una raccolta di lettere scritte in ucraino, successivamente codificate, ma senza capirne il senso; mentre negli anni Ottanta il fisico Leo Levitov assicurò che il manoscritto fosse opera degli eretici Catari e che celasse i segreti del Giardino dell’Eden.

Infine lo psicologo inglese Gordon Rugg, docente di Scienze del calcolo all’Università di Keele, nel 2003 è giunto alla conclusione che si tratti di un falso cinquecentesco, realizzato dall’avventuriero elisabettiano Edward Kelley con la complicità dell’alchimista John Dee per vendere, dietro un compenso di 600 monete d’oro, un testo incomprensibile abilmente contraffatto all’imperatore Rodolfo II. Senza però riuscire del tutto a convincere esperti e profani della reale natura dell’unico libro esistente che nessuno sa leggere: un trattato di alchimia in codice, il delirio di un pazzo, una scrittura perduta o una beffa d’artista?

Il figlio del giudice ucciso e il rispetto della memoria

Giuseppe Galli protesta contro il patrocinio del Comune al film «La Prima linea», ispirato al libro di Sergio Segio

 

Caro Schiavi, il Comune di Milano intende patrocinare il film «La Prima linea», ispirato al libro di Sergio Segio, ex terrorista e assassino. Non permettendomi assolutamente di entrare nel merito della scelta dell'assessorato al Tempo libero del Comune di Milano, mi pongo solo due interrogativi:

1) qual è la motivazione che spinge il Comune in cui vivo a prendere una simile decisione?
2) Non sarebbe opportuno, in questi casi, informare prima i familiari delle vittime e sentire, perlomeno, cosa ne pensano? Sono il figlio di Guido Galli, magistrato vigliaccamente ucciso a Milano da Segio quasi trent'anni fa; oltre a me, mia mamma, le mie sorelle e i miei fratelli vivono a Milano.

A Milano lavoriamo e cresciamo i nostri figli, a Milano otto mesi fa è nato mio figlio Guido: ci piacerebbe che Milano non tradisse la memoria di vittime di un periodo ormai passato, ma che ha lasciato un segno indelebile, non solo in chi è stato direttamente colpito, ma nella società tutta. Credo che il Comune di Milano possa fare di meglio che patrocinare un film ispirato al libro di una persona che, un giorno, ha deciso di distruggere cinicamente una vita e che oggi pretende di spiegarci le ragioni della sua «impresa».

Giuseppe Galli 


Caro Galli, considero il patrocinio del Comune di Milano al film sull'ex terrorista Segio un incidente di percorso: nel senso che, come ha scritto Andrea Senesi sul «Corriere», queste delibere vengono passate in automatico dalla giunta, sulla fiducia. È una prassi che può fare dei danni: Vittorio Sgarbi fece approvare così una delibera e quando la Moratti lo scoprì ci lasciò le penne.

Anche in questo caso la giunta non ne sapeva nulla. Nel mirino è finito l'assessore Terzi, che aveva dato l'ok. «Nei sistemi democratici il patrocinio si concede anche ai film che non ci convincono, ma suscitano un dibattito culturale», è stata la sua difesa. Quando è montata la polemica e l'Associazione vittime del terrorismo ha chiesto il ritiro del patrocinio, l'assessore si è detto «pronto a fare un passo indietro».

Più che giusto, è doveroso. Il cinema può ricostruire la storia degli ex terroristi anche senza l'avallo del Comune: meglio tenersi alla larga da operazioni più commerciali che storiche, che rischiano di essere un'inutile offesa alla memoria delle vittime. L'immagine del terrorista Robin Hood, un po' mito e un po' figo, come ci ha ricordato anche Benedetta Tobagi, non è un'operazione culturale: è un marketing sbagliato. Il Comune si chiami fuori: per non tradire la memoria meglio puntare sull'educazione alla legalità e alla convivenza.

Giangiacomo Schiavi
04 marzo 2009

Lo Stato non paghi il film sui terroristi»

Affondo del magistrato degli anni di piombo Spataro: l'ex Prima linea Sergio Segio non si è mai pentito

 


MILANO — È un sussulto civile contro un'offesa alla memoria. Protestano i familiari delle vittime, s'indigna il procuratore della Repubblica Armando Spataro. Si può dare il patrocinio a un film ispirato al libro di un terrorista di Prima linea che ha ammazzato il prossimo e non si è mai pentito? Il ministero della Cultura l'ha fatto.

Con qualche correzione sulla sceneggiatura e un generoso assegno di Stato: un milione e mezzo di euro. Il Comune di Milano è andato a ruota: via libera alla richiesta di esentare dalle spese la casa di produzione per le scene girate in città e sponsorizzazione sui manifesti pubblicitari. Filava tutto liscio, fino a tre giorni fa. La delibera del Comune sembrava un atto dovuto.

Poi il caso è finito sulle pagine del Corriere, la riservatezza è saltata, il figlio di un giudice assassinato ha scritto una lettera umana e toccante: «Milano è la mia città, la città della mia famiglia, dei miei bambini... e io mi chiedo come può patrocinare un film ispirato alla storia di chi ha deciso di distruggere cinicamente la vita di un uomo e pretende di spiegarci le ragioni della sua impresa...». «La prima linea», film ispirato all'autobiografia dell'ex terrorista Sergio Segio e alle sue poco nobili imprese, riapre antiche ferite sui cattivi maestri e sull'opportunità di riscrivere la storia da una parte sola.

Ci sono Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno, nel ruolo dei protagonisti, Segio e Susanna Ronconi. «Cosi avremo il terrorista figo e belloccio», dice Benedetta Tobagi, figlia di Walter, il giornalista del Corriere assassinato nel 1980 da un commando che aspirava ad entrare in Prima linea. «Io non contesto la libertà di girare un film, mi preoccupa l'avallo del ministero della Cultura». «Fanno bene a protestare i parenti delle vittime», spiega Armando Spataro, coordinatore del dipartimento antiterrorismo della Procura di Milano. «Anzi, penso che altri avrebbero dovuto sentire prima il dovere di sollevare la questione, già quando il ministro Bondi deliberò la sovvenzione pubblica, riconoscendo al libro di Segio una qualche dignità culturale».

Antonio Iosa, gambizzato dalle Br, racconta che il libro si apre con una dedica ai figli dei compagni chiamati a ricordare con quale coraggio e purezza di ideali i loro genitori hanno combattuto per una società più giusta. Spataro s'arrabbia: «In Italia c'è stata una stagione di vili tragedie provocata da una parte sola. Spero che Segio ricordi a quanti innocenti lui stesso e i suoi compagni hanno sparato in testa, mentre accompagnavano i loro figli a scuola o aspettavano di entrare in un'aula di università». Giovanni Terzi, assessore al Tempo libero del Comune di Milano, si chiama fuori.

«La delibera mi sembrava un atto dovuto. Pensavo che i problemi con i familiari delle vittime fossero stati chiariti al ministero». Dopo le proteste, ha corretto il tiro. «Non ci ho dormito la notte su quel patrocinio...». Ieri ha incontrato i familiari delle vittime. E ha congelato la delibera. Un modo per far uscire Milano dal gorgo delle polemiche. Ma anche un colpo di cerchiobottismo, per non andare in rotta di collisione con il ministro Bondi. C'è una dissociazione, ma non la revoca del patrocinio. A film concluso, si prenderà una decisione definitiva.

La palla torna ai Beni Culturali. Spataro, magistrato di punta negli anni di piombo, apprezza il ripensamento di Milano, ma aggiunge: «Dovrebbe orientarsi in questo senso anche il ministro Bondi. È stato dimenticato che Segio ha ucciso a Milano tre uomini delle istituzioni, i magistrati Alessandrini e Galli, il brigadiere Rucci, e il giovane William Waccher, ritenuto erroneamente un confidente della polizia. Milano ha il dovere della memoria, non può dimenticare.

E ha il diritto di chiedere a Segio di ammettere, innanzitutto, quanto vili e folli siano stati gli omicidi che ha commesso. Lo sponsorizzino altri, se vogliono, non le istituzioni pubbliche». Giuseppe Galli, il figlio del giudice assassinato, soffre ogni volta che deve ricordare. «Non ci interessano le furbizie politiche, ma il rispetto della memoria. In un Paese dove è difficile trovare punti di riferimento, è meglio evitare di far diventare eroi anche i cattivi maestri».

Giangiacomo Schiavi
05 marzo 2009

Botticelle romane, fa discutere il nuovo regolamento comunale

5/3/2009

Cirinnà (Pd): «Sindaco e Ministro mostrano totale disinteresse per gli animali»

ROMA

Giro di vite per le cosiddette "botticelle", le carrozze trainate dai cavalli che portano i turisti a spasso per il centro della capitale. Le nuove regole, annunciate ieri dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno e dal sottosegretario alla Salute, Francesca Martini, prevedono un aumento del numero delle visite veterinario a cui devono essere sottoposti i cavalli, l’applicazione del microchip di identificazione a tutti gli animali, la predisposizione di un servizio di pronto soccorso, l’introduzione di due aree di sosta, una a Villa Borghese e l’altra nei pressi del Circo Massimo e la definizione di percorsi standard.

Il Campidoglio ha deciso anche che le antiche scuderie dei vecchi macelli di Testaccio saranno chiuse e i cavalli troveranno spazio presso nuove strutture che saranno realizzate a Villa Borghese, con una spesa di 500mila euro complessivi. Il tutto è contenuto in una delibera che, ha annunciato Alemanno, sarà approvata in giunta la settimana prossima e che dovrà ottenere il via libera del Consiglio comunale entro una ventina di giorni.

Tra le novità anche la possibilità per i vetturini di convertire la propria licenza in quella di tassista oppure di richiedere l’abilitazione per condurre una carrozza elettrica. Si tratta di una vettura, ha spiegato l’assessore all’Ambiente, Fabio De Lillo, che veniva utilizzata all’inizio del ’900 e che potrebbe tornare sulle strade tra un mese. Il Campidoglio, infatti, ha già commissionato la realizzazione di un prototipo.

Ma alla fine di marzo sarà disponibile il primo e nell’arco di qualche mese ne arriveranno altri. «Si tratta di una sperimentazione - ha precisato Alemanno - vogliamo vedere se il nuovo servizio attecchisce. In questo caso saranno gli stessi vetturini a chiedere di passare a questa formula. Anche le nuove regole - ha puntualizzato - rappresentano una sperimentazione. se non dovessero funzionare interverremo con un’ulteriore e definitivo giro di vite».

Ogni vetturino dovrà disporre di due cavalli o perderà la licenza
Secondo le nuove regole introdotte dal Campidoglio ciascun cavallo dovrà essere sottoposto ad almeno quattro visite di controllo all’anno, una delle quali sarà, più approfondita, prevederà almeno due radiografie per zampa. I vetturini dovranno essere dotati di un registro con l’orario in cui hanno iniziato il servizio e dove dovranno registrare le pause.

Gli orari, ha precitato De Lillo, rimarranno inalterati: rimane lo stop obbligatorio al servizio nella fascia compresa tra le 13 e le 17. Sulle carrozze saranno montati pannelli rifrangenti e il cavallo potrà seguire esclusivamente dei percorsi standard, che sono ancora in fase di definizione. Sicuramente, però, ha puntualizzato l’assessore, non conterranno tratti in salita o in discesa.

Per quanto riguarda le licenze, l’intenzione del Campidoglio è quella di ridurre progressivamente il numero delle "botticelle" in circolazione. Per questo gli uffici del Comune stanno studiando la possibilità di convertire la licenza di trazione animale a licenza per il taxi. Per i vetturini, invece, che amano la sperimentazione, è disponibile la possibilità di provare a convertire il servizio con l’impiego delle nuove carrozze a motore, che saranno disponibili nell’arco di qualche mese.

All’esterno, ha spiegato De Lillo, appariranno come antiche carrozze, ma all’interno saranno fornite di ogni comfort per il turista, inclusa una dotazione di strumenti audio-video per raccontare i monumenti della città. Chi farà questa scelta, ha spiegato Alemanno, potrà continuare a condurre la "botticella" nei parchi e, sempre lungo i percorsi prestabiliti, nei fine settimana e nei festivi.

La delibera, ha però precisato il sindaco, prevederà che ogni vetturino debba disporre di due cavalli. Chi non sarà in regola con questo requisito perderà la licenza. Le scuderie dei vecchi macelli di Testaccio, che attualmente ospitano i cavalli, saranno dismesse e affidate all’Accademia di Belle Arti. A Villa Borghese, invece, nasceranno le nuove scuderie. Per i cavalli che non saranno più in grado di portare avanti il lavoro, ha poi annunciato il Campidoglio, si apriranno le porte di alcune strutture del Corpo Forestale dello Stato, che si è reso disponibile ad accoglierli.

Cirinnà (Pd): «Sindaco e Ministro mostrano totale disinteresse per gli animali»
«Sono davvero addolorata per quanto accaduto. Dopo annunci eclatanti ed in parte risolutivi in merito alla dolorosa questione delle botticelle a Roma, il Campidoglio ha dovuto fare una precipitosa retromarcia a causa delle pressioni lobbistiche interne della maggioranza ed in particolare di An». Lo ha detto Monica Cirinnà, consigliere Pd al Comune di Roma.

«Il comportamento assunto dal sindaco e dal suo assessore che hanno dimostrato con il nuovo regolamento sulle botticelle un totale disinteresse nei confronti degli animali accettando imposizioni da parte di una piccola lobby politicizzata invece di dare risposte serie e concrete alle tante istanze avanzate in questi mesi da associazioni e cittadini».

«Entrando nel merito dal nuovo regolamento - ha aggiunto - si evince che: nei sette percorsi individuati in realtà vengono ricomprese tutte le strade oggi percorse dalle carrozze; delle zone di sosta ombreggiate ’non c’è nè nemmeno l’ombrà visto che si punta a prevedere la partenza dei percorsi nelle piazze centrali della città come piazza Navona e piazza di Spagna dove è difficile ipotizzare l’istallazione di strutture idonee ad ospitare i cavalli nei momenti di pausa; per il resto assistiamo ad un vero manifesto di intenti, tra auspicate riduzioni di licenze e corsi formazione inesistenti, progetti di scuderie campati in aria e garanzie vane di pronto soccorso h24. L’unico dato tuttora certo - ha concluso - è la completa scomparsa dell’ipotesi di svolgere l’attività all’interno delle Ville Storiche, ipotesi che avrebbe garantito, almeno in parte, la salvaguardia dei cavalli».

Novi Ligure: Erika e Omar, dall'incubo al profumo della libertà Nelle registrazioni agghiaccianti risate

L'ORRORE CHE NON PASSA

Lui uscirà la primavera prossima. Lei a casa fra tre anni, con il perdono del padre che non l'ha mai lasciata. A Matrix le testimonianze rilasciate dai due giovani assassini durante gli interrogatori


NOVI LIGURE (Alessandria)



HA ULTIMATO gli esami. E’ vicina la laurea in lettere alla Cattolica di Brescia dopo il diploma di ragioneria conquistato al Beccaria di Milano. Le ultime immagini. Scomparso il caschetto di capelli biondi, sostituito da lunghi capelli scuri annodati a coda di cavallo. Occhiali da sole. Alta. Il sorriso ispirato da quell’atmosfera di cameratismo, una partita di volley nell’oratorio di Buffalora, nel Bresciano, organizzata dall’Uisp. Era il mese di maggio del 2006. Un assaggio di libertà e subito erano divampate le polemiche. La condanna peggiore per Erika De Nardo: non riuscire a farsi dimenticare. Più pesante, più indelebile di quella inflitta dai giudici per per avere massacrato con 97 coltellate la mamma Susy Cassini e Gianluca, il fratellino di 11 anni.

ERIKA inseguita, ma anche Erika che insegue l’esistenza degli altri, da quel 21 febbraio del 2001 quando l’Italia si fermò sull’orrore racchiuso in una villetta color salmone in via Dacatra a Novi Ligure. Su quel volto ancora da bambina, su quel caschetto biondo che la facevano apparire ancora più giovane dei suoi acerbi, disperati 16 anni. Erika e Omar, il fidanzatino e complice. Insieme come icona dei delitti in famiglia: 16 anni la condanna per lei, 14 quella di Omar.

UN PALLEGGIO. Una battuta da fondo campo. La bella ragazza sorride. L’indulto ha accorciato i tempi della partita cancellando tre anni. Verziano, una manciata di chilometri da Brescia. Carcere immerso nella campagna, «a sicurezza attenuata».

SERRE E ORTI, celle aperte, laboratori, il campo di pallavolo che Erika non ha mai smesso di frequentare. Sezioni maschile e femminile, le donne sono una cinquantina. Erika ha avuto un lavoro di componentistica per una cooperativa carceraria e seguito un corso di florovivaismo.
C’è anche un giornale, si chiama «Zona 58» come l’area postale del carcere, la sua firma non è mai comparsa.

«ERIKA — dice un volontario — ha tutte le fragilità di una ragazza che ha commesso quello che ha commesso. «Una che sta sulle sue», «E’ ancora più silenziosa», schegge, frammenti di impressioni delle compagne riportate all’esterno. Troppo poco per un abbozzo di ritratto di come è oggi la ragazza di Novi. Sufficiente forse per immaginare un’Erika diversa da quella che nel dicembre del 2001 accolse la condanna con una scoppio di furore, arrabbiata anche con Omar, condannato a una pena più lieve. Fu anche l’occasione per uno dei rari pianti.

IL PADRE. Ha perdonato a quella figlia che gli ha tolto tutto, l’unica sopravvissuta della famiglia. Non le ha mai fatto mancare le visite settimanali, il regalo per Natale e il compleanno, l’affetto tenace. Francesco De Nardo ha ripulito il villino del massacro e ci vive. Sarà libero fra un anno, in primavera, Omar Favaro. Ha quasi 26 anni: un uomo. Dice di esserlo diventato in carcere, che era giusto che pagasse per il «disastro».

NON PENSA a Erika e se lo fa è solo per infuriarsi perché a lei è stata concessa la partita di volley mentre a lui sono state respinte due richieste di permesso. Al Ferrante Aporti, il carcere minorile di Torino, ha seguito corsi di meccanica e cucina. In quello di Quarto, provincia di Asti, ha studiato da ragioniere e preso un diploma in informatica, Riorganizza l’archivio della biblioteca, trascrive le bobine delle sedute del consiglio provinciale. «Erika? Non voglio più sentire parlare di lei. I periti avevano stabilito che io ero il suo succube, ma i giudici ci hanno trattato allo stesso modo».

Tangentopoli morale di tonino

di Filippo Facci

giovedì 05 marzo 2009, 07:00


Questa è la storia di un’amicizia il cui epilogo si rivelerà così sconcertante da spiegare chi è Antonio Di Pietro meglio di cento altri episodi. È la storia di un uomo, Di Pietro, che in vita sua ha avuto un solo amico del cuore; ma questo amico, nel 2002, fu accusato d’aver ucciso la moglie e allora l’ex magistrato accorse, divenne suo avvocato, lo difese pubblicamente, lo valorizzò come amico d’infanzia: ma poi l’amico venne arrestato, l’aria cambiò e Di Pietro passò ad accusarlo con gli stessi materiali che da avvocato aveva raccolto per difenderlo. Lo denunciò persino, e davanti ai giornalisti intanto l’amica d’infanzia era diventata la moglie uccisa. L’amico è stato condannato anche grazie al suo avvocato, che perciò è stato sospeso dall’Ordine. Ma non se ne duole.
 
Per figurare come paladino vincente del giusto contro lo sbagliato, per quattro voti straccioni, è disposto a pagare qualsiasi prezzo. Erano amici dal settembre 1961. Si conobbero 11enni al seminario diocesano di Termoli, quando in convento si andava a star meglio. Pasqualino Cianci era un coetaneo di Tavenna, e non ci fu ora o giornata o stagione che i due non divisero per tre lunghi anni. Era un complice inseparabile anche nei periodi estivi passati alla masseria di Tonino, dove divisero la stagione più bella della campagna e della giovinezza. Pasqualino ha sposato una paesana, ed è andato a vivere proprio di fronte alla masseria. Durante Mani pulite era l’unico ad avere libero accesso alla casa colonica della famiglia, e divenne un riferimento per i giornalisti.
 
Poi, l’8 marzo 2002, Pasqualino e la moglie vennero trovati a terra nella loro casa: lei morta strangolata, lui tramortito. Di Pietro, allora in disarmo perché non rieletto in Parlamento, si precipitò e pretese la veste di avvocato di parte civile. Immaginarsi la fiera. Giuliana, la moglie, diceva di ricordarla: era quella bambina di dieci anni con cui lui e Pasqualino giocavano d’estate. Si erano incontrati anche la domenica precedente al fattaccio, a Termoli. Cianci era assistito anche da un altro legale, Domenico Porfido, e intanto Di Pietro faceva un baccano d’inferno.

Si scagliò contro i giornalisti che sospettavano dell’amico, e al funerale eccoli uno accanto all’altro. Dormivano assieme nella masseria, come nelle estati di quarant’anni prima. Ma poi Pasqualino fu arrestato, e il linguaggio dell’amico prese a cambiare: «Ho svolto le mie indagini sull’omicidio della mia amica d’infanzia», disse. Stava mettendo il cappello sull’inchiesta, e la rinnovata «amica d’infanzia» era diventata lei. La figlia, Debora, gridò l’innocenza del padre come sempre farà. E Tonino sempre più ambiguo: «Difenderò la vittima, chiunque sia l’assassino».
 
Al processo, nel gennaio 2005, Di Pietro era diventato avvocato di parte civile contro l’amico. Non pensò che i diritti di un assistito, peraltro il suo migliore amico, andassero garantiti in ogni caso. Verità e la verità processuale non sempre coincidono, ma molto lasciava intendere che Pasqualino sarebbe stato condannato in ogni caso. Neppure pensò di astenersi, Di Pietro: non è un modus compatibile con la sua immagine pubblica. Può darsi che l’abbia abbandonato perché lo riteneva colpevole, o può darsi che l’abbia abbandonato perché pensava che il tribunale l’avrebbe comunque condannato. Il 31 gennaio 2007 Pasqualino ha preso 21 anni e 6 mesi. Attende l’Appello. L’Ordine degli avvocati sospenderà Di Pietro perché fu provato che le sue attività da difensore si erano rivelate utili per la condanna.

Da allora, Tonino ha continuato a fare la morale al Pianeta come sempre, e a parlare di «valori». Solo lui e Pasqualino sanno chi dei due scenderà all’inferno, o se si ritroveranno ancora.

L'Ordine degli avvocati sospende Di Pietro

di Gian Marco Chiocci

giovedì 05 marzo 2009, 08:30

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

 
Tre mesi di sospensione per l’avvocato Antonio Di Pietro. L’ex pm di Mani Pulite si è visto confermare dal Consiglio nazionale forense la «sanzione» del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bergamo che aveva già stigmatizzato il «doppio ruolo» ricoperto nei confronti di un amico di Montenero coinvolto in un omicidio: prima il neo avvocato ne prese le difese, poi passò tra le parti civili che sostenevano la tesi dell’accusa. Una cosa che non si fa: «La condotta del professionista - si legge nelle motivazioni della decisione - integra certamente la violazione dei doveri di lealtà, correttezza e di fedeltà (articolo 5, 6, 7 del codice deontologico forense) nei confronti della parte assistita e integra altresì l’illecito deontologico».

A seguito degli accertamenti svolti, e della sussistenza degli illeciti contestati, «non può che conseguire la sanzione disciplinare». Calcolata in tre mesi di sospensione dell’esercizio della funzione di avvocato in quanto «adeguata alla gravità dell’illecito compiuto».

La storia è alquanto intricata. Pasqualino Cianci, amico d’infanzia di Tonino, l’8 marzo 2002 viene trovato ferito nella sua casa di Montenero di Bisaccia accanto al corpo senza vita della moglie, Giuliana. Mentre era in ospedale, Di Pietro, accorso da Milano, ne assume la difesa. Dopodiché l’ex pm lo ospita personalmente a casa per alcuni giorni. Trascorsa una settimana il colpo di scena: Di Pietro rinuncia all’incarico non appena ha «sentore» che l’amico potrebbe finire indagato, come di lì a poco effettivamente avviene. E alla prima udienza in Corte d’assise Cianci, ormai imputato, si ritrova l’amico del cuore - quello con cui aveva diviso il seminario, le feste comandate e le ferie - dall’altra parte della barricata.

A quel punto, incredulo e un po’ meno amico di prima, Cianci presenta un esposto all’Ordine di Bergamo per infedele patrocinio. Esposto che viene accolto, in gran parte, e tradotto nella sanzione disciplinare di tre mesi. Di Pietro si difende. Sostiene di non avere mai difeso Cianci in qualità di imputato. Nega qualsiasi conflitto di interesse. Afferma d’aver ricevuto una sorta di «mandato collettivo» dalle parti civili e di aver rinunciato alla difesa dell’amico quando era ancora parte lesa.

L’appello, però, gli dà torto: per 90 giorni non può fare l’avvocato. Il Consiglio nazionale scagliona cronologicamente gli eventi che inchiodano l’«avvocato Di Pietro» a un comportamento non corretto. Una condotta «che integra certamente la violazione di doveri di lealtà, correttezza e fedeltà nei confronti della parte assistita - si legge nelle motivazioni della decisione - e integra altresì l’illecito previsto dall’articolo 51 del codice deontologico forense». Una norma che fa espresso divieto al legale di «assumere incarico contro un ex cliente, in particolare quando il nuovo incarico è inerente lo stesso procedimento nel quale è stato espletato l’incarico precedente».

Il Consiglio arriva a sanzionare il Tonino nazionale ripercorrendo le sue stesse azioni: l’assunzione del mandato di difensore il giorno dell’omicidio, l’incarico di carattere medico legale conferito al consulente Armando Colagreco, l’interrogatorio - come indagini difensive - del testimone Antonio Sparvieri (consuocero di Pasqualino Cianci). Dopodiché, a sorpresa, «il 19 marzo 2002, l’avvocato Di Pietro, quale avvocato difensore dei familiari della signora D’Ascenzio, depositava agli atti del procedimento penale una memoria difensiva mediante la quale, dando atto della nomina di un nuovo difensore di Pasqualino Cianci a seguito di contestuale sua rinuncia di mandato (Cianci dice di non aver firmato alcuna revoca, ndr) dimetteva copia dell’atto di nomina del nuovo difensore e le dichiarazioni a lui rese dal testimone Sparvieri».

Con lo stesso atto, osserva il Consiglio nazionale forense, Di Pietro «chiedeva che fossero acquisiti alcuni documenti specifici che si trovavano presso l’abitazione della defunta e del suo precedente assistito Pasqualino Cianci e che fossero svolte presso istituti di credito e nei confronti di privati, nuove indagini in relazione ai rapporti economici da questi intrattenuti con Pasqualino Cianci». Qualche tempo dopo – chiosa il documento disciplinare – Pasqualino Cianci «era iscritto nel registro degli indagati e il 16 aprile 2002 tratto in arresto». In primo grado Cianci (che urla la sua innocenza) è stato condannato a 21 anni per uxoricidio.