giovedì 19 ottobre 2017

Gli avvocati-robot arrivano anche in Italia

lastampa.it
andrea daniele signorelli

Software di intelligenza artificiale in grado di analizzare migliaia di documenti in pochi minuti sollevano i legali dai compiti più ripetitivi: ma non mancano gli aspetti controversi



Dalla guida delle auto, alla medicina, fino agli studi legali, le intelligenze artificiali stanno facendo il loro ingresso in settori sempre più delicati; con la promessa di affrancare l’uomo dai compiti più ripetitivi e di offrire risultati estremamente precisi in tempi rapidissimi. Quale studio legale, per esempio, non desidera un robot-avvocato in grado di analizzare migliaia di documenti in pochi minuti, classificare le clausole e gestire in maniera autonoma le verifiche sui bilanci delle società?

Nonostante si sia ancora agli inizi, i primi software capaci di compiere questo tipo di lavori stanno iniziando a diffondersi: da ROSS, il robot avvocato sviluppato grazie a Watson di IBM, alla canadese Kyra, per arrivare infine a Luminance, una tecnologia sviluppata dai matematici dell’Università di Cambridge premiata come Best Artificial Intelligence Product in Legal durante il convegno londinese CogX. Luminance è stata adottata da studi inglesi come Slaughter and May, statunitensi come Cravath Swaine & Moore, e anche italiani, com’è il caso di Portolano Cavallo:

“È un sistema che usa le tecnologie di machine learning e la statistica avanzata per individuare le ricorrenze o le deviazioni dalla norma, trovando il filo conduttore che lega tra loro un numero esorbitante di documenti”, spiega a La Stampa Yan Pecoraro, socio dello studio Portolano Cavallo. “Tutto questo perché l’algoritmo è in grado di svolgere un’analisi del testo che non si ferma alle parole, ma guarda anche alla sintassi, alla ricorrenza dei termini, al loro ordine e alla loro vicinanza all’interno di una frase. Il nostro compito, in questa fase, è invece di addestrare il software a diventare sempre più bravo a lavorare con la lingua italiana”.

Ovviamente, non bisogna immaginarsi un robot che scartabella tra centinaia di documenti, perché la realtà è molto distante da come ce la si potrebbe immaginare: “È una piattaforma: un sito internet che permette di caricare al suo interno documenti, contratti, atti giudiziari e poi inizia ad analizzarli trovando il filo rosso che li unisce o li differenzia”, prosegue Pecoraro. “Oggi siamo ancora in una fase preliminare; ma è impressionante vedere come le capacità e le performance di Luminance aumentino in maniera esponenziale, settimana dopo settimana”.

Per vedere all’opera un algoritmo capace di scovare dei precedenti legali che possono tornare utili o mettere in relazione tra loro casi diversi, però, si dovrà aspettare ancora un po’: “Da quello che so, Watson di IBM potrebbe offrire delle soluzioni di questo tipo; ma a noi al momento serve più che altro l’analisi dei documenti e l’individuazione dei contenuti, che ci permette di risparmiare tempo e ottenere risultati molto accurati”.

Ma se questi algoritmi sono in grado di lavorare 24 ore su 24, non c’è il rischio che gli studi legali assumano sempre meno praticanti? “In questa fase certamente no, perché la combinazione vincente è data dall’unione di intelligenze artificiali e uomini. In verità, soluzioni di questo tipo possono anche rendere più interessante il lavoro, eliminando gli aspetti più ripetitivi e pedanti e conservando quelli in cui il valore aggiunto dell’avvocato è più elevato”, prosegue l’avvocato Pecoraro. “Non credo proprio che gli avvocati si estingueranno; di sicuro, però, lavorare con queste piattaforme diventerà la norma e quindi cambierà la formazione anche a livello accademico. In Italia, il nostro studio è un pioniere per quanto riguarda l’innovazione, ma si tratta di un processo inarrestabile”.

Resta da capire, quindi, quale sia il punto di arrivo di queste tecnologie. Difficilmente vedremo un robot che fa arringhe in tribunale; mentre potrebbe essere molto meno fantascientifico immaginare che i software abbiano sempre più voce in capitolo anche a livello strategico: “Con l’aumento della capacità di calcolo e delle performance ci si può immaginare ovviamente che il ruolo giocato da queste macchine diventi sempre più importante”, conferma Pecoraro. “Le decisioni, però, saranno sempre prese dai professionisti, mentre i software avranno solo un ruolo di supporto. Anche perché il nostro è un lavoro molto delicato, ed è fondamentale che il responsabile finale sia un uomo”.

Da chi si finge morto a chi apre un ristorante. Ecco chi sono i 34 assassini ancora in libertà

ilgiornale.it
Stefano Zurlo

Di molti si sa dove sono ma non si riesce a portarli a casa. Con quelche eccezione

É la lista ufficiale dei fuggitivi. Quella che circola negli uffici dell'Interpol. Trentaquattro nomi di ricercati che col tempo sono diventati imprendibili: quasi tutti terroristi rossi legati alla Spoon River degli anni Settanta e Ottanta.

Qualcuno probabilmente è morto, di altri si sono perse le tracce, ma molti sono, teoricamente, a portata di mano. Si sa dove abitano ma non si riesce a riportarli in Italia anche se sono passati decenni da quei delitti e da quelle pagine di sangue. É il caso appunto di Cesare Battisti, inseguito, come ha raccontato al Giornale il sottosegretario Cosimo Ferri, dal lontano 2003: prima in Francia, dove aveva provato a stanarlo l'allora Guardasigilli Roberto Castelli, e ora in Brasile. In Francia risiede anche Giorgio Pietrostefani, dirigente di Lotta continua, ritenuto con Adriano Sofri il mandante dell'assassinio del commissario Luigi Calabresi, avvenuto a Milano il 17 maggio 1972, il prologo degli anni di piombo.

Gli ex brigatisti e i reduci delle altre formazioni della galassia terroristica hanno trovato rifugio e protezione un po' ovunque, aiutati qualche volta dal passaporto di un altro Paese o da un matrimonio all'altro capo del mondo. Cosi alcuni nomi, pesi massimi della storia dell'eversione, sono diventati bersagli virtuali. Si sa benissimo che, a parte improbabili colpi di scena, non verranno più acciuffati anche se sulle spalle hanno una condanna che non va mai in prescrizione: l'ergastolo. É la situazione in cui si trovano Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri, due membri del commando che il 16 marzo 1978 in via Fani a Roma rapi Aldo Moro e sterminò la sua scorta. Lojacono è diventato cittadino svizzero per via della madre ed è inavvicinabile; stesso discorso per Casimirri che si è sposato in Nicaragua, ha ottenuto la cittadinanza, oggi ha un ristorante a Managua.

In Sudamerica, più precisamente in Perù, erano arrivati ormai molti anni fa Oscar Tagliaferri e Maurizio Baldasseroni, protagonisti di uno degli episodi più feroci e, se possibile, insensati, di quell'interminabile mattanza: la strage di via Adige a Milano, il 1 dicembre 1978. Tre morti, ammazzati a fucilate. Un massacro compiuto non in nome dell'ideologia, ma dettato da futili motivi, tanto che i due furono buttati fuori da Prima linea cui avevano chiesto invano una copertura e la rivendicazione del gesto, ma aiutati ad espatriare. Ora,a distanza di tanto tempo, Baldasseroni è stato dichiarato morto, Tagliaferri è invece sempre presente negli archivi dell'Interpol e dell'intelligence.

É invece considerato un irriducibile Claudio Lavazza, il cui percorso coincide per un tratto con quello di Cesare Battisti. I due vengono condannati al carcere a vita per i quattro omicidi compiuti dai Pac, i Proletari armati per il comunismo, una meteora nella storia dell'eversione. Poi però prendono strade diverse: Battisti comincia la partita al gatto e al topo con la giustizia italiana, Lavazza entra nell'orbita dell'anarchia e viene arrestato in Spagna nel 1996 dopo una rapina ad una banca. Ventuno anni dopo è ancora in prigione e dalla sua cella lancia proclami contro il Fies, l'equivalente spagnolo del 41 bis. Ma il destino di Lavazza è segnato: conclusa la detenzione in Spagna, lo attendono le carceri italiane e quelle francesi con condanne severissime e un fine pena lontanissimo sul calendario. Gli anni di piombo non passano mai.

DoubleLocker, il ransomware per Android che ruba i dati bancari

repubblica.it
di SIMONE COSIMI

Il malware scoperto dai ricercatori di Eset: il virus cambia il Pin del dispositivo chiedendo un riscatto. E potrebbe evolversi in trojan bancario

DoubleLocker, il ransomware per Android che ruba i dati bancari


I RICERCATORI DI Eset, la più grande casa di software per la sicurezza digitale dell'Unione Europea, hanno scoperto un nuovo malware per Android che mescola un meccanismo di infezione con due potenti strumenti per estorcere denaro alle vittime. Si chiama DoubleLocker e si diffonde principalmente come falso aggiornamento di Adobe Flash Player tramite siti compromessi. Sfrutta i servizi di accessibilità di Android, secondo uno schema tipico di questo genere di attacchi.

Cosa può fare DoubleLocker? In pratica è in grado di cambiare il Pin del dispositivo (impostandone uno a caso che non viene registrato sul dispositivo o inviato da qualche parte, così da impedire all'utente o a un esperto di sicurezza di recuperarlo) per tagliare fuori il legittimo proprietario. Poi codifica i dati, rendendoli irrecuperabili. Una combinazione che, secondo Eset, non era mai stata registrata prima nell'ecosistema del robottino verde. Una volta avviata, l'applicazione malevola richiede l'attivazione del fantomatico "Servizio di Google Play". Poi acquisisce le autorizzazioni di accesso e le sfrutta per attivare i diritti di amministratore del dispositivo. Infine, senza ovviamente nessun intervento dell'utente, si imposta come applicazione Home predefinita.

Cliccando il tasto Home, insomma, lo si manda ripetutamente in esecuzione. Dunque un ransomware, un malware che chiede un riscatto (per la precisione di 0.0130 Bitcoin, circa 54 dollari entro 24 ore) per recuperare, in realtà senza alcuna sicurezza, l'accesso ai propri contenuti, ma anche lo sviluppo di un trojan bancario (Android.BankBot.211.origin) in cui i ricercatori di Eset erano già incappati. Secondo gli esperti la funzionalità che consentirebbe a questo malware di sottrarre le credenziali bancarie dai sistemi delle vittime potrebbe essere aggiunta molto facilmente. Se così si evolvesse, DoubleLocker diventerebbe una sorta di "ransom-banker", già identificato in una versione di test in the wild lo scorso maggio.

"Considerando la sua natura di malware bancario, il DoubleLocker potrebbe facilmente trasformarsi in quello che poossiamo definire un ransom-banker - ha spiegato Lukáš Štefanko, il ricercatore malware di Eset che ha scoperto il DoubleLocker - un malware a due fasi che prima tenta di svuotare il tuo conto bancario o quello di PayPal e successivamente blocca il tuo dispositivo e i tuoi dati per richiedere un riscatto".

I russi hanno usato anche Pokémon Go per fomentare tensioni razziali

lastampa.it
andrea nepori

Negli Usa si spacciavano per un’associazione in difesa delle vittime della brutalità della polizia, ma avevano un solo scopo: creare tensioni sociali tra gli afroamericani e la popolazione bianca e conservatrice



Anche Pokémon GO si aggiunge all’arsenale degli strumenti digitali adoperati dai troll e dagli hacker russi per destabilizzare la società statunitense prima e dopo la campagna elettorale per le presidenziali del 2016. Un’indagine della CNN ha rivelato che Don’t Shoot Us, una presunta associazione a supporto degli afroamericani vittime della brutalità della polizia, era in realtà controllata dalla Internet Research Agency, un ente di propaganda via Web collegato al Cremlino.

I troll di Don’t Shoot Us, che sostenevano di aderire al movimento Black Lives Matter, avevano ideato una specie di concorso, con in palio dei buoni acquisto Amazon. Ai giocatori di Pokémon GO veniva chiesto di recarsi in luoghi dove fossero avvenuti casi di pestaggio o di omicidio di cittadini afroamericani e di dare ai propri personaggi i nomi delle vittime. Chi avesse poi condiviso un’immagine della schermata sui social media avrebbe avuto diritto a uno dei premi. Secondo la CNN, Don’t Shoot Us non è riuscita nell’intento e nessun buono sconto è mai stato distribuito.

A inizio settembre Facebook ha rivelato che la Internet Research Agency, tra il 2015 e il 2017, ha acquistato decine di migliaia di dollari in pubblicità sulla piattaforma, tutte con contenuti di carattere politico o social. L’iniziativa di Don’t Shoot US, nonostante il coinvolgimento di Pokémon GO, aveva comunque come obiettivo la diffusione di contenuti controversi sui social network, Facebook in primis. La pagina della finta associazione aveva raggiunto i 254.000 like alla fine di settembre, ma è stata già rimossa, così come gli account Instagram e Youtube collegati ai troll, assieme a circa 470 altri account che afferivano invece alla Internet Research Agency. Un blog tumblr nato per promuovere l’iniziativa non si occupa più delle violenze della polizia e ha invece iniziato a postare campagne di propaganda filopalestinesi.

"Papà era riverso a terra e Battisti lo crivellò di colpi"

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo

Il racconto di Adriano Sabbadin, figlio del macellaio Lino ucciso il 16 febbraio 1979 nel suo negozio da Battisti e il suo commando: "Crivellarono mio padre senza alcuna pietà"



Volete conoscere Cesare Battisti? Volete sapere chi era il "proletario armato per il comunismo" che oggi se ne sta comodamente seduto in una spiaggia brasiliana mentre i parenti delle sue vittime lottano con il dolore di non avere più un padre, un marito, un amico? Era un assassino (lo dicono le condanne): un killer spietato ora trasformatosi in giallista di successo senza scontare neppure un minuto di pena per i delitti commessi durante gli anni di piombo. Per toccare con mano la feroca di chi oggi dice che tornare in Italia sarebbe "una condanna a morte" bisogna ascoltare i racconti dei parenti di una delle quattro vittime degli omicidi per cui Battsti è stato condannato all'ergastolo. "Non devo chiedere scusa alle vittime", ha detto il terrorista dei Pac continuando a dire che "non c'è motivo che chieda scusa per qualosa che hanno commesso altri".

Il figlio di Lino Sabbadin raccontò l'omicidio di suo padre in un libro realizzato da Giovanni Fasanella e Antonella Grippo. Una fiume di parole sconcertanti, che ricostruiscono nella memoria di un ragazzo come Battisti abbia crivellato di colpi il macellaio di Santa Maria di Sala (Venezia) mentre questi era già agonizzante a terra. Era l 16 febbraio del 1979. "La mia era una famiglia tranquilla - racconta Adriano Sabbadin, come riportato dal Tempo - Lavoratori seri, persone oneste. Vendevamo carni". Due mesi esatti prima della morte di Lino Sabbadin (il 16 dicembre) la sua macelleria subì una rapina. O forse dovremmo chiamarlo un "esproprio proletario", locuzione con cui per anni si sono coperti col velo della politica comunista crimini di tutti i tipi.

"Era un sabato sera - ricorda Adriano - la giornata di lavoro era finita e stavamo per chiudere. Quella era un' incombenza che spettava a me e andai nel retro per prendere il grosso catenaccio di ferro con cui bloccavamo la saracinesca. Improvvisamente sentii sparare all' impazzata, mentre qualcuno urlava: 'Questa è una rapina! State fermi, non vi muovete! E' una rapina!". D' istinto mi buttai a terra, impaurito. Poi riconobbi la voce di mio padre, che invitava alla calma: "Per favore, state calmi!", continuava a ripetere ai rapinatori. Ma lo diceva anche a se stesso e soprattutto a mia sorella, che era alla cassa: la vedeva terrorizzata e voleva tranquillizzarla. Adriana prese i soldi dal cassetto per darli ai rapinatori, erano due giovani incappucciati.

Ma uno di loro le sparò, senza colpirla; forse credeva che volesse nascondere una parte dell' incasso della giornata e voleva intimidirla. Mio padre nel frattempo, preoccupato che potesse accadere qualcosa di brutto a mia sorella, approfittò di quegli attimi di concitazione e riuscì a venire nel retro, dove prese un' arma, che teneva nascosta lì. L' altro rapinatore gli corse dietro e lo colpì in testa con il calcio della pistola. Papà non svenne e reagì. Lottarono. Partì un colpo. Fu mio padre a rialzarsi mentre il ragazzo rimase a terra, riverso in una pozza di sangue. L' altro rapinatore fu subito immobilizzato dai clienti e rischiò il linciaggio della folla, che quando è stanca di soprusi diventa branco pronto a farsi giustizia da sé. L' ambulanza arrivò quasi subito. Tentarono di rianimare il ragazzo in terra, poi lo portarono in ospedale. Ma non ce la fece, morì nel giro di qualche ora".

La morte di quel giovane rapinatore armò la mano dei Pac. I quali decisero di punire il macellaio per aver bloccato quel tentativo di esproprio proletario. Ci furono minacce, bombe piazzate la vigilia di Natale, lettere minatorie e un lungo calvario che portò fino alla fatidica data del 16 febbraio 1979. Quel giorno "nel pomeriggio, chiesi a mio padre di venire giù in negozio perché dei clienti avevano bisogno di alcuni tagli più grossi, e io non ero in grado di darglieli. Erano circa le 16.30. Mio padre, aiutato da mia madre, stava servendo dei clienti, una coppia con una bambina piccola. Io ero al telefono, stavo chiamando una ditta fornitrice perché mi ero accorto che avevamo bisogno di alcuni tagli di carne e volevo che ce li portasse. Proprio in quell'istante notai di nuovo un' auto che passava lentamente davanti al negozio.

Era la stessa che avevo visto il giorno precedente. In un attimo sentii dei colpi di pistola rimbombarmi nelle orecchie. Lasciai cadere il telefono e andai di corsa in magazzino, mi sedetti a terra per riprendere fiato e cercare di pensare a cosa fare. Poi scappai di sopra, da mia zia. Lei, dalla terrazza, aveva visto arrivare degli uomini armati e poi aveva sentito i colpi, ma non aveva potuto far nulla perché uno, dalla strada, la teneva sotto tiro con un mitra. Sono momenti infiniti, dilatati dall' angoscia, senti il cuore che ti batte in gola fino a scoppiare. Quando finalmente vedemmo quegli uomini allontanarsi di corsa in macchina, io e mia zia, con la paura negli occhi, scendemmo subito. Uno dei vicini tentò di bloccarmi: "Non andare, papà è morto!".

La moglie del macellaio aveva il grembiule sporco di sangue. Ma non quello degli animali che per tirare a campare la famiglia vendeva in macelleria. Era l "rosso vivo del sangue di mio padre", come ricorda Adriano Sabbadin. "E lui, mio padre, era in una pozza di sangue. Lo toccai, era bianco, cianotico. (...) Lo portarono via subito. I carabinieri ci fecero andare in caserma per interrogarci, me e mia madre. Ma io non capivo nemmeno quello che mi stavano dicendo (...) L' omicidio fu rivendicato il giorno dopo dai Pac. (...) I carabinieri ci spiegarono che si trattava di una banda che faceva rapine per autofinanziarsi. Nel nostro caso, però, avevano voluto punire mio padre che, due mesi prima, du rante il tentativo di rapina in macelleria, aveva ucciso quel ragazzo. Secondo i Pac, ci spiegarono i carabinieri, mio padre non avrebbe dovuto reagire a un' azione di «esproprio proletario (...)".

I membri del commando che uccise il macellaio veneziano erano in tre. Uno di loro era una donna, Paola Filippi. A premere il grilleto per primo fu Diego Giacomini, terrorista veneziano. Ma a pianificare la ferocia dell'attentato e i suoi particolari ci pensò Cesare Battesti. Il quale non ebbe alcuna pietà per quell'onesto lavoratore che aveva osato ribellarsi ad una rapina. "Giacomini fu il primo a sparare a mio padre - racconta ancora Adiano - Battisti lo colpì di nuovo quando era già a terra; fecero allontanare i clienti e poi spararono ancora. Crivellarono mio padre senza alcuna pietà".

L'ultima truffa al telefono: ora il call center ti ruba anche l'Iban

ilgiornale.it
Rachele Nenzi

Un operatore straniero si spaccia per dipendente di Enel Energia (che smentisce). Il nome è falso ma conosce i codici iban di chi chiama al telefono



Non sono solo telefonate molteste. Forse c'è qualcosa di più. A raccontarlo è Ilaria Bonuccelli, cronista del Tirreno che nei giorni scorsi è stata contatta da un numero telefonico di un call center che diceva di essere alle dipendenze di Enel Energa. Conosceva il numero di Iban (corretto) della giornalista e non aveva nessuna paura di essere intercettato, o ricercato, dai carabinieri.

"Signora Ilaria, abbiamo i suoi dati perché noi siamo Enel Energia. Ce li ha dati lei quando ha chiesto la domiciliazione delle bolletta", dice l'operatore telefonico. Il motivo della chiamata sarebbe l'offerta di una nuova tariffa fissa sul contatore della luce. Il risparmio non è indifferente: 15 euro in meno ogn due mesi.

A quanto risulta al Tirreno, però, Enel Energia avrebbe dismesso il telemarketing dal giugno di quest'anno. Quello che sta bombardando di telefonate decine di italiani (il numero è: 019/9246744), dunque, o è un truffatore o un millantatore. Resta il fatto che conosce per filo e per segno gli Iban di chi chiama al cellulare.

Non solo l'operatore telefonico conosce i segreti bancari degli italiani. Ma non teme neppure di finire di fronte alle autorità giudiziarie del Belpaese. "Chiama i carabinieri? Ora sì che ho paura.

I carabinieri e la polizia sono tutti al bar a bere - dice sprezzante del pericolo - E comunque non hanno certo il tempo di stare dietro alle sue bollette di luce e gas”. Secondo quanto ricostruito dal Tirreno, il finto operatore sarebbe straniero (si capisce dall'italiano claudicante), si farebbe chiamare Lupetti Eugenio e chiama dall'estero. Meglio fare attenzione.

Tesori abbandonati: la straordinaria storia dell’ex Cimitero degli Inglesi a Napoli

lastampa.it
antonio emanuele piedimonte

Prima quartiere a luci rosse, poi sepolcreto acattolico, quindi parco pubblico in degrado. Ecco i mille volti di un angolo poco noto della città, in centro eppure dimenticato


L’angelo sfregiato della tomba della famiglia Freitag

Un tempo tra quelle eleganti tombe marmoree nel cuore di Napoli passeggiava una donna che abitava poco lontano e di questioni legate all’aldilà aveva una certa esperienza. Si chiamava Eusapia Palladino ed era stata la medium più famosa d’Europa, ma ormai aveva smesso di far ballare i tavoli durante le sedute spiritiche e di incuriosire e sconvolgere la comunità scientifica del tempo. L’anziana “Signora dei morti” si aggirava con passo malfermo tra i vialetti di quello che tutti indicavano come il Cimitero degli Inglesi, il sepolcreto acattolico di piazza Santa Maria della Fede.

Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento conteneva ancora un gran numero di monumenti e lapidi, si estendeva in uno spazio molto più vasto di quello oggi visibile e, secondo le cronache del tempo, nelle ore notturne creava pure qualche turbamento nei rari passanti e nei pochi abitanti del circondario. Oggi, guardando quello che è rimasto del cimitero, i grandi palazzi che lo assediano e tutto quello che è successo, appare difficile anche solo immaginare l’atmosfera di quelle passeggiate della povera Eusapia che, ormai abbandonata da tutti, trascorreva gli ultimi anni in povertà, malconcia e con la sola compagnia degli quegli spiriti evocati per tutta la vita per il suo pubblico.

A quasi secolo di distanza, infatti, molta della bellezza del grande sepolcreto è andata perduta, sono sopravvissuti solo nove monumenti sepolcrali ottocenteschi, tutti più o meno vandalizzati, come del resto un po’ tutta l’area che Sir Henry Lushington nel 1826 aveva acquistato per accogliervi le spoglie degli stranieri e dei residenti a Napoli di fede protestante.


Vandalismi su una delle tombe ottocentesche del giardino comunale

TRA PROSTITUTE E LUPANARI
L’unico spazio che era stato concesso al nobiluomo britannico era a ridosso della chiesa e del convento di Santa Maria della Fede (XVII secolo), lì dove già dal 1752 la regina Maria Amalia di Sassonia aveva fatto nascere un ospizio «per donne vaganti» in seguito trasformato in ricovero per prostitute e donne affette dalla sifilide o da altre malattie a trasmissione sessuale. Una scelta non casuale: sin dal XVI secolo il Borgo Sant’Antonio Abate, tra piazza Carlo III e la zona oggi a ridosso della Ferrovia, era il luogo della città deputato ai commerci carnali (lo scrittore seicentesco carlo Celano, nella sua guida alla città di Napoli, lo definì “un laido lupanare”), e per un lungo periodo fu persino recintato con un muro. Qui venne a prostituirsi e trovò la morte Bernardina Pisa, moglie del leggendario Masaniello. Non fu dunque un gesto elegante concedere proprio quell’area ai non cattolici per seppellire i propri defunti, ma la morte, come è noto, livella anche le spiacevolezze, e gli stranieri accettarono di buon grado anche quell’infelice sistemazione.


La tomba della grande scienziata britannica Mary Somerville

ULTIMA DIMORA DI SCIENZIATI E INTELLETTUALI
Dal 1828 gli oltre diecimila metri quadrati del giardino funerario accoglieranno le spoglie di numerosi uomini illustri, tra cui il botanico tedesco Friedrich Dehnhart, che fu anche direttore del “Real Orto Botanico” di Napoli; l’archeologo e intellettuale William Gell (autore della prima guida in inglese su Pompei); il grande pittore di origine olandese Anton Pitloo (maestro di Giacinto Gigante e docente all’Accademia di Belle Arti); il console Oscar Meuricoffre (suo il bellissimo sarcofago realizzato dallo scultore Francesco Jerace) che divenne il banchiere più ricco di Napoli battendo la concorrenza di Rotschild.

E ancora: l’industriale svizzero Davide Vonwiller, i cui funerali furono seguiti da migliaia di persone; la famiglia Bateman-Dashwood (ricordata da uno spettacolare obelisco egiziano); la famiglia Freitag (il cui monumento rinascimentale, caratterizzato da un grande angelo, appare orribilmente sfregiato); la famiglia di Guglielmina Solombrino Arnold (un altro notevole sepolcro anch’esso devastato dai vandali). L’unico accesso al giardino pubblico noto come ex Cimitero degli Inglesi è su vico Biagio Miraglia (una traversa del Corso Garibaldi) perché quello principale è chiuso da oltre dieci anni. Lo spazio è aperto tutti i giorni, ma talvolta la carenza di personale limita la fruizione alle ore mattutine

In Romania c'è un cimitero allegro che ricorda i morti con opere d'arte e tanta ironia

lastampa.it
noemi penna



Un cimitero «allegro» da visitare come un museo. A Sapanta, in Romania, a 4 chilometri dal confine con l’Ucraina, si trova il coloratissimo Cimitirul Vesel, un campo santo decisamente unico: le tombe sono dipinte con scene di vita (anche ironiche) della persona che vi è sepolta, le croci in legno sono tutte intagliate e di colori sgargianti mentre sulle lapidi non ci sono parole di cordoglio bensì battute e poesie umoristiche che descrivono il defunto.



I romeni considerano la morte un momento molto solenne. Ma questo cimitero è associato alla cultura degli antichi Daci, la cui filosofia si basa sull'immortalità: loro considerano la morte un momento di gioia, che porta il defunto ad una vita migliore della precedente. Da qui le insolite lapidi e decorazioni.



Nel Cimitirul Vesel oggi sono presenti 800 tombe decorate e viene visitato quotidianamente proprio come una galleria d'arte. La prima opera risale al 1934 ed è stata realizzata dell'artigiano, poeta e pittore Stan Ioan Pătraș, che decise di realizzare lui stesso la sua futura lapide. Ma la tomba più celebre è sicuramente quella di Dumitru Holdis, le cui miniature sono diventate persino dei souvenir da portarsi a casa.



Gli epitaffi del cimitero sono tutti raccolti nel libro «Le iscrizioni parlanti del cimitero di Sapânta» scritto dal professor Bruno Mazzoni. Qualche esempio? «Lui amava i cavalli. Un’altra cosa amava molto. Sedersi al tavolo di un bar. Accanto alla moglie di un altro», oppure «Coloro che amano la buona grappa come me patiranno perché io la grappa ho amato e con lei in mano sono morto». Insomma, un modo per superare con ironia la paura della morte ed essere ricordati per sempre con il sorriso.

La tomba di Babbo Natale potrebbe trovarsi davvero sotto una chiesa bizantina in Turchia

lastampa.it
noemi penna



L'antica tomba di Babbo Natale può nascondersi sotto una chiesa turca? Da anni gli archeologi stanno conducendo indagini per identificare il luogo di sepoltura di San Nicola, vescovo di Myra e patrono di Bari, uno dei santi più popolari, diventato nei secoli l'icona del vecchio con la barba bianca che porta i doni ai bambini. E ora, grazie alle tecnologie digitali di ultima generazione, pare che siano più vicini alla soluzione di un mistero vecchio 1.600 anni. Sotto alla chiesa di San Nicola di Demre, nella provincia di Antalya, in Turchia, storicamente ritenuta la tomba del vescovo ortodosso dell'antica città di Myra, gli scanner hanno rivelato la presenza di una cripta sotterranea sconosciuta, presunto luogo di tumulazione del santo.



Dopo la sua morte all'età di 73 anni, nell'anno 343, si tramanda che Nicola venne interrato proprio in quella chiesetta, diventata poi un popolare luogo di pellegrinaggio. Durante il Medioevo, però, a causa delle guerre che stavano devastando il territorio, tradizione vuole che i suoi resti siano stati spostati a Bari.

Ma che fine ha fatto la sua tomba originaria? Ed è possibile che delle reliquie del santo siano rimaste in Turchia? A rispondere a queste domande potranno essere solo i prossimi scavi. Per riportare alla luce il santuario sotterraneo bisognerà infatti «sventrare» l'antico luogo di culto ortodosso di architettura bizantina. Una chiesa con i pavimenti a mosaico e i soffitti affrescati, così preziosa da essere in lista per entrate nei Patrimoni dell'umanità dell'Unesco.

Un lavoro non facile, costoso e neanche a colpo sicuro. La scoperta di un luogo così misterioso e inaccessibile fa però sperare gli archeologi il ritrovamento di una tomba intatta, che potrebbe ribaltare la storia. «Lì sotto potremmo trovare il corpo intatto di San Nicola», ha detto il direttore dei lavori, Cemil Karabayram, «così come i resti di un sacerdote locale».



Ma la strana collocazione a due metri sotto il pavimento, senza alcuna porta o via d'accesso, fa pensare che l'attuale chiesa, eretta nel 520 sopra le fondamenta di un'altra più antica, «sia stata creata proprio per sigillare e proteggere la cripta del santo».

L'ostacolo più grande ora sarà la  rimozione dei millenari mosaici che formano il pavimento della chiesa. Ogni quadratino dovrà essere accuratamente staccato e posizionato in uno stampo che ne permetterà la ricostruzione. Ma gli esperti hanno deciso di prendersi tre mesi di tempo per studiare meglio i dati digitali e trovare soluzioni alternative per non danneggiare la chiesa. «Abbiamo ottenuto ottimi risultati, ma il vero lavoro inizia ora», conclude Karabayram.

Il parroco che lancia il rosario contro l'invasione degli islamisti

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo

Don Ottorino Baronio, parroco di Vicomoscano, frazione di Casalmaggiore (Cremona), venerdì ha indetto un rosario contro l'islamismo. Polemiche politiche



Un lungo rosario contro l'islamismo. Dopo l'esperienza della conferenza episcopale polacca e la marcia a suon di "Ave Maria" lungo i confini di quello che è stato l'ultimo baluardo contro l'invasione islamica dell'Europa, ora anche in Italia c'è chi rispolvera la preghiera per combattere l'avanzata di Allah. Siamo a Vicomoscano, frazione di Casalmaggiore (Cremona), dove don Ottorino Baronio - in barba agli appelli ecumenici - due giorni fa ha organizzato un "rosario contro l'islamismo".

Vulcanico parroco di provincia, don Ottorino Baronio non nasconde la sua ammirazione per il Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi e le lotte contro aborto, gender e via dicendo. Il vescovo di Cremona, Antonio Napolioni, nonostante le polemiche ha deciso di non commentare la scelta del suo prete. E ci mancherebbe. In fondo si è trattata solo di una "maratona" di preghiere dalle 17.30 alle 19.30. Recitare tutti i misteri del rosario non ha mai fatto male a nessuno, anche se indetto contro l'islamismo.

L'obiettivo di don Ottorino era quello di "chiedere a Maria la forza per difendere il Cristianesimo da ogni attacco relativista e materialista e dall' islamismo". E il parroco ha tenuto a precisare che non si è trattata di una crociata contro chi prega Allah, ma contro chi fa un "uso politico della religione, che rischia di imporsi anche qui". La comunità islamica non ha apprezzato ("c'è molta confusione sui termini"), ma alla fine ha lasciato via libera al don ("faccia pure"). La polemica è stata più politica che religiosa, con il Pd a denunciare una sorta di adesione al "vangelo secondo Salvini" e la Lega Nord pronta a portare i vessilli del Carroccio tra i banchi della Chiesa.

"L'ho fatto per dare a tutti un annuncio di gioia nella propria fede - ha detto il parroco ai giornali - Non è una battaglia e non vuole fare proselitismo. Solo proclamare la propria appartenenza ed i valori nei quali credono i cristiani. E lo faremo a chiusura dell'anno dedicato alla madonna di Fatima".
Alla fine venerdì tutto si è svolto in completa tranquillità. Nessun dibattito, nessuna protesta. Solo la presenza di una camionetta dei carabinieri a tenere alta l'attenzione delle autorità. Dentro la chiesa fedeli si sono alternati, hanno passato le loro dita sulla coroncina del rosario e di "Ave Maria" in "Ave Maria" hanno chiesto l'intercessione della Madonna contro il "nichilismo islamista" e il "rinnegamento della fede cristiana".

CalAfrica islamica

ilgiornale.it



Eccome, se ci stanno riuscendo! In questa mia terra, dove neanche i saraceni più feroci e con le scimitarre fra i denti sono riusciti a lasciare uno solo dei loro spermatozoi vivo a svirgolare per le viscere di una vergine calabrese, se non dopo averla straziata, martoriata, resa orfana e senza fratelli a difenderla; in questa terra, apparentemente aspra come l’anima del limone, ma, in fondo, docile come l’occhio dell’agnello delle nostre montagne; in questa mia terra, in cui si intrecciano ancora gli spiriti dei Padri con quelli degli accolti in pace, come gli Ebrei di Askenaz, i Greci di Pitagora, i Bizantini di San Nilo, gli Arbereshe di Skanderbeg, i Valdesi (Occitani) di Gian Luigi Pascale (massacrati, poi, dall’inquisizione vaticana); in questa mia terra di Calabria, paradiso dalle mille contraddizioni, oggi si prega, senza colpo ferire, il profeta dei beduini più di Dio Uno e Trino. Più di Gesù Cristo.

1immigrati

E, noi, costretti a non reagire, per non essere tacciati di razzismo e xenofobia, nicchiamo…

Invasi e colonizzati da mille e mille clandestini, seguaci di un libro che ci vuole morti; derisi e dileggiati da schiere di infedeli ingrassati dalle moine di stupidi senzadio italioti  paladini dell’accoglienza “alla volemose bene” e coccolati come fossero dei liberatori (dalla presunta noia della normalità?), addirittura osannati e celebrati manco fossero dei benefattori dell’umanità. Loro ne approfittano e cancellano secoli di nostre lotte e battaglie. Da quelle per l’emancipazione dai padroni nel mondo del lavoro a quelle per la parità di diritti fra uomo e donna. Fino alla rivendicazione dell’uso della lingua corrente addirittura sugli altari.

Democratici e civili ancora per poco (Dio non voglia), saremo costretti, se la spuntano loro, a far ricoprire le nostre donne come fossero mobili di una casa abbandonata; vedremo crollare le nostre chiese sotto i colpi dei picconi a mezzaluna; ci nasconderemo per implorare Gesù di mandarci la morte migliore e meno insanguinata. Perderemo il lavoro, magari. E la dignità.

Loro, pregustando una sperata (?) vittoria, già si mettono a pecora cinque volte al giorno ovunque si trovino, qui in casa nostra, per pregare il loro profeta fasullo, imponendoci una coabitazione che – confessiamolo! – non ci piace. Distruggono, rendendole del tutto inutilizzabili, le case che pur affittiamo loro a quattro soldi, in un ennesimo tentativo di considerarli uguali a noi. Pisciano sui nostri muri e se ne strafottono dei divieti dei loro libri: ubriachi come scimpanzé ubriachi, tirano di coltello e colli di bottiglie rotte. Si squartano e ci squartano per un nonnulla. Per indole! Per odio razziale nei nostri confronti.

Fregandosene di quell’impossibile integrazione a cui non credono loro, non crediamo noi e non credono neanche tutti quei falsoni che si gonfiano il culo di soldi, parlando nei convegni comunali, regionali, nazionali e mondiali. Questi alieni, indietro di un’era, mortificano la nostra Storia millenaria. La nostra Identità. La nostra Cultura. La nostra intelligenza. Nel silenzio sordo delle istituzioni, che approvano ipocriti ma milionari progetti di accoglienza “solidale” in cambio di chissà quali aberrazioni politicomassomafiose. Con la complicità non disinteressata di eretiche tonache bianche, diabolicamente lontane dalla mani giunte dei santi fedeli e dai Raggi di Luce del Vero Dio, e più vicine ai caveaux di banche truffaldine e alle poltrone di poteri inconfessabili…

Quanto “mi fa strano” vedere i paesini di questa regione infarciti di stranieri irregolari fancazzisti, giocatori seriali di videopoker e similari, correi di caporali mafiosi colorati di nero e di bianco, magnaccia di puttane nigeriane impestate di sifilide e scolo (magari aids, perché no?), scippatori di vecchiette pensionate e stupratori di ogni genere, per voglia o necessità. A farsi un giro in auto, in questa Piana di Gioia Tauro, sembra di essere in Senegal, o in Mali. O nella Libia di oggi. Quella in cui il pur variopinto Gheddafi è sottoterra, e, con Lui, il buonsenso e la sicurezza dell’Occidente.

Lavorano, i negri dei neri della Piana, illegalmente per venticinque/trenta euro a giornata e levando il lavoro a chi – italiano – vorrebbe lavorare secondo legge, nelle campagne colorate da milioni di piccoli soli: quelle arance, quei mandarini che non hanno più mercato per volontà di un’Europa sanguisuga. Le raccolgono e le sistemano nelle cassette che, per tre centesimi al chilo, le porteranno verso le industrie di succhi o verso le bancarelle dei mercati rionali di tutta Italia.

Si offrono anche come manovalanza spicciola per la peggiore mafietta senza regole né capi, i negri dei neri della Piana. Oppure come gigolò (anche qui, fottendosene dei dettami di quel loro libro). O come guardiani di battone, sulla statale fra Rosarno e Vibo Valentia… Insomma – come dicono i soloni della tivù – “fanno quello che gli Italiani non vogliono fare!

E MENO MALE!!!
Anche se… Beh, se continua come sta andando, da queste parti, non so quanto resisteremo a lasciarli a loro, questi lavori così redditizi!
Si fa per dire…
Fra me e me

Blitz del governo: anche il caffè si pagherà col bancomat

ilgiornale.it

L'annuncio del vice ministro dell'Economia Luigi Casero: multa ai commercianti che non accettano i pagamenti con il bancomat



Quante vole vi è capitato di andare alla cassa del bar e non avere i soldi per pagare un caffè? Forse per la testa vi sarà passata l'idea di pagare con il bancomat quell'euro di tazzina, poi però manca il coraggio di chiedere al commerciante di poter strisciare la carta per un importo così basso.Ebbene, presto le cose cambieranno. È in arrivo infatti una multa per chi non accetta i pagamenti con il bancomat o la carta di credito. Ben 30euro di multa ogni volta che ci si rifiuta di accettare un pagamento elettronico. Anche se si tratta del caffè.

La "rivoluzione" scatterà con la manovra economica e diventerà operativa nel 2018. Il blitz porta la firma del vice ministro dell'Economia Luigi Casero che ha inserito la norma nella legge di bilancio e che al Messaggero spiega: "Si tratta di una sanzione quasi simbolica ma che indica un cambio di marcia importante. Tabaccai e benzinai sono sostanzialmente favorevoli ma chiedono una riduzione delle commissioni bancarie".

Già l'anno scorso con la legge di stabilità il governo aveva costretto gli esercenti a dotarsi di Pos. Ora l'esecutivo decide di compiere un ulteriore passo. "Tabaccai e benzinai - spiega sempre Casero - sono sostanzialmente favorevoli, ma chiedono una riduzione delle commissioni bancarie, altrimenti sarebbe anti economico dotarsi di Pos". Per abbattere i costi bisognerà che i commercianti trovino degli accordi convenienti con le banche. E la cosa non è facile.

Circolare segreta del prefetto: ​"Vietato fotografare i migranti"

ilgiornale.it
Claudio Cartaldo

Il documento (che doveva rimanere riservato) finisce sui giornali. Scoppia la polemica dei residenti nel Pesarese tra Borgo Santa Maria e Pozzo Alto



Una circolare che fa scoppiare la polemica. Siamo a Borgo Santa Maria e Pozzo Alto, due piccoli comuni nel pesarese che da tempo sono alle prese con la presenza dei migranti.

Il prefetto Luigi Pizzi, di fronte alle tante proteste dei cittadini e alle continue denunce presentate dai residenti (anche corredate di foto), cosa ha fatto? Ha messo un freno all'arrivo dei migranti? No, ha emesso una circolare per prevenire "possibili confronti verbali e fisici fra residenti e migranti dei centri di accoglienza", vietando ai residenti "privi di qualsiasi legittimazione" di fotografare gli immigrati o di chiedergli le generalità. L'ordine del prefetto inviato ai vertici delle forze dell'ordine è chiaro: "Disponete servizi di vigilanza e di controllo del territorio, con impiego di tutte le forze di polizia, onde prevenire e reprimere con rigore qualunque condotta del tipo sopra segnalati".

Il documento sarebbe dovuto rimanere ad uso interno, ma il Resto del Carlino lo ha pubblcato facendo scatenare le polemiche. "Io ho il dovere - ha spiegato il prefetto Pizzi all'Ansa - di tutelare l'ordine pubblico, dando disposizioni alle forze di polizia. Se il singolo cittadino nota persone o comportamenti che ritiene possano rappresentare un pericolo per la sicurezza è tenuto a chiamare il 112 o il 113, non a intervenire direttamente, perché non ha la legittimità a farlo".

La pensa diversamente Francesco Coli, legale espertissimo, già difensore di Lucia Annibali, intervistato sempre dal Resto del Carlino: "Uno può tranquillamente chiedere il nome a un’altra persona - dice - senza incorrere in nessuna violazione. E l’altra può rifiutarsi di dare le generalità, a meno, ovviamente, che a chiederle non sia un pubblico ufficiale. Sulla privacy, poi, non ci vedo estremi di violazione facendo una foto, se è in luogo pubblico. Chiaro, che se poi ne faccio un uso diffamatorio, il discorso cambia".

Attualmente a Borgo Santa Maria sono presenti 95 migranti. Troppi per i residenti. Giusti per il prefetto, che per evitare problemi ha deciso di impedire ai cittadini di fare foto o chiedere le generalità ai richiedenti asilo. E a chi sostiene che non ci sia niente di illegale nel fotografare qualcuno in zona pubblica, risponde che sono "interpretazioni del diritto su cui valuterà eventualmente la magistratura".

"Siamo delusi - ribattono i residenti in una nota - Qui non vogliamo creare allarmismo, ma segnalare un disagio sentito da tutta la comunità del quartiere. La problematica dei migranti è reale, vogliamo creare un dialogo costruttivo con le Istituzioni per risolverla". Critici anche i sindacati di polizia, che considerano una perdita di tempo impegnare le forze dell'ordine a controllare chi scatta fotografie invece di concentrare le forze sulla prevenzione dei veri crimini. Difficile dargli torto.

Diaspora, quando la fine è un nuovo inizio

lastampa.it
alessandra levantesi kezich

Il docu-film che rivive il rastrellamento dal Ghetto di circa mille persone a Roma



Shoah, cioè “tempesta devastante”, è termine in uso per indicare lo sterminio nazista degli ebrei, cinque/sei milioni di vittime fra il 1939 e il 1945. In Italia la deportazione verso i lager iniziò all’indomani della fondazione della Repubblica di Salò; e uno dei primi episodi fu, nella Roma occupata dai tedeschi, il rastrellamento dal Ghetto di circa mille persone. Quel 16 ottobre 1943 di cui oggi si celebra la triste ricorrenza, Simone Piperno si era tempestivamente rifugiato nell’appartamento dei coniugi Alberto e Clara Ragionieri, dove lui e i familiari rimasero nascosti fino all’arrivo degli Alleati nel giugno ’44.

Adesso i nomi dei Ragionieri sono scolpiti sul Muro d’onore nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme; e la produttrice Marina Piperno – la figlia di Simone che al tempo era una bambina - ha porto loro commosso omaggio durante una delle tappe di un lungo viaggio fra USA, Israele e Italia, cominciato nel 2013 e durato circa due anni. Viaggio che, con la complicità del regista Luigi Monardo Faccini – insostituibile compagno di vita e di avventure cinematografiche - si è tradotto in un film, Diaspora, distribuito in un album-cofanetto di quattro DVD da Cinecittà Luce.

Se nell’ottobre 1943 la Piperno si trovava nella capitale fu solo perché il padre, preso atto che gli Usa non avrebbero concesso accoglienza alla vecchia madre, si era rifiutato di raggiungere le sorelle già in salvo all’estero. Ma settant’anni dopo, l’incontro con i cugini, nipoti e bisnipoti trasferitisi o nati oltreoceano - i cui nomi grazie a una fitta rete di incroci matrimoniali vanno dai Di Segni ai Sonnino, dai Fornari ai Bises, per non parlare di più attuali e internazionali ramificazioni – fa affiorare in Marina un forte, ineludibile sentimento di appartenenza.

Fra i parenti c’è chi è laico e chi è rabbino riformato, chi vive a Tel Aviv e chi risiede a New York: però in tutti loro, come in lei stessa, alberga la consapevolezza di una condivisa identità culturale che non passa necessariamente per la religione, e attiene semmai a un segreto territorio dello spirito. Marina dialoga, intervista, fruga negli archivi, trova vecchie foto, lettere, filmini, scruta i volti amati degli scomparsi, ne interpreta malinconie e sorrisi; e Faccini da dietro l’obiettivo coglie con freschezza l’esperienza di questo viaggio in un presente traboccante di passato, setacciando le immagini al filtro di un’affettuosa sensibilità. Proprio vero ! Come da sottotitolo, pur diretta conseguenza della tragedia della Shoah, la Diaspora può anche significare una fine che è un nuovo inizio. 

Nestlè cancella le croci dalle confezioni di yogurt

ilgiornale.it
Marco Gombacci

La più grande multinazionale nel settore dell’alimentare cede e fa sparire le croci dalle confezioni di yogurt



Anche la più grande multinazionale nel settore dell’alimentare cede al politicamente corretto. La Nestlè ha deciso di eliminare la croce cristiana dalla confezione dello yogurt raffigurante le tipiche chiese ortodosse che si trovano in Grecia. La Nestlè non è la prima multinazionale a nascondere la croce cristiana dalle sue confezioni. Ci aveva pensato prima di lei la Lidl, leader mondiale nel settore dei supermercati, che era andata a colpire una chiesa cristiano ortodossa di Santorini (Grecia) e la chiesa di Dolceacqua (Imperia), cancellando tutti i riferimenti religiosi “per non offendere la sensibilità dei clienti non cristiani”.

No, non avviene in Siria o Iraq, ma a Bruxelles, capitale del Belgio e dell’Unione europea dove, in nome del politicamente corretto, si nega tutto ciò che riconduce alle nostre radici giudaico cristiane. Lo stesso politicamente corretto, che vorrebbe la religione e cultura cristiana relegata a vergogna della società occidentale, tanto da cancellarne tutti i riferimenti. Non solo Bruxelles. Recente è il caso di divieto sancito dal Consiglio comunale di Charnwood, villaggio inglese vicino a Nottingham, di vendere delle tazze di caffè con la croce templare “perché i cavalieri templari hanno massacrato migliaia di musulmani più di settecento anni fa durante le crociate”.

Sempre in Inghilterra, in alcune scuole del Sussex, è vietato fare riferimenti temporali “prima di Cristo” o “dopo Cristo”, rivoluzionando la dicitura del calendario Gregoriano che vige dal 1582. “La religione cristiana viene utilizzata per giustificare comportamenti omofobi o forme di neo-colonialismo,” si legge in un testo di alcuni studenti dell’Università inglese di Oxford che metteva al bando un’associazione studentesca cristiana. Le polemiche non sono tardate ad arrivare nemmeno in Germania quando a Karlsruhe, un artista aveva vinto un bando pubblico per dipingere le fermate della metro con affreschi che raffigurassero la Genesi, il primo libro della Bibbia. “Arte troppo cristiana!” l’ignobile capo d’accusa che pendeva sul malcapitato pittore.

In Italia sono scoppiate le polemiche quando una giornalista del TG1 è andata in onda in diretta con un crocifisso al collo ben visibile e sono immancabili le circolari scolastiche sotto il periodo natalizio che annullano le recite di Natale o i presepi. In Belgio, Francia, Inghilterra, le chiese vengono demolite o riconvertite. A Bruxelles alcuni fedeli hanno bloccato la riconversione della chiesa di St. Catherine, a pochi passi dalla Grand Place. Qualche ben pensante belga aveva pensato bene di riconvertire in un mercato ortofrutticolo questa chiesa del secolo XIX con uno stile unico misto gotico-romanico.

Eravamo abituati a vedere i talebani e le bandiere nere dell’Isis cancellare tutti i riferimenti storici, religiosi e culturali delle zone da loro conquistate per reinventarsi una loro narrativa storica che li potesse agevolare nella loro conquista del potere. Ora dobbiamo guardare casa nostra. Il politicamente corretto colpisce il mondo dell’educazione, della cultura, dell’arte e persino la distribuzione di massa. Se cancelliamo le croci dalle chiese su una confezione di uno yogurt, se distruggiamo le statue di Colombo, di Nelson, di Italo Balbo quando sarà il momento di distruggere le piramidi per colpa dei faraoni schiavisti o chiudere San Pietro per via di Torquemada e dell’intera Inquisizione spagnola?

La sottile linea rossa è quasi impercettibile ma la società occidentale deve reagire. Lo deve fare per se stessa, per i suoi figli e per tutti coloro che ancora nel XXI secolo sono orgogliosi della loro fede in Gesù Cristo ma vengono perseguitati e uccisi in tutto il mondo per la sola colpa di essere cristiani.

mercoledì 18 ottobre 2017

Ecco come Facebook ha bloccato il mio account per un insulto che non ho mai scritto

lastampa.it
marco giacosa

L’algoritmo del social network riconosce le parole ma non il contesto, e così arriva al paradosso di punire chi riporta opinioni altrui che sono contrarie alle regole, ma non chi le ha espresse per primo



Verso la fine di luglio, una sera, collegandomi a Facebook dal telefonino, ricevo un messaggio: ti devi disconnettere e rientrare. Può capitare. Eseguo. Appena inserisco la password ricevo un altro messaggio: Abbiamo rimosso un post perché violava gli standard della comunità, e ti sospendiamo per un giorno.
 
Leggo il post, a me non sembra offensivo: ma tant’è. 

Un giorno
La sospensione, a differenza di quel che accadeva qualche anno fa, quando non vi era possibilità di accedere all’account, adesso funziona così: leggo tutto, salto da un profilo all’altro, da una pagina a un gruppo, accedo al controllo del diario, ma non posso scrivere nulla, non posso mettere like, non posso dire che parteciperò a un evento. Starò ventiquattr’ore lontano: visto l’uso assiduo, a tratti da scrivente compulsivo, sono convinto che non possa farmi altro che del bene. E poi ventiquattr’ore passano in fretta: in fondo, anche saltare un pasto, talvolta, può essere piacevole.

Tre giorni
Scontata la pena, il giorno successivo, ho appena disceso i gradini che conducono alla metropolitana, mi collego e ricevo di nuovo il messaggio: ti devi disconnettere e rientrare. 
E adesso che cosa vogliono? Eseguo. Abbiamo rimosso un post perché violava gli standard della comunità, ti sospendiamo per tre giorni.

Di nuovo. Stavolta per tre giorni. Addirittura! Leggo il post: sì, c’è qualche parolaccia, ma neppure questo scritto mi pare offensivo, anzi è un post contro il razzismo, forse i toni sono un po’ forti – sono cresciuto con un antico precetto: mettersi in discussione, quando qualcuno avanza critiche – ma in giro si vedono e leggono, evidentemente tollerate, cose che ritengo molto, molto più gravi. Vabbe’. Che proprio io sia fuori da Facebook, intanto, nella cerchia degli amici incomincia a far notizia, e inevitabilmente iniziano le prese in giro. Tre giorni sono più di un pasto saltato, sono un bel digiuno: ma poi perché, mi chiedo.

Una settimana
Quando riemergo sono in Sicilia da mezz’ora. Tempo di riprendere il segnale, collegarmi e di nuovo: Sei pregato di rimettere la password, abbiamo rimosso un post, il tuo account è stato sospeso, per sette giorni. Sette giorni! Ma che palle! C’è un rito, è quello della fotografia del mio viso accanto alla prima granita ogni volta in cui atterro qui: molti amici ormai se l’aspettano, e io non ho avuto il tempo nemmeno di mangiarne una che mi hanno, di nuovo, estromesso. Questo il primo pensiero. Mavaff.

Si incomincia in quei giorni ad aver notizia delle sospensioni di alcuni giornalisti e scrittori: il giornalista Fabio Chiusi, per un post del quale scrive: «Insomma, satira. Denuncia sociale. Rabbia sublimata. Ci sono molti modi di chiamare quelle poche righe scritte di getto. Per Facebook, invece, ce n’è uno solo: contenuto illecito»; i 99 Posse pubblicano un post sul blocco dell’account dello scrittore Luca Delgado, «da sempre attivo sul suo profilo FB contro il razzismo, non solo quello antimeridionale».

Basta una parola
Per quanto riguarda me, è abbastanza evidente che vengo sospeso per aver scritto la parola “negro”, che però ho messo in bocca a razzisti per denunciare razzismo: viene ritenuta offensiva, secondo però una lettura che la decontestualizza. Inoltre, una cosa mi lascia perplesso: i post rimossi sono tutti del 2016, com’è possibile che soltanto adesso siano oggetto di attenzione?

«Qualcuno ti ha segnalato, fidati». «Secondo me invece è l’algoritmo, dammi retta». Sono due le correnti di pensiero. In effetti sì, ho avuto discussioni anche accese con un gruppo di persone molto omogeneo, che qualcuno di loro abbia avuto a cuore la questione a punto da perdere parecchi minuti della sua vita per scorrere la mia bacheca e segnalare tutti, ma proprio tutti i post? Oppure, l’altra domanda: esattamente quando, Facebook avrebbe introdotto (o modificato) l’algoritmo? E anche: è tutto a rischio, d’ora in avanti?

Continuano le azioni goliardiche: alcuni amici pubblicano fotografie sulla mia bacheca (che potrei comunque cancellare: è curioso valutare quello che posso fare – modificare la privacy dei post; accedere al “controllo del diario”, cioè accettare o meno i tag sulle fotografie o sui post – e quello che non posso fare – tutto il resto, compreso, ad esempio, cambiare le informazioni al di sotto della foto profilo, “in breve”); mi taggano in infiniti commenti, così da far lievitare le notifiche godendo della mia impotenza; sparlano. Io rispondo su Instagram: scrivo a penna su un post-it, ne pubblico la fotografia. Instagram diviene, mi rendo conto mentre accade, il mio social succedaneo. Le granite finiscono lì sopra, assieme a tutto il pomodoro che accompagna la sacra melanzana, nelle infinite, incantevoli combinazioni della cucina siciliana.

Nei sette giorni perdo l’impulso a condividere, mi collego di meno, mi distanzio dalla vita quotidiana di amici che vivono sparsi per l’Italia e per l’Europa: perdo alcune discussioni che interessano persone con le quali mi relaziono abitualmente in gruppi privati, per il comprensibile meccanismo per cui, siccome non posso interagire, sono disincentivato a partecipare. Mi dispiace non poter rispondere ai messaggi che si accumulano in Messenger: li leggo, ed è l’unica cosa che posso fare.

Attorno a me scommettono sull’esclusione lunga, i trenta giorni – qualcuno, riemerso, ha comunicato la serie: un giorno, tre giorni, poi sette e poi trenta - tanto è chiaro che qualcuno, umano o algoritmo, se l’è presa con me e ormai mi porta a spasso. Riemergo al solito alcune ore, sono in spiaggia stavolta, nemmeno una foto all’orizzonte eoliano e la sentenza è scritta: trenta giorni. Alcuni amici dicono: Perché non ti fai un nuovo profilo? No: come decidono, così accetto.

Un mese
Il mese che a una prima definizione uno direbbe “lontano da Facebook” non lo vivo in realtà lontano da Facebook. Quando tornerò, un’amica dirà: «Che bello riaverti parlante». Parlante. Con la sospensione da agente, senza l’allontanamento, l’effetto è quello di un attore comunque sul palco, deprivato della voce e con il corpo immobile. Perdo interesse per i dibattiti del giorno, le tempeste nei bicchieri d’acqua dove tutti ci immergiamo, impossibilitati a tacere sull’argomento che tira; essi scorrono lungo la mia timeline e li osservo con un distacco crescente fino all’indifferenza.
 
Facebook è un’arena dove avvengono, per motivi diversi, battaglie verbali; mi soffermo sui meccanismi per cui certe battaglie dovrebbero orientare la formazione di un’opinione, e, accettando che la formazione di un’opinione è un meccanismo molto complesso, mi chiedo: quanti cambiano effettivamente idea dopo un dibattito su Facebook?

Mi metto in discussione, e sì, anche io, intransigente nei confronti di chi usa Facebook come vomitodotto, amante di certe retoriche improntate alla civiltà, mi rendo conto di aver usato Facebook in maniera talvolta emotiva, riconoscendo ora, nella tranquillità dell’inibizione, il social come una delle possibilità per far defluire la rabbia: quando vorrei postare un articolo appena letto; quando vorrei condividere, denigrandolo, un pensiero che ho osteggiato; quando vorrei mettere in piazza, inorridito, cose che considero brutture. 
Come si vive senza social

Mi mancano alcune persone. Non tanto le interazioni con gli amici – so che il blocco è a scadenza, se mi perdo discussioni o accadimenti verrò senz’altro aggiornato - quanto quelle con una figura ormai neppure nuova di questi tempi: il contatto Facebook mai incontrato, con cui ci sono alcuni argomenti di tangenza, con il quale si creano equilibri alla giusta distanza che nessuno ha interesse a rompere. Di queste persone, mi rendo conto, non ho il numero. Venisse abbattuto il sito, o la sospensione divenisse eterna, non ci fosse mai più corrente elettrica, non avrei modo di continuare le interazioni. Quando finisce il blocco, mi dico, chiedo il numero.

Vivo meglio, perché mi perdo battaglie perdibili; penso che ridurrò, una volta sbloccato, il tempo perso in battaglie perdibili; sono convinto che quello che sto pensando, di cui sono convinto, che state leggendo, varrà pochi giorni appena, quando verrò sbloccato; e poi ricadrò nel meccanismo. Così accade.

Non avere Facebook quando nessuno ce l’ha è diverso dal non averlo quando tutti invece ce l’hanno; questo dice qualcosa sull’impulso che talvolta prende molti, io credo, di voler vivere per un po’ i tempi in cui tutta questa tecnologia non c’era: non avete mai, ad esempio, la nostalgia degli anni in cui ci si chiamava sul fisso, senza l’ansia della reperibilità continua? Quella serenità sarebbe, penso, compensata dall’ansia della singolarità della situazione: essere i soli, o i pochi, in un luogo, o in una condizione, mentre tutti sono altrove. Càpita, nel mezzo del blocco, il mio compleanno: è chiaro che passerò per una persona poco educata, che non corrisponde la gentilezza dei messaggi che in molti, ormai è d’abitudine, lasciano in bacheca.

Il ritorno
Quando vengo sbloccato esordisco con questo status: «Ciao». A quel punto sono convinto di aver ottenuto il massimo della pena, trenta giorni, anche perché non ho notizie di estromissioni più lunghe. E invece, tre ore e l’ennesimo post del 2016, l’ennesima condanna del razzismo espressa con parole care ai razzisti, è di nuovo fatale. A questo punto mi attivo: non accetto più una condizione che ritengo ingiusta. Clicco tutto il cliccabile («Se ritieni che il tuo profilo sia stato chiuso per errore, clicca qui»: lo faccio), compilo tutto quanto è nelle mie possibilità, nello spazio rimostranze, e qualche giorno dopo, finalmente, vengo sbloccato, con tante scuse: il mio profilo, alla fine, per loro, è stato chiuso per errore.

Fonti molto vicine a Facebook hanno esaudito le mie curiosità: sì, c’è sempre una segnalazione da parte di qualche utente; no, le segnalazioni non le valuta un algoritmo; sì, c’è sempre un umano dietro ogni valutazione; sì, è possibile che alcune parole non vengano comprese nel loro contesto; anche quando i post sono sventagliate da seimila battute, sì, l’umano legge, o dovrebbe farlo, le seimila battute e non limitarsi a cercare, questa sì con l’algoritmo, la parola chiave nel post segnalato; sì, gli standard sono volutamente vaghi, per non dare possibilità agli agitatori di professione, troll con attività di lucro, di inchiodare il sistema; sì, possono capitare spiacevoli disguidi, ma la libertà di espressione è un bene primario, che Facebook persegue e tutela.

800mila firme contro il Papa: "Adesso corregga i suoi errori"

ilgiornale.it
Francesco Boezi

Papa Francesco risponda alla "Supplica", ai "Dubia" e alla "Correctio". Questa è l'esortazione degli organizzatori della "Supplica filiale"



Papa Francesco risponda alla "Supplica Filiale" originariamente firmata da più di 790mila cattolici provenienti da 178 nazioni, tra cui 8 cardinali, 203 tra arcivescovi, vescovi e sacerdoti.

Questo, in sintesi, la richiesta dell'organizzazione "Supplica filiale", appunto, nella data simbolica del centenario dell' "ultima apparizione di Nostra Signora di Fatima". Un'iniziativa che sembra tesa a ribadire la necessità del dialogo, dopo il conseguimento di un numero di firmatari ancor maggiore rispetto alle statistiche precedentemente pubblicate. Oggi i firmatari della "Supplica" sono divenuti, infatti, 879.451. L'iniziativa risale al 2015 ed è ormai interpretabile come una richiesta di chiarimento preventivo rispetto al successivo atto formale della "Correctio filialis". Alla "Supplica", però, non è mai seguita una risposta del Papa. Così come ai Dubia e alla "Correctio".

"Il testo -si legge nel comunicato diffuso da "Supplica filiale" - chiedeva "una parola chiaraficatrice" che dissipasse il generale disorientamento causato dall'eventualità che in seno alla Chiesa si apra una breccia tale da permettere l'adulterio in seguito all'accesso all'Eucarestia di coppie divorziate e risposate civilmente". Il coordinamento della "Supplica", composto da oltre 60 organizzazioni pro-famiglia e pro-vita, non ha "ricevuto", ribadisce il testo, "nemmeno una nota di avvenuta ricezione da parte della Santa Sede".

E ancora: "Un'omissione che risulta paradossale, dal momento che Papa Francesco ha manifestato più volte il desiderio di una Chiesa vicina ai problemi dei fedeli e del popolo in genere, aperto al dialogo e al franco dibattito". A fare da sfondo, ovviamente, ci sono la discussa esortazione apostolica "Amoris Laetitia" e il secondo Sinodo sulla Famiglia. Gli stessi organizzatori della "supplica filiale", poi, hanno "predisposto" la "Dichiarazione di fedeltà all'insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio e alla sua interrotta Disciplina".

Firmata, a sua volta, da 35.112 persone, tra cui 3 cardinali, 9 vescovi e 636 tra sacerdoti diocesani e religiosi. Supplica, dichiarazione, dubia e correctio rappresentano, insomma, atti differenti, ma che sembrano avere in comune la mancata risposta del Papa e la richiesta pressante, da parte dei firmatari, di un dialogo al riguardo. Proprio ai Dubia, poi, fanno riferimento gli organizzatori della "Supplica" quando si riferiscono alla "perplessità di innumerevoli fedeli di tutti i continenti", che ha trovato "autorevole risonanza" nelle cinque domande firmate da quattro cardinali nel settembre del 2016.

L'11 agosto scorso, poi, l' "elevazione a Sua Santità" della correctio. Quello che gli organizzatori della "Supplica" sottolineano nel comunicato, infine, è il "silenzio" di Papa Francesco rispetto a tutto ciò. Una manifestazione di volontà che aggraverebbe il "clima di confusione", che arriva ad essere definita dal coordinamento della "supplica" come una "reticenza". Parole forti, che cercano il dialogo del Papa.

Il rifugio segreto dell’italiano che conquistò l’Everest

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francesco moscatelli

Autunno sul lago di Como inseguendo Alfred Hitchcock e Guido Monzino


La villa fu costruita sull’estremità del dosso di Lavedo nel ’700 dal cardinal Angelo Maria Durini

La prima è un’isola. La seconda lo è stata in epoche geologiche lontane, finché il destino e i detriti alluvionali non l’hanno ricongiunta alla terraferma. L’Isola Comacina e la penisola di Lavedo sono due degli angoli più affascinanti e meno conosciuti del Lario. Visitarle d’autunno, quando il clima favorisce la malinconia e le strettoie della Statale Regina sono meno affollate di targhe tedesche e olandesi, le fa sembrare ancora più belle.

Arrivando da Milano la prima tappa è l’Antiquarium di Ossuccio, ospizio dei pellegrini in epoca medievale (poco lontano c’è il campanile gotico della chiesa di Santa Maria Maddalena, patrimonio dell’Unesco) e oggi punto di partenza per accedere ai due chilometri quadrati a forma di apostrofo, o di lacrima, dell’isola. Scendendo dal taxi boat la cosa migliore è perdersi un po’ a camminare fra le piante per poi scoprire gli edifici dell’isola: la settecentesca chiesa di San Giovanni, la locanda nella quale amava tornare Alfred Hitchcock (grande amante del lago di Como fin dal viaggio di nozze nel 1926) ma soprattutto le tre

ville razionaliste in pietra di Moltrasio e legno di castagno, progettate da Pietro Lingeri e recentemente restaurate, che incarnano il genius loci e che sono un prolungamento ideale del lavoro dei Magistri Cumacini, la corporazione di scalpellini che a partire dal IX secolo fece conoscere il nome di Como in tutta Europa. Le villette vennero costruite nel 1939 su modello delle case per vacanze di Le Corbusier. Il committente era l’Accademia di Belle Arti di Brera: l’istituzione culturale milanese cercava di esaudire i desideri di Alberto I del Belgio, che nel 1919 le aveva donato l’isolotto con l’obiettivo di farne un villaggio per gli artisti.

Per esplorare il dosso di Lavedo, che si trova a un paio di chilometri più a nord, si può scegliere una camminata di mezz’ora fra le querce lungo il sentiero che dal paese di Lenno si inerpica fino a villa Balbianello oppure arrivare via lago sbarcando al porticciolo della dimora costruita nel Settecento dal cardinal Angelo Maria Durini su ciò che rimaneva di un antico convento francescano. I giardini e gli edifici che compongono la tenuta, frequentata durante l’Ottocento da Silvio Pellico e da altri intellettuali risorgimentali, sembrano usciti da un quadro di Arnold Böcklin o da una poesia di Shelley: ci sono un Ficus repens attorcigliato come un serpente sulle pareti e sulle colonne, una loggia con vista mozzafiato sul golfo di Venere e sulla Tremezzina, stanze arredate con pezzi unici di ebanisti francesi e inglesi e passaggi segreti utilizzati per far entrare e uscire le amanti dei padroni di casa.

Il fascino di villa Balbianello, però, deve tanto anche al suo ultimo proprietario: il conte Guido Monzino, che ereditò la Standa dal padre, la vendette alla Montedison e dedicò la sua vita all’alpinismo e alle esplorazioni. Monzino la acquistò nel 1974, un anno dopo aver guidato una spedizione italiana sulla cima dell’Everest, e la trasformò nel mausoleo delle sue avventure fra gli inuit della Groenlandia e le popolazioni dell’Africa subsahariana. Oggi il complesso è il bene del Fai più visitato d’Italia e i vip di tutto il mondo lo scelgono come set del loro matrimonio (l’ultimo in ordine di tempo è stato quello di Chris Smalling, calciatore del Manchester United), ma basta sfogliare le statistiche per capire che dai tempi del Grand Tour a oggi non è cambiato poi molto: l’87% dei 113 mila biglietti staccati quest’anno è finito nelle tasche di un turista straniero. 

Gli asini africani inghiottiti dalla Cina

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Molti paesi africani sono colpiti dalla «più grave crisi degli asini» di tutti i tempi. A denunciarlo è il Donkey Sanctuary, organizzazione no profit inglese che dal 1969 opera a difesa di questi animali con la collaborazione di centinaia di associazioni affiliate in tutto il mondo. A ipotecare il futuro degli asini non è il duro lavoro in territori ostili, non sono i cambiamenti climatici o qualche strana epidemia, ma particolari richieste di Pechino.

I consumatori cinesi hanno un grande interesse per la pelle d’asino, molto utilizzata nella medicina tradizionale e nell’alimentazione. In un recente rapporto stilato da Donkey Sanctuary emerge che ogni anno decine di migliaia di asini vengono uccisi in modo crudele e maltrattati. Una vera piaga per questi animali e per tutte quelle popolazioni povere che dipendono da loro nelle attività quotidiane, dal trasporto all’agricoltura. È il caso in molti paesi africani, tra cui Kenya, Zimbabwe, Uganda, Tanzania, Botswana, Niger, Burkina Faso, Mali e Senegal.

Causa il crollo numerico della popolazione di asini in patria, la Cina, così come avviene per le materie prime, ha cominciato a guardare in direzione dell’Africa per rifornirsi di quel pregiato mammifero. Secondo dati ufficiali, la popolazione di asini in Cina è passata da 11 milioni nel 1990 a soli tre milioni oggi. Il risultato è che negli ultimi anni gli asini africani vengono letteralmente inghiottiti dalla Cina, causando una crisi senza precedenti per il continente. Gli asini hanno un ciclo riproduttivo molto lento, il che complica ulteriormente la ricerca di una soluzione



In base alle stime diffuse da Donkey Sanctuary ogni anno vengono vendute almeno 1,8 milioni di pelli di asini ma la domanda si attesta attorno ai 10 milioni. Richiesto in grandi quantità, l’asino africano diventa sempre più pregiato e si ritrova nel mezzo di un nuovo giro d’affari milionario. In soli tre anni il prezzo di acquisto di un mammifero adulto è raddoppiato - passato in media da 60 a 130 dollari locali - così come è aumentato il numero di furti, con conseguenze drammatiche per le famiglie più povere.

Ai quattro angoli del continente, soprattutto in Kenya e Zimbabwe, costosi mattatoi di asini spuntano come funghi, costruiti in tempi record da imprese cinesi. Stabilimenti molto moderni, con standard tecnici e igienici elevati, costantemente monitorati dai proprietari, per garantire il massimo livello di produttività. In media ogni giorno sono in grado di macellare 150 animali, la cui carne viene salata, imballata e congelata, pronta all’export. Nel corso dell’ultimo anno per il solo Kenya la stima a ribasso è di almeno 100.000 asini abbattuti e portati al macello.

In Cina, la pelle d’asino importata viene poi bollita per produrre una gelatina di color marrone, un ingrediente molto popolare noto come `ejiao´ (gelatina d’asino), utilizzato nei dolci e altre ricette di cui i cinesi vanno ghiotti. Un nutrimento sano che avrebbe particolari proprietà per contrastare l’invecchiamento e curare alcune forme tumorali. 

Assolto dall’accusa di truffa cieco che guidava motocicletta: “Non falso invalido, ma incosciente”

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Lo avevano preso per un truffatore perché dichiarava di essere cieco ma era stato sorpreso più volte in sella ad una moto e intento a fare volantinaggio nelle strade di Bari vecchia. Per questo la Guardia di finanza gli aveva anche sequestrato i 225mila euro corrispondenti a 23 anni (dal 1990 al 2013) di pensione di invalidità civile e indennità di accompagnamento. Lui, in realtà, è davvero un «cieco assoluto» seppure un incosciente, un «irresponsabile», come lo ha definito il suo difensore, l’avvocato Antonio Falagario.

Dopo quattro anni di processo, il Tribunale di Bari ha quindi assolto il 59enne barese Francesco Caringella «perché il fatto non sussiste». Nelle motivazioni della sentenza di assoluzione, con la quale è stata disposta anche la revoca del sequestro, il giudice monocratico Marco Guida ha rilevato che l’uomo «compie in autonomia azioni di vita quotidiana a suo rischio e pericolo ma, soprattutto, ponendo a rischio l’incolumità degli altri», ma non per questo ha commesso una truffa perché è stata «confermata la sussistenza della patologia» e quindi quelle indennità gli erano dovute.

Le indagini della Guardia di Finanza di Bari, avviate nel 2012 dopo una segnalazione dell’Inps e coordinate dal pm Federico Perrone Capano, avevano accertato - tramite appostamenti e pedinamenti - che Caringella usciva da solo, distribuiva volantini per viaggi a Lourdes, ma soprattutto andava in moto. Nel corso del processo, anche sulla base di consulenze mediche, la difesa dell’imputato ha poi dimostrato che il 59enne è davvero un «cieco assoluto», affetto da retinite pigmentosa degenerativa, che gli consente di percepire soltanto luci e ombre, e ha rilevato che l’aver svolto da solo attività quotidiane come guidare una moto, è sicuramente da «irresponsabile, ma niente di più».

Gli stessi medici chiamati a testimoniare hanno spiegato che «i poteri di adattamento delle persone invalide sono eccezionali». Guidare una moto per Caringella, che ha un residuo visivo accertato inferiore al 3 per cento, era quindi «possibile - hanno fatto mettere a verbale i medici - però è un rischio sia per se stesso che per le altre persone, «elevato, molto elevato». «È vero che vede le luci e le ombre, quindi sa riconoscere se sta passando una macchina o sta passando un qualcosa, però non sa riconoscere chi è. Andare sul motore - concludevano i medici - è molto pericoloso». Questo fa di Francesco Caringella un irresponsabile, ma non un truffatore.

"Compro io una casa nuova alla nonnina terremotata"

ilgiornale.it
Stefano Vladovich

L'anziana di 95 anni sfrattata da uno Stato miope verrà aiutata da un anonimo imprenditore lombardo



Roma - Una casa per nonna Peppina. No, non è il Comune né il governo a dare una svolta a una vicenda che sta appassionando gli italiani. Tantomeno il Quirinale, che nega di aver ricevuto una richiesta di aiuto dalla nonnina. A mettere le mani sul portafogli è un imprenditore lombardo, stanco di un immobilismo che fa soffrire la signora Giuseppa. La vecchina da un anno vive in un container, incandescente d'estate, gelido d'inverno, mentre sulla sua casetta di legno pesa un provvedimento di sfratto. «Basta chiacchiere - spiega al Giornale l'imprenditore che vuole restare anonimo -. Peppina vuole rimanere nel paese in cui ha vissuto per tutta una vita?

Farò l'impossibile per esaudire il suo desiderio. Ci sarà pure da qualche parte, nelle immediate vicinanze della sua vecchia abitazione, un appartamento sicuro e in vendita? Bene, che il sindaco mi faccia sapere al più presto perché lo voglio donare a Peppina». L'uomo è il fondatore di una società, la SixthContinent, piattaforma social commerce con sede a San Francisco e Milano. Un'impresa che va oltre l'e-commerce. «Siamo un grande gruppo di acquisto - spiega - da noi i soci (l'iscrizione è gratuita) risparmiano e guadagnano denaro da spendere poi per qualsiasi cosa grazie ai nostri partner. E se noi risparmiamo su benzina, viaggi, vestiti, elettrodomestici, abbiamo una vita più serena, quindi perché non dare un poco della nostra felicità a chi non ce l'ha più?».

La storia della nonna di Fiastra è nota ma vale la pena ricordarla. Giuseppina Fattori, 95 anni suonati e un cervello in perfetta forma, da 70 anni vive a San Martino di Fiastra, Macerata. Uno dei centri colpiti dal sisma che ha devastato il Centro Italia fra agosto e ottobre 2016. In attesa della ricostruzione, anche parziale, l'anziana va a vivere dalle figlie. Sette mesi tra Castelfidardo e Civitanova, prima da una poi dall'altra. È Gabriella Turchetti, la farmacista, a spiegare che la mamma non ce la faceva più a stare lontana dal suo paese. Come fare? All'inizio c'è il container della Protezione Civile, poi una casetta prefabbricata da piazzare davanti alle macerie della vecchia abitazione, in attesa che il governo inizi la ricostruzione.

Realizzata su un terreno, sottolineano le figlie di Peppina, di loro proprietà, edificabile e in regola con tutti i permessi. O quasi. A nonna Peppina non viene rilasciata l'autorizzazione paesaggistica. Strano per una zona terremotata. Tant'è. «Si trattava solo di una sistemazione provvisoria, più dignitosa e pratica di uno scatolone di ferro», dicono i paesani. I giudici non sentono ragioni. Entro dicembre Giuseppina deve sloggiare definitivamente e far largo alle ruspe. Arriva una prima sospensiva alla fine di settembre, in attesa del ricorso al Tar. Per il Tribunale del Riesame Peppina può tornare nella casetta. La badante no. Si tira un sospiro di sollievo, per poco.

I carabinieri forestali, incaricati di recapitare l'ordinanza di sfratto e i vari provvedimenti, vanno e vengono. La poverina, alla fine, va via in lacrime: «Chi mi fa questo è una bestia, ma io lo perdono», dice. La soluzione? Una sanatoria per tutti quelli che come nonna Peppina sono abusivi. Un abusivismo di necessità, mai come in questo caso il termine è corretto. Almeno 300 le abitazioni «alternative», senza permessi, in assenza di quelle promesse. Tanto che si parla di una sanatoria per tutti. Un «condono di necessità». Per il governo.

Insulti choc su nonna Peppina: "Muori di cancro vecchia di m..."
ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo

Sulla pagina Facebook "Giente Honesta" si riversa la rabbia dei social. Una critica a giornalisti si trasforma nel tiro al bersaglio a Peppina

Sono un po' la fogna e un po' l'attrazione dei social network. Un cestino in cui convivono ironia, frivolezza e insulti. Su Facebook esistono gruppi composti da centinaia di migliaia di persone, intitolati nei modi più bizzarri possibile e che finiscono col diventare una piattaforma franca in cui tutto è ammesso e (quasi) tutto è lecito.

Alcuni li conosciamo bene. Sono i gruppi in cui si è diffusa la Bibbia 2.0, l'enorme archivio pedo-pornografico formato da migliaia di fotografie rubate a ignare ragazzine, inconsapevoli che i loro scatti intimi fossero stati catalogati, raggruppati in cartelle e condivisi di profilo in profilo. Pastorizia Never Dies, Sesso Droga e Pastorizia, Welcome to Favelas. Ne nascono ogni giorno a centinaia, impossibile farne un censimento.Tra questi ne emerge uno di nome Giente Honesta, collegato alla pagina del "Partito Anarco-Capitalista". 

Il gruppo di solito sembra occupato più prendere in giro i populisti (o quelli che loro considerano tali) che a discussioni dall'alto spessore culturale. Ma se il raggruppamento è finto e ironico, lo stesso non si può dire per le persone che ci navigano all'interno. Quelle sono vere, reali, si presentano con nome e cognome. Oggi, per esempio, qualcuno ha lanciato un nuovo argomento di dibattito: la storia di nonna Peppina Fattori, la terremotata di San Martino di Fiastra sfrattata dai giudici dalla sua casetta di legno (abusiva) in cui avrebbe voluto morire dopo aver perso la casa nel sisma.

In pochi minuti sulla povera terremotata si è rovesciato tutto l'odio di internet. "Secondo me è già morta e la muovono con dei fili", scrive un utente che si fa chiamare Bwosky. Gli risponde Beatrice Silvestri: "È imbalsamata e dentro c'è un nano. Come per il Gabibbo". L'accusa rivolta dagli internauti ai media, infatti, è quella di aver cavalcato troppo la vicenda. Realizzando un numero indecifrabile di servizi sulla sua vicenda.

Anche fosse vero, di certo non giustifica l'ondata di insulti rivolti contro la 95enne. "Noo, ma che schifo è 'dimenticata dalle istituzioni' - attacca Francesco - avevo scommesso su 'abbandonata dallo Stato' e ho perso 50 euro per sta vecchia di merda". "Ma uccidetela almeno smette di soffrire", scrive invece Alessio. Più fine (ma ugualmente truce nell'augurarle la morte) tale Alessandro, che nel suo post invita la "nonna peppina" ad "andare ad abitare nella casa del Signore, che è tutto gratis". Frank invece raccoglie 54 apprezzamenti dagli internauti per una frase choc: "Peppina non si muove.

Spostati paralitica bastarda" (e c'è anche chi sostiene di ridere "da 20 minuti" per una battuta così imbecille). Infine, non potevano mancare i maestri della signorilità: "Vecchia di m***a che aspetti a morire?". E ancora: "Ti venga un cancro". Sono il perfetto prodotto dei social.

Cercansi dipendenti, solo se rifugiati

ilgiornale.it
Elena Barlozzari

La Permasteelisa, colosso cinese delle costruzioni di lusso, assume. Ma l’offerta di lavoro, stavolta, è rivolta solo ai rifugiati



La Permasteelisa, colosso “trevigiano” delle costruzioni di lusso, assume. Ma si tratta di un’offerta bizzarra, un’offerta che in Italia non ha precedenti: l’annuncio si rivolge solo ai profughi.

L’azienda di rivestimenti architettonici, fondata quasi mezzo secolo fa dall’imprenditore Massimo Colomban e recentemente acquisita dal gruppo Grandland di Shanzen, per 467 milioni, in collaborazione con la prefettura di Treviso e le coop che gestiscono l’accoglienza, avrebbe già iniziato a vagliare i curriculum dei migranti. Sarebbero 15, secondo le indiscrezioni trapelate, le candidature sinora presentate all’attenzione dell’ufficio risorse umane. Tra i requisiti richiesti, oltre alla conoscenza delle lingue e ad un diploma professionale, c’è infatti il riconoscimento della protezione internazionale.

Insomma, ce n’è abbastanza per accendere più d’una polemica. Tanto che persino la Cgil di Treviso ha sollevato qualche perplessità: “L’iniziativa ci risulta nuova – afferma dalle colonne de La Tribuna di Treviso Nicola Atalmi, delegato all’immigrazione della Cgil – immagino che un’azienda come Permasteelisa abbia bisogno di personale qualificato e preparato. Se tra i richiedenti asilo c’è personale simile ben venga”. E, allora, Atalmi sottolinea: “Do per scontato che si parli di contratti regolari, ma evidenzio che in questo caso anche molti trevigiani sarebbero interessati a lavorare per la multinazionale.

Certo a parità di condizioni e preparazione italiani e migranti sono tutti uguali”. Il perché dell’esclusione dei cittadini italiani potrebbe esser spiegato dal tenore dell’annuncio, rivolto a lavoratori che “abbiano abilità psico-fisica al lavoro in cantiere e disponibilità al lavoro in turno, e anche notturno”. Si tratta, forse, dei “famosi lavori” che - secondo la vulgata buonista - “gli italiani non vogliono più fare”? Chissà. Resta da capire se, oltre ad aprire le porte agli ex richiedenti, La Permasteelisa abbia scandagliato senza successo anche liste di disoccupazione, uffici di lavoro interinale o altri canali convenzionali.

Lucia Borgonzoni, pasionaria della Lega Nord, invece non ha dubbi. Si tratterebbe di un vero e proprio “piano di sostituzione”. Quello denunciato in più occasioni dallo stesso Matteo Salvini, secondo cui “è in corso un tentativo di sostituzione di popoli per far lavorare schiavi a tre euro l’ora”. Così la salviniana doc, dal suo profilo Facebook, lancia l’allarme: “Permasteelisa, ora sotto il controllo cinese, con il benestare della Prefettura assumerà ‘profughi’ al posto degli italiani”.