martedì 3 marzo 2009

Avete 50 anni? Non c’è posto per voi

Giovani per la pensione, vecchi per lavorare: 350mila a rischio con la crisi. Formazione, scarse le opportunità di riqualificazione professionale. Ansia, il 72 per cento dei dipendenti è preoccupato per il proprio futuro. Sei anche tu preoccupato per il posto di lavoro, scrivi la tua esperienza


Roma, 3 marzo 2009


VADO A LETTO e comincio a pensarci.

La mattina dopo sono uno straccio". Giorgio è prototipo del cinquantenne: dipendente di un’azienda metalmeccanica del Nord di medie dimensioni, una vita di duro lavoro alle spalle, una famiglia con moglie e due figli da mandare avanti, un mutuo da onorare. E’ l’over 50 che i sociologi chiamano "lavoratore maturo", cioè troppo giovane per andare in pensione ma troppo vecchio per mantenere il posto. E così finisce nella terra di nessuno. Il suo mestiere lo sa fare e pure bene. Da mesi, però, ha perso il bene della tranquillità. I giornali raccontano di crollo della borsa, di miliardi andati in fumo, di bonus megagalattici per coloro che hanno fatto a pezzi l’economia mondiale. Mostra la busta paga (1.525 euro), scuote la testa, e chiede "le sembra giusto che loro hanno creato tutto questo casino adorando — come dice il Papa — il dio denaro ed io devo rischiare il mio posto di lavoro?".

L’ANGOSCIA notturna è figlia delle previsioni: la disoccupazione che salirà sopra l’8% della forza lavoro nel 2009 e quasi al 9% l’anno prossimo. Stime molto prudenziali aggiungono che "almeno il 5%" dell’occupazione sarà interessata dalla crisi. Gira la cifra di 900mila posti di lavoro che saranno bruciati nell’industria manifatturiera e nelle costruzioni. Quanti "lavoratori maturi" saranno colpiti? Nessuno può dirlo con certezza, ma se si considera che sono circa il 35% del totale i lavoratori tra i 50 e i 64 anni, si può presumere che toccherà circa 350mila over 50.

Il che potrebbe significare che circa 350mila famiglie rischiano di precipitare nel baratro. Una indagine della Financial Direction Survey realizzata in 14 paesi, tra i quali l’Italia, indica addirittura negli ultraquarantenni, e tra le lavoratrici, la preoccupione maggiore per la perdita dell’occupazione. Il 72% dei dipendenti del nostro paese è a disagio, un dato in forte crescita: l’ansia cresce tra gli occupati delle industrie più grandi (79%) rispetto a quelle con meno di 50 dipendenti. Il picco dell’ansia è tra dipendenti e professionisti ultraquarantenni, addirittura al 78%, ma quasi la metà degli italiani (48%) considera il proprio impiego a rischio.

Nelle aziende le previsioni sono grigio scuro, la fiducia delle imprese in Italia (come nel resto del mondo) è precipitata nell’ultimo anno. Gli ordini sono in calo, su scala nazionale per le aziende manifatturiere siamo al 40-45%. E a correre i maggiori pericoli saranno i "lavoratori maturi" con minore professionalità e i giovani con contratti precari. In uno studio la Cisl l’ha detto: "In assenza di un’azione politica assai rilevante la recessione avrà sulle aziende una selezione di tipo darwiniano, all’insegna della sopravvivenza dei più forti". A cascata si manifesteranno gli effetti sull’occupazione.

Con la crisi che picchia duro e ogni giorno si arricchisce di una nuova cattiva notizia da ogni angolo del pianeta, è umano che i “lavoratori maturi” siano terrorizzati dal futuro. Anche ieri il ministro Sacconi ha ricordato l’impegno del governo di destinare 4 miliardi proprio per i lavoratori meno tutelati ma loro temono che i posti di lavoro destinati al rogo somigliano a una medaglia: su una faccia l’esercito dei giovani con contratto a termine che aspettano con il fiato sospeso il giorno della scadenza nel timore che non arriverà il rinnovo.

Si sa che, da gennaio, ogni mese ne scadono circa 315mila. Per molti significherà la disoccupazione. Il 13% dei lavoratori atipici è di "lunga durata", ha di media tra i 40 e i 50 anni ma non mancano gli ultracinquantenni, usciti dai processi produttivi per colpa della crisi. Per loro, con un Welfare State ai minimi termini, la prospettiva è il Welfare familiare e aspettare che "passi la nuttata".

L’ALTRA FACCIA del dramma sono proprio gli over 50: per loro scarse prospettive di riqualificazione professionale, poca attitudine a familiarizzare con nuovi processi produttivi e nuove tecnologice. Lo stesso uso del computer è spesso sconosciuto. E così trovare una nuova occupazione diventa impresa difficile. Quando esiste il sostegno della cassa integrazione non è l’ipotesi peggiore, in caso di difficoltà dell’azienda: l’incubo è il licenziamento tout court perchè il mercato del lavoro lascia poche speranze agli over 50.

Cosa fare? Esistono ammortizzatori sociali e programmi di riqualificazionedi settori, aziende e anche personali ma la crisi batte anche sui conti pubblici del Belpaese, per nulla brillanti. Però, non basta "aspettare che passi la nottata", sperare solo nella fine della crisi: sarebbe la strategia peggiore. Con 350mila famiglie in seria difficoltà il rischio è quello di stravolgere le basi della coesione sociale del Paese.


di NUCCIO NATOLI

Tumori, stop ai pregiudizi sui malati più anziani

anche per loro la guarigione è possibile. Servono però specialisti, ricerche e farmaci

Curare un «vecchio» malato di cancro? «Non ne vale la pena». Una mentalità diffusa ma senza fondamento


MILANO - Ogni anno, in Italia, vengono diagnosticati 270mila nuovi casi di tumore. Il 56 per cento delle persone colpite ha più di 65 anni e di questi il 45 per cento ha superato i 70. E se fino a pochissimi anni fa i malati seniores non vivevano abbastanza per trarre giovamento da una terapia antitumorale, molti studi recenti dimostrano invece l’esatto contrario: che le cure funzionano, allungano la vita e ne migliorano la qualità. A patto, però, che siano opportunamente calibrate e che nel programma terapeutico vengano tenuti nella giusta considerazione anche tutti gli elementi che caratterizzano la salute (e la malattia) della terza età.

Gli anziani oggi rappresentano il 24,5 per cento della popolazione italiana (14 milioni di persone) e, secondo le stime dell’Onu, arriveranno al 35 per cento nel 2040, rendendoci il Paese più vecchio al mondo. Alla luce di questi dati, presentati in occasione del primo congresso nazionale della neonata Federazione Italiana di Medicina Onco-Geriatrica (Fimog), «s’impone – dicono gli esperti - la necessità di cure oncologiche appropriate per gli over 65».

UNA PATOLOGIA TIPICA DELLA TERZA ETÀ - Il problema di terapie che tengano in conto le variabili dovute all’età, del resto, è evidente se solo si considera che l’incidenza del cancro è strettamente connessa con l’età: il rischio di sviluppare una neoplasia dopo i 65 anni, insomma, è circa quaranta volte più alto rispetto a quello di quando si ha un’età compresa tra i 20 e i 44 anni, e circa quattro volte quello medio della fascia che va dai 45 ai 64.

Il cancro si potrebbe in sostanza definire una malattia tipica della vecchiaia. Ma la diagnosi e il trattamento di un tumore in un over 65 pongono immediatamente sul piatto una serie di questioni assenti in un individuo più giovane. Perché l’anziano, spesso, è già affetto da altre patologie, non di rado croniche, assume vari farmaci che possono costituire un ostacolo per le cure anticancro. E, fatto determinante nella vita quotidiana, talvolta vive solo o non è pienamente autosufficiente.

UN TEAM DI SPECIALISTI - Chirurgo, oncologo e radioterapista, dunque, non bastano. «L’approccio diagnostico-terapeutico del paziente in età senile deve essere eseguito con modalità multidisciplinare e cioè con l'intervento congiunto di più specialisti – conferma Silvio Monfardini, presidente consiglio scientifico dell’Associazione italiana oncologia della Terza Età (Aiote ) -. Accanto a queste figure mediche bisogna aggiungere geriatra e anestesista.

Ma anche psicologi, fisioterapisti e riabilitatori, terapisti del dolore, infermieri, farmacisti, personale per l’assistenza domiciliare, nutrizionisti. Solo così si avrà la certezza di evitare valutazioni incomplete del paziente e conseguenti errori di trattamento eccessivo o, al contrario, inferiore al necessario». E si può parlare di cure appropriate solo se si assicura l’aiuto a casa (magari coinvolgendo l’assistenza sociale) dopo le dimissioni ospedaliere.

ANCORA INSUFFICIENTI I CENTRI SPECIALIZZATI Aggiunge Adriano Tocchi, presidente Fimog e direttore del dipartimento di chirurgia Pietro Valdoni del Policlinico Umberto I di Roma: «Per il trattamento delle neoplasie negli anziani non esistono in Italia, allo stato attuale, abbastanza centri specializzati e mancano protocolli di trattamento definiti. Per questo, fra gli obiettivi principali di Fimog, c’è quello di mettere a punto protocolli terapeutici adeguati alle condizioni fisiche di questi pazienti, introducendone progressivamente l’uso omogeneo in tutto il Paese».

Ma qualcosa già si muove: l’oncologia geriatrica italiana cresce, lentamente ma in modo costante e capillare. Secondo il primo sondaggio Aiote , rispetto a qualche anno fa, i gruppi che oggi si occupano specificamente della gestione del malato oncologico anziano sono più numerosi e meglio distribuiti sul territorio nazionale, sia pure con qualche differenza nord-sud.

«CURARLI? NON NE VALE LA PENA»In totale sono stati circa 59mila gli italiani over 65 ricoverati in assistenza ospedaliera per un tumore maligno nel 2005 (fonte: Ministero della salute). Molti hanno dovuto scontrarsi con una mentalità ancora diffusa, purtroppo anche fra i medici: «Anziano malato di cancro? Meglio lasciar stare. Non vale la pena sottoporlo a operazioni e farmaci…» Ma oggi a 65 anni si è vecchi? Secondo i dati raccolti dal Gruppo di Oncologia Geriatrico Italiano (Gogi), nei prossimi dieci anni il numero di anziani nel nostro Paese, soprattutto dagli 85 anni in su, è destinato a crescere.

«Esistono, fondamentalmente, due tipi di vecchi – prosegue Tocchi -. I “grandi vecchi”, che raggiungono la età geriatria con i propri mezzi, per lo più senza aver dovuto ricorrere, se non per malattie occasionali, al medico. E gli anziani che, invece, hanno invece raggiunto l’età geriatrica solo grazie a terapie mediche, protratte nel tempo, per correggere patologie croniche. È sui primi che possono persino essere eseguiti interventi di chirurgia maggiore» e sui quali, secondo gli specialisti, pesano ancora troppi pregiudizi.

ANCHE GLI ANZIANI GUARISCONO - L’età avanzata, insomma, non è di per sé una condanna né un fattore che da solo possa influenzare negativamente le possibilità di sopravvivenza. Quindi, non dovrebbe limitare più di tanto le decisioni dei medici. Le prove, ancora una volta, arrivano dalla statistica: nonostante i numerosi casi di tumore diagnosticati in Italia dal 1970 a oggi, il numero di morti per questa causa si è ridotto. Da quasi 100mila nel 1970, dopo un’impennata fra gli anni Ottanta e il 2005 (quando ne sono stati registrati 130mila), la quantità di decessi ha avuto un nuovo calo in questi ultimi anni, arrivando a poco più di 100mila.

Se la maggior parte dei casi oncologici riguarda gli anziani, dunque, bisogna dedurne che anche gli anziani guariscono. «Un risultato ottenuto grazie alle più moderne terapie – spiega Lazzaro Repetto, direttore dell’unità di oncologia presso l’Istituto nazionale di riposo e cura per gli anziani di Roma – e ai progressi chirurgici, tanto che oggi il paziente oncologico può convivere con la malattia per molti anni e godere di una buona qualità della vita. Per quello che riguarda gli anziani, però, i miglioramenti nella sopravvivenza sono legati quasi esclusivamente alle maggiori possibilità di operare, perché quando si deve procedere con la chemioterapia, purtroppo, sono ancora molti i problemi da risolvere».

POCHE RICERCHE E TROPPI FARMACI Perchè le cure siano adeguate, infatti, servono farmaci efficaci. Ma da tempo ormai gli esperti denunciano che, per i malati di tumore con i capelli bianchi, i conti non tornano. «Gli anziani sono ancora fuori dalla ricerca – conferma uno dei massimi esperti mondiali in materia, Ludovico Balducci -, perché troppi pregiudizi frenano il loro coinvolgimento nelle sperimentazioni sui medicinali». Infatti, se circa il 60 per cento dei tumori si manifesta in persone di almeno 65 anni, la loro partecipazione ai trial clinici per studiare terapie migliori non supera il 25 per cento.

«Assodato che i soggetti anziani sono i principali utilizzatori dei nuovi farmaci - precisa Repetto -, i preparati vengono però sperimentati su pazienti più giovani, di 40 e 50 anni, con il rischio di veder aumentare gli effetti collaterali quando impiegati nei 70 e 80enni». Il risultato? I medici non sanno con certezza quanto le cure siano valide e tollerabili anche per un organismo senile e, soprattutto, quale sia il rapporto benefici-effetti collaterali. Senza considerare che ancora troppo spesso ci si dimentica del fatto che le persone anziane, solitamente, soffrono di piccoli o grandi disturbi (cardiolocircolatori, respiratori, diabete, ad esempio) per cui già assumono un discreto numero di medicinali. Così, le prescrizioni si sommano e gli effetti collaterali lievitano con conseguenze anche gravi per i malati.

I «PUNTI DEBOLI» DA SOSTENERE - Resta comunque un fatto indiscutibile: il paziente geriatrico, a seguito dei fenomeni tipici dell’invecchiamento, presenta una diminuzione delle riserve dell’organismo e le condizioni fisiche generali si deteriorano. Il che comporta una significativa e diversa resistenza allo «stress» determinato dai trattamenti anticancro alla quale verrà sottoposto. E poi, purtroppo, i malati anziani sono spesso soli, hanno difficoltà a muoversi e a conciliare le necessità della vita di tutti i giorni (fare la spesa, lavarsi, tenere in ordine la casa, cucinare, ecc.) con gli spostamenti per le visite e gli effetti collaterali delle cure e dell’intervento.

Fornire loro un’adeguata assistenza è quindi indispensabile. A tutto ciò va ancora sommato l’impatto psicologico della malattia: «La solitudine e le difficoltà concorrono ad aumentare la depressione di cui generalmente soffrono, almeno dopo il primo shock iniziale, tutti pazienti oncologici – spiega Daniele La Barbera, docente di Psichiatria all’università di Palermo e responsabile del master in psiconcologia durante un recente convegno nazionale tenutosi nell’ateneo siciliano -. Così si crea un ulteriore problema che accresce lo stato d’ansia, rende gli anziani ancora più fragili e spesso finisce per contrastare l’efficacia dei trattamenti. Offrire a questi malati un supporto psicologico, perciò, è fondamentale».

Vera Martinella
03 marzo 2009

Adesso per favore nelle scuole studiate Gaber"

martedì 03 marzo 2009, 09:31


di Paolo Giordano


In fondo è naturale. Ora la lezione di Giorgio Gaber entra nelle scuole secondarie e diventa oggetto di studio. Lo fa con quella naturalezza creativa che sarebbe piaciuta anche a lui, libero pensatore preso da orrore per ogni classificazione e ogni impedimento stilistico. Il progetto è semplice: sono stati istituiti un concorso per gli studenti e una serie di lezioni tenute da studiosi e artisti (la prima, affollatissima, ieri al Teatro dell’Arte con Gioele Dix e Andrea Pedrinelli). «Giorgio Gaber insegna a pensare al di là degli schemi» ha detto ieri il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, presentando l’iniziativa a Palazzo Marino insieme con l’assessore Giovanni Terzi, Ombretta Colli con la figlia di Gaber, Dalia Gaberscik, ed Enzo Iacchetti.

Un giorno importante e non solo perché così si celebrano i settant’anni dell’artista italiano più libero del Dopoguerra. In realtà il «Progetto Gaber» è un segnale decisivo che il ministro Gelmini manda al mondo della scuola: più attenzione allo spirito della nostra cultura e alle basi recenti su cui si fonda (e che spesso sono state trascurate). «Molti si chiedono il perché di questa decisione - ha detto - e la risposta è molto semplice: nessuno ci aveva mai pensato prima». Ed è vero: sempre più persi nella guerra ad arruolare questo o quell’artista, i ministri precedenti (specialmente quelli di sinistra, che con la musica e l’arte vantano maggior confidenza) si erano dimenticati di valorizzare uno dei pochi davvero senza tessere e autenticamente creativo anche a costo di pestare i piedi a tutti.

Intanto spieghiamolo, questo «Progetto Gaber». La Fondazione a lui dedicata ha individuato dodici brani (in ordine di pubblicazione: Far finta di essere sani, L’America, Si può, I padri miei/ I padri tuoi, Gildo, Il dilemma, C’è un’aria, Canzone dell’appartenenza, Il mercato, La parola Io, I mostri che abbiamo dentro, Se ci fosse un uomo). Su questi testi gli studenti potranno confrontarsi in varie forme espressive (testo, audio, video, grafica e via dicendo) elaborando con la propria sensibilità quello che il Teatro Canzone di Gaber ha insegnato in tanti anni di musica ed esibizioni in tutta Italia.

Chi intende partecipare al concorso può inviare la scheda di iscrizione a progettogaber@giorgiogaber.it entro il 30 aprile. Gli elaborati potranno poi essere inviati entro il 30 giugno alla Fondazione Giorgio Gaber in piazza Aspromonte 26 a Milano. E poi c’è il progetto triennale (sottoscritto ieri davanti ai fotografi dal ministro e da Dalia Gaberscik) che prevede lezioni nelle scuole tenute da studiosi e artisti che sappiano spiegare ciò che Gaber riusciva a fare, ossia arrivare al cuore della gente con una luce nuova e una prospettiva inedita. Insomma, una svolta.

E dire che tutto è iniziato a fine luglio dell’anno scorso quando Enzo Iacchetti, a margine del Festival Gaber che si svolge ogni anno a Viareggio, ha detto con nonchalance: «Quest’artista bisognerebbe insegnarlo a scuola». Detto, fatto. «L’ho inseguito per due giorni con il telefono in mano - ha raccontato sorridendo la Gaberscik -. Dicevo: c’è il ministro che ti vuole parlare». «Non me la sentivo» ha chiosato Iacchetti che, scherzosamente ma non troppo, ha confermato di «essere figlio illegittimo del pensiero di Gaber».

Comunque, sette mesi dopo ecco qui che una semplice proposta è diventata realtà per centinaia di migliaia di studenti italiani. Ed è anche una sorta di significativo «precedente» che apre le porte ad altri autori capaci di fotografare il volto dell’Italia molto meglio di tante articolesse e di tanti trattati imposti sui banchi di scuola. «Credo che il pregio più grande di un artista così straordinario - ha detto il ministro - sia quello di insegnare a pensare senza pregiudizi».

Circondata dai cronisti, la Gelmini ha poi detto chiaro e tondo ciò che tanti pensano: «Un oratore come Gaber dovrebbe essere ospitato durante le ore di lezione dedicate all’educazione alla cittadinanza». In fondo, è naturale ed è un portato essenziale di questa svolta: la canzone ha dignità letteraria e pedagogica quando sopravvive al proprio tempo. E quelle di Gaber lo hanno fatto, evidentemente.

Indagati 4 ex tesorieri per i palazzi scomparsi della Dc

martedì 03 marzo 2009, 08:23

di Gian Marco Chiocci


A forza di scavare nei misteri del patrimonio immobiliare della Dc letteralmente scomparso dopo esser stato svenduto a una società poi dichiarata fallita (120 edifici a solo un miliardo e trecento milioni di lire) si scoprono risvolti inquietanti. Dopo aver dato conto dei processi in corso per bancarotta a Roma (nei confronti di Angiolino Zandomeneghi, titolare della società-pigliatutto denominata «Immobiliare Europa») e per corruzione in atti giudiziari e abuso d’ufficio a Perugia (imputato è il giudice Baccarini che curò il procedimento fallimentare proprio dell’«Immobiliare Europa»

nato da un’istanza dei legali del Ppi) oggi scopriamo che sempre nella Capitale pende un’altra inchiesta a tema con quattro indagati eccellenti già appartenenti al partito dissoltosi nel Ppi, nel Cdu e nel Ccd: quella sul crac di due società immobiliari della vecchia Democrazia cristiana, la «Ser» (Società edilizia romana) e l’«Immobiliare», poi assorbite dall’«Immobiliare Europa» dell’imprenditore Zandomeneghi attraverso l’acquisizione delle holding finanziarie dello scudocrociato, «Affidavit» e «Sfae».

Gli indagati sono gli ex «tesorieri» Tancredi Cimmino, Nicodemo Oliverio e Romano Baccarini, quali componenti del Cda della «Ser». Indagato a margine anche l’ex amministratore Alessandro Duce, oltre naturalmente all’onnipresente Zandomeneghi e ad alcuni dei «compartecipi» all’amministrazione dei beni della Balena bianca passati di società in società fino a scomparire in Croazia.

Da almeno un anno ben 19 persone stanno attendendo di sapere se saranno rinviate a giudizio da parte del pm Luca Palamara (lo stesso magistrato che sta processando Zandomeneghi a Roma per bancarotta dell’Immobiliare Europa) oppure se potranno tirare un sospiro di sollievo a seguito di una parziale richiesta d’archiviazione, solo in parte già inoltrata dal Pm.

Gli ex amministratori della Ser - spiegano i legali dei tesorieri - sostengono che la Ser fu svuotata dallo Zandomeneghi che, avendo portato in Croazia il patrimonio della società, ha causato il dissesto della stessa rendendo, perciò, necessario da parte degli amministratori Oliverio e Gilli, richiederne il fallimento onde poter salvaguardare il patrimonio della ex Dc.

Nel frattempo questa nuova vicenda è destinata a rendere ancora più intricati i procedimenti in corso perché, sullo sfondo del fallimento della «Ser» avvenuto nel luglio del 2003, si affronta il capitolo delle «donazioni» al Ppi di prestigiosi palazzi in carico alla «Ser». Secondo il reato ipotizzato nell’avviso di conclusioni delle indagini preliminari, i tre ex amministratori del patrimonio

democristiano «il 16 luglio del 1998 distraevano il bene immobile ubicato in Roma, piazza don Luigi Sturzo, denominato Palazzo Sturzo», iscritto in bilancio per un valore pari a quasi tre miliardi e mezzo di vecchie lire, «con un valore catastale pari a 20miliardi» ed «un valore di mercato assai più elevato, risultato oscillante tra i 60 e i 100 miliardi di vecchie lire, attraverso la donazione dello stesso in favore del Ppi,

soggetto indirettamente controllante la stessa Ser fallita» e con ciò «arrecando un danno patrimoniale in capo ai creditori». Altro potenziale danno ai creditori la procura lo contesta al terzetto con la distrazione, attraverso donazione al Ppi, di beni immobili «variamente ubicati» nel Paese per quasi due miliardi di lire «e dal valore di mercato assai più elevato».

Ma quel che davvero sembra interessare ai magistrati sono le modalità d’«alienazione» di Palazzo Sturzo, ipotecato dalla Banca di Roma e ceduto gratuitamente dalla «Sfer» al Ppi. E proprio per un debito da 40 miliardi di lire nei confronti dell'istituto di credito, la «Ser» è stata dichiarata fallita. La cessione al Ppi avvenuta nel 1998 (ben prima della comparsa di Zandomeneghi), a detta dei tesorieri non è stata un regalo al partito come ipotizza la procura e fu deliberata per consentire il ripianamento del debito con la banca, cosa che poi fece il Ppi. Ma questa è un’altra storia. Che merita un capitolo a parte.


gianmarco.chiocci@ilgiornale.it