mercoledì 30 settembre 2009

Immigrati, un morto al giorno negli Usa

Corriere della Sera


L'allarme dei responsabili delle dogane: in troppi muoiono di fame nel deserto dopo aver varcato il confine





WASHINGTON – Da dieci anni oltre 1 clandestino al giorno, in genere latino americani, muore nel tentativo di entrare illegalmente dal Messico negli Stati Uniti. E sebbene nel 2007 e 2008 questa immigrazione si sia dimezzata in seguito alla crisi economica, quest’anno le vittime sono già state 416. E’ possibile che nel 2009 si superi il macabro record di 494 morti del 2005. Lo rivelano l’Aclu (American Civil liberty union) di San Diego in California e l’Agenzia dei diritti umani messicana, che pubblicheranno un rapporto al riguardo entro 24 ore.

«CRISI UMANITARIA» - «E’ una crisi umanitaria di tragiche dimensioni - ammoniscono - che richiede nuove politiche da parte dei governi». A uccidere i clandestini sono per lo più le montagne e i deserti dell’Arizona e del Texas, come in Italia, Grecia ecc lo sono le acque del Mediterraneo. Da quindici anni, gli Stati Uniti hanno sbarrato le stazioni di frontiera più comode, presso le città, e l’immigrazione illegale si è spostata nelle regioni più inospitali. Come in Europa, i clandestini pagano cifre ingenti per il trasporto a gruppi di trafficanti senza scrupoli, ma vengono abbandonati nottetempo subito dopo il confine. Molti si smarriscono e muoiono di fame o di sete.

«CONTROLLI IMPOSSIBILI» - David Hoffman, un dirigente della Dogana americana, sottolinea che nel ’98 furono identificate le zone più rischiose per l’immigrazione illegale, e che esse vengono pattugliate accuratamente sia sul versante Usa sia su quello messicano: «Negli ultimi sei anni abbiamo salvato 11 mila clandestini». Ma ammette che le vittime sono troppe, 4.111 dal ’98 secondo i suoi dati, e che occorre cambiare strategia: «Nel 2005 fermammo 1 milione 200 mila persone, rimandandole quasi tutte indietro. Quest’anno il livello è sceso, siamo a 516 mila. Ma è impossibile controllare oltre 3 mila km di frontiera».


IL FRONTE POLITICO - L’Aclu e l’Agenzia dei diritti umani messicana vogliono che i governi di Washington e di Città del Messico facciano di più. Chiedono che si negozi un aumento dell’immigrazione legale; che sia permesso alle associazioni umanitarie di svolgere opera di ricerca e di soccorso dei clandestini da entrambe le parti dei confini; e che venga a messo a disposizione di tutti un numero telefonico verde per le emergenze.


LE POLEMICHE - Come in Italia, così negli Stati uniti, dove si calcola che gli immigrati illegali siano 12 milioni, è polemica sulle varie responsabilità. All’ingresso alla Casa Bianca, il presidente Obama si impegnò a risolvere il problema legalizzando gran parte dei clandestini già negli Stati uniti e accettando un maggior numero di nuovi immigrati. Ma a causa della battaglia sulla riforma sanitaria il Congresso non ha ancora discusso il relativo disegno di legge.

Ennio Caretto

Gianni Guido non può delinquere"

Il Tempo

Il giudice respinge la richiesta di libertà vigilata: "Non è più pericoloso".


Il colore della libertà a una fermata dell'autobus sulla via Nomentana; il bianco e nero della morte impresso nella storia della cronaca. Tutto a poche decine di metri dalla scoperta di un massacro: quello del Circeo. Ma la tinte diverse non riescono a rischiarare un quadro dipinto in un elegante quartiere romano (il Trieste) con tonalità fosche, impresse nella vita in un uomo, Giovanni (Gianni) Guido da ieri - per sentenza - non è più socialmente pericoloso. Libero dai legacci della giustizia, esattamente 34 anni dopo l'inizio delle sevizie in una villa affacciata sul mare pontino, con gli altri due massacratori: Angelo Izzo e Andrea Ghira. Una volta riavuto il passaporto, Guido andrà in vacanza.

Poi, quasi certamente continuerà a vivere nell'appartamento di famiglia, a due passi da viale Pola, luogo del ritrovamento dei corpi di Rosaria Lopez e di Donatella Colasanti nel cofano di una «127»: la prima era morta, l'altra, fingendosi tale, aveva salvato la vita e raccontò tutta la verità. Per Gianni Guido, tornato in libertà il 25 agosto scorso dopo aver scontato 20 dei 30 anni di reclusione, il giudice del tribunale di Sorveglianza Enrico Della Ratta Rinaldi - accogliendo la richiesta dell'avvocato Massimo Ciardullo - ha respinto la richiesta di applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata fatta dalla Procura di Roma nell'aprile del 2008 quando l'ex massacratore (il 10 gennaio compirà 54 anni) fu affidato ai servizi sociali. Il giudice doveva valutare se Guido fosse tra l'altro socialmente pericoloso. Ma dalle considerazioni espresse dal magistrato, viene fuori totalmente riabilitato.

«Il reato commesso - si legge nelle sei pagine dell'ordinanza - ha costituito per Gianni Guido un evento che ha radicalmente modificato l'evoluzione della sua personalità, contribuendo a orientarla verso la riflessività, la consapevolezza della complessità, la ricostruzione etica e rendendola attraversata dal tormento e dal rimorso e il tormento per il crimine commesso». La cronaca e i verbali dei processi raccontano che Gianni Guido si prese «una pausa» durante il massacro compiuto esattamente 34 anni fa, nella notte tra il 29 e il 30 settembre del 1975 nella villa di Andrea Ghira a San Felice Circeo, e tornò a cenare in famiglia.

Ma quello descritto ieri nelle sei pagine dell'ordinanza del giudice di Sorveglianza come una persona devastata dal rimorso e «non più in grado di delinquere» e in sostanza totalmente riabilitata, sembra essere lontano anni luce dal Gianni Guido massacratore del Circeo. Oltre a valutare la condotta tenuta da Guido, il giudice parla del suo percorso di studi: «Studi condotti con molta serietà che hanno portato alla laurea in lettere ottenuta con pieni voti».

Guido, riferisce il giudice, ora «collabora alla gestione del patrimonio di famiglia e fa traduzioni». «Sono soddisfatto della conclusione di una vicenda giudiziaria - ha confidato Guido al suo difensore, l'avvocato Massimo Ciardullo - ma resterà per sempre il segno di un cammino doloroso, di una tragedia che non potrò mai dimenticare, nulla cancellerà il dolore e la pena per le vittime e i loro parenti».

Guido, che venne condannato all'ergastolo, si vide modificare il 28 ottobre 1980 la condanna dopo la dichiarazione di pentimento e l'accettazione da parte della famiglia di Rosaria Lopez di un risarcimento. Poi evase dal carcere di San Gimignano nel 1981; fuggì a Buenos Aires, ma fu arrestato nell'83. In attesa dell'estradizione, due anni dopo riuscì ancora a scappare, ma nel giugno '94 venne catturato.


Marino Collacciani

Quella notte in viale Pola accanto alle foto del massacro "a metà"

Il Tempo


Un messaggio criptato lanciato via-radio da un carabiniere: "Cigno, cigno... c'è un gatto che miagola dentro una 127 in viale Pola...". Poi, l'intuito di un grande fotoreporter. Senza quelle foto la morte
non avrebbe avuto un volto.


Quella notte c'ero. Un tragico scoop, guidato dalla mani esperte di un fotografo de «Il Tempo» che non c'è più: Antonio Monteforte. Fu lui a firmare le immagini che hanno fatto il giro del mondo mentre, al mio fianco, i carabinieri aprivano il cofano di una «127» in viale Pola.

Attimi indescrivibili, con la penna sostituita da una sequenza a mano ferma, attenta a cogliere l'immobilità di un corpo, quello di Rosaria Lopez, e i disperati tentativi di un altro per richiamare l'attenzione, al primo soffio d'aria filtrato nel cellophane. Veli impietosi, coperte trasparenti che non hanno nascosto la verità di un massacro riuscito a metà. Un piano per uccidere maturato nel culto della protervia e dell'arroganza, della sopraffazione cinica, legata a miseri modelli culturali, stampati da teste vuote sotto forma di banconote.

Un ritorno a Roma dopo la bravata al Circeo durata dal 29 settembre al 1 ottobre di 34 anni fa, con presenze da turn over dei tre massacratori che, divertiti, si alternavano nella violenza, riuscendo a fare anche i pendolari (è il caso, agli atti, di Gianni Guido) con la Capitale. Dove erano tornati per chiedere aiuto a un amico, ma i gemiti di Donatella hanno fatto saltare un piano labile come i loro cervelli.
«Cigno, cigno... c'è un gatto che miagola dentro una 127 in viale Pola...».

Un messaggio criptato lanciato via-radio da un carabiniere alla sua centrale operativa («Cigno», per l'appunto). Poi, l'intuito e l'esperienza di un grande fotoreporter che mi tira per un braccio e salta in macchina con me. Da piazza Colonna, lungo via Nomentana: una corsa verso un mistero prima di percepire la consapevolezza di aver aperto una finestra su una cupa, quanto profonda, riflessione. Senza quelle foto la morte non avrebbe avuto un volto, la vita avrebbe perso un'immagine di disperata speranza.

 Una raffica di luce, una sventagliata di flash che hanno saputo distruggere un piano, restituito forma alla vita, certificato la pena di un corpo, martoriato, seviziato, vilipeso, soffocato in una vasca da bagno. Ma quell'acqua non potrà mai lavare la vergogna, sciogliere il rimorso che divora anche chi credeva di non averne. Cosa vuol dire vivere da uomini liberi, nello stesso quartiere di gente per bene scelto per parcheggiare la morte?

Marino Collacciani



Canone Rai, la Campania se ne infischia La metà dei contribuenti non lo paga

Corriere del Mezzogiorno


La stampa di destra lancia la campagna per la diserzione, ma qui già il 54,77% non versa la tassa

 


NAPOLI - «Non pagare il canone Rai» è l'ultima crociata della stampa vicina al centrodestra. Ma Il Giornale e Libero, si sa, hanno testa e corpo piantanti in Padania. Perciò al loro «invito» alla diserzione, i contribuenti campani rispondono "embè? qui già non lo abbiamo mai pagato....". Già: a Napoli, soprattutto, e nelle altre quattro province viale Mazzini ha sempre raccolto pochino. Quasi che il canone fosse una scelta facoltativa. È chiaro, non si tratta esattamente del balzello più amato (anzi), però nel resto d'Italia il problema se lo stanno ponendo ora: pagarlo o no? In Campania invece oltre la metà dei cittadini risulta evasore. La percentuale di diserzione è del 54,77%. Da contraltare il dato - 82,52% di adempienti - della «virtuosa» Toscana. sono i tassi che balzano all'occhio pubblicati dall'Istat nel dossier sulla Rai. 

Il macrodato parla chiaro: gli italiani il canone non va proprio giù. E il mancato introito per la Rai sfiora i 500 milioni di euro l'anno. In pratica, almeno 6 milioni di nuclei familiari non versa il tributo, pari al 30% del totale. Non è mai stata di costumi finanziariamente morigerati la tv di Stato. Ma lo spreco in tempi lottizzazione feroce si è solidificato quale forma di potere politico, come ha documentato Denise Pardo nel libro Piovra Rai (redazioni giornalistiche a dir poco pletoriche, programmi costosissimi, emolumenti da capogiro per vip e semivip, "semplici" consiglieri del cda attorniati da stormi di cortigiani, passacarte e portaborse). Tutto questo ha reso ancora più famigerato il balzello, che in ogni caso è un tributo previsto dalla legge e va pagata. 

Ad impressionare è anche la mappa dell'evasione, che tocca soprattutto i capoluoghi di regione più che i centri periferici. In questo senso Napoli primeggia con picchi del 48 per cento. Irrecuperabile Campania a parte, il governo cerca soluzioni. Secondo il quotidiano Libero il «caso» evasione record, e i possibili rimedi, è oggetto di un report sottoposto in questi giorni, tra gli altri, al ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, primo azionista della gloriosa ma sempre meno "mamma" R(adio) A(udizioni) I(taliane).

Alessandro Chetta

La Jugoslavia non esiste più. Ora neanche online



Scritto da: Federico Cella alle 12:09


Se le notizie su Internet viaggiano (quasi) alla velocità del pensiero, la Rete talvolta si dimostra invece assai lenta nel recepire i cambiamenti, anche storici, che avvengono nella realtà. E' il caso della ex Jugoslavia, finita di esistere nel 1992 - con i conseguenti sanguinosi conflitti nella zona -, cessa di avere vita sul Web solo oggi. Già, perché è solo da oggi, 30 settembre, che il suffisso internet ".yu" viene ufficialmente rimosso dalla Icann dalla Rete. Un adeguamento alla realtà geopolitica che ancora deve verificarsi, a dire il vero e per esempio, con la storica estensione ".su" che tuttora identifica online la vecchia Unione Sovietica. Della notizia, forse piccola ma significativa, ne parlano diversi siti inglesi - dalla Bbc al Guardian -, che spiegano però come in realtà ben 4 mila siti ex jugoslavi "resistenti" hanno chiesto un ritardo della chiusura dell'interruttore per poter organizzare meglio la migrazione.

Migrare sì, ma dove? La vecchia estensione
, nata nel 1989 per identificare i siti residenti nell'allora Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, sarà sostituita dalle nuove ".rs" per la Serbia e ".me" per il Montenegro. Questo perché il ".yu", dismesso fin dal 2006 dall'ente americano (con funzioni mondiali) che assegna gli indirizzi web, continuava dal 1994 a essere utilizzato dalla cosiddetta Repubblica Federale Jugoslava, ossia lo Stato formatosi nel 1992 dall'unione delle repubbliche appunto di Serbia e Montenegro.

Il pentito di Al Qaeda: «Abbandonato»

Corriere della Sera

Ha spiegato le tecniche di reclutamento, ora è depresso e non trova lavoro: vive con 800 euro al mese

MILANO - È uno dei due testimoni al mondo che sa come Al Qaeda recluta i martiri islamici e come nei campi afghani li indottrina e addestra al combattimento e agli attentati suicidi. Per questo da tre anni il pentito Tlili Lazar vive sotto protezione. Chiuso in casa. Un cortocircuito burocratico gli nega i documenti di copertura che gli permetterebbero di inserirsi nella società lavorando per guadagnare di che vivere. «Ho mantenuto i miei impegni, ma lo Stato mi ha abbandonato», ha detto ai suoi avvocati, che lunedì gli avevano consigliato di non rispondere ai magistrati americani venuti a Milano per interrogarlo.

Le dichiarazioni di Lazar hanno riempito pagine di verbali. Entrato in Italia nel ’94 come bracciante, nel ’96 si trasferì a Milano dove si avvicinò ai fon­damentalisti che ruotavano in­torno alle moschee di viale Jen­ner e via Quaranta. Nel '98 par­tì per l’Afghanistan per essere addestrato all’uso di armi ed esplosivi. Quando una bomba rudimentale esplose accidental­mente facendogli saltare le dita della mano destra, capì che fa­re il martire non era cosa per lui. «Mi sono svegliato», ha det­to. Tornato a Milano, riallacciò i contatti con gli integralisti ma, coinvolto nelle inchieste della Procura sul terrorismo in­ternazionale, dovette riparare in Francia dove fu arrestato nel 2002. Estradato nel 2006, deci­se di collaborare (come, in Ger­mania, il palestinese Shadi Ab­dallah) firmando un accordo con il Servizio centrale di prote­zione: lui rivelava tutto, lo Sta­to gli garantiva una casa, un permesso di soggiorno, 800 eu­ro al mese e un nome nuovo per rifarsi una vita.

I suoi verba­li hanno aperto uno squarcio inquietante sulla rete del terro­re di Bin Laden, hanno consen­tito di chiudere processi impor­tanti e permetteranno di avviar­ne altri, compreso quello ai tre detenuti «italiani» di Guantana­mo, che Berlusconi, con una promessa personale al presi­dente Usa Obama, ha deciso di accogliere. Per questo Al Qaeda lo vuole morto. La risposta del­le istituzioni non ha soddisfat­to il tunisino, il quale invece ap­prezza l’impegno di protezione garantito dai carabinieri. «Ri­schio la vita, sono stato ai pat­ti, ma lo Stato mi ha molto de­luso », ha detto ai suoi legali che, prima dell’interrogatorio con i prosecutors , hanno conse­gnato al gip Giuseppe Gennari un elenco di rimostranze. «Co­se per lui fondamentali, non ca­pricci», spiega l’avvocato Mar­co Boretti, che difende Lazar con il collega Davide Boschi. In soldoni, le leggi sull’immi­grazione non consentirebbero al collaboratore di diventare cit­tadino italiano e, quindi, di ot­tenere documenti con un no­me di copertura. Lazar resta La­zar e chiunque può sapere da Internet chi è.

Ma nessuno as­sume uno che, oltre a essere un ex terrorista, è ricercato dagli scherani di Bin Laden. «Con 800 euro deve mangiare, paga­re la manutenzione della casa e le cure per la ferita. Non ce la fa più e potrebbe non testimonia­re ancora», dichiara Boretti, al quale Lazar ha confidato: «Chiuso in casa penso solo ai miei guai». Il rischio è che cada in depressione. Se ciò avvenis­se, potrebbe risentirne l’atten­dibilità delle sue di­chiarazioni vanifi­cando anni di lavo­ro. «È un intreccio perverso di questio­ni burocratiche e normative che im­pedisce il funziona­mento del program­ma di protezione e stressa i collabora­tori, con ripercus­sioni sui procedi­menti », commenta il pm Elio Ramondi­ni, impegnato in in­chieste legate a La­zar. E che ciò che il superpentito ha da dire sia determinan­te lo sanno anche i pm americani che, capita l’antifona, lì su due piedi lo han­no invitato a trasfe­rirsi negli Usa sotto la tutela del Witness protection pro­gram. «Diffida. Ma ci sta pen­sando», dice Boretti.

Giuseppe Guastella


L’inviato sotto protezione per il libro su una sciita

Corriere della Sera


Minacce dopo aver raccontato l’amore con Amira


ROMA — «La busta era infilata nel parabrezza della mia macchina, par­cheggiata sotto casa, a Roma. Dentro c’erano due proiettili e questo foglio. Eccolo». Il foglio, scritto e stampato al computer, dice: «Nello Rega sei morto questi sono per te e subbito (sic) lo fac­ciamo. Sei morto e vedrai la fine che fa­rai tu perché Allah e Hezbollah hanno deciso di farti morire. I colpi Nello Re­ga sono per te perché dici bugie fai ma­le a sciiti libanesi e scrivi contro scii­ti... ». «La seconda busta è arrivata a ca­sa di mia madre Antonietta, a Potenza. Due proiettili. Altre minacce, molto si­mili. E la fotocopia della copertina del libro » .


Nello Rega, 43 anni
Nello Rega, 43 anni
Il libro si intitola Diversi e divisi. Dia­rio di una convivenza con l’Islam. Nel­lo Rega, 43 anni, inviato di Televideo, l’ha scritto per raccontare la storia d’amore durata tre anni con una donna sciita, Amira. «Un amore 'diviso', quel­lo che si consuma tra un uomo e una donna 'diversi'. Distanti nel modo di comunicare, di baciare, di fare l’amo­re » è scritto nella quarta di copertina. Il volume è appena arrivato in libreria, ma da due settimane se ne parla nel blog della casa editrice, Terra del Sole. L’introduzione è firmata da Luca Zaia, ministro dell’Agricoltura e «uomo for­te » della Lega in Veneto, che prende spunto dalla vicenda per concludere che «la violenza, la vendetta, la subordi­nazione della donna non fanno parte della nostra cultura cristiana e non si capisce perché dovremmo accettare inermi tutto ciò... L’Occidente e l’Orien­te hanno molto da insegnare l’uno al­l’altro, ma credo che all’Occidente vada riconosciuto il primato di diffusione di quei diritti che devono essere da tutti condivisi » .


Non era la prima volta che Rega ri­ceveva minacce. «Nel gennaio di que­st’anno trovai un foglio infilato sotto la porta di casa. C’era la fotocopia di una mia foto, presa dal libro sul Li­bano che ho pubblicato due anni fa, Sud dopo Sud , e una scritta: 'Mori­rai. Ti colpiremo nel nome di Al­lah, perché hai fatto male agli scii­ti' ». Poi altri messaggi: «Un mese dopo, sotto il parabrezza dell’au­to, nel parcheggio Rai di Saxa Rubra. Quindi a casa di mia madre, con una foto di Nasrallah, il capo di Hezbollah. Di nuovo sul vetro dell’auto, stavolta sotto casa di amici dov’ero andato a ce­na, sulla Prenestina.

Capii che conosce­vano i miei spostamenti. Un giorno che ero stato con una collega a San Lo­r enzo trovai un messaggio a casa: 'Ti abbiamo visto stamattina al Verano con la tua amica...'. Sono andato dai ca­rabinieri. Ma il primo pm ha archiviato il caso, anche se i militari chiedevano un supplemento d’indagine. Poi per fortuna ho trovato un pm, Francesco Polino, che mi ha dato ascol­to ». Il prefetto, vale a dire il Vi­minale, ha predisposto una tu­tela. Il caso è arrivato al pool an­titerrorismo della capitale. Ma è sicuro, Rega, che Hezbollah c’en­tri davvero? «Non lo so. Sono convinto però che ne sia a cono­scenza. Ho scoperto solo dopo che Ami­ra aveva parenti legati all’organizzazio­ne. Non accuso nessuno. Ma ho molta paura per la mia incolumità; perché questa sentenza di morte potrebbe es­sere eseguita anche da altri fondamen­talisti che si ispirano agli stessi princi­pi » .

La storia con Amira era cominciata nel 2005, in Libano, dove Rega seguiva le elezioni. «La sua famiglia aveva un albergo a Naqoura, al Sud, vicino al confine con Israele, dov’è schierata la missione Onu a guida italiana. All’ini­zio mi parve una donna del tutto occi­dentalizzata: a parte la carnagione un po’ più scura, poteva sembrare roma­na. Mi ha seguito in Italia. Ci amava­mo. Parlavamo di matrimonio. Poi me l’hanno portata via. A Roma ha incon­trato persone legate all’ambiente del fondamentalismo, che l’ha attratta a sé. All’improvviso mi ha lasciato. E io ho scritto la nostra storia, senza ranco­ri, per raccontare il mio sentimento e la sofferenza di non poter vivere con lei». E ora?

«Sono terrorizzato. Viaggio da solo, non mi sento realmente protet­to. Ma nessun giornale ha raccontato si­nora la mia vicenda. Ho ricevuto la soli­darietà dell’Usigrai (il sindacato della tv pubblica), dell’Ordine, della parla­mentare marocchina Souad Sbai; e su­bito l’avvocato della sua associazione, Loredana Gemelli, è stata a sua volta minacciata. Ma non voglio tacere. Non voglio darla vinta a loro. Chiedo però allo Stato di non abbandonarmi, di pro­teggere la mia esistenza». Alle forze del­l’ordine e alla magistratura spetta stabi­lire la gravità dell’allarme. Resta il fatto che c’è uno scrittore che riceve proietti­li e minacce di morte da sedicenti fon­damentalisti islamici per un libro, ha ottenuto una protezione per quanto forse insufficiente, eppure nessuno ne parla.

Aldo Cazzullo

La giustizia dei cineasti: Silvio dentro e lo stupratore Polanski libero subito

Il Tempo

Registi e attori italiani ieri manifestavano contro Berlusconi chiedendo legalità e oggi vogliono la scarcerazione di Roman reo confesso.


«Indignati», «costernati» e «stupefatti per l'arresto del collega». Dopo più di trentadue anni la giustizia tenta di fare il suo corso e il mondo del grande cinema cosa fa? Solidarizza con lo stupratore e gli dimostra tutta la propria solidarietà. Sembrerebbe il copione perfetto per un film dal finale decisamente imprevedibile. E invece no. Questa è tutta realtà. Lui è il famoso regista franco-polacco Roman Polanski.

Nel lontano 1977 a Los Angeles stuprò la tredicenne Samantha Geimer che lo accusò di averla drogata con champagne e una pillola di un calmante. Arrestato, Polanski fu mandato in prigione per 42 giorni. Ma, nonostante gli avvocati delle due parti giunsero a un patteggiamento che avrebbe dovuto limitare a quel mese e mezzo la pena carceraria, il giudice cambiò idea. Il regista così, spaventato decise di scappare dagli Stati Uniti e da allora non vi ha messo più piede.

Questo è quanto è accaduto fino a sabato scorso quando la Svizzera, ottemperando un mandato di cattura internazionale emesso da Washington, l'ha arrestato appena il regista ha messo piede all'aeroporto di Zurigo dove avrebbe dovuto ricevere un premio alla carriera al festival Internazionale del Cinema, sono scattate le manette.

Un gesto ignobile secondo tutti i suoi colleghi tanto che, mentre l'avvocato del regista ha confermato che presenterà alle autorità svizzere la richiesta di rilascio su cauzione, è iniziata una vera e propria campagna in difesa del regista. Una raccolta di firme per chiederne il rilascio. Una petizione consultabile sulla pagina web della Società degli Autori e Compositori Drammatici (Sacd) che ieri contava già 110 sottoscrizioni. Tanti firmatari tra i quali oltre a Woody Allen, David Lynch, Martin Scorsese, emergono anche gli italiani Ettore Scola, Giuseppe Tornatore, Marco Bellocchio, Paolo Sorrentino, Michele Placido, e le attrici Monica Bellucci e Asia Argento.

Tutti pronti ad accusare: «È inammissibile che una manifestazione culturale internazionale, che rende omaggio a uno dei più grandi cineasti contemporanei, possa essere trasformata in una trappola poliziesca». Così, proprio chi si è sempre battuto per evitare «una giustizia umiliata» (così disse ad esempio Ettore Scola il 7 giugno 2004 ad un dibattito tenuto a Parigi dai socialisti, lanciando una dura requisitoria contro l'allora premier Berlusconi), ora si trova a condurre una campagna in difesa di uno stupratore attaccando una giustizia rea di aver fatto solamente il proprio dovere.

Ma, nell'allegra compagnia di coloro che da un lato si stracciano le vesti in difesa dello "stupratore" e dall'altra si divertono a fare i giustizialisti nei confronti di Silvio Berlusconi, non c'è non c'è solo Scola. Il 18 aprile 2006, ad esempio, il regista Marco Bellocchio, all'indomani della risicata vittoria di Romano Prodi alle elezioni politiche, commenta: «In metà d'Italia comandano i morti. E quella metà è quella che ha votato per Berlusconi». Ancora più offensivo fu l'attacco di Dario Argento, padre di Asia, quando, in un'intervista al settimanale francese Vsd rilasciata il 14 marzo 2003 tuonò: «A causa di Berlusconi, gli italiani sono lo zimbello di tutti. C'è stato un vento di follia che ha spinto la gente a votare per lui».

E se di vento di follia si parla allora meglio correre tutti ai ripari come ha fatto Michele Placido lo scorso 9 settembre quando si è lanciato in un appello al centrosinistra: «Si compatti al centro con Casini per fare un'alleanza contro Berlusconi». Proprio contro quel presidente del Consiglio che Giuseppe Tornatore reputa essere il capo di «un governo che non sta facendo molto per il nostro cinema che appena c'è una crisi economica azzera i finanziamenti alla cultura». E spulciando bene si capisce subito che a molti di questi piace prendere in mano una penna e sottoscrivere petizioni. Se poi queste servono a manifestare la poca stima verso il premier allora eccoli tutti pronti.

 L'ultimo caso è quello del 30 agosto scorso quando, Placido, Bellocchio, Scola, Sorrentino (regista de Il Divo il film che ripercorre la vita di Andreotti e che lo stesso senatore definisce «un film malvagio») e Asia Argento assieme a moltissimi altri hanno manifestato la propria solidarietà a La Repubblica dopo che Berlusconi decise di quelerarla.

Sono vecchio e malato Vi affido la mia Cristina"

Il resto del carlino

Romano Magrini è stato ricoverato per problemi di cuore ma è preoccupato per la figlia, che è in coma da 28 anni dopo un incidente: "Chi l'aiuterà dopo di me?"


SARZANA (La Spezia) — «PENSO tutti i giorni a mia figlia: ha bisogno di me e io sono qui, in ospedale. Ora devo fidarmi». Romano Magrini lancia il suo dignitoso grido di dolore dal letto dell’ospedale di Sarzana dove è stato ricoverato sabato per problemi cardiaci. «Cristina ha bisogno di me — racconta —, penso sempre di più a quando non ci sarò e a cosa sarà di lei, chi si prenderà cura di mia figlia».  Qual è stato il suo primo pensiero all’arrivo in ospedale?
«Non certo alle mie condizioni, ma a Cristina. Stiamo sempre insieme, da una vita, è lei la mia vita e io la sua: senza di me come può fare?».

  Senza di lei, Cristina è rimasta da sola?
«No, nemmeno per un minuto, intorno a lei si è mossa una macchina di efficienza e solidarietà: alla notizia del mio ricovero in meno di due ore personale dei servizi sociali del Comune e della Cooperativa Coopselsios l’hanno portata da casa nostra a San Lazzaro fino centro di riabilitazione delle ‘Missioni’ a Sarzana. Ora è seguita, giorno e notte, ma non è certo la stessa cosa».

Quanto le manca?
«Tanto, tantissimo: penso a lei soprattutto quando guardo i parenti in visita ai pazienti nella mia stanza: loro hanno figli che si prendono cura di loro, io devo invece stare dietro a mia figlia sempre, ogni momento, non posso mai staccarmi da lei nemmeno per un istante. Ha bisogno di me e questo guaio non ci voleva proprio».

Nei mesi scorsi aveva programmato di tornare a Bologna...
«Sì, proprio in questi giorni dovevamo lasciare Sarzana per trasferire Cristina in un centro specialistico a Bologna, per provare come può stare lì, seguita e assistita al meglio; devo cominciare a pensare al domani, nessuno è eterno. E qualcuno a cui affidarla devo trovarlo, qualcuno in grado di darle non solo l’assistenza medica ma il massimo dell’amore possibile. Ora sono qui, ma chissà quanto durerà il mio domani — dice amaro —, questo è il primo campanello d’allarme dopo tanti anni in cui non mi sono mai ammalato».

Ha già trovato il centro cui affidare sua figlia?
«A Bologna ha affittato un monolocale vicino alla struttura per stare vicino a Cristina, voglio andarla a trovare tutti i giorni. Mi dispiace solo che qualche centro non l’abbia accettata, mi sono rivolto a una struttura privata convenzionata con l’Asl».

Come sono le sue giornate in ospedale?
«Vengono a farmi visita amici, conoscenti, personale dei servizi sociali del Comune e della Cooperativa Coopselsios, gli stessi che seguono tutti i giorni Cristina. La sera da noi arriva anche la signora Rosaria, la vicina di casa che mi aiuta a metterla a letto. La loro è una presenza importante perché da solo comincia a diventare sempre più difficile darle da mangiare, lavarla, pulirla. Io mi sento bene ma non sono più un giovanotto, ho bisogno di una mano tutti i giorni».

E come sarà ora il ritorno a casa, senza Cristina?
«Quando uscirò dall’ospedale, spero presto, in base all’esito della Tac, non potrò più sottopormi al tour de force fisico per assistere Cristina: lei non potrà tornare a casa subito ma purtroppo dovrà rimanere alcuni giorni alle ‘Missioni’ fino a quando non mi sarò del tutto ristabilito».
«Lo porteremo noi tutti i giorni da lei — rassicura Nicoletta Borrini, della Coopselios — anche dieci volte al giorno se sarà necessario», perché Romano e Cristina da 28 anni non si sono mai staccati un momento. L’ultimo pensiero di Romano Magrini è di speranza: «Andremo a Bologna appena possibile ma non venderò mai la casa di via Ghiarettolo a San Lazzaro: se Cristina un giorno dovesse svegliarsi, voglio che abbia un tetto tutto suo».

di CLAUDIO MASSEGLIA

A Milano una casa per raccontare il fumetto


Milano - Sarà inaugurato la prossima primavera negli spazi dell’ex deposito Atm di viale Campania 12 il "Centro del Fumetto". Intervenendo alla presentazione di "Milano racconta il fumetto. Il fumetto racconta Milano", progetto promosso dal Comune in collaborazione con il Comitato "Un secolo di fumetto italiano", l’assessore alla Cultura, Massimiliano Finazzer Flory, ha lanciato il nuovo spazio che sarà dedicato alla conservazione del patrimonio storico del fumetto. 

La casa dei fumetti Il Centro, che si estenderà su una superficie di mille metri quadrati, di cui 600 dedicati alle esposizioni e 130 di terrazzo, avrà spazi nei quali verranno organizzati momenti formativi per scolaresche e giovani e altri dedicati alla conservazione del patrimonio storico del fumetto. Contemporaneamente all’apertura del Centro, sempre a partire dalla prossima primavera, in diversi punti della città compariranno nuove installazioni, delle "icone - ha spiegato Finazzer Flory - che parleranno del territorio attraverso il fumetto". 

È in corso, ha inoltre annunciato l’assessore, la ricerca di un sito, molto probabilmente un parco, da intitolare a Gian Luigi Bonelli, padre insieme ad Aurelio Galleppini del celebre personaggio di Tex Willer, e fondatore di una della più importanti case editrici del settore, la Sergio Bonelli Editore

Dandini pagata per spiare nel wc del premier

di Giancarlo Perna



Roma - Per farci ridere di più, Serena Dandini ha arricchito con un gabinetto di decenza la scenografia della sua trasmissione, Parla con me. Il water con sciacquone si aggiunge al tradizionale salotto con divano in cui la anchor-woman intervista gli ospiti. L’innovazione, che testimonia lo stato digrazia che attraversa la comicità intelligente dell’autrice, è andata in onda ieri sera su Rai3 nel siparietto di pochi minuti intitolato Lost in Wc, ossia Perdute nel cesso. La visione di questo «00» accompagnerà i fan della satira di sinistra ogni sera dal martedì al venerdì, per un totale di 117 puntate. 

Il wc in questione è la riproduzione in studio dell’elegante bagno di Palazzo Grazioli, residenza del Cav, e allude alla nota vicenda delle escort che in esso facevano toilette prima di partecipare alle cene del premier. In sostanza una presa per i fondelli del capo del governo che, iniziata il giorno del suo compleanno (ieri ne ha compiuti 73), andrà avanti finoa tutto aprile 2010. Dopo Ballarò e Anno- Zero e prima dell’imminente Che tempo chefa di Fabio Fazio, l’exploit della Dandini testimonia il coraggio e l’incomprimibile desiderio di libertà dei pochi che si oppongono alla dittatura del centrodestra su stampa e tv. 

Nei giorni precedenti, Serena aveva presentato con orgoglio la sua creatura, annunciando che parteciperà alla marcia per la libertà di stampa organizzata dalla Fnsi e dalla Cgil. «A te nessuno ha messo i bastoni tra le ruote. Chi te lo fa fare?», le è stato però chiesto. Ma lei ha risposto a nome di tanti angariati: «Ci sentiamo intimoriti, passati al setaccio, un’attenzione così astiosa della politica sulla Tv non l’avevo mai vista prima». 

Ci ha pensato un po’ su e ha aggiunto: «Non abbiamoil bavaglio ma censura è anche non farti lavorare serenamente». Le stava accanto il direttore della Terza Rete, Paolo Ruffini, che le ha dato manforte. «Dandini, Santoro, Flores e Gabanelli sono la ricchezza della Rai. La pluralità di idee è l’essenza del servizio pubblico», ha detto facendo coincidere la pluralità con l’antiberlusconismo. Infatti, tra i tesori della Rai, non ha citato Bruno Vespa, il solo che non azzanna il mostro per partito preso. Poi si meravigliano che milioni di telespettatori si entusiasmino per lo sciopero del canone. 

Per la prestazione di questa stagione, Dandini guadagnerà - stando a un’inchiesta - 710mila euro. La signora, che oggi ha 55 anni, è da quasi trenta alla Rai, pagata da due generazioni di utenti che probabilmente neanchela sopportano. Il soloperiodo in cuinonl’hanno sovvenzionata è stata quando il Cav l’ha remunerata di tasca sua assumendola a Mediaset. «Può una di sinistra lavorare per Mediaset?» le fu chiesto con tono di rimprovero. «Io non sono una comunista bulgara, io sono per il libero mercato», rispose con la stessa disinvoltura con cui dice che nessuno le ha messo il bavaglio,masfila egualmente contro la stampa imbavagliata. 

Con Mediaset, in ogni modo, durò poco perché, non potendo per ovvie ragioni di decenza dare troppo addosso al datore di lavoro, lo share era basso. Come successe con Santoro, se ne andò via presto per tornare con l’unica azienda che le consente di dare sfogo al suosinistrismo,guadagnando a palate: la Rai del canone. Afuria di strafare in tv, Serena è diventata un’icona della sinistra. Ha partecipato ai girotondi nei primi anni 2000, ha sponsorizzato due gay pride nel 2002 e nel 2007,ha sostenuto con spettacoli gratuiti la ricandidatura 2006 di Veltroniasindaco di Roma e, nello stesso anno, il tour elettorale del candidato del Pd, Piero Fassino.

Il suo destino, diciamo così, «progressista», non era scritto nelle stelle: l’ha scelto. Romana e nobile, di una piccola nobiltà papalina, con un doppio cognome, Dandini De Sylva, Serena è cresciuta in un ambiente di destra. Lo era il padre avvocato, lo era il Liceo che ha frequentato, il Giulio Cesare, notoriamente fascisteggiante ai suoi anni. Presa la laurea alla Sapienza in Letteratura anglo-americana, entrò in Rai virando di 180 gradi. 

«Non mi sonorisparmiata niente», ha raccontato. Se la fececoni giovanicomunisti della Fgci, Lotta continua, Potere operaio. Ebbe un’intesa militanza femminista con annesse sedute di autocoscienza. Fu una donna, sua docente all’università, a segnalarla alla Rai dov’è dunque entrata col solito pedatone. 

Ma tre anni fa, dimentica dei trascorsi, ha sentenziato: «In Rai va aperta la questione morale. Non possono contare solo le raccomandazioni». Si è sposata tre volte, sommando cognomial già lungocognome, e ha una figlia. Non si è fatta mancare una fase ecologista andando a vivere in campagna col secondo marito. Poi, scoperto che «con i polli non si poteva vivere», buttò all’aria fattoria ematrimonio. 

Al donnismo è rimasta a lungo fedele. Con Corrado e Sabina Guzzanti fece la Tv delle ragazze su Rai 3, lanciando Angela Finocchiaro e Cinzia Leone. Anche le sue preferenze politiche sono per il gent il sesso. Tra le prescelte, Prestigiacomo e Rosy Bindi. Non che detesti gli uominiconi quali, negli ultimi anni, ha fatto molta tv a cominciare dalla sua spalla, Dario Vergassola, detto Littizzetto dei poveri per i suoi continui doppi sensi a sfondo sessuale, meno riusciti però del modello in gonnella. 

I maschi comunque le stanno bene solo se di sinistra. «Chi ti piace?», le hanno domandato. «Pecoraro Scanio è un bell’uomo. Cofferati. Diliberto. Vendola». «Chi non ti piace?». «Schifani è brutto. Ha la forfora che buca il video», ha risposto con eleganza. 

Un altro che detesta è Maurizio Belpietro. Si diverte a farlo imitare daunodei suoi guitti sia in tv sia al Teatro Ambra Jovinelli, locale romano di cui è direttore artistico. Il finto Belpietro è sullo sfondo e ringhia come un cane furioso. «Stia buono, ora parliamo anche di lei», gli dice Serena. Quello ringhia di nuovo e l’altra lancia: «Stia calmo, tra poco sarà direttore del Tg2». Belpietro guaisce soddisfatto e si accuccia. Dandini? Se la conosci, col pifferoche paghi il canone. 

Ecco perché Alberto sembrava a tutti un perfetto colpevole

Corriere della Sera

di  ALESSANDRO PIPERNO


Mi chiedo se ciò che vie­ne corrivamente definito «innocentismo» non celi una leale seppur complicata aspirazione umanista. Lo so, per molti l’innocen­tismo è un moto dell’animo tipico di individui privi di struttura e di spina dorsale; la malattia dostoevskiana di chi riesce a identificarsi con l’assassino e non con la vitti­ma, o l’incubo kafkiano di chi teme di essere incastra­to da un momento all’altro per un reato non commes­so.

Insomma qualcosa che rischia di diventare, nel mi­gliore dei casi pietistico las­sismo, e nel peggiore posa estetizzante. Tanto più di questi tempi in cui il più prelibato divertissement dei miei connazionali sem­bra consistere nello snidare criminali, leggere intercetta­zioni, spulciare verbali, co­struire ben documentate cattedrali del sospetto. Ma che posso farci se tale dema­gogico esercizio mi appare così rivoltante? E se un mo­to interiore che non ha nien­te a che fare con il sentimen­talismo mi spinge sempre a ipotizzare, di primo acchito, l’innocenza di un mio simi­le?

In questi anni, da che Chiara Poggi è stata trovata morta e il suo ragazzo Alber­to Stasi accusato di averla as­sassinata, è la terza volta che mi capita di chiosare gli ultimi sviluppi del «caso Garlasco». Constato che i due precedenti pezzi erano animati da uno spirito dis­sennatamente innocentista, cui la perizia super partes dell’altro giorno sembra aver dato retroattivamente ragione. Certo, si tratta di una medaglia di latta che non ha nessun senso esibi­re. Più interessante mi sem­bra il fatto che ancora una volta la mia attenzione si concentri su Alberto Stasi.

Sulla storia che lo riguarda che, qualora lui fosse inno­cente, mi parrebbe il più perfetto e paradigmatico tra gli incubi contemporanei. Mi spiego. A chi è accadu­to di vedere una propria fo­to sul giornale sa quanto ta­le esperienza sia straniante. La verità è che quella foto ti parla di tutto fuorché di te stesso.

Tanto che certe volte hai il sospetto che sia un surrogato, un apocrifo, un’impostura bell’e buona creata ad arte per screditar­ti. Non c’è niente di più pe­noso della discrasia tra il pensiero intimamente affet­tuoso che nutri per la tua ir­rilevante personcina e quel­la specie di essere disgusto­so (quel Mr Hide) catturato dalla foto ora riprodotta, senza il tuo consenso e sen­za alcun ritegno, in centina­ia di migliaia di esemplari.

Mi chiedo se Alberto Stasi, frattanto, abbia fatto il callo alle sue mille foto apparse in questi due anni sui gior­nali. Nel qual caso a que­st’ora saprà che non c’è cen­timetro quadrato del suo corpo né impercettibile det­taglio del suo contegno che non parli di colpevolezza: l’incarnato diafano, la so­brietà dei lineamenti, la sfuggente pudicizia, tutto lo rende l’interprete ideale del ruolo di Stavroghin in una eventuale trasposizione ci­nematografica de I demoni di Dostoevskij.

Eppure c’è la possibilità che Stasi, a di­spetto delle più promettenti apparenze, sia semplice­mente innocente. A quanto pare, oltre al suo corpo, al suo contegno e a certe bieche predilezioni sessuali non c’è indizio del­la sua colpevolezza. Ed ecco l’elemento che, al postutto, più mi agghiaccia: tutto nel­la nostra vita (tutto quello che facciamo e non sappia­mo di fare, tutto quello che siamo e non sappiamo di es­sere) può offrire la futura prova e il futuro movente della nostra colpevolezza in un crimine che non abbia­mo ancora commesso e che forse mai commetteremo.


Pediatra per 19 anni senza laurea

Corriere della Sera


Era dirigente all’ospedale di Rho. I pazienti: bravo e competente

 

RHO (Milano) — Un pe­diatra bravissimo. Un’infini­tà di bambini guariti e «guar­di, una competenza che non le dico»: non c’è un genitore che lo neghi. Se non era in corsia stava in ambulatorio, se non in ambulatorio era a parlare di pediatria in qual­che convegno.

Peccato solo che non fosse un pediatra. Anzi, in verità neanche un medico. All’ospedale di Rho, il paesone appena fuori Mila­no dove lavorava da 19 anni, a un certo punto stava persi­no per diventare primario. Ma all’università di Padova, dove il suo curriculum lo da­va laureato, aveva dato sol­tanto solo sei esami.

A fare la sconcertante sco­perta è stato l’ufficio perso­nale dell’Azienda ospedalie­ra «Salvini» di Garbagnate, da cui dipende appunto an­che Rho. Il falso medico — Marco Bassi, 54 anni — ha presentato le dimissioni e ha chiuso anche l’ambulato­rio sempre affollato che ave­va aperto nel paese vicino di Pero.

«L’anomalia della sua do­cumentazione personale — spiega il direttore sanitario Paolo Moroni — era emersa quasi per caso da una verifi­ca in corso su tutti i nostri medici. Poiché i documenti che ci aveva presentato quando fu assunto risultava­no essere copie non confor­mi abbiamo chiesto all’inte­ressato di fornirci le carte au­tenticate. Solo che la sera del 6 settembre il dottor Bassi — dev’essere difficile smet­tere di chiamarlo dottore da un giorno all’altro — anzi­ché quelle carte ci ha inviato un telegramma con le sue di­missioni per improrogabili motivi personali».

Gli accertamenti successi­vi hanno appunto chiarito che il «dottor» Bassi alla lau­rea in Medicina e chirurgia non ci era mai arrivato. Nei registri dell’università di Pa­dova risultano sei esami. Co­sì venerdì scorso l’ufficio le­gale dell’Azienda «Salvini» ha denunciato la faccenda ai carabinieri che l’hanno gira­ta alla magistratura: i reati ipotizzati parlano di truffa, esercizio abusivo della pro­fessione, falsità ideologica e falsità materiale. Natural­mente ora c’è un’inchiesta in corso e bisognerà aspettar­ne l’esito.

Il «falso» pediatra, rintrac­ciato ieri pomeriggio nella sua abitazione di Monza, ha detto di essere «appena tor­nato da una seduta dallo psi­cologo. Non so nulla della denuncia e appena sarò in­formato deciderò cosa fare. Dall’ospedale mi sono dimes­so il 6 settembre per motivi di salute».
All’ospedale di Rho lavora­va dal 5 novembre del ’90. In questi diciannove anni era diventato prima medico di ruolo poi dirigente medico pediatra. Qualcuno, dopo il pensionamento dell’ex pri­mario, aveva quasi scom­messo che il posto sarebbe toccato a lui. Ma la carica è andata all’attuale direttore del reparto, Alfonso Angrisa­no.

E dire che Bassi aveva sa­puto farsi stimare da tanti. Per la sua «attività, bontà e delicatezza» era apprezzato da genitori, colleghi, associa­zioni umanitarie. Era anche nel Comitato scientifico di un importante convegno di pediatria, già fissato per il mese prossimo a Firenze, in cui lui stesso avrebbe dovu­to parlare di «allergologia e immunologia». L’Azienda ospedaliera, da cui percepi­va uno stipendio lordo di 85.665 euro l’anno, appena terminata l’inchiesta decide­rà i provvedimenti da pren­dere a suo carico.

Silvano Santambrogio



martedì 29 settembre 2009

Sudafrica, trovato diamante da 500 carati

Corriere della Sera



JOHANNESBURG - Quella di Cullinan, in Sudafrica, è una miniera d'oro, anzi meglio. Il consorzio Petra Diamonds che la gestisce ha annunciato la scoperta di un diamante di più di 500 carati di una qualità eccezionale. E', nella stessa miniera era già stato estratto nel 1905 il più grande diamante grezzo al mondo. La pietra preziosa, di 507,55 carati, è stata scoperta giovedì 24 settembre.

PESA CIRCA 100 GRAMMI - Secondo un comunicato di Petra Diamond, pesa circa 100 grammi ed è di un colore e di una chiarezza eccezionale: «È considerato uno dei venti più grandi diamanti grezzi di qualità al mondo». Al momento è sottoposto a perizie per determinare con precisione il colore e la chiarezza. La pietra è stata scoperta insieme ad altri diamanti di 168, 58,5 e 53,3 carati. La miniera di Cullinan è così chiamata dal suo primo proprietario, sir Thomas Cullinan, e si trova 40 chilometri a est di Pretoria. Fino al 2007 era di proprietà della De Beers, poi è stata venduta per 100 milioni di euro al consorzio Petra Diamonds.

NEL 1905 TROVATO IL PIU' GRANDE DIAMANTE DI SEMPRE - La miniera è nota per la scoperta del più grande diamante grezzo della storia nel 1905, di più di 3.106,75 carati, pari a circa 621,35 grammi. La pietra fu tagliata in 105 gemme. Le più grandi fanno parte del tesoro della Corona britannica: in particolare il Cullinan I di 530,20 carati (106,04 grammi), incastonato sullo scettro (secondo più grande diamante tagliato al mondo) e il Cullinan II di 317,40 carati (63,48 grammi) (terzo più grande diamante tagliato al mondo), incastonato sulla corona imperiale. Dalla miniera di Cullinan nel 1985 è stato anche estratto un diamante grezzo giallo da 755 carati (151 grammi) che sarebbe diventato il diamante tagliato più grande al mondo, il Golden Jubilee da 545,67 carati (109,13 grammi), incastonato sul sigillo del re della Thailandia.

Metadone nel sangue di Giuliani

Fonte

martedì 27 novembre 2007


Da:
LA RELAZIONE DELL’AUTOPSIA SUL CORPO DI CARLO GIULIANI
PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI GENOVA
Proc. n. 13021/01121 (Fonte: Internet)

FEGATO: (...) Quadro complessivo di epatite cronica
persistente con focali segni di attività.
(...)
4) I DATI DEGLI ESAMI CHIMICO-TOSSICOLOGICI
(...) risulta che nel sangue di Carlo Giuliani fossero esclusivamente presenti tracce di Metadone. Non si riscontrava invece la presenza di eroina, cocaina, anfetamine, barbiturici, benzodiazepinici ed alcool.
(...)
I complementari esami istologici, (...), dimostravano quadro complessivo di epatite cronica persistente, con focali segni di attività.
Gli esami chimico-tossicologici evidenziavano la presenza di metadone in tracce nel sangue del soggetto. link

Il Metadone è un oppiato sintetico con effetti simili alla morfina.


Cenni storici
Venne sviluppato dalla HOECHST nel 1942 come sostituto della morfina (che durante la guerra era diventata rara in Germania) e brevettato nel 1953 come forte analgesico sotto il nome POLAMIDON. Dagli anni Sessanta, e ad iniziare dagli Stati Uniti, viene utilizzato come sostituto dell'eroina contro le sindromi d'astinenza somatiche.

Usi
È utilizzato come terapia contro le sindromi d'astinenza da eroina somatiche per i seguenti motivi:

1) Ha un effetto più duraturo dell'eroina: basta una somministrazione al giorno
2) Somministrato oralmente non ha gli effetti euforici dell'eroina (che aumentano la tossicodipendenza)
(Fonte: Wikipedia)

((La scoperta del Metadone è avvenuta durante la II° guerra mondiale, ad opera di chimici al sevizio del regime Nazista, che stavano sperimentando diverse soluzioni alla ricerca di un efficace anestetico 'da campo', cioè da usare in battaglia; il primo nome dato alla sostanza fu infatti 'Adolfina' in onore del führer.(...)

Effetti
Gli effetti del Metadone ricordano molto da vicini quelli della Morfina e dell'Eroina (vedi scheda), le uniche sostanziali differenze sono:

- il metadone non produce l'intenso effetto iniziale di benessere (il cosiddetto 'flash'), che produce invece l'Eroina;

- gli effetti di alleviamento del dolore, dello stato di benessere e di 'copertura' degli effetti di una crisi di astinenza da oppiacei durano fino a più di 24 ore.
Fra i sintomi fisici si segnalano: sudorazione, senso di prurito e pupille 'a spillo'

Effetti indesiderati
Essendo un oppiaceo, seppur sintetico, il Metadone tende a dare tolleranza e dipendenza (vedi Intro), anche se non così rapidamente e intensamente come l'Eroina o la Morfina.

Attenzione!
il Metadone è un oppiaceo a tutti gli effetti, anche se è prodotto sinteticamente, per cui può comportare molti dei rischi associati al consumo di Eroina o Morfina, ivi comprese l'insorgere di dipendenza (molto difficile da gestire da soli…) e il rischio di provocarsi un overdose

Santoro coperto d'oro

Libero

Notizia del 9 novembre 2007 - 10:17

Il conduttore di "Annozero" guadagna quasi 700mila euro all'anno: c'è chi grida allo scandalo



La sua esclusione dai palinsesti Rai aveva scatenato il finimondo. Il suo reintegro rischia di generare più di un mal di pancia. E stavolta non per l'etichetta di giornalista scomodo che si porta appresso, ma per lo stipendio faraonico che percepisce dalla tv di Stato. Michele Santoro intasca circa 700mila euro all'anno tra busta paga e altre voci legate alla sua attività giornalistica. Per l'esattezza 684mila euro (dati del 2007) tra i 266mila derivanti dalla condizione di contrattualizzato a tempo indeterminato con qualifica di direttore, dai 315mila frutto dei 10.500 euro per ciascuna delle puntate di "Annozero" - che a fine anno saranno una trentina, tra quelle della prima parte del 2007 e quelle invece del periodo settembre-dicembre di quest'anno - e dal premio, il cosiddetto MBO, di 103mila euro per gli obiettivi (di share o di pubblicità portata all'azienda).

Sperpero? Soldi pubblici spesi a vanvera? Non esattamente. L'ingente esborso per la Rai si traduce in un buon guadagno, stimato intorno ai 2 milioni di euro a stagione, che è l'ammontare risultante dalla differenza tra i costi complessivi di "Annozero" (7,2 milioni) e gli incassi derivanti dalla pubblicità (9,2 milioni all'anno, 278mila a puntata).

Questi i numeri snocciolati alla Commissione di Vigilanza da Pier Luigi Malesani, direttore delle relazioni istituzionali Rai, nel corso del "question time" richiesto dal segretario della commissione Antonio Satta (dell'Udeur, il partito di Mastella, uno dei bersagli preferiti di Santoro...). Numeri importanti che fanno il paio con i 52mila euro ogni ora di trasmissione di "Ballarò", che comunque dicono dalla Rai sono pienamente coperti dagli introiti derivanti dalla pubblicità. Numeri ben al di sopra di quel tetto massimo di 274mila euro di stipendio per i dipendenti degli enti a partecipazione statale, previsti dalla Finanziaria. Un tetto contro il quale il mondo dello spettacolo è intenzionato a far sentire la sua voce: solo pochi giorni fa Pippo Baudo aveva tuonato: "Bloccare gli stipendi di artisti e manager è un concetto qualunquista, un atteggiamento da irresponsabili... è veterocomunismo". Di opinione ben diversa alcune associazioni di telespettatori, tra cui l'Aiart che ha chiesto il congelamento del canone.

 (Libero News)

Garlasco, la maxi perizia che scagiona Stasi

di Redazione



Vigevano - Colpo di scena. La perizia medico-legale di Lorenzo Varezzo, medico super partes, depositata oggi a Vigevano, scagiona di fatto Alberto Stasi dall’accusa di aver ucciso Chiara Poggi. In più punti dà ragione alla difesa dell'ex fidanzato della ragazza. Si tratta di una delle perizie super partes disposte dal gup Stefano Vitelli per chiarire alcuni tasselli fondamentali della dinamica del delitto della 26enne assassinata nella villetta di famiglia a Garlasco il 13 agosto 2007. Tutte le relazioni richieste devono pervenire al giudice entro il 14 ottobre prossimo: dopo gli approfondimenti riprenderà il processo con il rito abbreviato. 

La perizia L'analisi del medico avvalorerebbe l’alibi di Stasi. Secondo l’esperto, non è "valutabile con precisione l’epoca della morte se non affermando che essa avvenne nel corso della mattinata". Per quanto riguarda l’aggressione questa è avvenuta "almeno in due fasi cronologicamente ben distinte" e l’episodio "potrebbe essersi protratto... anche per alcune decine di minuti". Stasi aveva affermato che quella mattina si trovava a lavorare al pc alla sua tesi e, secondo indiscrezioni, nella perizia dell’esperto informatica, non ancora depositata, tra le 9.36 e le 12.20 effettivamente il giovane era al computer. In un altro punto, la perizia medico legale ritiene che il materiale biologico di Chiara rinvenuto sui pedali della bicicletta sequestrata a Stasi, "potrebbe essere costituito da qualunque tipo di tessuto riccamente cellulato" e quindi non è detto che sia il sangue della vittima. Inoltre Stasi poteva avere le scarpe pulite pur essendo stato sulla scena del delitto in quanto le macchie di sangue avrebbero potuto disperdersi sull’erba bagnata. 

Sangue secco sul pavimento "In sostanza, possiamo ritenere che meno di 40 minuti dopo il riferito passaggio di Alberto Stasi nell’abitazione, almeno una buona parte del sangue presente sul pavimento del pian terreno - e eventualmente anche la sua totalità - fosse secca". È un altro dei passaggi delle conclusioni della perizia super partes del professor Varetto. Il passaggio riguarda l’eventualità o meno che Stasi, quando ha rinvenuto il cadavere di Chiara la mattina del 13 agosto 2007, possa o meno essersi sporcato le scarpe. Secondo il perito oltre al fatto che sulle suole delle sue scarpe il sangue poteva essere scomparso in quanto aveva camminato sull’erba bagnata, nella casa di Chiara il sangue sul pavimento era in buona parte secco. "È invece pacifico - ha proseguito Varetto - che buona parte del sangue raccoltosi in pozze e colato lungo le scale che conducono al semi interrato fosse ancora francamente liquido". Alberto, nei suoi interrogatori ha affermato di aver visto il cadavere riverso sulle scale ma di non essersi avvicinato, ma di esser scappato via. 

Impronte irrilevanti Per il perito medico-legale "appare del tutto irrilevante" il riscontro sul portasapone, nel bagno della villetta del delitto, di un’impronta digitale di Stasi e del dna di Chiara. È questo un altro passaggio della perizia medico legale depositata stamattina in tribunale. L’esperto nominato dal giudice, in sostanza, spiega questa circostanza con il fatto "che i due abbiano entrambi toccato l’oggetto in tempi e per un numero di volte a noi del tutto sconosciuto e non determinabile". 

Lo uccidono e gli passano sopra con l’auto

Corriere del Veneto


Brutale delitto a Treviso Agguato ieri sera, verso le 22, allo stadio del rugby davanti ai passanti. La vittima è un 35enne africano 


I testimoni: inseguito dal branco, sprangato e investito tre volte. Primo arresto, caccia ai complici


TREVISO — Preso a sprangate e investito più volte. Lasciato cadave­re sul marciapiede di via dei Campi Sportivi, tra Monigo e San Liberale, dietro lo stadio del Benetton Rugby. E’ morto così un trentacinquenne se­negalese ieri sera, intorno alle 22, a Treviso, ad un paio di chilometri dal centro della città. Un uomo è già fini­to in manette: si tratta di un conna­zionale di quarant’anni, regolare in Italia come la sua vittima, catturato dalla polizia ad appena un’ora dal brutale delitto.

Ora gli investigatori sarebbero sulle tracce di un compli­ce ma non si esclude che nell’auto­mobile che ha investito lo straniero si trovassero più persone. «Abbiamo visto alcuni uomini di colore mentre lo colpivano alla testa con una spranga - raccontano sotto scock alcuni testimoni - poi, mentre lui era ancora vivo e tentava di sfug­gire ai suoi aguzzini, lo hanno inse­guito a bordo di un’automobile e lo hanno investito».

Sul posto, a pochi minuti dalla tra­gedia, sono arrivati gli uomini della squadra mobile guidati dal dirigen­te Riccardo Tumminia e dal questo­re di Treviso Carmine Damiano. «La vittima aveva litigato pochi giorni fa con un connazionale - ha spiegato il questore - questo ci ha permesso di risalire all’autore dell’omicidio e di arrestarlo nella sua abitazione». L’uomo, dopo l’efferato delitto, si era infatti rifugiato in casa, a Ponza­no, dove aveva già nascosto i vestiti sporchi di sangue poi recuperati da­gli agenti.

Al loro arrivo a Monigo, gli uomi­ni della mobile, hanno trovato il cor­po della vittima riverso a terra, ap­poggiato su un lato, una gamba ste­sa, l’altra piegata, in una posa inna­turale probabilmente dovuta al ripe­tuto passaggio della vettura degli as­sassini. Vestiva un paio di pantaloni bianchi e delle scarpe da ginnastica blu, attorno a lui una decina di resi­denti, usciti dalle case poco distanti.

A dare l’allarme infatti erano stati due testimoni corsi al bar del quar­tiere, gestito da alcuni cinesi, per chiedere aiuto. «Abbiamo visto l’uomo colpito al­la testa con una spranga ed un cric all’imbocco di via dei Campi Sporti­vi, che costeggia lo stadio di rugby ­è il racconto di uno di loro - ferito alla testa l’uomo ha cercato di fuggi­re a bordo della sua bicicletta. Urla­va».

La scena, secondo quanto rac­contato agli agenti, è proseguita po­co lontano. «Ho visto un’auto con a bordo delle persone inseguire l’uo­mo ed investirlo - aggiunge un gio­vane - nonostante fossero riusciti a buttarlo a terra, non si sono fermati. Hanno fatto inversione con l’auto per passargli sopra più volte. Solo quando sono stati sicuri fosse mor­to si sono dati alla fuga». Raccolte le testimonianze ed iden­tificata la vittima la polizia ha rico­struito un episodio che risale ai gior­ni scorsi: il senegalese sarebbe stato protagonista di una furibonda lite con un connazionale.

Da qui la pista che ha portato gli investigatori nella casa di Ponzano, dove sono stati tro­vati gli abiti sporchi di sangue. Ai polsi del quarantenne sono scattate le manette. «Ringrazio le volanti e gli uomini del reparto prevenzione crimine ­ha commentato il questore Damia­no - che in meno di un’ora hanno ri­solto questo delitto. Abbiamo dato risposta immediata all’allarme e alle apprensioni che, com’è comprensi­bile, subito si sono diffuse tra la gen­te ».
Valentina Dal Zilio

La soluzione ideale è privatizzare la televisione di Stato

di Carlo Lottieri

La battaglia contro il canone Rai lanciata dal Giornale è più che giusta: è sacrosanta. Grazie alla «rivoluzione» mediatica scaturita nei decenni scorsi dallo sviluppo delle televisioni commerciali, in Italia come altrove abbiamo un settore televisivo in cui operano ormai molti attori, i quali si finanziano nelle forme più diverse (dall’abbonamento alla pubblicità). In questo quadro, l’idea che il semplice possesso di un televisore, o perfino di un computer, debba obbligarci a versare un canone alla Rai è del tutto indifendibile. Bisogna però sottolineare un fatto, e cioè che la televisione pubblica è finanziata non soltanto dal canone e dalla pubblicità, ma anche e soprattutto con i soldi dei contribuenti.

Per questa ragione la battaglia contro il canone deve anche diventare una battaglia contro la Rai, contro il permanere di un’azienda di Stato che in quanto tale ha sempre la possibilità di accedere a sussidi pubblici. Si otterrebbe infatti una vittoria di Pirro se un’eventuale cancellazione del canone dovesse mantenere in vita le erogazioni pubbliche ordinarie (ancora più inaccettabili, perché più occulte, dato che si basano sui proventi delle imposte) o dovesse condurre all’introduzione di un sistema di finanziamento basato sui consumi elettrici delle famiglie, come da più parti si va proponendo.

D’altro canto, qui non si tratta affatto di togliere a Travaglio o Santoro la possibilità di accedere agli schermi televisivi. Al contrario, si tratta di avere un sistema televisivo più pluralista proprio perché interamente privatizzato e quindi sottratto a ogni interferenza politica. Nessuno vuole chiudere la bocca a chi la pensa in altro modo: si chiede solo che ognuno si regga sul mercato, grazie ai propri spettatori, senza la pretesa di essere mantenuto da chi non l’apprezza o addirittura lo detesta. Proprio per questo motivo la privatizzazione della Rai va accompagnata con una piena liberalizzazione del sistema televisivo, superando quel complesso sistema di regole (dalla legge Mammì in giù) che ostacola il libero accesso alla concorrenza.

A tale proposito, la tecnologia è stata ed è ancora una fondamentale alleata della libertà di espressione, basti pensare al ruolo del satellite, ma è egualmente necessario che si proceda a un radicale disboscamento delle norme che intralciano il settore.

Sarebbe quindi importante che quanti vanno disdicendo il canone sentissero come ugualmente urgente la privatizzazione delle tre reti Rai e, più in generale, il pieno avvento di un mercato televisivo davvero libero. L’argomento secondo cui una Rai pubblica è necessaria ad assicurare programmi di qualità è del tutto infondato, dato che se vi è una domanda di questo genere (ed è così) entro un quadro liberalizzato è facile prevedere che vi sarà chi si preoccuperà di soddisfare tale esigenza.
Non dimentichiamolo: la Rai è soprattutto un apparato burocratico di tipo orwelliano, poiché incarna le pretese di uno Stato che vuole rettamente educarci, informarci, divertirci.

Le stesse regole che oggi governano il sistema radiotelevisivo e che sbarrano la strada a nuovi soggetti privati sono figlie di quella logica, variamente sfruttata da questo o quel gruppo di interesse, ma la quale discende essenzialmente dalla volontà di voler gestire dall’alto la cultura e l’informazione.
L’iniziativa contro il canone Rai lanciata dal Giornale è una bella palla di neve: tirata in faccia alla malainformazione può obbligare qualcuno a correggere il tiro. Ma se essa si trasforma in una battaglia volta a cancellare lo statalismo radiotelevisivo, è possibile che quella palla generi una valanga. Un sommovimento generale volto a ridefinire l’Italia, per farne un Paese un po’ più libero.


Ora paghiamo la scorta al sacerdote no global che insulta i parà morti

di Giacomo Susca



Le crociate atto secondo, la carica dei preti d’assalto. In una mano il turibolo, nell’altra il megafono. Oro, incenso e rissa. Predicano la pace, intanto loro scatenano il finimondo. In principio c’era don Giorgio De Capitani, anni 71, sacerdote di Monte di Rovagnate di Lecco. Armato di blog, ha dichiarato guerra ai soldati italiani. 

Perché se in Afghanistan una bomba fa strage di parà, per lui vanno bollati come «mercenari pagati dal governo» e, già che c’è, spara a zero sul ministro La Russa. Insomma, se quanto a pietà non sembra proprio un esempio di devozione cristiana, va decisamente meglio col perdono. Proprio quello che gli ha concesso il cardinale Dionigi Tettamanzi, che si sarebbe limitato a un invito a smorzare i toni. 

Un rimprovero ufficiale sarebbe stato troppo severo. «Sì - minimizza don Giorgio - mi ha chiesto solo di moderare il linguaggio, nulla più». Per completare l’assoluzione, è pure giunto in suo soccorso il vicario episcopale di Lecco, monsignor Bruno Molinari: «La sua è una voce profetica...». In effetti un po’ invasato era sembrato. 

Qual è il colmo per un curato indiavolato con le forze armate? Passare tutto il (santo) giorno con degli uomini in divisa. Per carità, nessuno vuole arrestare don De Capitani causa vilipendio. Anzi - riporta Il Giorno -, la questura ha pensato bene di concedergli la scorta : dopo quello che ha detto e scritto ci sono «fondati timori» che possa essere aggredito. 

E scusate il disturbo. Tanto paghiamo noi. Un girotondo in abito talare. A volte cambi una vocale ma il pasticcio rimane. Se a Lecco è la politica, a Lecce è la fabbrica a valer bene una messa. Da celebrare in mezzo agli operai, s’intende, in cima al municipio di Tricase, con la benedizione del sindacato. Don Raffaele Bruno e don Stefano Rocca hanno celebrato il sacrificio... dei cassintegrati del calzaturificio Nuova Aldelchi e di altri 500 lavoratori in lotta contro i tagli. «Colpa dei padroni». 

Già, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Purché non sia un mattone abusivo. Don Paolo Farinella, il ribelle convertitosi a Micromega, il vangelo secondo la sinistra, s’atteggia a custode della rivelazione. Dall’antico Testamento al moderno catasto: «Non ho giurato fedeltà al cardinale Tarcisio Bertone che oltretutto ha ristrutturato una sua casa fuori dal piano regolatore». Scherzi da preti. 

Del resto padre Farinella ammette di non appartenere «a questa Chiesa», con la maiuscola. Molto meglio quella di San Torpete a Genova. Vuoi mettere, la domenica sali sul pulpito e offendi il segretario di Stato vaticano. In alternativa, t’inventi un funerale: «Dedico la messa alla morte dell’informazione italiana». Lettera ai fedeli: di questi tempi, tanto vale farsi confessare da Travaglio...

Evitateci il Lodo Roman Genio? Sì, ma stia dentro

Corriere della Sera


No, il Lodo Polanski no. Per favore. D'accordo, come regista è un genio. Ma è un adulto responsabile delle sue azioni; non può evitare una condanna per aver commesso un reato contro la persona perché a suo tempo ha diretto «Chinatown». O «Il pianista», o «Rosemary's Baby», o «Luna di fiele» (va bene, quando il film uscì c'era chi lo voleva in galera per Luna di fiele, ma è un'altra storia). La mobilitazione dei suoi amici, del mondo del cinema, del ministro degli Esteri francese, dell'Ump, il partito altrimenti moderato di Nicolas Sarkozy, pare degna di miglior causa. Giusto in Francia, i moderati lettori (spesso elettori di Sarko) del Figaro ieri votavano online; e a stragrande maggioranza erano favorevoli a far giudicare il loro concittadino negli Stati Uniti. Intanto, sempre online, i lettori liberal del New York Times scrivevano cose durissime. Meravigliandosi per il «lassismo delle élites europee», che in America è un tormentone conservatore, in genere.

Ma tant'è: e in tanti non capiscono perché ci dovrebbe essere una certezza del diritto per i normali e poi una certezza del diritto-Vip, meno certa. Specie se il Vip — 32 anni fa ma non è in prescrizione, con qualche probabile irregolarità processuale ma lui nel frattempo era scappato — ha drogato, fatto ubriacare e sodomizzato una tredicenne. Prenderne atto non è da forcaioli, forse. Lo ha spiegato il ministro della Giustizia svizzero, Eveline Widmer-Schlumpfsuch: «Non avevamo altra scelta. La biografia di una persona non deve definire un trattamento di favore davanti alla legge».

Certo, Polanski aveva da anni una casa in Svizzera e nessuno lo aveva disturbato. Certo, il suo arresto è un'eccellente diversione mediatica per il pubblico americano in un momento di crisi economica affrontata con fatica e di riforma sanitaria che non decolla; e c'è chi si chiede «ma il governo federale non aveva niente di meglio da fare che incastrare un settantaseienne?». È possibile. Ma Polanski non è stato rintracciato per aver scordato di pagare un po' di multe, tenuto droghe per uso personale o costruito un gazebo abusivo nella sua villa di Los Angeles. Aveva stordito una quasi bambina e le aveva fatto di tutto.

È, e resta, un reato grave. E non, come si leggeva ieri su Libération, «une affaire de moeurs vieille de 30 ans». I moeurs, i costumi, sono liberi nell'occidente civile da decenni e si spera lo restino. Tra adulti consenzienti, magari. Il portavoce dell'Ump obietta — e il principio non è insensato — che «l'assenza di prescrizione nel diritto americano rende gli Stati Uniti una democrazia particolare». Però è una democrazia dove Polanski aveva scelto di vivere. E i tempi di prescrizione dovrebbero dipendere dal delitto commesso. E forse lo stupro di una tredicenne non dovrebbe andare mai in prescrizione. È un danno gravissimo al diritto di essere tredicenni, soprattutto. Insomma, non «tout le monde est derrière Polanski», non tutti sono con lui. Ma non spieghiamolo ai registi, agli attori e ai ministri francesi; spieghiamolo alle ragazzine (per favore).

Maria Laura Rodotà

Ho una trentina di cause. E non riesco ad avere una polizza per le spese legali

Corriere della Sera

Solo una compagnia inglese e una americana disponibili a rifondere il danno, ma non le spese


Luigi Ferrarella, sulle pagine di questo giornale, ha sollevato un problema che condivido e mi tocca da vicino: la pressione politica (che in Italia è particolarmente anomala) sul condizionamento della libertà d’informazione forse non è l’aspetto più importante, anche se ciclicamente emerge quando coinvolge personaggi noti. Per questo facciamo grandi battaglie di principio e ignoriamo gli aspetti «pratici». Premesso che chiunque si senta diffamato ha il diritto di querelare, che chi non fa bene il proprio mestiere deve pagare, parliamo ora di chi lavora con coscienza. Alla sottoscritta era stata manifestata l'intenzione di togliere la tutela legale.

La direzione della terza rete ha fatto una battaglia affinché questa intenzione rientrasse, motivata dal dovere del servizio pubblico di esercitare il giornalismo d’inchiesta assumendosene rischi e responsabilità. Nell’incertezza sul come sarebbe andata a finire ho cercato un’assicurazione che coprisse le spese legali e l’eventuale danno in caso di soccombenza dovuta a fatti non dolosi. Intanto sul mercato italiano, di fatto, nessun operatore stipula polizze del genere, mentre su quello internazionale questa prassi è più diffusa. Bene, dopo aver compilato un questionario con l’elenco del numero di cause, l’ammontare dei danni richiesti e l’esito delle sentenze, una compagnia americana e una inglese, tenendo conto del comportamento giudicato fino a questo momento virtuoso, si sono dichiarate disponibili ad assicurare l’eventuale danno, ma non le spese legali. Sembra assurdo, ma il danno è un rischio che si può correre, mentre le spese legali in Italia sono una certezza: le cause possono durare fino a 10 anni e chiunque, impunemente, ti può trascinare in tribunale a prescindere dalla reale esistenza del fatto diffamatorio.

A chi ha il portafogli gonfio conviene chiedere risarcimenti miliardari in sede civile, perché tutto quello che rischia è il pagamento delle spese dell’avvocato. L’editore invece deve accantonare nel fondo rischi una percentuale dei danni richiesti per tutta la durata del procedimento e anticipare le spese ad una montagna di avvocati. Solo un editore molto solido può permettersi di resistere. Quattro anni fa mi sono stati chiesti 130 milioni di euro di risarcimento per un fatto inesistente, e la sentenza è ancora di là da venire. Se alle mie spalle invece della Rai ci fosse stata un’emittente più piccola avrebbe dovuto dichiarare lo stato di crisi. Visto che ad oggi le cause pendenti sulla mia testa sono una trentina, è facile capire che alla fine una pressione del genere può essere ben più potente di quella dei politici, e diventare fisicamente insostenibile. Questo avviene perché non esiste uno strumento di tutela. L’art. 96 del codice di procedura civile punisce l’autore delle lite temeraria, ma in che modo? Con una sanzione blanda, quasi mai applicata, che si fonda su una valutazione tecnica «paghi questa multa perché hai disturbato il giudice per un fatto inesistente». Nel diritto anglosassone invece la valutazione è «sociale», e il giudice ha il potere di condannare al pagamento di danni puntivi «chiedi 10 milioni di risarcimento per niente? Rischi di doverne pagare 20». La sanzione è parametrata sul valore della libertà di stampa, che viene limitata da un comportamento intimidatorio. La condanna pertanto deve essere esemplare. Ecco, copiamo tante cose dall’America, potremmo importare questa norma. Sarebbe il primo passo verso una libertà tutelata prima di tutto dal diritto. Al tiranno di turno puoi rispondere con uno strumento politico, quale la protesta, la manifestazione, ma se sei seppellito dalle cause, anche se infondate, alla fine soccombi.

Milena Gabanelli

Kabul, il Colle: "C'è il sostegno dell'opposizione"

di Redazione


Roma - Il "larghissimo sostegno dell’opinione pubblica e delle forze politiche all’impegno di militari italiani in missioni di pace all’estero", condiviso dalle "forze fondamentali dell’opposizione è un dato rilevante e importante, che non può essere scalfito da episodi di becera e indegna contestazione ai quali non può essere attribuito alcun peso e rilievo effettivo". Dopo le polemiche dell'opposizione alle dure parole del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che ieri aveva definito "una vergogna" la scritta "-6" apparsa su un muro di Milano dopo la strage di Kabul, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha voluto sottolineare che "le becere contestazioni non contano".

Il sostegno alla missione Ieri il leader Luigi Ferrarella, aveva chiesto al capo dello Stato di "ristabilire la verità dei fatti" sul sostegno bipartisan alla missione. Proprio per questo, oggi Napolitano ha confernato al numero uno dell'Udc di aver "sempre messo in luce l’importanza del larghissimo sostegno dell’opinione pubblica e delle forze politiche all’impegno di militari italiani in missioni di pace all’estero". "Questo sostegno, di cui sono state parte integrante le forze fondamentali dell’opposizione - ha spiegato il presidente della Repubblica - si è tradotto in generale commosso e rispettoso omaggio, da ultimo, ai sei nostri caduti in Afganistan e in affettuosa, solidale vicinanza alle loro famiglie. È questo un titolo di vanto per l’Italia, che ho sempre prospettato ai miei interlocutori stranieri, in piena sintonia con i responsabili della politica estera del governo partecipanti agli incontri da me tenuti. E si tratta di un dato rilevante e importante, che non può essere scalfito da episodi di becera e indegna contestazione ai quali non può essere attribuito alcun peso e rilievo effettivo".

Casini: "Ora parli il governo" Immediata la replica di Casini che ha ringrazaiato pubblicamente Napolitano chiedendo "altrettanta nettezza" da parte del governo. "Ancora una volta Napolitano si è fatto carico di rappresentare il Paese nella sua totalità, con grande senso dello Stato e rispetto della verità - ha puntualizzato il leader dell'Udc - nessuna polemica politica può occultare il limpido comportamento tenuto dall’opposizione in questa circostanza. Chi ha maggiori responsabilità di Governo - ha, quindi concluso Casini - dovrebbe essere il primo a riconoscerlo".

Pd attacca il governo "Dal Napoletano sono venute questa mattina parole di grande saggezza ed equilibrio sul sostegno che 'le forze fondamentali dell’opposizione' danno alle nostre missioni di pace all’estero". La presidente dei senatori Pd Anna Finocchiaro ha voluto sottolineare che quelle di Napolitano sono state "parole nette e molto significative che non possono essere travisate da nessuno e che dovrebbero far vergognare Berlusconi per le sue esternazioni di ieri". "E' inutile che qualcuno nel Pdl cerchi ora di mettere una pezza: di fronte alle parole del capo dello Stato - ha, infine, concluso la Finocchiaro - il silenzio del Pdl è la miglior cosa".

Frattini: "Il Pd fa ridere i polli" "Ma che leader sono? Fanno ridere i polli...". Con queste parole il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha rispedito al mittente le dure polemiche degli esponenti del Pd, Dario Franceschini e Pierluigi Bersani. Il titolare della Farnesina ha, infatti, difeso Berlusconi spiegando che il presidente del Consiglio "ha parlato col cuore". "Non ce l’aveva con Franceschini e Bersani - ha puntualizzato Frattini - ma i leader del Pd non hanno avuto l’intelligenza di capire che il grido 'vergogna' contro le scritte apparse in una città italiana avrebbero dovuto sposarlo anche loro".

Il commento : Franceschini si rassegni la Padania esiste anche senza di lui

di Redazione


Franceschini va alle sorgenti del Po a dire che la Padania non esiste e riesce con un acrobatico colpo di reni a mettere assieme un'asinata geografica, una cantonata politica, un colpo di sfiga, una contraddizione ideologica, una azione di destra e una gaffe araldica.

Andiamo in ordine.

Da che c'è una disciplina chiamata geografia esiste un posto chiamato Padania: «La regione italiana si divide in Padania e Appenninia» recita fin dai primi del Novecento il testo classico di Angelo Mariani. Uno un po' più illustre e politicamente accorto di lui, il Metternich, aveva ammesso l'esistenza di una entità che non gli garbava, l'Italia, almeno come espressione geografica. Franceschini non sa la geografia.

Un politico avveduto che aspira a restare segretario del secondo partito nazionale dovrebbe evitare affermazioni troppo drastiche in materia di architetture politiche. Gli Stati vanno e vengono, non c'è nulla di eterno e lui che si dice cattolico lo dovrebbe sapere più di altri. Franceschini non è un buon politico, ma non serviva questa conferma.

Prima di lui posizioni del genere le hanno prese in tanti e la cosa non ha portato loro niente di buono. Anche Giorgio III (ci si perdoni il paragone) aveva per esempio ironizzato sull'esistenza dell'America in quanto entità identitaria. Franceschini si mena gramo da solo e Dio solo sa quanto poco ne abbia bisogno.

Dice che la Padania non esiste e poi si piazza alla sua stessa sorgente simbolica. Anche Craxi era andato a Pontida per esorcizzare uno dei simboli del leghismo ed è finita come sappiamo. Franceschini è confuso, ma neppure questa è una novità.

Dove scopriamo un Franceschini inedito è nello slancio di patriottismo che non fa parte del Dna della parte politica da cui proviene e soprattutto di quella in cui si è intruppato. Democristiani che sventolano il tricolore non se ne vedevano da un pezzo, invece sinistri che hanno preso a farlo con l'impegno dei neofiti se ne vedono anche troppi.

Non hanno più un'idea in testa e non fanno che scimmiottare la destra. In verità qualcosa di democristiano lo ha fatto: ha brandeggiato - non si sa mai - anche un drapò piemontese. È poco addentro anche all'araldica autonomista perché Pian del Re si trova in terra occitana e avrebbe fatto meglio a munirsi anche della bandiera con la Croce di Tolosa. Ma per Franceschini non esiste evidentemente neppure l'Occitania.

Ma la cosa peggiore è il suo atteggiamento spocchioso da professorino, di quello che sa tutto e a cui non importa nulla di quello che sanno o vogliono gli altri. È lui che decide cosa sia giusto o no, così la Padania non esiste perché lui con la sua arietta da sapüta ha deciso che non esista. E se alcuni milioni di cittadini la pensano diversamente, peggio per loro!

Nessuno di noi sa se un giorno esisterà uno Stato chiamato Padania, nessuno sa se la maggioranza dei padani deciderà di essere parte di un altro posto, ma se lo farà avrà tutto il diritto di farlo. Qualcuno al Franceschini lo deve spiegare che in democrazia funziona così: cosa vuole essere lo decide la gente e non i grilli parlanti. Una dura realtà che apprenderà molto presto anche a casa sua.

Un giorno un gruppo di insorgenti vandeani aveva chiesto a uno dei suoi capi più prestigiosi, il generale Charrette, quale fosse la differenza fra la loro patria e quella dei nemici. La loro - è stata la risposta - è concreta, è quella che c'è sotto i piedi: quella dei giacobini invece è una costruzione ideologica, esiste solo nella loro testa. Non si riesce a capire dove possa trovare ospitalità l'idea di patria del Franceschini.

lunedì 28 settembre 2009

I centonove minorenni ergastolani: ecco i ragazzi che sconvolgono gli Usa

Corriere della Sera


Solo in Florida sono 77. 


A novembre la Corte suprema potrebbe decidere che le condanne violano la Costituzione

 

WASHINGTON - In America ci sono 109 detenuti condannati all’ergastolo per reati commessi in minore età, ma non per omicidi (quelli sono circa 2.500) bensì per rapine a mano armata, stupri, ecc. Detenuti che non usciranno vivi dai penitenziari in cui entrarono dai 13 ai 17 anni, ragazzi, addirittura bambini, a meno che la Corte suprema americana, che a novembre ne esaminerà il caso, non decida che la loro condanna viola la Costituzione. Lo riferisce il Los Angeles Times, precisando che i 109 sono stati scoperti da uno studioso della Florida, Paolo Annino, al termine di una lunga inchiesta.

77 IN FLORIDA - L’esistenza degli ergastolani minorenni era nota alle associazione dei diritti umani come Amnesty international, secondo cui l’America è l’unico paese al mondo che infligge questa pena per reati diversi dall’omicidio. Grazie a loro inoltre negli ultimi anni alcuni stati come la California hanno vietato l’ergastolo per i minori. Ma l’esito della inchiesta di Annino ha destato scandalo: nessuno sapeva che questi ergastolani fossero 109, di cui ben 77 in Florida, un triste primato.

Il Los Angeles Times ha citato i casi di Joe Sullivan e di Terrance Graham, entrambi in Florida. Nell’89, quando aveva 13 anni, Sullivan rapinò e stuprò con alcuni compagni una donna, e ricevette l’ergastolo (successivamente i suoi compagni furono scarcerati). E nel 2005, quando ne aveva 16, Graham commise due rapine a mano armata, inducendo il giudice a definirlo «incorreggibile». Invano i loro legali presentarono ricorso: la Florida era scossa da un’ondata di violenza giovanile, che era costata la vita anche ad alcuni turisti europei, e la Corte d’appello decretò che le condanne erano giustificate.

NESSUNA PREVISIONE - Bryan Gowdy, il legale di Sullivan, ora trentatreenne, sostiene che con vent’anni di penitenziario il suo cliente ha saldato il conto con la giustizia, e che l’America deve abolire l’ergastolo «per i minorenni che non hanno ucciso nessuno». Ma sulla sentenza della Corte suprema americana non si fanno previsioni: il suo presidente John Roberts e altri 4 giudici (in tutto sono 9) sono conservatori. Gowdy punta sulla capacità di persuasione della giudice appena nominata da Obama, Sonia Sotomayor, una liberal.

Dopo la condanna a morte, contro cui alcuni stati hanno adottato una moratoria, l’ergastolo ai minorenni che non si sono macchiati di omicidio diventa un problema di fondo per l’America. La Costituzione vieta pene «insolite e crudeli», e questa potrebbe esserlo.

Ennio Caretto

L'Akragas vince, dedica al boss E il questore gli toglie il campo

Corriere della Sera

Gioacchino Sferrazza ha definito «amico fraterno» un uomo arrestato. Il questore: «Messaggio devastante»


AGRIGENTO - L'Akragas non potrà giocare più le partite del torneo di Eccellenza in casa: il questore di Agrigento, Girolamo Di Fazio, ha ritirato per problemi di ordine pubblico la «licenza» di polizia che era stata concessa al presidente della società di calcio, Gioacchino Sferrazza, per potere svolgere «manifestazioni di pubblico spettacolo» come sono le gare sportive. «Le licenze di polizia - ha spiegato il questore Di Fazio - sono rilasciate "ad personam" e la storia personale del presidente dell'Akragas è cambiata dopo le sue dichiarazioni e quindi l'ho revocata».

LA VICENDA - Gioacchino Sferrazza domenica si era presentato ai giornalisti, dopo il successo per 5 a 0 contro lo Sporting Arenella (partita del campionato di Eccellenza) e, dallo stadio «Esseneto» di Agrigento, aveva lanciato il suo messaggio trasmesso in diretta da un'emittente radiofonica e cioè quello di dedicare la vittoria della sua squadra al presunto capo mafia di Palma di Montechiaro Niocola Ribisi, arrestato il 17 settembre scorso dalla polizia. I cronisti gli avevano fatto notare subito che si trattava di una «dedica fuori luogo», visto che era rivolta a un presunto boss mafioso. Per protesta, Sferrazza aveva imposto ai giocatori e all'allenatore il silenzio stampa.

LA DIFESA - Ma dopo che erano scoppiate le polemiche sul caso il presidente aveva fatto marcia indietro: «Ho dedicato la vittoria all' amico Nicola, non al boss mafioso». Queste dichiarazioni Sferrazza le aveva rilasciate al Tg5: «Io - ha puntualizzato il presidente - non entro nel merito se sia colpevole o innocente: fino a quando non ci si sarà una condanna Nicola per me resta un amico che fino a dieci giorni fa era con noi sempre allo stadio». Il presidente dell'Akragas aveva anche ricordato il «legame con la squadra dell'amico Nicola» sottolineando che la dedica «mi è stata chiesta da tutta la società, giocatore e tecnici».

IL QUESTORE - Sulla vicenda il questore di Agrigento Girolamo Di Fazio, prima di revocare la concessione dello stadio, aveva detto: «La dedica della vittoria dell'Akragas al presunto capo mafia di Palma di Montechiaro, Nicola Ribisi, ci lascia senza parole. Quanto è accaduto domenica a margine della partita di calcio giocatasi allo stadio Esseneto ci fa tornare indietro di 40 anni. I sentimenti che animano lo sport in generale e il calcio in particolare sono stati praticamente cancellati con un netto colpo di spugna». E poi aveva aggiunto: «Le parole di Sferrazza non passeranno inosservate - conclude il questore - e non è escluso che sulla vicenda possa venire aperta un'inchiesta della procura».

FIGC - Ora anche la Procura federale della Federazione italiana gioco calcio ha aperto un'istruttoria sulle dichiarazioni di Sferrazza. Il procuratore federale Stefano Palazzi ha acquisito i virgolettati riportati dagli organi di informazione e con ogni probabilità procederà al deferimento di Sferrazza per la violazione dell'articolo uno del codice di giustizia sportiva.

CHI E' - Ribisi, il presunto boss, 29 anni, titolare di un supermercato, è stato infatti arrestato il 17 settembre scorso. È accusato di associazione mafiosa. Secondo la polizia sarebbe il nuovo capo famiglia di Palma di Montechiaro. Il presidente dell'Akragas, 45 anni, invece, è titolare, insieme al fratello e ad altri familiari, di una catena di negozi che vendono dai giocattoli agli articoli da regalo.