venerdì 31 luglio 2009

Il Vaticano: «Scomunica per chi la userà»

di Diana Alfieri

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È un «veleno letale, non un farmaco»: è come l'aborto chirurgico, quindi un «peccato, un delitto» che comporta la scomunica della chiesa per chi la usa, la prescrive o partecipa a qualsiasi titolo «all'iter».


Il Vaticano torna all'attacco, proprio nel giorno dell'atteso pronunciamento dell'Agenzia del Farmaco, sulla Ru486, la pillola abortiva. E per voce di monsignor Giulio Sgreccia, emerito presidente dell'Accademia per la vita, auspica «un intervento da parte del governo e dei ministri competenti». Perché - spiega - non «è un farmaco, ma un veleno letale» che mina anche la vita delle madri, come dimostrano i 29 casi di decesso. La Ru486 - afferma Mons. Sgreccia - è uguale, come la Chiesa dice da tempo, all'aborto chirurgico: un «delitto e peccato in senso morale e giuridico» e quindi comporta la scomunica latae sententiae, ovvero automatica.

La posizione della Chiesa è sempre stata ferma sull'argomento: «L'aborto è sempre aborto, sia se fatto in clinica o in casa» e il Vaticano, anche nel documento «Dignitas personae» del dicembre scorso, «ha bocciato la pillola Ru486 a causa della sua intenzionalità abortiva», aveva sottolineato mesi fa il ministro della Sanità del Vaticano, cardinale Javier Lozano Barragan. Così come più volte sostenuto anche dal vicepresidente della Pontificia accademia per la vita, mons. Jean Laffitte, che all'inizio di quest'anno, quando si è riaperta la discussione per l'uso in Italia, aveva affermato che la cosiddetta «pillola del giorno dopo» non va usata nemmeno in caso di stupro.

Come dimostrato anche dal no della Santa Sede all'uso della pillola abortiva nel 1999 per le donne violentate durante la guerra del Kosovo, alle quali la pillola veniva fornita in un kit dell'Onu. O, più di recente, nelle dure prese di posizione della Chiesa nel 2005 quando a Torino nelle strutture pubbliche si iniziò l'uso sperimentale del farmaco. Un no ribadito con forza anche dai vescovi nel Consiglio episcopale permanente del gennaio scorso, quando il tema fu sollevato dal presidente, cardinal Angelo Bagnasco, proprio in apertura dei lavori: «Si è avuta notizia in queste settimane che sarebbe imminente il via libera alla circolazione della pillola Ru486», aveva detto il cardinale chiedendo ai responsabili politici di valutare bene anche i danni fisici, ormai «documentati», derivanti dall'assunzione di tale farmaco.

Nel caso della «Ru486 - ha ribadito così ieri Monsignor Sgreccia - si tratta sempre di una seconda corsia per praticare l'aborto di cui non ci sarebbe bisogno a quanto riconoscono in tanti, anche non cattolici». «Gli aborti - ha aggiunto - sono già troppi mentre i figli sono pochi e la pillola abortiva grava non solo sulla salute delle donne ma sull'intera società e il suo sviluppo».

Eppoi, ha aggiunto, «contrariamente a quello che si dice non riduce affatto né il dolore né la sofferenza per la donna così come non è vero che non ci sia rischio di vita, come dimostrano già le 29 vittime attestate». La pillola abortiva, del resto, può creare problemi di espulsione del feto, emorragie e può diventare una chimera di tutte coloro che non si vogliono presentare in ospedale preferendo il fai da te.

Un pericolo per la salute della donna che tende a sottovalutare il rischio dell'assunzione di una pillola. Sulla cui sicurezza «persistono molte ombre» dice monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita che ha già avvertito le credenti: «L'uso della pillola comporta la scomunica per le donne che vi fanno ricorso così come per i medici che l'hanno prescritta perché la sua assunzione è analoga a tutti gli effetti all'aborto chirurgico».

Non è però d'accordo il suo inventore, l'endocrinologo francese Emilie-Etienne Baulieu, 82 anni, che ritiene la Ru486 «assolutamente sicura ed efficace». I casi di morte, almeno quelli avvenuti in America, sono stati causati da un utilizzazione impropria del farmaco per motivi finanziari, ha detto. «Quelli che la boicottano sono in realtà i nemici della libertà di scelta delle donne». Il francese ha scoperto il farmaco nel 1982. «Io resto dell'idea che bisogna lasciare la libertà di scelta alle donne, solo loro possono decidere».

Via libera alla Ru486. Il Vaticano: "Scomunica"

di Redazione


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Roma - Via libera alla pillola abortiva Ru486. Dopo una riunione fiume durata sei ore il cda dell'Agenzia del farmaco (Aifa) ne ha autorizzato la messa in commercio: quattro i voti a favore, uno contrario. Il farmaco, già utilizzato in molti altri paesi europei, potrà essere impiegato solo in ospedale ed entro il 49° giorno di gravidanza. Oltre questo termine aumentano infatti le complicanze rispetto all'aborto chirurgico. Il cda dell'Aifa si è avvalso dei pareri del Consiglio superiore di Sanità e ha raccomandato ai medici "la scrupolosa osservanza della legge".


Tutela della salute La decisione, ha voluto sottolineare l'Aifa in una nota, "rispecchia il compito di tutela della salute del cittadino che deve essere posto al di sopra e al di là delle convinzioni personali di ognuno pur essendo tutte meritevoli di rispetto". Già nel pomeriggio di ieri, il possibile via libera alla pillola aveva innescato una netta reazione del Vaticano, che aveva parlato di "veleno letale" e di "delitto" che comporta "la scomunica" della chiesa per chi la usa, la prescrive o partecipa a qualsiasi titolo "all'iter". "Non sono stati chiariti alcuni punti oscuri del metodo relativi alla sicurezza nell'utilizzo" della Ru486: è il primo commento del sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, la quale chiede "chiarezza" all'Aifa. "Come ministero - aggiunge - dobbiamo garantire la compatibilità con la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza e dobbiamo garantire la sicurezza delle donne". Soddisfatto il ginecologo torinese Silvio Viale (Radicali): "Finalmente! prima di tutto è una vittoria per le donne italiane, che da oggi sono più libere e hanno un'opportunità in più". "Ma - aggiunge - la lotta continua perché ora bisogna offrire l'aborto medico in tutta Italia".


La condanna del Vaticano Per voce di monsignor Giulio Sgreccia, emerito presidente dell'Accademia per la vita, il Vaticano auspica "un intervento da parte del governo e dei ministri competenti". Perché - spiega - non "é un farmaco, ma un veleno letale" che mina anche la vita delle madri, come dimostrano i 29 casi di decesso. La Ru486 - afferma Mons. Sgreccia - è uguale, come la chiesa dice da tempo, all'aborto chirurgico: un "delitto e peccato in senso morale e giuridico" e quindi comporta la scomunica 'latae sententiae', ovvero automatica.


Roccella: rischio aborti in clandestinità Il pericolo paventato dal sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella è che con la pillola abortiva Ru486 si possa arrivare a una "clandestinità legalizzata" degli aborti. Il metodo dell'aborto farmacologico con la Ru486, ha affermato, "intrinsecamente porta la donna ad abortire a domicilio, proprio perché il momento dell'espulsione non è prevedibile", in una sorta di "clandestinità legale".


Annuncio choc ai fedeli dal pulpito:

PARROCO NEL MANTOVANO

Don Fausto, 66 anni, da dieci costretto su una sedia a rotelle dopo un incidente di moto, partirà con la giovane donna per la cittadina di Kutaisi, dove esiste una piccola comunità cattolica: "Non lascio l'abito"


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MANTOVA, 31 luglio 2009

L'annuncio don Fausto l'ha dato ufficialmente - durante la messa - e senza fare tanti giri di parole. "Cari fedeli - ha detto - Mi trasferisco in Georgia con la mia badante''. Cosa che non ha mancato di suscitare scalpore, com'era prevedibile: parecchie le lettere preoccupate, e in qualche caso imbarazzate, inviate dai fedeli al vescovo di Mantova, Roberto Busti, che pero' ancora non si e' espresso pubblicamente sulla vicenda.

Succede in una parrocchia del Mantovano, quella di San Nicolò Po e il sacerdote in questione ha 66 anni, è parroco dal '91 e da dieci anni è costretto a muoversi su una carrozzina a causa di un incidente di moto. Le sue condizioni sono tali che deve essere costantemente assistito anche durante le funzioni religiose.

La scelta - che don Fausto definisce 'di carattere personale' in un'intervista alla Gazzetta di Mantova - lo porterà nella cittadina di Kutaisi, dove esiste una piccola comunita' cattolica. Per questo il prete ha sottolineato che se ne va insieme alla donna georgiana, piu' giovane di lui, che da anni gli fa da badante, ma che non lascia l'abito talare. "La mia situazione non mi consente di andare avanti così - spiega - Lascio senza un mandato del vescovo ma restero' sacerdote, per dedicare me stesso e i miei beni alla gente povera''.

Multata per un volantino

(tra i tappetini degli abusivi)

Diciassette anni, dava depliant di un ristorante. Era in strada perchè il marciapiede era occupato dai venditori abusivi. Loro se la sono data a gambe, gli agenti hanno multato la ragazza. Torselli: «E' assurdo»


FIRENZE - Multata per una manciata di centime­tri. Multata perché distribuiva volantini pubblicitari non sul marciapiede, come prescrive il regolamento di polizia urba­na che proprio in questi giorni festeggia il suo primo compleanno, ma sulla stra­da. Multata dai vigili e portata al coman­do mentre intorno a lei si scatenava il fug­gi- fuggi dei venditori abusivi. A portare alla luce la storia, accaduta una settimana fa a un passo da Ponte Vecchio, è France­sco Torselli, consigliere comunale del Pdl, che ha annunciato un’interrogazione al sindaco Matteo Renzi su quanto acca­duto.


SU LUNGARNO ARCHIBUSIERI - Lungarno Archibusieri, dieci del matti­no, assediata come sempre dai venditori abusivi e dai loro tappetini di merce con­traffatta. Nicoletta, 17 anni, distribuisce volantini per pubblicizzare un ristorante in mezzo alle frotte di turisti che si muo­vono tra gli Uffizi e Palazzo Vecchio. Arriva una pattuglia dei vigili urbani.

I venditori iniziano a scappare, scena già vista milioni di volte. Lei, Nicoletta, che pensa di essere l’unica in regola in mezzo a tutta quella ressa, resta ferma aspettan­do che passi la bufera. I vigili sembrano non accorgersi di quello che sta accaden­do intorno a loro, i senegalesi sono già lontani quando si avvicinano alla ragazzi­na che ha i volantini pubblicitari in ma­no.

Le chiedono un documento di identi­tà, è minorenne, per questo la portano al comando e chiamano il padre che dovrà andare a riprenderla. Padre e figlia tornano a casa con una multa di 160 euro, in base al comma 1 del­l’articolo 37 del regolamento di polizia ur­bana che consente il volantinaggio pur­ché non si sporchi e non si crei intralcio al traffico, anche quello dei pedoni.

Lei ef­fettivamente era in strada, non sul mar­ciapiede. «Faremo ricorso contro questa multa — dice Raffaele, uno dei proprietari del ristorante finito sotto accusa — E non per i soldi, solo per una questione di prin­cipio. Farei ricorso anche per soli dieci eu­ro».

SCENE QUOTIDIANE - Quando si fanno i conti tutti i giorni con la stessa scena — vigili che arrivano, senegalesi che scappano, turisti che ven­gono travolti, vigili che si allontanano, se­negalesi che ritornano, turisti che contrat­tano — parlare di intralcio di fronte a una ragazzina che ha oltrepassato la linea di confine di un marciapiede per pubbli­cizzare un ristorante francamente sem­bra troppo. «È ridicolo, sul verbale è stato scritto che sporcava la strada e creava intralcio ai passanti. E tutti quei venditori abusivi al­lora cosa fanno?

La verità — dice — è che siamo tartassati dai vigili mentre chi vive nell’illegalità continua a farlo. Pochi gior­ni fa ci hanno fatto una multa perché c’era una pianta fuori posto, al garage qui vicino hanno fatto una multa una volta perché c’erano i vetri sporchi, la successi­va perché stavano lavando i vetri. Sembra di assistere alle comiche». «Mi pare assurdo che ci si accanisca con una ragazza che stava qualche metro sotto il marciapiede peraltro occupato dai tappetini — ribatte Torselli.

Siamo i primi a portare avanti le battaglie per il ri­spetto della legalità. I regolamenti sono fatti per essere applicati e quando si sba­glia bisogna pagare, ma non si può pre­scindere dal buon senso. Altrimenti diven­ta follia». Torselli presenterà l’interrogazione per sapere se l’episodio sia stato un atto isola­to o se la polizia municipale ha davvero intenzione di multare, d’ora in poi, chiun­que faccia volantinaggio in centro, anche se questo avviene laddove palesemente si verificano infrazioni decisamente più gra­vi».


Antonella Mollica
30 luglio 2009(ultima modifica: 31 luglio 2009)


Travaglio mette la foglia di fico alle bugie dell’Idv

di Filippo Facci

Ciò che talvolta mi rende simpatico Marco Travaglio - capitò anche un’altra volta, avevo 41 di febbre - sono quegli episodi in cui dimostra che ci fa e non ci è: quegli episodi cioè che sono rivelatori del copione che ha deciso coerentemente di recitare anche quando la commedia lo imbarazza palesemente. 

Cioè: immaginatevi le sofferenze di chi fa sempre le pulci alle coerenze altrui - tizio disse questo, ora dice quest'altro - e al tempo stesso ha deciso di schierarsi anima e core con Antonio Di Pietro: potete immaginare le giornate che passa? Potete prefigurarvi le auto-censure, l’auto-regime, la rimozione di chi ogni volta deve riuscire a sostenere un moralistoide che dice ogni cosa e il suo contrario nell’arco di pochi giorni? 

Difendere l’indifendibile non è da tutti, qualche volta oltretutto è impossibile: e il più delle volte, quando l’incoerenza e la buffonaggine le vedrebbe anche Ray Charles, Travaglio si limita a tacere e a parlar d’altro; ma quando il troppo è troppo eccolo sbottare anche lui e ridivenire umano, quasi simpatico come tutto ciò che ci fa un po’ ridere. 

Tonino almeno è Tonino: ma quando comincia a generare cloni caricaturali allora il troppo stroppia davvero. Cioè: lo si sapeva che Di Pietro e De Magistris attribuivano alla parola data il medesimo valore, cioè nessuno: ma che l’allievo riuscisse a superare il maestro in così poco tempo ha messo in crisi persino lo stomaco di ferro di Mortimer Travaglio. La vicenda la conoscete. Di Pietro disse che non avrebbe candidato inquisiti e De Magistris lo era. 

E va be’. Tonino presentò poi il neo candidato De Magistris, il 17 marzo scorso, il quale disse: «La mia è una scelta irreversibile, anche qualora non dovessi essere eletto». Gli fece eco Di Pietro, accanto a lui: «De Magistris si dimetterà dalla magistratura subito dopo le elezioni, lo assicuro. Per noi questa è una regola non scritta che ci applichiamo, non un generico richiamo. Noi applichiamo la legge morale». 

Un mese più tardi De Magistris non si era ancora dimesso, ma guai a dubitare: «Sarebbe inopportuno un mio ritorno, perché la scelta dell’attività politica è per me definitiva». Una volta eletto a Bruxelles, a lasciare la toga non ci ha pensato minimamente. Due giorni fa ne ha dato conferma il Csm, che ha messo in aspettativa l’ex pm di Catanzaro come da lui espressamente richiesto: e buonanotte ai suonatori. 

Ecco allora Travaglio intervistato dal Riformista: «De Magistris si dimetterà, lo ha promesso e lo farà... e il fatto che magari lo farà tra un mese non mi sembra un problema». Non gli sembra un problema. Sembra convinto, Travaglio: al diavolo quei cattivoni secondo i quali avrebbe lanciato un avvertimento su ordine di Tonino. Certo, che fatica: è durissima la vita dell’Ugo Intini di Antonio Di Pietro. 

Il 30 dicembre scorso, per esempio, Travaglio dovette dire delle cose che neanche a drogarlo: «È giunta notizia delle dimissioni di Cristiano Di Pietro dall’Italia dei Valori per un paio di semplici raccomandazioni: un gesto di grande dignità». 

Una dignità mai vista: le dimissioni erano finte, Cristiano si era dimesso dal partito ma non da consigliere provinciale, si tenne cioè carica e stipendio; oltretutto aveva lasciato il partito solo dopo le proteste dei militanti e dopo esser finito su tutti i giornali per un’intercettazione telefonica di cui si vociferava da mesi, e di cui il padre era a conoscenza da un anno e mezzo. E comunque si tenne la carica di consigliere comunale a Montenero di Bisaccia.

Dura la vita del Travaglio. Il 16 gennaio scorso, poi, mentre tutti i giornali sparavano la notizia di Cristiano indagato, lui fischiettava e scriveva del processo Andreotti. Su Cristiano, niente. Poi disse alla Stampa: «Io non confondo chi ha preso mazzette, che è un reato, con una semplice raccomandazione».

Quindi Cristiano non doveva dimettersi anche da consigliere provinciale? «Non c’è niente di penalmente rilevante». Cioè: era indagato per corruzione e abuso d’ufficio e turbativa d’asta, ma non c’era niente. Basta dirlo. Luigi De Magistris si dimetterà dalla magistratura: basta dirlo. Infatti l’aveva detto anche lui.


Gubbio, il giallo del monastero: i documenti segreti del Vaticano

«Amatissimo Santo Padre, io suor Maria della Pace Celedón, Abbadessa del monastero Buon Gesù Suore Sacramentarie di Gubbio, desidero tanto, insieme alle Sorelle, aprirle il cuor affinché questo monastero, affidato a noi cappuccine messicane, conservi l’amore all’adorazione perpetua secondo il nostro carisma fondazionale. Sta attraversando un periodo molto difficile per questioni interne ed è per questo che sentiamo di appellarci alla Sua Autorità Suprema...». 


«SANTO PADRE, CI RICEVA SERVE UN’UDIENZA PRIVATA..» Il 22 novembre del 2007 la situazione nel monastero di Gubbio, devastato da faide interne, accuse di ruberie e molestie, si fa incandescente. Alla Badessa, Madre Maria della Pace, che in un primo tempo s’era schierata con le suore «ribelli», non resta altro che chiedere l’intervento del Papa anche perché dopo l’ispezione mandata dal Vaticano «è stata toccata sensibilmente l’autonomia interna del monastero stesso a vari livelli». Quali? «La disciplina, l’orario, la formazione, il nostro carisma fondazionale». Un convento di clausura commissariato a tutti gli effetti, vista l’imposizione della supervisione sulle clarisse del vescovo di Gubbio.

Si rischia lo scandalo. Per questo, rivolta al Santo Padre, la badessa implora: «La preghiamo umilmente di esimere il monastero dal governo del vescovo diocesano e sottoporlo soltanto a Sé o all’ordine dei Frati Minori Cappuccini. La pregherei, Santo Padre Amatissimo, se lo crede opportuno, di concedermi udienza privata insieme alle nostre due novizie», quelle per intendersi poi cacciate dal convento.

Altro carteggio finito agli atti dell’inchiesta di Perugia, quello fra il cardinale Francesco Rodè, prefetto della «Congregazione per gli istituti della vita consacrata e le società di vita apostolica» e l’avvocato Carlo Taormina che difende le tre suore costrette a denunciare molestie, aggressioni fisiche e il maxifurto dei gioielli di proprietà di una di loro. Il 9 luglio 2009 il cardinale risponde in modo fermo e risoluto all’avvocato che aveva chiesto di «concordare una linea di condotta comune per addivenire a una soluzione utile per entrambe le parti».

L’IRA DEL CARDINALE: «NESSUN
FURTO DENTRO IL CONVENTO!» Tanto per cominciare, spiega Rodè, le tre suore si sono inventate tutto perché hanno raccontato cose che non corrispondono alla verità. Anzi, «hanno lasciato di propria iniziativa il monastero, per cui ora, benché non abbiano ancora restituito l’abito monastico e benché a quanto risulta continuano abusivamente a portarlo millantando la loro appartenenza all’ordine delle Clarisse Cappuccine, in realtà dal punto di vista canonico, risultano “fedeli laiche”, senza alcun vincolo di sorta con istituti religiosi». Detto ciò, il cardinale va al cuore del problema: i gioielli per un milione di euro scomparsi dalle celle delle novizie.

«LA REFURTIVA NON È
IN QUESTO DICASTERO»«Quanto ai preziosi - attacca il cardinale - che una delle Signore afferma esserle stati sottratti, si tratta di una singolare accusa ripetuta e mai provata (affermando, addirittura - incredibile dictu - che la refurtiva si troverebbe nella sede di questo Dicastero). Abbiamo sentito il dovere di raccogliere tutte le informazioni possibili e farne un vaglio accurato e critico anche attraverso la ricostruzione degli eventi. A tal fine è stata chiesta la testimonianza di tutte le religiose della comunità di Gubbio. Ad ogni singola monaca sono state poste le domande: «Hai mai visto in monastero dei gioielli appartenenti alle ex novizie? Era presente quando le due ex novizie preparavano le scatole (con i gioielli, ndr) prima di lasciare il monastero? Tutte hanno risposto negativamente».

LE SUORE DI CLAUSURA PRESE A VERBALE «La stessa Madre Superiora ha confermato al Commissario Pontificio di non aver mai visto gioielli né di aver mai visto una lista dei medesimi. Si tratterebbe dunque di un furto misterioso di oggetti misteriosi ad opera di una persona misteriosa con una totale assenza di indizi». E se proprio vogliamo dirla tutta, sembra aggiungere il cardinale, parliamo del «convento dei frati minori cappuccini in via Veneto a Roma» dove si sono rifugiate le tre denuncianti del monastero di Gubbio. «Qui sono state accolte caritatevolmente solo per qualche giorno, e le monache non vivono nei conventi dei frati, ritenendo, a seguito del consueto menzognero modo di presentarsi delle due ex novizie, che si trattasse di tre vere Monache».

L’INVENTARIO DEI GIOIELLI: 85 PEZZI, UN MILIONE DI EURO Se il cardinale riferisce che tutte le suore «interrogate» del convento di Gubbio hanno negato d’aver mai visto un solo gioiello, agli atti dell’inchiesta spunta invece l’inventario dei preziosi «ricevuti in dono dalla madre e dalla nonna di suor Milagrosa Maria Arango Munoz», preziosi poi misteriosamente scomparsi. In allegato all’elenco consegnato al Pm vi è un documento, scritto in spagnolo, che attesta la consegna del «tesoro» alla madre badessa: «Yo, sr Chiara di Gesù Nevarez (...) he recibo hoj dia 15.03.08 de la novizia Sr Milagrosa de Maria, unas Joyas para guardar commino que en regalo de su Mamà y de su Abuelita...».

Nella lista dei gioielli figurano la bellezza di «tre crocifissi con catena d’oro, un Cristo in oro che poggia su una croce di rubini, un Cristo in oro che poggia su una croce di smeraldi, un Cristo in oro sopra una croce di rubini e smeraldi, cinque medaglie raffiguranti la Vergine Maria tempestate di preziosi (acque marine, brillanti, smeraldi, rubini) con catene d’oro, cinque scapolari d’oro, guarniti di pietre preziose, tre grosse catene d’oro, dodici collane d’oro corte, quattro con brillanti, due con smeraldi, una di rubini, una con diamanti, dodici braccialetti che fanno da pendant alle collane, ventuno anelli con pietre preziose, tre orologi, sette braccialetti d’oro...».

LA DIFESA DEI CAPPUCCINI E LE ACCUSE DEI FEDELI Se padre Francisco Iglesias, a nome dei cappuccini, ripetutamente chiede alle gerarchie ecclesiastiche di dare udienza alle tre sventurate che hanno tutto il suo appoggio e che chiedono solo di andare in un altro convento («dai dati di quest’affaire - scrive - risulta evidente l’implicazione diretta e personale della M. Daniela Pozzi che programmò e realizzo, aiutata da alcune suore, la violazione e apertura delle scatole [con i gioielli, ndr] delle tre sorelle»), nel fascicolo della Procura son finite anche le lettere dei fedeli indirizzate contro una delle suore ribelli: «Quelle tue nuove amiche che hanno creato quel vergognoso scandalo basato su bugie (...) per seguire desideri ambigui. Non siete delle perseguitate ma solo delle povere sbandate lontane da Dio».

Chi tocca Di Pietro muore: i folgorati da Tonino

di Francesco Cramer


Roma - Il suo passato da tuta blu lo ha aiutato. Perito elettronico, l’emigrante ventenne Di Pietro s’è spaccato la schiena in Baviera a lucidar posate e sgobbare in falegnameria. Lui, un Cipputi qualsiasi con la valigia di cartone gonfia di canotte e ambizioni, lustrava forchette e cucchiai a suon di Sidol la mattina, troncava assi di legno con lame dentate il pomeriggio. 

Più avanti, politicamente ma non solo, avrebbe fatto lo stesso coi suoi compagni di strada: avrebbe dato splendore a vecchi arnesi di Palazzo per poi segarli, avrebbe aiutato amici per poi danneggiarli. Una cinica e spietata catena di montaggio del pulire e poi sporcare, del costruire e poi distruggere. 

È stato così per Pasqualino Cianci, amico d’infanzia finito nella melma con una accusa di uxoricidio. «Ti difendo io», s’è subito lanciato in soccorso Tonino, toga sulle spalle perché ex magistrato. Peccato che appena accortosi che Pasqualino era spacciato, non solo l’ha abbandonato ma l’ha pure spinto più giù nel pantano, passando dalla parte dell’accusa. 

Un passo indietro: marzo 1998, l’astro calante della magistratura s’è già scaraventato in politica da un po’ ma il «mastro Geppetto» di Montenero di Bisaccia vuol farsi un partito tutto suo. E lo fa con un antico strumento degli affari pubblici: Elio Veltri, ex sindaco di Pavia, ex Psi, ex Pci, ex Dp, ex Pds, ex Democrazia e legalità. I due sono come Ric e Gian: inseparabili. Veltri riacquista luminosità e splendore. 

«Il Paese ha bisogno di lui» sentenzia l’Elio che di Tonino fa il portavoce. Ma poi la voce si fa stridula e a Di Pietro viene a noia. I bagliori seguenti sono soltanto per le scintille che fanno i due appena si toccano. Veltri si pente, sbatte la porta nel 2001 e appena può accusa il leader dell’Italia dei (dis)valori: «Pessima gestione del movimento, inadeguata scelta delle persone, incarichi dati a personaggi sballati» e chi più ne ha più ne metta. Segato dal partito, di Veltri rimangono i trucioli.
Analoga piallatura subita da Achille Occhetto, storico segretario della svolta Pci-Pds. 

Reduce dalla scuffia elettorale nel 1994, l’Achille s’è rifugiato nello scantinato della politica. Stufo delle ragnatele, si butta tra le braccia dipietriste nel 2004, ignaro che l’abbraccio sarebbe stato mortale. Con Tonino si presenta alle europee di quell’anno con una lista tutta nuova: Società civile-Di Pietro-Occhetto. Un flop: 2,1%. E di civile, nella successiva separazione tra i due, c’è ben poco. Occhetto fonda il Cantiere per il bene comune e da lì inizia la sua guerra contro Tonino sul fronte dei rimborsi elettorali: «S’è incamerato i denari anche nostri», l’accusa. Grane sul grano, insomma. 

L’abbraccio con Tonino è di quelli che stritolano e così anche Akel politicamente muore, dopo una lenta agonia nella diatriba infinita del seggio Ue. Chi deve sedere a Strasburgo, visto che Di Pietro è intanto divenuto ministro? Occhetto o Beniamino Donnici? Di Pietro tifa Donnici e alla fine Occhetto rimane carbonizzato. Abbrustolito come un altro dipietrista «a tempo»: il baffuto Giulietto Chiesa, anch’egli imbufalito con l’Idv sulla questione dei rimborsi elettorali ed eletto a Strasburgo nella lista occhettian-dipietrista. 

Botte da orbi pure con lui, con tanto di reciproche querele. «Con quel figuro non voglio avere rapporti», ringhia Giulietto. Un anno fa la sentenza: Chiesa deve pagare al partito 600 euro quale contributo annuale dei deputati europei per la durata dell’incarico parlamentare. Scottato dal tocco dell’ex pm, è in pratica sparito. L’ultima opaca apparizione alle scorse Europee: candidato in Lettonia per la lista «Per i diritti umani in una Lettonia unita».





Sotto l’ombrellone accanto a un morto

Napoli L’uomo di 73 anni è affogato davanti a «Mappatella beach», nel centro della città


L’indifferenza dei bagnanti: c’è chi spalma la crema e chi si tuffa



C’è un ombrellone rovesciato sulla battigia sotto il quale è adagiato il cadavere di un uomo interamente coperto da un lenzuolo e da un asciugamano. A un paio di metri, una borsa e una sedia da bar vuota. Siamo sulla cosiddetta Mappatella Beach, pieno lungomare di Napoli, su via Caracciolo, dove ai napoletani piace fare il pic nic.


  Quel che è successo, si può anche raccontare dopo, ma sono le fotografie a colpire per prime. Intorno al corpo senza vita, c’è una spiaggia estiva moderatamente affollata: una donna dalla schiena abbondante di pieghe che spalma la crema sulle spalle di una signora con cappellino bianco, un gruppetto di uomini che sembra chiacchierare le mani incrociate sul dorso, chi continua a prendere la tintarella, chi si sistema sulla sdraio, chi stende il suo telo sulla sabbia, chi si bagna i piedi, chi legge, un ragazzino che corre a tuffarsi nel mare calmissimo. C’è anche un cane accucciato dietro una sedia. Agghiacciante normalità da solleone. Normalità con morto. Solo un bambino e un anziano poco distanti gettano uno sguardo a quell’uomo disteso sotto il lenzuolo, con un’aria di attesa, le mani sui fianchi.

Il resto sono occhi che guardano altrove, anzi che fanno di tutto per evitare di incrociare l’immagine della morte così sfacciatamente immobile. O forse no, non evitano niente, non la vedono e basta. L’ombrellone rovesciato li aiuta a schermare uno scandalo tanto intollerabile. L’uomo aveva 73 anni, si chiamava Antonio Sommaripa, abitava nel quartiere Miano e in mattinata i bagnanti hanno visto galleggiare il suo corpo (che per quanto ne sapevano poteva essere ancora in vita) su quell’innocuo e piccolo specchio d’acqua chiuso dagli scogli, dove dicono che non annegherebbe neanche un bambino lasciato solo. Invece di soccorrerlo, hanno preso un telefonino e hanno chiamato il 118, perché ci pensassero i medici del Pronto Soccorso a fare il possibile (l’impossibile).

Solo dopo, qualcuno ci ha ripensato e ha deciso di trascinarlo a riva. I medici non hanno potuto che constatarne il decesso per annegamento. Niente bagnini, sulla spiaggia centrale di Napoli? Niente bagnini, a quanto pare. Ma soprattutto, nessuna pietà sulla spiaggia centrale di Napoli? Nessuna pietà. A giudicare dall’agghiacciante normalità di quelle scene, dove nulla riesce a turbare i sacri rituali preagostani, un morto vale una sedia vuota, una borsa abbandonata, un cestino dei rifiuti. Rifiuto esso stesso, se si può continuare a leggere un libro o il giornale con un cadavere a due passi, se si riesce ad aprire un tubetto per spalmarlo sulle spalle arrossate dell’amica, se si può rimanere sdraiati pancia all’aria e gambe divaricate ad abbronzarsi.

Neanche i sassi che circondano la Mappatella Beach sembrano capaci di tanta indifferenza di fronte a un uomo morto. C’è una famosa poesia di Ungaretti, intitolata «Veglia», in cui un soldato evoca una nottata di guerra del ’14 passata a fianco di «un compagno / massacrato / con la sua bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione delle sue mani»: ricorda che in quella notte, disteso a fianco della morte («penetrata nel mio silenzio »), non si è sentito mai «tanto attaccato alla vita» e ha cominciato a scrivere «lettere piene d’amore». Ci vuole il massacro di una guerra per avere tanto rispetto della morte, e perciò della vita? O lo si può avere non solo sotto il plenilunio ma nel solleone, non solo al fronte ma anche su una spiaggia, non solo in divisa ma anche in costume da bagno? Con le pance sporgenti, con le gambe adipose? Insomma, in tempo di pace. E di benessere.

Paolo Di Stefano
31 luglio 2009


giovedì 30 luglio 2009

Milano, cena per due: 945 euro!

Il titolare spiega: "Tutto regolare"

 

Il "Malmaison" è già stato controllato dalla polizia annonaria, ma è sempre stato trovato tutto in regola. "I prezzi sono alti, però si può mangiare anche con 100 euro; dipende da quello che si ordina", dicono. Il proprietario è il compagno di Stefania Nobile, figlia di Wanna Marchi

IL LOCALE E' DEL FIDANZATO DELLA FIGLIA DI WANNA MARCHI

Quasi mille euro per una cena per due persone, per l’esattezza 954 euro, e senza bere vino. E’ quanto ha pagato una coppia di Milano a 'La Malmaison', ristorante di Davide Lacerenza, il compagno di Stefania Nobile, figlia di Wanna Marchi.

E’ quanto scrive 'Panorama' che,  venerdì 31luglio, ha condotto una inchiesta in cinque città italiane sui conti gonfiati a tavola e le truffe per i turisti.

Aperto tre anni fa, il locale si trova in via Comune Antico, zona Greco Bicocca, tra case di ringhiera della vecchia Milano, nei pressi di un attraversamento pedonale sui binari della ferrovia. Solo quattro tavoli, un giardino di 350 metri quadri, 300 candele accese ogni sera, tendaggi, un pianoforte a mezza coda bianco, piatti placcati d’oro e posate d’argento, ovunque oggetti provenienti da tutte le parti del mondo. Occorre prenotare con diversi giorni di anticipo ma ogni sera c’è l’esaurito.

Il settimanale pubblica anchela ricevuta rilasciata dal ristorante. Due coperti: 20 euro. 4 bottiglie di acqua minerale: 24 euro. 6 scampi: 300 euro. 6 gamberoni: 90 euro. Un plateaux (4 ostriche, 2 fasolari): 70 euro. Due bourguignonne: 380 euro. Una fonduta di frutta: 30 euro. Un Zacapa (bicchierino di rum): 40 euro. Totale 954 euro.

"Dopo che avevamo ordinato il cameriere ha ritirato i menu e ci ha chiesto se nell’attesa gradivamo degli antipasti - racconta la donna di 37 anni che ha invitato a cena il suo fidanzato, riporta sempre Panorama, per festeggiare il compleanno di lui - abbiamo risposto di si. Mai avremmo immaginato fossero così costosi’’.

 Il proprietario del ristorante, contattato dal settimanale, risponde: ‘’Tutto regolare. Hanno mangiato scampi di Mazara che arrivano ancora vivi, aragoste della Sardegna, astice, tonno, spada, branzino. Dai tre ai quattro chili di roba. Gli antipasti li hanno chiesti loro, io stesso ero sorpreso sulla quantità di cose ordinate’’.

"’Ho già avuto diversi controlli della polizia annonaria ma hanno sempre trovato tutto in regola, prezzi compresi - ha detto Lacerenza-. Del resto qui il menu è unico, ricercato, i prodotti freschissimi, il caviale della migliore qualità, gli scampi li pago 100 euro al chilo’’.

Il ristorante, racconta il titolare, vanta una clientela tra personaggi del mondo della politica, dello spettacolo, anche internazionale. ‘’I prezzi sono alti ma si puo' mangiare anche con 100 euro - ha spiegato - Dipende da quello che si ordina, soprattutto per i vini: se uno vuole un vino da 1800 euro è chiaro che il conto sale’’.



Iran, commemorazione di Neda

La polizia carica i manifestanti al cimitero


Scontri alla cerimonia di ricordo della ragazza uccisa il 20 giugno. Gas e lacrimogeni in centro Teheran


MILANO - Doveva essere il giorno del ricordo e della preghiera. La commemorazione delle vittime degli scontri del 20 giugno scorso è però stata l'occasione per nuovi scontri fra la polizia e i sostenitori dell'opposizione, che contestano la regolarità delle recenti elezioni presidenziali e che in più di un'occasione hanno manifestato per le strade. I raduni erano stati vietati dal regime, ma gli organizzatori avevano ritenuto di procedere comunque.

LE CARICHE AL CIMITERO - I primi scontri sono arrivati con la carica sui manifestanti che si erano radunati nel cimitero di Behesht-e Zahra, nel sud di Teheran, dove sono sepolti Neda Agha-Soltan e altri giovani uccisi nella manifestazioni del 20 giugno. Gli agenti hanno picchiato con bastoni, manganelli e cinture le persone che si erano raccolte nel camposanto. Secondo alcuni testimoni citati dalle agenzie internazionali di stampa, la polizia avrebbe anche compiuto diversi arresti. Tra le persone arrestate ci sarebbero anche i registi Mahnaz Mohammadi e Jaafar Panahi. La notizia è stata diramata attraverso il web, in particolare dal sito per i diritti delle donne Women's Field. Mohammadi è una giovane regista di documentari, mentre Panahi vinse il Leone d'Oro a Venezia nel 2000 con il film Il cerchio e l'Orso d'argento al Festival di Berlino del 2006, oltre che di premi minori a Cannes e Locarno.

MOUSSAVI CACCIATO - Nel cimitero erano attesi i leader dell'opposizione Mir Hossein Moussavi e Mehdi Karrubi i quali, aggirando il divieto delle autorità iraniane , avevano deciso di raccogliersi in preghiera sulle tombe. Si è poi saputo che gli agenti hanno costretto Moussavi a lasciare il cimitero praticamente subito dopo esservi giunto: il leader politico era riuscito a scendere dall'auto, accolto dagli slogan festosi dei manifestanti («Ya Hossein! Mir Hossein!»), e a camminare fino alla tomba di Neda, la giovane di cui oggi ricorre il quarantesimo giorno dalla morte. «A Moussavi però - hanno rivelato alcuni testimoni - non è stato permesso di recitare i versi del Corano: è stato immediatamente circondato da agenti in assetto anti-sommossa che lo hanno ricondotto alla sua auto». Non sono mancati i tafferugli: «Altre persone che si erano raccolte al cimitero hanno circondato la sua auto, tentando di non farlo andar via. Ma la polizia ha cominciato a spingere gli attivisti dopodiché Moussavi è ripartito».

SCONTRI ALLA MOSCHEA - Migliaia di persone si sono poi radunate nelle strade che circondano la grande moschea «Mosallah» di Teheran. Le notizie sono state diffuse tramite Twitter e attraverso i siti di alcuni blogger presenti. Per le 16 (ora italiana) erano previsti 90 minuti di raccoglimento in onore dei manifestanti morti a giugno, a 40 giorni di distanza, come vuole la tradizione sciita. Ma anche in questo caso la polizia ha proceduto con modi alquanto spicci: gli agenti hanno caricato circa 3 mila sostenitori dell'opposizione che si erano già radunati al Grande Mossala di Teheran.

Gli agenti, in particolare, avrebbero picchiato alcuni manifestanti e fatto uso di gas lacrimogeni per cercare di disperdere il gruppo. «I manifestanti alzano le braccia, fanno il segno della vittoria, mentre la polizia cerca di disperderli», ha dichiarato un testimone all'Afp. «Alcuni dimostranti hanno incendiato dei cassonetti, mentre dei poliziotti in tenuta anti-sommossa attraversano la folla in moto per tentare di disperderli», ha detto la stessa fonte.

«La polizia ha rotto i finestrini di numerose auto», ha aggiunto. Centinaia di automobilisti suonano il clacson, come è ormai abitudine tra i sostenitori del capo dell'opposizione Mir Hossein Mousavi da quando è nato il movimento di contestazione contro la rielezione il 12 giugno del presidente Mahmud Ahmadinejad.




30 luglio 2009

Bari, carabinieri in quattro sedi di partiti

L e acquisizioni nelle sedi regionali di Pd, Socialisti, Prc e Lista EmilianoNel mirino i bilanci del centrosinistra della Regione Puglia. Quindici indagati, tra cui l'ex assessore Tedesco


BARI- I carabinieri si sono presentati giovedì mattina in quattro sedi di partiti del centrosinistra a Bari. I militari hanno acquisito i bilanci dei partiti della Regione Puglia nell'ambito dell'indagine del pm Desirè Digeronimo sul presunto intreccio tra mafia, politica e affari nella gestione degli appalti pubblici nel settore sanitario. Indagate 15 persone tra cui l'ex assessore regionale alla Sanità Alberto Tedesco, ora senatore del Pd.


LE ACQUISIZIONI- I militari si sarebbero presentati nelle sedi regionali di Pd, Socialisti, Prc e Lista Emiliano. Gli accertamenti disposti dal magistrato, che ha firmato decreti di esibizione di documentazione, riguardano l'ipotesi di illecito finanziamento pubblico ai partiti in riferimento al periodo compreso dal 2005 ad oggi, comprese le ultime elezioni al Comune di Bari. In un primo momento si era parlato anche di una perquisizione nella sede di Sinistra e Libertà, particolare poi smentito dai responsabili di partito. «Presso la sede regionale di Sinistra e Libertà a Bari non è stata effettuata alcuna acquisizione di documenti, né alcuna perquisizione da parte della Polizia Giudiziaria» ha precisato Nicola Fratoianni, esponente regionale del gruppo guidato da Vendola.


L'INCHIESTA- Sono una quindicina le persone indagate tra cui l'ex assessore regionale alla Sanità Alberto Tedesco, ora senatore. Le ipotesi di reato sono di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, alla concussione, al falso, alla truffa; per alcuni reati si ipotizza l'aggravante di aver favorito un'associazione mafiosa.




30 luglio 2009

Gb, 13 figli ai servizi sociali Mamma seriale ancora incinta

di Redazione

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Londra - "Non c'è niente che lo stato possa fare per fermarla". Ann Widdecombe, ex ministro ombra britannico dell'Interno, lo dice con grande amarezza al tabloid The Sun. Oggetto dell'affermazione è una donna di 36 anni, Theresa Winters, madre di 13 figli e ora incinta del quattordicesimo, che nascerà a novembre. Un caso che sconvolge l'Inghilterra, perché sebbene tutti i suoi figli siano stati affidati agli assistenti sociali, lei e il suo compagno trentaseienne, Toney Housden, insistono: "Non ci fermeremo. E per ogni bambino che mi porteranno via - ribadiscono - ci prepareremo ad averne un altro".

Desiderio smodato di famiglia Sembra solo desiderio di famiglia, di una vita normale. Ma la coppia, che vive a Luton, nel Bedfordshire, viene mantenuta dallo Stato. L'uomo non ha un lavoro, vivono di assistenza. La Taxpayers' Alliance ha parlato di "estrema iresponsabilità" perchè il costo del loro mantenimento negli anni ammonta a milioni di sterline, tutte pagate dalla cassa pubblica. Theresa e Toney vivono infatti in un monolocale del Comune, alla periferia di Luton: 1,100 sterline di spesa al mese. Sono inoltre accusati di atti di violenza.

Mamma seriale, un figlio all'anno La mamma seriale ha aspettato un figlio in ogni anno della sua vita adulta eccetto il 2004. Ha avuto il primo filgio all'età di 19 anni, nel 1992.Il secondo ha oggi 15 anni e hanno come padre non Toney ma il primo marito della donna, Frederick, dalla quale Theresa ha poi divorziato. sono seguiti tre maschi, adesso di 14, 13 e 12 anni, figlio dell'attuale compagno, due ragazze di dieci a nove anni, un altro maschio di otto e una ragazza di sette. Tutti i bambini sono stati legalmente adottati, eccetto un ragazzo quattordicenne affetto da paresi cerebrale, che è rimasto in affidamento. Al costo, in dieci anni, di circa 2,3 milioni.

Neanche la malattia ha fermato la coppia Non sono stati fermati neanche dai problemi di salute. Il successivo figlio della coppia è morto a 18 mesi dopo esser nato con una grave malattia, la Pheo Syndrome, una patologia rara che ferma lo sviluppo del cervello prematuramente. Ma nonostante ciò, i due coniugi hano continuato ad avere ancora due ragazze adesso di tre e due anni. Il loro ultimo bambino, è nato nel marzo del 2008.

I primi quattro figlio sono stati portati via dai servizi sociali dopo il loro secondo anno di vita. Poi sononstati presi gli altri, poche ore dopo la loro nascita, incluso il piccolo poi deceduto. "Siamo degli estranei per i nostri figli, ma speriamo che loro un giorno loro ci vengano a cercare", dice Toney guardando le loro foto. "Voglio che ci diano una chance: penso che questa volta ce la possiamo fare ad avere un vera famiglia"

Accusati di violenza e irresponsabilità Ma sia Theresa che Tony sono stai accusati di essere stati violenti con i figli, anche se non sono ami stati arrestati. Theresa dice: "Quando avevo 19 anni ero molto agressiva, ma mai con i ragazzi. Dicevo loro ciò che avrebbe detto qualsiasi persona: li sgridavo, sì, ma non ho mai alzato le mani". Tony ammette invece di essere stato violento qualche volta. Ma una lettera del Comune non dà speranza: Theresa and Toney non possono badare ai loro bambini perché privi di capacità genitoriale, trascurati, con rischi per la salute e la cura dei piccoli.



Benvenuti nel Paese degli «spennaturisti»

Beppe Severgnini


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Una coppia giapponese, in vacanza a Roma ha cenato dietro piazza Navona e s'è vista presentare un conto da 695 euro (compresa mancia di 115 euro, prelevata senza autorizzazione). Geniale. Vediamo in quale altro modo possiamo spennare i nostri ospiti. Chiuderli nel Colosseo e rilasciarli solo dietro pagamento di un riscatto? Portarli da Malpensa 2 a Malpensa 1 passando da Linate? Buttarli nei canali di Venezia, intimandogli di gridare "Mose!" per aprire le acque? Iscriverli alle ronde notturne di Massa? Invitarli al Palio di Siena e convincerli a fare i cavalli? A pagamento, s'intende.

Noi italiani crediamo d'essere aquile, invece spesso siamo talpe: non vediamo oltre il nostro naso. La notizia dei due giapponesi a Roma ha fatto il giro dell'Asia: il ristorante "Passetto" non se ne rende conto, ma ha compiuto un passo da gigante verso la demolizione della reputazione turistica italiana, oggi affidata ai loghi funerari (Magic Italy! in inglese!) di Michela Brambilla. Ci vuol altro. Chi viaggia lo sa: l'offerta è molta, la concorrenza feroce. Oggi nessuno vuol buttare i soldi. O farsi fregare.

Scrive Luigi Finocchiaro (ruiji@hotmail.com): "La notizia dell'«Italia spennaturisti» sta avendo ampio risalto nel Sol Levante: viviamo in un'epoca dove l'informazione corre veloce. Il Giappone non è l'Italia. Non basta mandare una delegazione a Tokyo e fare «bella figura». Non basta che le nostre rappresentanze istituzionali siano professionali. Non basta una paginetta pubblicitaria del ministero/ente preposto. 



Il turismo di Giappone, Corea, Taiwan e Singapore è qualificato, e gli asiatici sono per natura informatissimi (ho trovato un sito che traduce in giapponese i nostri commenti su 'Italians'!). Oggi i Paesi dove il turista viene spennato non sono quelli del gruppo cui l'Italia si pregia di far parte. In parole povere: succede solo nei Paesi del Terzo mondo".

Domanda: le associazioni di categoria o l'Enit hanno cercato di riparare il danno? Confcommercio, Confesercenti? Il Comune di Roma, al di là dell'indignazione di un assessore? Forse mi è sfuggito, ma non mi sembra. E' possibile riguadagnare terreno, ma occorre un'iniziativa generosa e clamorosa. 



L'interesse dell'Asia per l'Italia è noto (dobbiamo presentarci compatti, però: le differenze regionali sfuggono, a Seul e a Taipei). La tolleranza dei turisti giapponesi è proverbiale. Ma guai ad approfittare della generosità altrui. Tradire chi si fida è una colpa odiosa. Non per niente Dante - turista estremo e fantasioso - riservava a questi peccatori le punizioni più sadiche.

Forza, quindi. Mostriamo all'Asia la nostra gentilezza, e un po' di doveroso pentimento. Del resto, si sa: non siamo santi. A proposito. Non l'ho già sentita, questa?

mercoledì 29 luglio 2009

Sudan, giornalista frustata La colpa? Portava i pantaloni

di Redazione


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Khartoum - Una giornalista sudanese è stata condannata a ricevere 40 frustate per aver compiuto "atti osceni". La sua colpa? Aver indossato dei pantaloni. L'esecuzione della condanna arriva circa tre settimane dopo un'altra punizione analoga subita da una decina donne accusate e punite per lo stesso motivo.

L'arresto e la condanna Loubna al Hussein, che scrive per il giornale progressista Al-Sahafa e lavora per la missione delle Nazioni Unite in Sudan, era stata arrestata a inizio luglio a Khartoum per aver indossato dei pantaloni. "Ho ricevuto una telefonata delle autorità che mi ordinavano di comparire alle 10 mercoledì davanti al giudice", ha spiegato la giornalista. "È importante che la gente sappia cosa succede - ha aggiunto - mi daranno 40 frustate e mi faranno pagare una multa di 250 sterline (circa 290 euro, ndr)".

Il raid al ristorante La polizia sudanese aveva compiuto un raid in un ristorante il 3 luglio scorso: i poliziotti avevano ordinato alle 13 donne nel locale che portavano pantaloni di seguirle al commissariato: 10 di loro sono state convocate due giorni dopo e hanno ricevuto 10 frustate ciascuna. Secondo Al-Hussein, diverse di loro erano del sud, per lo più cristiano o animista, dove la sharia non è in vigore.

Il bavaglio alla stampa Un'altra giornalista, Amal Habbani, è stata accusata di aver diffamato la polizia in un articolo in cui criticava il modo in cui Al-Hussein è stata trattata. Nel suo caso, niente frustate, ma il rischio di una multa di diverse centinaia di migliaia di dollari. Habbani aveva scritto che l'arresto di Hussein "non era una questione di moda, ma una tattica politica per intimidire e terrorizzare l'opposizione".

Venezia, Cacciari 'interrompe i bisogni' di un turista

Il primo cittta'dino ha chiamato la polizia urbana per fare al turista una contravvenzione




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Venezia- Il sindaco si sostituisce alla polizia municipale, scorgendo durante una passeggiata un turista che stava urinando in un canale ,chiamando di conseguenza i vigili per la multa visto il comportamento poco etico e sociale dell'individuo.




Il tutto è successo nella tarda serata di ieri, il giorno della forte polemica sul governo della città lagunare aperta dal ministro Renato Brunetta e sostenuta dal presidente del Veneto Giancarlo Galan.




Oggi Cacciari ha spiegato il suo intervento in conferenza stampa : «ho visto un signore che stava facendo pipì in canale, e quando ho capito che non era italiano mi sono permesso di dirgli che, probabilmente, non si permette di fare altrettanto nel salotto di casa sua. Per chiarire il tutto ho chiamato i vigili, continuando a seguirlo nella non breve attesa del loro arrivo».




Vigili che hanno multato con una sanzione di 50 euro il turista, un portoghese, non senza qualche difficoltà visto che questi ha cercato di far valere in modo fisico e non sul piano verbale le sue ragioni.




E' poi tornato sulla polimica con Brunetta dicendo"È una polemica umanamente inevitabile che fa parte della campagna elettorale del centrodestra che vorrebbe accaparrarsi il Comune di Venezia, mentre noi non ne facciamo perché non riusciremo mai a prendere la Regione: mi dispiace per loro, ma questa attesa andrà delusa. La realtà è che in questo territorio complesso il 95% delle scelte sono condivise fra gli enti, mentre tutto il resto sono balle; ed io, alla mia età, non ho voglia di raccontare balle, a differenza di Brunetta che è ancora piccolo"

Domani conferenza di servizi con il commissario per il nuovo palazzo del Cinema Vincenzo Spaziante e la Regione "nella quale "ha detto Cacciari "prenderemo decisioni storiche per il Lido; subito dopo sarà la volta di Moranzani. Quanto alla sublagunare invocata da Brunetta, abbiamo fatto tutte le procedure ma ci vuole un miliardo di euro: che vada da Tremonti a far finanziare l'opera dal Cipe, senza l'intervento del quale non si può procedere; sul Mose, io sono d'accordo col Governo perché l'opera finisca prima possibile: più di così..."




Paolo Quaglia.

L'uomo che salvò la sua mucca

Il margaro: «Fioca stava male, l'ho nutrita e difesa dai lupi»


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PAOLO QUERIO
TORINO


C'era un tempo in cui la convivenza tra uomini e animali, sulle montagne degli alpeggi, non aveva legami soltanto di sopravvivenza economica, ma portava a vincoli di amicizia e solidarietà. Sentimenti che forse oggi stupiscono. Eppure in alta Val Sangone, nelle montagne sopra Torino, sul filo dei duemila metri si è vissuta una storia d'altri tempi tra il margaro Angelino e la sua mucca Fiòca (tutta bianca, è la parola piemontese per la neve). Per dieci giorni ha nutrito la sua amica Fiòca finita in un canalone. Laggiù la bestia era rimasta immobile, dopo essersi fratturata una zampa, con il rischio di essere assalita dai lupi. Da parte di Angelino un lungo gesto d'amore verso l'animale, in attesa che la nebbia di montagna concedesse una tregua e permettesse all'elicottero dei vigili del fuoco di recuperarlo.

La vicenda ha inizio sabato 18 luglio. La mucca, che pascolava nei prati a duemila metri dell'Alpe di Giaveno (in territorio del Comune di Coazze), era scivolata mentre cercava di dissetarsi ed era ruzzolata per un centinaio di metri fermandosi sul greto del Lago Blu, ancora ricoperto di neve, senza possibilità di muoversi. Per due volte i vigili del fuoco del distaccamento di Giaveno, con l'aiuto di un elicottero, avevano tentato di recuperarla, ma sempre la nebbia aveva vanificato gli interventi.

Solo lunedì scorso i pompieri sono riusciti ad avvolgerla in una rete e a portarla in salvo, approfittando di uno squarcio di azzurro che ha permesso all'elicottero di arrivare, caricare l'animale e ripartire. Ma intanto per dieci giorni lui, Angelo Rege, Angelino per gli amici, 50 anni, una moglie e sette figli, ha fatto la spola tra la baita-base a 1350 metri della borgata Palè e il luogo dell'incidente: una dura camminata su una salita ripida ripida e poi la discesa verso il lago, per abbeverare e foraggiare Fiòca: «Una fatica di due ore per raggiungerla - racconta -. Il primo giorno era impaurita, le ho steccato la zampa. Poi ho cominciato a carezzarla, le ho dato erba e acqua. E' diventata quieta e ogni giorno sembrava mi aspettasse».

L'ha anche vegliata per evitare che venisse aggredita dai lupi: «Tre anni fa - ricorda Rege - mi era capitato un episodio simile. Una mia mucca era caduta ed era rimasta immobilizzata. Il mattino dopo, quando sono andato per portarle foraggio e acqua, l'ho trovata mezza sbranata. La veterinaria mi disse che era stata assalita da almeno quattro lupi. I lupi in genere non attaccano le mucche, ma se si accorgono che una di loro è immobilizzata e non può reagire, riescono a sopraffarla».

Fiòca dopo un giorno di cure cerca di stare in piedi, ma la zampa non riesce ancora a reggere a lungo il peso, e allora lei, anche perché gravida, si corica sul prato mentre Angelino la passa una mano sul muso: «Se non hai la passione per gli animali e pensi di fare questo mestiere per i soldi hai sbagliato tutto - dice il margaro -. Quello che uno guadagna con i prodotti come formaggi, latte e burro, basta appena a compensare le spese e non ripaga la nostra fatica».

E racconta di questo amore ereditato dal padre, che aveva acquistato una cascina a Giaveno e che d'estate portava gli animali a brucare l'erba dell'alta valle. Ora lui conduce 118 mucche e nell'azienda lavorano la moglie Maura, i figli Andrea, Giuseppe e Luca. Le figlie, invece (Stefania, Roberta, Cristina e Francesca), hanno scelto altre strade. Fiòca intanto un po' alla volta si riprende: già le hanno liberato la zampa steccata e si sta riabituando a camminare sui prati. Fra dieci giorni verrà riportata in alta montagna e riassaporerà quell'erba che quest'anno dicono sia ottima dopo la grande nevicata.




HA COLLABORATO Giuseppe Maritano

Vi spiego come l’Ingegnere mi ha rovinato

di Redazione

di Antonio Taormina

Caro direttore,


mi rivolgo a lei per rendere pubblico quanto due «moralisti» come Carlo De Benedetti (con la sua società «Cdb web tech») e Renato Soru (con la sua «Tiscali») hanno perpetrato ai danni dei loro azionisti.

Mi chiamo Antonio Taormina e vivo a Latina, dove sono un pittore molto noto. Alla fine degli Anni Novanta ebbi la sventura d'investire in Borsa tutto ciò che avevo (una parte erano soldi ricevuti in eredità dopo la scomparsa dei miei genitori) e anche ciò che non avevo (chiesi e ottenni dalla mia banca 140 milioni di lire).


Acquistai dunque 2mila azioni di una società quotata in borsa: «Tecnodiffusione» di Bruno Kraft. In quel periodo leggevo assiduamente Il Sole 24Ore e i settimanali finanziari Milano Finanza e Borsa & Valori. Ebbene, tutti sottolineavano l'elevatissima redditività, le continue acquisizioni e l'ottimo stato di salute di questa società.


Sempre in quel periodo, Raitre - nella prima fascia pomeridiana - intervistò in un nuovo programma proprio Bruno Kraft: venne presentato con tutti gli onori come colui che aveva rilanciato il settore dei computer in Italia, colui che aveva rilevato la fallimentare Olivetti facendola risorgere come una sorta di araba fenice. La vicenda di questa società ha lasciato sbigottiti tutti noi piccoli azionisti: nel 2000 passò in amministrazione controllata per poi fallire attorno al 2004. Mi piacerebbe sapere che tenore di vita conduce ora Bruno Kraft, se stia vivendo la mia stessa povertà, in mestizia e vergogna, da fallito.

Un discorso del tutto diverso lo meritano «il gatto e la volpe», i moralisti Carlo De Benedetti e Renato Soru. L'editore della Repubblica-Espresso, in pieno marasma di new economy, all'inizio del Duemila pensò di creare una società che portava il suo nome e cognome: «Cdb web tech». Il titolo esordì in Borsa a 82 euro. Io acquistai in diverse tranche iniziando da 55 euro l'una per circa 2.300 azioni, investendo circa 123.000 euro. 

Dopo pochi mesi questo titolo scese fino a 2 euro per azione. Due anni fa De Benedetti cedette «Cdb web tech» al gruppo finanziario-editoriale De Agostini, facendo così cambiare anche il nome della società, che ora si chiama «Dea capital». Ebbe un'idea geniale: ai vecchi azionisti regalò, per ogni due azioni «Cdb», un'azione di una sua nuova società dal nome altisonante: Management&capitali.

Sa quanto valgono le mie azioni - che voglio continuare a chiamare «Cdb» - più quelle regalatemi? Direttore non svenga: circa 3mila euro. Io gli ho dato 123mila euro (nel Duemila a Latina ci si compravano due appartamenti) e lui mi ridà 3mila euro.


Ora, direttore, come si fa a non sospettare che De Benedetti, nei giorni del rialzo in Borsa del suo titolo, non abbia fatto acquistare le sue stesse azioni facendo il gioco al rialzo, per poi vendere una buona parte delle sue azioni? È indimostrabile, ma è ciò che tutti gli azionisti hanno pensato.

Ora passiamo al «gatto», Renato Soru, fondatore di Tiscali ed editore dell'Unità. Sempre all'inizio del Duemila, acquistai circa mille azioni Tiscali dopo che il titolo aveva raggiunto quote vicino a 150 euro, io ne acquistai circa mille in una fase discendente a circa 55euro, per un valore totale di circa 55mila euro. Anche questo titolo seguì una parabola discendente fino a raggiungere quota 2 euro l'una. Due anni fa viene fatta un'offerta ai possessori delle azioni Tiscali: ogni 17 azioni già possedute, ne venivano offerte 6 al costo di favore di un euro. Mi feci prestare i soldi ed aderii all'offerta.


Sa quanto valgono ora le mie vecchie azioni Tiscali più le nuove? Circa 366 euro. Cioè: io nel Duemila gli ho dato una cifra con la quale nella mia città ti potevi comprare un appartamento e oggi non ci posso nemmeno acquistare un frigorifero.

Qualche mese fa, in pieno disastro finanziario, l'ex direttore del Tg1, Gianni Riotta, chi invita nel suo studio subito dopo il tg? Ma Carlo De Benedetti, al quale chiedeva «ricette» per uscire dalla crisi finanziaria. Proprio a lui! E la cosa si è ripetuta recentemente con Lucia Annunziata a In mezz'ora su Raitre. Ho provato sgomento. Come quando, qualche anno fa, Renato Soru - con il titolo della sua azienda che valeva 2 euro - annunciò di scendere in politica. Ma scendi dove? Io ti ho dato il mio sangue e tu invece di darti da fare, di lavorare nella tua azienda, visto che hai tradito le nostre aspettative di azionisti Tiscali, te ne vai a fare il governatore? In campagna elettorale per le elezioni regionali in Sardegna, Silvio Berlusconi si è riferito a Soru dicendo che l'imprenditore si sarebbe dovuto vergognare per aver rovinato la vita a tanta gente. Immagino si riferisse agli azionisti Tiscali, ma è stata l'unica volta che ho sentito una critica a Soru, che venne invece invitato da Daria Bignardi nel suo programma tv: nessuna domanda, però, sugli azionisti ai quali ha rovinato la vita.

Ho raccontato la mia storia sulla bacheca web del governatore del Lazio, Piero Marrazzo, che tanto deve del suo successo politico proprio al suo programma su Raitre in difesa dei consumatori. Non mi ha mai risposto.

Ma io continuo in questa mia battaglia solitaria. La Repubblica e L'Unità non si occupano dei propri editori che a tantissimi azionisti hanno rovinato la vita. Per loro non c'è neanche l'attenzione della pur brava Milena Gabanelli. Anzi, «il gatto e la volpe» sembrano i paladini della morale nazionale.

Caro direttore, è vero che non ci sono prove di loro speculazioni, ma rimane la loro responsabilità politica e soprattutto morale verso migliaia di risparmiatori che come me hanno investito nelle loro aziende ricevendo in cambio umiliazione, disperazione, depressione.


Liti e furti tra suore di clausura

di Gian Marco Chiocci


Gubbio - Non porgono l'altra guancia. Non perdonano. Pregano sì, ma chi i carabinieri, chi la magistratura, di risolvere una volta per tutte a loro favore la controversia religioso- giudiziaria che si trascina nel silente monastero Buon Gesù delle clarisse cappuccine sacramentarie di Gubbio. Qui due fazioni di suore di clausura si stanno massacrando con maldicenze, ingiurie irripetibili, umiliazioni, spintoni in refettorio, accuse di omosessualità, persino di ruberie.

Una delle tre sorelle bandite dalle gerarchie ecclesiastiche, poco prima del forzato trasferimento ai cappuccini di via Veneto a Roma, lamenta il furto di gioielli regolarmente catalogati all'ingresso nel convento di Gubbio per un valore di un milione e 100mila euro: tre crocifissi di rubini, oro e brillanti, cinque medaglie raffiguranti la Vergine Maria tempestate di acque marine e smeraldi, cinque scapolari d'oro guarniti di pietre preziose, tre grosse catene inoro e molti altri oggetti preziosi, frutto di un'eredità lasciata da mamma e papà, possidenti benestanti.

Furto aggravato, l'accusa ipotizzata. In risposta, le madri superiore hanno mandato (invano) ic arabinieri a perquisire le stanze del trio ribelle, imputando loro il furto di misteriosi e imprecisati «documenti». Insomma, nella quieta della comunità religiosa allocata nella terra di San Francesco e il lupo, l'autorità giudiziaria e quella vaticana sono state costrette a intervenire in religioso silenzio.

Protagoniste dell'affaire, una sorella messicana, Maria, una novizia spagnola, Maria Soledad, e un'altra colombiana, Alicia. Che al termine dell'ennesimo affronto hanno preso coraggio denunciando le superiori e le alte autorità ecclesiastiche colpevoli di averle denigrate, diffamate, insultate e calunniate. Per oltrepassare l'invalicabile muro della clausura e recapitare in Procura l'esposto con l'esposizione delle prepotenze subite e i dettagli della refurtiva introvabile, le tre clarisse si sono affidate all'avvocato Carlo Taormina. Che ha subito inoltrato un atto di denuncia-querela basato - scrivono le sorelle nell'esposto - su un piano strategico finalizzato ad allontanare le tre suore dal convento per impossessarsi dei gioielli.

La guerra interna, inizialmente a bassa intensità, deflagra in poco tempo. Il clima si fa presto ostile tanto che le tre clarisse si rivolgono al commissario pontificio per essere spostate in un'altra comunità. Anche suor Chiara, «maestra delle postulanti e delle novizie», e la madre badessa, suor Pace Celedòn, scrivono alla Civcsva (Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica) per chiedere di potersi allontanare per tre anni dal monastero. Nessuno risponde. Fino a che, il 26 ottobre del 2007, viene imposta per decreto «la dimissione» delle novizie, evitata grazie all'intercessione della madre badessa, suor Pace, convinta della loro sincera vocazione. Ma la contesa non si ferma.

Al monastero viene inviato un commissario pontificio, suor Maria Daniela Pozzi. Se suor Chiara e suor Pace testimoniano dell'assoluta bontà della fede delle novizie, il commissario, che in un primo momento - dicono le tre suore - le aveva apprezzate, dopo il loro allontanamento del 3 giugno2008, le definisce «assolutamente inadatte alla vita religiosa» e fa in modo che il suo parere viaggi di convento in convento. La madre badessa, suor Pace, con l'arrivo del commissario capovolge le sue convinzioni e il vescovo di Gubbio, Mario Ceccobelli - sempre a dette delle tre suore - riunisce i parroci della sua diocesi invitandoli a non dare loro ospitalità.

Intanto la Civcsva diffonde la notiziadella «dimissione forzata» delle novizie, scelta di norma compiuta verso chi crea scandalo o ha gravi turbe psichiche. Le tre sorelle sono certe che l'offensiva è finalizzata a tenersi il bottino contenuto, racconta suor Alicia a verbale, in una scatola. Oltre che a suor Pace, i gioielli erano stati mostrati a suor Chiara che li conservava in contenitori sigillati alla presenza del commissario pontificio, suor Daniela Pozzi, e delle consorelle Bernardetta, Veronicae Carmen. Tutti i beni vennero poi affidati al padre provinciale di Assisi.

Una volta allontanate dal convento,le tre sorelle incaricano un loro amico, ignaro del contenuto dei bagagli, di andare a ritirarli. Ma «all'apertura della cassetta che avrebbe dovuto contenere i preziosi- insiste suor Alicia - notammo subito che era stata aperta e rimossa del contenuto ». Secondo il loro racconto, suor Pozzi, il commissario pontificio, in un primo momento sostenne di aver tenuto alcune scatole per sé, poi di averle consegnate alla Congregazione dei religiosi a Roma. Misteri della fede. Nel frattempo le tre sorelle vengono messe all'indice. Anche quei pochi «superiori» che avevano provato a dar loro ospitalità, girano le spalle. 

Le porte dei conventi si chiudono. Il 30 luglio è il termine ultimo per il trasloco delle sorelle in una nuova comunità, trasferimento che deve essere autorizzato dai vertici vaticani pena l'allontanamento dall'ordine e la fine della loro vocazione. Solo padre Francisco Iglesias, cappuccino dei frati minori di via Piemonte a Roma, resiste alle sollecitazioni. Difende le esiliate. Lecura. Offre loro ospitalità. Dopodiché viene preso e trasferito pure lui, in Spagna.

Prima di andarsene lascia ai posteri questo messaggio autografo: «Dal punto di vista umano e religioso, ritengo che le tre sorelle, secondo la logica di Dio, meritino davvero di una parola conclusiva che restituisc aloro la buona fama, la dignità e la giustizia, che sono loro dovute, spalancandole la porta di qualsiasi monastero...».

Cina, vite schedate e rubate: Ecco i giovani senza identità

di Matteo Buffolo



Che la burocrazia cinese fosse efficiente, meticolosa e tenesse nota di tutto è risaputo. Che in Cina capitino fenomeni di corruzione, anche. Che tutta la vita di una persona, iscrizione al Partito comunista, scuole fatte, voti presi, valutazioni, ogni documento ufficiale riguardante i suoi studi, fossero contenuti in un faldone, è già meno noto. Che questi faldoni a volte scompaiano e giovani laureati, magari fra i più brillanti, si trovino all'improvviso privati di anni di fatica e di studio è ancora meno risaputo. Eppure in Cina accade, e accade sempre più spesso. È successo, per esempio, a Xue Longlong, e assieme a lui ad altri dieci laureati nel 2006: tutti con voti record, tutti, come racconta il New York Times, figli di famiglie povere della zona del Fiume Giallo.


Questi fascicoli, noti come «dangan», appunto per la loro importanza, fondamentale ad esempio per trovare lavoro, sono chiusi al sicuro in scuole, edifici governativi o posti di lavoro: una soluzione che dovrebbe garantire che non scompaiano misteriosamente. Eppure, spariscono lo stesso. Colpa di un trasloco dal primo al secondo piano di un edificio governativo, hanno spiegato le autorità ad un esterrefatto Xue Longlong. Sparendo, si sono portate via anche il lavoro per cui si era preparato: un posto da manager in una società petrolifera statale. Posto che andrà a qualcuno che magari improvvisamente si troverà con le credenziali giuste. Pagandole dai 2500 ai 5000 euro, la cifra pagata da un funzionario governativo per rubare l'identità di un compagno di classe del figlio, in modo che potesse accedere a un'università migliore usando i risultati del compagno.


«Se non ce l'hai, semplicemente dimenticane - racconta amaro Wang Jindong, un 27enne che ha fatto la stessa fine di Xue e si è visto sparire la sua cartella -. Non importa cosa sai fare, nessuno ti assumerà. Anzi, ti prenderanno pure per matto». Lui puntava a lavorare in un gigante della chimica, mentre ora è finito a fare il muratore, con contratti giornalieri e guadagna meno di 10 euro alla settimana. E non è che non abbia provato a combattere per riavere indietro la sua identità. Come lui tanti altri, per anni, assieme ad amici e parenti hanno provato a bussare a ogni porta, a chiedere aiuto a burocrati e funzionari del partito di ogni livello. Senza ottenere risultato, ma anzi, sortendo l'effetto opposto e venendo perseguitati dalla polizia. Lo scorso febbraio, mentre cercavano di fare una petizione al governo nazionale, cinque genitori sono stati arrestati e detenuti per nove giorni in una galera non ufficiale di Pechino. «Siamo così esausti - ha raccontato in lacrime ai reporter del New York Times Song Heping, madre di un giovane il cui dangan è misteriosamente scomparso -. Non solo i colpevoli non sono stati puniti, ma sono stati anche assolti».


E spesso questi furti, che accadono alle spalle dei giovani provenienti da famiglie meno ricche, si trasformano in un dramma familiare: perché i genitori si indebitano per aiutare i figli, sperando poi che i loro studi si rivelino un investimento. Come nel caso di Xue Longlong, i cui genitori si sono indebitati di 1000 euro l'anno, puntando tutto sullo stipendio che il figlio avrebbe preso una volta entrato nell'azienda petrolifera statale a cui puntava. I suoi 700 euro al mese avrebbero non solo ripagato il debito in fretta, ma anche aiutato tutto il nucleo familiare. E invece ora nei guai sono finiti anche loro, con un debito da qualche migliaio di dollari e una figlia che non vuole più studiare perché «mio fratello è andato al college, e non è servito a niente. Perché dovrei continuare?».



Giustizia, De Magistris in aspettativa

«il mestiere di magistrato non è un abito che si dismette e si butta via»


L'eurodeputato: «Lascerò la toga, ma i tempi delle dimissioni non me li faccio dettare da nessuno»



ROMA- La magistratura non la lascia. Almeno per ora. L'ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, adesso eurodeputato con l'Italia dei valori, all'annuncio della sua candidatura aveva definito la propria scelta irreversibile, spiegando che non sarebbe più tornato a indossare la toga. Adesso, invece, torna sui suoi passi: non lascia la toga, ma chiede e ottiene una aspettativa. Il Csm, infatti, ha dato il via libera a partire dal 14 luglio e per tutta la durata del mandato. Un «atto dovuto», spiegano a Palazzo dei marescialli.

LA SCELTA- «Il mestiere di magistrato che ho svolto per quindici anni non è un abito che si dismette e si getta via», lo scrive De Magistris sul suo sito internet (www.luigidemagistris.it). Per lui, questo lavoro «è un sentire, una aspirazione, una vocazione che permane, una volta maturata, per tutta la vita. Mi sento magistrato dentro e sempre mi sentirò tale. Purtroppo, mi è stato impedito di continuare a svolgere questo mestiere e ne ho dovuto prendere atto. Detto questo, confermo che non rientrerò in magistratura e che mi dimetterò. 

Ma i tempi delle mie dimissioni non me li farò indicare o dettare da nessuno, se non dalla mia coscienza». L'ormai ex magistrato ci tiene a precisare che « sono in aspettativa senza retribuzioni e senza contributi e, visto che mi dimetterò, anche la progressione di anzianità non avrà valore. Per quanto riguarda il presunto 'lodò di cui potrei usufruire perchè in aspettativa, si tratta di una notizia infondata: i processi disciplinari a cui sono sottoposto non vengono azzerati dall'aspettativa, al contrario lo sarebbero dalle dimissioni».

LE REAZIONI- «È molto grave che i magistrati che entrano in politica possano un giorno fare rientro nella categoria. La terzietà non è più un valore. Il caso De Magistris ne è sinistra conferma». Lo sottolinea in una nota Francesco Storace, segretario nazionale de La Destra.




28 luglio 2009

Poliziotti indagati per depistaggio

L'inchiesta Dopo le rivelazioni del boss Spatuzza cresce la lista degli accusati anche per l'omicidio Borsellino

Un pentito che ha ritrattato: mi hanno costretto a confessare


DAL NOSTRO INVIATO


CALTANISSETTA - C'è l'inchie­sta sulla strage e c'è l'inchiesta sul­le indagini svolte 17 anni fa, per la stessa strage. A questo sdoppia­mento è giunto il lavoro dei magi­strati di Caltanissetta intorno all'ec­cidio del 19 luglio 1992, nel quale morirono Paolo Borsellino e cin­que agenti della sua scorta. Strage mafiosa ma non solo, come quasi tutti ormai pensano; strage con eventuali «mandanti occulti» non individuati; strage con alcuni col­pevoli condannati da sentenze defi­nitive, ma forse non tutti davvero colpevoli. Ecco perché le inchieste sono ancora aperte.

Da un lato si cercano i responsa­bili rimasti impuniti, di tutte le ca­tegorie. Tra gli «uomini d'onore» rimasti fuori dalle precedenti inda­gini, le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza - boss del quar­tiere palermitano di Brancaccio, che riempie verbali su verbali da un anno, dopo averne trascorsi 11 a regime di «carcere duro» - hanno portato ad almeno un nuovo inda­gato; su di lui sono in corso accerta­menti e riscontri alle accuse del nuovo collaboratore di giustizia. Oltre la mafia, nel campo di ipotiz­zate collusioni e del ruolo di possi­bili «apparati deviati dello Stato», compresi esponenti dei servizi se­greti, la situazione è più comples­sa; si continua a scavare su coinci­denze, parentele, contatti telefoni­ci sospetti emersi nei processi già celebrati, per tentare di arrivare a conclusioni più concrete.

Dall'altro lato gli inquirenti gui­dati dal procuratore Sergio Lari hanno riaperto il capitolo delle in­chieste avviate nel '92, subito dopo la strage. Quelle che hanno portato a tre diversi processi e alle senten­ze confermate dalla Cassazione. Ora una parte di quella verità giudi­ziaria potrebbe essere riscritta, pro­prio a partire dalle dichiarazioni di Spatuzza, dai riscontri effettuati e dalle conseguenti ritrattazioni di al­meno un altro pentito, vero o pre­sunto che sia.

Il neo-collaboratore - autore tra gli altri delitti dell'omicidio di padre Pino Puglisi, il parroco anti­mafia di Brancaccio ucciso nel 1993 - ha svelato di essere l'auto­re del furto della Fiat 126 utilizzata per fabbricare l'auto-bomba esplo­sa in via D'Amelio. Offrendo indica­zioni precise, puntualmente verifi­cate. Del furto s'era accusato, nel 1992, tale Salvatore Candura, mez­zo balordo e mezzo mafioso che og­gi, di fronte alle rivelazioni di Spa­tuzza, confessa di essersi inventato tutto.

O meglio, di aver ripetuto ciò che alcuni investigatori lo ave­vano costretto a riferire ai magi­strati. Di qui la nuova indagine aperta dalla Procura di Caltanisset­ta a carico di quegli investigatori: i nomi di due o tre poliziotti che fa­cevano parte del Gruppo investiga­tivo Falcone-Borsellino, creato al­l'indomani delle stragi, sono già fi­niti sul registro degli indagati. Ipo­tesi di reato, calunnia.

Di fatto si ipotizza un possibile depistaggio messo in atto con le fal­se dichiarazioni di Candura, che hanno portato alle confessioni del­l'altro «pentito» Vincenzo Scaranti­no, su cui sono fondate parte delle condanne confermate in Cassazio­ne; confessioni false, se sono vere quelle di Spatuzza e ora di Candu­ra. Indotte dagli investigatori, se­condo la nuova ricostruzione di quest'ultimo. I magistrati nisseni hanno riassunto la situazione nel parere col quale hanno aderito alla proposta di protezione per Spatuz­za; lì scrivono che uno dei riscontri alle dichiarazioni del neo-pentito consiste proprio nella ritrattazione di Candura. Il quale «ha formulato pesanti accuse nei confronti di al­cuni esponenti della Polizia di Sta­to, a suo dire responsabili di averlo indotto a dichiarare il falso».

Ipotesi grave e inquietante. Per­ché il depistaggio, qualora fosse re­almente stato organizzato come fa credere Candura, dovrebbe avere un movente. Dev'essere il frutto di una decisione presa a tavolino nel­le settimane immediatamente suc­cessive all'eliminazione di Paolo Borsellino (e due mesi dopo la mor­te di Falcone nella strage di Capa­ci), per indirizzare le indagini su una falsa verità consacrata fino al verdetto della Cassazione. Per qua­le motivo? Per coprire quale realtà alternativa? E con l'avallo, o su mandato, di chi? A quale livello po­litico o investigativo?

Sono tutte domande alle quali dovrebbe rispondere l'inchiesta, se dovesse accertare che Candura, ora, non mente più. Ma resta aper­ta anche l'altra ipotesi, e cioè che lui allora si sia autoaccusato per sua libera scelta, tirando in ballo un personaggio come Scarantino (sulla cui attendibilità molti hanno nutrito dubbi, a cominciare dal pubblico ministero Ilda Boccassini che li mise nero su bianco nel 1994, al momento di lasciare Calta­nissetta) senza chiamare in causa mafiosi di ben altro profilo.

Anche Candura è indagato nel nuovo pro­cedimento (l'ipotesi di reato è auto­calunnia), in attesa che gli accerta­menti portino a fare un po' di chia­rezza sull'intricata vicenda. E con lui, Scarantino, che anche di fronte alla nuova verità di Spatuzza ha in­vece confermato quanto dichiarato nelle indagini e nei processi prece­denti. Lo ha fatto negli interrogato­ri e durante il confronto con il neo-pentito, seppure dopo qual­che minuto di riflessione.

Nell'ambito dell'indagine sui po­liziotti accusati di aver «imbocca­to » Candura sono già stati ascoltati come testimoni alcuni magistrati che fra il '92 e il '94 si occuparono delle indagini sulla strage di via d'Amelio, tra i quali la stessa Boc­cassini, Carmelo Petralia e Paolo Giordano. Gli accertamenti prose­guono per tentare di venire a capo, a 17 anni dai fatti, del presunto de­pistaggio sulla più misteriosa delle stragi di mafia del '92-'93; oppure, se le accuse si rivelassero false, del depistaggio messo in atto oggi,


Giovanni Bianconi


29 luglio 2009

martedì 28 luglio 2009

Arriva il latte con le bollicine"

Si chiama Vio, sta per essere testato a New York, Los Angeles e San Francisco. Lo sbarco in Europa dipenderà dalla reazione negli Stati Uniti. Slow Food protesta

New York, 27 luglio 2009


La Coca Cola si appresta a lanciare in alcune città americane il primo latte effervescente al sapore di frutta. La nuova "esperienza sensoriale rinfrescante", come la compagnia ha definito la novità, si chiama Vio ma la sua commercializzazione nel resto del mondo dipenderà dall'accoglienza dei consumatori nelle città campione scelte, New York, Los Angeles e San Francisco.

La nuova bibita a base di latte scremato, scrive The Guardian, sarà venduta in quattro gusti - limone, pesca-mango, tropicale e ai frutti di bosco. Il 'latte frizzante' è aromatizzato in quattro gusti: 'citrus burst', al limone, 'peach mango', al mango e pesca, 'tropical colada', con ananas e cocco, e 'veryberry', ai frutti di bosco.

Slow Food protesta e parla di ''un tragico scherzo che non sposterà per nulla il consumo di latte e non aiuterà il comparto''. In questo modo, ha spiegato Piero Sardo, presidente di Slow Food per la biodiversità ''si irride e sbeffeggiano i produttori e i consumatori ai quali questo latte verrà venduto al quadruplo e al quintuplo del suo prezzo: mi auguro che i consumatori resistano''.

Nel mondo, ha aggiunto Sardo, arrivano 17 mila nuovi prodotti l'anno, ma l'Italia, ha aggiunto, è fra i paesi ''più resistenti mentre altri paesi come gli Usa ne sono invasi. E così il rischio è quello che i supermercati espellano progressivamente gli alimenti più tradizionali, che costano di più e che sono senza pubblicità ma che sono quelli di qualità''.

Marzabotto, verità senza retorica

Il massacro» di Luca Baldissara e Paolo Pezzino ricostruisce l'eccidio di Monte Sole

Non fu colpa dei partigiani e le vittime furono 770, non 1830



C hi scende dall'Appennino verso Bologna sotto sera, troverà alla sua sinistra, sui viadotti della Gardeletta, una fetta di montagna di quel pur rado puntinato di verande e lampioncini che lucciola le altre zone poco sopra Sasso. Quell'ombra scura è Monte Sole, teatro nel 1944 di quello che un grande lavoro di Luca Baldissara e Paolo Pezzino chiama semplicemente Il massacro, cioè la storia della Guerra ai civili a Monte Sole (Il Mulino, pp. 628, € 33).


Un libro grande e severo sui fatti - ospiti inattesi in un Paese che ha spartito la sua storia fra la chiacchiera politologica e l'arzigogolismo storiografico, lasciando prive più generazioni di una conoscenza senza la quale la più santa delle memorie non può far altro cha afflosciarsi. I fatti che il rigore del lavoro storico mette in fila riguardano quello che la comune retorica civile chiama «eccidio di Marzabotto», settembre 1944, 1830 morti, martiri della Resistenza. Quella retorica, sulla quale incombe fino agli anni Ottanta l'onere di far diventare l'antifascismo di una minoranza disingannata la grammatica della impervia costruzione democratica, ha dovuto arrotondare i dati per potersi comunicare.

Così i centoquindici luoghi nei quali si sono consumate una scia di stragi sono diventati «Marzabotto»; le lunghissime e atroci giornate fra il 29 settembre e il 5-6 ottobre, una data per discorsi ufficiali; i 770 uccisi in un'azione militare pianificata di guerra terroristica sono stati annessi agli altri caduti durante la guerra e i bombardamenti; e quelle vite concrete, quelle comunità famigliari, spirituali, politiche trascolorano in una apologetica di cui Baldissara e Pezzino documentano il destino e il senso.

Infatti la liturgia civile del racconto del massacro consumato fra le valli del Setta e del Reno vive per decenni di una enfasi che alla lunga si rivela vulnerabile alla manipolazione ideologica fino - sarà così durante l'episcopato del cardinale Biffi - al tentativo di addebitare alla condotta partigiana in quell'angolo appenninico la responsabilità dei morti, vittime di uno scontro di ideologie totalitarie di cui i preti uccisi sarebbero le vittime, anzi, i martiri.

Enfasi civile erosa non dal caso: giacché, come spiega Baldissara, «a forza di svuotare di storicità l'esperienza antifascista e quella resistenziale, cioè di ottunderne le contraddizioni, rimuoverne i chiaroscuri, decontestualizzare le vicende, travasando nella realtà storica una rappresentazione sempre più artefatta di esse e di volta in volta funzionale al mutare dei contesti politici, dell'antifascismo e della Resistenza quali fenomeni e processi storicamente determinati restava ben poco».

A quelli che il lessico «storichese» chiama i «processi storicamente determinati» è dedicato viceversa il corpo del grande tomo: cioè alla ricostruzione puntualissima di quello che Dossetti definì un «delitto castale» compiuto da «sacrificatori» inseriti in una teologia idolatrica. E arrivati a pagina seicento, ci si rende conto della quantità di imprecisioni ed equivoci dei quali questa vicenda è stata vittima e volàno, a partire dalla memoria difensiva stesa dal comandante tedesco Walter Reder per il processo del 1951, che parlava di una azione militare, senza rendersi conto della atroce verità che quella espressione rivelava.

Col passo dello storico di razza Pezzino accumula pagina dopo pagina tutti i pezzi del puzzle: la geografia umana e naturale dei luoghi; le strategie di Reder che non scatena le SS in una azione di furore, ma pianifica la sua operazione sulla base dell'assioma che uccidendo tutti, spariscono i partigiani; i tedeschi in azione e sotto processo. Ampio spazio è dedicato alla brigata Stella Rossa del comandante Lupo, una organizzazione assai poco politicizzata, insofferente alla dirigenza del Cln, comandata da un montanaro vorace a tavola (da qui il nome, non da simbologie militari): fatta di persone del luogo, sulla cui condotta si incentreranno le polemiche quando gli automatismi sulla storia della Resistenza si incepperanno.

In realtà, mostra Pezzino, le modalità dei falliti tentativi di annientare la Stella Rossa con due operazioni della primavera, spiegano perché gli uomini di Monte Sole si siano subito dati alla macchia all'arrivo del 16° battaglione delle Waffen SS: convinti di essere i soli ricercati, pensano che anche questa volta gli inermi saranno salvi. Invece una truppa di giovani nazisti, dalle mostrine illeggibili, agisce con metodicità in un'opera di sterminio lunga, verrebbe da dire paziente, che si protrae per giorni. Pezzino la porta sotto gli occhi del lettore casa per casa, fienile per fienile, nome per nome, smitizzando leggende ed evocando la sequenza di atrocità (e le puntiformi generosità) che a conti fatti lasceranno sul terreno 216 bambini e 554 adulti.

Fra loro ci sono coloro che vengono legati e uccisi in sostanza su due piedi; ma anche quelli che vengono in un primo tempo salvati perché trovati incolumi o solo feriti sotto le montagne dei cadaveri, e che poi, messi a ricovero in altre case, verranno ritrovati e ammazzati nelle operazioni «conclusive» di questa strage che alla fine avrà bisogno di un colpevole, Reder, da accusare, da condannare, da liberare in una sequenza che è quella della memoria.

Accanto, coloro che si salvano per caso e devono scavare la fossa ai corpi resi ingombranti dalla rigidità o sfarinati dagli incendi che non li hanno cremati, ma solo cotti; o quelli che si salvano correndo giù fino a Bologna, credendo vivi o ammazzati i figli, i parenti, gli amici, e destinati a scoprire solo dopo molti mesi cosa era sopravvissuto di loro e di sé. E qualcosa del genere capita anche al lettore de Il massacro, catturato da una scrittura asciutta e severa, e inchiodato a quei fatti che bucano più dell'enfasi, e rendono capaci di leggere in una montagna di cui la storia sa far parlare il buio.


Alberto Melloni


28 luglio 2009

lunedì 27 luglio 2009

La proposta austriaca: "Annettere l'Alto Adige" Scoppia subito la polemica

di Redazione


Bolzano - Il vicepresidente del Parlamento austriaco, Martin Graf, appartenente al partito di estrema destra Fpoe, è finito nel fuoco incrociato e bipartisan delle critiche nel suo Paese per aver chiesto lo svolgimento di un referendum sull'annessione all'Austria dell'Alto Adige-Suedtirol. La Svp respinge al mittente la proposta giudicandola, secondo le parole del presidente della Provincia, Luis Durnwalder, "irrealistica e irresponsabile".

La proposta del parlamentare L'incidente è nato dopo che sulla stampa domenicale, l'esponente Graf, uno dei tre vicepresidenti del Parlamento austriaco aveva sottolineato che l'Alto Adige è "per il momento" un territorio italiano e che bisogna consultare i residenti del Tirolo su una riunificazione con l'Austria. L'Alto Adige-Suedtirol, territorio prevalentemente germanofono, fa parte dell'Italia dal 1919, quando venne scorporato dall'impero Asburgico dopo la vittoria italiana nella prima guerra mondiale.

Il Trentino-Alto Adige si divide Mostrano maggiore entusiasmo le forze di opposizione del gruppo linguistico tedesco. "Il bicentenario della lotta per la libertà del Tirolo è una buona occasione per immaginare un futuro Sudtirolo senza l'Italia", ha detto Sven Knoll di Suedtirol Freiheit, il partito di Eva Klotz. Sulla stessa lunghezza d'onda Harald Gruenbacher dell'Union fuer Suedtirol, secondo il quale "una parte sempre più ampia della popolazione si dichiara per la libertà politica della provincia". "Finché l'Italia rispetterà l'accordo Degasperi-Gruber, non c'è ragione di cambiare strada", ribatte il presidente Durnwalder, con il sostegno del Capitano del Tirolo, Guenther Platter che boccia la proposta di Graf ed invita "a guardare avanti superando le divisioni dei confini del passato".

Bufera in Austria Tuona il ministro austriaco degli Affari esteri, Michael Spindelegger: "Quelli che credono di risolvere i problemi di domani con le idee di ieri si sbagliano di grosso. Ho già chiesto diversi mesi fa, le dimissioni di Martin Graf dal suo posto di vice-presidente del Parlamento perchè non ha le distanze sufficienti dall'ideologia di estrema destra. La mia posizione non è cambiata". La richiesta di dimissioni dell'esponente cristiano democratico è sostenuta da socialdemocratici, partner dei conservatori nella coalizione bipartisan al governo, e Verdi. Perfino i "Gruenen", gli ecologisti austriaci, hanno perso la pazienza chiedendo nuovamente ai conservatori di non porre più ostacoli a una legge che permetta al Parlamento di revocare uno dei suoi vice-presidenti.