lunedì 23 febbraio 2009

Sicurezza, Bucarest: "In Italia il 40% dei ricercati romeni"

lunedì 23 febbraio 2009, 18:19


Roma - I dati parlano chiaro. E spaventano. In Italia si trovano attualmente circa 2.700 cittadini romeni che sono in carcere in attesa di giudizio o condannati in via definitiva. Non solo. Sul territorio italiano si trova oltre il 40 per cento dei romeni ricercati con mandato internazionale. A rendere pubblici i dati sulla criminalità romena è stato lo stesso ministro della Giustiza romeno Catalin Preodiu nel corso di una conferenza stampa a Bucarest.

I dati della criminalità romena Alla data del 19 febbraio nei penitenziari italiani erano ospitati 1.773 cittadini romeni, su cui non sono state emesse condanne definitive. Il Guardasigilli romeno ha precisato che 1.626 sono uomini e 147 donne. Per quanto riguarda i cittadini romeni che stanno scontando una pena nelle carceri italiane, 902 sono uomini e 51 donne, ha aggiunto il ministro. "Dal 2007, lo Stato italiano ha sollecitato il trasferimento verso i penitenziari romeni di 57 condannati, di questi, 13 sono stati oggetto di tale misura - ha spiegato Predoiu - In nessun caso una condanna pronunciata dalla giustizia italiana non viene riconosciuta in Romania".

Misure di estradizione ostacolate Il ministro ha sottolineato che il 40% dei ricercati con mandato internazionale da Bucarest si trova in Italia, ma le procedure per l’estradizione "stanno incontrando difficoltà". Il ministro ha per questo fatto appello ai "magistrati italiani a fare il possibile affinché le procedure vengano accelerate".

Secondo i dati diffusi dal ministro la maggior parte dei romeni in carcere si dividono tra i penitenziari del Lazio (127), del Piemonte (116) e della Sicilia (114). P redoiu ha detto che la Romania è disposta ad accogliere i detenuti condannati in via definitiva e precisato che dei 953 romeni condannati al momento in via definitiva in Italia, le autorità di Roma, dal 2007 a oggi, hanno sollecitato 57 trasferimenti nelle prigioni romene.

Dei 57, 13 sono stati trasferiti in Romania e otto liberati con la condizionale dalle autorità italiane, anche se la giustizia romena aveva approvato le decisioni di trasferimento. Entro un mese o due è atteso l’ok definitivo di Bucarest per altri quattro trasferimenti, mentre per altri 32 casi le procedure sono in corso.

L'accordo con l'Italia Precisando che le procedure di rimpatrio durano quattro-cinque mesi perché in certi casi la documentazione è incompleta, Predoiu ha detto che lo scorso ottobre, per il vertice intergovernativo Italia-Romania a Roma, quando lui era sempre guardasigilli, ha concordato con il collega Angelino Alfano che "tra i due stati il quadro della cooperazione giudiziaria bilaterale è adeguato e sufficiente e non va modificato".

Secondo l’accordo, "serve soltanto una più rapida applicazione della legislazione", ha detto Predoiu precisando che la cooperazione con l’Italia è regolata dalla Convenzione del Consiglio d’Europa del 1983 e dall’accordo bilaterale del 2003. "Né la convenzione dell’83 nè l’accordo del 2003 prevedono l’obbligo degli Stati di trasferire automaticamente i propri cittadini condannati nell’altro Paese,prevedono invece l’obbligo di cooperare in simili trasferimenti". In basi ai due documenti, "le decisioni di trasferimento avvengono caso per caso a seconda della situazione giuridica individuale".
Frattini: "Condannati tornino a Bucarest"

La presunzione di innocenza è un giusto principio, ma il fatto è che ci sono centinaia romeni in Italia con condanne definitive, che dovrebbero scontare la sentenza in patria. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha spiegato la necessità che le persone condannate in via definitiva "scontino la propria condanna in Romania proprio perché la Romania ha carceri europei". Il titolare della Farnesina ha, poi, inquadrato il caso dei romeni arrestati in flagranza di reato.

"Quando si arresta una coppia che sta rivernicendo la casa dagli schizzi di sangue dalle pareti e ha in casa una valigia con i pezzi di una persona appena uccisa" non si può parlare di presunzione di innocenza. "Vengano processati in italia con il rigore della legge italiana". Insomma, "in Italia ci sono 990mila rumeni accolte amici come come persone per bene che lavorano", ha concluso Frattini chiedendo alla Romania garanzie per "temperare l’effetto delle restanti 10mila persone che saranno pure una minoranza ma fanno un pò impressioni all’opinione pubblica".

Il premier Geoana: "Xenofobia inaccettabile" Il presidente del Senato romeno Mircea Geoana ha definito "inaccettabile" l’approccio di natura xenofoba e razzista contro l’intera comunità romena in Italia. "Sono inaccettabili gli approcci di natura xenofoba e razzista contro l’intera comunità romena in Italia", ha detto Geoana che è anche il leader del Partito socialdemocratico. Allo stesso tempo, Geoana ha parlato della necessità di "condannare con più fermezza i casi di violenza e criminalità commessi da alcuni romeni in Italia". Secondo il presidente del Senato romeno, "in questo momento, sullo sfondo della crisi economica, è riapparsa la tentazione di alcuni leader politici italiani di incriminare la comunità romena nel suo complesso".

L'appello di una madre disperata: "Ridatemi Adham, rapito da papà"

coppie miste & figli contesi


L'ex marito, egiziano, è sparito dal 4 novembre col bimbo di soli tre anni: da Sharm el Sheik, dove vive, la donna lancia il suo Sos. Risponde il presidente della Camera Fini.Sono 240 i casi simili trattati dalla Farnesina


IL CAIRO, 23 febbraio 2009


"DA 109 GIORNI non ho notizie di mio figlio»: Alessia Ravarotto è una madre disperata, ma che non smette di lottare. Dal 4 novembre 2008 non sa più nulla del piccolo Adham, 3 anni e sei mesi, rapito dall’ex marito egiziano Mohammed Essa. Alessia, 38 anni originaria di Padova, vive da 9 anni a Sharm el Sheik, la più nota località turistica del Mar Rosso.

Nel settembre 2001 sposa Mohammed (il matrimonio sarà poi registrato in Italia) e un paio d’anni dopo aprono insieme una attività di videoperatori subacquei. Adham nasce in Italia, il 4 agosto 2005 e ha doppia cittadinanza: italiana ed egiziana. Nell’estate 2008, la coppia si separa, il bimbo resta con la madre e cominciano i problemi, malgrado il padre lo veda tutti i giorni e lo tenga a dormire tre sere a settimana.

«A INIZIO settembre il mio ex marito rapisce il bambino per la prima volta — racconta Alessia— . Vado all’asilo a riprenderlo, come facevo anche dopo che aveva dormito da Mohammed, e non lo trovo, non lo aveva visto nessuno». Alessia va subito alla polizia, e dopo cinque giorni Mohammed riporta Adham, in cambio del ritiro della denuncia: «Ho accettato, purtroppo, fidandomi della sua parola», commenta amara.

A FINE settembre, il divorzio consensuale: «Non ho voluto nulla per il mantenimento, volevo solo che partecipasse alle spese per mio figlio», spiega lei. L’ex marito cerca di metterla in difficoltà in ogni modo: fa rititare il visto di lavoro ad Alessia e la estromette dalla società di videoperatori.
Ma l’incubo peggiore inizia il 4 novembre: «Alle 7,30 lui viene a prendere il bimbo per portarlo all’asilo.

Ho preparato la cartella di Adham, l’ho baciato e gli ho promesso che ci saremmo visti più tardi — racconta Alessia —. Poi sono stata fuori tutto il giorno per lavoro, in barca per fare le riprese video ai turisti. L’accordo era che Mohammed doveva riportarmi Adhan alle 16. Ma non arrivavano mai, e il cellulare del mio ex marito era staccato. Poi mi ha chiamato Karim, un suo collaboratore. Diceva di aver trovato un foglio di Mohammed con su scritto ‘me ne vado con Adham’».

DA ALLORA nessuna notizia, nonostante Alessia abbia smosso mari e monti. «Ho avvisato immediatamente l’Ufficio consolare italiano al Cairo e l’Ambasciata, che si sono subito attivati. Speravo ancora che me lo riportasse dopo pochi giorni, come era accaduto a settembre: e per questo ho aspettato per denunciarlo». Speranza vana: i giorni passano e Mohammed è sparito. Anche la famiglia di lui non riesce a fare nulla: «La prima volta mi aveva riportato Adham anche grazie alle pressioni di sua madre», racconta Alessia. Ma ora Mohammed non ascolta nessuno, neppure la sentenza del tribunale dei minori del Cairo, che con un’ordinanza del 2 dicembre gli intima di restituire immediatamente il minore alla madre.

IN REALTÀ, l’uomo è ‘quasi’ scomparso: risulta irreperibile, nessuno sa dove si trova. «Eppure lui continua a chiamare i suoi collaboratori per gestire l’attività che ha a Sharm, e a incassarne i proventi», racconta la ex moglie. Che non ha certezze, ma sospetta anche che l’uomo abbia affidato il piccolo a qualcun altro: «Non si rende conto della gravità di quello che sta facendo».

NEL FRATTEMPO, Alessia è rimasta senza lavoro: «Per un po’ ho cercato di continuare come videoperatrice, ma tutte le energie sono sempre andate nella ricerca di mio figlio, non riuscivo a conciliare le due cose. Per vivere ho venduto tutto quello che avevo, e alla fine me ne sono andata da Sharm». Dal 18 gennaio, Alessia vive al Cairo, in una stanza dell’Ospedale Umberto I, che il Consolato mette a disposizione di italiani in difficoltà. L’appoggio delle autorità italiane è stato totale, e l’ambasciatore si è attivato in prima persona scrivendo a vari ministri. La legge egiziana è completamente dalla parte di Alessia: «Ho la sentenza di divorzio, l’affido del bambino. E ho la reputazione di persona corretta».

PER QUANTO possa sembrare incredibile, tutto ciò non basta a far ritrovare ex marito e figlio. Alessia continua a bussare a tutte le porte, istituzionali e non: ha messo un videoappello su YouTube, e su Facebook il gruppo che cerca di far conoscere questa vicenda ha un migliaio di iscritti, di ogni nazionalità. E quando questa storia orribile sarà finita? «Sarò senza lavoro, senza soldi, con un bimbo piccolo. Ce la farò, ma vivrò sempre con la paura che me lo riporti via di nuovo».

di FRANCA FERRI

De Mauro fu venduto dal Pci alla mafia"

di Gian Marco Chiocci


lunedì 23 febbraio 2009, 08:36


I documenti del ministero dell’Interno che riportano il tentativo da parte del suo direttore di ostacolare le indagini; il «confino» al quale fu destinato quando i vertici del suo giornale lo spostarono inspiegabilmente dalla cronaca allo sport; i diari della figlia che denunciano l’indifferenza della direzione del quotidiano comunista L’Ora dopo la sua scomparsa; il ruolo oscuro, a margine del rapimento, di personaggi vicini al Pci e di avvocati di apparato.

Tante ombre, sospetti, tradimenti.

Sull’omicidio di mafia di Mauro De Mauro, cronista de «L’Ora» di Palermo, «icona» della sinistra antimafia militante, vittima il 16 settembre 1970 di «lupara bianca», si addensano oggi nuovi e ingombranti sospetti. Proprio sul comportamento di colleghi, proprietari ed entourage di quel giornale «democratico e antifascista», come lo definiva il suo direttore, Vittorio Nisticò, si sviluppa il bel libro «Mauro De Mauro, la verità scomoda» (Aliberti editore) scritto con coraggio da Francesco Viviano, inviato di Repubblica.

Scavando nelle carte e nelle vecchie raccolte del giornale, Viviano si è imbattuto in una notizia destinata a fare rumore e riaprire le indagini: all’atto del sequestro, poco prima di essere ammazzato, De Mauro fu portato a casa di una persona che conosceva bene. E che molto probabilmente gli chiese conto di cose che solo il cronista conosceva. Chi interrogò De Mauro prima di ucciderlo? Chi fece da «talpa» per il sequestro?

Dopo aver esplorato i possibili moventi del rapimento(a cominciare dal golpe Borghese attraverso un documento inedito rinvenuto da Viviano nel quale De Mauro parlava appunto di «colpo di stato») Viviano si sofferma a lungo sul giornale de «l’Ora» e sulle accuse a «Mister X», il potente avvocato siciliano Vito Guarrasi, fondamentale amico dei comunisti siciliani ed ex consigliere d’amministrazione del quotidiano, che il giudice Rocco Chinnici aveva definito «la testa pensante della mafia in Sicilia».

L'inviato di «Repubblica» spulcia ogni indizio, ogni testimonianza che possa dare concretezza a quelle che sono molto più che semplici teorie. «In quei giorni - scrive Viviano - pur sapendo che De Mauro stava lavorando a uno scoop sensazionale, il direttore lo aveva spostato allo sport». Sospetto sempre respinto da Nisticò, che in un articolo vergato tre anni dopo la scomparsa del suo cronista, prima spiega come quella scelta avesse alla base il semplice tentativo di rilanciare la cronaca sportiva, poi però getta ombre sullo stesso De Mauro, sottolineando i suoi rapporti con alcuni democristiani «personaggi-chiave di quel sistema clientelare impastato di mafia e politica (...)».

Nello stesso articolo Nisticò si lamenta del fatto che mai nessuno gli ha chiesto nulla sulla personalità di De Mauro. Da qui i dubbi di Viviano: perché mai il direttore e i colleghi del cronista ucciso si sono lamentati solo dopo anni? Perché, se avevano in mano qualcosa di utile, non si sono mai recati dagli inquirenti? L’autore del libro racconta anche di come il coinvolgimento di Guarrasi nell’«affaire» De Mauro, anche se non giudiziario, porti al deterioramento dei rapporti tra il direttore dell’«Ora» e la famiglia del cronista sparito nel nulla il 16 settembre 1970.

Accade il giorno in cui Tullio De Mauro, il linguista fratello di Mauro, riceve una telefonata da un amico che lo mette in guardia proprio su Guarrasi. I De Mauro raccontano tutto ai due poliziotti che stavano seguendo il caso, Boris Giuliano e Bruno Contrada. Nisticò pare non prenderla bene: «Ancora oggi per me restano indefinibili i reali motivi che indussero i De Mauro ad affidarsi pienamente ed esclusivamente alla polizia». Inquietanti le pagine del diario della figlia di De Mauro pubblicati nel libro: «A partire dal terzo giorno del sequestro (...) il giornale aveva cominciato a tenere un contegno tra il prudente e (a parer mio) l’indifferente.

Nessuno dell'“Ora”, sebbene casa nostra brulicasse di inviati e corrispondenti, era più venuto da noi; e gli articoli su un fatto tanto clamoroso e che toccava direttamente il giornale di mio padre erano affidati alle giovani leve del quotidiano (...)».

Sulla scena compare poi improvvisamente anche un «inquietante personaggio», come lo definisce Viviano. Si tratta di un commercialista palermitano amico di Guarrasi, che quando ancora nessuno sa del rapimento di De Mauro, telefona a casa sua tentando di indirizzare le indagini su una pista che non avrebbe portato a nulla. Il commercialista finì agli arresti, poi venne rimesso in libertà: gli indizi a suo carico caddero.

Intorno a Sanremo

meglio Povia di Agnoletto e di tutti i bigotti illiberali

Anche quest'anno Sanremo è stato occasione per molte polemiche. Una su tutte ha attirato l'attenzione dei giornali ed è quella sulla canzone di Povia, "Luca era gay". Il clamore, in realtà, era iniziato molto prima dell'apertura del festival, dato che la semplice diffusione del titolo aveva messo in allarme tutto il benpensantismo italico.

Si era parlato subito di omofobia e a fianco dei professionisti del politicamente corretto erano scesi in campo numerosi politici. Il parlamentare europeo Vittorio Agnoletto, di Rifondazione comunista ha addirittura reso noto di aver presentato "un'interrogazione parlamentare urgente alla Commissione europea, chiedendo all'esecutivo Ue se non ritiene che il fatto si configurerebbe come una mancanza di rispetto del Trattato istitutivo della Comunità europea, della Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e se la Commissione non ritenga di intervenire preventivamente per evitare tale violazione».

Insomma, si sono scomodati perfino i palazzi di Bruxelles nella speranza di ottenere una censura anticipata e una qualche forma di bavaglio. Poi il festival si è iniziato e concluso, e i vari Grillini o Luxuria si sono trovati in una posizione scomoda. La narrazione è semplice, poiché racconta di un giovane che, dopo una fase omosessuale, s'innamora di una ragazza. C'è ancora chi insulta il cantante milanese e ne dice tutto il male possibile (scorgendo tra le righe chissà quale intento clericale), ma parlare di sanzioni come quelle che invocava l'europarlamentare comunista oggi riesce difficile.

Fa però una certa impressione avvertire che, parecchi secoli dopo gli scritti di Baruch Spinoza e John Locke, ci si trovi ancora a dover difendere il diritto di esprimere le proprie idee. Ricordando che le battaglie in difesa della tolleranza non furono condotte a tutela delle tesi "giuste" o "condivise", ma invece proprio a protezione di quelle che non piacciono.

È un peccato che il movimento gay sia in larga misura egemonizzato da posizioni illiberali, perché invece sarebbe stato bello vedere esponenti del mondo omosessuale difendere il diritto di Povia di cantare la propria canzone, e anche la libertà di sostenere la sua opinione su ciò che l'omosessualità è o non è. D'altra parte si tratta di temi difficili, sui quali le opinioni divergono. Ma proprio per questo è fondamentale che il dibattito sia aperto. Cosa sarebbe successo in Italia, per giunta, se di fronte all'annuncio di una canzone che raccontasse la "conversione" di un eterosessuale che diviene omosessuale, un parlamentare cattolico avesse chiesto una censura preventiva e avesse scomodato tutti i sacri testi sui diritti dell'uomo? Se oggi la sinistra non esiste più (e non è certo una buona cosa avere "un solo uomo al comando") forse in parte si deve anche a questo bigottismo illiberale. Speriamo, stavolta sì, di guarirne presto.