sabato 21 febbraio 2009

Pagano le donne Ma la negazione dei valori finisce, come accade, per devastare una civiltà

L'identikit del violentatore


Il delitto dello stupro, di una ragazzina o donna, è dramma sociale, non privato familiare. Ognuno di noi viene ferito da tale ignominia, indipendentemente dal fatto che potrebbe essere nostra figlia. La violenza sessuale è crimine efferato perché produce, nella vittima impotente, irreversibili danni esistenziali, elaborabili solo parzialmente, da qualsiasi tipo di psicoterapia.

È il caso di Valentina, giovane donna di 22 anni, come la ragazza di Guidonia, appartatasi con il ragazzo, che veniva picchiato, immobilizzato da tre aggressori e costretto a osservare la violenza sessuale sulla fidanzata. I tre violentatori non hanno mai scontato pena, perché incensurati e, tutt'ora, liberi cittadini italiani.

Il fatto accaduto a Milano sei anni fa, per Valentina ha avuto l'epilogo due mesi fa, quando ha deciso di porre termine alla propria vita. Vita che aveva cessato di fluire da quella notte di aggressione violenta, nella violenza, non meno grave, della solitudine e dell'abbandono sociale. Ulteriore abuso subisce la donna, in generale, dalla furia delirante degli sprangatori che, si erigono a "difensori" inneggiando, in suo nome, alle "torce umane". Nel 2008 sono stati denunciati 4.465 stupri (solo una parte di quelli subiti realmente).

L'atto più urgente è la difesa sociale, attraverso severa condanna. Con la stessa urgenza va attuata la prevenzione perché, gli ultimi atti di violenza, sono stati commessi da pregiudicati con precedenti alle spalle, noti alla Polizia e, dei quali, è stata sottovalutata la pericolosità sociale. Anche la risonanza della "prima pagina" sui quotidiani, involontariamente, può fornire "modelli" da riprodurre, per individui psicopatici in apparenza normali, come già accaduto nella sindrome dei "sassi dal cavalcavia".

L'identikit psicologico degli stupratori, che obbligano i ragazzi a osservare la propria fidanzata mentre viene violentata, è di personalità profondamente labili e senza freni inibitori dell'Io, che "non esistono" come individui e hanno bisogno di "testimonianza" per sentirsi forti, con la sopraffazione sull'impotenza di ambedue le vittime, quasi che, anche la rabbia e il dolore, di chi è costretto ad osservare "in sottomissione" lo scempio, "innalzi" il loro, patologico, senso di potere.

È questo, il caso del "branco". Da ultimi nella vita alla prima pagina dei giornali, può essere la tentazione, come "visibilità", di questi personaggi la cui età emotiva è di grave incompletezza patologica.

La società che produce questi misfatti a "grandine" (Roma, Guidonia, Bologna, Milano…) è una società che collassa su se stessa perché non prevede il futuro, che sono i giovani; che sostituisce i valori degli esseri umani, con immagini, fiction… Simulacri vuoti dove, anche il delitto ha valore, solo se viene trasformato in immagini, con il cellulare.

È stato chiesto alla Casa Automobilistica "Ferrari", nostro orgoglio nazionale, di portare il Gran Premio a Roma, per restituire immagine positiva alla città, dopo gli ultimi episodi drammatici… Le persone non hanno più bisogno di "immagini", ma di vero risanamento, perché la vita sia veramente degna di essere vissuta per tutti, nel rispetto dei valori umani, che sono sempre quelli: sicurezza, amore, amicizia, comunicazione, solidarietà, cooperazione… Fermarsi, per riscoprire la nostra vera umanità, è saggezza evolutiva ed è il modo, reale, per sconfiggere i nuovi barbari.


enzaferri@gmail.com
21/02/2009

Giustizia alla romena

Stupratori e rapinatori niente sconti di pene


Liberi di andare su e giù per lo Stivale senza nessun tipo di controllo. Topi d'appartamento di alta scuola, rapinatori che non si fanno scrupoli ad accoppare le vittime, sfruttatori di prostituzione, stupratori, assassini.



Quando li prendono, riescono, spesso, a farla franca. C'è sempre qualche giudice che «cavilla» e li rimette fuori. Già pronti per ricommettere qualche reato. È ormai assodato che il rischio di pene più basse ha «attratto» in Italia innumerevoli criminali con precedenti penali in Romania quando il paese è entrato nell'Unione Europea.

Particolarmente apprezzata la facilità di ottenere gli arresti domiciliari concessa dal nostro codice. Dopo i recenti (e reiterati) casi di violenza sessuale perpetrati da connazionali, la Romania ha annunciato, nei giorni scorsi, un piano per il rientro in patria dei criminali.

La notizia ha creato un certo allarme nel paese. Il ministro degli Interni Dan Nica ci ha tenuto a puntualizzare: «Siamo preparati, abbiamo un programma di welcome home per tutti quei deliquenti che rientrano in patria» precisando che saranno adeguatamente messi dietro le sbarre. E c'è da giurarci.

Se i romeni stupratori arrestati a Roma avessero commesso il reato nel loro paese rischierebbero dai 10 ai 25 anni di carcere (c'è l'aggravante della violenza su minorenne). Il Codice penale italiano punisce lo stesso delitto con una condanna da 5 a 10 anni.

Lo stupro, in Romania, prevede pene dai 3 ai 10 anni. Dai 5 ai 18 anni, invece, se è di gruppo, la vittima è disabile o membro della famiglia. Se la violenza sessuale, poi, finisce con un omicidio le condanne oscillano dai 15 ai 25 anni. In Romania dalla fine della dittatura di Ceasescu non c'è più l'ergastolo.

Condanne esemplari anche per la rapina. Dai 3 ai 18 anni se è semplice; si sale dai 5 ai 20 se i rapinatori sono mascherati e il crimine si compie in uffici pubblici, di notte o contro trasporti valori, da 7 ai 20 anni quando è una rapina di gruppo con sparatoria e ci sono lesioni personali gravi, da 15 ai 25 se c'è il decesso della vittima. La rapina in Italia è normalmente punita con la reclusione da 3 a 10 anni. Un esempio per tutti Karol Racz, uno dei due arrestati per lo stupro della Caffarella, che ha scontato tre anni di carcere per furto e ricettazione.

Inoltre nel paese dell'Est Europa sembra che la giustizia marci più spedita che da noi. Dopo l'arresto è prevista una carcerazione preventiva di trenta giorni (che può protarsi per altri trenta). Il procuratore ha circa un mese di tempo per studiare il fascicolo che riguarda il detenuto. Se ci sono le condizioni istruisce il processo in tempi piuttosto rapidi. Il processo può durare tre-quattro anni, se si presenta particolarmente complesso. Se invece le prove sono solide si può concludere anche in sette mesi.

Il primo ministro romeno Tariceanu ha recentemente criticato le autorità italiane perché hanno permesso e permettono la costituzione di campi nomadi abusivi vicino a Roma o in altre città. «In Romania questo non accadrebbe - ha ribadito - Vi sono inoltre leggi più dure, il carcere per chi delinque e la certezza della pena. I criminali non hanno nazionalità. Delinquono in Romania ma anche in ogni altro paese dove vanno. Ed è più incoraggiante per loro sapere che non dappertutto vengono puniti».

E Pechino finisce sotto la neve per ordine supremo del governo

sabato 21 febbraio 2009, 09:59


Pechino


Alle autorità la faccenda è decisamente sfuggita di mano. La neve caduta nei giorni scorsi sul cielo di Pechino era decisamente troppa. Così tanta da creare disagi agli automobilisti della capitale e rendere inagibili dodici autostrade che convergono sulla città. Ma la natura c’entra fino a un certo punto.
Sì, perché la neve che ha imbiancato i tetti della Città Proibita e ha richiesto l'intervento dei soldati dell'Esercito di liberazione popolare per ripulire piazza Tienanmen, è frutto principalmente di una decisione del governo.

Da 28 basi di lancio sparse intorno alla città il Centro per la Modifica del Tempo di Pechino, martedì scorso, ha sparato nell'atmosfera 426 capsule di ioduro d'argento, una sostanza inquinante (il suo uso è stato proibito nei paesi occidentali), per intensificare le nubi sulla capitale e produrre una precipitazione, come era successo anche la scorsa settimana, quando erano cadute le prime gocce di pioggia artificiale. L'ultima pioggia naturale sulla capitale risale, infatti, al 24 ottobre scorso.

Questa volta, però, è caduta la neve: una neve pulita e acquosa, come non si vedeva da tempo. Una neve inaspettata, dato il tempo quasi primaverile dei giorni scorsi. Una gioia per i turisti che hanno potuto fotografare i tetti imbiancati della Città Proibita e del Tempio del Cielo, ma che non è sufficiente, secondo quanto riportato dal Centro per la Modifica del Tempo, a risolvere l'emergenza siccità che si è abbattuta nelle scorse settimane sui raccolti della Cina settentrionale e sta mettendo in ginocchio milioni di contadini.

Le autorità ostentano ottimismo: «La neve - dichiara Guo Yingchun, responsabile dell'osservatorio meteorologico della regione - ha portato l'umidità al suolo e potrebbe fare cessare la siccità».

Nonostante in alcune aree del Paese sia stata decretata la fine dello stato di emergenza, la situazione resta ancora critica nelle aree maggiormente colpite dalla mancanza di acqua, come la provincia dello Henan.

I dati a disposizione dicono che la siccità ha provocato danni a nove milioni di ettari di terreno coltivato e ha lasciato 3,5 milioni di contadini e 1,6 milioni di capi di bestiame senza acqua potabile. Per placare la sete più grave degli ultimi cinquant’anni e aiutare i contadini delle aree maggiormente colpite, il governo cinese aveva stanziato a inizio febbraio 400 milioni di yuan.

Da tempo comunque le autorità lavoravano a progetti ambiziosi per risolvere il problema degli sbalzi climatici. Il Centro per la Modifica del Tempo aveva iniziato i suoi esperimenti nell'estate 2007, a un anno dall'inizio dei Giochi Olimpici di Pechino: allora il compito principale dell'ente meteorologico doveva essere il contrario di quello delle ultime settimane: evitare la pioggia durante le cerimonie di apertura e chiusura delle scorse Olimpiadi. Il metodo era sempre quello di sparare nell'atmosfera capsule o razzi pieni di sostanze chimiche che, contrariamente a quanto avvenuto nei giorni scorsi, disperdessero le nubi che si concentravano sopra il cielo della capitale e che potevano costituire una minaccia alla perfetta riuscita degli spettacoli.

Dopo la truffa riecco Tanzi Ora si è messo a produrre biscottini per l’America

di Stefano Filippi

sabato 21 febbraio 2009, 09:52

Parma - Il capannone è anonimo, grigio, grandi vetrate. Citofoni di studi di architetti. Una delle tre cassette postali è intestata a «The Original American Bakery», oh yeah. È la nuova tana di Calisto Tanzi. L'imprenditore condannato in primo grado a 10 anni di reclusione per il crac Parmalat (un buco da 14 miliardi di euro) ritorna in attività a 70 anni in questa anonima periferia cittadina, a quattro chilometri da casa sua. Sta mettendo in piedi un'azienda che produrrà muffin, i dolcetti con cui si fa colazione negli Stati Uniti. Quando si dice una vita spesa per fabbricare cibo. E debiti.

Il ciak a «Tanzi 2 la vendetta» è stato dato in autunno, tra incontri, bilanci, previsioni. Ma l'uscita allo scoperto è avvenuta lunedì. Nelle aziende vicine hanno notato che qualcosa si muoveva in quel capannone: via vai di persone, operai per le pulizie, camion, auto. E anche la Honda grigia di Tanzi. Di lui però si sono accorti soltanto quelli che lavorano al 44 di strada Martinella. E non hanno gradito. «Se il cavaliere lavora qui, io me ne vado - ha detto qualche imprenditore a Repubblica.it che ieri pomeriggio ha dato la notizia -. Non mi piacerebbe uscire da un luogo di lavoro dove qualcuno può pensare che io lavori con uno come lui, che ha truffato migliaia di persone».

Appena si è diffusa la voce, nel capannone si è fatta terra bruciata. Pare che una telefonata abbia consigliato di lasciare campo libero. Al secondo piano dell'edificio lavora un pool di architetti. «Lasciateci perdere - urlano dalle finestre ai giornalisti - siamo asserragliati, abbiamo delle riunioni importanti che non riusciamo a finire». L'imprenditore non si fa trovare neppure a casa: «È in città», garantisce la moglie Anita al citofono della villa di via Chiaviche: «Una nuova attività? Non so nulla. Arrivederci».

Tanzi, insomma, perde il pelo ma non il vizio. Chi l'ha visto al lavoro lo descrive sorridente e pieno di entusiasmo. Dallo scorso lunedì arriva ogni mattina verso le dieci carico di carte e documenti, vede gente, discute, progetta, assaggia. A pranzo stacca, va a prendere i nipotini a scuola, e torna il pomeriggio. Un consulente come tanti, circondato da un piccolo gruppo di collaboratori di fiducia. Il principale appartiene alla famiglia Cocconi, un nome conosciutissimo a Parma perché legato a due pasticcerie nel centro della città, locali storici passati qualche anno fa a un nuovo proprietario che però ha mantenuto il marchio.

L'obiettivo è quello di avviare fra qualche mese la produzione dei muffin destinati all'America del Nord, Usa e Canada. Nel capannone di 800 metri quadrati alla periferia sud, sulla strada verso Langhirano, stanno per arrivare macchinari, linee produttive, bancali per il magazzino.

Da Collecchio alla Martinella, Tanzi sceglie ancora di non allontanarsi troppo da casa. Ma soprattutto decide di non ripiegarsi a fare il nonno a tempo pieno o l'imputato in attesa di giudizio definitivo. Bisogna riconoscergli del coraggio. Dopo il disastro economico e finanziario provocato dalla contabilità truffa della sua Parmalat, nessuno si aspettava che il cavaliere sarebbe tornato in pista. Dal successo mondiale al carcere, dai picchi di Piazza Affari al crac del secolo, dai trionfi del Parma calcio all'infamia della condanna e dell'interdizione perpetua: Tanzi ha deciso di risollevarsi. Sulle spalle ha una condanna che, se confermata, non sconterà in carcere.

Evidentemente a 70 anni (compiuti il 17 novembre) il fondatore della Parmalat ha ancora la voglia di fare e anche quella salute che sembrava affievolita nei mesi passati in carcere a cavallo tra il 2003 e il 2004. Avrà anche un mercato per i suoi nuovi dolcetti?

Fini: odioso collegare stranieri e crimine

«Allarme sociale ostacola l'integrazione, manteniamo la lucidità. Serve garanzia della sicurezza e della legalità»

«crisi, l'interesse dei lavoratori immigrati è comune a quello di italiani»


ROMA - Odioso il collegamento tra crimine e stranieri. E di fronte alla crisi «l'interesse dei lavoratori immigrati è comune a quello di tanti lavoratori italiani». Il presidente della Camera Gianfranco Fini usa parole forti alla presentazione del rapporto Cnel (Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro) sull'integrazione degli immigrati in Italia, sottolineando che «appaiono decisive misure come l'estensione e il potenziamento degli ammortizzatori sociali insieme ai processi di formazione e inserimento al lavoro». E lo fa nel giorno in cui il Consigli dei ministri ha dato il via libera al decreto legge anti-stupri.

OSTACOLO A INTEGRAZIONE - Parlando dei recenti casi di violenza, Fini sottolinea che «un fattore che potrebbe ostacolare i processi di integrazione e fornire ulteriore alimento all'intolleranza è l'allarme sociale che cresce di pari passo con i casi di criminalità che purtroppo riempiono le cronache». Integrazione - aggiunge - che si può raggiungere solo con «la garanzia della sicurezza e della legalità, soprattutto nei quartieri e nei territori più esposti a rischio della violenza. Occorre ristabilire nei cittadini la percezione, scossa dai troppi casi in cui al delitto non è seguito il castigo, che l'Italia sa garantire il rispetto rigoroso delle regole della convivenza civile».

GENERAZIONE BALOTELLI - Fini auspica «la capacità e la volontà dell'Italia di ripensarsi come nazione in vista di un futuro sempre più multietnico, ed è la vera grande novità di questi anni, e multiculturale». Un futuro che, per la terza carica dello Stato, è già presente: Fini cita quella che chiama «la generazione Balotelli», ovvero quegli immigrati di secondo o terza generazione «che non solo parlano italiano, ma addirittura i dialetti del luogo in cui vivono».

«MANTENERE LUCIDITÀ» - I recenti episodi di violenza sessuale «di cui sono rimaste vittime ragazze molto giovani- continua- hanno suscitato una legittima ondata di indignazione nell'opinione pubblica che non solo è legittima ma che non va sottaciuta né sottovalutata. Mai come in questi casi dobbiamo mantenere la lucidità e la serenità per respingere l'odiosa associazione mentale tra criminalità e immigrazione che può diffondersi a macchia d'olio in diverse fasce della popolazione italiana e che, se combinata alla condizione economica in cui ci troviamo, può essere un mix esplosivo».

GUERRA TRA POVERI - Parlando della crisi economica, il presidente della Camera esprime l'auspicio «che le istituzioni sappiano intervenire con determinazione per impedire che il difficile momento economico favorisca forme di xenofobia e di intolleranza, dove l'altro è lo straniero, delle quali cominciano ad arrivare segnali preoccupanti da altre parti d'Europa». Fini ha fatto riferimento a quanto avvenuto in Gran Bretagna giorni fa, ovvero lo sciopero contro l'arrivo di lavoratori italiani. «Di tutto abbiamo bisogno per superare la crisi fuorché di nuove tensioni sociali all'insegna della guerra tra poveri».

20 febbraio 2009(ultima modifica: 21 febbraio 2009)

Battisti vuole il perdono. Gasparri:ammette gli omicidi

"Se è innocente lo dimostri"


«È un martire. Un martire vivo e vegeto». È il pensiero di Alberto Torregiani, su una sedia a rotelle dal giorno che Battisti e i suoi complici dei Proletari armati per il comunismo spararono contro il padre Alberto uccidendolo. Nella lettera che Cesare Battisti, attraverso il senatore Eduardo Suplicy ha fatto arrivare ai giornali, il terrorista contumace reclama il perdono da parte dell'Italia. Un perdono dovuto, secondo Battisti, perché «non è forse arrivata l'ora che l'Italia mostri il suo lato cristiano? Perché il perdono è un atto di nobiltà e se sono considerato un nemico dell'Italia, persino i nemici sanciscono tregue e si perdonano». E conclude «La caccia alle streghe è finita, si faccia giustizia non dopo la fine del mondo ma, con giustizia, proprio perché non finisca! La società soffre molto di più con la prigione di un innocente che con l'assoluzione di un colpevole».

Parole che seguono le accuse a un Italia governata da piduisti e fascisti. Battisti ha il coraggio di ammettere: «Riconosco di aver fatto parte di una pagina di storia scritta con sangue, sudore e lacrime, e spero che oggi i miei avversari riconoscano che mai i boia sono rimasti senza la loro paga, la storia si è sempre dimostrata implacabile con chi ha tentato nascondere i suoi errori». Il terrorista non cambia atteggiamento. «È pazzesco - ripete Alberto Torregiani, vittima di Cesare Battisti e insultato in una precedente intervista rilasciata dal terrorista a un giornale brasiliano - Ogni giorno sono sempre più allibito dalla campagna denigratoria e dalla propaganda di Battisti. La sua è un'ostinazione su questa linea che ha dell'incredibile». «Se è innocente dimostri la sua innoncenza - continua Torregiani - È sotto gli occhi di tutti quello che ha fatto».

Le otto pagine di Battisti consegnate al suo amico senatore Suplicy perché vengano lette anche al Parlamento di Brasilia sembra precedano un'altra missiva che il terrorista detenuto nel penitenziario di Papuda voglia inviare ai giudici del Supremo tribunale che stanno valutando la sua posizione. La storia del «perdono» ha scatenato dure reazioni in Italia. «Vorremmo chiedere al terrorista Battisti di che cosa l'Italia dovrebbe perdonarlo - ha dichiarato il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri -

Per gli efferati omicidi che ha commesso? Se è così, allora vuol dire che li ammette. E se li ammette, è disposto a venire in Italia, pentirsi e chiedere pubblicamente scusa per le atrocità commesse? Ma dov'era il suo animo cristiano quando ammazzava innocenti? Piuttosto che scrivere ridicole lettere, inizi a scontare la sua pena in carcere nel nostro Paese e poi, forse, con la dovuta umiltà potrà tornare ad implorare il perdono ai familiari delle persone che lui e i suoi compagni hanno ucciso».

È intervenuta anche Margherita Boniver, deputato del Pdl e Presidente del Comitato parlamentare Schengen. «Mi stupisce la mossa di Cesare Battisti che arriva al paradosso di appellarsi all'"Italia cristiana". Evidentemente oltre al pudore Battisti ha perso anche la memoria e se, come mi auguro, sarà estradato in Italia dovrà scontare la sua pena nelle carceri italiane e non in quelle vaticane».

Battisti? Prima di chiedere perdono deve pagare il conto con la giustizia"

Dura reazione di Franco Maccari, segretario Coisp, alla lettera con cui l'ex militante dei Pac chiede il perdono: "Non c'è limite alla mancanza di vergogna"


IL SINDACATO INDIPENDENTE DI POLIZIA

Roma, 20 febbraio 2009

E' dura la reazione del Sindacato indipendente di Polizia all lettera di otto pagine di Cesare Battisti, ex militante dei Pac che ha ottenuto l’asilo politico in Brasile, ha scritto nel penitenziario brasiliano di Papuda, dove si trova ancora detenuto in attesa che la Corte suprema si esprima sulla richiesta d’estradizione presentata dall’Italia:

"Non c’è limite all’arroganza, alla mancanza di vergogna, al senso di ottusa superiorità ed alla capacità di fingere di Cesare Battisti. Tutte doti che gli derivano, chiaramente, dal fatto di essere tuttora impunito pur essendo un pluriomicida riconosciuto. Lo dimostra lui stesso, una volta di più, permettendosi ora di fare appello all’‘Italia cristiana’, cui chiede perdono.

Battisti non solo sbeffeggia ed offende lo Stato che ha oltraggiato in ogni modo possibile, ma continua ad calpestare la dignità, il dolore e la richiesta di giustizia di tutti i familiari delle vittime che ha massacrato, continuando così ad ‘uccidere’ quelle persone nuovamente ogni giorno che sorge senza che lui si assuma le proprie responsabilità”. E’ questo il commento di Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp (il Sindacato indipendente di Polizia).

“Battisti – aggiunge Maccari - chiede che, con un ‘atto di nobiltà’, l’Italia ‘cristiana’ lo ‘perdoni’ come si fa con tutti i nemici. E, sinceramente, sentire un assassino parlare di nobiltà fa accapponare la pelle. Ma il punto non è questo, bensì che chiedere perdono vuol dire ammettere le proprie colpe. E non si può domandare perdono senza prima avere accettato le conseguenze del proprio comportamento. Non si domanda perdono senza prima aver pagato per le proprie responsabilità. Non si domanda perdono senza prima aver riconosciuto la legittimità delle pretese di chi ha espresso una sentenza di colpevolezza sulla base dei principi di un giusto processo”.

“Invece di chiedere a tutti noi se non sia ‘arrivato il momento che l’Italia mostri il suo lato cristiano’ – conclude Maccari -, Battisti risponda lui ad una domanda: quando arriverà il momento per lui di presentarsi a capo chino in Italia, pagare il conto, e solo dopo implorare perdono a tutti quelli cui ha devastato la vita? O, meglio, dovremmo chiedere a ‘questa povera’ anima che tira in ballo la carità cristiana: questo momento arriverà mai?”.

Arabia,agenti decapitati per stupro

Avrebbero violentato una straniera


Due ufficiali di polizia sauditi sono stati decapitati con una sciabola a Riad per aver violentato una straniera. Lo ha reso noto il ministero dell'Interno. I due sono stati condannati alla pena di morte per aver aggredito uno straniero e stuprato sua nipote, dopo averli fermati per un controllo. L'inchiesta era partita in seguito alla denuncia delle vittime. Con queste salgono a 11 le esecuzioni tramite decapitazione, rese note dall'Arabia Saudita.