mercoledì 20 settembre 2017

Violato CCleaner: milioni di pc a rischio

lastampa.it

Un popolare software per ripulire i pc nascondeva al suo intento un malware che permette di accedere ai computer di chi lo installa. Ma la società che lo produce ha appena pubblicato un aggiornamento per risolvere il problema



Un virus progettato per raccogliere dati immagazzinati nei computer che ha colpito oltre due milioni di utenti. È il bollettino dell’ultima aggressione informatica, quella ai danni di CCleaner, un software per ripulire il pc, al quale si affidano in tanti per rimuovere dal proprio computer elementi non più necessari. Il software a novembre 2016 contava due miliardi di download totali, con un tasso di crescita di 5 milioni di utenti la settimana. È per questo che è diventato sempre di più un piatto succulento per gli hacker.

A scoprire la violazione i ricercatori di Cisco Talos che hanno ricostruito la vicenda. CCleaner è stato vittima di un attacco in cui i criminali informatici hanno nascosto un malware all’interno dell’applicazione disponibile per il download, tra il 15 agosto e il 12 settembre 2017. Una volta installato il virus malevolo, gli aggressori hanno avuto potenzialmente accesso al computer dell’utente e ad altri sistemi connessi per rubare dati personali sensibili e credenziali da utilizzare per l’online banking e altre attività. «In modo analogo al malware Nyetya diffuso a fine giugno - affermano gli esperti - anche in questo caso gli aggressori hanno violato un software legittimo e affidabile, trasformandolo in un’applicazione dannosa».

CCleaner è un software che serve a ripulire pc e smartphone di elementi non più necessari, per migliorare le prestazioni dei dispositivi: elimina i cookies, i dati indesiderati e resilienti sul computer, offrendo inoltre diversi strumenti per la manutenzione del sistema operativo. Informata della violazione, Avast la società che distribuisce il software, ha rimosso la versione incriminata, la 5.33, e quella cloud 1.07 per Windows. La compagnia stima che il software infetto sia stato scaricato su circa 2,27 milioni di pc e invita gli utenti ad aggiornare subito il software.

Poiché - secondo Cisco Talos - il malware rimane presente anche dopo l’aggiornamento del software CCleaner si «consiglia a tutti gli utenti di ripulire il computer per intero, rimuovere e reinstallare tutto ciò che è presente sulla macchina e ripristinare file e dati da un backup precedente il 15 agosto 2017», cioè la data dell’attacco hacker. «La conformazione del malware - precisano gli esperti - consente di nascondersi sul sistema dell’utente e di effettuare in autonomia aggiornamenti del virus per un anno». 

Addio tziu Mundiccu, se ne va a 111 anni l’uomo più longevo d’Italia

lastampa.it
nicola pinna

Viveva a Assemini nel Cagliaritano e ancora faceva progetti per la sua vita. «Il mio segreto - diceva - è mangiare cibo antico senza intrugli e bere vino Cannonau»


Valerio Piroddi conosciuto da tutti come tzi Mundiccu

L’udito era il suo unico punto debole, ma tziu Mundiccu ci vedeva lungo. A 111 anni suonati aveva ancora la forza necessaria per parlare del futuro. Lo immaginava, anzi era certo che avrebbe avuto ancora un bel po’ di tempo per sorridere e ripetere i suoi soliti scherzi. Non ce l’ha fatta ma si è portato via un record che ovviamente tutti gli invidiano: era il nonnino d’Italia ed è arrivato alla fine di questa lunghissima corsa terrena con la tenacia di un maratoneta. Certo, la forza non era più quella di un atleta ma lo spirito e la tenacia facevano invidia persino ai più giovani. 

Per i ragazzi di Assemini, il paese del Cagliaritano che si vantava di avere tra gli abitanti il più longevo degli italiani, tziu Mundiccu era davvero un bell’esempio. Non solo per l’esperienza e i buoni principi, ma soprattutto per la grande voglia di non arrendersi. Il giorno che ha festeggiato i suoi 111 anni, lo scorso novembre, aveva preso in mano una grande bottiglia di vino e aveva promesso che non si sarebbe mai privato di quel Cannonau che in Sardegna è da tutti considerato parte integrante dell’elisir di lunga vita. «Mangio solo piatti antichi, senza gli intrugli che vanno di moda ultimamente. Sarà per questo che sono arrivato a quest’età?». 

All’anagrafe era iscritto come Valerio Piroddi, ma nell’isola era per tutti tizi Mundiccu. Aveva lavorato nelle ferrovie, nei cantieri forestali e persino come carbonaio. «Fino a 85 anni andavo in campagna, ma è stato meglio smettere - raccontava nel giorno del compleanno, circondato da tutta la sua grande famiglia - Sono nato a Villamassargia, mi sono sposato a Siliqua e li ho vissuto per molto tempo. Da qualche anno sto vivendo qui, nella cittadina di Assemini. Poi vedremo».

Di fronte alla torta, fingendo di essere imbarazzato dalle macchine fotografiche, non aveva perso l’occasione di scherzare. «Sono nato nel 1905. Siamo nel 2016, giusto? Quindi ho 111 anni? Siete davvero sicuri?».

WikiLeaks, così Mosca controlla web e telefoni

repubblica.it
di STEFANIA MAURIZI

Per la prima volta l'organizzazione di Julian Assange pubblica decine di documenti in russo su una delle aziende leader che commercializza i software che consentono alle agenzie del Cremlino di accedere ai dati dei cittadini russi. Coprono un arco temporale esteso: dal 2007 fino al giugno 2015. Le rivelazioni in esclusiva con Repubblica e con la testata francese Mediapart

WikiLeaks, così Mosca controlla web e telefoni

E' un primo squarcio in un mondo completamente opaco e difficile da penetrare. Quello delle aziende russe che forniscono tecnologia per consentire agli apparati del Cremlino di sorvegliare le comunicazioni telefoniche e via internet dei loro cittadini, accedendo ai dati delle chiamate dei cellulari e della navigazione in rete. Ad aprire questo squarcio è WikiLeaks, che oggi pubblica in collaborazione esclusiva con Repubblica e con la testata francese Mediapart, trentaquattro documenti – tutti, ad eccezione di uno, in lingua russa - che permettono di ricostruire le soluzioni tecnologiche sviluppate da "Peter-Service", azienda leader con quartier generale a San Pietroburgo.

E' la prima volta, in dieci anni della sua esistenza, che l'organizzazione di Julian Assange rivela file provenienti dalla Russia, anche se nel 2010, quando ha pubblicato i 251.287 cablo della diplomazia Usa, WikiLeaks ha fatto emergere importanti informazioni sul regime di Putin, dipinto a tinte fosche dai cablogrammi come uno "stato mafia". Il tempo concesso al nostro giornale non ha consentito di completare le verifiche su ciascuno dei trentaquattro documenti pubblicati oggi. Si tratta di file di natura estremamente tecnica e ora che questi file sono nel pubblico dominio sarà possibile fare verifiche approfondite.

Dalla fatturazione alla sorveglianza.
Fondata nel 1992, inizialmente per fornire alle aziende di telecomunicazioni il software per la fatturazione, Peter-Service è diventata una grande azienda con oltre mille e duecento dipendenti, una presenza estesa che va da Mosca fino a Kiev, in Ucraina, e clienti come MegaFon, uno dei più grandi gestori russi di telefonia mobile. Pare curioso che un'impresa creata per occuparsi di questioni di natura amministrativa come le fatturazioni sia poi finita nel grande gioco delle intercettazioni, ma in realtà programmi di sorveglianza come la raccolta dei metadati telefonici (chi chiama chi, a che ora, per quanti minuti, da dove) si sono sviluppati proprio a partire dall'esigenza di fatturare le chiamate.

Presto, informazioni come i dati del traffico telefonico che, in passato potevano tutt'al più interessare i contabili, sono diventate il petrolio dell'era digitale e hanno portato ad accumulare immensi giacimenti che fanno gola a qualsiasi apparato statale: dalle forze dell'ordine ai servizi di intelligence. I file pubblicati oggi da WikiLeaks coprono un arco temporale esteso: dal 2007 fino al giugno 2015 e descrivono le soluzioni software messe a punto da Peter-Service per consentire alle “agenzie dello stato” di accedere ai dati del traffico telefonico cellulare e a quelli della navigazione internet.

Nei documenti non si menzionano affatto i servizi segreti dell'Fsb, eredi del Kgb, si parla solo di agenzie di stato, una formula che certamente include le forze dell'ordine, che utilizzano i metadati per le intercettazioni legali, ma che non chiarisce quali altri apparati statali accedano a quei dati attraverso le soluzione dell'azienda di San Pietroburgo.

Il software dell'azienda russa ha diverse componenti, ma ce ne sono alcune fondamentali, come il sistema “Drs” (Data Retention System) per la conservazione dei dati del traffico telefonico. Le leggi russe consentono di mantenerle immagazzinate per tre anni, un limite enorme, se si considera che dopo lo scandalo innescato dai file di Snowden, la Corte di Giustizia europea ha dichiarato non valida la Direttiva per la conservazione di questi dati (che prevedeva un limite massimo di due anni), allo stesso tempo il tetto di tre anni appare quasi mite se si considera che in Italia si sta pensando di estenderlo a sei anni.

Il sistema DRS della Peter-Service consente alle agenzie di stato russe di interrogare il database di tutti i dati immagazzinati alla ricerca di informazioni come le chiamate fatte da un certo cliente di una compagnia telefonica, i sistemi di pagamento usati, la cella a cui si è agganciato l'utente. I manuali pubblicati da WikiLeaks contengono le immagini delle interfacce che permettono di fare ricerche dentro questi enormi giacimenti di dati, in modo che l'accesso sia semplice e intuitivo.

Per registrare e monitorare i dati del traffico internet, invece, Peter-Service ha messo a punto uno strumento chiamato Tdm (Traffic Data Mart), che permette di interrogare il database in cui sono immagazzinati i dati del traffico internet degli utenti in modo da capire che siti visita, se frequenta forum, social media, se in particolare accede a pagine con contenuti terroristici o violenti, quanto tempo passa su un certo sito e da quale dispositivo elettronico vi accede.

Nel segno dello zar
Le leggi in materia di intercettazioni in Russia sono molto severe e le aziende sono tenute a rispettarle, ma come fa notare WikiLeaks, più che una vittima del regime di Putin, Peter-Service appare come un'azienda convinta del valore strategico di questo business. In una presentazione aziendale disponibile pubblicamente sul sito della società e che risale al 2013 - pochi mesi dopo che le rivelazioni di Snowden avevano fatto emergere programmi di sorveglianza di massa tipo Prism - Peter-Service traccia una visione per il futuro della Russia in materia di controllo dei dati.

Citando figure apprezzate da Vladimir Putin, come lo zar Alessandro III - secondo cui la Russia è sola e non ha amici, a parte due soli alleati: il suo esercito e la sua flotta - Peter-Service argomenta che Mosca deve mettersi in condizioni di sfruttare meglio la potenza dei dati e di far affidamento solo su se stessa. "Chi controlla le informazioni, controlla il mondo", conclude Peter-Service, sottolineando quanto il potere dell'America del presidente Obama sia fondato sulla sorveglianza di massa della NSA, rivelata da Snowden.

"Dando la priorità alla produzione di tecnologie dall'impatto politico", spiega Peter-Service, "Obama manipola le coscienze in nome del soft power. Ha visto in programmi come Prism una sorta di sfera di cristallo, attraverso cui è possibile capire tutti i segreti del mondo".

Zecca dello Stato, nuove monete per Totò e Francesco De Sanctis

ilmattino.it



L'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (IPZS) ha emesso quattro nuove monete della collezione numismatica 2017 dedicate a illustri personaggi italiani e alla bellezze artistiche del nostro paese. Tra le nuove emissioni quelle che celebrano Francesco De Sanctis e Totò, la serie Italia delle Arti per i Sassi di Matera e per il Castello del Buonconsiglio della città di Trento. Due le monete commemorative.

Quella che celebra l'anniversario dei 50 anni della scomparsa di Antonio de Curtis, in arte Totò, è da 5 euro, realizzata in metallo bronzital- cupronichel, da Uliana Pernazza, artista incisore della Zecca dello Stato, in tiratura di 15.000 pezzi per la versione «fior di conio/Su». Sul dritto l'attore è in una tipica maschera teatrale, ritratto ispirato a una foto di Guy Bourdin/The Guy Bourdin Estate/Courtesy Louise Alexander Gallery. Nel campo di destra, il nome dell'autrice «U.PERNAZZA». Nel giro «REPUBBLICA ITALIANA». Sul rovescio elementi cinematografici con al centro la caratteristica «mossa» delle mani del comico. In alto, «5 EURO»; nel campo di sinistra, la firma autografa di Totò; nel campo di destra, «R» identificativo della Zecca di Roma. In basso, «1967» e «2017», rispettivamente anno della scomparsa di Totò e anno d'emissione della moneta.

L'altra moneta da 5 euro, in argento, celebra il bicentenario della nascita di Francesco De Sanctis, scrittore, filosofo, storico della letteratura e politico. La moneta è stata realizzata da Annalisa Masini, artista incisore della Zecca dello Stato, tiratura di 3.000 pezzi per la versione «proof». Sul dritto Francesco De Sanctis, da un'opera di Francesco Saverio Altamura, custodita al Museo San Martino di Napoli. Nel giro la scritta «REPUBBLICA ITALIANA». Alla base del ritratto il nome dell'autore «A.Masini. In basso, elemento di alloro, simbolo di sapienza. Sul rovescio, allegoria della Letteratura che prende vita dal calamaio, simbolo della scrittura, con alcuni titoli delle opere del De Sanctis incisi sui capelli. Nel giro «FRANCESCO DE SANCTIS».

Nel campo di sinistra »R« identificativo della Zecca di Roma. Nel campo di destra, »5 Euro«. In basso le date, »1817«e »2017«, anno di nascita di De Sanctis e anno di emissione della moneta. Alla base, elemento di alloro. Due le monete della serie »Italia delle Arti«. La prima da 10 euro in argento dedicata ai Sassi di Matera dichiarati nel 1993 dall'Unesco Patrimonio Mondiale dell'Umanità, è stata realizzata da Maria Angela Cassol, artista incisore della Zecca dello Stato, in tiratura di 4.000 pezzi per la versione »proof«. Sempre per la serie »Italia delle Arti«, la moneta da 5 euro in argento, dedicata al complesso monumentale del Castello del Buonconsiglio di Trento composto da costruzioni di epoca diversa, tra le quali spiccano Castelvecchio, il nucleo più antico, e Torre Aquila, con il celebre »Ciclo dei Mesi«.

La moneta è stata realizzata da Silvia Petrassi, artista incisore della Zecca dello Stato, tiratura di 3.000 pezzi per la versione »proof«.

Londra, jihadista siciliano riceve il sussidio di disoccupazione

ilgiornale.it
Ivan Francese

Gianluca Tomaselli è tornato nel 2014 dalla Siria, dove ha combattuto per un gruppo jihadista poi confluito nell'Isis: ora è sotto indagine a Londra, che però gli dà pure la disoccupazione



Un jihadista italiano di ritorno dalla Siria è stato messo sotto indagine dalla polizia britannica ma al tempo stesso, da quando è rimasto disoccupato, riceve pure un sussidio di disoccupazione.

Si potrebbe riassumere così la paradossale storia di Abu Abdullah Al Britani, alias Gianluca Tomaselli, 28enne di Termini Imerese indagato in Inghilterra per terrorismo. Tomaselli, va detto subito, è nato in provincia di Palermo ma non ha mai vissuto in Sicilia. Si è trasferito a Londra con la famiglia quando era ancora bambino. Qui la conversione all'islam e la decisione di partire per la Siria, a combattere sotto le bandiere della brigata Rayat al Tawheed, un manipolo di britannici che sono confluiti nello Stato islamico.

Nel 2014 abbandonò il Medio Oriente per rientrare nella capitale britannica, dove trovò un impiego come guardiano del parcheggio di un ospedale nella zona est della città. I servizi britannici lo pedinavano da tempo quando Tomaselli ha iniziato a pubblicare messaggi inequivocabili: incitamenti alla jihad e proclami contro la democrazia. Ancor peggio, espliciti appelli a realizzare attentati sui bus rossi - i famosi double decker - di Londra. Ma quando gli uomini dell'MI5, dopo averlo inserito nelle liste dei foreign fighters, lo hanno scoperto, i servizi sociali britannici hanno deciso di attribuirgli un sussidio di disoccupazione per "compensare" la perdita dello stipendio seguita alla sospensione dal vecchio lavoro di parcheggiatore.

Compagni al bar

ilgiornale.it

Alla Festa dell'Unità l'uguaglianza è un valore. Nel senso che vale 5 euro. I soldi che servono per sorseggiare i cocktail



E come ogni festa che si rispetti, ognuno ha il nome.

Ma niente Cuba libre o Mojito, troppo facile. Siamo alla festa del Pd, mica al bar. E quindi il gin tonic è Matteo Renzi, per avere un gin lemon al banconista bisogna dire «mi dia un Gentiloni, con ghiaccio», come se l'algido premier ne avesse bisogno. Marianna Madia è un Molinari orange, Maurizio Martina uno spritz (scelta non azzeccatissima...), Dario Franceschini una vodka lemon mentre a Maria Elena Boschi viene dedicato il Mojito, appunto. E Marco Minniti? È una vodka Redbull. Forse sarebbe stato meglio un Negroni. Sbagliato, of course.

La fatwa di al Azhar: è lecito fare sesso con la moglie morta

ilgiornale.it
Lucio Di Marzo

Sdegno in Egitto dopo una fatwa pronunciata in tv e condannata dal governo



Un pronunciamento dal contenuto talmente ridicolo quello portato in televisione da Sabri Abdul Rauf, docente di Giurisprudenza comparata all’Università al Azhar, l'università - teoricamente - più autorevole del mondo islamico sunnita, che le prime critiche sono arrivate proprio dai musulmani e dalle autorità egiziane.

Fare sesso con la moglie appena morta, sostiene Abdul Rauf, che ha portato la sua opinione in tv, sull'emittente satellitare LTC, sarà pure "insolito", ma è "halal", e dunque lecito. La pratica, secondo l'esperto di diritto, avrebbe anche un nome: "coito d'addio". Il sesso con la consorte defunta non può essere considerato profanazione di cadavere dice l'esperto. Parole a cui ha risposto in fretta il governo egiziano, sdegnato da un'opinione "così insana ed illogica", che "deforma l'immagine dell'Islam e dei musulmani nel mondo e danneggia tutti noi".

L'ultima di Maduro: "piano coniglio" contro la fame

ilgiornale.it
Paolo Manzo

"Tenerlo come animale di compagnia è un lusso, allevatelo per battere l'aggressione yankee"



È l'ultima ridicola trovata di un governo che continua a negare la gravissima emergenza umanitaria in cui lui stesso ha fatto precipitare il Venezuela.

E così in un Paese dove cibo e medicine - aspirina compresa- si trovano ormai col lumicino, ecco il delfino di Chávez annunciare in televisione al suo popolo affamato el plan conejo. Sì, avete capito bene, un «piano coniglio» in perfetto stile stalinista che prevede, inizialmente in forma pilota in 15 comuni, l'allevamento intensivo di quegli animaletti che i venezuelani hanno finora venerato come amici domestici al pari di cani e gatti.

E per rendere più indolore la pillola, Maduro ha pensato bene di dare la parola al suo ministro dell'Agricoltura, Freddy Bernal. Il quale prima ha detto che sì effettivamente «i venezuelani hanno l'abitudine di chiamare per nome i loro coniglietti e di dormire con loro» ma poi ha aggiunto che «debbono cominciare a vedere questi animaletti non più come mascotte bensì come 2 kg e mezzo di carne da moltiplicare e mangiare» per «vincere la guerra economica» contro il «nemico imperialista yankee», colpevole secondo Maduro & co di supermercati vuoti e fame.

L'establishment bolivariano però ignora le sue responsabilità enormi per un'inflazione arrivata al 700% annuale e che, nei mesi precedenti, aveva addirittura sfiorato il 1000%. Ora la recente scarsità di moneta contante, paradossalmente, la sta facendo calare, dando così adito a proposte ridicole come quella di aggiungere tre zeri alle banconote da 100 bolivares. Adesso il «piano coniglio» sancisce di fatto il fallimento dell'idea del controllo dei prezzi da parte dello stato. Una politica che ha fatto crollare la produzione interna di beni alimentari creando un enorme mercato nero, un aumento esponenziale della disoccupazione e una popolazione letteralmente affamata.

Basti pensare che secondo le statistiche oggi i venezuelani pesano in media 12 kg in meno rispetto a quando Maduro è salito al potere, nel 2013. La «dieta Maduro» così è stata macabramente soprannominata dal pueblo - è riuscita a creare finora solo file di zombie scheletrici che rovistano nelle immondizie ed elemosinano un tozzo di pane in Avenida Libertador e nella Francisco de Miranda, un tempo simboli di un Venezuela opulento grazie al suo petrolio.

La notizia della boutade dei conigli ha naturalmente scatenato le reazioni dell'opposizione che ha ironizzato sulle reti sociali con tweet del tipo «povero il mio micio, dovrò nasconderlo. Se Maduro lo vede lancia subito il piano gatto». Ironia a parte, il «piano coniglio» ricorda il «piano delle vacche» di Fidel Castro che, importando una specie bovina dall'Argentina, voleva rendere Cuba autosufficiente sul fronte proteico. Peccato che le vacche della Pampa non si adottarono al clima caraibico e morirono quasi tutte, affamando ancora di più i cubani. La speranza è che vada meglio ai «conigli di Maduro».

Sondaggio Ipr Marketing: un islamico su tre non vuole integrarsi

liberoquotidiano.it

Sondaggio Ipr Marketing: un islamico su tre non vuole integrarsi

Ma gli islamici in Italia sono integrati? Vogliono farlo? A queste domande risponde un sondaggio esclusivo di Ipr Marketing per il Giorno realizzato con interviste faccia a faccia e con un campione di cinquecento immigrati residenti nel nostro Paese. I musulmani, scrive Antonio Noto, direttore Ipr, si dividono "in due macro gruppi: gli over 54 sono oltranzisti, conservatori e non hanno intenzione di integrarsi", per quanto riguarda i giovani "circa la metà si sente integrata (45%) e l'altra metà si divide tra chi vuole integrarsi (ma non ci riesce) e chi proprio non vuole". E ancora: "Sei immigrati su dieci si dichiarano non integrati (58%), ma il dato critico è che il 31% (un terzo del totale) non vuole integrarsi, mentre un ulteriore 28 per cento vorrebbe, ma non ci riesce. I motivi di queste difficoltà e ritrosie sono legati al lavoro e alla lingua, due temi spinosi per gli stranieri in Italia".

E i musulmani non gradiscono l'arrivo di altri immigrati nel nostro Paese: "Solo il 43% sostiene che l'Italia dovrebbe accogliere altri profughi, mentre il 33% è convinto che serve un freno. Quasi a confermare che gli immigrati percepiscono la loro posizione di difficoltà". Chi è in Italia non vuole andarsene: "Circa la metà pensa di restare per sempre (43%) e fra questi prevale la quota degli over 54, gli ortodossi (80%). Solamente il 13% degli immigrati dichiara di essere di passaggio (andarsene entro 3 anni)". Del resto il 62% afferma di trovarsi bene nel nostro Paese. Il vero problema, come per gli italiani, è il lavoro: "Solo il 27% dei musulmani ha un lavoro stabile e il 24% dice di non lavorare: la disoccupazione in Italia è circa all'11%, all'interno del popolo degli immigrati raddoppia".

Ryanair cancella duemila voli, a terra 400 mila clienti

lastampa.it
nicola lillo

Il ministro Delrio: “Gravi disagi, rispetto assoluto dei diritti dei passeggeri”



È il periodo più difficile per Ryanair, il primo di una storia in continua ascesa. La compagnia low cost ha deciso di cancellare oltre duemila voli in autunno, che coinvolgono circa 400 mila passeggeri, con richieste di rimborso che arriveranno almeno fino a 25 milioni di euro. La decisione, secondo quanto spiegano dalla compagnia, è stata presa a causa della mancanza di piloti per una valutazione sbagliata dei riposi e per la fuga dei comandanti verso altre compagnie, oltre che per la volontà di migliorare la puntualità degli aerei scesa sotto all’80 per cento.

L’azienda guidata dall’estroso amministratore delegato Michael O’Leary si vede così costretta a tagliare fino a 50 voli al giorno per sei settimane, una situazione che non ha precedenti e che potrebbe costare caro alla prima compagnia d’Europa, non solo in termini economici ma anche e soprattutto per l’immagine del gruppo, impegnato proprio in questi giorni in due importanti gare pubbliche per l’acquisizione di parti di Air Berlin e Alitalia.



La compagnia si è affrettata a comunicare i voli soppressi fino ad ottobre. Nella sola giornata di oggi sono state cancellate almeno 55 partenze, di queste 15 coinvolgono aeroporti italiani tra cui Orio al Serio, Roma, Bologna, Napoli, Torino e Trapani. «Oltre il 98 per cento dei nostri clienti non sarà interessato dalle cancellazioni», spiega O’Leary che ammette la «cattiva gestione» della vicenda e si scusa «senza riserve con i clienti i cui viaggi sono cancellati».

Solo il 2 per cento di chi viaggia con Ryanair dunque è coinvolto in questa situazione: una bassa percentuale secondo il manager, eppure la situazione potrebbe sfuggire di mano agli irlandesi, che negli ultimi anni hanno conquistato i cieli d’Europa cercando di attrarre sempre più clienti. Il timore ora è che la vicenda determini un crollo di immagine con danni che potrebbero avere conseguenze di lungo periodo e che potrebbero sommarsi agli ancora ignoti effetti che la Brexit avrà sul gruppo.

A questo poi si aggiunge una recente sentenza della Corte di giustizia dell’Ue che preoccupa i vertici di Ryanair: i giudici di Lussemburgo hanno infatti autorizzato i dipendenti dell’azienda, assunti in giro per l’Europa con contratti irlandesi (particolarmente depotenziati), a fare causa al gruppo davanti ai tribunali nazionali. Una vera e propria rivoluzione che potrebbe portare a numerose cause e aprire un nuovo complicato fronte interno.

Da Bruxelles intanto la Commissione si è messa in contatto con Ryanair. Le compagnie che «operano nell’Unione devono rispettare le regole europee – ha avvertito Violeta Bulc, commissaria ai Trasporti –. Grazie all’Unione europea, tutti i passeggeri i cui voli sono stati cancellati hanno una serie di diritti», come il rimborso, la riprogrammazione e la compensazione. Il ministro dei Trasporti Graziano Delrio, che ha chiesto all’Enac la massima vigilanza, ha definito la situazione «molto grave.

Pretendiamo un rispetto assoluto dei diritti del passeggero». I viaggiatori, a cui sarà inviata una e-mail con i voli cancellati, hanno il diritto di cambiare il volo gratis oppure di chiedere il rimborso. Le compensazioni – cioè le multe da 250, 400 e 600 euro – spettano invece a chi è stato informato della cancellazione meno di due settimane prima della partenza. La somma varia in base al preavviso (due settimane o una settimana), alla lunghezza del viaggio (sotto ai 1500 o ai 3500 km) e in base alla nuova soluzione individuata dalla compagnia.


Risarcimenti e rimborsi spese, ecco come far valere i diritti
lastampa.it
luigi grassia

Dopo la cancellazione di duemila voli di Ryanair. 

Quali sono i diritti dei passeggeri se il volo viene cancellato?
La compagnia aerea deve portarlo a destinazione con un suo volo successivo, oppure rimborsargli il biglietto per la tratta che non c’è stata (ad esempio, il solo ritorno), oppure pagargli un volo sostitutivo con altri vettori (riprotezione). Inoltre deve pagare le spese accessorie (cibo, bevande e albergo se il volo sostitutivo è in altra data e il passeggero che deve tornare a casa si trova fuori sede); se la compagnia non ha provveduto, pur essendo tenuta, il cliente deve conservare gli scontrini per poi farsele rimborsare. In più il cliente può aver diritto a un risarcimento per il danno, che si somma ai rimborsi. 

In quali casi c’è diritto al risarcimento?
Sempre, tranne tre casi: se la cancellazione è stata notificata almeno due settimane prima; oppure almeno una settimana prima con proposta di volo alternativo entro uno scarto massimo di 4 ore rispetto al volo cancellato; oppure meno di una settimana di anticipo e scarto massimo di 2 ore.

A quanto ammontano i risarcimenti per i voli cancellati?
Dipende dalla distanza. Per i voli entro i confini dell’Unione europea il passeggero ha diritto a 250 euro di risarcimento se la distanza fra gli aeroporti di partenza e di arrivo non supera i 1500 chilometri e a 400 euro se la distanza è superiore ai 1500 chilometri. Se invece il volo che non si è potuto fare era intercontinentale spettano al viaggiatore 400 euro se la distanza prevista era compresa fra i 1500 e i 3500 chilometri e 600 euro per distanze superiori a 3500 chilometri. 

Come si fa valere il diritto al risarcimento e ai rimborsi?
Il passeggero scrive alla compagnia (basta farlo nel suo sito, nella sezione dei reclami) e chiede soddisfazione per entrambe le voci. La compagnia ha sei settimane per rispondere. Se non lo fa per tempo, o se risponde picche, il passeggero si rivolge all’Enac, l’ente di controllo dell’aviazione civile, che si attiva in fretta, rivolgendosi alle autorità aeroportuali locali e o quelle straniere, avendo come interlocutore l’ente aeronautico del Paese estero coinvolto. 

E se nonostante tutto la compagnia si rifiuta di pagare?
Continua a essere debitrice della somma che spetta ai passeggeri e in più l’Enac le infligge una multa fino a 50 mila euro. Ma questo non è il caso di Ryanair, perché la compagnia ha già riconosciuto il suo torto.

La compagnia può non essere responsabile della cancellazione dei voli?
Sì, ci sono circostanze straordinarie alle quali la compagnia si può appellare; le citiamo per completezza, anche se la Ryanair non accamperà scuse: grave maltempo che mette in pericolo la sicurezza del volo, difetto dell’aereo (però va verificato che il guasto non sia colpa della compagnia, per negligenza), sciopero dei controllori di volo (ma non dei piloti o delle hostess o del personale di terra, che la compagnia avrebbe potuto evitare accogliendo le loro richieste) e altre circostanze imprevedibili. 

Le regole sulle cancellazione valgono anche in caso di overbooking?
Sì e no. Prima si cerca la conciliazione, con offerte di compensazioni ai passeggeri in sovrannumero, e solo in seguito scatta il diritto al rimborso o alla riprotezione.

Antonio Socci: il patto tra chiesa e Pd per riempire l'Italia di immigrati

liberoquotidiano.it
 di Antonio Socci

Matteo Renzi, Antonio Socci, Papa Francesco

A giugno scorso la politica italiana ha svoltato ed ha cominciato la volata dell’ultimo chilometro. Da allora tutto quello che accade va letto in chiave pre-elettorale, cioè in vista delle elezioni politiche.

Tutto è finalizzato a quell’esame. Perché è stato decisivo giugno? Perché alle elezioni amministrative parziali l’Italia (ancora una volta) ha mandato al Palazzo un segnale forte e chiaro che si potrebbe riassumere nello slogan di Beppe Grillo del 2007. In sostanza un “Vaffa”.

Infatti il Paese si è rivelato molto diverso da come viene rappresentato sui media e da come lo pensano nel Palazzo della politica dove spesso credono alla loro stessa propaganda. In sintesi, nei Comuni con più di 15 mila abitanti in cui si è votato il centrosinistra governava in 81 Comuni e - dopo giugno - ne ha ripresi solo 50, il centrodestra da 42 è passato a 54 e i grillini sono passati da 3 a 8 amministrazioni municipali. Si è scoperto, di nuovo, che in Italia il centrodestra rappresenta la formazione con più consensi. E per il Pd non vale nemmeno invocare la menomazione dovuta alla scissione perché in quei Comuni di solito il centrosinistra si presentava unito.

D’altra parte - se si ricorda l’esito delle ultime elezioni politiche - lo stesso esecutivo a trazione Pd non ha mai avuto una maggioranza nel Paese. Adesso poi - dopo anni di governo - il Pd paga la crisi economica nella quale - nonostante i dati sbandierati come “ripresa” - si è sempre più impantanati (con un debito pubblico che cresce) e soprattutto lo stato maggiore piddino ritiene di aver pagato la propria sconsiderata politica dell’emigrazione che ha creato molto malcontento e allarme sociale.

Dall'esito elettorale di giugno perciò hanno pensato di correre ai ripari e per tutta l’estate hanno provato a mandare all’opinione pubblica segnali di una inversione di rotta. Prima Matteo Renzi ha rottamato lo slogan

“Restiamo umani” che aveva usato per anni, per giustificare l’apertura dell’Italia all’immigrazione di massa. Lo ha rottamato - dicevo - sostituendolo con la parola d’ordine che era di Salvini, di cui Renzi si è disinvoltamente appropriato: «Aiutiamoli a casa loro». Era il segnale della marcia indietro. Così il ministro dell’Interno Minniti - nel volgere di qualche giorno - ha sostanzialmente fatto cessare gli sbarchi o almeno li ha fortemente ridotti. Di colpo. Cosa che - a ben vedere - ha fatto ancora più irritare gli italiani, dal momento che per anni, dalle parti del Pd e del governo, hanno ripetuto che la migrazione di massa è un fenomeno storico inevitabile, che non si può fermare, perché sarebbe come illudersi di fermare il vento con le mani.

E quindi si poteva solo subire. Di colpo si è scoperto che invece si poteva fermare e anche molto velocemente, quindi tanti italiani hanno concluso che per anni sono stati presi in giro, mentre erano sottoposti all’assalto migratorio. Per non scoprirsi a sinistra, soprattutto dopo la scissione dalemiana, Gentiloni e Minniti hanno visto bene di chiedere aiuto alla Chiesa da dove - le frange più estremiste - già cominciavano a bombardare il governo per lo scontro con le Ong. Così, incontrando la Segreteria di Stato della Santa Sede e lo stesso papa Bergoglio hanno ottenuto una specie di legittimazione vaticana.

Perché oltretevere hanno accordato questa copertura politica? Per almeno tre motivi. Primo: la Segreteria di Stato vaticana ha così potuto correggere l’ossessiva campagna migrazionista che Bergoglio ha fatto da quattro anni, dal viaggio a Lampedusa del 2013, che ha creato grande sconcerto pure tra i fedeli e ha fatto crollare il consenso attorno al papa argentino (peraltro l’arrivo di tanti migranti islamici nelle nostre città non può far piacere agli uomini di Chiesa più consapevoli).

Secondo. Bergoglio si è fatto convincere perché ha come sua bussola il consenso (come i politici) e voleva recuperare un po’ del gradimento che ha perduto nell’opinione pubblica con i suoi reiterati comizi sull’emigrazione. Inoltre (terzo) il governo ha garantito al Vaticano bergogliano che varerà lo “Ius soli” e - dopo le elezioni - riaprirà agli sbarchi sottoforma di “canali umanitari”.

A volerla tradurre in parole povere la richiesta del governo piddino dev’essere suonata così: voi ci coprite le spalle adesso che abbiamo bloccato gli sbarchi, così possiamo recuperare voti e - dopo le elezioni, una volta tornati al governo (perché vi assicuriamo che senza Pd non è possibile nessuna maggioranza) - facciamo lo “Ius soli” (se non siamo riusciti a farlo prima) e riapriamo le frontiere, chiamandole “canali umanitari”. Così “passata la festa gabbato lu santo” (e il santo gabbato è il popolo italiano).

Il Pd ha anche altre frecce al suo arco, con cui cerca di recuperare consensi. A cominciare dalla solita vecchia politica delle mance pre-elettorali. È una trovata di questo tipo il cosiddetto “reddito di inclusione”, anche se - come si è scritto su queste colonne - a ben vedere stanzia per gli italiani poveri un terzo di quanto il governo ha stanziato per gli immigrati e dunque non sarà tanto facile convincere gli elettori. Ma ne vedremo altre dello stesso tipo. L’obiettivo del Pd, che di certo non può ambire a conquistare la maggioranza, è quello di essere - dopo le elezioni - indispensabile per qualunque governo e la legge elettorale deve essere funzionale a tale scopo fotografando la divisione dell’elettorato in tre blocchi. Però le elezioni regionali siciliane potrebbero essere l’incidente che destabilizza la leadership renziana e spariglia le carte.

Anche perché gli oppositori di Renzi già scaldano i motori per lanciare la candidatura Minniti. Inoltre non è affatto detto che il Pd - dopo le elezioni - sia sicuramente indispensabile per mettere insieme una maggioranza di governo. In realtà ci sono delle alternative. Attenti alle sorprese. Al Pd rischiano di fare i conti senza l’oste che sarebbe l’elettorato italiano, nel quale - senza tanti ragionamenti politologici - sta crescendo una voglia matta di mandare a casa il Pd. Questa è l’aria che tira.

www.antoniosocci.it

Terrorismo, a Torino sequestrate mille sim clandestine

lastampa.it
federico genta



Mille sim telefoniche clandestine sequestrate, mascherate dietro nomi fittizi oppure intestate a soggetti ignari, senzatetto oppure semplici clienti del tutto estranei al traffico. Otto persone indagate, tutte originarie del Centro e Nord Africa, e multe per 1,5 milioni di euro. È il giro d’affari scoperto dai poliziotti della divisione Polizia Amministrativa e Sociale e della Postale, coordinati dal procuratore aggiunto Cesare Parodi, coordinatore reati informatici, che hanno eseguito tre provvedimenti di sequestro di esercizi commerciali nei quartieri Aurora, Barriera Milano e Mirafiori di Torino.

Le indagini, durate due mesi, rientrano nei controlli antiterrorismo. È stato accertato che i titolari avevano venduto centinaia di Sim card e avevano attivato altrettante utenze telefoniche mobili, utilizzando intestatari fittizi o adoperando fotocopie di passaporti stranieri in cui la foto apparteneva allo stesso soggetto, ma i dati anagrafici erano differenti.

L’ultimo provvedimento di sequestro preventivo del tribunale di Torino, è stato eseguito venerdì 15 settembre a carico di un cittadino egiziano di 54 anni, titolare di un esercizio commerciale in corso Giulio Cesare. I provvedimenti cautelari scaturiscono dai controlli disposti dal questore di Torino, Angelo Sanna, che ha pianificato specifiche verifiche ai rivenditori (dealer) di Sim card finalizzati ad accertare il rispetto della normativa vigente, con particolare riferimento alle procedure di rilascio delle stesse che sono state introdotte dalla normativa antiterrorismo.

I dealers, infatti, al momento della consegna della scheda devono acquisire e mettere a disposizione del ministero dell’Interno i dati anagrafici del titolare e la fotocopia del documento presentato dall’acquirente. Le capillari attività di verifica sono state condotte congiuntamente dalla Divisione Polizia Amministrativa e Sociale e dalla Digos e hanno consentito di esaminare la documentazione inerente il rilascio di circa quindicimila carte telefoniche. 

I controlli hanno interessato numerose attività commerciali in cui è possibile acquistare le SIM card di diversi operatori di telefonia mobile con una peculiare attenzione per quelle ubicate in zone sensibili per l’ordine e la sicurezza pubblica o che erano già emerse nell’ambito di precedenti attività investigative nel corso delle quali era stato appurato che, al fine di rendere più difficoltosa l’individuazione del reale utilizzatore dell’utenza telefonica, venivano usatiapparati telefonici mobili in cui erano inserite delle schede intestate a soggetti fittizi, a persone decedute, a soggetti senza fissa dimora o a ignari cittadini.

Per esempio, nel luglio scorso, durante il controllo di un esercizio, in via Cecchi, gli agenti hanno trovato 65 Sim card Lycamobile, 8 1Mobile nonché un centinaio di fotocopie a colori di passaporti stranieri, alcuni dei quali riproducevano la stessa fotografia ma con generalità differenti. Il titolare del dealer, un cittadino senegalese di 25 anni, è stato denunciato per frode informatica e per ricettazione poiché, aveva prima acquistato e poi rivenduto a terzi, traendone profitto, Sim card attivate illecitamente ed intestate ad altre persone. Adesso la sua attività commerciale è stata posta sotto sequestro.

In Nepal c’è un miele allucinogeno così caro che i raccoglitori scalano pareti e affrontano api inferocite senza protezioni

repubblica.it
Kevin Loria


The North Face/YouTube

È una lunga ascensione.
La via per raccogliere il miele allucinogeno prodotto dalle api giganti himalayane è tutt’altro che facile. Per farlo loro, abili membri del popolo Kulung, nel Nepal orientale si arrampicano su scale di fibra di bambù lungo pareti di roccia alte fino a 100 metri.

Scacciano con il fumo gli sciami delle api, bruciando frasche attaccate in cima a lunghi pali, e cercano così di prendere il miele. Le storie di queste persone sono documentate in “The Last Honey Hunter”, un film al momento nel circuito dei festival che arriverà nelle sale nel 2018. È sbalorditivo, come si può vedere dal “dietro le quinte” pubblicato da The North Face su YouTube.

La troupe del film comprende noti scalatori del calibro di Renan Ozturk, filmaker e fotografo. I membri della troupe sono arrivati abbastanza in alto sulle pareti da riuscire a filmare la raccolta, tutti assicurati da speciali imbragature. I raccoglitori di miele, invece, salivano solo usando le loro lunghe e sottili scale. “Ogni volta che ci sentivamo un po’ spossati davamo giusto un occhio a Mauli (raccoglitore, e anziano dei Kulung) su quella scaletta di bambù senza imbragatura e senza la tuta da apicoltore” racconta nel video uno degli operatori.


Uno dei raccoglitori nepalesi di miele con un pezzo di favo. The North Face/YouTube
A seconda della stagione queste api producono un differente tipo di miele, secondo Mark Synnott, membro della troupe e autore di un articolo sui raccoglitori di miele per il «National Geographic». In primavera, le tossine contenute nei fiori di cui si cibano le api producono un miele rosso, o “matto”.
“Ho mangiato due cucchiaini, come raccomandano i raccoglitori. Dopo 15 minuti ho cominciato a sentire una sensazione come quella che dà la marijuana. Avevo freddo, dalla nuca fino al torace. Una profonda sensazione di caldo-freddo si impadronì del mio stomaco e durò diverse ore” ha scritto David Caprara su Vice nel 2016, dopo aver viagiato nel Nepal per assistere a un altro raccolto di miele. Dice che una dose più alta può avere effetti anche più intensi.

Il mercante di miele del villaggio ha raccontato l’esperienza di ingerire una dose maggiore di miele rosso a Synott. All’inizio il corpo manifesta l’esigenza di liberarsi (vomitando o defecando). “Dopo questa prima reazione si passa a un’altalena di luce e buio. Ci vedi, e poi non ci vedi più” è stato spiegato a Synott. “Non riesci a muoverti, ma sei perfettamente lucido”. Questi effetti possono durare una giornata, con il ronzio simile a quello di un alveare nelle orecchie.

I nepalesi usano piccole dosi di miele come antisettico, rimedio per la tosse o per il dolore. Secondo Synott, sul mercato clandestino costa dai 60 agli 80 dollari la libbra (0,453 Kg.). È questa la ragione per la quale da tanto tempo continua ad essere conveniente una raccolta così pericolosa. Tuttavia la tradizionale raccolta del miele, condotta con metodi sostenibili per l’ambiente, potrebbe non durare molto. Nel villaggio documentato dal film non c’è nessuno che possa sostituire Mauli, visto che le persone sono più interessate a trasferirsi in città. Nel 2013 il fotografo Andrew Newey ha viaggiato in Nepal per documentare i raccolti, e ha riferito che la popolazione delle api sta diminuendo, a causa di politiche amministrative e turistiche più favorevoli ad appaltatori che praticano metodi non sostenibili.

Il raccolto continuerà, in qualche modo, ma la tecnica tradizionale – e forse anche il miele allucinogeno – potrebbero non durare a lungo.

Basta con la nauseante retorica radical chic: l’uomo nero non è un santo, così come l’uomo bianco

ilgiornale.it



Mi sono stufato di sentirmi sempre un po’ bastardo. Di andare a dormire la sera col pensiero di svegliarmi razzista. Di essere un bianco che “ha tutto” (ho una Fiat Punto intestata e sto in affitto, null’altro, se non una famiglia e tanto lavoro, tante grandi soddisfazioni, e molta stima), alla faccia di chi scappa e non ha niente. Che può aggiungere un posto a tavola ad ogni ora del giorno o della notte in cui arriva l’ospite; magari con l’intenzione di lasciarlo proprio il posto a tavola e mettersi a servire l’ospite, spacciando la cosa per grande ospitalità. Chi di voi lo farebbe alzi un qualsiasi arto. Siamo italiani, e siamo orgogliosi di essere duri di testa. Ci teniamo alle nostre cose e non ci piace essere presi in giro.

Mi sono stufato di sentirmi uno stronzo ingrato perché non ho accolto abbastanza, perché non riesco ad integrare come sarebbe giusto. E chi mi ha stufato, non sono le lunghe chiacchierate sui quadri di Paul Cézanne o sulla prosa di Proust che gli immigrati si fanno sulle panchine di viale Trento a Viterbo, ma quei Lord, che tra una degustazione di mandorle bio dell’Uzbekistan e la revisione del Porsche Cayenne da fare, ci devono insegnare come vivere la povertà e dove deve andare il mondo.

Quei bianchi che davvero hanno tutto, quantomeno tanto, alla faccia della mia Punto e del mio affitto. Sono quelli che mi fanno sentire afflitto: quei bianchi che teoricamente stanno sul cavolo ai neri che però sono quei bianchi che vogliono rifilarci la morale di come altri bianchi, quelli che non hanno un cavolo, o giù di lì, la maggioranza nel Paese, siano dei pessimi contadini arretrati, che abbaiano razzismo quando l’uomo nero gli frega una pesca dall’albero.

Ma non sarà ora di piantarla con tutta questa retorica dei colori, che neanche Giotto o Krzysztof Kieślowski, che gli ha dedicato un’intera trilogia, l’avrebbero fatta così lunga? Volete una destra moderna, che sappia interpretare il proprio tempo? Eccola servita in uno spunto, così, tanto per uscire dai soliti meccanismi vecchi come i broccoli di Natale. Sillogismi e stereotipi che sono, pensate un po’, fuori tempo e fuori luogo come la zia zitella, ormai 70enne, che, al matrimonio di tua cugina, ti chiede se gli puoi presentare quel bel fustacchione di 25 anni, amico tuo. Silenzio, risate, tenerezza e un rigurgitino acido: a 70 anni cerchi il 25enne. E finora cos’hai fatto? Ecco finora, gli uomini bianchi, architetti, sposati con una psicologa che fa la volontaria per le ONG, cosa hanno fatto per questo stivale scuoiato buttato in mezzo al mediterraneo?

E cosa hanno fatto per garantire seriamente il processo di integrazione tra le vie della loro città, oltre ogni aspettativa partitica? E cosa hanno fatto per essere migliori di noialtri? E cosa fanno, questi superbi uomini bianchi, quando un uomo nero, uno stupido fuori controllo, li importuna? Li carezzano dolcemente sul viso come il Poverello d’Assisi coi pettirossi o si divincolano spaventati, chiamando la Polizia (quella violenta, sudicia istituzione fascista, a parer loro, che li sgombrava alla Sapienza quando si laureavano col 6 politico), e fregandosene del colore della pelle per arrivare al verdetto: non è l’uomo bianco che provoca, né l’uomo nero che reagisce. Né  viceversa. È l’assoluta mancanza di sicurezza tra le strade d’Italia. E si torna tutti uomini. Alla faccia di Gino Strada e Rula Jebreal.

Ecco Rula Jebreal, la giornalista-modella che sponsorizza Carpisa e che se è fortunata, come dice un mio amico, può vincere pure lo stage gratuito presso di loro. La stessa paladina dei diritti migranti interplanetari che si lamentava a muso durissimo, con Nicola Porro in un programma tv l’altra sera, del fatto che l’uomo bianco sia davvero arrogante e pure “sessista”. Caspita, quanto è arrogante l’uomo bianco. Non si riesce mai a farlo finire di pensare! Forse a Rula l’uomo bianco non piacerà, forse, eppure viene da chiederci, i suoi bonifici gli piacciono? A giudicare dal suo matrimonio con il banchiere americano Arthur Altschul Jr., figlio di un partner di Goldman Sachs, uomo bianchissimo, non si direbbe. Ah, che bella lezione di stile sulla povertà.

Mi ricorda quell’adagio montanelliano sulle sinistre che amano così tanto i poveri che ogni volta che vanno al potere li raddoppiano di numero. Mi ricorda l’uomo bianco architetto sganciagrana e la psicologa volontaria delle ONG che fa yoga, col figlio alla Sapienza la mattina, e al centro sociale il pomeriggio. Repetita: Volete voi una destra moderna, che sappia interpretare il proprio tempo, senza scadere nello stereotipo dell’orango inferocito tutto Hitler e Salvini? Eccola servita in uno spunto. Giusto uno spunto. Né bianchi, né neri, ma uomini, nel nuovo mondo delle guerre tra poveri. Uomini o replicanti, uomini o maschi, biologici, nulla più. Qui sia il terreno della disfida odierna. Il resto è opinione, e l’opinione è soggettività. E la soggettività è il seme del relativismo assoluto, intesa anche a livello di ente, non solo personale; la soggettività è l’espansione esagerata dell’Io.

La filautìa, il culto smisurato per se stessi, genera, in senso lato, egocrazia, la legge dell’ego. E si rafforza il processo individualistico, spacciato per comunità. Il cavolo! Mettendo a fianco più individualismi, e poi tutti in fila, chi di qua, e chi di là, non si fa popolo, figuriamoci se si crea una coscienza nazionale, una comunità. La sagra dell’Io sta infestando le masse. E NON si può dar ragione a tutti, troppi Io non possono coincidere. La pace resterebbe solo una splendida chimera che si allontana nel bosco fumoso e fitto del parere (non sempre qualificato). Al grande Io, figliastro di quarantaquattro individualismi in fila per sei col resto di due, sarebbe da sovrapporre il grande NOI.

Né bianchi, né neri, ma uomini, nel nuovo mondo delle guerre tra poveri. Uomini o replicanti, uomini o maschi, biologici, nulla più. Valutiamo gli uomini, non solo gli occidentali riottosi, bigotti, arretrati, bianchi e razzisti. Ma anche i fuggitivi, gli immigrati, i disperati. Valutiamo le donne e gli uomini. Senza ricorrere alla polizia segreta, senza ritorcere nulla contro nessuno, solo per orientare il dibattito e riportarlo verso un barlume di realtà. Così, manderemo in crash il bigottismo di un certo ambiente che dei doni del multiculturalismo sciapo e superficiale sta facendo bandiera, a costo di reprimere e sostituire tutto ciò che già esiste (giusto da qualche secolo di civiltà). A partire da quell’Illuminismo, finendo alla “migliore” accezione sociologica comunista per cui gli uomini, sono sempre tutti uguali.

Che poi, a ben pensarci, la diversità è ricchezza, il fine; e la civiltà come complesso culturale, esperienziale di una comunità nel persistere del tempo, fondata su percorsi e visioni comuni ed originarie, come chiaro volto di un’identità storica e spirituale, ognuno la propria, è il fine. L’uomo, quindi, è il fine, non il mezzo, almeno per quelle che vogliono chiamarsi “destre”. Che poi, a ben pensarci un’altra volta, “ma perché un ingegnere deve essere uguale a un muratore, madonna d’un dio, solo i coglioni solo uguali l’uno all’altro”, urlava Tognazzi nella parodia del fascistissimo colpo di Stato “Borghese”, in Vogliamo i colonnelli, di Monicelli.

In quel 1973, anno di uscita del film, in cui il PCI e vari fratelli maggiori e padri ispirativi andavano forte, in cui c’era molta più sinistra, degna d’un certo rispetto, nella società politica e civile. In quel 1973 in cui, però, lo scontro era sul piano delle idee, finanche a pistolettate, ma mai ridotto a pagliaccesco moralismo sbrigativo e necessario.

L’uomo bianco architetto, moglie psicologa-volontaria ONG, figlio Patek Philippe Nautilus al polso-centro sociale, schifa quello bianco sfortunato. L’uomo nero, anche. È un classico western, molto occidentale, rapperistico americano: “fratello a me non lo dici”. L’uomo bianco (sfortunato) è sempre colpevole di un suprematismo aprioristico, secondo l’uomo nero. Forse perché ricco, forse perché ha inventato l’automobile, la lavatrice, il diritto romano, la stampa a caratteri mobili, la democrazia, lo spazzolino. Chissà… Eppure, la sua civiltà, la sua legge, le sue città i cui parchi corrono tra le vie, e le sue panchine, la sua assistenza, e soprattutto i suoi bonifici, piacciono eccome all’uomo nero (come anche all’uomo bianchissimo meno sfortunato, sia chiaro). Nella migliore accezione di uomo, le carte che entrano in gioco sono altre.

Misuriamo gli uomini, non cadiamo più nella trappola , nel turbinio rabbioso. Facciamoci trovare preparati. I furbi, onorevoli, rispettosi, dignitosi, carismatici, aggressivi, spirituali, spontanei, probi uomini. Proviamo a tornare uomini, come ho scritto nel mio ultimo libro, Torniamo uomini, e a ragionare nuovamente sul dramma dell’uomo nero che, disperato, chiede aiuto all’uomo bianco. Che è giusto che l’uomo bianco gli dia, e subito. Com’è giusto che l’uomo bianco si ricordi semplicemente chi è, non del fatto che egli è bianco e l’altro è nero. E di conseguenza vada a regolarsi.

Su questo vige il silenzio dell’oggettività. E su quel terreno ancora si può risorgere a decenza, stoppando di petto e calciando fuori dal buon senso, l’asfissiante relativismo imposto per legge e cultura. Perché è un terreno di valutazione sociologica che equipara, frena gli istinti individualistici, e riporta lentamente alla realtà: vigliacco l’uomo che violenta e maltratta la moglie? Vigliacco il bianco e il nero. Vile l’uomo che abbandona la guerra e rifiuta di combattere per la propria terra contro la corruzione, contro gli eserciti del totalitarismo, coniglio colui che scappa? Vile e coniglio l’uomo bianco e l’uomo nero. Sì, ma anche il nero. Falso da disprezzare, l’uomo bianco che chiede aiuto economico, ne riceve per generosità, ma ha il conto in banca che gli permette un lungo viaggio? Falso da disprezzare l’uomo bianco e l’uomo nero. Senza ritegno l’uomo bianco che, ospite a casa di amici, schifa il pasto a lui destinato, si lamenta delle portate e dopo pranzo si spaparacchia sul divano e si mette a dormire russando e senza pantaloni?

Senza ritegno il bianco e il nero. E la lista, potrebbe durare a lungo. Non si capisce, infatti, su quale metro di giudizio, secondo gli uomini bianchi architetto e psicologa etc. etc., l’uomo nero sarebbe, a prescindere da ogni valutazione approfondita, meglio di noi. Il dramma, è che ci stiamo perdendo gli uomini. In tutti i sensi: in senso letterale e non, dai modelli di virilità assoluta (in ricordo di quel vir di romana concezione: “provvisto di tutte le sfumature possibili del ‘Mann’ – affermava Georges Dumézil – eroe, altrettanto che marito, individuo”.

E guerriero, difensore, nonché riferimento della famiglia, come continuatore e capostipite, il pater familias, punto saldo dei figli , con cui condivideva ritualità, che è eredità ed esempio per il cittadino futuro, fin dalla nascita, come il tollere liberos, l’atto di sollevare il figlio appena nato da terra per riconoscere la patria potestas. “Roma ha creato virtus, nel senso di coraggio virile”), da Buzzanca e Giannini negli anni’70, ai modelli nelle passerelle, in corsa verso la neutralità, non più padri generatori di un rito, non più legati all’origine coraggiosa e nobile, ma semplici inseminatori di cui, fra qualche anno di scienza, si potrà fare a meno. Ma ci stiamo perdendo gli uomini anche dal punto di vista

Uomini freddi, asettici, eternamente in compromesso, che bastano a se stessi, sfruttati e calcolatori. Che non si dedicano più l’esistenza. Che inseguono la convenienza, schifano ogni legame con la spiritualità, utile ad indirizzarne, magari, una sana moralità (Cristo s’è fermato in Europa, ha fatto l’autostop ed è andato in America Latina). Che sia religiosa o mitologica. Sia l’uomo bianco che quello nero, provengono dal mythos – che per Veneziani “è un viaggio nelle profondità del presente, alle radici della realtà” -, dall’eco dei canti e delle danze dell’epica, siriana, africana, romana, greca o norrena (canti, danze, affreschi che ci restituiscono un uomo vicino alle proprie funzioni, sempre per dirla con Duzémil: sacrale e giuridica, la funzione guerriera e la funzione produttiva.

Canti, danze, rituali tribali e dipinti, che ci riportano a storie epiche di armature indossate per difendere il villaggio e il confine. L’Odissea, L’Iliade, l’Eneide, la mitologia norrena. L’Epica che ha raccontato l’uomo e il senso di esserci, che ne ha riempito, in qualche modo, il destino altrimenti lasciato al dubbio e alla caduta casuale dei fulmini, e agli sproloqui lontani dei profeti. Ben prima di Cristo; storie di fuochi mai spenti per millenni, come quello sacro di Vesta, tenuto acceso nella Roma che ebbe un senso agli occhi della storia, per mille anni. Continuamente attizzato fino alla caduta dell’impero. Mantenuto, come sacro, luce e calore che fonde l’uomo agli dei, ed illumina la via di una comunità di legge e di saggi, di uomini e guerrieri. Storie di guerrieri, di figli, di madri, di donne da proteggere).

Uomini che non hanno voglia, né tempo di sviluppare un proprio pensiero critico, di difendere il confine e la radice, di tornare a sviluppare una propria coscienza razionale e di limitare quella irrazionale. Che sfiorano la vita perché non li tanga, nella speranza di arrivare come ombre fino al tramonto. Che si rifugiano nel dramma dell’altro, nella massa melensa. Dal mediterraneo, in Italia e poi chissà dove. Uomini che non sono più riferimento, grandi assenti della contemporaneità, che si fanno corrompere con poco, che si vendono per poco. Che scendono a compressi.

E che quindi, alla luce di un senso di continua sopravvivenza imposta (che tu sia una partita Iva o un migrante, ognuno con i proprio crismi e disperazioni), di culto estremo del materialismo, adeguano la propria dignità a ciò che procuri loro meno sforzo, indirizzando male il proprio sacrificio: che tu sia un migrante che scappa da una guerra (che non sempre c’è, basta documentarsi sul Paese d’origine), che sceglie lo sforzo dilaniante di percorrere, rischiando la morte, una tratta piratesca nel mediterraneo con una barchetta umiliante, che tu sia un disoccupato in fila per la casa popolare da anni, due figli da sfamare e un grave male a farti soffrire, che anziché impegnarsi, ejaculando rabbia onanisticamente, nel ricevere tanti like ad un post di indignazione, dovrebbe andare ad occupare ogni via, ogni piazza, come ultima missione di vita, gridando con tutta la forza.

Come mai, quei possenti ragazzoni, quasi tutti maschi, che giungono in Italia abbandonano le proprie donne in guerra. Prendete e leggetene tutti. Uomini, tutti uomini. “Nonostante un aumento negli ultimi mesi, le donne che approdano in Europa sono solo il 32% del totale dei migranti e in Italia la percentuale scende al 17%, a ulteriore dimostrazione che il flusso verso l’Italia è composto soprattutto da migranti economici”, riporta Giuseppe Marino qui sul Giornale. E come mai, noi figli ingrati dell’impero romano, della civiltà occidentale, della cristianità, abbiamo completamente dimenticato, il senso originale, cattolico e pagano al contempo, di pietas, religio e humanitas. Ciò che forma fin nella radice, l’uomo mediterraneo, prima ancora di essere conservatore, progressista, liberale, prima ancora di essere organizzato socialmente.

Anche noi, in questo modo, fuggiamo dalle responsabilità, da noi stessi, dalla guerra con e contro noi stessi, tra l’uomo bianco architetto etc. e l’uomo bianco sfortunato; tra chi ama e chi odia gli uomini, siano essi bianchi, neri, grigi. La stiamo perdendo nella dimenticanza, questa nostra guerra. Perché abbiamo ritenuto che innaffiare le radici sia tempo perso. Meglio andare su Facebook a ricordare agli altri uomini di farlo. Quanto pesa al grammo la sofferenza. Quanto pesa al chilo la differenza. Chi ci sta mettendo la bilancia?

Vita da dittatore: la giornata tipo di Kim Jong Un, il ‘leader supremo’ della Corea del Nord

repubblica.it
Aine Cain

Il dittatore della Corea del Nord Kim Jong Un è oggetto di minuziose attenzioni sul suo conto, in sede internazionale. Di recente è comparso nei titoli per il rafforzamento delle capacità di armamento nucleare del suo regime, per il caso di Otto Warmbier, lo studente americano morto pochi giorni dopo il suo rilascio da una prigione nordcoreana e per la decisione di aprire il suo Paese al turismo. Le informazioni a proposito della vita nel “Regno Eremita” sono abbastanza scarse, così come sulla quotidianità del suo autosufficiente “Leader Supremo”.

Alcune informazioni sono tuttavia trapelate.
Nel 2016 la Corea del Nord ha totalizzato 28,6 nel Global Hunger Index, lasciando intendere che la situazione nel Paese sia “seria”, e che la disponibilità di cibo, indicata oltre il 50, si traduca in condizioni “estremamente allarmanti.” della nutrizione. Il World Food Programme informa che il 70% dei 25.1 milioni di abitanti è “a rischio fame” e che la malnutrizione è endemica. Una cosa sembra chiara: la vita di Kim Jong Un, tra isole private, liquori d’importazione e agiatezza è un altro mondo rispetto a quella del popolo che egli governa. La maggior parte della vita nel Regno Eremita è strettamente controllata, secondo i resoconti di viaggiatori e disertori. Molti nordcoreani vivono in povertà, secondo il fotografo di Getty Xiaolu Chu.


UN / Getty Images / Handout
Kim Jong Un continua a rimanere fedele a molte delle politiche messe in campo da suo padre, prima tra tutte la “juche”, che stabilisce l’isolamento della Corea del Nord e l’espansione del programma di armamento nucleare e balistico militare della nazione.

KRT/AP
Simili a quelli del padre sono anche i suoi gusti in fatto di lusso. Anche se non è chiaro quanta ricchezza Kim Jong Un abbia maturato, nel 2012, anno del suo insediamento, la spesa annuale in beni di lusso è cresciuta da 300 milioni di dollari a 645,8 milioni.

Wong Maye-E/AP
Sono state identificate oltre una dozzina di residenze del leader, ma Kim Jong Un vive principalmente in quella di Ryongsong, da poco rinnovata. Una delle residenze ha un cinema da mille posti, dove il dittatore vede film come “Godzilla.”

Google Maps
Kim Jong Un è sposato con una ex cheerleader, Ri Sol-ju. Le frequenti assenze dalla scena pubblica della donna hanno portato gli osservatori a credere che la coppia abbia almeno due figli.

KCNA via KNS/AP Images
Mentre il Paese non ha la certezza della disponibilità di cibo, Kim Jong Un gusta piatti pregiati e beve alcolici molto costosi, avendo importato un totale di 1 milione di dollari in questo tipo di bevande nel 2016. L’ex chef privato del padre ricorda che per cena Kim Jong Un vuole a disposizione diverse bottiglie di vino e molti tipi di formaggi pregiati.

KCNA via KNS/AP
Secondo la propaganda di partito, che promuove un culto della personalità esteso ai componenti della famiglia del leader, Kim Jong Un ha imparato a guidare a tre anni. Si dice che la sua marca preferita di automobili sia la Mercedes. Si muove inoltre su un lussuoso yacht da 30 metri, del valore stimato di 6 milioni di dollari.

Wong Maye-E/AP
L’ex atleta della NBA Dennis Rodman, che si considera amico di Kim Jong Un, ha detto che il dittatore si ritira periodicamente in un’isola privata simile “alle Hawaii o a Ibiza”.

Wong Maye-E/AP
Per incoraggiare il turismo straniero, Kim Jong Un ha ordinato la costruzione del complesso sciistico di Masikryong, costato 35 milioni. LA NBC informa che attualmente il complesso è largamente inutilizzato e tenuto aperto da squadre di lavoratori con donne e bambini.

Vincent Yu/AP
Negli anni Kim Jong Un ha condotto un’esistenza molto confortevole, nonostante le sanzioni internazionali. Come la CNN ha recentemente dichiarato, la maggior parte dei suoi fondi personali provengono da attività illegali come traffico di droga, di armi, falso in bilancio, e da operazioni bancarie sospette.

KRT via AP Video/AP

martedì 19 settembre 2017

Ricostruire ex novo il Fiat 2000 perduto

lastampa.it
andrea cionci

Ispirati da un nostro articolo, alcuni appassionati di veicoli storici varano l’ambizioso progetto


Carro M15 della Spa Militare

Prendere spunto da un giornale e rimboccarsi le maniche per ricostruire, in dimensioni reali, il più grande carro armato della Prima Guerra mondiale. Sembra una follia, ma è successo proprio così: protagonisti l’articolo de La Stampa del 7 aprile scorso dedicato al carro armato Fiat 2000 e il gruppo di appassionati di veicoli storici Spa Militare, di San Marino.


Il parco mezzi della Spa Militare

Cuore e acciaio
L’associazione possiede già un carro medio M 15, un’autoblindo Ab 41 e un carro d’assalto L3, tutti modelli degli anni ’30-’40, perfettamente restaurati e funzionanti anche se – naturalmente -inoffensivi. Spa Militare restaura nella sua piccola, ma specializzata officina autocarri, autovetture militari e mezzi speciali delle due guerre mondiali prediligendo quelli di costruzione nazionale. Molti modelli della collezione sono pezzi rarissimi. Il varo dell’impresa di ricostruzione del Fiat 2000 è stato annunciato in esclusiva al nostro giornale con l’approssimarsi del grande raduno dei carristi che si terrà a Pordenone dal 29 settembre al 1° ottobre per celebrare i 90 anni della specialità che fu costituita ufficialmente nel 1927 col il Reggimento Carri armati.

«Da almeno vent’anni sognavamo – spiegano da Spa Militare - di ricostruire dal nulla un carro armato, ma quando abbiamo letto il servizio de La Stampa sul Fiat 2000 ci siamo finalmente decisi. Quello storico modello di carro compie il centesimo anniversario proprio quest’anno e vogliamo tentare di ricostruirlo in tempo per il novembre 2018, anniversario della Vittoria».


Il Fiat 2000 sfila per le strade di tripoli, 1919

Il gigante perduto
Il Fiat 2000 fu il primo carro armato italiano, una montagna di metallo costruita in due soli esemplari oggi irrimediabilmente perduti. Era il più grande e pesante fra i corazzati di tutti gli eserciti belligeranti nella guerra del ’14-’18 e fu il primo ad essere dotato di cannone in una torretta girevole. All’epoca, era decisamente innovativo anche se, in territorio alpino, avrebbe avuto vita dura con le sue 40 tonnellate di stazza e i suo 6 km orari di velocità media. La sorte dei due prototipi costruiti dalla Fiat è ormai stata chiarita: uno è sparito - chissà dove - nel deserto di Libia dopo aver partecipato alla campagna di Cirenaica del 1919-20 e l’altro, custodito in una caserma di Bologna, finì in fonderia subito dopo la guerra.


Fiat 2000, progetto

“Il carro dei folli”
Il gruppo di soci di Spa militare (che riprende il nome di un’antica fabbrica di mezzi pesanti poi confluita in Fiat) annovera imprenditori, funzionari pubblici, professionisti e ha già raccolto una quantità di fotografie e parte dei disegni costruttivi. Il motore già c’è: uno dei soci metterebbe a disposizione un “sei cilindri in linea” di derivazione aeronautica, originale d’epoca, che è pressoché identico a quello che venne usato per i due prototipi. Le maglie dei cingoli potranno essere fuse secondo i disegni ritrovati, mentre le corone (ingranaggi delle ruote motrici) saranno riprodotte con lastre d’acciaio intagliate al laser. Per quanto riguarda l’armamento, si procederà a realizzare simulacri, ovviamente inerti, del cannone da 65 mm - posto in torretta e delle ben sette mitragliatrici Fiat mod. 1914 in cal. 6,5 mm.

L’associazione ha anche già acquistato dal mercato antiquario il modello originale in scala 1/5 realizzato direttamente dalla Fiat nel 1917 che servì per la costruzione del carro armato. Tutto quello che non si riuscirà a reperire dai progetti originali, sarà ricostruito con il programma Autocad. I progettisti del gruppo sono già a buon punto. «Vorremmo lanciare un appello – continuano da Spa Militare – a tutti coloro che possiedono foto e disegni riguardanti il Fiat 2000. In particolar modo, vorremmo chiedere alla Fiat di aiutarci nella ricerca dei piani costruttivi originaliprobabilmente ancora sepolti in fondo al loro vastissimo archivio».

Costo dell’operazione? Circa 300.000 euro, uno scherzo per un grande sponsor, un sforzo notevolissimo per l’associazione. Se il progetto andasse in porto, si potrebbe ridonare all’Italia uno dei pezzi di storia militare e industriale più importanti e interessanti, oggetto della curiosità degli appassionati del settore di tutto il mondo. Il mezzo si potrebbe poi ripagare tramite il noleggio per manifestazioni militari e rievocative, film, mostre e musei.


Dimostrazione con Fiat 2000 e Ft 17

Padri nobili
Tra i patron morali dell’iniziativa, il conte Filippo Bennicelli, 78 anni, discendente non solo del famoso Adriano detto il conte Tacchia, lo spiritoso e vivace personaggio romano di fine ‘800, ma anche del generale Alfredo Bennicelli che fu il vero padre del Fiat 2000 e, più in generale, del carrismo italiano.

Nel ’17, era capitano e aveva l’incarico di ufficiale di collegamento tra inglesi e francesi. Con mille difficoltà, riuscì a esaminare, in Europa occidentale, sia i carri alleati che quelli catturati ai tedeschi e prese parte, con i carristi francesi, alla battaglia della Somme. Qui rimase favorevolmente colpito dal loro carro Schneider CA1 di cui riuscì a far inviare un esemplare in Italia per valutare un acquisto. I cugini d’oltralpe furono però avarissimi: Su 120 carri che il governo italiano voleva comprare dai francesi, gli stessi concessero appena quattro Renault Ft 17. Così, Bennicelli, mentre seguiva la costruzione del Fiat 2000, organizzò una spettacolare dimostrazione con i corazzati appena comprati tanto da convincere le Commissioni ad acquistare la licenza dalla Francia per costruire 1400 copie italiane dell’FT 17, i Fiat 3000. Partiva così la storia del carrismo italiano.

«Ho un ricordo vivido dello zio Alfredo ricorda Filippo Bennicelli – era un gigante che ci aiutava a riparare i nostri giocattoli. Era una figura molto autorevole, ma anche dotato di una particolare dolcezza con noi bambini. Il progetto di ricostruire il Fiat 2000 onora grandemente la nostra famiglia».


Carro veloce L 333 della Spa Militare

Errori di valutazione
Nonostante l’impegno di Alfredo Bennicelli, finita la Grande Guerra, la specialità carristi non fu mai molto implementata dalle nostre alte gerarchie militari, purtroppo, va detto, con una certa miopia. L’orografia montana dei nostri confini settentrionali, non faceva supporre che, un giorno, cingoli italiani avrebbero dovuto solcare i deserti africani o le steppe russe. Pertanto, si puntò su carri armati piccoli e veloci che potessero percorrere le mulattiere alpine. Come upgrade del Fiat 300, furono prodotti in massa i carri leggeri d’assalto L3, quelli che vengono ancor oggi ricordati con un epiteto (che generalmente fa infuriare i carristi): le “scatole di sardine”.

In realtà, si trattava di un progetto piuttosto valido, almeno per l’esplorazione. Leggero e veloce,con dimensioni paragonabili a quelle di un’utilitaria, l’L3/33 aveva due uomini a bordo, un pilota e un mitragliere. Poteva essere armato con mitragliatrici, lanciafiamme e poteva rimorchiare un cannoncino anticarro. In Etiopia, gli L3 svolsero egregiamente il loro compito, ma già l’anno dopo, nella Guerra di Spagna, il confronto con i carri pesanti sovietici - dotati di ben maggiore potenza di fuoco e corazzature più spesse - dimostrò l’obsolescenza della loro concezione.


Carristi della Divisione Ariete con carri M14

I carri M
Dal 1938 era stato messo in produzione il carro medio M 11/39 poi superato dai modelli M 13-14-15. Erano definiti “carri di rottura” in quanto dovevano servire per sfondare gli schieramenti nemici. Il calibro dei loro cannoni da 37 o 47 mm e le loro corazze rimanevano sempre, comunque, inferiori rispetto ai carri nemici. Solo il valore dei carristi italiani e la loro precisione nel tiro, mirato a colpire gli avversari ai cingoli, poteva ottenere qualche risultato. Purtroppo, il ritardato ingresso in servizio fece sì i carri M riuscirono ad essere finalmente impiegati efficacemente a massa solo a partire dal 19 novembre 1941. Un anno dopo, ad El Alamein, vale la pena di ricordare che ben due divisioni carristi del Regio esercito (la celebre Ariete e la Littorio) si fecero completamente annientare per salvare la ritirata del grosso delle fanterie dell’esercito italiano.

Un problema fu, per molto tempo, la mancanza di apparati radio. Gli ordini alle formazioni venivano impartiti con bandierine esposte in torretta: stop, via, destra, sinistra, rallentare, accelerare. Nel corso della guerra furono messi in progettazione anche un carro sahariano adatto alla guerra nel deserto e uno pesante, il P 40/26, questo prodotto, secondo fonti tedesche, in soli venti esemplari dopo l’8 settembre ‘43. Era un carro che si avvicinava ai T 34 sovietici, agli Sherman americani e ai Panzer IV tedeschi, ma non fece in tempo ad entrare in linea nei reggimenti italiani.

Brigata corazzata Ariete in addestramento, 2016

Il raduno dei carristi a Pordenone
Il raduno dei carristi previsto a fine mese nel capoluogo friulano (dove è di stanza la brigata corazzata Ariete) avrà un programma denso di appuntamenti. Il 27, inaugurazione di una mostra di modellismo in Corso Garibaldi; il 29 alzabandiera della manifestazione; il 30 una conferenza, moderata da Lieta Zanatta, sulle trasformazioni dell’Esercito più significative degli ultimi anni con la partecipazione di Toni Capuozzo, Fausto Biloslavo, Andrea Angeli. Le conclusioni saranno affidate a un ufficiale dello Stato Maggiore dell’Esercito che illustrerà le prospettive sull’impiego dei corazzati, visti gli attuali scenari internazionali.

La giornata si chiuderà con un concerto della Fanfara dell’11° Reggimento Bersaglieri e la partecipazione di tre tenori del coro della Scala di Milano. Il 1° vi sarà lo schieramento dei Reparti in armi e lo sfilamento del Reggimento di Formazione dei “Carristi d’Italia” con tutte le associazioni afferenti. Come spiega il Gen. C.A. Salvatore Carrara, Presidente dell’Associazione Carristi: «Il nostro sodalizio si propone di tenere vivo nei carristi l’amore per la Patria, lo spirito di corpo, il culto delle gloriose tradizioni della specialità e la memoria dei suoi Caduti, di promuovere e cementare i vincoli di solidarietà fra tutti i militari in congedo ed in servizio della Specialità, assistere moralmente e materialmente i soci e le famiglie. Il raduno sarà anche l’occasione per ricordare il Gen. Enrico Maretti, carrista sapiente, eroe pluridecorato dell’Africa Settentrionale».


Replica russa di carro tedesco Tigre

Il raduno offrirà anche risonanza al progetto di ricostruzione del Fiat 2000, per raccogliere energie, fondi, documentazione tecnica e contributi vari destinati all’impresa. All’estero hanno già ricostruito ex novo alcuni carri armati rari, come avvenuto in Russia e in Belgio dove sono stati replicati fedelmente due modelli tedeschi, rispettivamente un Tiger e un Panther. La ricostruzione filologica del Fiat 2000 sarebbe il primo caso in Italia e, con ogni probabilità, il primo al mondo per un carro della Grande Guerra. 

Jonathan Ive, lo zen e l’arte di costruire Apple Park

lastampa.it
bruno ruffilli

Il lancio di iPhone X ha coinciso con il debutto pubblico del nuovo campus dell’azienda a Cupertino. Dove lo spirito di Steve Jobs rimane vivo in ogni dettaglio dell’architettura e del paesaggio


Lo Steve Jobs Theater

Sir Jonathan Ive è stanco e visibilmente emozionato: “Ci ho lavorato per otto anni, non c’è stato giorno che non abbia pensato a questo posto”, dice. Il capo del design di Apple, responsabile dell’hardware e del software, è nello store del campus appena inaugurato. Sta pagando una decina di t-shirt a tiratura limitata che si vendono solo qui e costano 40 dollari l’una.

Apple Park è un’idea folle che diventa realtà, un po’ come l’iMac, l’iPod, l’iPhone, l’iPad, tutti disegnati da Ive, a stretto contatto con Steve Jobs. Il fondatore di Apple è morto il 5 ottobre 2011 , ma quattro mesi prima la sua ultima uscita pubblica è stata per partecipare a una seduta del consiglio comunale di Cupertino e presentare il nuovo campus. Il progetto è stato sviluppato dallo studio dell’archistar inglese Norman Foster, ma Ive ha supervisionato ogni dettaglio. “Ho disegnato anche le maniglie delle porte”, racconta. Sono curve, di metallo, ma qui tutto è curvo, e di metallo, vetro, pietra o legno.

Curve sono le pareti dello Steve Jobs Theater dove è stato presentato l’iPhone, curvi gli spigoli dei tetti, i bordi delle panchine, le aperture dei contenitori per gli asciugamani di carta nei bagni. Impressionante la scala del Centro Visitatori, dove si trovano l’Apple Store e la caffetteria, gli unici due spazi aperti al pubblico: il corrimano è composto di blocchi di materiale composito simile alla pietra, senza spigoli, ed è raccordato ai gradini con una curva. Più facile da pulire, si immagina, ma chissà se davvero è questo il motivo per cui è realizzata così, visto che decine di addetti cancellano all’istante ogni minima traccia di sporco. “Steve era affascinato e ispirato dal paesaggio californiano, dalla sua luce e dalla sua ampiezza.

Era il suo luogo prediletto per riflettere. Apple Park cattura il suo spirito incredibilmente bene,” ha detto qualche mese fa Laurene Powell Jobs. Ed è per questo che la prima voce a risuonare dal palco in questo giorno speciale è quella di Jobs, fragile, e incerta: “Creare qualcosa con il massimo amore e la massima cura significa trasmettere una parte di sé al mondo”. “Era la cosa giusta da fare”, osserva Ive, che è stato l’alter ego del fondatore di Apple per quindici anni, dal primo incontro quando tornò a Cupertino dopo l’esilio di Next al privatissimo ultimo saluto pochi istanti prima che morisse. A unirli una comunanza spirituale, una passione e una dedizione instancabili, come si legge anche nella biografia di Jobs scritta da Walter Isaacson.

Lo spirito di Jobs era nella musica prima e dopo l’evento (i Beatles), e ancora aleggia dopo che i giornalisti arrivati da tutto il mondo hanno lasciato Apple Park e spento le telecamere. Soffia una leggera brezza, il sole comincia a calare. L’atmosfera è serena, quasi zen. D’altra parte qui lo zen è di casa, e A Zen’s mind, a Beginner’s Mind di Shunryu Suzuki era uno dei libri preferiti di Steve Jobs, che seguiva la dottrina, ovviamente a modo suo. Così Apple Park è un luogo di lavoro, ma anche un simbolo zen.

Dentro è vuoto: come si legge nel Tao te Ching, “è il foro centrale che rende utile la ruota”. L’edificio principale ha un’area complessiva di 260.000 m2 e all’interno potrebbe trovare posto l’intero Pentagono. In realtà ospita un prato, un laghetto e alberi da frutta. Albicocchi, come quelli che nell’infanzia di Jobs crescevano proprio lì, intorno a quella che allora era la sede di Hewlett Packard. “E quando cresceranno gli alberi di prugna sarà ancora più bello”, dice Ive.

La presentazione dell’iPhone X si è tenuta nello Steve Jobs Theater, un auditorium sotterraneo da 1000 posti, sormontato da una hall cilindrica in vetro di 6 metri per 50, coperta da un tetto piatto che pare sospeso nel nulla. I vetri li produce un’azienda tedesca, una italiana pare sia stata chiamata per le pareti divisorie. L’auditorium sorge su uno dei punti più alti del campus, affacciato sui prati e sull’edificio principale, dove i lavori sono appena finiti: alcuni dipendenti si sono trasferiti qui già ad aprile, altri arriveranno nel corso dell’anno, per un totale di circa 12 mila persone. L’ufficio di Jobs nel vecchio campus di Infinity Loop 1 è rimasto come lo aveva lasciato prima di morire.

Oggi però il cuore di Apple è il laboratorio di Ive, che nel nuovo complesso occuperà un piano di un edificio separato dal corpo centrale. Nel centro visitatori si può vedere Apple Park per intero, grazie alla realtà aumentata: un grande plastico bianco, inquadrato con un iPad, si anima e prende vita, mostra il consumo di energia e il movimento dell’aria. È alimentato interamente a energia rinnovabile, con un impianto fotovoltaico da 17 megawatt sul tetto dell’edificio centrale. Grazie alla ventilazione naturale non richiede riscaldamento nè condizionamento per nove mesi all’anno. Il complesso si trova a meno di due chilometri dalla sede attuale (che rimane attiva), occupa una superficie di circa 708.000 m2 e include un centro fitness per i dipendenti, laboratori di ricerca e sviluppo.

Jony Ive non è salito sul palco dell’auditorium, ha solo prestato il suo accento british per raccontare in un video le meraviglie del nuovo iPhone X nel solito video porno-hi tech di Apple. Da vicino sembra timido, anche se il fisico massiccio induce a pensare diversamente. Ringrazia cortese dei complimenti, stringe la mano e paga le sue t-shirt con il logo dell’astronave di Cupertino. Va via, su una Range Rover nera parcheggiata appena fuori dal centro visitatori, dove c’è il punto di arrivo delle auto Lyft e Uber e un paio di posti per le auto elettriche. Ha scelto lui il tono di grigio delle lampade e il carattere usato per cartelli e segnaletica (lo stesso del marchio iPhone, in bianco su fondo nero).
I costi della realizzazione di Apple Park sono stimati intorno ai 5 miliardi di dollari.

In ogni particolare celebra la vita e la passione di Steve Jobs, ma è nel complesso che ne concretizza lo spirito: “I valori di Steve Jobs continuano a guidarci”, ripete più volte Cook. “Accoglieremo menti giovani, vedremo passare di qui il futuro di Apple”, dice. Per il passato non c’è posto: “Abbiamo bisogno di spazio”, disse il fondatore quando fece liberare i locali del museo Apple, dove era conservato un esemplare dell’intera produzione fin dal primo computer del 1976. Non basta aver creato un’invenzione geniale, bisogna imparare a ricominciare da capo ogni volta, perché la vita è un continuo movimento, e l’unica cosa che rimane costante è il cambiamento. Come una ruota che gira intorno a un centro vuoto. 

Samsung ha in mano i destini dell’iPhone X: produce un componente fondamentale del nuovo smartphone Apple

repubblica.it
Kif Leswing

La parte più importante del prossimo iPhone Apple (che secondo i rumors dovrebbe chiamarsi X, mentre l’8 e l’8 Plus saranno semplici upgrade del 7) è il suo schermo, che tutti si aspettano utilizzerà un nuovissimo tipo di tecnologia di visualizzazione, chiamata OLED.E l’unica azienda che può farli su larga scala, rispettando gli standard di Apple, è anche il suo principale concorrente nel mercato degli smartphone: Samsung.

“L’offerta di pannelli OLED per iPhone è controllata interamente da Samsung e non da Apple”, ha scritto Ming-Chi Kuo, analista di KGI Securities, in una nota di Apple Insight visionata da Business Insider.“Questo spiega perché, prima di tutto, Samsung ha un potere di contrattazione più elevato e, in secondo luogo, perché il modulo del pannello OLED ha probabilmente un costo di 120-130 dollari per unità (contro il prezzo del modulo LCD da 5,5 pollici a 45-55 dollari per unità )”, ha continuato. “Questo è anche il motivo per cui Apple ha urgente bisogno di trovare un secondo fornitore di OLED“.

Apple ha bisogno di milioni di schermi OLED. Kuo ha previsto in precedenza che tra i 45 e i 50 milioni di “iPhone OLED” sarebbero stati assemblati nel prossimo anno, anche se solo tra i 2 e i 4 milioni di unità dovrebbero essere costruite in questo trimestre. Kuo ha fornito un’idea d’insieme di come Samsung sia coinvolta nel processo produttivo: sta fornendo alcune parti, tra cui un pannello OLED e un pannello a sfioramento OLED, ma li sta anche combinando con i moduli di altre società,
per poi spedirli a Foxconn per l’assemblaggio finale.

Questa è una grande responsabilità per un singolo fornitore – e suggerisce che qualsiasi rallentamento a Samsung Display potrebbe influenzare la disponibilità degli iPhone. Ci sono già molti segnali che mettono in guardia sulla possibilità  che l‘offerta di iPhone 8 potrebbe essere scarsa questo autunno. Kuo ha anche detto che Apple “potrebbe abbandonare” il suo scanner di riconoscimento delle impronte digitali, TouchID.

“Crediamo che il modulo 3D Touch potrebbe essere sfavorevole alla prestazione di scansione per il riconoscimento delle impronte digitali con tecnologia under-display”, ha scritto Kuo, suggerendo che i futuri iPhone potrebbero dover scegliere tra Touch 3D, una funzionalità che rende i touchscreen sensibili alla pressione, e il TouchID scanner di impronte digitali che è stato incluso in tutti i nuovi iPhone negli ultimi anni.

Le note Apple Insight di KGI Securities sono rivolte agli investitori che potrebbero voler acquisire una quota nei fornitori di Apple. Un grafico dettagliato incluso nella nota identifica 16 aziende che contribuiscono fornendo parti per lo schermo che coprirà il prossimo iPhone:


KGI Securities
Un dettaglio interessante: Kuo ha fatto notare che Canon Tokki era l’unico fornitore di apparecchiature fondamentali per Samsung, come già segnalato da Bloomberg. Kuo ha scritto che la maggior parte di queste aziende continuerebbero a essere fornitori per i modelli iPhone del prossimo anno, il che li destina ad un’ulteriore crescita.

Apple lancerà i suoi nuovi iPhone il 12 settembre. Al di là dell’iPhone OLED, Apple dovrebbe lanciare altri due modelli più simili agli attuali dispositivi iPhone in vendita e che prevedono di utilizzare l’ultima tecnologia LCD, ma con altri miglioramenti, tra cui una ricarica  più veloce e una alloggiamento probabilmente ridisegnato, con custodia in vetro. Ma la maggior parte degli appassionati di gadget vorrà l’iPhone OLED, che assicura più spazio allo schermo ma su un telefono più piccolo, dispone di una nuova videocamera frontale 3D e può essere sbloccato scansionando il volto dell’utente.

Ecco come potrebbe essere, secondo indiscrezioni e articoli:

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