sabato 7 febbraio 2009

Travaglio, quei sorrisi complici tra amnesie e sbagli di date

di Marco Travaglio

Rieccolo. Dopo il pistolotto iniziale di Santoro, quello di Travaglio: finalmente ci parlerà dell’inchiesta giudiziaria più importante del Paese, quella orribilmente denominata «Magnanapoli» e sulla quale Travaglio, sempre informatissimo, si è finalmente informato: sino a venerdì scorso, al Corriere della Sera e alla Stampa, diceva «Non conosco le carte, non so nulla di quest’inchiesta». Ora conosce, ora sa: e, dopo una breve ricostruzione già letta sui giornali di un mese fa, eccoti il fulcro di tutto il pistolotto: il ruolo di Alfredo Vito nelle inchieste napoletane del 1993, però, quand’era parlamentare della Dc. Parla di questo, il cabarettista. Legge delle carte di 16 anni fa. Gigioneggia. E, un po’ sottotono, saluta.

Volte in cui il cabarettista del Travaglino ha nominato Di Pietro padre, o anche figlio: zero. Volte in cui ha nominato Mauro Mautone, uomo di Di Pietro, arrestato a Napoli, quello a cui il Dipietrino chiedeva favori: zero. Volte in cui ha nominato gli altri esponenti dell’Italia dei Valori coinvolti nell’inchiesta: zero.
Anno: zero.

L’Ugo Intini di Antonio Di Pietro interverrà nuovamente alle 22.20, leggendo degli appunti sfasati dalla discussione che si stava facendo. Fa dei nomi: Marini, Gambale, Romeo, Lusetti, Rutelli. Mautone no. Di Pietro no. Parla della selezione delle candidature, identico discorso fatto in precedenza da Di Pietro. Nessuna domanda, neppure, sulla selezione delle candidature dell’Italia dei Valori e relativi indagati.

Ma non c’è niente di strano. Mentre «Magnanapoli» prendeva forma, infatti, Travaglio s’occupava d’ogni cosa fuorché di quella. Solo a metà dicembre, quando uscivano un paio di intercettazioni e Cristiano Di Pietro preannunciava le proprie dimissioni, Travaglio riusciva finalmente a scrivere che «è giunta notizia delle dimissioni di Di Pietro junior dall’Idv per un paio di semplici raccomandazioni: un gesto di grande dignità». Le dimissioni senza dimissioni: davvero dignitosissime, visto che il Dipietrino ha mantenuto la carica di consigliere provinciale e quindi lo stipendio.

Sul blog di Travaglio, tuttavia, circolano idee ficcanti: «Deve essere il collegio dei probiviri dell’Italia dei Valori a esaminare il caso di Cristiano Di Pietro», scrive Peter Gomez. Dettaglio: l’Italia dei Valori non ha nessun collegio dei probiviri, come il Giornale fa notare il giorno dopo. Travaglio ne prenderà atto in un’intervista al Corsera: «Serve un collegio di probiviri, un bel plotoncino di cerberi con i controcoglioni». Lo ripete alla Stampa. Lo dice a tutti: tranne, durante Annozero, a Di Pietro.

Figurarsi. Piuttosto: la campagna del Giornale su Di Pietro, secondo Travaglio, è spazzatura: lui in quei giorni, scrive di questo: «Il Giornale gli ha dedicato titoloni in 17 prime pagine su 21, mentre in Italia e nel mondo accadeva di tutto». Che cosa, per esempio? Andiamo ad arguirlo dagli argomenti che Travaglio trattava in quei giorni: l’alba di un nuovo fascismo (a margine della querelle giudiziaria Salerno-Catanzaro), ovviamente De Magistris, la vera storia della seconda Repubblica (stragi organizzate da Forza Italia e dalla mafia), polemiche col collega Pierluigi Battista e col professor Angelo Panebianco, dati farlocchi sulle intercettazioni, e persino qualche parola su Gaza e sulla Palestina, pur di tacere del suo Tonino amatissimo. La campagna del Giornale

è spazzatura: però, il 17 gennaio, intervistato dal Corriere, eccolo dire che «Di Pietro si è comportato bene con la modifica dello Statuto». E già, perché chi gliel’ha fatto cambiare lo Statuto? La campagna di quale giornale? Ma chi se ne frega. Il problema, scriveva Travaglio, è questo: «È bastato Di Pietro che toccasse il 15% in Abruzzo, e collezionasse 1 milione di firme contro la legge Alfano, perché Il Giornale di famiglia scatenasse una campagna forsennata». Il problema è l’Abruzzo, non la Campania dove Di Pietro è stato sentito per tre ore anche per via di suo figlio, che è indagato. E il 16 gennaio, mentre tutti i giornali sparano la notizia del figliuolo indagato, di che scrive Travaglio?

Del processo Andreotti. Su Cristiano, niente. Come ieri sera. Però dice alla Stampa: «Io non confondo chi ha preso mazzette, che è un reato, con una semplice raccomandazione» Quindi Cristiano non doveva dimettersi anche da consigliere provinciale? «Non c’è niente di penalmente rilevante». Ah. Non c’è niente. Cioè: Cristiano Di Pietro è indagato per corruzione e abuso d’ufficio e turbativa d’asta, altri del partito sono indagati, suo padre intanto è stato interrogato per tre ore ed è uscito sfiancato, i sondaggi dell’Italia dei Valori ne stanno risentendo: ma Travaglio non è informato. «Di Pietro sta facendo un figurone» assicura Travaglio nello stesso giorno. Questo signore, , parla nella tv del servizio pubblico ed è pagato da voi.

Tradito da Santoro, allievo senza etica

di Paola Setti


Professor Biagio De Giovanni, non vale pentirsi adesso. «Negli anni Settanta avevo la cattedra di Filosofia morale all’Università di Salerno. Michele Santoro è con me che ha discusso la tesi». Uscì con 110. E lode. «La lode, è sicura?». Sicura.



«Dopo aver visto Annozero su Gaza giovedì scorso ho pensato di aver fallito il mio compito di docente, se non gli ho insegnato l’onestà intellettuale, la sensibilità necessaria a comprendere il dramma delle vicende umane».

Ha scritto al «Riformista» che sente un senso di «malinconia e inanità».
«Ho termini grossi».

Usiamoli.
«Una trasmissione disastrosa, scandalosa anche nell’ambito del santorismo. La parola giusta è indignazione».

E sì che lei, che col Pci fu persino presidente della direzione per le relazioni con l’Urss, ne avrà viste delle belle.

«È come se avesse fatto una trasmissione sul bombardamento di Dresda mostrando solo 30mila bambini uccisi per dire poveri nazisti, americani cattivi».

Ha fatto bene Lucia Annunziata ad andarsene.
«Era al mio corso anche lei. Una lite pubblica fra due miei ex allievi».

Lode per Lucia, Michele bocciato.
«È partigiano e si sa. E io capisco che si possa tagliare con partigianeria una trasmissione politica. Ma quando si parla di vita e di morte non si manipola l’informazione. Su certi temi non è consentito, non te lo puoi permettere, c’è un’etica pubblica che deve andare al di là dell’audience».

Lo fa apposta per creare il caso?
«E dire che è un superdotato. Inventando Samarcanda ha cambiato il modo di fare tv. Annozero invece è una minestra riscaldata Michele è imbolsito, ripetitivo».

C’è stata una condanna bipartisan.
«Chissà se gli servirà da lezione o se la userà per proseguire su questa strada».

Secondo lei?
«Io non sono per la censura, ma su una rete pubblica che ti chiede 107 euro di canone ci dev’essere una regolamentazione forte del dibattito, più che sulle altre reti».

Dovrebbe intervenire la Vigilanza?
«Bella battuta, stanno facendo fuori il povero Riccardo Villari».

Povero?
«Ha fatto una scelta istituzionale che va rispettata. Speravo che almeno il Pdl lo sostenesse».

Il Pd lo ha espulso.
«Già, il Pd».

Lo dica, coraggio.
«Qual è il progetto politico?».

Si dia una risposta.
«Non circola un’idea lì dentro».

Dice Veltroni che...
«Veltroni può dire quello che vuole, ma il dibattito non si è mai aperto, né poteva aprirsi».

Perché?
«Il Pd è l’unione di due corporazioni in lotta fra loro. Due oligarchie inconciliabili, ex Dc ed ex Pci sono sempre stati avversari».

L’amalgama non riuscito di cui parla D’Alema.
«Si rischia l’esplosione, il ritorno indietro. Il fatto che l’opposizione sia ridotta in questo stato è un grave danno per la democrazia».

Addirittura?
«Senza i partiti si rischia che prevalgano i personalismi, o il populismo».

Ora da ex comunista ci dirà che con Berlusconi c’è il regime.
«Se mai io tifo perché il Pdl nasca, e spero che la situazione del Pd non incoraggi Forza Italia e An a rallentare, perché siamo fuori tempo massimo e in politica i tempi sono decisivi».

Forza Italia e An litigheranno come Ds e Margherita?
«No, perché non sono mai state in conflitto. E hanno il vantaggio di essere al governo».

Che cosa ha sbagliato Veltroni?
«A parte la farsa delle primarie pilotate?».

Farsa a parte.
«E a parte l’errore dell’alleanza con Di Pietro?».

Di Pietro a parte.
«Veltroni l’altro giorno è venuto a Napoli e invece di sbaraccare tutto ha mediato. Lui non deve mediare, ma imporsi, farsi valere come leader».

Una parola.
«E allora che ceda la leadership. Invece sa come finirà?».

Come?
«Prenderà una batosta anche alle europee e andrà a casa».

C’è un modo per evitarlo?
«Ammesso che sia ancora in tempo, il Pd deve misurarsi con le riforme proposte dal governo, dalla giustizia al federalismo. Riempire le piazze contro il maestro unico è ridicolo».

C’è da rimpiangere il Pci.
«Io non ho nostalgie. Nell’89, a Muro di Berlino ancora in piedi, criticai Togliatti sulla prima pagina dell’Unità».

A 20 anni dalla morte disse che del Migliore si poteva anche dir male, fu il putiferio.
«Serve spirito critico. Quello che manca al Pd».

Lei invece faccia mea culpa per la lode.
«E sì che era così intelligente...».

Sei di parte": anche l'Annunziata molla Santoro

di Roberto Bonizzi


Roma - Se n'è andata anche Lucia Annunziata. Dopo alcuni scambi a colpi di "Cara Lucia", "Caro Michele" è scoppiata la lite in diretta con Michele Santoro: cinque minuti buoni di urla in falsetto. Poi, dalle luci che si abbassano alla telecamera che cambia campo furtiva fino allo strappo del microfono, è un tutto un deja vu. Con un altro ospite caduto nella lunga marcia di Michele Santoro verso la (sua) verità. Annozero, tornato in prima serata su Rai2 dopo le feste di fine anno, è dedicato al dramma israelo-palestinese.

Il casus belli Dopo essere intervenuta più volte per contestare i passaggi salienti della trasmissione, con gli interventi di testimoni sia palestinesi sie israeliani ("Non puoi affidare l'analisi della guerra a una lite tra due ragazzine troppo coinvolte nel conflitto") la Annunziata ha criticato esplicitamente la conduzione della trasmissione, giudicata a senso unico: "Al 99,9% - ha detto - è schierata dalla parte dei palestinesi". Veemente la replica del conduttore: "Non dire anche tu le scemenze che ci dicono in tanti, basta con questa volgarità. Sei qui per parlare di questo problema, non per contestare la trasmissione".

Strilli La Annunziata ha ribattuto dicendo che "essendo giornalista, posso contestare un programma che trovo sbilanciato", ma Santoro è esploso: "Lucia, con chi stai cercando di accreditarti con queste parole?". Al che l’ex presidente della Rai (editorialista della Stampa e conduttrice di Mezz'ora) si è alzata, ha bofonchiato ancora qualcosa dopo essersi tolta il microfono, e ha lasciato lo studio con qualche applauso dal pubblico.

Rai boccia Annozero: "Fazioso e intollerante" Santoro: "Noi linciati"

mercoledì 21 gennaio 2009, 18:05

Roma


"Fazioso e intollerante". Questo il verdetto del Cda di viale Mazzini sull'ultima puntata di Annozero. Ma Santoro non si arrende nemmeno ai giudizi del consiglio di amministrazione della Rai e attacca ancora per uscire dall'angolo: "Noi siamo stati linciati".

Il verdetto del Cda "La trasmissione Annozero del 15 gennaio si è sottratta al principio di responsabilità e di attenzione, richiesto agli autori, ai giornalisti e ai conduttori del servizio pubblico e ha peccato di intolleranza e faziosità" sottolinea il consiglio di amministrazione della Rai in un’ordine del giorno approvato oggi. "Il Cda ha ascoltato una comunicazione del presidente Claudio Petruccioli sulle polemiche suscitate dalla puntata di Annozero.

Il consiglio ha preso atto condividendola della lettera inviata da Petruccioli al presidente della Camera. Il consiglio sottolinea che nel suo complesso l’informazione della Rai sul conflitto è completa ed equilibrata; rileva che di fronte al racconto e all’approfondimento delle ragioni di crisi internazionali così drammatiche, agli autori, ai giornalisti e ai conduttori del servizio pubblico è richiesto un più alto senso di responsabilità e di attenzione.

La trasmissione di Annozero del 15 gennaio si è sottratta a questo obbligo e ha peccato di intolleranza e faziosità". Poi la tirata d'orecchi a Santoro: "Quando si informa su un conflitto come quello fra Israele e i palestinesi, è sbagliato assumere come ragioni assolute le ragioni di una delle parti in campo, ma bisogna sempre raccontare i fatti e le vicende nella loro complessità con rispetto delle diverse convinzioni e posizioni. Il Cda impegna il direttore generale affinché questi principi abbiano sempre attuazione nella programmazione della Rai".

Santoro: "Noi linciati" "Sono state dette molte menzogne, ci sono state gravi e ingiustificate interferenze, sono state rivolte accuse assolutamente infondate": Santoro scrive la sua difesa ai componenti del Cda. "Non è mia abitudine replicare a chi commenta le nostre trasmissioni - esordisce il giornalista nel lungo testo - e ritengo, anche in questa circostanza, di non rinunciare a questo mio comportamento.

Tuttavia nel florilegio di dichiarazioni che hanno fatto seguito ad Annozero, a volte assumendo le forme del linciaggio, sono completamente scomparsi i contenuti del nostro lavoro. Siamo stati definiti terroristi, portavoce di Hamas, giornalisti spazzatura. Senza che questi insulti suscitassero adeguate reazioni". Santoro rinvia al mittente ogni contestazione e sottolinea i risultati ottenuti da Annozero: "Siamo il più seguito appuntamento informativo della televisione italiana in prima serata, con introiti pubblicitari che ci consentono il completo autofinanziamento senza far ricorso al canone, permettendo di destinare risorse importanti alle altre attività del servizio pubblico".

Poi l'attacco a Israele: "Personalmente considero l’intervento dell’ambasciatore Gideon Meir una grave interferenza nella libertà d’espressione del nostro Paese. Ma non gliene faccio una colpa. La responsabilità ricade, piuttosto che sulla politica di quel governo, sul difetto di liberalismo del sistema politico italiano e della categoria alla quale appartengo, che non reagisce adeguatamente a queste clamorose invasioni di campo".

E una frecciata anche a Lucia Annunziata: "Il suo è stato un insulto gratuito - dice Santoro - assolutamente non giustificato da quello che era stato trasmesso fino a quel momento. Purtroppo, siccome siamo scomodi per il sistema politico è invalsa l’abitudine di entrare nel nostro studio non per discutere o argomentare ma per insultarci. Tanto non si rischia niente. Io questo non l’ho tollerato la scorsa settimana e non lo tollererò nelle settimane a venire".

Santoro come Hamas Bombarda tutti e poi grida al martirio

di Roberto Bonizzi


Roma - Se n'è andata anche Lucia Annunziata. Dopo alcuni scambi a colpi di "Cara Lucia", "Caro Michele" è scoppiata la lite in diretta con Michele Santoro: cinque minuti buoni di urla in falsetto. Poi, dalle luci che si abbassano alla telecamera che cambia campo furtiva fino allo strappo del microfono, è un tutto un deja vu. Con un altro ospite caduto nella lunga marcia di Michele Santoro verso la (sua) verità. Annozero, tornato in prima serata su Rai2 dopo le feste di fine anno, è dedicato al dramma israelo-palestinese.

Il casus belli Dopo essere intervenuta più volte per contestare i passaggi salienti della trasmissione, con gli interventi di testimoni sia palestinesi sia israeliani ("Non puoi affidare l'analisi della guerra a una lite tra due ragazzine troppo coinvolte nel conflitto") la Annunziata ha criticato esplicitamente la conduzione della trasmissione, giudicata a senso unico: "Al 99,9% - ha detto - è schierata dalla parte dei palestinesi". Veemente la replica del conduttore: "Non dire anche tu le scemenze che ci dicono in tanti, basta con questa volgarità. Sei qui per parlare di questo problema, non per contestare la trasmissione".

Strilli La Annunziata ha ribattuto dicendo che "essendo giornalista, posso contestare un programma che trovo sbilanciato", ma Santoro è esploso: "Lucia, con chi stai cercando di accreditarti con queste parole?". Al che l’ex presidente della Rai (editorialista della Stampa e conduttrice di Mezz'ora) si è alzata, ha bofonchiato ancora qualcosa dopo essersi tolta il microfono, e ha lasciato lo studio con qualche applauso dal pubblico.

Tirata contro la politica Finale polemico per Santoro che si è lasciato andare, quasi gridando, a un veemente attacco alla politica, che "su queste tragedie non fa un tubo". Quindi un attacco personale a Veltroni: "Andasse a Gaza invece di andare in Africa". Santoro ha criticato anche il Pse, che "da anni non fa niente... perché non convoca una riunione e decide quali azioni politiche intraprendere? Non accetto - ha scandito Santoro - che questi bambini muoiano e i potenti della terra non fanno niente per fermare questo massacro".

La protesta di Israele "Uno spettacolo vergognoso che speriamo non si ripeta più". Con questo duro giudizio si conclude una lunga lettera dell’ambasciatore israeliano in Italia, Gideon Meir, al presidente della Rai Claudio Petruccioli con la quale il diplomatico esprime la sua "protesta" e il suo "sconcerto" per la puntata di Annozero andata in onda ieri sera su Rai2. Meir afferma di non aver "mai visto sui mass media internazionali occidentali una trasmissione così poco accurata dal punto di vista professionale.

Non soltanto - scrive - nella trasmissione di ieri non vi è stato alcun tentativo di spiegare agli spettatori che cosa stia accadendo nella Striscia di Gaza, ma anzi, i pochi e isolati tentativi di qualche partecipante in tal senso sono stati messi a tacere dal conduttore senza esitazione, con la motivazione che si trattasse di argomentazioni troppo complesse per quella trasmissione e che ciò che si voleva fare lì era solo occuparsi di ciò che sta accadendo a Gaza in questo momento".

Meir osserva anche che "il tentativo di presentare Israele come uno stato assetato di sangue, che intenzionalmente e deliberatamente uccide bambini palestinesi, a quanto pare per punire Hamas, senza però fornire la minima spiegazione sulle guerre imposte a Israele negli ultimi 60 anni e sulle migliaia di attacchi terroristici palestinesi e sui lanci di 10mila missili contro Israele testimonia, a mio umile parere, non soltanto la mancanza di professionalità inappropriata e inadatta alla televisione pubblica italiana, ma anche la divulgazione di pregiudizi e preconcetti del peggior tipo sullo stato ebraico, mediante la deformazione della realtà e la manipolazione dei fatti, cosa inaccettabile - rimarca ancora l’ambasciatore - anche sotto le vesti di critica, che sarebbe di per sé legittima, alle azioni israeliane dei suoi cittadini".

Fini chiama Petruccioli E anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha telefonato al presidente della Rai e nel corso del colloquio ha affermato che nella trasmissione Annozero di ieri sera "è stato superato il livello di decenza". Fini ha poi chiamato la giornalista Lucia Annunziata per esprimergli "solidarietà e apprezzamento".

La replica di Santoro Santoro replica al presidente della Camera: "In un paese normale - scrive il conduttore sul sito ufficiale della trasmissione di Rai2 - il livello della decenza lo supera un presidente della Camera che, travalicando i suoi compiti istituzionali, interviene per richiedere una censura nei confronti di un giornalista che sta compiendo il suo dovere di informare l’opinione pubblica". Santoro ricorda poi che "la determinazione dell’indirizzo generale e l’esercizio della vigilanza dei servizi radiotelevisivi competono alla commissione parlamentare di vigilanza sul servizio pubblico radiotelevisivo".

L'Annunziata non infierisce "C’è una trasmissione e ognuno vedendola può farsi una sua opinione": questa l'unica replica di Lucia Annunziata.

Petruccioli risponde "La trasmissione Annozero di ieri sera merita critiche severe. Ma non per mettere sotto accusa un modo di far televisione; bensì per indurre tutti, di fronte a un conflitto così doloroso, a non cadere più in errori del genere". Lo sottolinea, in una lettera inviata al presidente Fini in risposta alla telefonata arrivatagli da quest’ultimo in mattinata. "Con questo spirito - aggiunge Petruccioli -. Mi impegno affinché la Rai svolga sempre meglio la sua essenziale funzione; e sottoporrò queste riflessioni alla valutazione del consiglio di amministrazione mercoledì prossimo".

Santoro, appello al Colle in diretta tv

Il conduttore contro la multa dell'Agcom: «Chiedo al Quirinale: dov'è finita la sua terzietà?»


ROMA — La puntata di ieri sera di Annozero era sul caso Napoli, gli appalti all'imprenditore Alfredo Romeo, la mega- inchiesta che ha messo sottosopra la città. Ma Michele Santoro, il conduttore, in apertura di trasmissione non ha voluto lasciarsi scappare la palla: «Voglio chiedere al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano se ritiene accettabile, tollerabile, che una cosiddetta autorità di garanzia, in realtà un organismo occupato in gran parte dai partiti, deliberi una multa nei nostri confronti per una vicenda di quasi un anno fa, a tempi scaduti...».

La vicenda delle sanzioni comminate dall'Agcom (una anche per Che tempo fa di Fabio Fazio) era venuta fuori nel pomeriggio, ieri. Una storia che riguardava una puntata di Annozero di quasi un anno fa: un intervento di Beppe Grillo che criticava lo stesso Napolitano ma anche Umberto Veronesi. E Santoro, in serata, con quell'appello al presidente Napolitano l'ha voluta prontamente collegare alle polemiche sulla puntata scorsa di Annozero, quella dedicata agli scontri nella striscia di Gaza.

Le polemiche, sulla puntata di giovedì scorso, sono state un polverone e le accuse di faziosità verso l'impostazione voluta dal conduttore hanno coinvolto anche i vertici dell'azienda, fitto il botta e risposta tra il presidente della Rai Claudio Petruccioli e Santoro. Una puntata accesa quella di giovedì scorso, fin da dentro lo studio. Era stato ad un certo punto, infatti, che un ospite, Lucia Annunziata, aveva abbandonato lo studio, per polemica: «Ed è qui, su questo abbandono, che la reazione di Michele Santoro è stata probabilmente troppo emotiva», ha commentato Sabina Guzzanti, pur senza aggiungere la sua voce al coro delle polemiche per la faziosità. Santoro nel mirino c'è finito per il suo sbilanciamento nei confronti dei palestinesi.

«Andate sul nostro sito e rivedetevi la puntata per giudicare », ha esortato il conduttore di Annozero che ha citato le parole del Papa, dell'Onu e dello scrittore David Grossman per giustificare la sua presa di posizione nella puntata sugli scontri di Gaza. E ha poi rilanciato: «Chiedo a Giorgio Napolitano dove sia finito il principio di terzietà che dovrebbe dominare nelle autorità amministrative e come sia possibile che un'autorità che ha anche l'avallo, la firma di un presidente della Repubblica, possa comportarsi così....».

Non solo. Ha aggiunto, infatti, Santoro: «Mi chiedo se non sia il caso anche in questa circostanza di chiedere le carte, visto che uno di quelli che si sono accaniti contro di noi è stato beccato al telefono mentre parlava di Berlusconi come del grande capo e immaginava come poter sferrare un attacco a Prodi. Figuriamoci al povero Santoro, povero inteso tra virgolette, e le virgolette me le metto da solo....». Durante la puntata di ieri (in diretta su Rai due) su Napoli, l'imprenditore Romeo e la mega-inchiesta che ha messo sottosopra la città, un gruppo di manifestanti della comunità ebraica di Roma è rimasta tutto il tempo fuori dal Teatro delle Vittorie: cori ebraici e slogan contro Michele Santoro. E sopra tutto le bandiere di Israele.

Alessandra Arachi
23 gennaio 2009

Santoro «filo-palestinese», bufera sulla Rai

17 gennaio 2009

Polemiche dopo la puntata di Annozero. Israele: «Una vergogna». Fini: «Spettacolo indecente».
Non era ovviamente all’ordine del giorno, ma la vicenda è finita ieri anche sul tavolo del Consiglio dei ministri. E molti hanno lodato la fuga di Lucia Annunziata dallo studio di Annozero che si occupava del conflitto di Gaza: «Questo la dice lunga sull’obiettività della trasmissione», ironizzava qualche ministro, la mente rivolta a un’altra fuga eccellente: quella che per ironia della sorte ebbe come protagonista Silvio Berlusconi che abbandonò l’intervista dell’Annunziata a In Mezz’ora su Rai3. «Me ne vado», protestò in campagna elettorale il Cavaliere.

Questa volta è stata lei, l’ex presidente della Rai designata dal centrosinistra, a mettere nei guai il collega conduttore Michele Santoro, innescando una colossale reazione a catena contro la trasmissione in onda giovedì sera. «Così non va bene. Dobbiamo mantenere i nervi saldi e spiegare con lucidità come stanno le cose», ha ripetutamente protestato la giornalista, mentre andava in onda lo scontro in diretta tra filo-israeliani e filo-palestinesi. Per l’Annunziata la trasmissione aveva preso una piega smaccatamente pro-palestinesi, tralasciando le ragioni di Israele. Santoro ha reagito stizzito, invitandola a «non dire sciocchezze» e rincarando la dose domandandole «quali crediti» intenda conquistare con la sua sortita. La Annunziata a quel punto se n’è andata con un colpo di teatro.

Ce n’è abbastanza per scatenare l’ennesimo putiferio su Santoro, contro il quale si è mobilitato il presidente della Camera, Gianfranco Fini, con una telefonata di fuoco in mattinata al presidente della Rai, Claudio Petruccioli. «Si è superato davvero il limite della decenza», ha protestato la terza carica dello Stato. Fini ha chiamato poi l’Annunziata, esprimendole tutta la sua «solidarietà e apprezzamento» per la reazione. Immediata la replica di Santoro: «In un paese normale, il livello di decenza lo supera un presidente della Camera che travalicando i suoi compiti istituzionali interviene per chiedere una censura nei confronti di un giornalista che sta compiendo il suo dovere di informare l’opinione pubblica». Altra benzina sul fuoco. An ha fatto quadrato attorno a Fini e ha rincarato la dose: «Santoro farebbe bene a tacere. Indecente è il suo tentativo di dare giudizi sul presidente della Camera».

A Petruccioli si è rivolto anche l’ambasciatore di Israele, Gideon Meir, che ha scritto una lettera durissima contro Annozero, giudicato «uno spettacolo vergognoso». «Speriamo che non si ripeta più», ha scritto il diplomatico. Meir afferma inoltre nella sua lettera di non aver «mai visto sui mass media internazionali occidentali una trasmissione così poco accurata dal punto di vista professionale». E il presidente della Comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici ha rivelato che ad Annozero non è stato aggiunto un posto per un rappresentante della Comunità: «Io ero malato e avevo indicato il vicepresidente Valabrega ma c’è stato un rifiuto. Si è innescato un pericoloso e becero meccanismo che potrebbe alimentare ulteriore odio e divisioni».

Il nuovo “caso Santoro” ha alimentato lo scontro quotidiano tra gli schieramenti politici: il centrodestra si è tutto schierato contro il conduttore e ha elogiato senza esitazioni l’Annunziata, finita in passato nel mirino del centrodestra perché era considerata sua volta faziosa. Dall’altra parte, si è registrata solidarietà scarsa e in ordine sparso per Santoro come quella di Rosy Bindi, che non si è entusiasmata per la trasmissione ma ha detto: «Questi sono i rischi della libertà d’informazione. E’ meglio però correre questi rischi che intaccare autonomia e pluralismo di un servizio pubblico».

A parte quindi la sinistra radicale ed esponenti dell’Idv, poche sono state le voci che si sono levate a difesa del conduttore. Anzi, in molti dentro il Pd non hanno gradito la linea di parte adottata di Annozero, come Gianni Vernetti che ha parlato di un «indecoroso comizio» o come Pierluigi Mantini che ha definito Santoro «pericolosamente guerrafondaio».

Il caso finirà così sul tavolo del consiglio di amministrazione mercoledì prossimo: «Il problema c’è», ha commentato Carlo Rognoni, uno dei consiglieri di area Pd. In attesa di un verdetto del cda, va detto che il duello in video non ha fatto impennare gli ascolti con uno share del 13% e 3 milioni 137 mila spettatori. Altre serate, meno calde, hanno attirato un pubblico quasi doppio.

Ora Santoro fa pure il martire

di Maria Giovanna Maglie


Il «Bella Ciao» anche stavolta non ce lo toglie nessuno. Il martire della Resistenza non si piega, e lo enuncia in una lettera di sfida e di minaccia al consiglio di amministrazione della Rai. Non fosse che Michele Santoro ha francamente stufato, tutti invecchiamo ma lui un po’ peggio degli altri, ci sarebbe da ridere. Il nostro grida naturalmente al linciaggio, allo stupro della libertà d’espressione, alla fine della professione di giornalista, e accusa il resto del mondo che non la pensa come lui di orribili menzogne, inaccettabili interferenze, e accuse infondate, come se il problema fosse non nelle sue trasmissioni, faziose quando va bene, criminali quando ci prende gusto, ma nelle reazioni di coloro che ne denunciano il contenuto.

Peggio, c’è nell’argomentare, si fa per dire, della lettera tutta l’arroganza e tutta la presunzione di chi si sente investito del ruolo di conducator per scelta divina. Molto più modestamente la scelta in realtà l’ha fatta un giudice del lavoro, e mentre lui lasciava volentieri il Parlamento europeo che riteneva senza vergognarsene un parcheggio a ore, e correva, parole sue, a riprendersi il suo microfono, la Rai si guardò bene dall’interporre un appello, dal mettere in atto una qualche resistenza a quel ritorno. No, a resistere c’è già lui con i suoi prodi, che questa volta, assieme ai soliti noti di sempre, hanno compreso e valorizzato al meglio niente meno che Marco Travaglio e Vauro, due tipini fini specialisti in calunnia e distruzione di reputazione altrui con vari tipi di machete.

Scrive Santoro che lui fa ascolto come nessun’altra trasmissione giornalistica di prima serata e che gli introiti pubblicitari sono così alti da emanciparlo dal costo del canone. Può sembrare delirio, e forse lo è, ma il nostro enuncia così la sua profonda convinzione di avere il diritto di fare come gli pare, libera Repubblica delle banane di don Michele, autofinanziata, e fanculo le regole della televisione pubblica. A don Michele due cose più delle altre non sono andate giù: la gratuita protesta dell’ambasciatore di Israele dopo la sua trasmissione e il gratuito abbandono di Lucia Annunziata della stessa trasmissione. La colpa, ce lo spiega, non è tanto dei due, ma della debolezza del sistema politico e del mestiere di giornalista.

È facile, si accora Santoro, venire da noi per insultarci, tanto nessuno protesta, anzi si acquistano meriti. Ma lui non tollera e non tollererà mai che qualcuno lo contrasti, che per colpa delle accuse cieche non si analizzi con attenzione il contenuto nobile della sua ultima fatica, l’ormai tristemente famoso reportage da Gaza. Lui sta dalla parte dei bambini palestinesi trucidati in nome della sicurezza di Israele, quei bambini che come lui preferiscono vivere.

Bene, smettiamo di parlare dell’impeccabile gesto di Lucia Annunziata, parliamo dei contenuti. Gli spettatori della televisione pubblica hanno dovuto subire dalla libera zona di Santoro un prodotto disgustoso nel quale da un lato ci sono i massacrati, dall’altro i massacratori, e fanculo i missili sparati per mesi su Israele da Gaza e da Hamas in violazione della tregua. È sempre stato così nella peggiore sinistra europea: da una parte ci sono sempre bambini straziati, dall’altra ferite alla sicurezza.

I bambini israeliani non perdono sangue. Resta da vedere, anche se c’è poco da sperare, quale risposta riserverà la Rai alla disfida di Santoro. Di certo un record storico don Michele lo ha stabilito per sempre: il ricorso all’articolo 21 della Costituzione per fare quel c... che gli pare. Scusatemi, forse per la prima volta mi sono scappate tre parolacce, è l’effetto pedagogico di Michele Santoro.

L’eterna Samarcanda di Santoro

di Filippo Facci


Michele Santoro è di una sinistra esistenziale e ideologica, e per capirlo non c’è bisogno di rispolverare il fatto che scrisse su Servire il popolo: Michele Santoro è quello che ha fatto Samarcanda e che 21 anni dopo continua a farla. È quello che prepara agguati, coadiuvato da una regia che è parte essenziale dell’offensiva, quello che d’un tratto alza la temperatura e richiama le piazze di Ruotolo, i servizi di Iacona, e le grida, gli applausi, il semplicismo studentesco, il vittimismo parentale, lo Stato che ci ha lasciati soli, e gli eroi e i corrotti, il Rosso e il Nero, il Nord e il Sud. Santoro ha cresciuto eccellenti autori di reportage, potrebbe rimanere una risorsa nel piattume generale: ma appena si accorge che va tutto bene, eccolo rialzare il tiro e scatenare un bordello.

Se quattro ospiti su cinque sono di parte, se i servizi lo appaiono a loro volta, se il suo sermonista senza contraddittorio se la canta da solo, Santoro non pretenda che non accada nulla: desidera ardentemente che accada tutto. Samarcanda era la grande creatura di Telekabul, della Raitre di Guglielmi, un talkshow in diretta sull’attualità più tumultuosa: un periodo caotico e rivoluzionario fece il resto. Crebbero gli ascolti e le polemiche, il Pentapartito venne squartato e venduto a tranci, uno come Leoluca Orlando poteva accusare Giovanni Falcone d’imboscarsi le inchieste nei cassetti: ma si poteva intervistare.

Poco prima che fosse freddato dalla mafia, anche uno come Libero Grassi. Poi Santoro si fece furbo e divenne autore di se stesso: e scrisse il libro «Oltre Samarcanda» nella consapevolezza che oltre Samarcanda non c’era niente. Il successivo Il rosso e il nero fu la trasmissione del massimo fulgore, la vera consacrazione, spettatori a medie da sei milioni: la politica scompariva, massacrata anche da se stessa, e sul proscenio salivano i giornalisti che avrebbero dovuto raccontarla. Persino Umberto Bossi, nel 1994, dirà che «senza le trasmissioni di Santoro l’Italia non avrebbe preso coscienza degli sprechi di denaro pubblico e del disastro sociale del Sud».

Santoro oltretutto sdoganò l’esistenza politica di Gianfranco Fini (parlò, per primo, di un sondaggio che lo accreditava come oppositore del candidato sindaco Rutelli), ma poi la discesa in campo di Berlusconi spaccò ogni fronte per sempre. Ecco le prediche di Celentano, David Sassoli schierato come non potete ricordarvelo, botte da orbi tra Giuliano Ferrara e Giampaolo Pansa, la liquidazione fallimentare del craxismo, l’università dell’antiberlusconismo: e poi, nel 1994, Temporeale, ultimo grande ruggito di una stagione di sangue. Ecco Mani pulite agli sgoccioli, il caso Di Pietro, le telefonate di Berlusconi in diretta, Santoro che cominciava a farsi caricatura, ecco quella «Rai dei professori» che fu la peggiore di ogni tempo.

Ma ecco, anche, l’uomo che di lì in poi sviluppava una volta per sempre quel certo giornalismo autoriflesso che è il suo, vittimista, proteso al martirio, spesso intriso di negatività disperante. Fu lì, probabilmente, che maturò la convinzione che una moltitudine, là fuori, agognasse un suo ritorno in video quale diritto naturale inalienabile. Parliamo dell’uomo che nel suo libro successivo, «Michele chi?», riuscì a mettere in copertina il suo nome, la sua foto, e poi ancora il suo nome. Ormai era Santoro, figura passata in giudicato, marchio definitivo su ciò che da un certo programma tv era lecito attendersi.

Vennero, però, tempi duri. L’operazione Moby Dick portò Santoro a Mediaset e dimostrò come il pensoso conduttore potesse piegarsi per non spezzarsi. Non andò benissimo, soprattutto per gli ascolti: ma prese dei bei soldi, e in ogni caso era solo tempo di aspettare che in Rai cambiasse l’aria. Rieccolo allora nel 1999, smarrito in trasmissioni di cui si fatica a ricordare il nome: Circus, Sciuscià. Sino all’elaborare un nuovo tipo di trasmissione da cui ricominciare tutto: Samarcanda, non altro. La chiamò Il raggio verde, riflesso dei tempi d’oro, benché in climi più freddi e presto berlusconiani: l’ideale.

Le accuse di partigianeria si fecero più pressanti e l’Authority fu costretta a spiegare che «Il raggio verde non è un programma di comunicazione politica o una tribuna elettorale, ma una trasmissione di informazione e approfondimento che deve seguire l’attualità, le notizie». Santoro ebbe l’ordine di presentare una puntata riparatoria a favore di Marcello Dell’Utri, ma la toppa si rivelò peggiore del buco.

Berlusconi intervenne telefonicamente e accusò il programma di essere un processo in diretta, e finì a maleparole. Ne seguì un altro esposto e stavolta la multa, dapprima rifiutata con sdegno dal presidente Roberto Zaccaria, salì a 200 milioni di lire. Forza Italia presentò addirittura due esposti per far chiudere il programma, ma furono respinti. Al sopravvalutatissimo e infelice «editto bulgaro» mancava pochissimo. Epilogo: dopo l’accoglimento dell’ennesimo esposto all’Authority, Santoro venne allontanato dalla Rai e però le fece causa.

Iniziava la fase più penosa, per quanto potesse essere penoso il candidarsi al Parlamento europeo, con Prodi, prendendo 730mila preferenze. Cominciava una sfiancante e ronzante campagna per la libertà d’informazione (con Lilli Gruber, un’altra che presto si sarebbe stufata), ma dopo venti minuti Santoro non ne poteva già più. Fu una fortuna, nel 2005, che un giudice del lavoro condannò la Rai a risarcirlo con un milione e 400mila euro, nonché a reinserirlo nel suo posto di lavoro in prima serata: dettando, di fatto, i palinsesti della Rai.

E così, dopo altri rinvii, ecco finalmente Samarcanda, pardon Annozero: il nuovo missile decollò il 17 settembre 2006 con a bordo il vignettista Vauro, il fido Ruotolo e una ciurma da urlo: Marco Travaglio, il monologante, più le bellezze Rula Jebreal e Beatrice Borromeo. Si ricominciava. Puntate chiassose ma inevitabili (quella sulla Sicilia di Totò Cuffaro) più altre scomode ma giornalisticamente lecite (il reportage della Bbc sui preti pedofili), sino alla tentazione di farla subito fuori dal palinsesto: era arrivata l’antipolitica.

E lì, forse, c’era un’occasione da cogliere. Aveva preso tante di quelle sberle anche dalla sinistra, Santoro, che fare giornalismo è ciò che gli rimaneva solamente da fare. Dopo che Clemente Mastella aveva abbandonato in diretta lo studio, per via di critiche giudicate scortesi, Santoro disse così: «L’arroganza della politica sta diventando insopportabile, devono abituarsi di nuovo a discutere, a parlare con chi li critica». E aveva ragione. S’avanzava una certa puzza di conformismo in una stagione dove la classe politica stava cominciando a credere, forse, che le buone trasmissioni dovessero essere tutte come Ballarò.

E così cominciarono a disertare Annozero. Per migliorare la situazione, Santoro, tipicamente, la peggiorò una volta per tutte: e riecco Samarcanda, il ridicolo caso De Magistris, riecco certa piagneria meridionale, la Forleo che sbroccava in diretta. La solita storia. Michele Santoro ricominciava a fare quello che deve farsi cacciare per forza, quello che resiste stoicamente al ritorno del regime. Perciò, oggi come ieri, alza il carico non appena gli gira: comunque vada, sarà un eroe. Solo una persona, oggi come ieri, può veramente cacciarlo: Michele la osserva nello specchio ogni mattina.

La scure dell'Agcom su viale Mazzini Sanzionati Santoro e Fabio Fazio

di Redazione

giovedì 22 gennaio 2009, 11:13

Roma - Sanzioni alla Rai dalla authority delle telecomunicazioni per AnnoZero e Che tempo che fa con relazioni alle puntate in cui, a giudizio del Garante, rispettivamente Beppe Grillo e Marco Travaglio hanno "offeso" il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il professor Umbertto Veronesi e il presidente del Senato Renato Schifani, con espressioni giudicate in "violazione di diritti fondamentali della persona".

La scure dell'Agcom L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha sanzionato la Rai per "violazione dei diritti fondamentali della persona", si legge in una nota dell’Authority, con riferimento alla messa in onda di filmati nel corso della trasmissione AnnoZero del primo maggio 2008 contenenti interventi di Beppe Grillo "con offese rivolte al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al professor Umberto Veronesi".

"La Rai - si legge ancora nel comunicato - è stata inoltre sanzionata, per la medesima violazione, con riferimento all’intervento di Marco Travaglio nei confronti del Presidente del Senato Renato Schifani, nel corso della trasmissione Che tempo che fa del 10 maggio 2008".

Le sanzioni pecuniarie Le sanzioni ammontano a 51mila euro per AnnoZero e a 10mila euro per Che tempo che fa. L’autorità ha altresì diffidato la Rai per violazione degli obblighi del servizio pubblico con riferimento alle medesime trasmissioni.

La (non) replica di Santoro "No comment". Per il momento, da Michele Santoro non una parola sulla sanzione che l’autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha comminato alla Rai. Il conduttore tace "anche perché -fanno notare dalla redazione - l’Agcom non sanziona i giornalisti ma sanziona l’editore: sarà dunque l’editore, se lo riterrà, a dirci cosa dobbiamo fare".

Il Torquemada di Rai2 s’inchina a Tonino per la beatificazione

di Michele Brambilla


Con quale garbo alle 21,50 di ieri sera Michele Santoro chiede ad Antonio Di Pietro «che c’azzecca» con l’inchiesta di Napoli. A essere pignoli non è neanche un chiedere, è un dare la parola; non sembra un intervistatore, Santoro: sembra un moderatore delle cene del Rotary o dei Lions, adesso cari soci diamo la parola al nostro ospite. Di Pietro raccoglie l’assist e parla come parla di solito: un po’ di proverbi, un po’ di benedetto il Signore, la voce che si alza, le mani che si agitano, gli occhi che paiono uscire dalle orbite. Va così in onda, ad Annozero, l’indisturbata arringa del grande moralista che può far sapere agli italiani di avere rimosso il chiacchierato provveditore sotto inchiesta, di avere fatto pulizia al ministero, di essere uno che «con la giustizia si collabora», e giù applausi.

Santoro, il Torquemada di tanti politici, non interrompe, non commenta, non obietta, non chiosa. Non fa neppure domande. Ad esempio: onorevole Di Pietro, come mai prima ha detto di aver saputo dell’inchiesta su Mautone dalle agenzie di stampa, poi di averlo appreso «annusando l’aria», poi di essere stato messo sul chi va là da un pool di 007 arruolati al ministero? Perché ha già dato tre versioni una in contrasto con l’altra? Santoro non chiede. Per il momento non chiede nulla neanche delle raccomandazioni chieste al telefono da suo figlio Cristiano. Eppure, per quelle telefonate Di Pietro junior è indagato. Gli indagati non sono forse, per quelli di Annozero, dei presunti colpevoli? Anzi dei sicuri appestati da escludere dal consesso civile?

Ma Santoro sembra perdere la voce, il nome di Cristiano non s’ode neanche di striscio. Ma che strano. Santoro non chiede nulla neanche sul singolare codice etico dell’Italia dei Valori che evidentemente prevede la sospensione degli indagati dal partito, ma non dagli incarichi pubblici ricoperti (è il caso appunto di Cristiano). Forse Santoro s’è trattenuto perché temeva una nuova reprimenda, dopo quella che gli è toccata per le scalmane della scorsa settimana? Ma sì, dai, forse si è trattenuto per questo, altrimenti Di Pietro l’avrebbe fatto a pezzi. Annozero s’era aperto infatti con l’amaro sfogo, l’accorato appello, la dolorosa autodifesa. «Io non commento mai le trasmissioni», esordisce Santoro, che poi cita il Papa, l’Onu e Grossman. Hanno detto cose durissime sul massacro dei bambini palestinesi - dice - «e noi non abbiamo mai detto niente di questo livello, abbiamo solo mostrato immagini».

Santoro che si sente «linciato» si rivolge al presidente Napolitano e gli chiede se trova «tollerabile» il fatto che Annozero sia stato sanzionato con una multa da «un’autorità di garanzia per una vicenda di anno fa, siamo fuori tempo massimo». Chiede, Santoro al presidente: «Ma dov’è finita la terzietà?». Già la terzietà. Che poi vuol dire un po’ anche obiettività. O almeno non-faziosità. E a Santoro rimproverano proprio questo: di essere fazioso. Lui ieri sera ha fatto una puntata, va detto onestamente, che fa a pezzi soprattutto il Pd, la sua disastrosa gestione di Napoli, i suoi affari con imprenditori chiacchierati e anzi già processati, il suo tenere in miserabili condizioni la povera gente delle case popolari. Sarebbe ingiusto dire che Santoro se la prende solo con il centrodestra. Chiedete al Pd, se non sono anche loro furenti. Quella di ieri sera non è stata certo una delle puntate peggiori di Annozero.

Semmai è stata la noia, a dominare. Stavamo per addormentarci. Quando alle 22,32 Santoro sembra avere un sussulto e dice a Di Pietro «adesso dobbiamo fare una domanda cattiva»; finalmente chiede del figlio, ma non eravate diversi? Di Pietro si infiamma, rovescia la frittata che è una meraviglia, la vicenda di suo figlio diventa un fiore all’occhiello per il suo partito: mio figlio si è dovuto sospendere dal partito - dice, anzi urla - altro che attaccare i magistrati, noi sì che siamo diversi. Santoro sussurra: però non si è dimesso dagli incarichi di amministratore pubblico. Di Pietro è davvero convincente nella sua risposta: «E che potevo fare, prenderlo a calci nel...?».

Poi prosegue indisturbato, l’arringa diventa un comizio, Santoro è molto gentile, dice a Tonini del Pd che il «prendere le distanze» dal figlio da parte di Di Pietro gli sembra perfino eccessivo. «Ma sì, sono cose un po’ da vecchio democristiano, ma niente in confronto all’inchiesta su Romeo», dice Santoro, che aggiunge: evidentemente questa storia l’hanno messa in giro per sviare l’attenzione dai veri intrallazzi. Insomma alla fine Antonio Di Pietro ne esce rafforzato, non indebolito. Con l’inchiesta sul figlio ci fa un figurone: in studio non c’è nessuno che disturba il quadretto. E infatti il sottosegretario Mantovano, con la gentilezza che lo contraddistingue sempre, osserva: «Mi sembra che stiamo assistendo alla beatificazione di Di Pietro».

Michele Santoro è un grande giornalista, diciamo sul serio, perché la sua bravura è innegabile. Però ieri sera era mogio mogio. Non sembrava neanche l’ombra dell’inquisitore che mette alle corde, accende gli animi, scatena le risse. Santoro è un grande giornalista, ma quanto sarebbe ancora più grande se una volta anche Di Pietro fosse costretto ad alzarsi e ad andarsene, come è successo a Mastella, a Sgarbi, a Lucia Annunziata.

Antisemitismo, scontro tra Frattini e Santoro

Roma - "La trasmissione di Santoro è l’esempio di quello che una televisione democratica non dovrebbe mai fare". Il ministro degli Esteri Franco Frattini torna sulle polemiche legate alla puntata di due settimane fa del programma Annozero dedicata alla crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, iscrivendola fra gli esempi di antisemitismo nei media. "L’antisemitismo che oggi si registra anche in Italia - dice Frattini - fa purtroppo parte di un linguaggio corrente addirittura dei mezzi di informazione e di alcuni attori politici che, forse per pura e semplice ignoranza, usano parole e toni che sconfinano nell’antisemitismo".

La replica di Santoro Michele Santoro non ci sta. Insieme alla redazione di Annozero, in un intervento sul sito della trasmissione chiede che il ministro degli esteri Franco Frattini chieda scusa per l’accusa di antisemitismo, che è un reato e quindi meriterebbe una denuncia dalla quale si dicono pronti a difendersi.
Accuse ingiuste "Egregio Ministro Frattini, lei ha oggi affermato che 'l’antisemitismo umilia la persona umana'. Accusare ingiustamente un giornalista e il suo gruppo di lavoro di antisemitismo rappresenta, di conseguenza, una insopportabile offesa per la dignità personale e per quella professionale. Lei ha agito al riparo del suo ruolo pubblico, piegandolo ad interessi censori di parte ed ha utilizzato un’occasione ufficiale e solenne, oseremmo dire sacra - continua l’intervento firmato da Santoro e dalla sua redazione -, come il giorno della Memoria, per insultare chi non poteva difendersi.

"Siamo sbigottiti per le sue dichiarazioni e ci chiediamo se lei conosca l’esatto significato e la valenza del termine che ha adoperato. Egregio ministro, iscrivendoci tra gli esempi di antisemitismo dei media, ha tuttavia dimenticato di essere un pubblico ufficiale che di fronte ad un reato (e l’antisemitismo per il nostro codice lo è), ha il dovere di denunciarlo alla magistratura".

Le scuse o la denuncia "Ci auguriamo che lei si limiti semplicemente a chiederci scusa, senza rinunciare a pronunciare nei nostri confronti le critiche più severe. Altrimenti saremo costretti a chiedere di essere processati, consegnando al giudice le sue parole per ottenere un giudizio imparziale, mettendo a disposizione di una valutazione serena non solo la puntata di Annozero, La guerra dei bambini, ma tutta la nostra vita - concludono - spesa a difendere i diritti degli ebrei e quelli di qualunque altra minoranza".

La Rai: non c'è stato antisemitismo "La Rai ha reso pubbliche, in un documento approvato all’unanimità dal Consiglio di amministrazione nella sua ultima riunione, le proprie critiche alla puntata di Annozero dello scorso 15 gennaio. Se fossero stati ravvisati elementi di antisemitismo sarebbero stati esplicitamente e duramente stigmatizzati". È quanto afferma una nota della tv di Stato in merito alle polemiche sulla puntata su Gaza della trasmissione condotta da Santoro.

Annozero diventa un caso politico

Santoro, un predicatore in tv


Fini: "Oltre il limite della decenza". Interviene l'ambasciatore israeliano. La lite con Lucia Annunziata provoca una bufera politica e diplomatica



Verrebbe quasi da dire che si tratta della pena del contrappasso. Lei, Lucia Annunziata, la donna che il 12 marzo 2006 durante la sua trasmissione In mezz'ora vide Silvio Berlusconi alzarsi e andarsene furibondo a metà intervista, costretta ad abbandonare anzitempo lo studio di Annozero. Verrebbe quasi da apostrofarla con un saggio «chi di spada ferisce, di spada perisce».

Ma stavolta è diverso. Non si tratta di un politico che lascia una trasmissione tv in polemica con il conduttore (Michele Santoro vantava già il precedente di Clemente Mastella ndr). Quello andato in onda giovedì sera è uno scontro tra pari. Tra due giornalisti che hanno condiviso l'esperienza nella Raitre di Angelo Guglielmi. La Raitre che guardava, a volte ben oltre la simpatia, a sinistra.

Ebbene Lucia e Michele giovedì sera si sono trovati da due parti diverse della barricata. A far esplodere la bomba la critica della Annunziata che ha accusato Santoro di aver fatto una trasmissione sulla guerra a Gaza schierata quasi esclusivamente dalla parte dei palestinesi. Anche se forse, a far arrabbiare il conduttore, è stato ben altro. Forse è stata l'idea che una collega, non certo schierata con il centrodestra, potesse avanzare dubbi su di lui.

Tanto che subito l'ha apostrofata: «Che tu venga qui a fare l'ospite e a dire queste fesserie che sentiamo continuamente dire su di noi è veramente una volgarità». Già, è veramente una volgarità criticare lui, l'onnipotente Santoro. Quello che non si ferma neanche quando l'Arma vuole impedirgli di portare in tv Margherita Granbassi.

Anche perché chi lo critica è inevitabilmente condannato a vedersi affibbiare il titolo di censore. Così è stato anche ieri, quando il presidente della Camera Gianfranco Fini ha telefonato al presidente della Rai Claudio Petruccioli denunciando il fatto che, durante la trasmissione, «è stato superato il livello di decenza». Il conduttore è subito partito alla carica affidando il suo pensiero al sito di Annozero.

«In un Paese normale - è stato il suo attacco - il livello della decenza lo supera un presidente della Camera che, travalicando i suoi compiti istituzionali, interviene per richiedere una censura nei confronti di un giornalista che sta compiendo il suo dovere di informare l'opinione pubblica».

E poco importa che il mondo politico, con qualche sparuta eccezione (Prc, Pdci, Idv e alcuni esponenti del Pd), condanni all'unisono il conduttore. Poco importa che l'ambasciatore israeliano a Roma Gideon Meier scriva a Petruccioli («Siamo certi che Lei saprà adottare le necessarie misure per far sì che un simile spettacolo vergognoso non si ripeta più») e che lo stesso risponda, dopo una giornata di polemiche, spiegando che «la trasmissione Annozero merita critiche severe». Se si tocca Santoro, lui urla alla censura.

È successo ogni volta che qualcuno, compresa l'Agcom, è intervenuto per criticarlo: il conduttore si è stracciato le vesti e poi, come se niente fosse, ha continuato dritto per la sua strada. Il canovaccio è sempre lo stesso. Ma chi di spada ferisce, prima o poi, di spada perisce.

Annozero: Santoro vede Di Pietro e perde la voce

di Massimo Malpica
Friday 23 January 2009, 08:10


Roma - Difende Cristiano arrivando a dire che «non è imputato di niente», nonostante la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati da parte della Dda è stata confermata dalla Procura di Napoli. Specifica in che modo è venuto a sapere che l’ex provveditore Mautone si era infilato in guai giudiziari. Tiene duro, a parole, sulla linea del «non c’è figlio che tenga», e a Michele Santoro che gli chiede come mai Cristiano non si è dimesso dal suo posto di consigliere provinciale, Antonio Di Pietro per un secondo perde le staffe e quasi urla: «E come presidente del partito io che devo fare? Prenderlo a randellate?».

Non è una serata facile quella che va in onda su Raidue, di fronte alle telecamere di Annozero, per Antonio Di Pietro. Che nei suoi interventi sfiora alcuni dei temi al centro delle domande che il Giornale gli rivolge da settimane. A cominciare dal «mistero» della talpa che avrebbe avvertito Di Pietro dell’esistenza di un’indagine a carico dell’ex provveditore alle opere pubbliche di Campania e Molise, Mario Mautone.

Di Pietro sostenne inizialmente di aver subodorato qualcosa. Tanto che, a inizio dicembre, disse di aver trasferito il funzionario a Roma nell’estate 2007 non appena ebbe le «prime avvisaglie» dell’inchiesta. Ha quindi accusato il Giornale di ostinarsi a non capire che non c’era alcun mistero o talpa, ma che aveva saputo dei guai di Mautone «dalle agenzie di stampa». Che ovviamente non fecero parola dell’inchiesta, ancora segretissima.

L’ultimo colpo di scena, quello rivelato ai magistrati della Dda di Napoli e meglio specificato ieri sera nel programma di Santoro, è che Di Pietro avrebbe «ricostituito» l’ufficio Alta sorveglianza delle grandi opere togliendo «politici trombati e raccomandati» e mettendo 18 finanzieri comandati da un capitano delle fiamme gialle. Che avrebbero non solo raccolto rumors sufficienti a decidere per il trasferimento di Mautone, ma anche, dopo il trasloco, «atti ufficiali trasmessi alle procure competenti». È andata così? Se sì, il leader Idv dovrebbe però spiegare il perché delle tante versioni diverse fornite in precedenza.

C’è poi la vicenda del figlio. Di Pietro quasi lo «rinnega», «recitando» in tv le intercettazioni di «un insieme di persone che si chiamano tra loro» (molti dei quali politici Idv, come Americo Porfidia, anche se lui omette il dettaglio) nell’estate 2007, cercando una via per arrivare al ministro e impedire il trasferimento di Mautone. Nella «drammatizzazione» il leader Idv per dimostrarsi irricattabile dice: «Come si fa a ricattare quello (ossia Di Pietro, ndr)?

Mi porta davanti ai carabinieri! Il figlio non ci parla manco col padre». È una specie di florilegio delle intercettazioni. Ma la «parte» dell’incomunicabilità padre-figlio è ricostruzione artistica made in Tonino: l’intercettazione a cui si è ispirato è quella tra Mautone e Porfidia, con il primo che chiede al politico se è il caso di chiedere l’aiuto di Cristiano per evitare il trasferimento e il secondo che dice «io so che il padre non lo tiene molto in considerazione al figlio».

Per la Dia, poi, è sospetta la tempistica tra la fine delle conversazioni tra Mautone e Cristiano Di Pietro (che chiedeva raccomandazioni e informazioni sui contratti di forniture per le caserme) e una serie di strane attività di Antonio Di Pietro che risulterebbero dalle indagini. Il leader Idv avrebbe convocato i suoi uomini per chiedergli di lasciare fuori Cristiano perché «troppo esposto».

Ma di questo Di Pietro in tv non fa cenno. E poi, come detto, quando Santoro lo incalza sulle intercettazioni del delfino, Di Pietro si scalda, dice che «non c’è figlio che tenga», che fanno bene i Pm a indagare su un errore «se penalmente rilevante». E condanna anche la «valutazione a monte sull’opportunità e la trasparenza» dell’operato del figlio. «Per questo ha lasciato l’Idv», chiude. Però Santoro aggiunge: «Ma non il posto».

Tonino alza il tono di voce, «Non ha ricevuto avviso di garanzia e non è imputato di niente», dice paonazzo, concludendo che «il problema non sono gli errori che possono capitare a chi fa politica» ma «se si fa finta di non vedere, se non si prendono provvedimenti». E quando Mantovano gli chiede conto delle accuse di camorra all’Idv Campano, Di Pietro sfiora la lite. E la serataccia finisce. Senza gloria per Tonino.

Il «caso» D'Elia

Pubblicato il 14 Luglio 2006 da Michele Lembo


Si chiude per ora quello che giornali e le televisioni hanno chiamato il «caso» D'Elia, con il ritiro della mozione di Elio Vito e Sandro Bondi che chiedeva al Governo normative, «al fine di evitare che a cariche istituzionali di rilievo possano accedere coloro che siano stati condannati per reati gravi e violenti contro la persona e contro le istituzioni democratiche». Del percorso, della vita politica di Sergio D'Elia, poco o nulla è stato detto. In questo approfondimento alcuni spunti per saperne di più.

Con il ritiro della mozione presentata da Elio Vito, Sandro Bondi, Luca Volontè, Carlo Giovanardi e Antonio Leone, discussa alla Camera dei Deputati il 10 e 11 luglio, si è momentaneamente chiuso quello che i giornali hanno chiamato il “caso” D’Elia.

La mozione chiedeva al Governo iniziative, anche normative, «al fine di evitare che a cariche istituzionali di rilievo possano accedere coloro che siano stati condannati per reati gravi e violenti contro la persona e contro le istituzioni democratiche». Il “caso” D’Elia scoppia sui giornali il 2 giugno 2006, dieci giorni dopo la sua elezione a Segretario d’Aula. Ad accendere la miccia è un comunicato di Carlo Giovanardi, che getta subito ombra sul contesto politico apertosi con la grazia a Bompressi, con l’annuncio del ministro della Giustizia Mastella sulla grazia a Sofri entro l’anno e la sua proposta alle Camere su amnistia e indulto.

Giovanardi scende in campo con gli strumenti con cui negli ultimi anni ha contraddistinto la sua azione politica: l’attacco al “referendum nazista” sulla fecondazione assistita, la “politica nazista” dell’Olanda sulla eutanasia, e oggi la costruzione del “caso” D’Elia. Il quotidiano “Libero” raccoglie la provocazione di Giovanardi e dà avvio ad una feroce campagna stampa contro Sergio D’Elia, portata avanti per almeno 8 giorni, titolando in prima pagina:

«Un terrorista segretario della Camera»; “il Giornale” dà voce al pentito Roberto Sandalo con un’intervista nella quale è falsamente attribuito un altro omicidio a D’Elia; il TG4 di Emilio Fede con un servizio ben studiato sull’intera vicenda omette del tutto di riferire il percorso rieducativo di D’Elia, presentato semplicemente come ex terrorista.

Conoscete Sergio D’Elia?

Del percorso, della vita politica di Sergio D’Elia, poco o nulla è arrivato sui media. D’Elia è arrestato a Firenze il 17 maggio 1979 in base ad una serie di mandati di cattura “a grappolo”, come succedeva in quegli anni di emergenza per il terrorismo politico. A partire dal giugno 1980, con l’arresto e la collaborazione dei primi pentiti di Prima Linea (Roberto Sandalo, Michele Viscardi e Marco Donat Cattin) i magistrati raccolgono ulteriori elementi sul ruolo dirigenziale di D’Elia all’interno di Prima Linea.

A quel punto, in base al teorema emergenziale per cui il dirigente locale con responsabilità anche a livello nazionale deve rispondere di tutte le azioni condotte dall’organizzazione sul territorio di competenza, D’Elia viene imputato di tutti i fatti avvenuti a Firenze tra cui anche l’episodio dell’assalto al carcere delle Murate, in cui viene ucciso l’agente Fausto Dionisi. E proprio con la strumentalizzazione del dolore della vedova Dionisi, evocata nei comunicati di Giovanardi, prende il via il “caso” D’Elia.

La fine di PL viene ratificata nel carcere di Torino (primavera-estate 1983) nei giorni dei primi processi. Le ragioni della condanna tout court della lotta armata vengono spiegate in un lungo documento-manifesto del giugno 1983, noto come “Il Muro”. Nel documento, gli ex di Prima Linea prendono le distanze sia dal continuismo brigatista, sia dai primi fenomeni di “dissociazione” intesi come pentitismo o mera collaborazione con la giustizia. Per gli ex di PL, «all’opposto – si legge ne “Il Muro” - è centrale il nodo della memoria, strumento prioritario di ogni opzione critica».

La loro dissociazione dal terrorismo non significa la fine dell’impegno politico. «La posta in gioco è la ripresa adeguata di un processo rivoluzionario finalmente sgravato da ogni tesi totalizzante che depauperi l’enorme ricchezza e complessità delle pratiche antagoniste». Per gli ex di PL «si tratta di capire il desiderio profondo di libertà, delle libertà personali e collettive che percorre il corpo della società» e, quindi, si relazionano a quei movimenti che «compiono incursioni, attraversamenti, intrecci con l’assetto istituzionale della società, portando anche al suo interno critica radicale, interagendo con esso per reimporre modificazioni o ‘estorcere vittorie’. […]

È il caso delle grandi opzioni popolari in tema di libertà sociali e di destini umani, aborto, divorzio, centrali nucleari, ecc.». La dissociazione di D’Elia e degli altri esponenti di Prima Linea segna quindi un colpo definitivo alla realtà che si era coagulata intorno al proposito devastante della rivoluzione armata. Sono le stesse Br con un documento interno a condannare a morte proprio i dissociati di Prima Linea, percepiti come il pericolo interno, e dunque determinante, nell’ambito dell’area della violenza politica.


http://www.radioradicale.it/il-caso-delia

Ubriaco alla guida, romeno uccide un uomo Poi va al bar per una birra

di Redazione


Roma - La dinamica sconvolge, abbruttusce, irrita. C'è il guidatore di un'auto che, ubriaco guida giocando a bowling con le vite di altre persone. C'è una seconda auto che arriva nel senso opposto. Lo schianto. Le lamine che saltano. Il frontale mortale. Un ragazzo perde la vita. Il guidatore ubriaco non si fa niente, non si cura dell'accaduto, non presta aiuto, continua la propria serata alcolica: entra in un altro bar e ordina l'ennesima birra della nottata. Succede a Roma.

Il tragico incidente Un romeno ubriaco ha ucciso a Roma, con una macchina che aveva appena rubato, un uomo e ferendo gravemente una donna. Il dramma, secondo una prima ricostruzione, è avvenuto la scorsa notte sulla via Prenestina all’altezza del raccordo anulare. Dalle prime ricostruzioni sembra che il romeno, dopo aver rubato una Peugeot 307, abbia imboccato la via Prenestina zizzagando da una corsia all’altra fino a centrare una Daewoo su cui viaggiava una coppia. Nell’impatto il conducente è morto sul colpo e la donna è rimasta gravemente ferita. Il romeno sembra non abbia minimamente prestato soccorso alla coppia ma si sarebbe diretto verso un bar vicino dove avrebbe ordinato una birra consumata tranquillamente come se nulla fosse successo.

Il mancato linciaggio E' un attimo. Lo scontro, la morte, la rabbia della gente. Inerme dinnanzi alla tragedia un gruppo di circa venti persone assiste all’incidente. E quando vede che il romeno entra in un nuovo locale per bere, la folla non ci vede più, non si trattiene e cerca di linciarlo: a salvarlo polizia carabinieri e municipale che lo hanno chiuso dentro un’ambulanza.

Il coniglio-martire dei piccoli palestinesi

Autorità televisive europee hanno escluso dal satellite il segnale di Al Aqsa Tv. L'eroe dei pomeriggi nella tv di Hamas è "morto" in un attacco israeliano. La presentatrice: «Va emulato»

Dal nostro corrispondente Francesco Battistini



GERUSALEMME – «Assud è morto! Viva Assud!». Un martire di peluche scuote il sonno dei bambini palestinesi: il coniglio Assud, l’eroe di tanti pomeriggi in tv, una specie di Gabibbo biancorosa e con le grandi orecchie, se n’è andato. Qualche pomeriggio fa, dopo la sigla d’apertura del programma «Pionieri del domani», i bambini erano tutti lì ad aspettarlo dove è sempre andato in onda: negli studi di Al Aqsa Tv, l’emittente di Hamas. Il coniglio è ricomparso, sì, ma per poco.

A Saraa Barhoum, la ragazzina di 11 anni che presenta la trasmissione col capo velato, Assud s’è confidato da un letto d’ospedale. Ferito, la voce flebile. «Sono qui perché stavo venendo ad Al Aqsa Tv - ha raccontato -, volevo portarvi regali, libri, riviste e oggetti che appartengono ai bambini di Gaza, ma sono finito nel mezzo d’un bombardamento». Un pianto disperato, un testamento ideologico: «Cari bambini, il nemico sionista è infido. Uccide ogni cosa. Ma io non avrei mai creduto che sarebbe arrivato a tanto: uccidere i bambini della Palestina e bombardare la loro tivù».

PROPAGANDA PER MERENDA - Non c’è bisogno della tv dei ragazzi, per spiegare ai bambini palestinesi che cosa sia la guerra. Gli autori di «Pionieri del domani», però, usano da tempo i loro personaggi per far passare messaggi di propaganda all’ora della merenda ed è anche per questo che, qualche settimana fa, le autorità televisive europee hanno escluso dal satellite il segnale di Al Aqsa Tv: una volta, fu trasmesso uno spettacolo di burattini che simulava l’assassinio di Bush. Ogni palinsesto prevede «l’impegno politico» e i pupazzi non fanno eccezione: il povero Assud aveva preso servizio solo un anno fa, in sostituzione di una gigantesca ape di panno, Nahul, pure lei morta fra atroci sofferenze.

Prima di volare nel cielo dei martiri, Nahul aveva raccontato ai bambini d’essere gravemente malata e d’avere tentato d’uscire dai Territori su un’ambulanza, per farsi curare in un ospedale migliore di quelli che si trovano in Cisgiordania: come accade a molti palestinesi in carne e ossa, aveva spiegato, aveva dovuto aspettare ore e ore a un check-point israeliano e, tapina, non ce l’aveva fatta ad arrivare viva in corsia. Siccome le disgrazie non vengono mai sole, l’eroica Nahul aveva espresso il desiderio di raggiungere in paradiso il suo predecessore, il topolino Farfur, protagonista storico della trasmissione che pure era passato a miglior vita, massacrato di botte da uno spietato poliziotto israeliano, mentre gridava «versiamo il sangue per liberare Gerusalemme!».

«MARTIRE DA EMULARE» - Anche il coniglio mannaro, divenuto una star di Hamas per avere già invitato i bimbi a «far fuori gli ebrei e a mangiarseli», ha inscenato una morte ricca di pathos («insegniamo ai nostri bambini che abbiamo una terra cui tornare: Jaffa, Acre, Haifa e Tel Aviv. Torneremo in tutte queste città, a Dio piacendo»), recitando in fin di vita la Shahada di ogni buon musulmano. Visti i precedenti, fra i peluche di Al Aqsa Tv non ci deve essere la coda per prendere il posto di Assud. O forse sì: pianto il coniglio, il programma per i bimbi s’è chiuso con la piccola Saraa in piedi che ha indicato il «martire da emulare», chiamando alle armi tutti gli asili. «La vittoria è vicina! - ha garantito la bimbetta -. I soldati di "Pionieri del domani" cresceranno. E a Dio piacendo, seguiremo la stessa via degli studenti, degli scrittori, degli intellettuali. Oh Palestina, noi libereremo il tuo suolo, a Dio piacendo! Lo libereremo dalla sozzura del Sionista. Lo purificheremo coi soldati di "Pionieri del Domani"».


06 febbraio 2009

La prigione delle ragazze afghane: schiave, spose forzate, suicide

Il governo di Kabul ammette: «Le figlie restano proprietà delle tribù»


HERAT—Sorride dolce Leilah, l'assassina. Arrossisce Fatemeh, l'adultera. Si nasconde Guldestan che in un paio di settimane ha perso tutto: papà, mamma, tre sorelle, l'intera rete familiare, probabilmente il futuro. Ha visto il padre uccidere la madre perché sospettava che sotto il burqa covasse il tradimento; ha visto lo zio uccidere il padre per vendicare l'onore della sorella; lei stessa è diventata assassina sparando a quello stesso zio che aveva adottato lei e le sorelle. L'uomo dormiva dopo averla stuprata. Guldestan è in prigione, le sorelline, dai 3 agli 11 anni, in orfanotrofio.

La maggior parte delle detenute del carcere minorile di Herat non sono arrivate a tanto. Sono colpevoli di aver disobbedito alla legge tribale e alla tradizione. Ragazze in fuga da matrimoni forzati con uomini che non avevano mai visto, più o meno vecchi, danarosi o poligami, comunque decisi a portarsi a casa manodopera gratuita e compagnia notturna.

Sono ragazze pagate al padre-padrone 5-6 mila dollari oppure tre tappeti, otto capre e due paia di scarpe, come nel caso di Sarah. Ragazze che a 13-14 anni si sono trovate una mattina il mullah in casa che chiedeva loro se volevano fidanzarsi, il padre che le minacciava e l'aspirante sposo che le blandiva con un vestito nuovo in mano. «La famiglia prepara tutto in segreto—racconta Chiara Ciminello, cooperante per l'Ong italiana Intersos — e senza capire quel che succede le bambine si ritrovano fidanzate. A quel punto dire "no" diventa reato».

Se l'adulterio viene consumato, in teoria, la condanna è ancora la lapidazione prevista dalla Sharia, ma il governo di Kabul ha imposto una moratoria. Gli ospedali funzionano abbastanza da verificare la verginità e, se non c'è stato tradimento, la condanna per la ribellione di una minorenne varia da 3 mesi a un anno di carcere. Il peggio viene dopo. Le famiglie non vogliono riaccogliere chi, con la disobbedienza, ha portato il disonore. La Ong inglese World Child lavora a Herat per aiutare proprio il reinserimento delle reprobe. Ma il problema è enorme. Lo stigma della rivolta mette queste ragazze ai margini della società. Chi non ha una rete familiare attorno non può lavorare, affittare casa, vivere sola. L'esito della ribellione per amore o libertà diventa così la prostituzione.

Meglio morire. Lo pensano in tante. Così a Kabul le fidanzate a sorpresa o le giovani spose si danno fuoco al ritmo di due-tre a settimana. In tutto l'Afghanistan si calcola che le suicide siano minimo una al giorno. Herat, forse la provincia più sviluppata del Paese, non fa eccezione. Nel 2006, una (rara) Commissione governativa ha contato una media di 7 torce umane al mese. «Il nodo è che le figlie sono considerate una proprietà. Prima dalla famiglia del padre poi da quella del marito — spiega ancora Ciminello.

A Herat la situazione è particolare a causa della vicinanza all'Iran. Mentre tra i sunniti, soprattutto se pashtun, le cifre sono importanti, tra gli sciiti di influenza iraniana l'uso di pagare la moglie è quasi simbolico. A volte lo sposo firma una sorta di caparra, la shirbaha, per cui in caso di divorzio si impegna a risarcire la donna con una buona uscita che le permetta di tirare avanti. Ma quel che manca in entrambi i gruppi è il rispetto della volontà delle ragazze».

In attesa di un piano dalla nuova Casa Bianca di Barack Obama, per sopravvivere all'Afghanistan la comunità internazionale si affida alla triade «sicurezza, ricostruzione, governabilità ». L'ordine non è casuale: consistente è l'impegno militare, scarsi i soldi per la ricostruzione, insufficienti i risultati in materia di legalità. La supremazia resta alle tradizioni tribali più ancora che religiose. A Herat il riformatorio è una delle principali realizzazioni in sette anni di presenza internazionale. Costruito nel 2007 dagli ingegneri militari del Prt italiano (Provincial Recostruction Team) con 2 milioni di euro, all'80 per cento europei. E' una bella scatola con alcuni problemi, il riscaldamento per dirne una, ma le mura da sole non incidono sui rapporti sociali.

«Il nostro è un impegno a lungo termine — dice il generale Paolo Serra, comandante della Nato per la Regione Occidentale afghana —. I successi ci sono. Abbiamo costruito 34 scuole, convinto molti capi villaggio a far studiare anche le bambine, aumentato del 20 per cento le elettrici per le prossime presidenziali. Però le condizioni di partenza sono quelle che sono. Dubito sceglieranno da sole chi votare, piuttosto seguiranno le indicazioni dei capi clan. La strada per una democrazia come la intendiamo noi è lunga».

Andrea Nicastro
07 febbraio 2009

Annorotto

di Filippo Facci

venerdì 06 febbraio 2009, 07:00

Berlusconi viene inquisito per X. Di Pietro sbraita, dice «piduista!» e chiede le dimissioni. Travaglio si fa dare le carte dai magistrati e ci scrive un libro colpevolista. Santoro invita Di Pietro e Travaglio in trasmissione, assistito da un’ex fotomodella altolocata. Berlusconi viene inquisito anche per Y. Di Pietro sbraita, dice «fascista!» e chiede le dimissioni con più veemenza.

Travaglio ci scrive un libro colpevolista e uno spettacolo teatrale. Santoro invita Di Pietro e Travaglio in trasmissione, assistito da una giornalista palestinese. Berlusconi intanto viene assolto per X. Di Pietro sbraita, dice «Videla!» e chiede le dimissioni perché rimane l'inchiesta Y. Travaglio prepara un libro colpevolista, uno spettacolo teatrale e un dvd prodotto da Beppe Grillo. Santoro invita Di Pietro e Travaglio in trasmissione, assistito da una tiratrice di scherma. Berlusconi viene inquisito per Z. Di Pietro sbraita, dice «nazista!» e chiede le dimissioni.

Travaglio prepara un libro colpevolista, uno spettacolo teatrale, un dvd e una pizzica pugliese. Santoro invita Di Pietro e Travaglio in trasmissione, assistito da una domatrice di tigri siberiane. Berlusconi intanto viene assolto per Y. Di Pietro sbraita, dice «Hitler!» e chiede le dimissioni perché rimane l’inchiesta Z. Travaglio ci scrive un libro, uno spettacolo, un dvd, una pizzica pugliese e un saltarello napoletano. Santoro invita Di Pietro e Travaglio in trasmissione, assistito da uno psichiatra.