giovedì 26 febbraio 2009

Negazionismo, Williamson si scusa «Chiedo perdono a Dio e al Papa»

«Alla televisione svedese ho solo espresso l'opinione di un non-storico»

Il vescovo lefebvriano: «Chiedo scusa ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime del Terzo Reich»


CITTÀ DEL VATICANO - Il vescovo lefebvriano Richard Williamson torna a scusarsi per le sue affermazioni negazioniste. Il presule britannico chiede perdono alle vittime dell'Olocausto e alla Chiesa in una dichiarazione diffusa dall'agenzia cattolica Zenit. «Il Santo Padre e il mio Superiore, il Vescovo Bernard Fellay, mi hanno chiesto di riconsiderare le dichiarazioni da me rilasciate alla televisione svedese quattro mesi fa, per il fatto che le loro conseguenze sono state così gravi» ha detto Williamson, giunto mercoledì a Londra da Buenos Aires (le autorità argentine a lasciare il Paese latinoamericano). «Tenendo conto di queste conseguenze, posso affermare in tutta sincerità che mi rammarico di aver espresso quelle dichiarazioni, e che se avessi saputo in anticipo il danno e il dolore che avrebbero arrecato, soprattutto alla Chiesa, ma anche ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime che hanno subito ingiustizie sotto il Terzo Reich, non le avrei rilasciate».

«CHIEDO PERDONO A DIO» - «Chiedo perdono davanti a Dio a tutte le anime che si sono onestamente scandalizzate per ciò che ho detto». È con questa lapidaria affermazione che Williamson è tornato sulle violente polemiche scatenate dalle sue affermazioni in merito alla Shoah e alle camere a gas per chiedere scusa e perdono per quanto ha detto. «Alla televisione svedese - ha spiegato il vescovo - ho solo espresso l'opinione di un non-storico, un'opinione formatasi 20 anni fa sulla base delle prove allora disponibili, e da allora raramente espressa in pubblico. Ad ogni modo, gli eventi delle ultime settimane e il consiglio dei superiori della Fraternità San Pio X mi hanno convinto di essere responsabile della pena che ne è derivata. Chiedo perdono davanti a Dio a tutte le anime che si sono onestamente scandalizzate per ciò che ho detto». «Come ha affermato il Santo Padre - si conclude la dichiarazione di Williamson - ogni atto di violenza ingiusta contro un uomo ferisce tutta l'umanità».


26 febbraio 2009

Obama: "Sacrifici e più tasse ai ricchi per dare a tutti la copertura sanitaria"

giovedì 26 febbraio 2009
Aggiornato oggi alle 17:18

di Redazione

Washington - "Ci aspettano ardue scelte". Per il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, occorrono sacrifici per uscire dalla crisi: "Dovremo rinunciare a cose che ci piacciono ma che non ci possiamo permettere". Presentando al Congresso la prima legge di bilancio, nella quale si stima per il 2009 un deficit record di 1.750 miliardi di dollari, il più alto dai tempi della Seconda guerra mondiale, Obama ha detto che anche a livello di governo "sarà necessario tagliare cose che non ci servono per pagare quelle che servono", ma che non è disposto a rinunciare ai programmi che "rendono l’America forte".

La bozza della finanziaria Il deficit degli Stati Uniti si dovrebbe attestare nel 2009 a 1.750 miliardi di dollari, per poi scendere a 1.171 miliardi nel 2010. È quanto emerge dalla bozza della finanziaria per l’anno fiscale 2010. Secondo il documento di circa 134 pagine, le spese totali dovrebbero attestarsi nell’anno fiscale 2010, che inizierà il prossimo 1 ottobre, a 3.606 miliardi di dollari, contro i 3.724 miliardi dell’anno precedente. La bozza offre una panoramica sulla proposta di manovra economica dell’amministrazione Obama per il 2010. Il documento finale, molto più ampio, è atteso tra la metà e la fine di aprile. "Ci vorrà tempo, ma possiamo cambiare l’America, ricostruire la fiducia perduta, ristabilire le prospettive del Paese e la sua prosperità", ha detto il titolare della Casa Bianca presentando il documento.

Deficit in ribasso nel 2010 Il budget degli Stati Uniti prevede un deficit in deciso ribasso già nell’esercizio 2010 (che scatterà il primo ottobre), 1.171 miliardi di dollari contro 1.750 miliardi nel 2009. Diminuiranno anche le spese complessive, passando da 3.724 miliardi nel 2009 a 3.606 miliardi nel 2010. Secondo Obama, si tratta di un processo che richiederà tempo: "Ma soltanto in questi ultimi 30 giorni abbiamo identificato riduzioni del deficit pari a 2mila miliardi, che ci aiuteranno a diminuire della metà il nostro deficit entro la fine del mio primo mandato".

Il presidente ha citato in particolare risparmi per 20 milioni ammodernando i programmi e riducendo la burocrazia per l’agricoltura, per 200 milioni abbandonando i programmi per ripulire le miniere abbandonate, oltre a tagli per svariati programmi nella pubblica istruzione sopprimendo alcuni programmi di controllo simili a quelli già esistenti in ben 13 agenzie governative. Senza dare maggiore dettagli, Obama ha parlato di risparmi per quasi 50 miliardi riducendo sussidi eccessivi e scappatoie fiscali. Grazie alle misure di stimolo dell’economia avviate dall’amministrazione Obama, è previsto un tasso di crescita molto elevato negli anni successivi: 4% nel 2011, 4,6% nel 2012, 4,2% nel 2013. Sul fronte del mercato del lavoro, la disoccupazione crescerà nel 2009 assestandosi all’8,1%, per poi iniziare a calare l’anno successivo, 7,9%. A gennaio 2009 la disoccupazione aveva raggiunto il 7,6%.

Necessari sacrifici e rinunce Per il presidente occorrono rinunce per uscire dalla crisi, bisognerà "rinunciare a cose che ci piacciono ma che non ci possiamo permettere". Obama ha detto che anche a livello di governo "sarà necessario tagliare cose che non ci servono per pagare quelle che servono", ma che non è disposto a rinunciare ali programmi che "rendono l’America forte". "Ci sono tempi in cui ti puoi permettere di ridecorare la casa e tempi in cui devi concentrarti a ricostruire le fondamenta".


La riforma della sanità Obama ha detto che nel suo bilancio è contenuto "un impegno storico per la riforma della sanità". Il bilancio si prefigge di rendere l’assistenza sanitaria più accessibile ai milioni di americani che hanno perso il posto. Obama ha parlato di un sussidio, in vigore da oggi, che aiuterà 7 milioni di americani che hanno perso il lavoro a conservare la mutua che avevano prima del licenziamento. La misura è compresa nel pacchetto di stimolo: espande una estensione temporanea di un programma che consente ai neo-disoccupati di tenere la vecchia mutua se la pagano di tasca propria. La nuova misura abbassa i costi di circa due terzi per un anno. "Sette milioni di americani avranno una cosa in meno di cui preoccuparsi quando vanno a dormire", ha detto il titolare della Casa Bianca.

I costi delle offensive militari Nella proposta di legge sono previste spese militari per 663,7 miliardi di dollari, l’1,5% in più rispetto al bilancio precedente, per coprire i costi delle offensive in Iraq e Afghanistan. "Il vero costo delle guerre che l’America sta combattendo non dovrà più essere nascosto all’opinione pubblica", ha detto Obama aggiungendo che per troppo tempo il governo federale "non ha detto la verità" sui soldi spesi per le guerre e i veri costi delle operazioni militari "sono rimasti fuori dai libri contabili". Per Obama, al contrario "bisogna essere onesti".

Un budget onesto "Il mio è un budget onesto", ha detto Obama facendo presente che in passato altri bilanci "per anni non hanno detto la verità". Il presidente Usa ha detto che i veri costi delle guerre in Iraq e in Afghanistan saranno inclusi d’ora in poi nel bilancio a differenza di quanto era successo con l’amministrazione Bush. "Il governo deve essere onesto" con se stesso sui costi di quelle guerre, ha detto Obama paragonando le pratiche di bilancio dell’amministrazione di Washington a quelle di un bilancio familiare. Come le famiglie non possono lasciare grosse spese fuori dalla loro pianificazione finanziaria, così deve fare il governo, ha detto Obama. E invece per troppo tempo il governo" non ha detto la verità" su come venivano spesi i dollari dei contribuenti.

La Lega a Fini: «Con voli low-cost risparmi per 10 milioni di euro»

Reguzzoni scrive al Presidente perché Intervenga sull'agenzia di viaggi della Camera


La richiesta del Carroccio di acquistare biglietti Easy-Jet anziché Cai anche per gli onorevoli perché più economici



ROMA - «Le chiedo di intervenire in tempi rapidi affinché sia possibile prenotare presso la nostra agenzia di viaggi biglietti della compagnia di volo EasyJet. Tale compagnia, infatti, prevede per i collegamenti Malpensa-Fiumicino costi più bassi con conseguente notevole risparmio per il bilancio della Camera». E’ quanto chiede il vicepresidente della Lega Nord a Montecitorio, Marco Reguzzoni, in una lettera indirizzata al presidente della Camera Gianfranco Fini, sottolineando che «ad oggi i deputati prenotano voli Cai per comodità in quanto per i voli Easyjet devono chiedere il rimborso, con un ulteriore aggravio di costi significativi per l’Amministrazione della Camera»

TAGLI AI COSTI DELLA POLITICA - «In tempi in cui si parla tanto e giustamente di limitare i costi della politica - continua Reguzzoni - talvolta basterebbero solo alcuni semplici accorgimenti per risparmiare molto denaro pubblico. Non si capisce, infatti, perché deputati e senatori non possano prenotare presso le agenzie viaggio di Camera e Senato biglietti aerei di compagnie low-cost, ma solo voli di compagnie di bandiera che notoriamente praticano prezzi molto più alti».

Il deputato leghista ha stimato che se i parlamentari viaggiassero con compagnie low-cost si potrebbero conseguire risparmi di almeno una decina di milioni di euro all’anno: «Non solo potremmo risparmiare una decina di milioni di euro all’anno - conclude Reguzzoni - ma sarebbe anche una iniziativa a favore della concorrenza e del libero mercato, perché devono essere i cittadini, parlamentari inclusi, a scegliere con chi viaggiare. La Camera dovrebbe aiutare a viaggiare a più basso costo».

26 febbraio 2009

Pirati, la marina cinese sventa un attacco a un mercantile italiano

di Redazione


Pechino - La marina cinese ha sventato un attacco dei pirati a una nave italiana al largo della costa somala, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa cinese Xinhua, che però non fornisce altri dettagli. Se confermato, si tratterebbe del primo scontro tra i pirati somali e le forze cinesi. Pechino ha inviato tre navi nelle acque del Golfo di Aden lo scorso dicembre, nell’ambito delle operazioni internazionali anti-pirateria. Fino ad oggi, le forze cinesi si erano limitate a scortare le navi commerciali cinesi e di Hong Kong, per scongiurare gli attacchi dei predoni.

Antitrust, dal 2006 al 2008 il prezzo cresciuto del 36%

Multa al "cartello della pasta":


Sanzioni per 12 milioni di euro. Dall'Antitrust arriva una multa per le aziende produttrici di pasta e le associazioni di categoria. L'accusa: intese restrittive della concorrenza.


Un'intesa restrittiva della concorrenza finalizzata a concertare gli aumenti del prezzo di vendita della pasta secca di semola da praticare al settore distributivo". Questa, secondo l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, la condotta portata avanti da 26 aziende che producono pasta, insieme all'Unipi (Unione Industriali Pastai Italiani). Una condotta sanzionata dall'Antitrust con multe per complessivi 12.495.333 euro.

Le società multate sono Amato, Barilla, Colussi, De Cecco, Divella, Garofalo, Nestlè, Rummo, Zara, Berruto, Delverde, Granoro, Riscossa, Tandoi, Cellino, Chirico, De Matteis, Di Martino, Fabianelli, Ferrara, Liguori, Mennucci, Russo, La Molisana, Tamma, Valdigrano. Secondo quanto rende noto l'Authority, "sono invece risultate estranee all'intesa, a diverso titolo", le società Gazzola, Mantovanelle e Felicetti, nei confronti delle quali era stata ugualmente avviata l'istruttoria.

"I produttori sanzionati sono rappresentativi della stragrande maggioranza del mercato nazionale della pasta (circa il 90%) e Unipi è l'associazione di categoria più rappresentativa del settore", spiega l'Antitrust, che ha anche sanzionato, con 1000 euro, "l'intesa realizzata da Unionalimentari, Unione Nazionale della Piccola e Media Industria Alimentare che, in quanto associazione d'impresa, ha divulgato una propria circolare per indirizzare gli associati verso un aumento uniforme di prezzo".

"Nella determinazione dell'importo base delle sanzioni - si legge ancora nella nota dell'Antitrust - l'Autorità ha ampiamente tenuto conto della situazione economica del settore della pasta, in considerazione dell'eccezionale incremento subito dal costo della materia prima nonchè della complessiva situazione di progressivo peggioramento delle performance economiche delle imprese del settore. Le due intese hanno di fatto interessato l'intero mercato della produzione della pasta ed hanno avuto effetti evidenti sul mercato in termini di aumento medio dei prezzi di cessione alla grande distribuzione organizzata e, conseguentemente, del prezzo finale praticato dai distributori ai consumatori".

"In particolare l'intesa realizzata da Unipi e dai 26 produttori - sottolinea l'Authority - è durata dall'ottobre 2006 almeno fino al primo marzo 2008. Dal maggio 2006 al maggio 2008 il prezzo di vendita della pasta al canale distributivo ha registrato un incremento medio pari al 51,8%, in buona parte trasferito al consumatore, visto che il prezzo finale è cresciuto nello stesso periodo del 36 per cento".

Relativamente alla conclusione del procedimento riguardante i listini dei prezzi della pasta condotto dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato, l'Unipi - Unione industriali pastai italiani - ribadisce invece che nel settore non vi sono state speculazioni, nè si è mai configurato alcun accordo lesivo degli interessi dei consumatori. Le ragioni che hanno determinato tensioni sul prezzo al consumo della pasta sono riconducibili, in particolare, all'andamento dei fattori di costo di produzione, il più importante dei quali è rappresentato della materia prima, la semola di grano duro.

A partire dal 2005 e fino al 2008 le quotazioni del grano duro hanno fatto registrare aumenti straordinari, tanto da determinare uno stato di crisi acuta per il settore, con il rischio concreto, per numerosi pastifici, di cessazione delle attività. Nel primo semestre del 2008 il costo medio del grano duro è cresciuto del 220 per cento rispetto alla media del 2005 (dati Borsa Merci di Foggia).

La laurea per piantare le viti Un solo iscritto a Conegliano

Dossier sugli sprechi: corsi deserti e super spese per i viaggi



ROMA - Nel 2007 gli studenti universitari hanno totalizzato mediamente 26,2 crediti formativi (cfu) a testa. Per laurearsi nei tempi previsti ne occorrono 60. Non è proprio da tutti riuscirci, questo è vero, ma una media così bassa vuol dire che la velocità di avvicinamento alla laurea è poco più di un terzo di quella richiesta.

A Conegliano è attivo un corso di Scienze e tecnologie viticole. D’accordo, è una cosa legata al territorio, ma come mai c’è un solo iscritto? Ha senso un corso di Ingegneria per l’ambiente a Cremona con un solo studente? A Pesche (Molise) non c’è una scuola superiore. Vi sono pero 5 corsi di laurea (tre di Biologia, Scienze forestali e Informatica). Come a Borgia, dove la facoltà però è solo una: Farmacia.

Nel 2008 in non pochi atenei il personale tecnico-amministrativo (biblioteche, segreterie, laboratori) era pari alla metà dei professori. Di cosa hanno più bisogno gli studenti? Nel 2007 per ogni ricercatore c’erano negli atenei circa due professori quando tutti, proprio tutti, ripetono che c’è un estremo bisogno di giovani.

Ci sono atenei di media dimensione che spendono per trasferte e gettoni di presenza il doppio di grandi università. Sono alcuni dei numerosissimi indicatori che il Comitato nazionale valutazione del sistema universitario (Cnvsu) ogni anno ricava dai bilanci degli atenei e che suggeriscono se non un’idea di spreco un’idea di utilizzo non razionale delle risorse.

E mettono in evidenza comportamenti e stili molto diversi. Gli indicatori che presentiamo sono proposti da Giuseppe Valditara, responsabile università di An, con l’intento di sollecitare una strategia di meriti e sanzioni. «Ci sono luci e ombre — dice Valditara —. E’ vero che università e ricerca sono sottofinanziate, ma poiché stiamo parlando di soldi dei cittadini prima di riempire l’otre che perde è opportuno restaurarlo».

Vediamo più in dettaglio le cifre. Prendiamo i crediti formativi. La media nazionale è di 26,2. Sono i nostri studenti che battono la fiacca o ci sono università che se la prendono comoda? Tra gli atenei dove nel 2007 si sono accumulati meno crediti quello della Basilicata (17,2) e Cagliari (17,9). In testa alla classifica Milano San Raffaele (54). «Negli ultimi tre anni sono state aperte quattro nuove facoltà con parecchi iscritti — dice il professor Ignazio Mancini (Senato Accademico ateneo della Basilicata)—. E’ possibile, la cosa va verificata, che molti studenti abbiano incontrato delle difficoltà ».

Se un ateneo attrae fondi europei vuol dire che è in grado di competere a livello internazionale. Il dato di entrate (2007) dall’Ue per docente di ruolo presenta differenze clamorose: dai 188 euro della Mediterranea di Reggio Calabria o i 275 dell’ateneo di Parma si passa agli 8.758 di Trento per arrivare fino ai 50 mila della Sant’Anna di Pisa. Anche la spesa (2007) per trasferte istituzionali o gettoni e indennità mette in luce stili differenziati. Catania ha messo in bilancio 2 milioni e 274 mila euro. La Statale di Milano un milione e 467 mila. A Roma il mega ateneo de «La Sapienza» ha impegnato un milione e 466 mila euro, molto meno della «figlia », la giovane e competitiva «Roma 3» che nel 2007 ha speso un milione e 838 mila euro.

Giulio Benedetti
26 febbraio 2009

Consulta, tre mesi da presidente la pensione diventa da nababbi

di Giannino della Frattina


giovedì 26 febbraio 2009, 10:20


A leggere l’articolo 134 della Costituzione, il loro compito dovrebbe essere la difesa della Carta fondamentale e dei suoi princìpi. Ma i giudici dell’Alta corte sembrano ben più preoccupati di preservare le proprie pensioni e un’interminabile sfilza di privilegi. Tanto che anche definirle dorate rischia di essere un eufemismo. Il meccanismo è semplice semplice. E una volta indossata una delle quindici elegantissime toghe, basta aspettare. Nove anni il tempo limite prima di essere allontanati dal lussuoso palazzo romano con vista sul Quirinale. Ma nel frattempo accade quello che tutti aspettano: una bella nomina a presidente e il gioco è fatto.
Prendi i soldi e scappa

Appena tre mesi è durato anche l’ultimo presidente. Il professor Giovanni Maria Flick, infatti, è stato eletto presidente lo scorso 14 novembre. Fine dell’incarico? Tre mesi dopo. Novantadue giorni, per l’esattezza, dai quali vanno sottratti l’8 dicembre, le vacanze di Natale, l’Epifania. Senza dimenticare che i giudici della Consulta lavorano una settimana sì e una no. «Libera» la chiamano loro che possono. Tutto regolare, per carità, e verificabile sull’ottimo sito internet (www.cortecostituzionale.it) dal quale risultano i calendari dei lavori. Che, anche nella settimana buona, non sono certo febbrili.

Arrivo dei giudici il lunedì pomeriggio per la camera di consiglio, il martedì c’è l’udienza pubblica, mercoledì discussione di qualche causa e scrittura delle sentenze. Giovedì alle 13 tutti a casa. E così il professor Flick risulta aver presieduto la sua prima udienza il 18 novembre. Mercoledì 17 dicembre l’ultima camera di consiglio prima di Natale. Poi vacanza fino al 13 gennaio. Nemmeno un altro mesetto (udienza l’11 febbraio) e arriva la pensione. I mesi effettivi, dunque, non sono nemmeno due. Che, però cambiano la vita di chi li agguanta. Il trionfo della gerontocrazia

Una promozione per merito? Macché. Basta l’anzianità. Alla Corte costituzionale, infatti, non si sale allo scranno più alto perché si è più bravi. Basta semplicemente essere il più anziano dell’allegra, si fa per dire, compagnia. Davvero un bell’esempio per la nazione. E gli altri? Aspettano pazienti, come il cinese, sulla riva del fiume. Il presidente nominato andrà in pensione e lascerà libera l’ambita poltrona. Questione di anni? Nemmeno per sogno. Appena qualche settimana, pochi mesi. Nel casi peggiori un annetto. O poco più.
Sedici ex presidenti

Leggere per credere. Il presidente emerito (una volta pensionati così si fanno chiamare) Giuliano Vassalli è stato in carica dall’11 novembre del 1999 al 13 febbraio del 2000. Appena tre mesi, giusto il tempo di far le vacanze di Natale e il Capodanno con i gradi e arriva il momento di traslocare. Tre anche i mesi di Giovanni Conso e appena quattro quelli di Valerio Onida, sei quelli di Antonio Baldassarre. Una beffa si potrebbe dire se non si temesse di mancare di rispetto alla quinta carica dello Stato. Sì, perché è proprio di questo che stiamo parlando. Di uno dei ruoli cardine dell’ordinamento. Con il risultato che a tutt’oggi oltre a una schiera di ex giudici, siamo costretti a mantenere ben sedici presidenti emeriti. Con tanto di autisti e assegni mensili da favola.

Stipendi e privilegi

Il bingo all’Alta corte comincia dallo stipendio. Se un semplice giudice guadagna infatti la bellezza di 416mila euro (seppur lordi e all’anno), nel caso del presidente si aggiunge un’indennità di rappresentanza pari a un quinto che lo fa balzare a 500mila. Ma questo, vista la brevità dell’incarico, sarebbe il meno. Il vero botto, infatti, lo fanno la liquidazione e soprattutto la pensione che verranno calcolate sulla base dell’ultimo stipendio percepito.

Ecco perché allo scranno di presidente è più importante arrivare che restare. Perché chi lascia, intasca immediatamente la superliquidazione ottenuta moltiplicando gli anni di lavoro, magari come magistrato o professore universitario, per l’ultimo emolumento. Come è capitato a Gustavo Zagrebelsky, giudice dal settembre del 1995 e presidente della Consulta dal 28 gennaio al 13 settembre 2004. Ricongiungendo gli anni della carriera universitaria come professore ordinario con i nove della Corte, alla fine ha accumulato 38 anni di anzianità lavorativa. E una liquidazione di 907mila euro lordi (al netto 635mila).

Tutto pagato

Poi c’è l’assegno mensile. Romano Vaccarella, ricongiungendo gli anni di università con quelli alla Consulta, può riscuotere 25.097 euro lordi mensili (pari a 14.288 netti); Zagrebelsky 21.332 euro lordi (12.267 netti). Il giusto compenso dopo anni di sacrifici? Giudicate voi. Ogni giudice, oltre ai 416mila euro di stipendio, ha diritto a una segreteria di tre persone oltre a tre assistenti di studio. Stagisti imberbi? Non proprio, piuttosto affermati professori universitari o magistrati esperti di diritto incaricati di allestire i fascicoli o delle ricerche d’archivio che allo stipendio che continuano a percepire dall’amministrazione di provenienza, possono aggiungere un’indennità di 33mila 690 euro all’anno.

Ma oltre allo staff, il giudice può contare nell’alloggio (2-3 stanze con bagno e angolo cottura) al quinto piano del palazzo della Consulta o nel vicino palazzo di via della Cordonata. E poi carta di libera circolazione sulle ferrovie, rimborso dei viaggi aerei e dei taxi, una tessera Viacard e un telepass per circolare in autostrada. E poi cellulare, computer, telefax e telefono gratis anche nell’abitazione privata. Gli spostamenti? Con l’auto di servizio e due autisti sempre a disposizione. Vita natural durante. Perché auto E guidatori restano a disposizione anche a pensione raggiunta. Che si abiti a Roma o che si abiti altrove.

Ecco perché il Benedetto XVI è finito sotto attacco

di Gianni Baget Bozzo

Papa Benedetto è sotto la linea del fuoco, di «fuoco nemico» per la maggior parte ma anche di «fuoco amico». Anzi il fuoco nemico esiste con l’intenzione e nella speranza di potenziare il fuoco amico. Repubblica è il centro di questa doppia strategia. Nel libro di Marco Politi su «i no» della Chiesa è soprattutto il fuoco amico che parla, sono dei cattolici militanti che argomentano. Ieri, intervistato dalla Stampa, il teologo Hans Küng ha attaccato Ratzinger dicendo che ha «tradito lo spirito del Concilio». Ma non è Papa Benedetto a essere in discussione, è il ruolo del Papato.

Paolo VI dovette affrontare un dissenso ecclesiastico ben più radicale, pensò di dover formulare formalmente un nuovo credo, il credo del Popolo di Dio, tanto i fondamenti della fede gli sembravano scossi. E, molte volte, soprattutto in occasione della enciclica Humanae Vitae, il dissenso di vescovi e teologi fu clamoroso. Il Papa riempiva il suo compito di conservare l’unità della Chiesa nel tempo mantenendo intatta la tradizione come fondamento della Chiesa.

Giovanni Paolo II aggirò vescovi e teologi con il suo pellegrinare apostolico verso le nazioni, facendo dei semplici fedeli una barriera contro il prevalere delle opinioni difformi dalla tradizione nell’episcopato e nella teologia. Essere polacco e avere espresso la libertà della Chiesa nella sua verità di fronte al comunismo ed essere stato il granello di sabbia che ha fatto crollare l’impero sovietico sul tema delle nazioni evocato dal Papa, ha conciliato a Giovanni Paolo II l’onore del mondo, ma non il consenso di quei vescovi e di quei teologi che pensavano che il potere papale dovesse essere ridotto a un potere di coordinamento interepiscopale. E che il dibattito teologico procedesse senza vincoli dogmatici e disciplinari. Papa Benedetto è dunque in buona compagnia.

L’occasione dello scoppiare del «fuoco amico» è stata la cancellazione della scomunica ai vescovi di Ecône, tra cui un negazionista della Shoah. Da allora circola nel mondo cattolico l’idea di un Papa monaco e teologo chiuso nei suoi studi e nelle sue liturgie: un Papa che si vuole spirituale quando il tempo domanda di governare la comunicazione e la propria immagine costruita su modelli comunicativi come aveva fatto Giovanni Paolo II.

Con Papa Benedetto il rapporto tra Chiesa, culture e religioni è divenuto intenso e dottrinale. Egli ha agito in profondità sulle relazioni tra Chiesa cattolica, ebraismo ed islam. Ha coinvolto le relazioni esterne nella identità dottrinale della Chiesa non riducendole soltanto a rapporti diplomatici e a relazioni formali. È un Papato denso di significato che non si è rassegnato alla diplomazia vaticana, ma ha voluto dare ai rapporti con le religioni e con le culture una dimensione fondata sulla Chiesa come corpo di Cristo.

Il limite di Giovanni Paolo II era dato appunto dal successo del suo tentativo di comunicare legato alle qualità personali di Karol Wojtyla, ma lasciando intatta la figura del Papato. E Benedetto XVI ha dato la misura del suo impegno nel cercare la conformità tra la dottrina e la vita della Chiesa facendo affrontare dal sinodo dei vescovi il punto cruciale del modernismo e dell’antimodernismo, cioè il rapporto tra analisi storico critica della Bibbia e il suo valore come documento della fede cristiana insegnato dalla Tradizione.

I decenni che dividono gli anni Duemila dagli anni Sessanta, gli anni del Vaticano II, pesano come secoli. Il mondo moderno è finito con la fine del comunismo. La crisi del capitalismo aggiunge problemi nuovi a quelli antichi. La sfida islamica si unisce a quella laicista con lo scopo di ridurre la Chiesa a una minoranza insignificante. Occidente e comunismo erano più interni alla cultura cattolica che quello che possiamo chiamare postcapitalismo. Benedetto ha dato un profilo spirituale e intellettuale alla Chiesa cattolica nel nostro tempo in cui la domanda religiosa si rafforza proprio in funzione delle contraddizioni in cui essa vive.

Nel mondo cristiano vivono con vitalità le Chiese ortodosse e le comunità pentecostali, tutte legate al fascino dell’esperienza spirituale, al mistero dell’evento cristiano. La chiese che si sono consegnate alla modernità come la comunione anglicana e le Chiese luterane e calviniste, le Chiese della Riforma, sono consumate nella loro vita religiosa. Papa Benedetto come Papa ha continuato l’opera dei Papi e ha posto l’identità della Chiesa nella sua prassi storica, ha unito mistero e messaggio, ortodossia e comunicazione. Per questo il «fuoco amico» e quello «nemico» lo combattono.

Al Pd di Franceschini non resta che Pecoraro

giovedì 26 febbraio 2009, 08:30

di Massimo De Manzoni

Milano - Moriranno democristiani. Ma non subito. Per prolungare l’agonia, vogliono infilarsi in una specie di macchina del tempo con la quale percorreranno a ritroso tutte le tappe del loro recente calvario. La prima è l’Unione. Sì, avete capito bene: quell’accozzaglia informe che andava dal no global Francesco Caruso alla devota Paola Binetti e che hanno cercato di spacciarci per una maggioranza politica con la quale si poteva governare uno dei Paesi più industrializzati del mondo. È finita come sappiamo, dopo sgradevoli vicissitudini per loro e soprattutto per gli italiani. Ma ora ci riprovano. In quel laboratorio di Frankenstein che è il Partito Democratico a nessuno pare sia venuta un’idea meno bislacca per mascherare il disastro certificato da impietosi sondaggi. Ormai il momento di inabissarsi sotto quota 20 per cento è vicinissimo e così, riecco l’Unione, nome quanto mai azzeccato per la compagine più disarticolata della storia.

Ricordate? La Quercia, la Margherita, i cespugli, i veti di Rifondazione, le tasse di Visco, l’elogio delle tasse di Padoa-Schioppa, Mastella contro Di Pietro, Di Pietro contro tutti. Se c’è una cosa giusta che aveva fatto Veltroni, era stato dire basta a questa marmellata, sfoltire i cespugli, semplificare il quadro politico, dare una decisa spinta verso il bipolarismo. Anzi, il suo vero limite è stato di non aver saputo andare fino in fondo, acconciandosi a quell’alleanza con Di Pietro che è stata la causa prima (anche se certamente non unica) del suo fallimento. E ora Dario Franceschini che fa? Appena indossati gli scomodi panni che furono di Uòlter, impugna la ramazza e, assieme al governo ombra e ad altra paccottiglia, getta nel cassonetto anche l’unica intuizione valida. Abbiamo scherzato, riportiamo indietro l’orologio della storia.

«Si può dire che lavoriamo per un nuovo centrosinistra, ma senza impiccarci alle formule», ha ammesso un imbarazzato Roberto Di Giovan Paolo, fedelissimo del nuovo segretario Pd, parlando col Riformista. «Ci aspettiamo segnali di amore dalle forze a sinistra del Pd», ha aggiunto ammiccando in particolare a socialisti, verdi, Sinistra democratica e vendoliani. Tradotto: «Noi stiamo affogando e voi siete già sott’acqua. Fateci salire sulle vostre spalle che tentiamo di respirare almeno fino alle prossime elezioni». E i «segnali d’amore» sono arrivati subito. Da Riccardo Nencini a Grazia Francescato, da Claudio Fava a Franco Giordano, tutti hanno dato la loro disponibilità a rinverdire i fasti di quella meravigliosa stagione in cui la Fabbrica del programma lavorava a pieno ritmo per produrre un volume di centinaia di pagine riassumibile in una sola frase: «Siamo contro Berlusconi. Dateci il voto e poi ognun per sé e Dio per tutti».

Ma sì, torniamo all’Unione. Ai bei tempi in cui il titolare del Tesoro ci dava dei bamboccioni mentre il suo vice studiava di notte come vuotarci le tasche. A quell’epoca in cui i ministri andavano in piazza con il megafono per protestare contro il loro governo. A quei giorni felici in cui Napoli affondava nell’immondizia ma guadagnava le prime pagine sui giornali di tutto il mondo. A proposito: tirate subito fuori Pecoraro Scanio. Dov’è finito il Sòla che ride anche durante i funerali? L’ambientalista che non distingue un toro da una mucca? Lo scienziato che ha scoperto che in Italia la temperatura è aumentata quattro volte più che nel resto del mondo? Lo rivorrete di sicuro.

E con lui Giovanna Melandri, la ministra dello Sport che non capiva un accidenti di sport e andava a ballare a Malindi da Briatore negando di aver mai conosciuto Briatore. E Agnoletto? Potete forse fare a meno di Agnoletto, il nemico dei poliziotti e delle opere pubbliche, di qualsiasi opera pubblica? Chiaro che no, non potete. Figuratevi: a noi manca un pochino anche Alessandro Bianchi, il dandy dalla bianca chioma e dalla candida barba che lasciava che i sindacati bloccassero l’Italia mentre lui si sdilinquiva per quel sincero democratico di Fidel Castro. Certo, ci rendiamo conto che non si può avere tutto. Anche perché la Livia Turco e la Rosy Bindi, per dire, da quei volponi che siete non ve le siete mai lasciate scappare.

Ma vogliamo parlare di Giulio Santagata? Se si rifà l’Unione lui deve esserci senz’altro: studiandolo qualche altro annetto, forse riusciremo a capire anche noi a che cosa serviva. Però allora, scusate, compagni del Pd: perché Franceschini? Perché arrovellarsi ancora sulle primarie: Bersani, Parisi, Renzi, Mister X? Chiamate direttamente Prodi, l’originale.

Che almeno un pregio ce l’aveva: un portavoce allampanato e un tantino spregiudicato, con il dono di capire le cose al volo e di metterle in versi. Quel Silvio Sircana che già alla prima riunione del neonato Pd scriveva profeticamente: «Mentre Prodi ci addormenta / Qui si addensa la tormenta / C’è Rutelli un po’ incazzato / E Fassino stralunato / C'è Veltroni gran gattone / Che già pensa all’elezione / Franceschini e Gentiloni / Già preparan trappoloni / In un angolo Lamberto / Pensa male, ne sono certo / In silenzio sta Follini / Forse pensa al suo Casini / Barbi, Soro e Migliavacca / Ma! ...Così finisce in cacca».

La più lucida analisi politica sul centrosinistra che si sia letta negli ultimi anni.

Maroni: "Carta d'identità agli under 14 L'anno scorso scomparsi 1330 minori"

Il ministro dell'Interno illustra un emendamento al ddl. D'accordo la Mussolini: "L'obbligo del documento d'identità parta dalla nascita".Dei bambini scomparsi oltre mille stranieri



ROMA, 25 febbraio 2009 - Dotare anche i minori di 14 anni di un documento di identità. È una delle priorità che la Commissione bicamerale per l’infanzia ha sottoposto al ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che si è detto favorevole. «Non è accettabile - ha detto la presidente della Commissione, Alessandra Mussolini - che i bambini italiani dagli zero ai 14 anni non possano essere identificati».

La Commissione presenterà un emendamento al Ddl sicurezza in questi giorni all’esame della Camera. «Dobbiamo dare tutele e garanzie - ha aggiunto la Mussolini - non è possibile che un bambino non abbia nemmeno una carta d’identità. Come madre farei fare a mio figlio il prelievo della saliva, sarebbe una cosa semplicissima».

Il ministro Maroni ha convenuto sulla necessità «che si garantisca a ciascun minore italiano il diritto all’identità con tutti i mezzi che la scienza mette a disposizione. È una questione che riguarda anche la sicurezza personale del minore. Un’iniziativa in questo senso può essere studiata e sono a disposizione».

SOS MINORI SCOMPARSI

Nel 2008 sono scomparsi 1330 minori in Italia, 1008 stranieri e 322 italiani. Sono i dati diffusi dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni nel corso di una audizione davanti alla Commissione bicamerale per l’Infanzia. Dal 1974 ad oggi - ha poi aggiunto il ministro dell’Interno - i minori scomparsi sono complessivamente 10.267 (di cui 1.810 italiani, il resto stranieri).

Dei 1008 minori stranieri di cui non si hanno tracce nel 2008, ha precisato Maroni, 740 si sono allontanati da istituti e comunità, 82 sono rimasti vittime di reati connessi alla tratta degli esseri umani, riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione.

Chiavari, «sciacalli al cimitero»

«Vergogna. Chi ruba gli angioletti al mio Simone deve vergognarsi.


Ho già sofferto tanto, non posso subire altri affronti».

Frena le lacrime, Rosanna Carbutti, e stringe i pugni nelle tasche del cappotto per dominare lo sdegno. Una malattia di quelle che non perdonano si è portata via suo figlio, Simone. Era il 7 febbraio 2000, Simone Orlotti aveva 15 anni. «Si era ammalato da piccolo, il suo calvario è durato dieci anni - racconta Rosanna -. Abitavamo a Chiavari ma, di fatto, vivevamo al Gaslini». La perdita di Simone ha cambiato per sempre la vita di mamma Rosanna e di papà Luca. Una vita che, senza il loro ragazzo, non è stata più la stessa, anche oggi che il tempo ha trasformato la disperazione in assenza, lo strazio iniziale in un vuoto incolmabile, senza affievolire il dolore, rendendolo, anzi, più maturo, consapevole e profondo.

La coppia si è trasferita a Uscio; papà Luca fa l’autotrasportatore, mamma Rosanna era educatrice d’infanzia, ma ha dovuto interrompere l’attività per gravi problemi di salute. «L’unica, piccola consolazione era portare sulla tomba di Simone, che abbiamo sepolto nel cimitero di Chiavari, degli angioletti che compro ogni tanto sulle bancarelle - racconta Rosanna -. Non sono statutette di valore ma le lascio sulla lapide perché mi sembra che proteggano Simone, che gli facciano compagnia». Una pausa, poi: «Da un po’ di tempo, però, quando veniamo al camposanto e ci avviciniamo alla tomba di Simone, abbiamo un tuffo al cuore: gli angioletti non ci sono più. Spariscono. Qualcuno li ruba».

La donna ha scritto a Il Secolo XIX per segnalare la situazione e per lanciare un appello ai ladri. Cronista e fotografo hanno dato appuntamento ai coniugi Orlotti al campo “G”. Sulla tomba di Simone c’è un cespuglio di pungitopo e, accanto, una gardenia. Ma è quasi primavera e papà Luca ha deciso di trasformare il “lettino” di terra in una piccola serra, piantando tante primule colorate lungo i bordi di marmo.

In alto, sotto alla foto e alla dedica “Un piccolo angelo tornato in cielo”, ci sono tre angioletti di resina: uno suona la tromba, un altro ha in mano una stella, il terzo un orsacchiotto. «Il 7 febbraio era l’anniversario della morte di Simone - dice Rosanna - e gli avevo lasciato, tempo prima, un angioletto blu, più bello degli altri. Quando siamo tornati non c’era più. Ne hanno già rubato una decina. E questa situazione deve finire.

Non è per il valore economico, ma è un gesto che ritengo veramente cattivo. Io metto le statuine con amore sulla tomba di Simone e quando non le ritrovo al loro posto, provo una fitta al cuore». E aggiunge: «Ne abbiamo parlato con il guardiano, anche perché ci sono altre persone che subiscono furti di oggetti e di fiori sulle tombe dei loro cari. Il guardiano ci ha detto che il sindaco Agostino ne è al corrente e che si parla di installare un sistema di telecamere al cimitero».

Sugli “occhi elettronici”, però, mamma Rosanna ha le sue riserve: «Il dolore è un fatto intimo, privato. Non so quanto sia giusto essere spiati mentre si piange o si prega per i propri cari che non ci sono più». Per i ladri degli angioletti di Simone, però, Rosanna usa parole dure: «Come si fa a rubare sulla tomba di un bambino che è già stato tanto sfortunato? Con quale coraggio portano via le stautuine al mio Simone? Come fanno a dormire, la notte, dopo aver commesso un gesto così orribile? Ce l’hanno un cuore? Il mio, di mamma senza più suo figlio, si è spezzato per sempre, ma non merita altre sofferenze».

Sull’ipotesi di videosorveglianza al cimitero, il sindaco Vittorio Agostino conferma: «Prevediamo di installare le telecamere posizionandole nel viale di accesso». Nella speranza che un occhio elettronico fermi un cuore di pietra.

I miei 425 verbali" E' il record di Mister Multa

25/2/2009 (13:12) - INTERVISTA

Accumulati in 15 anni: deve 40 mila euro

LAUDIO LAUGERI

TORINO


Quattrocentoventicinque multe per divieto di sosta o ingresso senza diritto nella Ztl. Oltre 40 mila euro da pagare. Due «fermi amministrativi» dell’auto. Ignorati. «Ma non sono un pirata. Rispetto la legge, per quanto mi è possibile» dice Domenico Sileo , 60 anni, una vita da rappresentante di commercio.

Perché tutte quelle multe?
«Le ho accumulate in 15 anni. Ho una Mercedes degli Anni 90, la usavo per lavorare come rappresentante, ci caricavo la merce. Non potevo andare a piedi. Abitavo fuori dalla Ztl e i clienti erano in centro. Rispettando i divieti, avrei perso il lavoro».

Non c’era un’alternativa?
«La qualifica di “Agente di commercio”. Ma non sono riuscito a frequentare i corsi».

Ha parlato con qualcuno del suo problema?
«All’assessore Sestero. Sono andato da lei con la dichiarazione dei redditi, le fatture intestate ai clienti che hanno attività in centro. Ripeto, non sono un bandito, ho sempre fatto il mio dovere. Chiedevo soltanto un permesso di transito per lavoro. Negato, la legge non prevedeva il mio caso».

E allora?
«Dopo qualche anno, ho conosciuto la persona che ora mi ospita in centro. Aiuto questa donna nel suo lavoro, ha un paio di negozi di bigiotteria. Mi occupo delle commissioni, trasporto merce, faccio un po’ di tutto. Lei mi ospita, ho preso la residenza in Ztl, ma la situazione è come prima».

Perché?
«Non ci sono posteggi. Devo uscire con l’auto anche dieci volte al giorno. Dove la parcheggio? Tutti sanno che quella vecchia Mercedes è la mia, ma le multe fioccano lo stesso. Vigili urbani, ausiliari Gtt».

Non dovrebbero multarla?
«Ma è anche questione di buon senso. Dove parcheggio? Ne ho bisogno per lavorare, mi devo spostare, caricare e scaricare. Non lo posso fare a piedi e nemmeno con il tram. Altrimenti, pensa che mi sarei messo in questa situazione?»

Me lo dica lei...
«Ma certo che no. Anzi, voglio pagare, magari non tutti i soldi che il Comune chiede. Soltanto, non so come fare. Non mi tiro indietro, ma le assicuro che ho appena i soldi per mangiare. E se fermo l’auto, non ho manco quelli».

Sa quanto deve pagare?
«Più di 40 mila euro. Ho anche due “fermi amministrativi”, ma non posso permettermi di tenere ferma l’auto».

Che cosa può fare il Comune?
«Non lo so, la normativa sulle “ganasce fiscali” è una rovina. Come me, tanti sono in difficoltà. Qualche idea malsana mi è passata per la testa, ma non sono un delinquente, non commetterò reati anche se sono quasi alla fame».

Vorrebbe una sanatoria?
«Non potrei ottenerla. Soltanto, protesto per questo sistema di moltiplicazione del valore. In poco tempo, una multa da 36 euro diventa il doppio, poi aumenta ancora. E’ impossibile andare avanti così».

Sì al provvedimento anti-fannulloni

Brunetta: "E' iniziata la rivoluzione"

Con 154 si, 1 no e nessuno astenuto l’Assemblea del Senato ha approvato in via definitiva il ddl Brunetta

 LA SCHEDA


Roma, 25 febbraio 2009 - Con l’approvazione definitiva dell’Aula del Senato il ddl delega l’ottimizzazione della efficienza, dellla produttività e della trasperenza della P.A., il provvedimento ‘anti-fannullonì, del ministro Renato Brunetta è legge. Il testo ha ottenuto 154 voti a favore e 1 voto contrario, le opposizioni non hanno partecipato al voto.

Tempo due mesi per i decreti legislativi attuativi e a maggio, secondo le previsioni del ministro, la riforma della Pubblica amministrazione sarà operativa. Il provvedimento infatti mira a ottimizzare la produttività del lavoro pubblico e a migliorare l’efficienza e la trasparenza delle pubbliche amministrazioni.
Il ddl era stato approvato dall’aula della Camera il 12 febbraio e giovedì scorso era stato licenziato dalla Commissione Affari Costituzionali del Senato senza modifiche.

IL MINISTRO

"Questa mattina siamo all’inizio di un processo. Non vorrei esagerare con la retorica, ma credo che questa sia una riforma istituzionale. Avere una pubblica amministrazione efficiente non è interesse della maggioranza o dell’opposizione ma del Paese, e penso che questa sia una riforma istituzionale e come tale va trattata e considerata.

Pertanto, in questo momento chiedo a tutti un atto di fiducia, perchè inizia un processo, una piccola grande rivoluzione, un piccolo grande cambiamento che modificherà la vita di 60 milioni di cittadini italiani nel senso dell’efficienza, della trasparenza, della responsabilizzazione». Lo ha detto il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, intervenendo stamani nell’Aula del Senato he sta esaminando in terza lettura il ddl ‘anti-fannullonì nella pubblica amministrazione.

«Ricordiamo che si tratta di un disegno di legge delega. E qui sta l’elemento forse più rilevante e anche meno sottolineato in questa fase di dibattito. Vorrei concentrarmi proprio su questo aspetto. Il provvedimento passato alla Camera, dove è stato modificato e migliorato, è tornato al Senato. C’è stato un approfondimento, che fra l’altro verrà recepito da un ordine del giorno, attraverso il quale in maniera innovativa il Governo accetta di lavorare insieme al Parlamento nella predisposizione dei decreti legislativi. Si tratta -sottolinea Brunetta- di un’innovazione rispetto a quanto previsto dalla Costituzione e dalla prassi parlamentare, per cui c’è un passaggio dei decreti legislativi presso le Commissioni competenti».

Blitz animalista nel parco-zoo di Cumiana

rivendicato dall'Animal Liberation Front



Venti molotov hanno distrutto voliere e ucciso 40 uccelli. Doveva inaugurare ad aprile. Enpa: «Violenza inaudita»



TORINO - Aggressione animalista nel parco naturale di Cumiana, nel Torinese, uno zoo di nuova concezione in cui gli animali vivono liberi in habitat naturali ricostruiti ad hoc. L'azione è stata rivendicata dell'Animal Liberation Front: venti molotov hanno causato un vasto incendio che ha distrutto le voliere e ucciso 40 uccelli. i carabinieri hanno trovato una scritta:

«Questo è per gli animali imprigionati». Le fiamme hanno ucciso poiane, falchi e gufi. Liberi di giorno, la notte questi rapaci vengono ricoverati in apposite voliere. Le cariche incendiarie - bottiglie da 1 litro e mezzo di benzina innescate da zampironi collegati a fiammiferi e tavolette di diavolina - hanno dato fuoco anche a un capannone e all'ingresso degli uffici del parco. Un principio di incendio si è sviluppato anche nella casetta di uno dei guardiani.

CONTRO LO SFRUTTAMENTO - Inaugurato da un paio d'anni vicino ai laghi di Cumiana, lo Zoom Torino - questo il nome del parco - è il primo zoo immersivo d'Italia. Copre una superficie di circa 180mila metri quadrati e ospitava solo i volatili uccisi e alcune tigri. L'Animal Liberation Front (Alf), organizzazione animalista che con una scritta ha rivendicato l'aggressione, opera in tutto il mondo «contro lo sfruttamento e l'abuso degli animali», come si legge sul sito. Nata in Inghilterra negli anni '70, è celebre per le sue azioni. In Italia nel 2002 ha organizzato il furto di un centinaio di cani beagle dall'allevamento Morini di San Polo d'Enza, in provincia di Reggio Emilia.

DOVEVA INAUGURARE AD APRILE - «È stato un attacco criminoso - dice il proprietario dello Zoom Torino Gianluigi Casetta - compiuto da persone poco informate su quello che stiamo facendo». Il progetto di Cumiana, che prevede l'investimento di circa 20 milioni di euro, consiste infatti nel dare vita «al primo zoo moderno d'Italia - spiega Casetta - con tanto di centro conservazione specie e laboratori per la formazione di biologi e veterinari». La struttura, che doveva aprire al pubblico ad aprile, impiega 20 biologi e veterinari, oltre a una sessantina di lavoratori stagionali. I danni, secondo una prima stima della proprietà, ammontano a 7-800 mila euro.

ENPA: VIOLENZA INAUDITA - «Un gesto di inaudita violenza - denuncia l'Ente protezione animali (Enpa) -. Quanti si nascondono dietro la sigla Alf non fanno altro che rafforzare chi lucra sulla prigionia degli animali. Nessuno ha il diritto di atteggiarsi a Robin Hood degli animali e compiere atti che confinano le istanze animaliste nell'ambito dell'illegalità. Chiunque sceglie questa strada deve assumersi la responsabilità ed essere consapevole di costringere le battaglie animaliste in un vicolo cieco». Non mancano però le critiche nei confronti dello zoo parco: «Sono specializzati nella ricostruzione scenografica di singole porzioni dell'habitat naturale - sostiene l'Enpa -, una rappresentazione fittizia concepita per renderli gradevoli ai visitatori paganti e non certo per tutelare il benessere degli animali».

25 febbraio 2009

Yaqub: «L'Italia aiuti mio fratello»

di Lorenzo Cremonesi


MILANO - È venuto in Italia per cercare di rilanciare l’attenzione sul caso del fratello giornalista in Afghanistan e condannato a vent’anni di carcere per aver sostenuto che le donne hanno gli stessi diritti degli uomini. “Il vostro Paese ha un dovere morale verso l’Afghanistan. Sin da dopo la guerra del 2001 l’Italia si è impegnata a finanziare la ricostruzione del sistema giuridico afghano spendendo tra l’altro decine di milioni di dollari. Ma come mai non fa nulla per fermare l’ingiustizia commessa contro Sayed?”, sostiene polemico Yaqub Parwez Kambakhsh (28 anni).

Una brutta storia. Nota in tutto il mondo. Ma che adesso sembra finita nel dimenticatoio. Il collasso del Paese Afghanistan appare dietro l’angolo. Non per nulla Barack Obama manda rinforzi, chiede aiuto agli alleati e alla Nato, mentre la minaccia talebana si allarga sino al Pakistan. E la vicenda di Sayed potrebbe diventare una delle tante, infinite tragedie personali destinate a perdersi nel nulla.

Tutto comincia nel 2007, quando il 23enne Sayed, giornalista per i media di Mazar El Sharif (nel nord del Paese), denuncia provocatoriamente sul suo blog che i “mullah estremisti” hanno una lettura distorta del Corano. E si chiede: “Se per l’Islam un uomo può avere quattro mogli, perché mai una donna non può avere quattro mariti?”. Lui è un giovane reporter sconosciuto di provincia. Ma le sue affermazioni fanno scalpore, specie in questo Afghanistan in via di restaurazione religiosa e in pieno ritorno alla tradizione.

Sayed viene arrestato, accusato di “blasfemia” e il 27 ottobre 2007 condannato a morte. Intervengo allora le associazioni umanitarie internazionali, si parla di lui sui media di tutto il mondo. Addirittura viene chiesto allo stesso presidente, Hamid Karzai, di intervenire per liberarlo. Ma Karzai temporeggia. “Non può pronunciarsi personalmente in difesa del giornalista. Karzai è in difficoltà, sta perdendo consensi.

Teme di venire sconfitto alle elezioni presidenziali, che dovrebbero tenersi a fine agosto 2009. Ha bisogno del voto pashtun e del sostegno dei circoli religiosi. Solo dopo il voto potrebbe forse fare qualche cosa in difesa di Sayed”, spiegano i commentatori più attenti. La soluzione di compromesso è commutare la pena di morte in carcere. Passo che viene compiuto il primo ottobre 2008, quando la pena capitale viene trasformata in 20 anni di cella.

“Ma adesso. Tutto è fermo. Sayed soffre. Noi famigliari, colleghi, amici e avvocati temiamo che possa venire ucciso in carcere, magari avvelenato. Non sarebbe la prima volta”, spiega dunque Yaqub. E’ venuto qui a Milano ospite della Cisda, una associazione non governativa italiana che lavora tra la società civile afghana. Ha chiesto di ottenere un colloquio con rappresentanti del governo. E qualche giorno fa ha incontrato il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica.

Nei prossimi giorni visiterà altre città europee. Ma Yaqub appare ben poco soddisfatto della tappa italiana. “Mi sembra che le autorità italiane restino distanti. Timorose, non vogliono intervenire nei fatti interni al nostro Paese. Ma in questo modo facilitano il trionfo dell’ingiustizia. Gli ambienti più retrivi tra gli Imam afghani avranno la meglio. Occorre invece che si mobilitino per liberare subito Yaqub e segnalare che il nostro nuovo sistema giuridico garantisce l’individuo e la libertà”, si infervora il giovane. Ci spiega però Mantica: “Certo che seguiamo il caso di Sayed, ci sta molto a cuore e ne siamo preoccupati.

Ma non possiamo dimenticare il contesto in cui si svolge. E’ un fatto che i tribunali sono fortemente influenzati dalle autorità religiose. L’Afghanistan laico era già svanito ben prima dell’arrivo dei talebani negli anni Novanta. E noi dobbiamo stare molto attenti che la questione non divenga tema di campagna elettorale. Se viene politicizzata allora non ne usciremo mai più. Meglio attendere a dopo il voto”. Tra le tante ipotesi degli ultimi tempi c’è però anche quella che le elezioni vengano rinviate ulteriormente. E allora? “E’ un’eventualità possibile.

Attendere, prendere tempo, serve solo ad aumentare le probabilità che mio fratello venga assassinato. E allora il suo nome sparirà per sempre, diventerà una piccola nota ai margini della storia”, rincara Yaqub. A suo dire, una via di uscita sino a qualche tempo fa ci sarebbe stata: corrompere i giudici, passare bustarelle alle autorità per “comprare la libertà di Sayed”. “Non sarebbe per nulla strano. Anche gli italiani sanno bene che in Afghanistan la corruzione è imperante.

Con i soldi i ricchi sono liberi e i poveri finiscono in carcere”, afferma sconsolato. Ma ora anche quella strada è sbarrata: “Ormai la vicenda di Sayed è diventata troppo importante. E’ troppo nota. Nessuno oserebbe mai la via della corruzione per risolverla. Verrebbe denunciato. Almeno in questi mesi. Sayed è diventato la metafora del nostro dramma nazionale”.


Lorenzo Cremonesi
25 febbraio 2009

Assurdo: Brasilia vorrebbe imporre che l'espulso sia consenziente

Dopo Battisti il Brasile fa problemi sui rimpatri


Dopo la negata estradizione dell'ex Br Cesare Battisti, che ha scatenato un caso internazionale, ora anche la questione dei rimpatri di immigrati clandestini crea problemi tra l'Italia e il Brasile.

Il Paese sudamericano pretende, per accettare un rimpatriato dall'estero per motivi di polizia, che il soggetto sia consenziente. In pratica deve controfirmare il decreto d'espulsione. «Ovvio che questo non avviene se non in rarissimi casi» precisa un funzionario che lavora nel Centro d'identificazione ed espulsione di Milano, dove la scorsa settimana c'è stata una protesta e un incendio.

Della questione ha parlato ieri anche il Ministro degli Interni, Roberto Maroni. «In effetti con il Brasile c'è un problema - ha ammesso Maroni - Ho già informato il ministro degli Esteri affinchè rinegozi l'accordo sul rimpatrio. Questa norma - ha proseguito - mutuata da quella sul rimpatrio dei detenuti, di fatto rende impossibile il rimpatrio. Dobbiamo rinegoziare, come stiamo facendo con la Tunisia».

Dei 10 viados identificati come autori della protesta avvenuta il 19 febbraio scorso nel Cie milanese, tre dei quali erano stati sottoposti a fermo con l'accusa di incendio doloso e danneggiamento, sette sono stati invitati a lasciare l'Italia con un ordine del Questore. Ordine che la maggior parte di loro aveva già disatteso in passato.
Intanto, mentre Maroni annuncia nuovi Cie privilegiando le regioni che non ne sono dotatie, Toscana, Umbria e Marche hanno già fatto sapere che di prendersi un po' di immigrati clandestini non ci pensano proprio.

A Lampedusa, dove il Cie è fuori uso (dopo che un gruppo di tunisini gli hanno dato fuori mercoledì scorso), sono iniziati i lavori di demolizione. In due mesi, la palazzina principale, completamente distrutta dalle fiamme e ridotta ad uno scheletro annerito, dovrebbe essere ricostruita. Ma su quel che resta della struttura di contrada Imbriacola è al lavoro anche la magistratura. Tre pm della procura di Agrigento sono atterrati ieri sull'isola e hanno scartabellato, per ore, la documentazione relativa al Cie conservata in Municipio.

Gli investigatori cercano di accertare se il centro sia stato realizzato nel rispetto della normativa edilizia, ma, soprattutto, se fosse dotato degli impianti previsti dalla legge sulla sicurezza dei luoghi di lavoro. Sull'isola, ironia della sorte, è giunta pure una delegazione del governo tunisino per verificare le condizioni dei circa 500 connazionali ospiti del Cie. Se pure dovesse essere accertato che gli immigrati non vengano trattati come si conviene, forse i governi dovrebbe controllare con maggior rigore i propri confini.

24/02/2009

La pena di morte costa troppo Alcuni Stati Usa chiedono di abolirla

Il governatore del Maryland: «L'esecuzione di un omicida costa tre volte che mandarlo in carcere» 


WASHINGTON – La pena di morte costa troppo, aboliamola! Questa l’inattesa argomentazione di alcuni stati americani nel tempo della crisi economica e finanziaria. La sentenza capitale non è avvertita – paradossalmente – per quello che è, una macchia morale, sarebbe solo un onere di bilancio. «Condannare a morte un omicida costa tre volte tanto che condannarlo al carcere» ha spiegato il governatore del Maryland, Martin O’ Malley, che peraltro, da cattolico e democratico, vi è stato sempre contrario.


STUDIO SU 1.227 OMICIDI - O’ Malley ha citato uno studio dello Urban istitute su 1.227 omicidi commessi nel Maryland dal 1978 al 1999, dopo che negli Stati uniti venne ripristinata la pena di morte, abolita in precedenza dalla Corte suprema. Secondo l’Urban institute, le condanne di un assassino alla detenzione costarono in media 1 milione 100 mila dollari l’una; le condanne a morte richieste dal Pubblico ministero ma respinte dalla Corte costarono 1 milione 800 mila dollari; e le condanne a morte ottenute costarono oltre 3 milioni di dollari. «Quando vi è di mezzo la sentenza capitale» ha osservato il governatore «i processi, i ricorsi, la sorveglianza in carcere, tutto si moltiplica e diventa molto più caro».

ANCORA IN VIGORE IN 38 STATI SU 50 - Attualmente, la pena di morte vige in 38 dei 50 stati americani. Ma oltre che nel Maryland, anche nel Colorado, nel Kansas, nel Montana, nel Nebraska, nel New Hampshire e nel Nuovo Messico governatori e parlamenti locali hanno presentato dei disegni di legge per la sua abolizione. Bill Richardson, il governatore del Nuovo Messico, ha dichiarato che se il Senato voterà sì – come probabile, la Camera lo ha già fatto – firmerà subito la messa al bando delle sentenze capitali. «In questa era di austerità bisogna risparmiare» ha detto.

CI SONO ANCHE ALTRI MOTIVI - Richardson ha ammesso che vi sono anche altri motivi per cambiare la legge: «Il più grave è che a volte sono stati condannati a morte degli innocenti». Nel Kansas, la senatrice Carolyn McGinn, una repubblicana, ha proposto che la pena di morte venga abolita a luglio «perché il bilancio statale è in deficit e risparmieremmo mezzo milione di dollari per ogni condannato».

LE PROTESTE DEI SOSTENITORI - Queste iniziative hanno suscitato le violenti proteste dei fautori della sentenza capitale - dai sondaggi ancora la maggioranza della popolazione americana - in particolare della Fondazione per la giustizia criminale, che tutela gli interessi dei familiari delle vittime degli omicidi: Kent Scheidegger, il suo direttore, ha protestato che «tagliare i costi non è una buona giustificazione per non punire i criminali».

Ma le iniziative sono appoggiate dal movimento abolizionista, che ha registrato notevoli progressi negli ultimi anni, ottenendo nel 2007 che la pena di morte fosse cancellata nel New Jersey, una svolta epocale. Di più: le carceri americane sono così affollate e così disastrate che alcune incominciano a lasciar liberi in anticipo i detenuti che hanno commesso reati meno gravi. Nemmeno il taglio dei costi, comunque, fa smuovere per ora le roccaforti delle esecuzioni come il Texas, lo stato dell’ex presidente Bush, e come la Virginia.

Ennio Caretto
25 febbraio 2009

Crollo di San Giuliano, in appello condannati cinque imputati

Il 31 ottobre 2002 rimasero sepolti sotto le macerie 27 alunni ed una maestra



In primo grado non era stata emessa nessuna condanna: tutti assolti


MILANO - La Corte d'Appello di Campobasso ha condannato cinque imputati coinvolti nel crollo della scuola Iovine di San Giuliano (Campobasso), avvenuto in occasione del terremoto del 30 ottobre 2002, nel quale morirono 27 scolari e la loro maestra. I n primo grado tutti gli imputati erano stati assolti. Nel processo di appello sono stati condannati cinque imputati: per il sesto, il costruttore dell'edificio, Giuseppe Uliano, è stata confermata l'assoluzione di primo grado.

LE CONDANNE - Queste le condanne: sei anni e dieci mesi di reclusione per l'impiegato comunale Mario Marinaro - responsabile della pratica per la sopralevazione della Scuola - e Giuseppe La Serra, progettista e direttore dei lavori; cinque anni agli imprenditori Carmine Abiuso e Giovanni Martino; due anni e 11 mesi all'allora sindaco Antonio Borrelli, che nel crollo perse una figlia. Le condanne sotto i tre anni beneficiano dell'indulto. La pubblica accusa aveva chiesto condanne con pene variabili dai tre ai sette anni. Alla lettura della sentenza i genitori delle vittime si sono abbracciati commossi e hanno pianto. Alcuni hanno battuto le mani.

GIUSTIZIA E' FATTA - «Giustizia è fatta»: così hanno commentato la sentenza. «Abbiamo sempre sostenuto che a causare il crollo dell'edificio non fu il terremoto, ma che la tragedia fu determinata dalla mano dell'uomo - hanno affermato alla fine del processo i familiari -. Oggi ci hanno detto chi ha ammazzato i nostri cari». La lettura della sentenza, durata oltre dieci minuti, è cominciata poco prima delle 19 ed è stata emessa dopo otto ore di camera di consiglio dalla corte presieduta dal giudice Mario Iapaolo. Il procuratore generale Claudio Di Ruzza aveva chiesto sette anni di reclusione per Giuseppe La Serra e Mario Marinaro (condannati a sei anni e 10 mesi ciascuno); cinque anni per gli imprenditori Carmine Abiuso e Giovanni Martino (cinque anni); tre anni e tre mesi di reclusione per l'ex sindaco Antonio Borrelli e Giuseppe Uliano: il primo è stato condannato a due anni e 11 mesi mentre al secondo è stata confermata l'assoluzione.

IL PRIMO GRADO - La sentenza di primo grado venne emessa dal giudice del Tribunale di Larino (Campobasso), Laura D’Arcangelo, nel luglio 2007. Sei gli imputati, tutti allora assolti per i reati di omicidio e disastro colposi e falso ideologico.

Bossi o il Papa

Pubblicato da Giovanni Morandi
Lun, 23/02/2009 - 10:40


CON CHI ce l’ha oggi l’Osservatore Romano? Più che Osservatore dovremmo chiamarlo il Contestatore Romano, anzi nemmeno, siccome ce l’ha sempre con qualcuno, il nome giusto potrebbe essere il Contestatore Quotidiano

Lo diciamo senza alcuna connotazione negativa, solo per sottolinearne la straordinaria vitalità. A farne le spese sono i cattolici che fanno politica o che partecipano al dibattito politico e che con questo presenzialismo mediatico devono fare i conti. Prendiamo ad esempio il problema delle ronde e mettiamoci nei panni di un elettore di sinistra cattolico. Chi deve ascoltare quel poveretto? Uno come Filippo Penati, ipotizziamo sia cattolico, non so se lo è, non voglio saperlo, sono affari suoi.

Come leader del Partito democratico dovrebbe essere contro le ronde, come Presidente della Provincia di Milano è favorevole, come cattolico dovrebbe essere contrario. Chi dovrebbe ascoltare l’infelice, il partito, sé stesso o la Chiesa? Alle stesse conclusioni arriveremmo se parlassimo di un leghista cattolico: seguire Bossi o il Papa?Dicevamo della vitalità dell’Osservatore Romano anche pensando ai rimproveri espressi contro il Festival di Sanremo e Bonolis, accusati non di blasfemia ma di disporre solo di una fragile “cultura libresca”, che di questi tempi è sempre meglio che nulla.

Ora, con tutto il rispetto per Paolino, ma ai Nostri del Contestatore Romano paion argomenti da trattare nell’organo della Santa Sede? Accanto all’acerrima battaglia perché Eluana in coma fosse considerata come un essere umano integro e dunque non conducibile a morte, accanto al caso dell’uomo in coma a Pavia, che al contrario di Eluana non è considerato un essere umano integro tale da poter inseminare in modo artificiale la moglie che lo desidererebbe. Accanto alle accuse contro Fini, terza carica dello Stato, per aver adombrato corresponsabilità della Chiesa nelle leggi fasciste razziali, accanto alle accuse al Presidente degli Stati Uniti Obama, e chi più ne ha più ne metta.E se la scelta giusta fosse invece: lasciateci sbagliare in pace e non diteci che cosa è giusto e che cosa non lo è, se sbaglieremo ci correggeremo da soli? Se la scelta giusta fosse, grazie, facciamo da soli?

Grasso è bello in Mauritania

L'obesità femminile per tradizione è considerata un segno di bellezza


Le nuove generazioni però si oppongono al leblouh, la pratica dell’ingrassamento delle donne


Grasso è bello. Per lo meno in Mauritania, nelle zone rurali, è ancora così. Le nuove generazioni però si oppongono alla pratica tradizionale dell’ingrassamento, scrive il sito web Magharebia.com. La pratica del leblouh di origine arabo-berbera consiste nel far mangiare enormi quantità di cibo, se necessario a forza, alle bambine e alle ragazze, spesso prima del matrimonio, in quanto l’obesità è tradizionalmente considerata segno di bellezza.

Essere grassi significa anche essere in salute e ricchi. Una ragazza magra non solo rischia di restare senza marito, ma è anche «una vergogna per la famiglia in alcuni paesi, specialmente nelle zone più remote», ha spiegato un’insegnante locale.

PRATICA COMUNE - Una generazione fa, un terzo delle donne del paese veniva «messo all’ingrasso», ma oggi accade a una su dieci, secondo il governo della Mauritania, che ha lanciato diverse campagne contro questa pratica. Magherebeia.com cita uno studio di un’associazione locale secondo il quale accade all’80% delle ragazze nelle aree rurali e solo al 10% nelle città, ma con lo spostamento verso le zone urbane, è diventato più comune anche lì. «Ho praticato il leblouh con mia figlia Leila quando aveva 10 anni, perché volevo che si sposasse e avesse bambini al più presto», ha detto una donna di nome Khadija a Magharebia.com. «È la stessa cosa che mia madre, Dio la protegga, fece con me».

OPPOSIZIONE - Le ragazze si oppongono per varie ragioni. «L’epoca delle tende e della vita nel deserto è passata», dice Fatimetou, una studentessa 22enne. «Siamo nell’era della globalizzazione, e il fenomeno del leblouh ha perso significato, deve scomparire». Mariem, un’altra studentessa, è più preoccupata dalle conseguenze dell’obesità per la salute.

«Ci sono così tante donne che non possono uscire di casa perché pesano troppo». Ospedali e cliniche private ne ricevono molte con problemi legati all’obesità. Anche i ragazzi più giovani, in città almeno, hanno gusti diversi. «Vogliamo mogli magre», ha detto Yusuf, un negoziante di 19 anni, alla Bbc. «Ma ad alcuni piacciono grasse».

MATRIMONI PRECOCI - Soprattutto nelle campagne, inoltre, l’ingrassamento si accompagna a matrimoni precoci. «Sono stata costretta a sposarmi a 14 anni», racconta Vayza. «Mi sento così triste quando vedo le mie amiche con corpi snelli che frequentano le superiori». A volte le famiglie pagano ingrassatrici professioniste, per assicurarsi che il peso delle figlie aumenti.

«Mi picchiava quando non riuscivo più a mangiare e quando stavo per vomitare», racconta Hoda, che aveva allora 8 anni. «Mi faceva bene cinque litri di latte da un enorme contenitore. Era come se il mio stomaco ogni volta stesse per esplodere». Selma racconta che aumentò rapidamente di peso, arrivando a 80 chili all’età di 15 anni.

«FATTORIE DELLINGRASSO» - «Faccio mangiare loro molti datteri, moltissimo couscous e altri cibi grassi», ha raccontato Fatematou, una voluminosa sessantenne, alla Bbc. Dirige una «fattoria dell’ingrasso» nella città di Atar, nel nord desertico. «Le faccio mangiare, mangiare e mangiare e poi bere tantissima acqua per tutta la mattina e poi possono riposarsi. Si ricomincia di pomeriggio. Facciamo così tre volte al giorno, mattina pomeriggio e sera». A volte le bambine «piangono e urlano», ha confermato, ma «si abituano alla fine». Arrivano a pesare tra i 60 e i 100 chili. «Ho visto partorire ragazze di 10 anni. Dieci anni! Quando sono grasse e belle, possono servire bene i loro mariti».


Viviana Mazza
25 febbraio 2009