giovedì 20 luglio 2017

È morto Pino Pelosi, condannato per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini

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È morto a Roma Pino Pelosi, l’ex «ragazzo di vita» passato alle cronache dopo essere stato riconosciuto colpevole dell’assassinio dello scrittore Pier Paolo Pasolini, avvenuto nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975. Aveva 58 anni ed era malato, da tempo combatteva contro un tumore ed era stato ricoverato anche al Policlinico Gemelli. Il decesso dopo quarantadue anni di misteri, di mezze verità e di riflettori che ad intermittenza si accendevano su di lui, su Pino Pelosi detto “la rana”, che per la giustizia italiana era il responsabile della «morte violenta» di Pasolini, avvenuta nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia. Anche se il sospetto che ad agire fosse stato più d’uno, o addirittura altri, senza che Pelosi nemmeno ci fosse, è sempre stato presente nella vicenda.

I processi
Per il delitto Pasolini, Pelosi, nato a Roma il 28 giugno 1958, venne condannato in primo grado a 9 anni, 7 mesi e 10 giorni, e a 30.000 lire di multa per atti osceni, furto aggravato (l’auto) e «omicidio volontario in concorso con ignoti». Il processo di appello richiesto dall’imputato e dal procuratore generale fu celebrato dal 1 al 4 dicembre 1976 dalla sezione per i minorenni della Corte di Appello di Roma e vide Pelosi (che all’epoca dei fatti aveva 17 anni) assolto dai reati di atti osceni e furto, mentre venne confermata la condanna di omicidio.

La Corte ritenne «estremamente improbabile, per tutte le cose dette, che Pelosi possa avere avuto uno o più complici». Sentenza divenuta definitiva il 26 aprile 1979, con la conferma in Cassazione. Rinchiuso nel carcere di Civitavecchia, Pelosi il 26 novembre 1982 ottenne la semilibertà e il 18 luglio 1983 la libertà condizionata. E la sua vita è continuata tra alti e bassi, con ritorno in carcere per altri reati, ma anche con le diverse versioni su quella vicenda dell’idroscalo nel tempo dispensate da Pelosi attraverso dichiarazioni, ospitate tv, interviste ed anche un’autobiografia.

L’incontro fuori dalla stazione Termini
Riavvolgendo il nastro della morte dello scrittore e regista si arriva alle 22,30 del primo novembre 1975, di fronte alla stazione Termini, in Piazza dei Cinquecento, dove Pelosi è con alcuni amici, tra i quali Claudio Seminara e Adolfo De Stefanis. Si avvicina a loro un’auto, un’Alfa Romeo GT 2000 grigio metallizzata guidata da Pier Paolo Pasolini. Lo scrittore invita Adolfo a «fare un giretto». Adolfo rifiuta e Pasolini si rivolge allora a Pino che accetta. Alle ore 23 Pasolini porta Pelosi a mangiare alla trattoria “Al biondo Tevere”, perché appena salito in auto il giovane avrebbe riferito allo scrittore di essere affamato. Alle 23,30 i due lasciano la trattoria e si recano a Ostia nei pressi dell’Idroscalo del Lido di Roma in uno sterrato accanto a un campetto di calcio, fermandosi durante il tragitto a fare benzina presso un self service. All’1.30 del 2 novembre 1975 il giovane venne fermato sul Lungomare Duilio di Ostia alla guida dell’Alfa di Pasolini, mentre guidava contromano a folle velocità davanti a una pattuglia dei carabinieri in servizio.

La confessione al compagno di cella
Inizialmente accusato solo di furto d’auto, al primo interrogatorio Pelosi confessa di avere rubato la vettura nei dintorni del cinema Argo, nel quartiere Tiburtino, ma più che dell’accusa di furto, Pelosi sembra preoccupato che venga ritrovato all’interno dell’abitacolo un anello che sostiene di aver perso, un grosso anello con la scritta United States Army. I carabinieri cercano ma l’anello nell’auto non si trova: verrà successivamente rinvenuto a fianco al corpo di Pasolini. Ci sono però tutti i documenti da cui risulta che l’auto rubata appartiene allo scrittore.

L’auto argentata viene portata in un’autorimessa e i carabinieri sul sedile posteriore trovano un vecchio pullover verde consumato, assieme al giubbotto e al maglione di Pelosi. Trovano anche un plantare per una scarpa destra numero 41. Pelosi viene trasferito nel carcere minorile di Casal del Marmo, dove al compagno di cella confessa: «Ho ammazzato Pasolini». Nel verbale dei carabinieri che l’hanno fermato quella sera, afferma che l’anello perduto glielo avrebbe donato un certo Johnny. «Johnny lo Zingaro» è il soprannome di un criminale di nome Giuseppe Mastini, reo confesso di un altro delitto, commesso nello stesso periodo a Roma. Mastini è nel carcere minorile di Casal del Marmo nello stesso periodo di Pelosi, ma nega di esserne amico.

L’interrogatorio
Il 5 novembre 1975 Pino Pelosi viene interrogato. Il ragazzo descrive come sarebbe stato «agganciato» da Pasolini alla Stazione Termini e di come all’Idroscalo il loro incontro sarebbe degenerato. Sarebbe sorto un duro alterco per una prestazione sessuale non gradita, sfociato in una colluttazione. Pelosi sostiene anche che lo scrittore l’avrebbe colpito per primo con un bastone, e che lui si sarebbe difeso colpendolo a sua volta con una tavola di legno (un’insegna che indica scritta a mano il nome della via, «via dell’Idroscalo n.93») e poi, lasciatolo a terra, sarebbe fuggito.

La morte di Pasolini sarebbe stata involontaria in quanto provocata dal fatto che l’Alfa ha investito il poeta durante la fuga di Pelosi schiacciandogli il torace e rompendogli il cuore. Pelosi sostiene anche che non vi fossero altre persone sul luogo del delitto. Il 10 dicembre 1975 Pelosi fu rinviato a giudizio al tribunale dei minori per omicidio volontario, furto d’auto e atti osceni in luogo pubblico. Il processo a Pelosi imputato di «omicidio nella persona di Pier Paolo Pasolini» si apre il 2 febbraio 1976 al Tribunale per i minorenni di Roma.


ANSA

Le diverse versioni
La famiglia Pasolini si costituì parte civile difesa dagli avvocati Guido Calvi e Nino Marazzita. Il giudice Carlo Alfredo Moro (fratello di Aldo Moro) respinse la perizia del professor Aldo Semerari (criminologo legato agli ambienti della destra eversiva) che giudicava Pelosi incapace di intendere e di volere, avanzata dalla difesa del ragazzo. Al processo che si concluse il 26 aprile 1976, il pubblico ministero Giuseppe Santarsiero chiese una condanna a 10 anni, 9 mesi e 10 giorni di reclusione. La corte decise per una pena di 9 anni, 7 mesi e 10 giorni, e a 30.000 lire di multa per atti osceni, furto aggravato e «omicidio volontario in concorso con ignoti».

E il giudice Moro scrisse: «Ritiene il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all’Idroscalo il Pelosi non era solo». Anche se poi i successivi due gradi di giudizio dissero il contrario. Il giovane omicida era reo confesso, ma per omicidio colposo. Nel tempo, una volta scarcerato e tra un reato e l’altro (per lo più rapine), Pelosi tornerà a far parlare di sé ritrattando più volte e in modo a volte contraddittorio la propria versione dei fatti riguardo alla notte della morte dello scrittore.


Dopo 39 anni Pelosi riapre il giallo di Pasolini: “Quella notte erano in sei, non sono stato io”
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francesca paci

L’unico condannato per l’omicidio dello scrittore ai pm: lo hanno picchiato con i bastoni

Febbraio 1976, Pino Pelosi durante un sopralluogo della polizia sul luogo in cui è stato ucciso Pasolini

A 39 anni dal delitto Pasolini solo il campetto dell’Idroscalo di Ostia dove lo scrittore fu massacrato il 2 novembre 1975 è rimasto tal quale, triste terra di nessuno su cui la scultura di Mario Rosati disegna l’ombra dell’afasia. È cambiata l’Italia, è cambiato Pelosi, l’unico condannato per l’assassinio che intanto ha scontato la pena e s’è cimentato in un libro autobiografico. Ma soprattutto è cambiata tante volte la sua versione di quella notte. Oggi Pino Pelosi detto «la rana» torna a sfidare la verità giudiziaria con quella storica e conferma al pm Minisci la propria già proclamata innocenza: si riparte da zero, o meglio da dove puntavano le indagini iniziali prima che venissero azzerate.

Il nuovo racconto ricalca quello fatto dal protagonista su Rai3 nel 2005 e ripetuto in una libreria romana nel 2011 a Walter Veltroni: «Erano in sei quella notte all’Idroscalo. Mentre uno mi teneva bloccato due colpivano Pasolini con le mazze. Gridava “aiuto mamma”». A controprova di questa ulteriore variante ci sarebbero le macchie di sangue con tracce di Dna estraneo a Pelosi ritrovate sui vestiti della vittima e, secondo le indagini, riconducibili a dei complici. «Se confermata, la questione del Dna è la cosa più importante» dice Veltroni, a suo tempo amico vicino a Pasolini. 

Il passato che non passa si declina al presente. Già nell’arringa al processo del 1976 l’avvocato Guido Calvi avanza dubbi sulla responsabilità unica del 17enne reo confesso Pelosi e ipotizza la presenza di altri aggressori. In una sentenza poi rovesciata delle molte che infine nel 1979 avrebbero portato alla convalida della condanna a 9 anni l’allora presidente del Tribunale dei minori Alfredo Moro conclude che l’assassino «non agì da solo ma in concorso con ignoti». Il secondo grado taglia la testa al toro, spedisce Pelosi in carcere e chiude il caso fino al 2010, quando il regista Mario Martone rilancia la voce dei pescatori che all’indomani dell’omicidio avevano dichiarato a Sergio Citti di aver visto diversi uomini picchiare Pasolini e la famiglia fa riaprire l’inchiesta. Il resto è l’ultimo atto del «delitto italiano» immortalato nel film di Marco Tullio Giordana.

Siamo all’epilogo? Pelosi, ribadendo quanto da tempo lascia intendere, giura di sì: «Finora non ho parlato perché i tempi non erano maturi. Le mie versioni precedenti erano depistaggi, mi minacciavano anche in carcere, ho rischiato la vita. Oggi mi sono spinto a raccontare al massimo, adesso tocca agli inquirenti indagare fuori dalla periferia». In questi anni aveva fatto vari nomi di persone nel frattempo morte come i fratelli Borsellino, due minorenni vicini all’estrema destra uccisi poi dall’Aids, sosteneva di aver riconosciuto accenti meridionali. Tutta da riscrivere: «E’ stato un agguato.

Le pizze del film Salò che Pasolini credeva di andare a recuperare erano un abbocco, è andato all’appuntamento con i suoi assassini. Lo conoscevo da qualche mese, quella sera mi passò a prendere alla stazione Termini. Salii in macchina e andammo a mangiare a Biondo Tevere, poi ci incamminammo verso Ostia. Al distributore vidi una moto, ci seguivano da Roma. Ho rivisto questo film tante volte. All’Idroscalo abbiamo parcheggiato, sono sceso per fare pipì e un uomo con la barba mi ha afferrato da dietro colpendomi. A quel punto da una Fiat 1300 coupé sono scese due persone e hanno massacrato di botte Pasolini. Dopo è arrivata l’Alfa Gt uguale per modello e per colore a quella che guidava lui e l’ha investito».

Nella nuova inchiesta sul delitto Pasolini Pelosi è un testimone, «persona informata dei fatti». Aggiunge dettagli su dettagli, i 3 o 4 milioni di lire che sarebbero stati sotto i tappetini della macchina di Pasolini e mai ritrovati, la conoscenza con lo scrittore «vecchia di qualche mese», il furto delle pellicole di Salò, l’innocenza sua ma anche del già tirato in causa Giuseppe Mastini detto lo Zingaro. Tasselli di un puzzle senza fine che pare destinato a restare muto anche quando sarà completato.

Happy 77th Birthday Billboard Chart! La più amata classifica musicale al mondo compie gli anni

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debora bizzi

Il 20 luglio 1940 la rivista musicale Billboard pubblicava la sua prima Music Popularity Chart, dedicata alle canzoni più ascoltate


Billboard magazine del 27 luglio 1940

La Music Popularity Chart spegne 77 candeline. Era il 20 luglio 1940 quando la rivista settimanale statunitense Billboard - oggi la più popolare e dettagliata al mondo - pubblicava la sua prima classifica dei brani più ascoltati. Una vera e proprio “Hit Parade” con le canzoni più amate e canticchiate dagli americani. Da quel 20 luglio a oggi si perde il conto delle infinite classifiche stilate da Billboard in questi anni d’attività. 

La più famosa è la Billboard Hot 100 - pubblicata per la prima volta nel 1958 - con i cento singoli più ascoltati negli Stati Uniti. A seguire, la Billboard Hot Latin 100 che include invece le cento canzoni più seguite nei paesi latino-americani e la Hot Dance Club Play per i brani più popolari nelle discoteche e nei club. Altra importante classifica è la Billboard 200, dedicata ai duecento album più venduti negli Usa.

Ma la storia della famosa rivista musicale è precedente al 20 luglio 1940. Billboard nasce nel 1894 con periodicità mensile. Si chiama Billboard Advertising ed è una rivista di poche pagine che non si dedica solamente alla musica, ma dà ampio spazio alla pubblicità. Nei primi anni del 1900 diventa settimanale, aggiunge articoli dedicati al gossip, allo spettacolo e le ultime notizie più importanti, le famose breaking news. 

Nel 1940 pubblica la prima Chart Line (i dischi singoli più venduti) e da quel momento inizia a specializzarsi sempre di più nell’intrattenimento moderno, la musica e i film, anche se gli argomenti più trattati riguardano radio, dischi e jukebox. In vetta alle classifiche di quell’anno “I’ll never smile again” di Tommy Dorsey, al numero 1 per dodici settimane, rimpiazzata da “Only forever” di Bing Crosby, in cima per nove settimane. Così, sabato 20 luglio 1940 pubblica la prima Music Popularity Chart. Oggi la classifica Billboard viene pubblicata tutti i giovedì e seguita in ogni parte del mondo. 

Guglielmo Marconi, l’uomo che diede voce all’aria

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bruno ruffilli

Moriva ottant’anni fa a Roma l’inventore della radio. Fu un precursore dello scienziato moderno, attento alla ricerca ma anche ai suoi possibili usi pratici


Guglielmo Marconi

Il 20 luglio del 1937 alle 18 le stazioni radio di tutto il mondo interruppero contemporaneamente le trasmissioni per due minuti. Guglielmo Marconi era morto. Il giorno dopo, a Roma, mezzo milione di persone partecipò ai suoi funerali, con tutti gli onori di stato: c’era anche il Capo del Governo Benito Mussolini.

Marconi era l’inventore della radio, oppure no, come decise una sentenza americana del 1943. Come sempre con le grandi invenzioni, in realtà,al risultato finale contribuirono diversi studi e molti esperimenti: quelli di Maxwell, Edison, Hertz, Popov, Tesla e Braun, che nel 1909 ricevette il premio Nobel per la fisica insieme con Marconi. 

C’è una data che viene considerata la nascita ufficiale della radio in Italia, ed è l’8 dicembre 1895. Quel giorno, dopo vari tentativi, l’apparecchio che Marconi - allora ventunenne - aveva costruito riuscì a trasmettere e ricevere segnali a distanza, superando la collina dietro Villa Griffone, poco fuori Bologna, dove viveva con la famiglia. 

Cent’anni dopo, la radio (e la televisione, che pure Marconi contribuì a far nascere) dominavano il mondo. Oggi non sono più i soli mezzi di comunicazione di massa, c’è Internet. Da analogica che era, la trasmissione di dati è diventata digitale, ma il percorso è simile: nato come una rete di cavi ottici ed elettrici, oggi il web è sempre più libero dalla schiavitù dei fili, grazie a satelliti, cellulari sempre più veloci, connessioni wi-fi. 

Marconi fu uno scienziato moderno, nel senso che le sue ricerche non erano astratte o teoriche ma finalizzate a realizzazioni pratiche. Anche la radio non fu solo un dono all’umanità: contribuì non poco a incrementare la sua già florida situazione economica. Va detto che per tutta la vita continuò a inventare e sperimentare, prefigurando in questo un tratto tipico delle imprese della Silicon Valley, che investono in ricerca una percentuale notevole del fatturato. Marconi riuscì per primo in un’impresa fino ad allora unica: guadagnò con l’aria, con quello che solo qualche tempo prima sarebbe stato chiamato un sortilegio. 

Invece era scienza, e come la penicillina, come l’elettricità, segnò per l’umanità un grande balzo in avanti. Il telegrafo senza fili ha salvato molte vite (e per questo i superstiti del Titanic gli dedicarono una targa d’oro), la radio ha reso quelle di miliardi di persone più ricche e più felici, ha favorito lo scambio tra culture, ha spianato la strada a nuove forme di democrazia. Un percorso che non è ancora finito, ma continua anche con altri mezzi. È grazie anche e soprattutto a Guglielmo Marconi se oggi il vento porta con sé parole, suoni, voci: il compito che ci lascia è di rimanere sempre in ascolto, curiosi e aperti a tutte le novità. 

Scarcerato il migrante che ha accoltellato un agente a Milano

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manuela messina

Disposto l’obbligo di firma. Il 31enne è senza fissa dimora ed è stato affidato all’ex Cie



Si sono aperte le porte del carcere per Saidou Mamoud Diallo, il 31enne originario della Guinea arrestato lunedì per avere aggredito con un coltello un poliziotto all’esterno della stazione Centrale, mentre con altri agenti tentava di bloccarlo. Dopo l’interrogatorio di garanzia di questa mattina, il gip di Milano Maria Vicidomini ha deciso di fare cadere l’accusa di tentato omicidio contestata dal pm Paola Pirrotta e di disporre l’obbligo di firma per l’uomo, che sarà affidato all’ex Cie (Centro identificazione ed espulsione) di Milano. 

Lunedì scorso, in piazza Luigi di Savoia nei pressi della stazione Centrale, il guineiano ha avuto una discussione con uno dei passeggeri in salita sul bus per uno degli aeroporti milanesi. Avrebbe estratto un coltello, brandendolo minacciosamente. Bloccato dagli agenti di polizia, avrebbe quindi sferrato alcuni colpi nel tentativo di resistere all’arresto. Al 31enne il giudice ha ritenuto di dovere ordinare l’obbligo di firma (tre volte a settimana) per due reati, resistenza a pubblico ufficiale e minacce aggravate. Reati punibili con pene fino a due anni di reclusione, e che quindi, secondo il gip che applica la legge italiana, non giustificano la misura cautelare in carcere. 

Nell’interrogatorio di garanzia davanti al gip l’uomo si è avvalso della facoltà di non rispondere. Irregolare e con un ordine di espulsione emesso da una questura lombarda nel luglio scorso, ha suo carico alcune denunce per lesioni, minacce e resistenza a pubblico ufficiale. Nessun precedente penale, dunque, in quanto nessuna di quelle denunce si è trasformata, finora, in una sentenza passata in giudicato. Nessun fascicolo, invece, è stato aperto con eventuali ipotesi di terrorismo, anche perché la frase “voglio morire per Allah”, che l’uomo ha detto mentre veniva portato in Questura, viene ritenuta da investigatori e inquirenti un’espressione pronunciata da un uomo esagitato. 

Vita sospesa di Ernesto che ha finito di sperare. “Ora non cerco più lavoro”

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niccolò zancan

Un giorno con un Neet: gioco alla playstation perché ho smesso di guardare al futuro


Ernesto Grasso, 21 anni, nel parco delle Vallette a Torino. Non studia più e ha rinunciato a cercare un lavoro. In una parola è un “Neet”, acronimo nato in Gran Bretagna nel 1999: Not in Employement, Education or Training

Lavori? «Mi piacerebbe». Studi? «Ho preso il diploma tre anni fa». Hai qualche piano per il futuro?

«Cosa?». Allora sei un Neet. «Sì», dice Ernesto Grasso, 21 anni, stirandosi giù la maglietta per timidezza. «Ho sentito i servizi su questa cosa. Fanno un po’ arrabbiare, come quando in televisione hanno detto che la crisi è finita». «Ma le statistiche - aggiunge - non sanno niente di me e di mio padre, della nostra famiglia». Le panchine di cemento del quartiere dormitorio delle Vallette, a Torino, sono piene di scritte nere. I giardini hanno vista sul carcere. Tutte le strade portano nomi gentili. Ma, come già scrivevano Fruttero & Lucentini in «A che punto è la notte», «in via dei Rododendri non c’è nessun Rododendro». Così come in via delle Primule e in via dei Mughetti, dove ci incontriamo. 

L’ultima indagine pubblicata dalla Commissione europea assegna all’Italia il record di Neet: Not in employement, education or training. Giovani fra i 15 e i 24 anni che non studiano, non lavorano e non stanno facendo percorsi di formazione: il 19%. Ragazzi impantanati, insomma. Come Ernesto Grasso: «Mio padre è un operaio della Fiat, mia madre fa le pulizie quando trova un po’ di ore. Divido la stanza con mio fratello Michele, che ha 39 anni. Ho un altro fratello disoccupato. Viviamo in cinque con due stipendi. Io cerco di aiutare: butto l’immondizia, cucino, vado a fare la spesa. Compriamo il pane tre volte a settimana». 

Ultimamente alle Vallette vanno di moda i cani molossoidi, meglio se in coppia: «Sono dei simboli», dice il Neet Ernesto. «Devi averli. Come certe scarpe e l’iPhone a rate. Io non ho niente di tutto questo. E ho sempre preferito i gatti. Come Giampi. È il mio migliore amico, soprattutto di pomeriggio. I pomeriggi sono la cosa più difficile. Gioco alla PlayStation. Vado a camminare. Ma non passano mai». Troppo azzurri e lunghi soprattutto qui, alla periferia di Torino. 

Andrai in vacanza? «Non ho mai fatto vacanze al mare o in montagna. Ho preso l’aereo due volte. La prima per accompagnare mia madre in Sicilia dai parenti. L’altra, con la scuola, in quarta, per andare in gita a Praga». Racconta della tua vita scolastica, allora, se ti va. «Ho frequentato il Liceo Artistico Aldo Passoni di Torino, indirizzo Design Industriale. Mi sembrava il più sicuro in una città come questa. Ho faticato un po’, ma poi ho preso il diploma con 68 centesimi. Pensavo di trovare lavoro, ma mi sono reso conto che ci vuole molto di più. All’inizio, ho mandato il mio curriculum ovunque.

Nessuno mi ha risposto. Sono andato all’Open day dello Ied, l’Istituto europeo del design, una scuola bellissima. Ma il costo è notevole. La retta sarebbe quasi 10 mila euro, come comprare una Punto nuova ogni anno. Ne ho parlato con i miei, ma anche volendo non si può». Potresti cercare di vincere una borsa di studio, dice la vocina della ragionevolezza. «Mi mancano le basi, sono sincero», dice Ernesto Grasso. «Ho molta fantasia. Ma mi manca la tecnica per fare un ottimo schizzo. Ho guardato i lavori di quelli che hanno vinto le borse, sono a un livello nettamente superiore al mio». 

Ha ragione Ernesto Grasso quando dice che le statistiche non conoscono le vite delle persone. «Mi alzo alle 8. Riordino la cucina. Aiuto mia madre. Vado al supermercato una volta alla settimana con la lista precisa. Oggi abbiamo mangiato pennette con le zucchine, siamo tutti a dieta. Abbiamo comprato la cyclette per mio padre, perché ha l’osteoporosi. Allora la uso anche io». Tentativi di lavorare? «Mi sono iscritto a sette centri per l’impiego. Fino a qualche mese fa, ogni giorno andavo al centro commerciale a vedere se mettevano degli annunci. Ho provato all’Ikea, a Leroy Merlin.

L’ultimo tentativo è stato per un posto da commesso in un negozio di videogiochi. Non servo. Mi scartano sempre. Dopo un po’, ti chiudi. Ci rinunci. Vivi dentro la tua stanza, aspetti che passi il pomeriggio». Ma hai mai fatto un lavoro vero? «Due volte. Guardiano a una sagra patronale, dove mi hanno dato 20 euro in nero. E poi, per una cooperativa che si occupa di montare palchi. Dopo sei turni, ho preso 290 euro». Ed ecco la vita sociale del Neet Ernesto: «Se devo invitare, porto dei panini da casa e propongo un picnic. Ho avuto solo una ragazza che non ha dato peso alla cosa, diciamo così. Non vado a ballare. Ma raggiungo gli amici quando escono dalla discoteca e stiamo ancora un po’ fuori insieme, prima di tornare. Io penso di avere metà delle colpe per questa situazione, ma non tutte». Cosa dice tuo padre?

«Di provarci sempre, fino alla fine, in modo da non avere rimpianti». E tua madre? «Mia madre mi sembra stanca. Credo che vorrebbe poter stare a casa tranquilla, senza più andare a fare le pulizie».
Il sole tramonta sul quartiere delle Vallette. Sono giornate straordinariamente limpide. C’è quel silenzio che si può ascoltare solo d’estate. «Andrei domani a fare l’operaio al posto di mio padre», dice Ernesto Grasso. «È abbastanza straziante vedere gli altri che si divertono». E poi, se avessi un lavoro vero, quale sarebbe il tuo grande sogno? «Prendere la patente». 

Il depistaggio Borsellino

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mattia feltri

La figlia più giovane di Paolo Borsellino, Fiammetta, spalleggiata dall’intera famiglia, ha detto che la procura di Caltanissetta ha avuto un ruolo centrale in venticinque anni al vento, con «pentiti costruiti a tavolino tra lusinghe e torture», e culminati «in uno dei più colossali errori giudiziari». La procura di Caltanissetta in due processi ha ricostruito la strage di via D’Amelio sulle basi fasulle del pentito Vincenzo Scarantino, e ha contribuito a «nascondere verità inconfessabili», non so se per colpa o per dolo, ha detto Fiammetta. Poi ha fatto i nomi dei magistrati nisseni, fra cui quello di Nino Di Matteo, pm del processo sulla trattativa fra Stato e mafia e probabile ministro dell’Interno di un governo a cinque stelle. 

Un attacco durissimo, a cui quei magistrati debbono una risposta. Di Matteo in passato ha detto che allora era giovane. Il che non dovrebbe rassicurare gli imputati di pm giovani. Mi viene in mente quando, poco più che ventenne, fui processato per diffamazione (assolto in appello) e l’avvocato addusse a mia discolpa la condizione di esordiente; ma la pm, molto sveglia, replicò che proprio per questo sarei dovuto stare più attento. Chissà chi aveva ragione, se lei o Di Matteo. E però è un altro aspetto a sorprendere: se il depistaggio fu un effetto della trattativa, come fa il maturo pm di Palermo, Di Matteo, a occuparsi del giovane pm di Caltanissetta, Di Matteo?

Siae, procedura Ue contro l’Italia

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 alberto abburrà

Bruxelles blocca il monopolio della gestione dei diritti: “Ignorata la norma sulla concorrenza”. La regola europea impone l’apertura del mercato. E ora il Pd prova a scavalcare Franceschini

La decisione è presa. Dopo una lunga serie di contatti con il governo italiano la Commissione Ue ha deciso che non si può perdere altro tempo e per questo a settembre, salvo colpi di scena, aprirà una procedura di infrazione contro l’Italia sulla gestione dei diritti d’autore. Il motivo è che nonostante la riforma voluta dal ministro Franceschini, la liberalizzazione del settore è «solo parziale»: resta il monopolio della Siae e la concorrenza tra i vari soggetti non è garantita. Come rivelano fonti concordanti, a Bruxelles l’orientamento non è giunto a cuor leggero perché c’è la consapevolezza che un passaggio di questo tipo possa avere forti ripercussioni politiche a Roma, oltre che in ambito artistico e musicale.

Tutto inizia nel 2014 quando attraverso la direttiva 26, la cosiddetta «direttiva Barnier», l’Europa chiede ai Paesi membri di uniformare le regole nazionali sulla raccolta e la gestione dei diritti d’autore. L’obiettivo è consentire agli artisti di poter scegliere a quale operatore affidare i propri interessi. In Italia la situazione è particolarmente complessa per effetto della legge 633 del 1941 che istituisce il monopolio. Il governo inizia a studiare una riforma, ma intanto scoppiano le battaglie legali. Quando spuntano i primi operatori concorrenti, con l’italo-britannica Soundreef in testa, Siae li porta in tribunale per dissuadere artisti ed emittenti dal rivolgersi ad altri soggetti.


Il risultato è un cortocircuito che genera problemi di interpretazione, paralizza gli operatori del settore e scontenta gli artisti in uscita dal sistema tradizionale. Il primo esame della nuova gestione va in scena durante il Festival di Sanremo: molti dei cantanti sul palco (tra cui Gigi D’Alessio) decidono di non farsi rappresentare dalla Siae, ma gli organizzatori non possono saldare quanto dovuto in materia di diritti perché la legge li obbliga a operare con la società che detiene il monopolio. Lo stesso problema fa infuriare Fedez. Dopo aver affidato i suoi diritti a Soundreef si vede negare i proventi di nove delle 20 tappe del suo tour estivo e in più occasioni accusa il ministro Franceschini di conflitto di interesse alludendo al ruolo della moglie.


Oltre a essere consigliera comunale del Pd a Roma, Michela Di Biase lavora per la Fondazione Sorgente Group, l’ente culturale di una holding che, tra le altre cose, si occupa della gestione del patrimonio Siae. Secondo il rapper non proprio una casualità. La società degli autori si difende spiegando che i brani di Fedez «hanno tanti autori» e quindi opera «per rappresentarli tutti» assicurando che «lui avrà le sue quote». Il ministro invece parla di «calunnie» e minaccia querele. A confermare il clima non proprio sereno all’interno della maggioranza ci pensa un emendamento del deputato Pd Emiliano Minnucci che, a distanza di quattro mesi dall’ok alla riforma, oggi propone di superare questo discusso monopolio limitando l’esclusiva della Siae «ai soli segmenti di mercato dove la rete territoriale della società può offrire un valore aggiunto». Tutti episodi che hanno scaldato il dibattito senza risolvere il problema. Ora ci proverà la Commissione.

Maschio & Femmina: i 2 sessi che convivono in ognuno di noi

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marco cambiaghi

Oltre le mode del gender fluido, la biologia sta rivelando le sorprendenti metamorfosi del Dna: l’identità è un enorme puzzle di possibilità multiple

Pensiamo al sesso come un linguaggio binario in stile pc, zero e uno. Maschio e femmina. Tendiamo a farlo anche quando ci troviamo faccia a faccia: in base al vestito o come ci si comporta si deve essere maschio o femmina. Eppure c’è molto di più, oltre le apparenze e le mode dei «gender fluid». A rivelarlo è la biologia: non è vero che siamo tutti «zero» o «uno», ma apparteniamo a uno spettro di possibilità. In ognuno di noi i sessi convivono, in gradazioni variabili.

Al Royal Melbourne Hospital, in Australia, il genetista Paul James ha analizzato i cromosomi di una donna di 46 anni: voleva capire se il futuro figlio potesse soffrire di qualche anomalia del Dna. Il feto stava benissimo, ma i risultati della madre si sono rivelati inattesi: le cellule del suo organismo contenevano il materiale genetico di due persone diverse, un individuo femmina e uno maschio, «probabilmente il risultato di una fusione tra due embrioni gemelli», spiega James. Così, la donna ha scoperto che metà del suo corpo era geneticamente un uomo. «Una scoperta - ha commentato lo specialista - che ha del fantascientifico, per chi era venuto in ospedale per un’amniocentesi”».

LA Y CHE C’È O NON C’È
Il sesso, in effetti, può essere molto più complicato di quanto appare. La presenza o l’assenza di una Y conta. E non poco. Con il cromosoma Y sei maschio, senza sei femmina. Tuttavia - come si sa da tempo - l’anatomia sessuale, a volte, è in disaccordo con la genetica. «Il problema è che il sesso può essere definito in diversi modi: genetica, ormoni, attributi sessuali - spiega Arthur Arnold, della University of California di Los Angeles -. Ed è sorprendente quanto può essere forte l’effetto dei cromosomi sessuali sul comportamento di singole cellule». Con alcuni colleghi ha dimostrato che nel topo la quantità di cromosoma X è in grado di modificarne il metabolismo, un dato in linea con una serie di esperimenti in vitro in cui si è visto che cellule XX e XY rispondono in modo differente alle sollecitazioni dello stress.

Ora le tecniche più avanzate di sequenziamento del Dna e di biologia cellulare stanno rivelando che, in realtà, ognuno di noi è - a vari livelli - un mosaico (o un puzzle) di cellule geneticamente distinte, alcune con un corredo genetico sessuale che può essere diverso da tutte le altre. Non a caso, fino a cinque settimane di vita, ognuno di noi ha le potenzialità per diventare sia maschio sia femmina. È la sesta settimana quella decisiva: in quel momento sviluppiamo solo uno dei due apparati sessuali. Poi, fuori dall’utero, scattano altri meccanismi. Vincent Harley, genetista dell’Institute for Medical Research di Melbourne, ha scoperto che, almeno nel topo da laboratorio, è necessario mantenere un certo equilibrio per tutta la vita: «Il gene Foxl2 è essenziale affinché le ovaie producano cellule uovo, mentre il gene Dmrt1 lo è per la produzione di spermatozoi nei testicoli».

A complicare ulteriormente questo mondo fluido del sesso, al dipartimento di Genetica Molecolare del Weizmann Institute of Science, in Israele, Shmuel Pietrokovski e Moran Gershoni hanno pubblicato uno studio in cui evidenziano 6500 geni espressi in modo diverso tra uomini e donne. Questi geni controllano non solo lo sviluppo di muscoli e peli, ma la suscettibilità a specifiche malattie e la risposta ai farmaci. «Il genoma - hanno commentato - è praticamente lo stesso in ognuno di noi, eppure viene utilizzato in modi diversi in varie parti del corpo».

L’idea binaria di due sessi si sta quindi rivelando superficiale e non solo per la nostra specie, ma per tutte, dove le eccezioni a quella che si pensava fosse la norma sono ancora più evidenti. Fino a un fenomeno raro nell’uomo e tuttavia comune in molti organismi meno evoluti: è l’ermafroditismo, in cui lo stesso individuo presenta organi sessuali di entrambi i sessi. Il pesce pagliaccio - reso famoso dal cartone «Alla ricerca di Nemo» - è, da questo punto di vista, una specie tra le più interessanti: quando in una famiglia la femmina muore, il maschio cambia sesso e ne prende il posto, mentre una delle femmine giovani diventa, a sua volta, il nuovo maschio. Il pesciolino Serranus Tortugarum è ancora più esuberante: è in grado di cambiare sesso anche 20 volte al giorno, producendo entrambi i gameti in modo alternato, ma restando fedele al partner, che, ovviamente, si deve adeguare a questi rapidissimi cambiamenti.

ESSERI ERMAFRODITI
Ma sono ermafroditi anche i lombrichi, alcune chiocciole, crostacei e spugne di mare. Così torna, prepotente, la domanda più spontanea: perché gli esseri viventi più complessi si sono evoluti con due sessi (e basta)? La riproduzione asessuata - tipica di batteri, piante e animali inferiori - è in grado di produrre un enorme numero di individui e non c’è nemmeno il tormento di dover corteggiare il partner. Ma, se è andata diversamente per altri esseri viventi, compresi noi umani, significa che con il sesso ci sono benefici maggiori (e non solo quello del piacere). Più variabilità genetica significa una specie più adattabile e, quindi, più resiliente agli habitat.

Resta l’ultimo interrogativo: perché due sessi e non di più? In natura non si conoscono casi evidenti di animali con più di due sessi. Aumentare il numero di genitori non farebbe poi così tanta differenza nell’incrementare la flessibilità genetica di un individuo. In compenso creerebbe complicazioni a catena, forse ingestibili. Le ha immaginate Issac Asimov nel romanzo «Neanche gli dei», con alieni con tre sessi e diversi ruoli sia nella riproduzione sia nell’allevamento della prole. Fino allo scenario angosciante materializzato da Clifford Simak nel racconto «Miraggio», dove il tormento è ulteriore: sei rappresentanti della razza più evoluta di Marziani aspettano in una grotta il settimo partner. Senza di lui non ci sarà nessun bebè e, quindi, nessun futuro.

Whatsapp, in Cina bloccate le foto e i video

lastampa.it
andrea nepori

L’unico servizio di Facebook ancora disponibile nella Repubblica Popolare subisce la censura di Pechino. Ora si teme il blocco completo dell’app di messaggistica

In vista del 19° congresso del Partito Comunista, il governo cinese sta inasprendo censure e controlli sui media e sui mezzi di comunicazione. A subire le conseguenze del rinnovato piano per la Cyber-Sovranità voluto dal Presidente Xi Jinping sono stati dapprima i servizi di VPN, grazie ai quali i cittadini cinesi e le multinazionali attive nel paese riescono ad accedere ai siti vietati. Ora tocca a Whatsapp. I problemi sono iniziati ieri, quando gli utenti improvvisamente non sono più stati in grado di inviare filmati e foto ai propri contatti. Per alcuni il blocco si è esteso anche ai messaggi, ma nella maggior parte dei casi l’app consente ancora di chattare.

Il filtraggio selettivo sui contenuti multimediali lascia qualche dubbio sulla natura dell’operazione di censura. Al momento non è chiaro se si tratti di una misura temporanea o di una prima fase che potrebbe portare al blocco totale del servizio. Fonti del New York Times confermano che la decisione è arrivata dal governo ed è stata implementata, come di consueto, attivando nuovi filtri nel sistema di controllo centrale noto come “Great Firewall of China”.

Whatsapp è il client di messaggistica più diffuso in Europa, Sud America, Russia, India e in centinaia di altri Paesi. Non in Cina, dove il primato spetta invece a WeChat, un servizio da 900 milioni di utenti che è tuttavia soggetto a un controllo capillare da parte dei censori di Pechino. L’app di proprietà di Facebook è tuttavia uno dei pochi servizi che, assieme a Signal, continua a offrire canali di comunicazione criptati che, almeno sulla carta, il governo cinese non è in grado di intercettare. Telegram è bloccata già da qualche anno, dopo che gli attivisti per i diritti umani avevano iniziato a utilizzarla.

Facebook è inaccessibile su tutto il territorio della Repubblica Popolare già dal 2009, Instagram invece dal 2014. A oggi nulla è cambiato nonostante il coinvolgimento diretto di Mark Zuckerberg, che nel settembre 2015 aveva sorpreso tutti per il fluente Mandarino con cui si era rivolto al presidente Xi Jinping in visita ufficiale negli Stati Uniti. Nel corso dell’ultimo anno e mezzo l’interesse di Facebook per il mercato cinese sembra essersi affievolito, però, e così anche gli sforzi del social network per bucare la grande muraglia digitale che separa la Cina dal resto del cyberspazio.

L’Harley Davidson è in crisi, neppure i millennials sono interessati alle moto nuove

lastampa.it
paolo mastrolilli

Potrebbe mancare il ricambio per tenere in piedi il marchio. Le vendite sono scese tra il 6 e l’8% rispetto all’anno scorso, nel terzo trimestre è previsto un calo tra il 10 e il 20%



Le notizie sulla morte dell’Harley Davidson, per parafrasare un altro mito americano come Mark Twain, sono state esagerate già in passato. Stavolta però l’allarme lanciato dall’icona del motociclismo Usa preoccupa di più, perché non si tratterebbe solo di un problema passeggero di gestione. I millennials, cioè la generazione più giovane, non sembrano interessati alle moto nuove e non le comprano. Se questa tendenza verrà confermata, mano a mano che i baby boomers invecchiano e smettono di salire sulle “hog”, potrebbe mancare il ricambio necessario a tenere in piedi il marchio.

La Harley ha appena annunciato che le sue vendite sono scese tra il 6 e l’8% rispetto all’anno scorso. Le proiezioni prevedono un calo tra il 10 e il 20% nel terzo trimestre, e alla fine dell’anno ci sarà una perdita dell’1% nei margini dei profitti operativi. Le consegne scenderanno da 262.221 moto nel 2016 a 241.000 nel 2017, molto indietro rispetto alle 350.000 di un decennio fa. Di conseguenza, la casa di Milwaukee ha deciso di tagliare la produzione nella seconda metà dell’anno, e ridurre la forza lavoro. Wall Street l’ha presa male, e le azioni dell’azienda hanno perso circa il 10% nella giornata di martedì.

Il ceo Matt Levatich ha detto di aspettarsi una ripresa con i modelli in arrivo l’anno prossimo, e sta meditando l’acquisto della Ducati per 1,7 miliardi di dollari. Il problema, però, sarebbe più profondo delle questioni manageriali. Il boom dell’Harley era dipeso in passato soprattutto dalla sua popolarità tra i baby boomers, cioé la generazione dei nati tra il 1945 e il 1964, che aveva fatto la contestazione e abbracciato lo stile di vita promosso dalle “hog”. Le generazioni successive, X e Y, hanno mostrato meno interesse, mentre se i millennials comprano una moto, preferiscono prenderla usata. Se non riuscirà a cambiare questa cultura, la Harley rischierà di imboccare un lungo ma inesorabile viale del tramonto. 

“Sul Monviso le tracce degli elefanti di Annibale”

lastampa.it
andrea garassino

Uno studioso canadese: ecco le prove negli scavi

Non il Moncenisio. Neanche il Piccolo San Bernardo o il Monginevro, l’Autaret, il Tenda o il Maddalena. «Annibale è sceso in Italia passando dal Monviso»: è l’annuncio dello studioso canadese William Mahaney, che ha guidato un gruppo di ricerca nell’area delle sorgenti del Po. 
L’obiettivo è raccogliere nuove prove per confermare che l’esercito di Cartagine, che attaccò Roma e diede il via alla seconda guerra punica, oltrepassò le Alpi dal colle delle Traversette, valico a 2950 metri nel gruppo del «Re di Pietra», che oggi separa la valle Po italiana (nel Cuneese) dalla valle del Guil francese.

Lo strato scuro
«Il legame con Annibale – dice lo studioso – è emerso scavando nel sottosuolo. A Pian del Re, il pianoro dove nasce il Po, abbiamo trovato uno strato scuro a circa 30 centimetri di profondità, composto da materiale organico che emana cattivo odore. Crediamo sia costituito da sterco di cavalli, presenti in numero massiccio e non spiegabile in condizioni normali. Quando torneremo in Canada, faremo gli accertamenti scientifici e dateremo il reperto con il carbonio. Così avremo le conferme».
Le ricerche del team, composto anche da Randy Dirszowsky, geomorfologo, Peter Somelar, geologo, e Christopher Allen, microbiologo, proseguono da anni. «Anche sul versante francese – aggiunge l’esperto –, dall’altra parte delle Traversette, abbiamo trovato reperti che certificano la presenza di cavalli. In una zona paludosa sono stati scoperti batteri provenienti da apparati digerenti di mammiferi. Si trattava di equini e, in due casi, addirittura di elefanti».

«Per noi non ci sono dubbi – sottolinea Mahaney -. Altrimenti non saremmo venuti qui, ancora una volta, ad effettuare gli scavi: Annibale è passato dal Monviso». L’impresa dell’armata cartaginese, formata da 30 mila uomini, 10 mila cavalli e 37 elefanti, si svolse nel 218 a. C. e il passaggio delle Alpi risale al periodo fra settembre e ottobre. Tito Livio, più di due secoli dopo, scriveva: «Levato l’accampamento all’alba, mentre l’armata procedeva lentamente attraverso i luoghi ricoperti di neve e sul volto degli uomini si leggeva l’indolenza e la disperazione, Annibale che si trovava in testa alla colonna in marcia, una volta raggiunta un’altura da dove si poteva vedere da ogni parte, ordinò ai soldati di fermarsi e mostrò loro l’Italia e la pianura intorno al fiume Po, ai piedi delle Alpi». Non sono specificati nomi di luoghi, di vallate o di montagne e il mistero del colle dove passarono i pachidermi resisteva da quasi 2200 anni. 

Gli storici antichi
Il team scientifico di Mahaney ha studiato attentamente i testi antichi. «Dopo aver consultato la letteratura storica – dice Mahaney – abbiamo visitato le varie vallate e i colli e analizzato la formazione delle montagne e del terreno. La valle Po con il colle delle Traversette corrisponde alle descrizioni dei testi: è l’unica nelle Alpi occidentali dove si può trovare un deposito roccioso a due livelli. In più è corta e da parecchi punti si può ammirare il panorama sulla pianura».

mercoledì 19 luglio 2017

Fra Spagna e Francia c'è un'isola contesa che ogni sei mesi cambia sovranità

lastampa.it
noemi penna



Sei mesi in Francia, sei mesi in Spagna. Proprio sul confine fra le due nazioni, poco prima che il Bidasoa si getti nell’Atlantico, al centro del fiume si trova uno scoglio boscoso. Qui, nel 1659, s'incontrarono i sovrani per firmare il Trattato dei Pirenei, che mise la parola fine alla Guerra dei Trent’anni. Ma in realtà, sull'Isola dei Fagiani, quella «guerra» non è mai finita. 



Visto che non si poteva dividere a metà, essendo larga neanche cinquanta metri nel punto più ampio, l’Isola dei Fagiani è diventata un «condominio», ovvero un territorio su cui più nazioni esercitano pari sovranità. E' tuttora l'unico esempio europeo di sovranità congiunta, nonché la più piccola al mondo e quella che resiste da più tempo. 



Qui ogni sei mesi si compie la piccola cerimonia del trasferimento della sovranità, ed è anche l'unico momento in cui ci si può mettere piede sopra: dall'1 febbraio al 31 luglio l'isola appartiene alla Spagna e viene  gestita dal comune di Irun. Dall'1 agosto tornerà invece nella municipalità francese di Hendaye, e lo rimarrà fino al 31 gennaio.


Potrà sembrare strano, ma nei secoli questo scoglio ha rappresentato un importante «zona franca». L'Isola dei Fagiani è stata utilizzata come luogo d’incontro tra i rappresentanti di Francia e Spagna, come luogo di scambio di prigionieri e anche come teatro di importanti eventi, come fidanzamenti e matrimoni reali fra eredi delle rispettive corone.



Un territorio «prezioso», off-limits per i visitatori. Lo scoglio può essere infatti visto solo dalle rive del Bidasoa, dalla cittadina di Hendaye, in Francia, e da quella di Irun, in Spagna. Una «condanna» che rende quel pezzo di terra di confine ancora più affascinante.

Si fa filmare in minigonna in un forte dell’Arabia Saudita, arrestata

lastampa.it
giordano stabile

La sfida della modella Khulood alle autorità religiose, le saudite la difendono sul Web


Khulood, la modella che ha sfidato le autorità religiose dell’Arabia Saudita

Una passeggiata in minigonna fra le rovine di un antico castello. Tutto normale in una calda giornata estiva se non fosse che la ragazza, immortalata da un video poi postato in Rete, si trovava in Arabia Saudita. La donna, nome d’arte Khulood, è stata prima ricercata e poi arrestata dalla polizia per avere violato le rigide norme in materia di abbigliamento femminile, per di più in uno dei luoghi storici più visitati nel Regno, il Forte di Ushaiqer, a 155 chilometri da Riad.

Abaya e velo nero
Il video ha fatto esplodere il dibattito sul Web ma le autorità di Ushaiqer hanno chiesto alla polizia di trovare la ragazza e arrestarla. Le saudite hanno l’obbligo di indossare un lungo abito nero, l’abaya, che copre le forme e la testa. Per le straniere non ci sono obblighi ma viene consigliato comunque di indossare l’abaya.

Vietato alle saudite
Questa distinzione ha acceso le discussioni perché molti, su Twitter e Facebook, hanno notato che se «la ragazza fosse straniera a questo punto staremmo a discutere su quanto è bella, non se è giusto arrestarla o no». Altri hanno invece chiesto che venisse punita e soprattutto che venisse ripristinata la polizia religiosa, l’Haya, acronimo di «Comitato per la difesa della virtù e la prevenzione del vizio». I poteri dell’Haya sono stati ridimensionati su spinta del principe ereditario Mohammed bin Salmam, e adesso l’Haya non può più eseguire arresti ma deve rivolgersi alle autorità giudiziarie generali.

Insofferenza giovanile
Nel Regno restano comunque le norme più restrittive in tutto il mondo musulmano: le donne non possono guidare e devono uscire accompagnate da un parente maschio. Le nuove generazioni, il 65 per cento dei sauditi ha meno di 30 anni, sono però sempre più indifferenti. Il video postato su SnapChat è servito probabilmente a provocare il dibattito apposta, come in precedenza quelli dove si vedevano giovani donne che guidavano. E molte donne sul Web hanno elogiato “il coraggio” di Khulood.

Indagini aperte
Il “Comitato per la difesa della virtù e la prevenzione del vizio” ha comunque detto di aver aperto le indagini e di essere in contatto “con le autorità competenti”. La provincia dove si trova il forte di Ushaiqer è il Najd, il cuore stesso della dinastia Saud e soprattutto la culla del wahhabismo, la versione più conservatrice dell’islam che segue rigidamente i precetti della scuola di diritto hanbalita. Nel Regno la sharia è ancora l’unica fonte del diritto (a parte quello commerciale modellato sul codice francese) e quindi anche le norme su abbigliamento e condizioni femminile rispecchiamo questa visione conservatrice.

La culla del wahhabismo
Gli internauti del Najd si sono infatti schierati massicciamente con il fronte consevatore: “Dobbiamo rispettare le norme del Paese – osserva uno -. In Francia il niqab è proibito e le donne che lo indossano sono multate. In Arabia Saudita è obbligatorio l’abaya e un abbigliamento modesto”. Il niqab è il velo nero che copre anche il volto con una veletta, e lascia scoperti solo gli occhi: è diffuso nei Paesi del Golfo e in Egitto. In segno di apertura però ora le saudite possono indossare anche l’hijab, che copre la testa e i capelli ma non il viso. Un piccolo passo avanti.

Tagliate fuori dal lavoro
Nel dibattito è intervenuto anche lo scrittore Wael al-Gassim: “Pensavo che si fosse fatta esplodere o avesse ucciso qualcuno. Invece aveva solo indossato una minigonna. Mi chiedo come la Vision 2030 possa aver successo se viene arrestata”. La Vision 2030 è l’ambizioso programma di riforme economiche lanciato dal principe Mohammed bin Salman, con l’obiettivo di rendere il Regno meno dipendente dal petrolio, creare un’economia basata su servizi e industria avanzata. 

La sfida economica
Per raggiungere l’obiettivo serve coinvolgere la forza lavoro locale, comprese le donne che oggi rappresentano solo il 22 per cento degli occupati. Il Paese, 32 milioni di abitanti, si regge sul lavoro di 8 milioni di immigrati che nel settore privato occupano gran parte dei posti, da quelli più umili a quelli dirigenziali. La “sfida della minigonna” va oltre il costume, come quella per poter guidare l’auto e andare al lavoro da sole. In gioco c’è il futuro dell’Arabia.

Les Diablerets, il ghiacciaio restituisce 75 anni dopo i corpi di una coppia

repubblica.it

Li ha riconosciuti la figlia: probabilmente cercavano di raggiungere il cantone di Berna attraverso la montagna

Les Diablerets, il ghiacciaio restituisce 75 anni dopo i corpi di una coppia

Sono stati identificati da una donna svizzera di 79 anni i due corpi mummificati trovati giovedì scorso sul ghiacciaio di Tsanfleuron, nel massiccio di Les Diablerets, nelle Alpi Bernesi, grazie all'aumento delle temperature che ha portato i resti alla luce. "Mamma e papà avranno infine la loro sepoltura", ha raccontato al quotidiano elvetico Le Matin Marceline Udry-Dumoulin, orfana dall'età di quattro anni. Il padre calzolaio, Marcelin, e la madre insegnante, Francine, avevano rispettivamente 40 e 37 anni al momento della scomparsa

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Il 15 agosto 1942 erano partiti dalla località di Chandolin (canton Vallese) per raggiungere un alpeggio nel canton Berna. Attesi la sera stessa, non sono mai tornati. "Andavano a nutrire il loro bestiame, come sempre. Anche se era la prima volta per mia madre: in precedenza era sempre stata incinta e non poteva fare spostamenti in condizioni climatiche dure come quelle di un ghiacciaio". Per due mesi e mezzo gli uomini del villaggio avevano condotto operazioni di ricerca nei diversi crepacci della montagna, sempre con esito negativo.

"Il loro abbigliamento era del periodo precedente alla guerra. Tutto porta a credere che avessero tentato di raggiungere il cantone di Berna a piedi, come si faceva qualche volta all'epoca. Era il cammino più breve", ha raccontato a Le Matin il direttore del comprensorio sciistico Glacier 3000, Bernhard Tschannen. È stato un suo collaboratore a individuarli, a 2.615 metri, dopo aver visto nei pressi di un impianto "un corpo che spuntava dalla neve, a una cinquantina di metri". I resti e alcuni oggetti ritrovati sul posto - tra cui zaini, orologi e libri - sono stati affidati all'istituto di medicina legale di Losanna. L'identificazione formale dei corpi richiederà diversi giorni e l'impiego di test del Dna.

Marceline non ha mai perso la speranza: "Ho passato la vita a cercarli, senza sosta. Non credevo di poter dar loro un giorno il funerale che meritavano". I ricordi di Marceline sono vaghi: "Ho in mente la sorella di mio padre che piangeva sulle scale di casa, tenendomi in braccio. Poco tempo dopo avevano separato me, mia sorella e i miei cinque fratelli, sistemandoci in famiglie diverse. Io ero rimasta con mia zia, sono stata fortunata". Un momento di ritrovo per gli orfani fu nel 1957, per una messa commemorativa organizzata sul ghiacciaio "da mio fratello, diventato prete nel frattempo", ricorda Marceline.

Negli anni successivi "sono tornata tre volte lassù, sempre per cercarli - confida la donna - Mi chiedevo costantemente se avevano sofferto e che cosa erano diventati. Ora ho la fortuna di avere una risposta a queste domande". Marceline, che vive con il marito nel villaggio di Chandolin, dove è nata, non ha dubbi: "Per il funerale non indosserò il nero. Penso che il bianco sia più appropriato. Rappresenta la speranza, che non ho mai perduto".

L'Italia si ribella all'accoglienza: 5.500 Comuni chiudono le porte ai migranti

ilgiornale.it
Sergio Rame - Mar, 18/07/2017 - 10:16

Da inizio anno già sbarcati oltre 93mila clandestini. Su 8mila Comuni solo 2.500 hanno deciso di accogliere. L'Anci: "Il Viminale intervenga"


Nei mesi scorsi erano pochi i Comuni che avevano il coraggio di ribellarsi ai diktat del Viminale.

Si trattava di Giunte in prevalenza di centrodestra che, già alle prese coi conti ridotti all'osso, non avevano la forza di accogliere decine di migranti. Adesso l'opposizione all'accoglienza a oltranza a contagiato primi cittadini di ogni colore politico. Tanto che, come rileva la Stampa, su 8mila Comuni ben 5.500 hanno deciso di chiudere le porte ai richiedenti asilo. Ma, anziché frenare l'invasione, il governo sta smistando tutti gli arrivi sui 2.500 che hanno aderito al piano del Viminale col risultato che la quota di ripartizione è salita a tre profughi ogni mille abitanti.

Dall'inizio dell'anno a ieri sulle coste italiane sono sbarcati 93.292 migranti, il 16,79% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso (79.877). Ad aggiornare il dato è il ministero dell'Interno, secondo cui i porti maggiormente interessati dagli arrivi nel periodo in questione sono, nell'ordine, Augusta (13.097), Catania (11.204), Pozzallo (8.264), Reggio Calabria (7.106), Vibo Valentia (5.804), Palermo (5.786), Trapani (5.591), Lampedusa (5.288), Salerno (5.065), Crotone (4.887). Da qui, poi, il Viminale sta cercando di sparpagliare i richiedenti asilo in tutta Italia. Ma, come rileva appunto la Stampa, sugli 8mila Comuni italiani 5.500 non hanno aderito al piano di accoglienza. "Per gli altri 2500 la quota di ripartizione è salita da 2,5 a 3 extracomunitari per ogni mille abitanti - si legge - ma poiché è su questi 2.500 centri che gravita l'emergenza, la tensione è alle stelle perché i numeri superano il confine della quota fissata".

Dopo Civitavecchia, le barricate si sono spostate nel Messinese. E adesso stanno contagiando tutto il Paese. "Le Prefetture devono rivolgersi per primi ai Comuni che non accolgono. E non a quelli che già sopportano un carico", ha detto ieri, in una intervista a Repubblica, il presidente dell'Anci Antonio Decaro. "Trovo incredibile che chiediamo all'Europa, giustamente, di dividere in tutti i paesi dell'Unione gli arrivi e noi, però, non lo facciamo - attacca il sindaco di Bari - eppure le esperienze di Bari, Bologna, Milano dimostrano che è possibile". In realtà proprio quelle esperienze e i recenti fatti di cronaca dimostrano che questo sistema non funziona affatto

Addio al parco Mussolini di Latina, diventerà Falcone-Borsellino. Protesta la destra

lastampa.it



Da domani il parco comunale di Latina si chiamerà ufficialmente «parco Falcone-Borsellino», e alla cerimonia di intitolazione, nel giorno del 25 anniversario della strage di via D’Amelio, ci sarà anche la presidente della Camera Laura Boldrini. Una iniziativa che però nel capoluogo pontino porta con sè uno strascico di polemiche: il giardino, infatti, è legato da molti decenni nell’uso cittadino al nome di Arnaldo Mussolini, fratello del duce, e il centrodestra, che già si oppose in Consiglio comunale contro un atto considerato «contro la storia della città», domani esprimerà il suo dissenso.

Fratelli d’Italia ha organizzato una contro-cerimonia al tribunale per ricordare i due magistrati, ma non è escluso che altre sigle, riferibili alla destra radicale, possano decidere di organizzare presidi di protesta vicino ai giardini. Boldrini negli ultimi giorni è stata infatti attaccata, in particolare sui social, per delle sue presunte dichiarazioni sulla possibilità di demolire i monumenti del Ventennio, parole però «mai pronunciate, l’ennesima bufala», come ha smentito lei stessa.

«Noi diserteremo la cerimonia, la storia non si cancella - dice oggi il portavoce provinciale FdI Nicola Calandrini - Insieme con Gioventù Nazionale porteremo una corona di fiori al tribunale». Nessuna contestazione sul posto: «Noi abbiamo fatto quello che era giusto in Consiglio comunale». FdI, FI e Cuoritaliani erano usciti dall’aula al momento del voto e il via libera al provvedimento di fine giugno del sindaco Damiano Coletta (un civico molto vicino a Pisapia) era arrivato dalla sua maggioranza e dal Pd, racconta ancora Calandrini. La vicenda del nome del parco è comunque un piccolo giallo: in città, per tantissimi, quel giardino è da sempre il «parco Mussolini», tant’è vero che il sindaco missino Ajmone Finestra, eletto nel 1993, riconfermò il nome con una targa. 

Ma in realtà, si è scoperto di recente, l’area già nel ’43 era stata ribattezzata «Parco Comunale» nell’ambito della defascistizzazione della toponomastica (piazza Predappio cambiò nome in piazza del Mercato, via delle Camicie Nere in via Carducci e così via) e quello è ufficialmente il suo nome, almeno fino a domani, quando il sindaco Coletta e la presidente Boldrini lo intitoleranno ufficialmente ai due magistrati assassinati dalla mafia. «Mi dispiace la strumentalizzazione di Falcone e Borsellino - il commento del capogruppo FdI in Regione Lazio Giancarlo Righini - È stato necessario ricorrere a due martiri per una iniziativa politica e ideologica. È qualcosa che sorprende in modo clamoroso. Io avevo proposto una cosa diversa, che non lede la storia della città: intitolare ai due giudici la cittadella giudiziaria».

L’estate dei tradimenti

lastampa.it
mattia feltri

L’estate dei tradimenti coglie in pieno sole Leonardo Bonucci. Il campione della Juventus è passato ieri al Milan per cifre che suscitano qualche fuggevole ripetitivo eterno scandalo. Bonucci guadagnerà sei milioni e mezzo l’anno, che fanno oltre mezzo milione al mese e quasi 17 mila euro al giorno. L’ingaggio sembra costituire un’aggravante, periodicamente notificata ai giocatori che se ne vanno altrove a guadagnare di più. Alcuni tifosi della Juve, infatti, hanno contestato al difensore il suddetto reato di tradimento per venalità, poiché, naturalmente, nessuna busta pareggerà la gloria di giocare nella Juve, secondo un tifoso della Juve.

È lo stesso ragionamento che dodici mesi fa, con proteste anche più pirotecniche e fantasiose, i tifosi del Napoli hanno proposto su Gonzalo Higuain, reo di tradimento per aver scelto la Juve, e accolto a Torino da eroe. Erano invece un migliaio, ieri, i sostenitori del Milan che hanno ricevuto Bonucci sul coro «chi non salta juventino è», di modo che il tradimento, visto dall’altro lato, fosse già ravvedimento. E così, secondo uno schema consolidato, il terzo traditore sarebbe stato il portiere del Milan, Gigio Donnarumma, se, come pareva, fosse andato a giocare a Madrid o a Parigi. È il mondo che funziona a questo modo: la stessa donna sarà santa o sgualdrina secondo due opposti punti di vista, e lo stesso politico giuda o prode. Per dire che della moralità di Bonucci chissà, ma quella delle curve è già più chiara. 

Manuale estivo di conversazione

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mattia feltri

Attendere l’estate. Individuare il primo saluto romano disponibile. Aprire lo scandalo. Ricordare che sul fascismo c’è stato troppo lassismo. Ribattere che l’antifascismo è una vecchia foglia di fico. Scoprire che l’oggettistica fascista tira ancora. Svelare che Internet ha dato nuovo impulso. Supporre che Mussolini sia stato un bravo statista fino all’alleanza con Hitler. Replicare che Matteotti è stato ucciso nel ’24. E una dittatura è sempre una dittatura. Lo stato sociale è nato col fascismo, elencare Inps, Inail e colonie marine. Ricordare le drammatiche figure di Gobetti e dei fratelli Rosselli. Azzardare che il confino era una villeggiatura. Dettagliare sulle insopportabili condizioni di vita dei confinati. E tuttavia a Ventotene è nata l’Europa. Rattristarsi perché i giovani non sanno più. 

Focus sulla curva neonazista del Verona. Giocarsi il jolly: e Stalin allora? Calare l’asso: Togliatti graziò i fascisti. Ma il fascismo per la cultura ha fatto molto, citare Cinecittà, la Treccani, le riviste di Bottai. Ribattere sull’orrore delle leggi razziali e il giuramento fascista nelle università. Sì però Bobbio. Perlomeno Mussolini fu un grande urbanista, menzionare l’Eur come ultimo vero progetto architettonico. Rievocare il sacrificio dei partigiani. Proporre gli studi di De Felice sull’effettivo numero dei partigiani. Parlare delle stragi naziste, Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema. Quelli che erano fascisti prima e antifascisti dopo. Se c’è la democrazia è grazie alla Resistenza. No, grazie agli americani. Ed è subito autunno. 

Russia, la Corte Suprema conferma il bando per i Testimoni di Geova

lastampa.it
giuseppe agliastro

Il collegio d’appello della Corte suprema russa ha confermato la controversa sentenza che tre mesi fa ha bollato come «estremista» l’organizzazione religiosa dei Testimoni di Geova, ne ha vietato l’attività in Russia e ha ordinato il sequestro dei suoi beni a favore dello Stato. I fedeli del gruppo cristiano antitrinitario - noto per le prediche porta a porta e per il rifiuto del servizio militare - non hanno però alcuna intenzione di arrendersi e, per bocca dell’avvocato Viktor Zhenkov, hanno già annunciato che impugneranno la sentenza davanti alla Corte europea dei diritti dell’Uomo.

È stato il ministero della Giustizia russo a chiedere di bandire l’attività dei Testimoni di Geova accusandoli di «diffondere materiali stampati proibiti» che «incitano all’odio contro altri gruppi» nonché di «violare il diritto al godimento di assistenza medica universale» rifiutando le trasfusioni di sangue. I diretti interessati respingono però fermamente tutte le imputazioni. «La libertà di religione in Russia è finita. È una situazione molto triste per il nostro Paese», ha commentato Yaroslav Sivulskiy, il portavoce dell’organizzazione religiosa in Russia.

Diversi attivisti per la difesa dei diritti umani hanno criticato la sentenza, che adesso diventa esecutiva. E gli stessi esperti delle Nazioni Unite già a inizio aprile avevano definito l’iniziativa del governo russo «estremamente preoccupante», denunciando «una minaccia non solo ai Testimoni di Geova, ma alla libertà individuale in generale nella Federazione russa». Fa riflettere un sondaggio del centro demoscopico Levada, secondo cui il 79% dei russi è a favore del divieto imposto ai testimoni di Geova, anche se più della metà di loro ammette di non sapere nulla del caso.

L’ultima speranza per i Testimoni di Geova sembra risiedere nella Corte di Strasburgo, che già nel 2010 bocciò la decisione di una corte penale di Mosca di vietare le loro attività pubbliche nella capitale russa. In quell’occasione la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò la Russia per aver violato il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione, nonché il diritto ad associarsi di una comunità che adesso conta 175.00 fedeli.

“Così è nato il sito per la consegna a domicilio dei farmaci, per gli anziani o per chi non ha tempo”

lastampa.it
mauro pianta

La storia della startup www.pharmatruck.it che oggi è attiva a Catania, Milano e Bologna per un totale di 200 farmacie e con 100mila prodotti in catalogo



Tutto “merito” di nonna Maria. Perché lei, nel 2015, dopo la morte del marito, vive da sola a Catania. Non ha la patente. Ma non le va di disturbare troppo parenti e amici, per le sue necessità. Una su tutte: farsi portare i farmaci a casa. È da questo bisogno che scaturisce l’intuizione di suo nipote, Andrea Mirabile, 28 anni, catanese, che lavora come ricercatore in un’azienda londinese. Andrea raccoglie una pattuglia di amici e si mette al lavoro: «Volevamo rendere la consegna a domicilio dei farmaci rapida e sicura come quella della pizza. Al contempo, ci premeva dare una risposta all’esigenza di digitalizzazione delle farmacie, offrendo loro la possibilità di raggiungere più clienti con una vetrina online».

Nasce così la piattaforma www.pharmatruck.it. Come funziona? «In modo semplice – spiegano in coro Matteo Guarnaccia e Giorgia Giuffrida, catenesi e rispettivamente art director e pharmacy expert del portale – Si entra nel sito e si inserisce l’indirizzo di consegna, si seleziona dall’elenco la farmacia più vicina, si sfoglia il catalogo fino a trovare i prodotti desiderati e si inoltra l’ordine. Entro un’ora o all’orario indicato arriva la consegna».

I costi? «Agli utenti chiediamo 2,50 euro, più altri eventuali 2,50 nel caso in cui occorra ritirare la prescrizione a casa o dal medico curante. Si paga in anticipo con bancomat o carta di credito. Le farmacie ci riconoscono una piccola commissione in base al successo e alla visibilità ottenuta».Da pochi giorni, poi, è attiva anche l’applicazione. Ma chi sono i clienti? Per lo più anziani che vivono da soli («Abbiamo anche attivato un Numero Verde per gli anziani poco alfabetizzati digitalmente in modo che possano fare l’ordine per telefono»), malati cornici, disabili, e in genere tutti coloro che sono super-impegnati e vogliono risparmiare tempo. 

Di tutto rispetto i numeri della startup, come ricorda il CEO Andrea Mirabile: «Finora abbiamo aiutato più di 12mila utenti che non avevano il tempo di passare in farmacia. Facciamo in media 1000 ordini al mese, tra online e numero verde. Siamo attivi a Catania, Bologna, Milano per un totale di 200 farmacie e100mila prodotti in catalogo. Nei prossimi mesi sbarcheremo a Torino, Roma e Palermo». Un’avventura faticosa, la startup.

«Inizialmente – ricorda Mirabile - abbiamo puntato tutto sulle nostre competenze, il nostro tempo e i nostri risparmi. Man mano che il business cresceva abbiamo cominciato a cercare investitori o altre forme di finanziamento. Lo scorso settembre abbiamo ottenuto un finanziamento di 420mila euro da Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo dell’impresa. Ci ha aiutato anche TIM WCAP, ospitandoci nei suoi spazi di coworking a Milano e Catania». Senza dimenticarsi di nonna Maria, che se non era per lei…

Messico, il segreto del tunnel sotto le piramidi

lastampa.it
Autore: salvo cagnazzo

La recente scoperta farebbe presupporre  l’esistenza di un “mondo sotterraneo” appartenente alla civiltà mesoamericana

Teotihuacan, Messico
Teotihuacan, Messico

PERCHE' SE NE PARLA
Ritrovato nel Messico un tunnel segreto situato sotto una piramide risalente al 200 d.C.. Si tratta della Piramide della Luna, nella parte ovest di Teotihuacan, città precolombiana nella valle del Messico. Questo corridoio è stato rinvenuto grazie ad una tecnica particolarmente innovativa che ha consentito la sua individuazione direttamente dalla superficie. Il condotto si trova a una profondità di 10 metri, ma è ancora ignota la lunghezza. La scoperta farebbe presupporre  l’esistenza di un “mondo sotterraneo” appartenente alla civiltà mesoamericana, quella che diede vita a questa incredibile metropoli tra il 150 d.C. e il 500 d. C.. Lo confermerebbe l'esistenza di un tunnel similare, ritrovato al di sotto del Tempio del Serpente piumato, sempre a Teotihuacan.

PERCHE' ANDARCI
Sui lati dell'ampio viale centrale di Teotihuacan, chiamato "Viale dei Morti", sorgono imponenti edifici cerimoniali, tra i quali l'immensa Piramide del Sole. Questa, tra le piramidi del nuovo mondo, è la seconda più grande, dopo la Grande piramide di Cholula. Ma c'è anche la Piramide della Luna, e molte altre piattaforme costruite con lo stile talud-tablero. Più avanti si trova anche La Cittadella, che comprende il Tempio del Serpente Piumato, oggi piuttosto rovinato.

DA NON PERDERE
L'area de La Cittadella, circondata da templi, rappresentava il fulcro politico-religioso della città. Nei palazzi attorno vivevano molti degli abitanti di Teotihuacan, quelli più ricchi e potenti. Il più grande di questi ha una superficie di più di 3300 mq. Molti di questi edifici contenevano anche botteghe e laboratori artigianali che producevano e vendevano oggetti di vario tipo, sopratutto di ceramica.

PERCHE’ NON ANDARCI
E' una delle mete principali di un viaggio tutto messicano, ma Città del Messico è stata spesso definita una delle città più pericolose del mondo. Si raccomanda, quindi, di fare molta attenzione alla sicurezza personale: il tasso di criminalità è elevato.

COSA NON COMPRARE
Di cose belle e meno belle ce ne sono tante: dai teschi colorati agli stivali artigianali, dalle maschere messicane alle borse ben intrecciate. Poi c'è il sombrero, decisamente kitsch, altrettanto ingombrante e inutile.

Napoli: tra i luoghi più pericolosi al mondo secondo la classifica del Sun

repubblica.it
di PAOLO DE LUCA

Per il tabloid inglese il capoluogo partenopeo finisce tra i “Most Dangerous Corners of the Earth” (gli angoli più pericolosi del pianeta)

Napoli: tra i luoghi più pericolosi al mondo secondo la classifica del Sun

Napoli città più pericolosa d’Europa? Per il giornale inglese "The Sun", diffuso in tutto il Regno Unito, non ci sono dubbi. La città detiene il record negativo almeno per tutta la parte occidentale del continente: quella orientale se la contende con Kiev.

È questa la classifica che cerca di colpire i lettori stilata dal tabloid inglese e pubblicata pochi giorni fa a cura dal reporter Guy Birchall. Il capoluogo partenopeo finisce tra i “Most Dangerous Corners of the Earth” (gli angoli più pericolosi del pianeta), alla stregua di Caracas, Raqqua, St. Louis, Mogadiscio, San Pedro Sula e altri sette famigerati luoghi. La classifica di questi “hellholes”, buchi dell’inferno, è stilata seguendo alcuni specifici valori: dallo spaccio di droga dei cartelli di narcotrafficanti, alla violazione dei diritti umani, al terrorismo e la guerra, fino al crimine. Napoli, col suo tasso di omicidi tra i più alti in Europa, primeggia proprio su quest'ultimo indice.

“La città italiana è famosa in tutto il mondo per i suoi legami con la malavita organizzata”, si legge nel pezzo. Che prosegue: “La Camorra si differenzia dalla Mafia in Sicilia e dalla ‘Ndrangheta in Calabria, per la sua organizzazione non gerarchica, suddivisa in più clan”. Ancora, riferimenti ai delitti della “Paranza dei bambini” e alle guerre per accaparrarsi territori sottratti all’autorità dei precedenti boss. Insomma: “La città ha così una cattiva reputazione - conclude, esagerando, Birchall - che la frase “Va’ a Napoli, è uguale a “Va’ all’inferno” .

"Un giudizio falso e superficiale da parte di chi evidentemente non ha mai passato un solo giorno della sua vita a Napoli". Così il sindaco di Napoli Luigi de Magistris giudica l'articolo del tabloid inglese "The Sun". "Napoli - aggiunge de Magistris - è una città piena di problemi, ma sicuramente nelle classifiche del mondo non è collocata nel modo in cui il Sun la vuole collocare. Credo ci sia gente che non ha mai vissuto l'emozione straordinaria di vivere e passare per la città di Napoli. Non sanno cosa si perdono e vanno avanti con affermazioni fuori dalla realtà, ovviamente risibili ma che non producono danno alla nostra città".

"Siamo vittime della stupidità di molte delle classifiche che testimoniano quanto sia forte il pregiudizio nei confronti di Napoli". Non usa mezzi termini il rettore della Università Federico II Gaetano Manfredi per respingere al mittente la classifica stilata dal tabloid inglese Sun che relega il capoluogo partenopeo tra le dieci città più pericolose del pianeta. "Non dobbiamo farci coinvolgere - sottolinea - da questi luoghi comuni che circolano negli ambienti internazionali. Penso comunque che classifiche come queste, pur nella loro superficialità, debbano fare da pungolo per spingerci tutti ad assumerci le nostre responsabilità e a smentire questi luoghi comuni con i fatti".