giovedì 19 febbraio 2009

Pronta la legge sul testamento biologico Beppino Englaro: "Una vera barbarie"

Roma - Il disegno di legge Calabrò sul testamento biologico è stato approvato come testo base di lavoro della commissione Sanità del Senato, in un voto che ha visto astenuti tre parlamentari del Pd, tra cui il capogruppo Dorina Bianchi. I voti a favore sono stati 13, quelli contrari sei e quelli degli astenuti tre. Il ddl sul testamento biologico sarà discusso dall’aula del Senato dal 5 maggio, ma entro la fine di questa settimana dovranno essere depositati gli emendamenti in commissione Sanità.

Englaro: "E' una barbarie" "La legge sul testamento biologico che il parlamento si appresta ad approvare è una vera e propria barbarie. Una legge assurda e incostituzionale contro la quale è assolutamente necessario che i cittadini facciano sentire la propria voce e scendano in piazza a manifestare". Con queste parole Beppino Englaro aderisce alla manifestazione "Sì alla vita, no alla tortura di Stato", che si svolgerà a Roma sabato 21 febbraio in piazza Farnese. Beppino Englaro parteciperà alla manifestazione attraverso un collegamento telefonico perchè "i cittadini, che hanno le idee molto più chiare dei nostri parlamentari, devono tutelare i propri diritti fondamentali che questa legge mette in discussione preparando il terreno per un vero e proprio Stato etico".

"Anticostituzionalità" Se la legge in discussione in parlamento dovesse essere approvata, Englaro si augura una rapida abrogazione da parte della Corte costituzionale oppure quella del referendum sarà una via obbligata, vista la "manifesta anticostituzionalità di una legge che nega le libertà fondamentali dei cittadini". "La decisione sulla propria vita deve essere affidata a chi la vive" ha concluso Beppino Englaro.

Gasparri e Quagliariello: "Offesa al Parlamento" "Rattristano le parole di Beppino Englaro, che ha definito una barbarie il disegno di legge sul testamento biologico ancora in discussione al Senato e ha così offeso gratuitamente il Parlamento". Lo dichiarano in una nota congiunta Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello, capogruppo e vicecapogruppo vicario del Pdl al Senato.

La sopravvissuta: "E' sciacallaggio"

POLEMICHE DOPO LA TRASMISSIONE DEL FILMATO IN TV

Per Antonella Targa "Federico non fu abbandonato e nessuno poteva salvarlo"


Milano, 19 febbraio 2009 - "No, non chiamate tutto questo normale diritto di cronaca. E’ sciacallaggio puro, speculazione sul dolore altrui". Antonella Targa risponde a fatica, con voce rotta. Dal dolore, dalla rabbia. Dopo aver visto passare e ripassare in tv le immagini di quei cinque minuti di dramma in cima all’Aconcagua, e aver rivissuto l’agonia di Federico Campanini, la guida italo-argentina trentunenne che li aveva condotti nell’ascensione, aveva deciso di chiudere la bocca e non rispondere nemmeno al telefono.

Poi, però, vuol concedersi un ultimo sfogo: "Fuori dal contesto di quei momenti quel filmato buttato in pasto all’opinione pubblica non significa nulla; serve solo ad alimenatare sospetti e riaprire ferite terribili per noi che là in mezzo c’eravamo. Sembra che Federico sia stato abbandonato; ma non è così: i soccorritori hanno lottato sette ore per tentare di riportarlo a valle ancora in vita".

Come è successo, invece, per gli altri tre membri della spedizione, la milanese Marina Attanasio e i due liguri Mirko Affasio e Matteo Refrigerato. Tutti e tre, rientrati in Italia da qualche settimana, sono ancora alle prese con una difficile convalescenza.

Antonella è sfinita, esaperata dall’assedio incessante dei media che da un mese vivisezionano quelle tragiche ore ai settemila metri della cima più alta delle Ande, con venti gradi sottozero e in mezzo all’infuriare di un’impenetrabile bufera di neve: ore costate la vita a due dei suoi compagni. Lei aveva abbandonato la spedizione a poche centinaia di metri dalla vetta: non ce la faceva più ed era rientrata al campo base.

Da lì, attaccata alla radio, aveva vissuto in diretta la conquista della cima, ma subito dopo lo smarrimento, le difficoltà, l’impasse di quei due giorni interminabili di inizio gennaio, passati ai limiti della resistenza umana. La sua migliore amica, Elena Senin, scivolata lungo un costone ghiacciato, era già morta quando proprio Federico aveva lanciato il primo sos.

Il suo corpo è stato localizzato solo dieci giorni fa da una spedizione finanziata dal padre Antonio e seguita dalla sorella Alessandra che si è recata sul posto col marito. Sabato 28, a Ivrea, dove vive la famiglia, si ritroveranno tutti per ricordarla. Ma le sue spoglie, con ogni probabilità, non potranno mai essere recuperate.

Federico, invece, finquando le forze lo avevano sorretto, aveva continuato a tenere i contatti col campo base e con i soccorritori che si apprestavano a salire. "Ma era sfinito, stava già male per un edema polmonare — ricorda Antonella — e me lo diceva alla radio. Poi ho sentito i dialoghi con quegli uomini meravigliosi che hanno rischiato la vita per aiutarlo; ho avvertito il loro sforzo, l’affanno del loro respiro quasi impossibile a quell’altitudine. Io so che non potevano fare di più. Ma chi non ha vissuto un’esperienza così, non dovrebbe permettersi commenti".

Gli unici che Antonella tollera — e rispetta — sono quelli dei genitori di Federico. Che chiedono un’inchiesta sulla conduzione dei soccorsi, ed eventualmente giustizia se, come pare dal filmato, loro figlio fosse stato abbandonato ancora vivo tra le nevi dell’Aconcagua. "Li capisco, sono sconvolti — dice con un filo di voce —: la disperazione di chi perde un figlio giustifica tutto. Ma quel che si legge e si sente, qui in Italia e sopratutto in Argentina, è qualcosa che mi ripugna. E non so più se posso avere ancora fiducia in un Paese dove l’informazione è ridotta a questo".

di Massimo Degli Esposti

Deceduto Oreste Lionello, uno dei più grandi doppiatori del cinema italiano

Deceduto Oreste Lionello, uno dei più grandi doppiatori del cinema italiano


È stato inoltre l'anima del Bagaglino, sia a teatro che in televisione. Memorabile il «suo» Andreotti


Era la voce italiana di Woody Allen


ROMA - Oreste Lionello è morto a Roma dopo una lunga malattia. L'attore era nato il 18 aprile 1927 a Rodi, in Grecia, aveva 81 anni.

Secondo quanto si è appreso, la famiglia chiederà una camera ardente in Campidoglio. Lionello, famoso doppiatore, era da sempre la «voce» italiana di Woody Allen.
È stato l'anima inoltre del Bagaglino, sia a teatro che in televisione. Momorabile la sua imitazione di Giulio Andreotti.


CARRIERA - Lionello è stato uno dei massimi doppiatori italiani. Oltre ad Allen, sono sue le voci italiane di Gene Wilder in Frankenstein junior, una delle tre parti di Peter Sellers in Il dottor Stranamore, del ridoppiaggio del 1972 di Charlie Chaplin in Il grande dittatore, di Michel Serrault nella trilogia del Vizietto, di Robin Williams nella serie tv Mork & Mindy.

Ma ha doppianto anche cartoni animati come Gatto Silvestro, Lupo de Lupis, Topolino, Paperino e Winnie Pooh. Il suo esordio a teatro è del 1954 nella compagnia comico-musicale di Radio Roma, in cui si distingue come brillante autore e interprete. Subito dopo debutta in televisione con la serie di film per ragazzi Il marziano Filippo.

Sempre in tv nel 1966 partecipa ad alcuni episodi del Commissario Maigret con Gino Cervi, e nel 1970 a I racconti di Padre Brown, con Renato Rascel. Tra gli spettacoli più famosi Dove sta Zazà? (1973), Mazzabubù (1975), Palcoscenico (1980) e Biberon (1987). Proprio con Biberon il Bagagliano inaugura una nuova stagione di varietà imperniati sulla satira politica, che prosegue con numerosi programmi, come Crème Caramel (1991), Saluti e baci (1993), Bucce di banana (1994), Champagne (1995), Rose rosse (1996), Viva l'Italia (1997-98) e Miconsenta (2003).


19 febbraio 2009

Il pronipote di Geronimo contro Obama: «Restituisca i resti del mio bisnonno»

SI RIACCENDONO vecchie polemiche: dove si trovano i resti del mitico guerriero?


«Senza la tradizionale cerimonia indiana, negatagli a suo tempo, il suo spirito non riposerà mai in pace»


WASHINGTON – Nel centesimo anniversario della morte di Geronimo, il leggendario capo dei pellerossa Apache, il suo pronipote Harlyn Geronimo ha querelato il presidente Obama, il ministro della difesa Gates, l’Università di Yale e il misterioso Ordine teschi e ossa degli studenti, a cui appartennero tre generazioni di Bush. Il motivo: vuole che gli siano restituiti i resti del bisnonno, a suo parere in parte sepolti a Fort Sill nell’Oklahoma e in parte a Yale, perché senza la tradizionale cerimonia indiana, negatagli a suo tempo, il suo spirito non avrebbe mai pace.

POLEMICHE E MISTERO - La querela ha destato scalpore e riacceso vecchie polemiche su dove si trovino i resti del mitico guerriero. Geronimo, l’ultimo capo pellerossa ad arrendersi nel 1886, dopo che per anni 5 mila giacche blu gli avevano dato invano la caccia, morì di polmonite a 79 anni a Fort Sill. Nel frattempo, era diventato una icona americana: aveva preso parte a vari spettacoli sul selvaggio west, era stato invitato dal presidente Teddy Roosevelt a sfilare a cavallo alla sua inaugurazione nel 1905, e sarebbe assurto persino a mascotte dai parà che si sarebbero paracadutati gridando il suo nome.

Secondo il pronipote, era tuttavia rimasto un prigioniero di guerra, e lo confermerebbe il fatto che in parte i suoi resti giacciono in un apposito cimitero, sotto una piramide di pietre. Ma non tutti i resti, protesta Harlyn Geronimo. Nel 1918 il suo teschio sarebbe stato trafugato dall’Ordine teschi e ossa degli studenti dell’università di Yale, su iniziativa, tra gli altri, di Prescott Bush, il nonno del presidente W. Bush.

Lo dimostrerebbe una lettera di Winter Mead, membro dell’Ordine: «Il teschio di Geronimo il terribile, da noi tolto dalla tomba di Fort Sill, è nella nostra sede». Bush padre e Bush figlio, aggiunge Harlyn Geronimo, ne sarebbero al corrente, ma sono tenuti al segreto. «Il bisnonno voleva essere sepolto dove nacque, nel Nuovo Messico - ha affermato - il suo spirito vaga irrequieto».

«È UNA LOTTA TRIBALE» - La querela Harlyn Geronimo l'ha sporta a Washington, al Club della stampa, tramite l’avvocato Ramsey Clark, l’ex ministro della giustizia del presidente Johnson, un liberal famoso per avere difeso i tiranni iracheno Saddam Hussein e jugoslavo Slobodan Milosevic. Il pronipote del capo Apache, un eroe della guerra del Vietnam, di professione scultore e attore, si è presentato ai media con gli ornamenti dello stregone, la bandana e gioielli pellerossa.

Ha sollecitato Obama e il ministro Gates a riesumare i resti del bisnonno per fare luce sul mistero che li circonda. Ma secondo gli storici del west, la questione non è così semplice. Ha dichiarato uno di loro, Towana Spivey: «In base alla legge, sono gli Apache a dovere decidere che cosa fare. Ed essi sono divisi. I discendenti del gruppo che si arrese con Geronimo e si stabilì in Oklahoma non vogliono che la tomba venga toccata. Al contrario, gli Apache Mescaleros, radicati nel Nuovo Messico, cui Geronimo apparteneva e cui appartiene il suo pronipote, insistono per spostarla. È una lotta tribale».

Ennio Caretto
18 febbraio 2009

Bufera sul giudice bolognese che non espulse la belva

STUPRO DI ROMA

Questore e prefetto avevano chiesto il rimpatrio. Il magistrato felsineo non ha convalidato il decreto. Nonostante i precedenti, non lo riteneva pericoloso

BOLOGNA

AVEVA precedenti per rapina, lesioni, minacce, ricettazione e furto. Era stato giudicato pericoloso dall’ex prefetto di Roma e dal questore di Viterbo, che ne chiedevano il rimpatrio in Romania. Nonostante tutto questo, il giudice del Tribunale di Bologna, Mariangela Gentile, non ha convalidato l’espulsione (in termini tecnici, per i cittadini comunitari, si chiama allontanamento) del romeno che il 14 febbraio ha stuprato la ragazzina a Roma. Alexandru Isztoika Loyos, l’uomo che ha violentato «per dispetto» la sua giovanissima vittima, per il giudice Gentile, un magistrato onorario della Sezione civile, non era pericoloso. «Non sussistono i requisiti di pericolosità necessari per l’allontanamento», fu il suo verdetto. Il romeno, invece di essere rispedito in patria, fu dunque rimesso in libertà.

RICOSTRUIRE le vicende processuali di Loyos è stato possibile solo grazie alle informazioni rese note dalle Questure di Bologna e Roma. In Tribunale, invece, è stato alzato un vero e proprio muro di gomma. «Non ci risultano fascicoli relativi a Istocosa Loyos», ha ieri spiegato il presidente Scutellari, facendo riferimento a uno dei tanti nomi falsi, del romeno. Una versione del tutto inconsistente. E’ evidente che il fascicolo c’era, ma con un nome leggermente diverso. Ma in Tribunale c’era ben poca voglia di rendere pubbliche le motivazioni di un provvedimento su cui si interroga l’Italia intera.

«Se il Ministero mi chiederà accertamenti in proposito — ha aggiunto Scutellari — faremo una verifica più approfondita». Dopo poche ore, il presidente Scutellari è stato esaudito. Il ministro della Giustizia Alfano ha infatti incaricato gli ispettori di avviare accertamenti per verificare la regolarità del provvedimento di annullamento dell’espulsione. Gli ispettori acquisiranno gli atti chiedendoli al presidente della Corte d’appello e al procuratore generale. Alexandru Loyos fu scarcerato il 12 luglio scorso a Viterbo, dopo aver scontato per intero una condanna per furto.

A QUEL punto, il questore Raffaele Micillo dispose il trasferimento nel Cie (Centro di identificazione ed espulsione, l’ex Cpt), in attesa di eseguire l’allontanamento emesso a suo tempo dal prefetto di Roma Carlo Mosca (facoltà concessa dal decreto varato dal Governo Prodi all’indomani del delitto Reggiani). Non essendoci posto nel Lazio, Loyos fu portato nel Cie di Bologna. Per questo il suo caso finì sul tavolo dei giudici bolognesi. Tre giorni dopo, cioè il 15 luglio, si celebrò l’udienza nella quale il difensore del romeno si oppose al rimpatrio. Il giudice valutò non sussistente il requisito della pericolosità, indispensabile per espellerlo. Loyos fu perciò liberato e potè far ritorno a Roma, dove trovò alloggio in un campo nomadi. Il resto della storia lo conoscono tutti.

Gilberto Dondi

Liberi di delinquere con la benedizione dei giudici

di Massimo De Manzoni


Hanno stuprato due bambine e non dovevano neppure essere in Italia. A pochi giorni di distanza da quella del tunisino di Bologna, ecco la storia emblematica del rumeno di Roma: entrambi fermati, entrambi espulsi, entrambi lasciati liberi di girare per le nostre strade. Di rubare, di rapinare, di violentare. C’è un problema? Il ventriloquo delle procure, che ha in testa solo i reati dei colletti bianchi e farnetica sull’Unità e su Raidue, lo nega e preferisce dilettarsi con i disegnini. Ma un problema c’è, grande come una casa.

Il tunisino Jamel Moamid, che ha selvaggiamente sconciato una quindicenne a Bologna la settimana scorsa, e il rumeno Loyos Isztoika, coautore della barbarie di San Valentino su una ragazzina di 14 anni, sono solo gli ultimi esempi: quando ha a che fare con gli immigrati, una larga frangia dei nostri magistrati viene colta da improvvisa magnanimità, da un inedito formalismo, da una volontà tenace di contraddire le richieste delle forze dell’ordine.

«Sostenete che questo individuo è pericoloso? E io non ci credo. Volete l’accompagnamento coatto al confine? Ma nemmeno per sogno. C’è un decreto di espulsione firmato dal prefetto? E io lo cancello». Esattamente questo è avvenuto con Loyos, lo stupratore «per dispetto», al quale un giudice ha spensieratamente restituito la libertà di delinquere, mettendo delle metaforiche manette ai poliziotti che lo fermavano la mattina ed erano costretti a lasciarlo andare la sera.

Chi è l’autore del capolavoro giuridico? Non si sa, non ce lo dicono. C’è una levata di scudi se appena si propone di vietare per legge di citare i pm titolari delle inchieste, in modo da evitare di creare star più inclini a processi mediatici che giudiziari. Ma, chissà perché, in questo caso nessuno si presenta davanti alle telecamere per rivendicare la paternità di un atto per il quale sarà ricordato per sempre da una ragazzina romana e dai suoi cari.

Il palazzo di giustizia di Bologna fa quadrato: nessun parli. E così non si riesce neppure a sapere chi faceva parte del collegio che ha beneficiato il tunisino, scarcerato perché, malgrado i precedenti per droga e i provvedimenti di espulsione già disattesi, non si è ritenuto esistesse pericolo di fuga o di reiterazione del reato: difatti, anziché spacciare eroina, stavolta Jamel Moamid ha preferito stuprare una giovinetta. Chi dobbiamo ringraziare? Mistero.

Chiunque sia, però, si trova in buona compagnia. Di magistrati attivamente impegnati a scardinare ogni provvedimento (sia esso del governo Berlusconi o del governo Prodi) studiato per proteggerci dagli immigrati criminali ce ne sono infatti a decine. Il nostro Stefano Zurlo ha recentemente fatto un racconto magistrale di una giornata-tipo in un tribunale: come in una catena di montaggio, i clandestini arrestati vengono processati o rinviati a giudizio e poi, immancabilmente, rilasciati.

Tutti (ma proprio tutti) sanno che cosa faranno appena varcato il portone. Eppure nessuno fa nulla per impedirglielo. Salvo poi indignarsi quando l’algerino Yousef Maazi (20 tra denunce e condanne, due decreti di espulsione sulle spalle) stupra un disabile nella stazione di Milano. O quando due albanesi (clandestini, ladri, rapinatori, violentatori e puntualmente scarcerati) torturano e massacrano due custodi in provincia di Treviso.

Ma c’è poco da meravigliarsi se loro, come Loyos Isztoika, come Jamel Moamid, dalla frequentazione con la nostra giustizia hanno tratto la convinzione che in Italia un immigrato, meglio se clandestino, possa macchiarsi di qualsiasi crimine senza pagare pegno.

Un sociologo di sinistra come Marzio Barbagli da anni lancia allarmi sul rapporto tra stranieri presenti in Italia e reati commessi: gli immigrati sono il 6 per cento della popolazione, ma sono responsabili del 40% delle violenze carnali, del 49% dei furti, del 24% degli omicidi, del 32% dei tentati omicidi, del 30% dei traffici di droga. Non è un problema? E non è un problema doppio se, anziché essere rigorosa, con loro la giustizia tende troppo spesso a mostrarsi «buonista»? Forse sì. Ora, con calma, qualcuno dovrebbe spiegare il tutto a Travaglio e all’Unità. Magari con un disegnino.

giovedì 19 febbraio 2009, 07:00