lunedì 31 agosto 2009

Caso Boffo, la conferma del pg di Terni: "In archivio il fascicolo sulla condanna"

di Redazione


Terni - Il fascicolo di condanna c'è. Della vicenda chiusa con il patteggiamento di Guido Boffo e del pagamento dell'ammenda massima prevista: 516 per il reato di molestie. È conservato negli archivi del tribunale di Terni. Una vicenda sulla quale stamani non ha voluto fare commenti il procuratore della Repubblica, Fausto Cardella. Il magistrato, che all’epoca dei fatti non guidava ancora l’ufficio, si è limitato a confermare che nessuna iniziativa è stata presa dalla procura in seguito alla pubblicazione della notizie riguardanti Boffo da parte de Il Giornale.

Smentite Nel fascicolo riguardante il procedimento per molestie a carico di Boffo "non c’è assolutamente alcuna nota che riguardi le sue inclinazioni sessuali": a confermarlo ai giornalisti è stato oggi il gip di Terni Pierluigi Panariello. Il giudice si sta occupando della vicenda essendo stato chiamato a decidere in merito alle richieste di accesso agli atti presentate oggi da diversi giornalisti. Sull’istanza dei giornalisti deve esprimere un parere anche il procuratore della Repubblica Cardella. Dopo che lo avrà fatto gli atti passeranno al gip che dovrà pronunciarsi (una decisione è attesa non prima di domani mattina). Già in passato altri cronisti presentarono richiesta di accesso agli stessi atti, ma il gip di allora respinse le istanze.

La condanna La vicenda di Boffo venne definita con un decreto penale di condanna di 516 euro relativo al reato di molestie alla persona, anche se - secondo quanto si è appreso - il pm avrebbe potuto ridurre della metà la pena. Un atto al quale il direttore di Avvenire non fece opposizione e quindi la vicenda si chiuse senza la celebrazione del processo. Nell’indagine venne ipotizzato anche, inizialmente, il reato di ingiurie, ma la querela che ne era alla base - secondo quanto emerge dallo stesso fascicolo - venne poi rimessa. Tra gli atti del procedimento non figurano intercettazioni telefoniche. Ci sono invece i tabulati relativi al telefono di Boffo dal quale partirono le presunte chiamate moleste.

Mogavero (Cei): "Messaggio mafioso" "Sì, ho ricevuto l’informativa su Boffo anch’io e ne sono rimasto indignato". Il vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero, presidente del consiglio Cei per gli Affari giuridici, definisce il dossier "una forma di avvertimento che da siciliano definirei di tipo mafioso". Ricevuta l’informativa sul direttore dell’Avvenire, monsignor Mogavero racconta di averla "cestinata" e di essere "rimasto indignato della cosa. Se infatti - spiega il presidente Cei per gli Affari giuridici - dovesse trattarsi della fotocopia di documenti veri ci sono diverse violazioni di legge e, da alcune analisi fatte, emerge che vi sono diverse incongruenze. Inoltre il fatto che ci possa essere qualcuno che è andato a frugare in una casella giudiziaria di una procura è un reato gravissimo". Un testo del genere, "indirizzato a più persone", ha lo scopo di "un avvertimento" che, osserva il vescovo, "io da siciliano definirei di tipo mafioso" in particolare "nei confronti dei due cardinali citati, Camillo Ruini e Dionigi Tettamanzi".

Pensare alle dimissioni "Se ritiene che tutta la vicenda - dice monsignor Mogavero - pur essendo priva di fondamento, possa nuocere alla causa del giornale o agli uomini di Chiesa, Boffo potrebbe anche decidere di dimettersi". Ma così non sarebbe un’ammissione di colpa? "In effetti in Italia chi si dimette è sempre ritenuto colpevole. Ma non sempre è così. Ripeto: se lo facesse per il bene del giornale e della Chiesa.... Se Boffo accettasse anche di passare per un disgraziato pur di non nuocere alla causa del giornale, farebbe la cosa giusta. Poi nelle sedi opportune si accerteranno debitamente i fatti".

Contro il Giornale L’intera vicenda legata a questa informativa per Mogavero è "un affaraccio brutto, inquietante, spazzatura maleodorante e prestarsi a un gioco di questo genere è offensivo della dignità delle persone, della libertà di stampa e anche di una certa professionalità. Non credo proprio - sottolinea - si tratti di un autentico scoop". Il vescovo di Mazara del Vallo ragiona anche sulle conseguenze del caso Boffo. "Bisogna capire - spiega - che quando si entra nel piano della rappresaglia si sa da dove si comincia ma non si sa dove si va a finire, soprattutto perché esistono persone che poi in queste situazioni ci sguazzano. Certi signori - rimarca - si sono assunti la responsabilità morale di aver messo in moto un meccanismo che speriamo si fermi qui". In merito alla rivendicazione del direttore del Giornale Feltri di avere agito in autonomia dal presidente del Consiglio, Mogavero afferma: "Nessuno nega autonomia a Feltri, ma non sono disponibile a pensare che nessuno della proprietà del Giornale fosse al corrente di quanto si stava per pubblicare, saremmo fuori dal mondo se si sostenesse una cosa del genere. Può essere che non lo sapesse il presidente del Consiglio - conclude -, ma non la proprietà".




Lampadine tradizionali da 100 watt, addio da settembre

Quotidianonet




Lampadine tradizionali da 100 watt, addio: dal primo settembre arrivano quelle a basso consumo. Una vera e
propria ‘rivoluzione’ che costringera’ l’Europa a bandire da case, scuole e uffici lo strumento che fino a oggi ha permesso di irradiare i luoghi del nostro vivere quotidiano ma che ecologicamente ha un impatto troppo alto, oltretutto vista la presenza di alternative praticabili.
Bruxelles, nel nome della ‘Green policy’ e del risparmio energetico, ha stabilito che tutti i 27 paesi dell’Unione dal primo settembre inizino a sostituire gradualmente le vecchie lampadine. Una svolta epocale, che mette fine - dopo 131 anni - all’invenzione all’epoca rivoluzionaria di Thomas Edison. La fine di un’epoca. E l’inizio di un nuovo corso.
La ’svolta’ storica, in realta’, e’ arrivata a marzo, quando la Commissione europea ha adottato definitivamente due regolamenti che impongono, a partire dall’1 settembre, lo stop alle vendite delle lampadine a incandescenza. La decisione e’ stata presa dopo un dibattito serrato: fino all’ultimo c’e’ stato chi ha opposto resistenza, ma la commissione Ambiente del Parlamento europeo ha votato
‘no’ alla risoluzione dei contrari. La commissione dell’europarlamento non ha avuto dubbi: le sole lampadine a risparmio energetico, ha spiegato, “faranno risparmiare ai cittadini dell’Unione intorno ai 40 terawattora, l’equivalente del consumo elettrico nazionale della Romania, e tagliera’ le emissioni di CO2 di quasi 15 milioni di tonnellate l’anno”. Poi, dicono i dati europei, una volta che tutti avranno abbandonato le vecchie lampadine, il taglio di anidride carbonica nell’Europa dei 27 sara’ di 60 miliardi di tonnellate annue. A Strasburgo hanno quindi scelto per l’ecologia, e a Bruxelles in seconda battuta hanno ‘condiviso’ questa linea approvando i regolamenti licenziati dal Parlamento europeo. Lo stop alle vecchie lampadine a incandescenza sara’ graduale: si inizia con la messa al bando di quelle da 100 watt, poi dal primo gennaio 2010
commercializzazione vietata alle lampadine da 75 watt. Quindi, a settembre del 2011, tocchera’ alle lampadine da 60 watt, e infine, un anno dopo, a tutte le altre (da 40, 25 e 15 watt). Da settembre 2012, le vecchie lampadine saranno una volta per tutte ‘in pensione’.
Ma l’addio alle lampade a incandescenza non sara’ proprio definitivo: l’Europa, infatti, contempla delle eccezioni. L’invenzione di Edison restera’ ancora all’interno di frigoriferi, freezer e forni. Poi, dal 2016, via anche da li’. Per il resto dal 2012 le lampade ecologiche illumineranno ogni edificio pubblico, ufficio, strada, fabbrica e abitazione: le lampade compatte fluorescenti garantiranno un risparmio energetico fino all’80%, quelle alogene di nuova generazione dal 25 al 50%.
Alla fine l’Europa vantera’ - e’ stato stimato - un risparmio energetico quantificabile in 10 centrali da un gigawatt. E un ritorno economico non indifferente: grazie alle lampadine alogene e a basso consumo “l’Unione europea potra’ disporre ogni anno dai cinque ai dieci miliardi di euro”, hanno assicurato dal Parlamento europeo. Ma il beneficio economico riguardera’ anche le famiglie, che, assicurano da Bruxelles, “vedranno un risparmio nelle loro bollette dai 25 ai 50 euro l’anno Le famiglie, pero’, potrebbero risparmiare anche qualcosa in piu’. Almeno secondo i calcoli del vice-direttore nazionale di Legambiente, Andrea Poggio. Una solo lampadina ecologica, sostiene, “fa risparmiare in media 15 euro all’anno in bolletta”. Se gia’
prendiamo una casa con una camera, cucina e bagno e mettiamo una lampadina in ognuno dei tre vani, ecco che il risparmio eventuale raggiunge le stime dell’Unione europea (45 euro). Ma se gia’ mettiamo lampade a basso consumo in una casa che ha quattro stanze, o anche solo quattro lampadine, il risparmio annuo in bolletta potrebbe arrivare a 60 euro, piu’ di quanto stimato dall’Ue.
Edison, quindi, e’ sempre piu’ storia e sempre meno attualita’. E d’ora un poi, occhio ai Led, diodi semiconduttori che emettono luce da minuscoli chip di silicio: gli esperti gia’ li definiscono “il futuro dell’illuminazione”. Oggi sono ancora troppo costosi, ma una volta ‘a regime’ potranno illuminare 50 volte piu’ a lungo delle lampadine tradizionali a costi elettrici estremamente ridotti. Niente male.


Le mosse di Oltretevere. «Il peccato lo conosciamo, anche la Curia è umana»

Il Messaggero

di Franca Giansoldati

CITTA’ DEL VATICANO (31 agosto) - Se la diplomazia sotterranea di Papa Ratzinger non si arrende e continua a operare laboriosa per abbassare la temperatura, convincendo l’entourage del Cavaliere a diffondere un comunicato di appeasement nel quale Berlusconi assicura di non aver mai parlato con Feltri, sul tappeto resta integro il giallo della cosiddetta ’informativa’. Da dove è arrivata al Giornale? 



Chi l’ha prodotta? Perchè esce adesso? Già perchè cinque o sei mesi fa, mani ignote si erano premurate di far recapitare a vari destinatari, sia in Vaticano che fuori dal Vaticano, buste anonime contenenti fotocopie di documenti riguardanti un generico episodio di molestie a carico del direttore dell’Avvenire. Nelle buste non vi erano un paio di fogli fotocopiati, piegati meticolosamente in quattro, e null’altro. 


Niente spiegazioni, indirizzi, biglietti d’accompagnamento. Sul foglio principale il numero di protocollo della Procura di Terni appariva sbianchettato. Ma non veniva descritta nè la dinamica dell’episodio, nè il perchè e il per come delle molestie. «Spazzatura che deve ritornare alla spazzatura» si ripete in curia. La ’nota informativa’ che è alla base dell’attacco a Boffo ricorda per la sua dinamica episodi analoghi avvenuti in passato. 


Non è la prima volta che vengono fatti circolare dossier anonimi su questo o quel prelato, e quasi sempre per denunciare aspetti legati alla sfera personale. Le frequentazioni, le amicizie intime. E’ capitato, raccontano in Vaticano, che diverse carriere siano state stroncate proprio così, per la circolazione di notizie confezionate ad arte che finivano per imbastire un reticolo di episodi non graditi ed alimentare, di conseguenza, una spirale di ricatti. «Anche la curia è una struttura umana» afferma un anziano prelato, sinceramente addolorato per l’ennesimo scandalo che sta infangando la reputazione di «valido professionista» oltre che il buon nome della Chiesa. Difficile dimenticare il polverone che riuscì a sollevare monsignor Marinelli. 


Nel Duemila, anno del Giubileo, fece scalpore il suo libro intitolato «Via col vento in Vaticano». L’autore, dopo essere andato in pensione, per vendicarsi della mancata promozione, descriveva maneggi finanziari, episodi di corruzione oltre che l’esistenza di preti col vizietto, inappuntabili sacerdoti di giorno, adescatori di notte. La vicenda finì lì ma l’anno dopo con lo scoppiare negli Stati Uniti dello scandalo degli abusi sessuali e l’introduzione del principio della ’tolleranza zero’ contro i preti pedofili, certi dossier anonimi ripresero a circolare. Intrighi di corte. 


Un paio d’anni fa, invece, un alto funzionario vaticano venne messo alla porta per avere realizzato, d’accordo con una tv, una storia di adescamento su internet di un giovane gay. Il motivo che spingeva il prelato a realizzare questa specie di reality, era far scoppiare il caso dell’esistenza di sacerdoti omosessuali. Nel marzo di quest’anno Papa Ratzinger al Seminario Romano si lamentò che in Chiesa «ci si morde e ci si divora». Come dargli torto.

Niente da dichiarare? Dieci domande ai moralisti

Libero


A sentire il segretario uscente del Pd Dario Franceschini siamo in piena emergenza democratica e urge una manifestazione di piazza. Ma è solo l’eco della voce di Ezio Mauro, direttore di Repubblica. Mario Calabresi, direttore della Stampa parla di «estate dei veleni» e si ricongiunge – segno del destino – all’Adriano Sofri che evoca «l’artiglieria pesante».

L’Avvenire, quotidiano dei vescovi, parla di «inqualificabile attacco». Cosa sta succedendo? Berlusconi guida un carro armato? No, lui denuncia il giornale-partito per le dieci domande (faccia pure, problemi suoi), mentre una serie di inchieste giornalistiche rompe gli schemi (e forse anche qualcos’altro) dei moralisti ipocriti che fino a ieri impartivano lezioni di bon ton e oggi si ritrovano i propri scheletrucci impaginati e i piani di potere scompaginati.

Scritte le cronache sulla varia e avariata umanità di queste settimane, osservate le ultime roboanti reazioni, abbiamo deciso di fare dieci domande ai moralisti. Non per gioco né per apparir seriosi, ci siamo armati di penna e in riunione di redazione abbiamo tirato giù una serie di quesiti semplici, quelli che si pone l’uomo della strada, quelli che frullano nella testa dei lettori di Libero.

Perché è strano vedere i paladini della libertà di stampa a getto continuo accigliarsi improvvisamente. Il direttore di Repubblica denuncia con il suo giornale l’evasione fiscale? Bene, ma con un po’ di furia in meno, qualche tocco di ragionevolezza e meno ipocrisia, un grande giornalista come Ezio Mauro avrebbe potuto trarre lezione dalla sua esperienza. 

Ha provato su se stesso la voracità del fisco quando ha acquistato una casa, ha ecceduto un po’ con il “nero” – praticamente la metà del valore dell’immobile – e dunque due o tre giustificazioni non per gli evasori totali (da rinchiudere) ma per quelli che sbarcano il lunario avrebbe dovuto trovarle. Invece no. Moralista al titanio e cavalleria corazzata con l’uomo nero, il Cav. e tutti quelli che osano uscire dalla vulgata del giornale-partito. Libero ha raccontato la sua storia, è comune a quella di tanti italiani. 

Eppure basta porre due domande (Per il direttore di Repubblica Ezio Mauro l’evasione fiscale è o non è un comportamento grave? Ezio Mauro è sempre contrario al condono fiscale?) per veder tracimare il moralismo di tutti questi anni. 

Il moralista non tollera le debolezze altrui ed essendo impegnato a vivisezionare le vite degli altri, si distrae sulla propria. Il direttore del quotidiano della Cei, Dino Boffo, minimizza quel che gli è accaduto in passato. A parti invertite, tanto per fare un esempio, Repubblica scriverebbe che lo “stile di vita” non è compatibile con la carica che ricopre. Libero non è Repubblica, tuttavia un paio di quesiti semplici semplici ce li siamo posti: il direttore di Avvenire intimidiva al telefono la moglie del suo amante? È un comportamento grave o no? 

La direzione del quotidiano della Cei, Avvenire, può essere affidata a un condannato per molestie? Come fa la Chiesa a considerare l’omosessualità una condizione di disordine salvo poi difendere il direttore di Avvenire? Per la Chiesa è più grave il libertinaggio o la pratica omosessuale, l’adulterio o il reato di molestia? Sono interrogativi che non poniamo affatto a cuor leggero, comprendiamo i drammi delle persone e i dilemmi delle comunità. Per questo sarebbe stato più incoraggiante leggere non solo sdegnate reazioni e difese a oltranza, ma anche qualche riflessione sulla tolleranza e il semplice buonsenso. 

Quando è cominciata la guerra per l’eredità Agnelli, Libero ha fatto un lungo lavoro di scavo e racconto. Maurizio Belpietro ha pubblicato ciò che altri editori (Longanesi) avevano rifiutato: il libro di Gigi Moncalvo che raccontava la battaglia di Margherita contro il resto della famiglia. Poi il normale lavoro di giornalismo investigativo ha fatto il resto, spiegato i rischi in sede penale e civile per gli Agnelli, i dubbi sulla dichiarazione dei redditi dell’Avvocato, spiegato perché la Fondazione Alkyone nel paradiso fiscale di Vaduz solletica la curiosità del Fisco. Niente sofisticazioni, nessun estrogeno giornalistico. 

Ma improvvisamente la cronaca per i moralisti che non hanno mai messo in prima pagina l’evasione fiscale (presunta) degli Agnelli, le cronache di Libero sono diventate veleni, attacchi al defunto da venerare senza se e senza ma. Eppure ci si chiede semplicemente se è giusto che l’Agenzia delle Entrate indaghi sui beni all’estero dell’Avvocato, se i giornali debbano o no raccontare questa vicenda. Le domande sono retoriche ma il problema è che le risposte che arrivano da più parti non lo sono e lasciano di stucco. 

A volte le risposte non arrivano proprio, passi il silenzio sulle illazioni o le ricostruzioni fantasiose ma se un Dario Franceschini qualsiasi non si degna neppure di dare un segno di vita quando Libero gli fa notare l’aggiustamento biografico del suo periodo da sindaco all’Eni, negli anni Novanta, in piena Prima Repubblica, vuol dire che il doppiopesismo è diventato legge e quello che per il centrodestra è peccato grave, per il centrosinistra è un diritto inalienabile. E alla fine dei giochi, basta raccontare un po’ di fatti e misfatti per scoprire che non scoppiano di salute. Ma di moralismo.

Mario Sechi 


Le dieci domande: 
  • 1) Per il direttore di Repubblica Ezio Mauro l'evasione fiscale è o non è un comportamento grave?
  • 2) Il direttore di Svvenire intimidiva al telefono la moglie del suo amante. E' un comportamento grave o no?
  • 3) la direzione del quotidiano della Cei, Avvenire, può essere affidata a un condannato per molestie?
  • 4) Ezio Mauro è sempre contrario al condono fiscale?
  • 5) Come fa la chiesa a considerare l'omosessualità una condizione di disordine e poi difendere il direttore di Avvenire?
  • 6) Per la Chiesa è più grave il libertinaggio o la pratica omosessuale, l'adulterio o il reato per molestie?
  • 7) E' giusto o no che l'agenzia delle Entrate accerti se Gianni Agnelli ha nascosto i suoi beni all'estero evadendo il Fisco?
  • 8) I giornali devono raccontare lo scontro in famiglia per l'eredità Agnelli o no?
  • 9) Perché Franceschini sbianchetta dalla sua biografia il suo passato di sindaco dell'Eni negli anni di Tangentopoli?
10) Repubblica e la Stampa hanno pubblicato per primi e in esclusiva le parole di Veronica contro Berlusconi. PErché Adriano Sogfri su Repubblica e Mario calabresi su La Stampa ora condannano l'estate dei veleni?

Mauro, l’uomo che non risponde alle domande

di Luigi Mascheroni



Roma - Dedicato a Ezio Mauro, riservato e immacolato giornalista integralmente indipendente, partito come collaboratore della democristiana Gazzetta del Popolo di Torino e approdato ai vertici della debenedettiana Repubblica, sotto la testata della quale, il primo giorno da direttore, era il 6 maggio 1996, in spregio alla tradizionale riservatezza piemontese e soprattutto agli accordi sindacali appena firmati, pose, accanto al nome del Fondatore, anche il proprio. 

Egolatria, direbbe Adriano Sofri. Sotto la testata di Repubblica, e sotto il suo nome, accanto ad accorati appelli alla Trasparenza, alla Moralità, alla Chiarezza, da quattro mesi Ezio Mauro, che da allora è diventato un po’ il Gerry Scotti del giornalismo, tutti i giorni ci accende due pulsanti così con le Dieci Domande al premier. Facendo dell’ormai insopportabile tormentone, peraltro con qualche mese di ritardo rispetto alle Dieci Domande che il Giornale, otto mesi fa, pose ad Antonio Di Pietro a proposito dei misteriosi criteri di finanziamento pubblico alla sua «Italia dei Valori», ... ma questa è un’altra storia..., un vero e proprio genere giornalistico. 

Editoriale, commento, intervista, fogliettone, Dieci Domande. Un blog, tanto per dire, di recente ha persino posto Dieci Domande a Ezio Mauro sul perché dopo le centinaia di articoli dedicati da Repubblica al senatore Ignazio Marino, da quando questi si è candidato segretario del Pd, lo ha completamente ignorato. Ma c’è anche chi ha posto Dieci Domande a George Clooney sulla sua storia con la Canalis, solo per dire dove siamo finiti... 

Solo per dire dove vogliamo arrivare, e proprio per non scivolar nel peggiore dei luoghi comuni del giornalismo, non staremo a rivolgere al furbetto del pariolino le scontate Dieci Domande sulla scalata al suo attico romano. Ne faremo solo Una, sperando che ciò tagli i tempi della risposta, visto che a oggi Repubblica (tra il silenzioso chiasso dell’intero arco costituzionale della stampa libera e democratica) non dedica una-riga-una alla vicenda. E la domanda è: «Alla luce di quanto emerso in questi nove anni, come è avvenuta, signor Direttore, la transazione immobiliare che L’ha resa proprietario del Suo attico ai Parioli?». 

Sì, quello su due piani, al quarto l’ampio salone, cucina e tre camere e terrazzo e al quinto due camere, un soggiorno-veranda, bagni e studio. Quello pagato nel 2000 2 miliardi e 150 milioni di lire, di cui 850 milioni in nero. Quello che - a occhio - ci stanno comodi una trentina di immigrati clandestini di quelli che Repubblica continua a domandarsi se è morale che stiano chiusi nei centri di accoglienza... Li inviti a casa sua, a chiederglielo. 

«In un Paese normale, la politica deve star fuori dal mercato, badando a fissare le regole...», Lei scriveva - signor Direttore - in uno di quegli integerrimi editoriali in cui si scagliava contro quei furbetti «affaristi, speculatori e profittatori» che scalavano, si parva licet..., non attici ma banche e giornali. Uno di quegli editoriali intitolati, virtuosamente, «Senza indulgenze», «Dov’è la vergogna», «Il bene del Paese», o - ma pensa i casi della vita... - «Insabbiare».

Ecco Direttore, malgrado l’altezza non propriamente da struzzo, tiri fuori la testa. Si guardi in giro. E, forte dell’esperienza acquisita a suo tempo come corrispondente da Mosca negli anni della glasnost, che vuol dire «trasparenza», ci dica chiaramente come è andata la storia del suo attico.

Si liberi, Direttore, del ciarpame immobiliare che La circonda. Non Le chiediamo, come ormai un po’ pesantemente Lei sta ripetendo da tempo, «se il nostro Primo Ministro si sente soggetto alle comuni leggi civili e morali?». Ma soltanto se Lei si sente soggetto a quelle fiscali.
Riassumendo il suo lavoro, una volta Lei ha detto che «La vita di un direttore è una vita sotto il neon». Bene. L’accendiamo?

Una nuova superperizia smonta l’accusa ad Alberto

Corriere della Sera

Garlasco, Stasi era al computer nell’ora del delitto


Usò il pc dalle 9.36 alle 12.20. Chiara fu uccisa tra le 11 e le 11.30



MILANO — Periti dell’accu­sa, della difesa, della parte civi­le e del giudice. Per una volta sono tutti d’accordo: Alberto Stasi dice la verità quando so­stiene che la mattina del 13 agosto 2007 ha lavorato alla sua tesi di laurea. I nuovi accer­tamenti ordinati dal giudice dell’udienza preliminare Stefa­no Vitelli hanno scovato detta­gli mai emersi in due anni di indagini che ora finiranno nel­le superperizie da consegnare al gup entro la fine del mese. Il biondino di Garlasco, rivelano quei dettagli, ha acceso il com­puter alle 9.36, ha guardato fil­mini e immagini pornografi­che dopodiché ha salvato più volte file di Word (presumibil­mente parti della tesi) fra le 10.20 e le 12.20.

Particolari che fanno a pu­gni con la ricostruzione del de­litto proposta finora in aula dal pubblico ministero Rosa Muscio. Che smontano l'impal­catura sulla quale la procura di Vigevano ha costruito l’inchie­sta. Perché la dottoressa Mu­scio ha sposato e sostenuto, davanti al giudice, la tesi del suo medico legale e cioè che Chiara Poggi, la fidanzata di Al­berto uccisa a colpi in testa con un’arma mai trovata, è morta «tra le 10.30 e le 12, con maggior centratura tra le 11 e le 11.30». Di più. Il pubblico ministero si è spinto a definire «assolutamente oggettivi» i dati della sua perizia medi­co- legale bocciando la consu­lenza del consulente nomina­to da Alberto Stasi (l’unico in­dagato di quest’inchiesta) che invece, paradossalmente, ha sempre anticipato l’orario del­la morte fra le 9 e le dieci.

La domanda è: com’è stato possibile non rilevare dati così importanti per le indagini in due anni di perizie e contrope­rizie? La risposta è nel sospet­to che, prima gli avvocati di Stasi e poi lo stesso giudice Vi­telli, hanno avanzato durante le udienze. E cioè il timore che i carabinieri, controllando il computer di Alberto prima di consegnarlo alla procura, aves­sero involontariamente altera­to i dati custoditi nella sua me­moria. E adesso i nuovi esami informatici lo confermano: ot­to consulenti tecnici dicono tutti assieme che sì, aprendo fi­le, filmati, fotografie sul com­puter di Alberto, i carabinieri hanno cancellato senza voler­lo le tracce dei salvataggi di Word fra le 10.20 e le 12.20.

Per arrivare a questa conclusione sono stati simulati prima la scrittura di qualche pagina di tesi e poi le operazioni esegui­te dai carabinieri. Risultato: il sistema operativo ha cancella­to i file di salvataggio, proprio come accadde ad agosto del 2007. Per ritrovarli è stato ne­cessario esplorare un’area del computer mai visionata finora e per entrare in quell’area si è dovuto seguire una procedura tutt’altro che standard, voluta da tutti i periti informatici. Ma sapere come ci si è arri­vati ad Alberto importa poco. Lui parte dalla fine, dall’esito. E sa benissimo che questo è un punto a suo favore, che il pubblico ministero adesso sa­rà in difficoltà.

Come rivedere il teorema accusatorio che ipo­tizza il delitto in una fascia ora­ria per la quale a questo punto esiste un alibi? Per la verità anche per la dife­sa non mancherà qualche imba­razzo. Pure agli avvocati di Al­berto toccherà tornare davanti al giudice a rimangiarsi le ipote­si fin qui sostenute sull’ora del­la morte «fra le 9 e le 10». Lo sce­nario più probabile, a questo punto, è che ciascuna delle par­ti provi a plasmare la propria te­si sui nuovi risultati tecnici. Chi non ha mai cambiato di una virgola la versione della prima ora è Franca Bermani, la madre di una delle vicine di ca­sa di Chiara Poggi.

La signora Bermani disse di aver visto da­vanti a casa Poggi una biciclet­ta nera da donna alle 9.10 di quel 13 agosto, stessa ora in cui Chiara ha disattivato l’anti­furto di casa. Il giudice Vitelli ha voluto che fosse risentita e lei è stata di nuovo categorica: la bici c’era ed era nera. Non quella che le è stata mostrata in fotografia, cioè la bicicletta bordeaux di Alberto sul cui pe­dale è stato trovato il dna di Chiara (sangue, secondo l’accu­sa). Così in questi giorni in pro­cura si prova a ragionare secon­do un nuovo schema: il delitto può essere stato commesso pri­ma delle 9.36 o dopo le 12.20?
Giusi Fasano

Le carte su Boffo? Sono tutte vere»

di Paolo Bracalini

Appena ha letto la risposta ai lettori di Dino Boffo su Avvenire si è riconosciuto subito nell’identikit del «molto informato» ex collaboratore di Avvenire che per «saldare qualche vecchio conto» sparge fango sul suo ex direttore. «Parlava di me, ho collaborato con la pagina politica del suo giornale per tre anni e mezzo, senza contratto, e per primo sul mio blog ho scritto della sua condanna per molestie. Ma è tutto vero, altro che patacche o veline. Invece di parlare di attacchi disgustosi Boffo dovrebbe raccontarci la verità.

La privacy per un uomo pubblico come lui non può diventare un paravento da ipocriti». Mario Adinolfi, esponente Pd di fede franceschiniana, non è né un mangiapreti né un berlusconiano. Cattolico (militava nella Margherita, ha lavorato per la Radio Vaticana), feroce sostenitore del Noemi-gate, ora assiste con imbarazzo alla fulminea conversione anti gossip del suo partito sul Boffo-gate: «Il Pd dovrebbe difendere la libertà di informazione sempre, non solo per la stampa amica. Feltri ha scritto di fatti incontrovertibili e ha rotto il muro di omertà sulle relazioni omosex del direttore di Avvenire. La sentenza di Terni è un fatto, una notizia che in qualsiasi paese del mondo sarebbe finita immediatamente in pagina».

Ma come Adinolfi? Anche lei, già aspirante segretario del Pd, si mette a spacciare patacche?
«Macché patacche, qui c’è una sentenza di un tribunale e di quella si deve parlare. L’ho scritto il 20 settembre del 2005, raccontando il fatto. Nessuno allora mi diede del pataccaro, non ebbi querele né atteggiamenti di risentimento. Forse perché pensavano che la cosa potesse rimanere sotto silenzio».

Lei chiese quei documenti al gip di Terni, Augusto Fornaci.
«Formalmente, per iscritto. Andai di persona a Terni e la cancelleria identificò gli estremi della sentenza. Ma poi, quando capirono a chi si riferiva, mi negarono il documento».

Con che motivazioni?
«Dicendo che quella vicenda coinvolgeva “relazioni interpersonali pregresse” e che quindi gli atti non potevano essere resi pubblici».

Anche se c’è un articolo di legge per cui gli atti di un procedimento penale dovrebbero essere accessibili.
«Certo, e questo dice qualcosa sulla magistratura italiana».

Boffo risponde: è una montatura giornalistica.
«Invece il decreto penale di condanna è un fatto. E l’informativa, che non conosco e che ho appreso dal Giornale, corrisponde sicuramente a quel che è noto dei comportamenti di Boffo».

Vuole forse vendicarsi di Boffo perché non l’ha mai assunta all’«Avvenire»?
«Ma per favore. Lo dico pasolinianamente: non è una battaglia sulla persona ma sulle idee. A Boffo va il mio pensiero cristiano, perché immagino la sua vergogna e il suo dolore. Quello che è inaccettabile è che in Italia la verità diventi sempre pirandelliana, per cui ce n’è una, nessuna e centomila. Non è così, la verità è una sola e in questo caso è molto chiara. E poi, tirare in ballo i morti mi è sembrato una difesa sconvolgente da parte di un cristiano».

I morti?
«Boffo dice che le telefonate moleste partivano dal suo cellulare ma non era lui a farle, bensì un ragazzo, che guardacaso però è morto di overdose e non può più smentire».

Lei è colpevolista.
«No, ma quella è una giustificazione che mi inquieta molto. Boffo, per fugare i dubbi, invece di sbraitare potrebbe raccontare in prima persona quella vicenda. Spiegare perché nei confronti di quella donna sono stati pagati dei soldi. È lei la vera vittima in tutta questa vicenda».

Si parla di privacy violata.
«La privacy dei personaggi pubblici non esiste, hanno dei doveri di coerenza che ho reclamato molto duramente per Berlusconi. E se uno predica moralità e sobrietà dei costumi deve essere sobrio nei costumi. È un’ovvietà».

Libertà di inchiesta per tutti, non solo per «Repubblica», quindi?
«Certo, pretendo che la mia parte politica sia onesta e difenda la libertà di informazione di tutti, anche dei giornali non schierati con noi. C’è un problema intellettuale a sinistra, questa ipocrisia va superata».

La Cei ha reagito duramente.
«L’ipocrisia invece fa male soprattutto alla credibilità della Chiesa. Se si comporta come un potere, perde di forza. È questo il male che stanno facendo Dino Boffo e chi lo copre. Quando si sale su una cattedra morale bisogna essere degni di quella cattedra».

La smentita di Boffo: "E' una patacca" Feltri: "E io ripubblico le carte: eccole"

di Redazione


Milano - Non una "informativa" proveniente da un fascicolo giudiziario ma "una emerita patacca". Così Dino Boffo, direttore di Avvenire, definisce il "documento" che ha portato il Giornale di Vittorio Feltri ad attaccarlo per un presunto "incidente sessuale". "Nessuna schedatura, ma fatti. Boffo contesti i documenti facendo vedere le sue carte. Se ne ha". Questa la risposta del direttore del quotidiano di Via Negri. 

Nessuna informativa "Non ho mai parlato di schedature o informative giudiziarie e il Viminale non c'entra in nessun modo. Abbiamo un documento che prova un fatto, se il fatto non é vero Boffo lo smentisca offrendo i suoi documenti ai giornali". Così replica il direttore de Il Giornale. E sui presunti contatti con il premier: "Mai stato negli ultimi quattro mesi a Roma, né a Palazzo Chigi né a Palazzo Grazioli e non ho sentito il premier Silvio Berlusconi al telefono. L'unico a telefonarmi, la sera di venerdì prima che l'articolo su Boffo uscisse, è stato il sottosegretario Gianni Letta che aveva saputo della cosa. Ma erano le 23,30 e il giornale era già chiuso".

Berlusconi: "Mai parlato con Feltri" "In questi giorni non ho mai avuto alcuna conversazione telefonica con il direttore de Il Giornale, né con altri suoi collaboratori". Lo afferma il premier Silvio Berlusconi smentendo alcune ricostruzioni giornalistiche che definisce, nel caso specifico, "falsità". "Di fronte alla marea di voci, insinuazioni e presunte rivelazioni apparse stamane sui giornali è impossibile smentirle tutte - afferma il premier - ma su una falsità non posso tacere: in questi giorni non ho mai avuto alcuna conversazione telefonica con il direttore de Il Giornale né con altri suoi collaboratori". 

Feltri: "Andiamo avanti" Sulla vicenda Boffo il direttore del Giornale non retrocede di un passo: "Abbiamo un documento, che tra l'altro domani ripubblichiamo, in cui si prova che il direttore dell'Avvenire ha patteggiato per molestie personali e che la cosa è stata trasformata in una pena pecuniaria. Sui motivi del patteggiamento vai a capire, comunque noi abbiamo un documento che prova un fatto. Dovrebbe essere lui a questo punto ad offrire la sua documentazione ai giornali, il resto non conta. Non conta da chi lo abbiamo avuto, non conta se ci sono errori perché non è un testo di diritto. Anche se i termini fossero impropri i fatti sono questi e se qualcuno è in grado di smentirli lo faccia. Io non provo nessun imbarazzo - aggiunge Feltri -, l'imbarazzo dovrebbe essere di Bagnasco se lo sapeva e anche di Boffo. Mi rendo conto che è un'intromissione nel suo privato e mi dispiace ma quello che volevo dire era proprio questo, il mio discorso era politico. Volevo dire che bisogna fare attenzione al privato se non hai tutte le carte in regola e nessuno di noi ce l'ha. Io per esempio non mi permetterei di fare la morale sulle signorine con cui qualcuno si accompagna. Non capisco perché si può fare a Berlusconi e non al direttore dell'Avvenire, non siamo tutti uguali?".

Telefonata di Maroni Boffo racconta di avere ricevuto "una inattesa telefonata da Roberto Maroni". Boffo, in una lunga risposta alle lettere dei lettori dell’

Avvenire, si riferisce alle affermazioni del Giornale, (secondo il quale sarebbe stato da tempo "già attenzionato dalla polizia per le sue frequentazioni") e spiega che Maroni "ha voluto manifestarmi la sua solidarietà e il senso di schifo che gli nasceva dalle cose lette" ma "teneva anche ad assicurarmi di aver ordinato un’immediata verifica nell’apparato di pubblica sicurezza centrale e periferico che da lui dipende, e che nulla, assolutamente nulla di nulla era emerso".

Fantomatico atto giudiziario Quello citato dal Giornale, insomma, non era, afferma Boffo, un "fantomatico atto giudiziario ma una vera sola", che si potrebbe "spulciare riga per riga" per controbattere "e far emergere di quel testo anzitutto l’implausibilità tecnica, poi magari sostanziale. Lo faremo, se necessario". Come avrà fatto, si chiede Boffo, "il Mourinho dei direttori", il "primo degli astuti" a "non porsi una domandina elementare prima di dare il via libera alla danza (infernale): questo testo che ho in mano è realmente un'informativa che proviene da un fascicolo giudiziario oppure è una patacca che, con un minimo appiglio, monta una situazione fantasiosa, fantastica, criminale? Perché, collega Feltri, questa domandina facile facile non te la sei posta? Ma se te la fossi fatta, sei proprio sicuro di aver vicino a te le persone e le competenze giuste per compiere i passi a seconda della gamba? Non sei corso troppo precipitosamente a inaugurare la tua nuova stagione al timone di quello che non è più un foglio corsaro, ma il quotidiano della famiglia del presidente del Consiglio?".

La querela Comunque, conclude il direttore di Avvenire, "quanto di fondamentale non farà spontaneamente capolino davanti all’opinione pubblica, emergerà civilmente e pacatamente in un tribunale della Repubblica, cui i miei avvocati già lunedì si presenteranno per la querela".


Il «mini dossier» che accusa Boffo spedito ai vescovi

Corriere della Sera

L’intestazione: riscontro a richiesta di informativa
Il testo consegnato a tutti i prelati tre mesi fa


MILANO — Il suo anonimo estensore, chiunque sia, l’ha in­titolato «Riscontro a richiesta di informativa di Sua Eccellen­za»: e la prima osservazione, in effetti, è che nessun atto giudi­ziario tecnicamente definibile come tale porterebbe mai una intestazione del genere. Fatto sta che la famosa «nota» di cui tutta Italia sta parlando da tre giorni è questa qui: un foglio con 30 righe dattiloscritte in cui figurano espressioni tipo «prefato», «attenzionato», non­ché un discreto «sconcie» con la «i» a descrizione delle telefo­nate che sarebbero valse a Di­no Boffo, direttore dell’ Avveni­re , quei 516 euro di ammenda patteggiati nel 2004 davanti al tribunale di Terni.

La prima notizia di cui si è avuta definitiva conferma ieri è che quel foglio, appunto, non è un atto giudiziario ben­sì una lettera anonima. La se­conda è che si tratta dello stes­so foglio che praticamente tut­ti i vescovi d’Italia avevano ri­cevuto per posta, insieme con la fotocopia assai più stringata dell’effettivo decreto di patteg­giamento, addirittura tre mesi fa: e che tutti quanti, a suo tempo, avevano buttato nel ce­stino.

A questo proposito può vale­re per tutte la dichiarazione ri­lasciata sabato da monsignor Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze a sua volta citato nel foglio in questione: «Quanto ai fogli anonimi che circolano in questi giorni, assurti al rango di 'informativa', li ho sempre ritenuti degni del cestino della spazzatura, quella spazzatura da cui provengono e devono tornare». Riassumiamo.

Siamo a fine maggio. Anche se il caso «Berlusconi-Noemi», in quel periodo, si è già trasfor­mato ormai da settimane nel­l ’assai più ampio caso «Berlusconi+altre» lo scontro con Avvenire sulla morale del premier è ancora ben al di là da venire: gli interventi del di­rettore Dino Boffo sull’argo­mento, infatti, prendono il via solo il mese scorso. Eppure è già allora, tre mesi fa appunto, che sulle scrivanie delle curie italiane arrivano due fogli A4 spillati insieme e spediti da non si sa chi.

Uno è la fotocopia di un ve­ro certificato del casellario giu­diziale di Terni (GUARDA) . Vi si leggono solo gli estremi di un decreto penale che il 9 agosto 2004 con­dannava Dino Boffo alla «am­menda di 516 euro» per il «rea­to di molestia alle persone commesso in Terni nel genna­io 2002»: nessun dettaglio ulte­riore.

Il secondo foglio (GUARDA) è quello di cui si diceva in principio. Chi lo scrive non lo intesta né a un giudice né a un pm, ma appun­to a una fantomatica «Eccellen­za » che gliene avrebbe fatto «ri­chiesta »: ora è vero che questo è il titolo dei vescovi ma è an­che quello, per esempio, dei prefetti. E il linguaggio del do­cumento non assomiglia per niente a chi si intende di cose di Chiesa.

Vi si legge così, come a spie­gazione di quel che nel decreto non c’è, tutto quel che Il Gior­nale ha riportato venerdì scor­so e cioè che «la condanna è stata originata da più compor­tamenti posti in essere dal pre­fato ». E che «il Boffo è stato a suo tempo querelato da una si­gnora di Terni destinataria di telefonate sconcie (sic) e offen­sive » eccetera, e che «il Procu­ratore della Repubblica rinvia­va a giudizio il prevenuto» (an­che se una procura lo chiede, non lo decide), e che «Boffo aveva tacitato la parte offesa con un notevole risarcimento finanziario che...»: e la frase ri­prende la riga sotto con «per questo aveva ritirato la quere­la ». La nota continua si chiude come ormai si sa: «Noto omo­sessuale già attenzionato dalla Polizia», «gode di alte protezio­ni, correità e coperture in sede ecclesiastica», la chiamata in causa dei cardinali Ruini e Tet­tamanzi nonché di monsignor Betori in quanto «a conoscen­za » del «reato commesso». L’ultimo accenno riguarda gli incarichi di Boffo: la sua «pre­posizione » ad Avvenire e alla «televisione della S. Sede», quindi «l’appartenenza all’ente Toniolo che governa l’Universi­tà Cattolica».

Paolo Foschini




La patacca c’è. Ma è di «Repubblica»

di Vittorio Feltri

È impressionante l’appiattimento della stampa italiana. Ieri quattro grandi quotidiani avevano lo stesso titolo d’apertura. Identico. Fotocopiato. E speriamo non concordato. Repubblica, Corriere della Sera, Stampa e Messaggero si presentavano così in edicola: «Bagnasco: attacco disgustoso» (l’unica variante spiccava sotto la testata affidata a Ezio Mauro: anziché Bagnasco, si leggeva «i vescovi»).
Sembra di essere tornati ai tempi di Tangentopoli quando i direttori si telefonavano all’ora critica prima della chiusura e concertavano quale piatto offrire al pubblico. Un modo casereccio per editare una sorta di Pravda: la medesima mappazza sotto etichette diverse.
In occasione della vicenda resa nota dal Giornale (e cioè quella del direttore di Avvenire che ha patteggiato per molestie, pagando una sanzione pecuniaria sostitutiva della pena detentiva) le forze armate di carta hanno, mi auguro una tantum, riattivato l’antico cliché corporativo. Ovvio, si trattava di far passare l’idea che la Cei abbia ragione di indignarsi e il Giornale torto a provocare scandalo riportando un fatto documentato.
A proposito. Il cardinale Bagnasco giudica disgustoso il nostro attacco, ma non giudica disgustoso l’episodio che lo ha generato e di cui è stato protagonista Dino Boffo. Che razza di morale è questa? Da quando in qua raccontare un reato è peggio che commetterlo? Sua eminenza è fuori strada, e come lui i quotidiani che si sono accodati acriticamente.
Qualche sprovveduto ci ha rimproverati di aver confezionato un falso per colpire Avvenire. Bene. Eccolo servito; pubblichiamo in prima pagina la prova regina: il testo della Procura da cui si apprende dell’avvenuta esecuzione della pena inflitta e il reato relativo. Leggete e mettetevi il cuore in pace. La realtà è questa: Boffo ha patteggiato, e perché lo abbia fatto sono affari suoi, che se vuole può spiegare. Oddio, comprendiamo il suo ritegno e il suo stato d’animo, un po’ meno le dichiarazioni di Bagnasco e per nulla la maniera con cui i giornali le hanno enfatizzate senza nemmeno ascoltare la nostra campana. Ma fin qui accettiamo, siamo gente di mondo.
Ciò che sorprende è la spudoratezza di Eugenio Scalfari, fondatore di la Repubblica, il quale per sostenere la tesi secondo cui io avrei agito come killer di Berlusconi, si inventa una mia visita a Palazzo Chigi nei giorni successivi alla mia nomina a direttore del Giornale. Questa sì è una patacca, resa ancor più grave dalla circostanza, pure inventata, che io stesso avrei detto, non si sa a chi, di essermi recato dal presidente per mettere a punto in un’ora i piani di attacco mediatico a fantomatici nemici politici.
Un romanzetto fantastico che dimostra una cosa: qui se c’è uno specialista in killeraggio è Scalfari. Il quale se fosse stato un giornalista scrupoloso non avrebbe avuto difficoltà a verificare che a Palazzo Chigi sono andato l’ultima volta quattro o cinque anni fa. Perché chiunque entri nella sede della presidenza del Consiglio esibisce i documenti, e le sue generalità vengono trascritte. Confermo invece di essere stato più recentemente a Palazzo Grazioli: circa due anni orsono; e al governo c’era Romano Prodi.
Se poi non bastasse, sarei disposto a dare il mio ok a chi desiderasse controllare i tabulati delle mie telefonate in entrata e uscita e la durata delle conversazioni, da cui si comprenderà che con il Cavaliere ho parlato in un passato non remoto per un totale di un paio di minuti, non certo sufficienti a elaborare una strategia di killeraggio.
Ergo. La patacca è di Repubblica, non del Giornale. Il killer non sono io, bensì Scalfari che spaccia balle su di me esercitandosi in una pagina di giornalismo basato su congetture anziché sui fatti. Dunque la Repubblica è inattendibile.
Mentre scrivo leggo un dispaccio di agenzia. Il pretendente alla segreteria del Partito democratico, Ignazio Marino, afferma che c’è da vergognarsi di quanto è accaduto negli ultimi giorni. E punta il dito contro di noi.
Marino non può permettersi simili libertà. Semmai è lui che deve vergognarsi: non si fa la cresta sulle note spese. Fregare soldi all’Università (che ti licenzia, di conseguenza) non sta bene e non fornisce la patente per guidare attacchi gratuiti al Giornale.

domenica 30 agosto 2009

Posti di lavoro in palio al supermarket Ecco la 'lotteria' ai tempi della crisi

Quotidianonet

L'INIZIATIVA DELLA CATENA 'TIGROS'


Una cartolina consegnata ogni 30 euro di spesa permetterà di partecipare all'estrazione. Il premio? Dieci contratti a tempo determinato di un anno

Roma, 29 agosto 2009

Come dire, la 'lotteria' ai tempi della crisi. Una volta al supermercato si raccoglievano punti per vincere padelle, pentole, piatti, posate e affini. Ora in palio ci sono posti di lavoro. E' l'iniziativa dei supermercati e superstore Tigros, sparsi con decine di punti vendita in tutta la Lombardia, hanno deciso di mettere in palio nientemeno che dieci contratti a tempo determinato di un anno.

Il premio può anche essere ceduto a terzi, purché venga presentata la debita documentazione di cessione e solo a un cittadino residente su territorio italiano e che abbia compiuto al 30 settembre 2009 i 18 anni.

Per vincere il premio è sufficiente, dal primo al 30 settembre, fare una spesa di almeno 30 euro e avere la Tigros Card: per ogni 30 euro di spesa infatti verrà data al cliente una cartolina Cancella&Vinci. Grattando la parte dorata della cartolina si può vincere uno tra i 30.000 premi, fra cui 75.000 euro in buoni spesa. E la cartolina, completa di tutti i dati, permetterà di partecipare all'estrazione di 10 posti di lavoro.



Il direttore si difende: un documento-montatura

Corriere della Sera

Boffo (Avvenire) rivela di aver ricevuto una telefonata dal ministro Maroni. La vicenda di Terni


TERNI — Il giorno dopo Di­no Boffo si difende a tutto cam­po. E, in un lungo articolo pub­blicato oggi sull’ Avvenire , parte dal cuore del problema, dai do­cumenti che sono stati pubblica­ti dal Giornale . Prende lo spunto da un passaggio preciso, quello in cui si dice che «era soggetto già attenzionato dalla polizia di Stato per le sue frequentazioni». Parole che, secondo quanto la­scia intendere il quotidiano che fa capo alla famiglia Berlusconi, sarebbero contenute in un’infor­mativa scritta dalla polizia quan­do ancora si era nella fase delle indagini preliminari. Frasi che hanno provocato anche le prote­ste della comunità gay e di diver­si politici che hanno parlato di «pericolo schedatura per gli omosessuali». Secondo Boffo— tra i più critici nella ultime setti­mane sulla condotta morale del presidente del consiglio — si tratterebbe di un errore, di un falso, di una trappola congegna­ta ad arte per attaccarlo.

Il ministro dell’Interno, Ro­berto Maroni, ha telefonato al di­rettore dell’ Avvenire per espri­mergli la sua solidarietà. Ed ha escluso che quella frase fosse contenuta in un’informativa di polizia e che le forze dell’ordine lo abbiano mai «attenzionato» per le sue frequentazioni. Anzi gli ha assicurato che, dopo una rapida verifica, su di lui non sa­rebbe emerso nulla. Cosa potreb­be essere successo?

Se non in un’informativa di polizia la frase, e forse non solo quella, potrebbe essere contenu­ta invece in una lettera arrivata alla Fondazione Toniolo, ente culturale di grande importanza per la Chiesa e per la Cei, la Con­ferenza episcopale italiana, e che ha tanta influenza anche nel­la scelta del direttore dell’ Avve­nire . Una lettera anonima nella quale si diceva che Boffo aveva frequentazioni omosessuali e che, come tutte le lettere anoni­me, la fondazione ha deciso di cestinare ed ignorare. È possibi­le che proprio a questo si riferis­se monsignor Giuseppe Betori, ex segretario della Cei ed oggi ar­civescovo di Firenze, quando a proposito degli attacchi del Gior­nale ha parlato di «spazzatura». Su questo insiste Boffo, soste­nendo che l’intera vicenda sareb­be in realtà una montatura, che tante sarebbero le incongruenze tecniche e di sostanza. E che il tutto potrebbe essere partito da chi con lui aveva qualche vec­chio conto da saldare, magari per dissapori nati sul piano pro­fessionale.

Anche la condanna per mole­stie, secondo quanto Boffo ha ri­petuto anche in passato e sostie­ne ancora adesso, potrebbe esse­re diversa da come è stata pre­sentata. Verso la fine del 2000 il direttore dell’ Avvenire avrebbe scelto come suo collaboratore un ragazzo che era ospite della Comunità incontro, il centro di recupero per ex tossicodipen­denti fondato da don Pierino Gelmini vicino ad Amelia, in Umbria. Era un modo per aiuta­re una persona in difficoltà a ri­costruirsi una nuova vita. Ma sa­rebbe stato proprio quel ragazzo a fare quelle telefonate insisten­ti alla signora di Terni che poi ha querelato per molestie il di­rettore dell’ Avvenire . Boffo avrebbe deciso di proteggere il ragazzo preferendo chiudere la vicenda nel più breve tempo possibile. E sarebbe stato que­sto a spingerlo a patteggiare da­vanti al giudice per l’udienza preliminare di Terni e pagare l’ammenda di 516 euro. «La con­danna — si legge nei documenti pubblicati dal Giornale — è sta­ta originata da più comporta­menti posti in essere in Terni dall’ottobre 2001 al gennaio 2002, mese quest’ultimo nel qua­le, a seguito di intercettazioni te­lefoniche disposte dall’autorità giudiziaria, si è costatato il rea­to ». Le telefonate insistenti, quindi, sarebbero partite dal cel­lulare di Boffo ma non sarebbe stato lui l’autore delle minacce, bensì il suo collaboratore, poi morto per overdose. Almeno se­condo la versione dei fatti che lo stesso direttore dell’ Avvenire aveva dato già in passato, quan­do le prime voci cominciarono a circolare. Sempre nella comuni­tà di don Gelmini, come ex tossi­codipendente da recuperare, sa­rebbe passato anche il marito della signora oggetto della tele­fonate moleste, cioè l’uomo con il quale — secondo il Giornale — Boffo «aveva una relazione omosessuale». Ma su queste vo­ci nella Comunità Incontro non si trovano conferme.

Lorenzo Salvia


Ruini: «Non mi pento di averlo scelto come direttore»

Il cardinale L’ex presidente della Conferenza episcopale: sono il primo responsabile della sua nomina
 
ROMA — Il cardinale Camillo Ruini, per sedici anni capo dei ve­scovi italiani e vicario del Papa a Roma, ha sul suo computer il lan­cio dell’agenzia Ansa con la dichia­razione di Giuseppe Betori, ora ar­civescovo di Firenze, segretario della Cei quando Ruini ne era il presidente. Betori risponde all’at­tacco del Giornale ribadendo «sti­ma » e «fiducia» a Dino Boffo, e ri­cordando la lunga collaborazione al tempo «del mio servizio alla Conferenza episcopale italiana».

Ruini legge con attenzione, e di­ce al Corriere : «Faccio integral­mente mie le parole di monsignor Betori, essendo stato ancora più a lungo di lui in stretto contatto e collaborazione con Dino Boffo; ed essendo inoltre il primo responsa­bile della sua nomina alla direzio­ne di Avvenire . Una scelta della quale — aggiunge Ruini, scanden­do le parole — certo non mi pen­to » .

La dichiarazione finisce qui. Nelle conversazioni private, il car­dinale ricorda la prima volta che incontrò l’allora ventinovenne Boffo, nel 1981. Ruini non era an­cora vescovo — lo sarebbe diven­tato nell’83 —, Boffo era un giova­ne dirigente dell’Azione cattolica, che dopo una fase «gauchiste» aveva colto l’innovazione del pa­pato wojtyliano, ed era stato invi­tato a parlare a Reggio Emilia. Il suo discorso, distante dalla vulga­ta cattolico democratica in voga al tempo, colpì l’allora don Ruini. Boffo sarebbe stato assunto ad Av­venire nell’89, prima che Ruini di­ventasse presidente della Cei, e nominasse proprio lui alla direzio­ne del quotidiano.

È significativo che, nell’ora del­le polemiche, Ruini non si limiti a ribadire la fiducia nelle qualità personali e professionali di Boffo, ma rivendichi di averlo voluto al­la guida del giornale dei vescovi, incarico in cui è stato confermato dal cardinale Bagnasco. Segno che Boffo è stato il «braccio gior­nalistico » della stagione di Ruini, un uomo-chiave nella strategia che il capo della Cei elaborò con la fine dell’unità politica dei catto­lici e l’ingresso a tutto campo del­la Chiesa nella discussione pubbli­ca.

Dai primi Anni 90, il percorso di Ruini e di Boffo sono stati pres­soché paralleli. Come da una par­te la Chiesa italiana recuperava spazi nel dibattito culturale e poli­tico — sino al sostegno della mis­sione italiana a Nassiriya e alla scelta vincente dell’astensione al referendum sulla fecondazione assistita —, così dall’altra parte Avvenire si ritagliava uno spazio di intervento e un peso editoriale che non aveva mai avuto. Una sta­gione che Ruini rivendica in pie­no, oggi che Boffo è chiamato in causa così duramente. Non a ca­so, tra le parole di Betori che l’ex presidente Cei fa «integralmen­te » sue ci sono anche quelle che definiscono «degni del cestino della spazzatura» i «fogli anoni­mi che circolano in questi giorni, assurti al rango di «informativa», ma che «dalla spazzatura proven­gono e nella spazzatura devono tornare».

Aldo Cazzullo


Le scelte di «Avvenire» riaprono il confronto tra le due linee della Chiesa

CITTÀ DEL VATICANO — «Un attacco virulento e basso», dicevano l’altro gior­no in Vaticano, «disgustoso e molto gra­ve », ha sillabato ieri il cardinal Bagna­sco. Gli articoli del Giornale berlusconia­no contro il direttore di Avvenire Dino Boffo, con tanto di accusa a cardinali co­me Ruini e Tettamanzi che avrebbero sa­puto e coperto il presunto «scandalo», non potevano che compattare l’istituzio­ne, almeno verso l’esterno. Sul fronte in­terno, invece, la faccenda è un po’ più complicata e non riguarda le accuse a Boffo ma la linea recente del quotidiano cattolico, che a quanto si dice Oltreteve­re ha provocato qualche irritazione nel­la segreteria di Stato.

Per capirla bisogna tenere presente due date: 25 marzo 2007 e 17 ago­sto di quest’anno. Alla prima risale la lettera che il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vatica­no, inviò al cardinale Bagnasco, in occasione della sua nomina a presi­dente della Cei, un testo che fa da sfondo alle tensioni interne degli ulti­mi tempi. In quella lettera, tra l’altro, il cardinale Bertone scriveva: «Per quanto concerne i rapporti con le istitu­zioni politiche, assicuro fin d’ora a Vo­stra Eccellenza la cordiale collaborazio­ne e la rispettosa guida della Santa Sede, nonché mia personale...». Il segretario di Stato, insomma, rivendicava a sé la «guida» di ciò che il cardinale Ruini ave­va sempre gestito in modo autonomo, «negli ultimi mesi ho potuto apprezzare ancor meglio il compito che i Pontefici hanno affidato a questa Segreteria, d'in­tessere e di promuovere le relazioni con gli Stati e di attendere agli affari che, sempre per fini pastorali, debbono esse­re trattati con i governi civili».

Una linea «istituzionale» e aliena dal­le polemiche politiche che non è cambia­ta: il 17 agosto si è completato il nuovo assetto della Segreteria di Stato con la nomina di monsignor Ettore Balestrero, 42 anni, a sottosegretario per i Rapporti con gli Stati. Un mese prima Benedetto XVI aveva nominato monsignor Peter Brian Wells, americano di 46 anni, asses­sore agli Affari Generali, l’altro «nume­ro tre» della Segreteria di Stato. I vertici sono ora tutti di nomina ratzingeriana e insomma il cardinale Bertone, si spiega Oltretevere, «ha in mano la macchina» più che mai saldamente.

Per questo la Santa Sede respinge l’idea di una «crisi istituzionale» con il governo. Le polemiche estive non sono piaciute, e non si tratta solo dello «stilli­cidio » sulle vicende del premier: quan­do Avvenire ha fatto un parallelo fra le tragedie dei migranti morti in mare e la Shoah, «in segreteria di Stato sono rima­sti sconcertati».

Il cardinale Bertone, tre giorni fa, dice­va in un’intervista all’ Osservatore Roma­no : «È invalsa l'abitudine di imputare al Papa — o, come si dice, soprattutto in Italia, al Vaticano — la responsabilità di tutto ciò che accade nella Chiesa o di ciò che viene dichiarato da qualsiasi espo­nente o membro di Chiese locali, di isti­tuzioni o di gruppi ecclesiali. Ciò non è corretto».

Del resto, è un segnale del nervosi­smo e delle tensioni di questi giorni il fatto che le parole di Bertone, anche nel­la Chiesa italiana, siano state considera­te da alcuni con apprensione, «chi pun­ta a dividere la Chiesa potrebbe approfit­tarne ». Problema al momento risolto, paradossalmente, proprio dalla virulen­za degli attacchi a Boffo e ai vertici Cei. La cena con Bertone e Berlusconi «sareb­be dovuta avvenire in una occasione isti­tuzionale ben definita», ricordava l’ Os­servatore Romano . Non aveva altri signi­ficati. Per questo, a scanso di «strumen­talizzazioni », è stata cancellata. Restano le ferite per gli attacchi, «un problema molto grande per il mondo cattolico». Anche se, garantiscono Oltretevere, la li­nea «istituzionale» non cambierà: «Il cardinale Bertone non è tipo da lasciarsi condizionare».

Gian Guido Vecchi

Altro che indignarsi una sentenza non ha privacy

di Francesco Forte

Caro Vittorio,

oggi per il Giornale avrei dovuto scrivere un articolo sull’attacco di Tremonti agli economisti, che non hanno previsto la crisi, come maghi che non ne azzeccano una, pane per i miei denti, ma lo farò domani, perché adesso mi preme darti tutta la mia solidarietà, per l’articolo sul direttore dell’Avvenire, un giornale che ha i suoi tic catto-comunisti, ma non ha necessariamente le carte in regola per farlo.

Tu hai citato giustamente l’ipocrisia del direttore che ha attaccato sul piano morale il premier Silvio Berlusconi, fiancheggiando la furibonda campagna estiva contro di lui e il suo governo, lanciata dal Pd e dai giornali ad esso alleati. Il direttore dell’Avvenire è stato condannato con una sentenza, passata in giudicato, per molestie a un signora regolarmente sposata a un uomo, con cui questo direttore aveva probabilmente una relazione.

Come tu hai scritto, chi lancia accuse moralistiche, riguardanti gli errori nella vita privata e verso la famiglia, di una personalità pubblica, traendone implicazioni di carattere etico e politico, circa la scarsa idoneità di tale personalità nella vita pubblica, deve avere le carte in regola per farlo, onde essere credibile dal punto di vista di tali pesanti implicazioni. Ma se risulta che colui che lancia le accuse, nel ruolo pubblico di direttore di un importante giornale, ha commesso atti privati lesivi della altrui famiglia, che sono stati accertati con sentenza di condanna passata in giudicato, se ne desume che le illazioni che egli trae a carico del premier Berlusconi come uomo pubblico sono sbagliate.

Infatti per ammettere che fossero giuste, bisognerebbe anche ammettere che anche il direttore dell’Avvenire che le lancia non ha titolo per dirigere un giornale che fa prediche morali. Ma se si ammette che questo direttore non ha titolo per fare tali prediche, le critiche che egli fa non sono dotate di alcun valore. Sono carta straccia. Il teorema mi pare ineccepibile. E, aggiungo, c’è un’ulteriore importante differenza, fra di due casi. I fatti privati per cui Berlusconi è stato criticato non sono affatto provati sono presunti e lui li smentisce. Invece il «moralista» che viola il precetto «chi è senza peccato scagli la prima pietra» ha subito, per i fatti in questione, una condanna passata in giudicato. E traendo illazioni da accuse di parte di cui non ci sono prove, viola il principio «non cercare la pagliuzza nell’occhio altrui, se hai una trave nel proprio».

Silvio Berlusconi, che è un gentiluomo, si è dissociato dalla pubblicazione che questo giornale ha fatto, della sentenza di condanna del direttore dell’Avvenire perché è contrario a ogni violazione della privacy. Tuttavia, in questo caso tale violazione non c’è. Infatti, in un comunicato dell’Ordine dei giornalisti del 2007, a tutti accessibile in Internet, si legge testualmente che «la Corte di Cassazione e anche i Tribunali e le Corti d’Appello possono rilasciare copie integrali delle sentenze ai giornalisti senza oscurare il nome degli imputati. Lo aveva chiarito la relazione 5 luglio 2005 dell’Ufficio del Massimario della stessa Corte intervenendo a seguito di precise richieste da parte dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia. La questione era nata a seguito dell’istanza di un imputato per reati sessuali che, appellandosi all’articolo 52 del Dlgs n. 196 del 2003, aveva sollecitato che il proprio nome pubblicato sulla sentenza fosse «sbianchettato».

Ciò che scrive questo comunicato è ovvio. Scopo precipuo dei processi penali, anche quando si conchiudono con una condanna simbolica, è di far conoscere una verità di pubblico interesse. «La verità ci rende liberi». Questa frase ispirata a Sant’Agostino la disse Teresio Olivelli, di cui è in corso la causa di beatificazione, nel lager nazista, poco prima di morire, per le percosse di un aguzzino, avendo difeso con il proprio corpo un compagno di prigionia. La frase è scritta nella lapide dedicata ad Olivelli, nel Collegio Ghislieri dell’Università di Pavia, di cui egli era stato il giovane rettore. Io l’ho imparata a memoria e vedo che questo principio è sviluppato nell’Enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate in cui, fra l’altro, si legge «La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo privo di contenuti relazionali e sociali». Credo che questa sia la missione del vero giornalista, che tu Vittorio, persegui.

Boffo: "Il documento? E' una patacca" Ecco le carte: sentenza non ha privacy

Il Giornale



Milano - Non una "informativa" proveniente da un fascicolo giudiziario ma "una emerita patacca". Così Dino Boffo, direttore di Avvenire, definisce il ’documentò che ha portato il Giornale di Vittorio Feltri ad attaccarlo per un presunto "incidente sessuale". Poi racconta di avere ricevuto "una inattesa telefonata da Roberto Maroni". Boffo, in una lunga risposta alle lettere dei lettori dell’Avvenire, si riferisce alle affermazioni del Giornale, (secondo il quale sarebbe stato da tempo "già attenzionato dalla polizia per le sue frequentazioni") e spiega che Maroni "ha voluto manifestarmi la sua solidarietà e il senso di schifo che gli nasceva dalle cose lette" ma "teneva anche ad assicurarmi di aver ordinato un’immediata verifica nell’apparato di pubblica sicurezza centrale e periferico che da lui dipende, e che nulla, assolutamente nulla di nulla era emerso".

Fantomatico atto giudiziario Quello citato dal Giornale, insomma, non era, afferma Boffo, un "fantomatico atto giudiziario ma una vera sola", che si potrebbe "spulciare riga per riga" per controbattere "e far emergere di quel testo anzitutto l’implausibilità tecnica, poi magari sostanziale. Lo faremo, se necessario". Come avrà fatto, si chiede Boffo, "il Mourinho dei direttori", il "primo degli astuti" a "non porsi una domandina elementare prima di dare il via libera alla danza (infernale): questo testo che ho in mano è realmente un'informativa che proviene da un fascicolo giudiziario oppure è una patacca che, con un minimo appiglio, monta una situazione fantasiosa, fantastica, criminale? Perché, collega Feltri, questa domandina facile facile non te la sei posta? Ma se te la fossi fatta, sei proprio sicuro di aver vicino a te le persone e le competenze giuste per compiere i passi a seconda della gamba? Non sei corso troppo precipitosamente a inaugurare la tua nuova stagione al timone di quello che non è più un foglio corsaro, ma il quotidiano della famiglia del presidente del Consiglio?".

La querela Comunque, conclude il direttore di Avvenire, "quanto di fondamentale non farà spontaneamente capolino davanti all’opinione pubblica, emergerà civilmente e pacatamente in un tribunale della Repubblica, cui i miei avvocati già lunedì si presenteranno per la querela".



Il 65% degli italiani sta con il Giornale

Il Giornale


L’assalto contro «il Giornale» dei moralisti smascherati, e il coro di solidarietà che si è levato da sinistra a destra a favore di Dino Boffo, non hanno convinto gli italiani. È il risultato di un sondaggio lanciato da Sky Tg 24. La domanda rivolta ieri al pubblico è secca: «Il Giornale attacca la vita privata del direttore di Avvenire. I vescovi: «Fatto disgustoso. Con chi stai?». Ebbene, all’ora di cena il risultato è schiacciante: il 65 per cento risponde che sta dalla parte del quotidiano, quasi i due terzi del totale. Solo il 35 per cento si schiera a difesa del direttore moralista. La domanda, va sottolineato, non è rivolta soltanto ai lettori del Giornale, ma a tutti i telespettatori del popolare canale televisivo «all news» di proprietà di mister Rupert Murdoch alias «lo Squalo», magnate dell’editoria internazionale.

L’intervento Quella solidarietà che a me fu negata

Il Giornale

Sono sinceramente felice per la solidarietà episcopale a Dino Boffo. È un fratello cristiano, e chi è amico deve esporsi a prescindere. Però mi domando se dietro questa difesa altissima e vorrei dire violenta del cardinal Bagnasco e dell'universo mondo ecclesiastico ci sia una specie di patto particolare. Perché questa preferenza così esagerata? Forse la dipendenza da un giornale di proprietà è più forte del patto di comunione che lega ogni battezzato? C'è di mezzo l'appartenenza a un establishment particolare? C'è un sinedrio di intoccabili? Perché altrimenti io non ci sto.
Ho i miei motivi per dirlo. Come qualcuno spero abbia dimenticato (ma non credo) sono stato oggetto per mesi di una campagna stampa e tv dove - con foto, pubblicazione di intercettazioni e di sms anche molto privati (vero Filippo Facci?) - fui trattato come un mostro del giornalismo e del tradimento, per aver eccetera Sismi eccetera Betulla, eccetera. Non sto qui a ribadire l'ingiustizia subita, sono parte in causa e sarebbe troppo facile.
Mi difesero subito, sapendo di esporsi a contumelie e sospetti, i miei amici di Comunione e liberazione e Vittorio Feltri. Salvaguardarono soprattutto la mia famiglia. In quel tempo chiesi invano una parola da Avvenire, da Boffo. Almeno un parola di garantismo, di dubbio, che ne so. Mi sarebbe bastata una parola anche privata. Il sito ufficiale della Curia di Milano, la catena delle radio cattoliche mi trattarono come un mascalzone. La curia di Bergamo negò una sala a un incontro in difesa della vita perché ero relatore io, e per consentire l'evento mi ritirai. Lo stesso accadde a Varese. Scrissi queste lettere desolate alla Curia di Milano e alla sede della Conferenza episcopale. Non ci fu risposta. Ero un povero cristiano. Politicamente berlusconiano. Non apprezzato da Repubblica. Si gratti la sua rogna da solo. Amen.
C'è un'altra ipotesi. Che esista un tribunale segreto. Dove sono vagliate le cause in corso presso i tribunali di Stato. E Boffo è stato assolto, innocente, nulla fece di male. E invece io fui giudicato colpevole. Fuori le carte, allora. Intanto mi arrivano storie di altri cattolici abbandonati dai prelati pur informati della loro innocenza. Ci sono figli e figliastri? Mi viene in mente San Paolo: «E voi padri non esasperate i vostri figli». Anche se sono di centrodestra. Naturalmente, Forza Boffo!

Non un’“informativa”, ma un’emerita patacca

Avvenire

Lettere

30 Agosto 2009

Il direttore risponde


Il mitico Feltri sventola il giorno dopo un foglio e dice che lui ha in mano i documenti. E, perdinci, cosa fa un giornalista quando gli arriva in mano un documento? Nell'Italia della sprovvedutezza e dell'ignavia, almeno lui agisce e pubblica, punto e chiuso. Già, ma perché prima che sia troppo tardi, non c'è qualcuno che si prende la briga di informarlo che quella che sventaglia come la provvida sciabola della giustizia è solo una traccia contorta e oscura che qualcuno ha confezionato e fatto girare in attesa che un allocco si presti al gioco?

È sorprendente che proprio il Mourinho dei direttori, il più mediatico dei mediatici, il più elegantone degli eleganti, il principe dei furboni, non si sia peritato di sottoporre previamente a qualche conoscitore di cose giuridico-giudiziarie quel cosiddetto documento - e se si trattasse di una banale lettera anonima, degna di ritornare tra quella spazzatura da cui proviene? - per smascherarne eventuali aporie, incongruenze, o addirittura strafalcioni. Nella congerie di insinuazioni di cui si raccontava sul Giornale di venerdì, non avevo neppure fatto troppo caso a dove si diceva che sarei stato da tempo «già attenzionato dalla Polizia di Stato per le mie frequentazioni» (ora, a scriverla, mi manca il fiato).

Le cose assurde erano talmente tante, che onestamente questa non mi aveva colpito più di altre. Fino a quando non mi ci ha fatto tornare Roberto Maroni allorché, con una telefonata per me assolutamente inattesa, ha voluto manifestarmi la sua solidarietà e il senso di schifo che gli nasceva dalle cose lette. Ma il ministro dell'Interno teneva anche ad assicurarmi di aver ordinato un'immediata verifica nell'apparato di pubblica sicurezza che da lui dipende, e che nulla, assolutamente nulla di nulla era emerso.

È solo un esempio, appunto. Ma si potrebbe spulciare riga per riga di quel fantomatico documento (vera «sòla») e controbattere, e far emergere di quel testo anzitutto l'implausibilità tecnica, poi magari quella sostanziale. Lo faremo, se necessario. Fin d'ora però, a me non interessa polemizzare istericamente con Feltri, per allertare invece l'opinione pubblica su qualche altra porcata che puntualmente verrà fuori, e che magari Feltri stesso ha «prudentemente» tenuto per un eventuale secondo tempo. Poi, si sa, una perla cattiva attira l'altra, come le ciliegie.

Rimane però il mistero iniziale: come avrà mai fatto il primo degli astuti a non porsi una domandina elementare prima di dare il via libera alla danza (infernale): questo testo che ho in mano è realmente un'«informativa» che proviene da un fascicolo giudiziario oppure è una patacca che, con un minimo appiglio, monta una situazione fantasiosa, fantastica, criminale? Perché, collega Feltri, questa domandina facile facile non te la sei posta? Ma se te la fossi fatta, sei proprio sicuro di avere vicino a te le persone e le competenze giuste per compiere i passi a seconda della gamba? 



Non sei corso troppo precipitosamente a inaugurare la tua nuova stagione al timone di quello che non è più un foglio corsaro ma il quotidiano della famiglia del presidente del Consiglio, che ti paga credo lautamente? Ad un certo punto, nella giornata di venerdì, nel sito del Giornale è comparso il testo di un lettore non certo mio amico (alfo.m., che ha trovato spazio anche sul sito dell'Uaar).

Spulciando i vostri articoli, costui annotava «l'incredibile quantità di strafalcioni ed inesattezze giuridiche», e didatticamente li elencava (riproduciamo questa lettera, riquadrata, qui sotto). Peccato che quel contributo sia prontamente sparito dall'online, avrebbe potuto far aprire gli occhi a quelli ancora ingenui che in buona fede credono a quello che scriviamo, e non sanno invece con quanta leggerezza talora impegniamo le nostre truppe in campagne tanto veementi quanto malaccorte.

Un divertissement, per noi lo scrivere, come per qualche volpone o volpina lo era - non più tardi di giovedì sera - aggirarsi per gli stand dell'ignaro Meeting menando vanto per l'imminente cannoneggiamento del tuo giornale. Non importa se il divertissment ammazza moralmente una persona, l'importante è il sollazzo. Una scuola di giornalismo anche questa. Già, ma attento, tu naturalmente sai più cose di me, e tuttavia potresti non esserti accorto che si sta restringendo l'area dei lettori che a noi credono sempre e comunque. L'area di quelli che scorgono, dentro la nostra sciagurata categoria, gli intemerati cavalieri senza macchia e senza paura. Quando anche costoro si desteranno, per quelli di una certa scuola sarà la fine. Peccato che nel frattempo - temo - avranno definitivamente ammazzato la professione. Per ora sappi che hai pestato una cacca ciclopica. Auguri.

Post scriptum:

1) Ho visto che i tuoi amici (Sgarbi, Capezzone, Renato Farina...) sono preoccupati per un'aggressione ai tuoi danni che vedono profilarsi all'orizzonte: essi hanno la mia stima, li condivido e li ringrazio, dobbiamo infatti riuscire a vivere in modo che non ci siano aggressori proprio perché non ci sono aggrediti, nello spirito di quella Perdonanza cui ci richiama Giuliano Ferrara. Non c'è bisogno infatti del conflitto violento neppure nella contesa più aspra, e da parte mia ti prometto che quanto di fondamentale non farà spontaneamente capolino davanti all'opinione pubblica, emergerà civilmente e pacatamente in un tribunale della Repubblica, cui i miei avvocati già lunedì si presenteranno per la querela.

2) Tu e, molto più modestamente io, siamo ormai direttori di lungo corso. Non so tu, ma io ho passato gran parte dei miei quindici anni da direttore a incontrare persone che volevano fare il giornalista, a verificare i loro percorsi, a ragionare sulle loro ipotesi interpretative. Non tutti i contatti sono finiti bene e, non so a te, ma a me è capitato che qualcuno di essi sia tecnicamente finito male, nel senso che alla fine io abbia ritenuto (indovinando, sbagliando? non lo so) che quel dato giovane collega, magari abile, non fosse tuttavia adeguato ad Avvenire. Ecco, permettimi un suggerimento: cerca in questi giorni di non fare del male al tuo giornale e ai tuoi lettori concedendo la ribalta a chi forse appare molto informato (si spiegherà anche lui in tribunale), ma potrebbe mirare soltanto a saldare qualche vecchio conto.

Grazie.


sabato 29 agosto 2009

Ho portato le prove alla Guardia di Finanza: non è successo nulla...»

Il Giornale

Racconta Franco Bechis sul suo blog: Alberto Grotti era vicepresidente dell’Eni. Fu coinvolto nello scandalo Enimont e pagò con il carcere. Uscito, un giorno, vide un articolo di «Repubblica» che ritenne diffamatorio. Pensò di fare causa. Ma non aveva i soldi. Li chiese all’anziana madre. Lei mise in vendita una casa che aveva a Roma, quartiere Parioli. L’ha comprata Ezio Mauro, direttore di «Repubblica». Grotti con quei soldi - i soldi di Mauro - ha fatto causa a «Repubblica». Ecco la trascrizione della telefonata tra Franco Bechis, direttore di «Italia Oggi», e lo stesso Alberto Grotti.

Alberto Grotti: «Com’è rimasta quella causa? Com’è rimasto il buon Ezio Mauro... Così è rimasta, cioè Ezio Mauro ha detto che non voleva che gli rompessimo i c.... Quella casa fu pagata due miliardi e centocinquanta milioni nel 2000. Di questa somma ottocentocinquanta milioni non furono dichiarati per motivi fiscali. Ma furono pagati da Mauro con assegni da 20 milioni l’uno e uno da 10 milioni. (Ndr: I Grotti contestano in giudizio la percentuale trattenuta dal commercialista che aveva fatto la mediazione). Guardi io ho tutti gli assegni in nero e su quel nero si è fregato dei soldi il commercialista. C’è una causa in corso... Il commercialista si chiamava Dino Cerrone... e si è fregato 830 milioni di lire prendendoli tutti dai soldi di Ezio Mauro - pagati in nero - perché lui aveva l’occasione, diceva lui - di fare un’operazione lenta, graduale... per non compromettere... Guardi è una cosa di una tristezza infinita perché i giudici non ne vengono mai a capo. Appena sentono Ezio Mauro...».
Franco Bechis: «No infatti, guardi, è una cosa incredibile...».
Grotti: «Vabbè, cosa vuole...».
Bechis: «Senta una cosa, a vendere la casa era stata sua mamma?».
Grotti: «Mia mamma che ha venduto la casa si chiama Dima Girardi».
Bechis: «Ma a comprare è stato per metà solo Ezio Mauro...».
Grotti: «Metà l’ha comprata Ezio Mauro... l’altra metà una certa Girardi - guardi che coincidenza - che è la compagna di Ezio Mauro. Io le dirò come sta evolvendo la situazione... So che c’è una causa ancora lì... cioè: è una causa di mia mamma contro il commercialista. C’è una causa di mia madre contro chi le ha fregato i soldi... cioè una banca, il Credito Bergamasco... perché poi ci furono dei movimenti... guardi è una situazione che non finisce mai. È difficile seguirla... la cosa che noi sappiamo è che abbiamo perso su quell’appartamento tutti i soldi derivanti dal nero di Ezio Mauro...».
Bechis: «Be’, però erano un nero fatto con degli assegni... insomma una certa traccia dell’entità di quel nero c’era...».
Grotti: «Noi abbiamo tutti gli assegni notarizzati, con il timbro del notaio e su quello, nonostante abbiamo presentato alla Guardia di Finanza, eccetera, non è successo nulla, di nulla, di nulla... altro che Berlusconi, non mi faccia dire...».

Conclude Bechis: quella causa oggi è ancora aperta. Come tutte le cause civili con il commercialista che naturalmente si è difeso dalle accuse dei Grotti.

Avviso appeso alle macchinette del caffè: "In ufficio vietati tacchi e minigonne"

Il Giorno

VARESE / DIRETTIVA AI DIPENDENTI PUBBLICI
Il Comune di Tradate stila un "decalogo del decoro" per regolare l'abbigliamento dei dipendenti. Ancora non sono scattate multe


Varese, 28 agosto - Ognuno è libero di vestirsi come desidera. Se, tuttavia, si lavora in uffici pubblici, meglio evitare minigonne, tacchi vertiginosi, calze a rete, scollature così profonde da lasciar poco all’immaginazione. Preferibile anche usare colori tenui, magari pastello. È il Comune di Tradate, in provincia di Varese, a stilare un singolare decalogo del "decoro" rivolto ai suoi circa 70 dipendenti.

Agli uomini si raccomanda di preferire "maglie e camicie di sobrio colore, senza stravaganti fantasie che possano dare adito a criticità di natura comportamentale". Alle donne, invece, "abbigliamento serio evitando abiti molto scollati e gonne esageratamente corte".  La direttiva è contenuta in un documento appeso accanto alle macchinette per il caffè e bibite e fa riferimento a una circolare firmata dalla segretaria comunale Carmela Pinto e dall’assessore Filippo Renna. Il provvedimento sta già surriscaldando il dibattito tra i corridoi pur giungendo proprio nel periodo più meteorologicamente caldo dell’anno.
Per ora non sono previsti provvedimenti disciplinari a carico dei trasgressori, anche se il nuovo decalogo per qualcuno "ha il sapore di proibizionismo e di una diminuzione della libertà individuale".  Non è la prima volta che il Comune di Tradate adotta provvedimenti del genere: nel 2007 tramite lettera ufficiale invitava "tutti i dipendenti a un corretto e dignitoso abbigliamento". "È stata fatta una lettera di richiamo a luglio - spiega Renna -. Si erano rilevate delle incongruenze nel vestiario non consono per il posto che si occupa. Il sindaco mi ha fatto presente che qualcuno veniva vestito con i ‘pinocchietti' , pantaloni corti o alla zuava. Ho semplicemente condiviso la questione".

fonte Agi

La rabbia dei moralisti smascherati

di Vittorio Feltri

I nemici del Giornale si sono scatenati. Non hanno gradito gli articoli che abbiamo pubblicato ieri su Dino Boffo, direttore dell’Avvenire (quotidiano dei vescovi italiani) e capofila dei moralisti impegnati a lanciare anatemi contro Silvio Berlusconi per le sue vicende private. Sono piovute su di noi critiche aspre e in alcuni casi violente. Quel Feltri - grida scandalizzato Boffo - è un killer. Tuttavia non ha smentito una riga di quanto scritto; già, non poteva farlo, perché la notizia che lo riguarda è vera, e purtroppo per lui non è una sciocchezza irrilevante.

Egli ha patteggiato nel tribunale di Terni e pagato una sanzione pecuniaria per una storiaccia di molestie alla moglie di un uomo col quale il signor direttore Savonarola aveva una relazione omosessuale. Intendiamoci. La relazione omosessuale era ed è affare suo, ma il reato per il quale ha patteggiato, ossia le molestie, non è mica tanto privato poiché trattato in un’aula di Giustizia.

Detto questo, nessuno, tantomeno al Giornale, si sarebbe occupato di una cosa simile se lui, il Principe dei moralisti, non avesse fatto certe prediche dal pulpito del foglio Cei per condannare le presunte dissolutezze del Cavaliere. Adesso i cittadini sanno che il lapidatore non ha le carte in regola per lapidare alcuno.

Le reazioni sgangherate registrate ieri su questo fatto (e immagino la stampa di oggi quanto strillerà) dimostrano la malafede e il doppiopesismo di tanti politici e giornalisti. Per mesi la Repubblica (e non solo) ha sbattuto in prima, seconda, terza pagina articoli zeppi di insinuazioni, intercettazioni galeotte, interviste a prostitute e amiche di prostitute: una campagna interminabile finalizzata a demolire la reputazione del presidente del Consiglio, enfatizzando le sue performance di amatore instancabile.

I giornali sedicenti indipendenti e i politici progressisti hanno applaudito al gossip, talvolta alimentandolo; poi noi scopriamo che uno dei massimi censori, il numero uno di Avvenire, è un tipo che prima di parlare male di altri dovrebbe guardarsi allo specchio, e veniamo ricoperti di insulti.
Craxi diceva: a brigante, brigante e mezzo.

Aveva ragione. In seguito alle nostre rivelazioni la cena prevista ieri sera fra il premier e il cardinal Bertone è stata annullata per evitare strumentalizzazioni. La Cei, non senza imbarazzo, ha espresso generica e formale solidarietà a Boffo; non poteva fare diversamente. Forse non era al corrente del vizietto del suo portavoce giornalistico e, quand’anche fosse stata informata, sperava non sarebbero uscite indiscrezioni e ora, colta alla sprovvista, deveriflettere sul da farsi.

Silvio Berlusconi ha diramato un comunicato nel quale si dissocia dal Giornale perché contrario alle polemiche sulla vita intima di chiunque. Ci saremmo stupiti se il premier avesse detto il contrario, e cioè che approvava la nostra iniziativa. Non c’è bisogno di rammentare che il compito di decidere in una redazione spetta al direttore il quale può essere licenziato da un momento all’altro, ma non limitato nei suoi poteri. Se sbaglia, paga; ma è libero di sbagliare. Su questo punto il contratto di lavoro non lascia margini a dubbi.

Sono pronto a rispondere di quanto abbiamo pubblicato nella consapevolezza che fornire informazioni e commentarle è nostro dovere. Aggiungo che non sono affatto pentito di aver divulgato la notizia su Boffo e, in una circostanza analoga, il mio atteggiamento non cambierebbe di una virgola.

Abbiamo la certezza che questa faccenda non finirà qui. Replicheremo agli attacchi (scontati) di cui saremo oggetto, e rassicuriamo i lettori: non siamo mammole. Finché i moralisti speculeranno su ciò che succede sotto le lenzuola di altri, noi ficcheremo il naso (turandocelo) sotto le loro.