giovedì 14 dicembre 2017

Sala e quel pugno chiuso contro i morti del comunismo

ilgiornale.it
Giannino della Frattina

Il sindaco di Milano ostenta un'ideologia che ha fatto 100 milioni di vittime: non va ridotta a una goliardata


Il sindaco Giuseppe Sala e il consigliere del Pd Carlo Monguzzi

Il bello del web è che nemmeno il re può permettersi di andare in giro senza mutande. Perché chiunque può alzarsi e gridare che «è nudo».

E così nemmeno a un sindaco, fosse anche quello di Milano, è concesso di far girare impunemente una sua foto mentre insieme a un consigliere comunale del Pd alza la mano sinistra con il pugno chiuso. Perché quello è il simbolo della più nefasta ideologia che l'umanità abbia mai partorito. Un mostro a cui le stime più benevole attribuiscono 20 milioni di morti in Russia, 65 milioni in Cina, 2 in Cambogia, uno in Vietnam, un altro milione nell'Europa dell'Est e qualche altro centinaio di migliaia in altri disgraziati Paesi.

Gente torturata e straziata nelle segrete del Kgb o nei gulag in cui venivano imprigionati e torturati dissidenti (anche comunisti e anche italiani), omosessuali, ebrei e semplici cittadini invisi all'intellighentia di partito. Gente schiacciata sotto i carri armati perché osava ribellarsi a un orrore a cui vanno aggiunti una politica economica e internazionale assolutamente fallimentari che hanno costretto a decenni di fame e stenti centinaia di milioni di sudditi trattati peggio che schiavi in ogni parte del mondo.

Ecco, questo è il comunismo evocato dal pugno chiuso esibito con tanto orgoglio dal sindaco Giuseppe Sala. E dal compare Carlo Monguzzi, eletto con quel Pd che sabato sfilerà a Como per condannare quegli (sciagurati, sia chiaro) skinhead che hanno letto il loro proclama contro l'immigrazione clandestina entrando nell'associazione che li aiuta e pronto a crocifiggere il carabiniere ventenne e studente universitario di Storia che aveva appeso nella sua camera la bandiera del Secondo Reich (non del Terzo hitleriano) con aquila prussiana e croce nordica.

Perché qui bisogna mettersi d'accordo e se da Hobbes in poi è chiaro che il passaggio dallo stato di natura alla società si basa sulla condivisione di un contratto fondato su norme accettate e condivise, queste stesse norme devono essere uguali per tutti. E nemmeno un sindaco può essere un cittadino più uguale degli altri. Così, se non è considerata una goliardata l'esposizione (in camera da letto peraltro) del vessillo della Marina prussiana nella Prima guerra mondiale, altrettanto seriamente va preso il pugno chiuso di un sindaco che evoca una mostruosità responsabile (è bene ripeterlo) di almeno cento milioni di morti.

Prevedibile l'obiezione che verso il fascismo c'è una disposizione (peraltro transitoria) della Costituzione che ne vieta la ricostituzione, mentre nessuna legge impedisce di essere comunisti. Ma queste sono la storia e dunque la legge scritta dai vincitori. Quelli che dovettero scegliere la ragion di Stato e l'opportunità politica di fronte a una Carta da scrivere insieme a quello che allora era uno dei più forti partiti comunisti del mondo e che aveva svolto un ruolo importante nella Resistenza. E, purtroppo, soprattutto nei tragici giorni dei regolamenti di conti che, a guerra finita, seguirono la Liberazione.

Senza dire che altri milioni di vittime i feroci comunisti li faranno dopo. Ecco perché il sindaco Sala non ha commesso nessun reato di fronte alle tavole della legge (così come probabilmente non l'ha commesso il giovane carabiniere), ma con quel pugno chiuso ha offeso la memoria di cento milioni di morti e i canoni dell'opportunità istituzionale. Soprattutto perché, par di capire, trattasi di tutt'altro che di un pericoloso comunista. Con i morti, con tutti i morti, non si scherza. Perché quelli, almeno, dovrebbero essere tutti uguali. Anche i cento milioni dei comunisti.

La password? È il palmo della mano

lastampa.it
carlo lavalle

Samsung, sempre più orientata all’uso della tecnologia biometrica, chiede il brevetto per un nuovo sistema di riconoscimento al posto dell’impronta digitale



Hai dimenticato la password del cellulare? I prossimi dispositivi Samsung potrebbero aiutarti a recuperarla grazie alla lettura del palmo della mano. A prospettare questa possibilità, è un nuovo brevetto presentato dall’azienda sudcoreana, la cui documentazione è scaricabile dal sito dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale.

Secondo quanto descritto nei file della richiesta, lo scanner del palmo della mano rappresenterebbe un’alternativa alle domande di sicurezza che vengono utilizzate per il recupero della password e per la verifica dell’identità di un determinato utente. La tecnologia brevettata permetterebbe di dare indicazioni sufficienti a mettere sulla giusta strada lo smemorato proprietario del cellulare. Che, grazie ai suggerimenti del sistema sotto forma di caratteri parziali, posizionati in maniera casuale sul display, sarebbe in grado di recuperare la password dimenticata, sbloccando lo smartphone.Samsung fa ampio uso dei metodi biometrici per il rafforzamento della sicurezza dei suoi dispositivi mobili.

Come, ad esempio, nel modello Galaxy S8 che integra il riconoscimento facciale, il rilevamento dell’iride e un lettore di impronte digitali. Non è sempre detto che un brevetto trovi concreta applicazione. Spesso le aziende usano la brevettazione come strategia di marketing o mezzo per impedire alla concorrenza di lavorare su idee competitive. Ma, in ogni caso, il riconoscimento del palmo della mano rientra nella tendenza di Samsung al sempre più diffuso impiego della tecnologia biometrica. E questa nuova modalità potrebbe, in futuro, anche diventare una possibilità in più per abilitare l’identificazione senza occupare spazio sullo schermo del cellulare.

Un museo per il segreto di Caporetto

lastampa.it
francesco grignetti

Nelle cave di Predil, vicino Tarvisio, visite guidate e conferenze per scoprire i misteri della Grande Guerra


Soldati austro-ungheresi all’ingresso della galleria mineraria di Bretto

Il segreto di Caporetto è nascosto dentro le viscere di una montagna, in uno scenario degno di Tolkien. Là dove per decenni avevano lavorato i minatori delle Cave del Predil, nel 1917, in preparazione della grande offensiva degli Imperi centrali contro il regio esercito d’Italia, una galleria mineraria fu trasformata segretamente in linea ferroviaria e permise il transito di 170 tonnellate di equipaggiamento e di 600 soldati al giorno.

Il traffico attraverso la galleria si svolgeva 16 ore al giorno. I soldati del Kaiser Francesco Giuseppe arrivavano da un lato della montagna, a Raibl (oggi Cave del Predil, in Italia), e di qui, attraverso una galleria mineraria originariamente utilizzata per il deflusso di acqua, giungevano a Bretto (oggi Log pod Mangatrom, in Slovenia). A raccontare i sotterfugi che furono adottati dall’esercito imperiale per beffare gli italiani, e ad organizzare visite guidate dentro la galleria mineraria di Bretto, scenario principale dei fatti, ci pensano ora il Parco Geominerario e il Museo storico militare “Alpi Giulie” di Cave del Predil (http://www.polomusealecave.coop/?lang=it/). 

Il mistero di un clamoroso errore
È ormai assodato che il generalissimo Luigi Cadorna e il Comando supremo non capirono i segnali che precedettero l’offensiva. È quanto scriveva nel 1930 il generale Roberto Bencivenga (dapprima uomo di fiducia di Cadorna, poi in totale rottura, al punto che fu condannato a 3 mesi di fortezza), nel suo fondamentale saggio La sorpresa strategica di Caporetto: «La verità è che le gravi conseguenze dello sfondamento iniziale sul fronte dei corpi d’armata IV e XXVII nell’autunno del 1917 dipesero tutte da una errata impostazione della battaglia da parte del Comando supremo; e non certo perché in esso difettasse la capacità, ma per la ragione che non si rese conto del piano nemico e delle forze da questo predisposte per attuarlo».

Anche i libri più recenti danno conto dei tanti segnali premonitori, a cominciare dal racconto di tanti disertori, e non si capacitano del perché Cadorna li avesse tanto sottovalutati. Nel nuovissimo A Caporetto abbiamo vinto, di Stefano Lucchini, si riporta un’antologia di brani. Quasi a senso unico. L’offensiva austriaca era più che attesa, era scontata. Lo scrittore Ardengo Soffici il 22 ottobre 1917 (due giorni prima dello sfondamento delle linee) incontrava Arturo Toscanini a Cormons e così ne scriveva: «I discorsi alla mensa sono stati pieni di buone previsioni; ma si sente che c’è per aria la solita inquietudine che precede tutte le azioni. Ciò irrita il maestro Toscanini, il quale è ancora qui con noi e non sa capacitarsi come si possa dubitare un istante sull’esito della battaglia».

Ecco, che ci fosse alle porte un grande attacco di tedeschi e austriaci assieme, nell’ottobre 1917 era un luogo comune. E si comprende: dopo il collasso della Russia zarista (in estate il governo provvisorio di Kerensky aveva ordinato un’offensiva generale che si era risolta in un disastro militare e politico), si dava per scontato che gli Imperi avrebbero tentato la spallata definitiva contro l’Italia per costringere anche noi a una pace separata. A quel punto la guerra sarebbe finita con la vittoria dei due imperatori. Di contro, gli austriaci erano sul punto di collassare anche loro. Le nazionalità oppresse erano sempre più insofferenti. Si moltiplicavano le diserzioni. E infatti Vienna aveva chiesto aiuto a Berlino.

La guerra era a una svolta, insomma. Ma Cadorna restava convinto che l’offensiva nemica sarebbe avvenuta sulla Bainsizza. E perciò il 18 settembre 1917 emanò una direttiva per la II e la III Armata, ordinando di prepararsi a contrastare l’attacco. «Il continuo accrescersi delle forze avversarie sulla fronte Giulia - scriveva il generalissimo - fa ritenere probabile che il nemico si proponga di sferrare quivi prossimamente un serio attacco, tanto più violento quanto più ingenti forze esso potrà distogliere dalla fronte russa dove la situazione sembra precipitare a tutto vantaggio dei nostri avversari».

C’è una formidabile riprova. La guerra era seguita da numerosi giornalisti che oggi definiremmo «embedded». Uno dei migliori era Rino Alessi, corrispondente di guerra per il quotidiano «Il Secolo» di Milano, direttore Giuseppe Pontremoli, voce ufficiosa di Leonida Bissolati. Socialista riformista e fondatore dell’Avanti!, Bissolati in quel frangente era un politico molto vicino a Cadorna e perciò il «suo» giornalista Alessi ebbe particolari entrature al Comando supremo. Scrive dunque Alessi nel suo libro Dall’Isonzo al Piave. Lettere clandestine di un corrispondente di guerra: «13 ottobre. In una mia precedente (si tratta di lettere private al suo direttore, che aggiravano la censura di guerra, ndr) le dissi della progettata offensiva austro-tedesca contro di noi, sull’altipiano della Bainsizza. Nel giudicare l’eventualità i pareri sono molto divisi».

L’errore
Perché questa convinzione di Cadorna, tanto ferrea quanto errata? Ce lo spiegano oggi le guide delle Cave di Predil, nelle loro conferenze di queste settimane: «Uomini, armi e sussistenza vennero spostati qui da altri fronti con uno stratagemma che eluse la sorveglianza dell’esercito italiano, che presidiava il fronte all’altezza di Plezzo. I rinforzi all’esercito austroungarico infatti giunsero a Plezzo e Tolmino trasportati in treno di notte, nascosti nella boscaglia in modo che i comandi italiani non li scorgessero e trasportati poi a piedi nell’ultimo tratto, fino al fronte.

Per illudere gli italiani che la linea del fronte si stesse smantellando invece che “armando”, durante il giorno gli austro-ungarici facevano transitare in allontanamento da Plezzo e Tolmino treni carichi di uomini e mezzi, occultando invece l’approvvigionamento che avveniva di notte. Il passo del Predil era ben sorvegliato dagli alpini italiani posizionati sul Monte Nero, conquistato il 16 giugno 1915. Gli austro-ungarici, non volendo palesare le proprie strategie, a partire dall’agosto 1917 evitarono di transitare dal passo, preferendo superare la montagna attraverso la galleria mineraria di Bretto».Passarono per la galleria di Bretto anche i proiettili d’artiglieria carichi di gas che fecero strage nel primo attacco alle trincee.

Mancava un servizio segreto all’altezza
«Nel campo strategico - scriveva ancora il generale Bencivenga - le notizie più giovevoli sono quelle date dallo spionaggio e di queste si occupa essenzialmente il cosiddetto Ufficio Informazioni. Molti grandi successi che la storia militare registra, traggono origine da un redditizio servizio di spionaggio o dalla conoscenza di cifrari coi quali si poterono conoscere tempestivamente tutti i dispositivi del nemico». Purtroppo, però, il nostro spionaggio militare fece cilecca durante la Grande Guerra.Sempre nel libro di Lucchini, si legge il seguente brano dal libro Caporetto. Diario di una guerra del maggiore Angelo Gatti, a cui Cadorna aveva affidato il compito di redigere la storia ufficiale della guerra italiana: «21 ottobre.

Voci di una grande offensiva erano, più che corroborate da fatti, per alcuni ragionamenti. C’erano in pro di questa offensiva il gran numero di disertori austriaci che da qualche giorno affluiscono nelle nostre linee, le intercettazioni, il tiro delle artiglierie che da qualche giorno si viene intensificando sulle retrovie. Ma per causa del maltempo generale, tutti i nostri aviatori non hanno visto che moderato movimento nelle retrovie nemiche. Di tedeschi, poi, non si è visto altro che un annegato, pioniere, nell’Isonzo. Il continuo spostarsi della voce offensiva, che si diceva fissata pel 12 ottobre, poi per 19, e non viene mai, aveva fatto dubitare, o sorridere della cosa. A tavola scherzavamo, dicendoci: quando verrà questa offensiva? Ora, ripeto, pare che le truppe austriache e tedesche siano al nostro fronte».

La galleria segreta
«La galleria di Bretto - si legge sulle pagine del sito www.cavedelpredil.it - si trova a 240 metri sotto il cosiddetto livello zero e, con i suoi 4.844 metri di lunghezza, 2,5 metri di larghezza e 2 di altezza, collega la miniera a Log pod Mangrtom, località slovena ubicata sul versante opposto del Passo del Predil, e che si trova a 626 metri sul livello del mare (contro i 900 metri di Cave). I lavori di costruzione della galleria cominciarono nell’agosto del 1899 e terminarono nel giugno del 1905». La sera della vigilia dell’inaugurazione furono organizzati persino i fuochi d’artificio a Cave del Predil ed a Log. Il 16 luglio 1905, dopo aver accolto il ministro imperiale per l’agricoltura, il conte Bukovy, e altri illustri ospiti, davanti alla galleria venne svolta una cerimonia con la messa.

L’impianto fu battezzato «Kaiser Francesco Giuseppe I. Hilfstollen». In suo nome furono decorati tutti i dirigenti dei lavori. L’evento si concluse con la sfilata dei minatori e con una cena di gala.La galleria era stata costruita per consentire lo smaltimento delle acque circolanti nei livelli inferiori della miniera, ma fu ampliata durante la guerra e dotata di un trenino a trazione elettrica. Ebbene, nelle settimane che precedettero lo sfondamento gli austriaci vi fecero transitare 270 mila soldati a bordo di 22 mila treni elettrici a scartamento ridotto (la cosiddetta decauville). Era pronta la sorpresa strategica del 24 ottobre. 

Negli Apple Store torna l’Ora del codice

lastampa.it
ANDREA NEPORI

Anche quest’anno l’azienda di Cupertino prende parte all’iniziativa di Code.org con sessioni quotidiane gratuite di programmazione in Swift. Disponibili anche ulteriori risorse per gli insegnanti e un nuovo Playground per iPad

A dicembre, come ogni anno, torna l’Ora del codice , una serie di iniziative globali per favorire l’apprendimento dell’informatica che coinvolgeranno alcune decine di milioni di studenti in tutto il mondo. Fra i grandi nomi che hanno aderito all’iniziativa c’è anche Apple. Per il quinto anno consecutivo l’azienda di Cupertino offrirà brevi corsi gratuiti dedicati all’avvio alla programmazione in Swift, il linguaggio con cui si scrivono le app per iPhone, iPad, Mac, Apple Watch e Apple TV. 

Le “ore” del codice Apple si terranno quotidianamente dal 4 al 10 dicembre in tutti gli Apple Store, compresi quelli italiani. Si potranno scegliere due tipologie di lezione differenti: i bambini possono imparare le basi del codice con una speciale sessione “ora dei ragazzi”, mentre gli aspiranti programmatori dai 12 anni in su sono invitati a utilizzare l’app Swift Playground su iPad per iniziare a familiarizzare con i concetti base dello sviluppo software. Nell’applicazione è disponibile un nuovo tutorial speciale che guida lo studente nella costruzione di un robot digitale.



Le sessioni in ogni caso sono aperte a chiunque voglia cimentarsi con i rudimenti del coding, senza limiti d’età: per partecipare basta registrarsi sul sito Apple . L’azienda di Cupertino offre inoltre una sessione dedicata agli insegnanti (indipendente dall’Ora del codice), che si svolge negli Store ogni martedì, per tutto l’anno. Lo scopo dell’incontro è aiutare i docenti a scoprire modi nuovi e più efficaci per inserire la programmazione nel curriculum degli allievi, fornendo loro spunti di discussione e risorse gratuite realizzate ad hoc.

Il programma didattico “Programmare per tutti ”, reso disponibile da Apple in forma gratuita, offre poi una guida “Ora del codice”. Serve a facilitare l’organizzazione di un’iniziativa indipendente - della durata di un’ora - con cui le scuole o i centri ricreativi possono aderire alla settimana dell’educazione informatica. Sul sito ufficiale dell’iniziativa è possibile scoprire tutti gli eventi che si svolgono dal 4 al 10 dicembre in Italia e nel mondo.

Apple collabora con Intel per portare il 5G su iPhone

lastampa.it
ANDREA NEPORI

I modem per le reti di nuova generazione che arriveranno sui prossimi iPhone forse porteranno il marchio del colosso di Santa Clara. Una scelta forse legata ai cattivi rapporti con Qualcomm



REUTERS

Gli iPhone con connessione 5G potrebbero portare la firma di Intel. Secondo indiscrezioni riportate da Fast Company, gli ingegneri di Cupertino sono al lavoro con i colleghi di Santa Clara per mettere a punto la componentistica che porterà la connessione cellulare superveloce sugli smartphone della Mela nel 2019 o nel 2020. Nonostante i rapporti storici di collaborazione fra Apple e Intel la scelta è tutt’altro che ovvia. Nella competizione per il 5G è in vantaggio Qualcomm, grazie al modem Snapdragon X50 presentato a ottobre 2016 . L’azienda per altro già fornisce la maggior parte della componentistica 3G e 4G per i dispositivi della Mela. Il passaggio al 5G però offre ai produttori di smartphone un’occasione irripetibile per allentare la presa di Qualcomm sul mercato.

Chiunque produca uno smartphone che si collega a Internet, oggi paga una licenza - spesso molto cara - per sfruttare le tecnologie brevettate da Qualcomm negli anni ’90. Un obbligo da cui Apple ha provato a liberarsi di recente con una causa - ancora in corso - che ha fortemente inasprito i rapporti con il produttore di chip. E il cui epilogo, a questo punto, sembra puntare ad una rinnovata vicinanza con l’altro storico colosso californiano dei microprocessori. Intel, dal canto suo, sta investendo risorse ingenti per recuperare terreno sulla concorrenza e non ripetere le scelte sbagliate dei primi 2000 che hanno portato l’azienda a sottovalutare l’importanza del mercato dei processori per dispositivi mobili. Santa Clara ha dedicato un piccolo esercito - almeno qualche migliaio di ingegneri - alla ricerca e allo sviluppo dei modem per le reti 5G: la collaborazione con Apple è una battaglia da vincere a tutti i costi.

Secondo fonti di settore gli ingegneri di Cupertino stanno lavorando con i colleghi di Intel per riuscire a integrare i modem 5G in un unico SoC (System on a Chip) che le due aziende potrebbero costruire insieme. Si tratterebbe di una nuova versione dei processori Ax di Cupertino realizzata con un sostanzioso contributo tecnico di Intel, a cui potrebbe essere demandata anche la produzione fisica del componente.

Quanti presidenti ha l’Europa?

lastampa.it
PAOLO MAGLIOCCO

Parecchi, ma nessuno può dire di essere il presidente europeo

L’Unione europea ha parecchi presidenti, ma nessuno di loro può dire di essere il presidente europeo. 
Il ministro delle finanze portoghese Mario Centeno, per esempio, è il nuovo presidente dell’Eurogruppo, eletto al posto dell’olandese Jeroen Dijsselbloem. Centeno resterà in carica per due anni e mezzo (30 mesi). Ma l’Eurogruppo è in realtà solo un organismo informale dei ministri dell’economia, come chiarisce molto bene subito il suo stesso sito internet che si occupa di discutere le questioni economiche e finanziarie per preparare incontri e summit ufficiali.

Dal 2009, dopo il Trattato di Lisbona, l’Unione europea ha un presidente del Consiglio europeo, che è considerato quanto di più vicino ci sia oggi a un vero presidente dell’Unione, dal momento che ha anche un ruolo di rappresentanza. Ma in effetti ha soprattutto compiti di coordinamento e di preparazione degli incontri. Il suo potere è sorattutto quello di stabilire di cosa si parla (dettare l’agenda).

Al suo fianco continua a esistere la figura del presidente del Consiglio dell’Unione europea, quasi indistinguibile come definizione e però molto diverso. Il presidente del Consiglio europeo, che oggi è il polacco Donald Tusk, è infatti eletto, dura in carica trenta mesi e non ha altri incarichi: fa solo quello. Il presidente del Consiglio dell’Unione europea, oggi l’estone Jüri Ratas, è scelto invece a rotazione tra i capi di governo e resta in carica solo sei mesi (è quello che spesso viene chiamato “presidente di turno”).

Poi c’è il presidente della Commissione europea, quello che dovrebbe essere una specie di primo ministro europeo, coordinando il lavoro dei Commissari incaricati di singole questioni (un po’ come i ministri a livello nazionale). Infatti è lui, eletto dal Parlamento e in carica per ben cinque anni, a partecipare agli incontri come il G7, che riuniscono i rappresentanti dei Paesi per prendere insieme decisioni, anche importanti. Il presidente del Consiglio europeo, invece, a questi incontri non ci va. Presidente della Commissione europea è il ruolo che fu di Romano Prodi e che oggi è occupato dall’ex primo ministro del Lussemburgo Jean-Claude Juncker.

Poi c’è il Presidente del Parlamento europeo. In questa legislatura è l’italiano Antonio Tajani, rappresentante del centrodestra. Prima di lui è stato il socialdemocratico tedesco Martin Schulz, oggi leader del partito in Germania. La presidenza del Parlamento, in effetti, sembra un ruolo che prepara a incarichi importanti nel proprio Paese.

Ma ci sono anche una Corte dei Conti europea e una Corte di giustizia europea (quella che deve decidere se Berlusconi possa tornare a candidarsi), ciascuna con il proprio presidente. Pure Mario Draghi è un presidente, presidente della Banca centrale europea (e non Governatore come spesso si scrive), eletto dal Consiglio europeo e in carica per otto anni con un mandato che non può essere rinnovato. Tra tutti, forse è il presidente con maggiore potere reale. 

Truffe e frodi online sono la nuova piaga del crimine: ecco i pericoli maggiori

lastampa.it
CAROLA FREDIANI, DAVIDE MANCINO

In Italia crescono le denunce di reati informatici: Milano, Bologna, Genova e Napoli in prima linea

Nel 2016 le denunce per truffe e frodi informatiche in Italia hanno toccato un nuovo picco storico, arrivando a 250 ogni 100mila abitanti e registrando una crescita di oltre il 50% rispetto al 2010 – primo anno per cui l’Istat fornisce statistiche in merito. Si tratta di un trend in continua ascesa che, a parte un rallentamento nel 2014, segnato più che altro dal confronto con l’impennata del 2013, negli ultimi due anni ha ripreso a salire. In particolare truffe e frodi informatiche sono al quinto posto per numero di denunce, più di furti d’auto, minacce e lesioni, e in misura ancora maggiore rispetto ai reati legati agli stupefacenti.

I dati - spiega la stessa Istat a La Stampa - arrivano già aggregati dal Ministero dell’Interno e non dettagliano il tipo di attacco informatico, includendo solo alcuni articoli del codice penale su truffe e frodi informatiche a prescindere dall’eventuale compresenza di altri reati. Ciò non aiuta a definire con chiarezza i singoli fenomeni cybercriminali raccolti in queste denunce. Attacchi di phishing (invio di email fraudolente per rubare credenziali, infiltrare un sistema, sottrarre denaro) possono integrare più reati assieme. Lo stesso vale per un ransomware, un virus del riscatto.

Secondo una fonte investigativa che si occupa di reati informatici interpellata da La Stampa (e che chiede l’anonimato), è probabile che in quei dati sia elevata la parte di truffe subite dagli utenti che comprano o vendono oggetti online, sui siti di annunci, perché nelle procure hanno effettivamente assistito a una crescita di segnalazioni al riguardo. Anche il phishing o le truffe originate dal phishing potrebbero finirci. Come raccontato in una inchiesta de La Stampa , nel nostro Paese si sono diffuse anche truffe in cui gli attaccanti, dopo aver inviato proprio una mail fraudolenta ed essersi interposti nelle comunicazioni mail, hanno svuotato i conti di aziende, intercettando i pagamenti dovuti ai fornitori (attraverso una richiesta di cambio di IBAN).

Da notare anche il dato sui Delitti informatici, più in basso in classifica ma pur significativo, che dovrebbe includere attacchi informatici in senso stretto, accessi abusivi, danneggiamenti, ecc. Altro elemento interessante è quello geografico. L’aumento delle denunce è stato forte in molti grandi Comuni, ma spiccano in particolare Milano, Bologna, Genova e Napoli, dove il numero è andato crescendo quasi costantemente dal 2011. In particolare, per le prime tre città e soprattutto per quella ligure.

Oltre a farci capire quanto spesso questi reati vengono denunciati, i numeri ci consentono di avere un’idea – un po’ sommaria – anche di quanto si riesca a contrastare il fenomeno. Negli archivi, in aggiunta a tutte le altre informazioni, viene registrato quanto spesso un presunto autore del reato sia individuato entro l’anno della denuncia. Scopriamo così che truffe e reati informatici sono crimini per cui assai di rado le vittime ottengono una giustizia rapida: storicamente solo il 17-18% delle denunce porta a scoprire rapidamente gli autori, e come spesso accade anche per altri crimini più passa il tempo meno diventa probabile risalire ai responsabili. Da questo punto di vista il 2016 appare come un anno particolarmente negativo: la fetta di denunce che arrivano poi a individuare presunti autori è calata al minimo da diversi anni a questa parte.

Tuttavia anche in questo caso il dato va interpretato. “Anche se sembra bassa la percentuale del 17 per cento, bisogna tenere conto della complessità di identificare un autore di un reato informatico”, commenta a La Stampa Giuseppe Vaciago, avvocato esperto in diritto penale societario e delle nuove tecnologie. “In questa prospettiva il dato non sembra nemmeno così basso. Sarebbe interessante capire se include anche casi di “insider threats”, ovvero quei reati di furto di conoscenze e proprietà intellettuale commessi dai dipendenti che lasciano l’azienda per una sua concorrente portando con loro in dote segreti industriali di particolare rilevanza”. E dove è più facile identificare chi ha commesso l’illecito.

Per altro queste cifre si riferiscono a presunti autori di reato, a indagati, che ancora non hanno terminato l’iter processuale e che potrebbero risultare estranei ai fatti. Più in generale, va anche ricordato che stiamo parlando solo di reati denunciati alle autorità – non di quelli effettivamente commessi in Italia. Nel caso di truffe e frodi informatiche, poi, questa è una distinzione ancora più significativa, perché si tratta di crimini che non sempre vengono portati all’attenzione di magistratura e forze di polizia. Vuoi perché non sono considerati abbastanza gravi da giustificare lo sforzo necessario a denunciare. O perché si pensa che serva a poco. Inoltre a volte le stesse aziende non segnalano una violazione informatica perché temono ripercussioni sulla reputazione e non solo.

Eppure dati chiari, completi, circostanziati sulla cybercriminalità e i suoi effetti in Italia sarebbero molto utili. Ora qualcosa potrebbe cambiare proprio dal maggio 2018. “Il nuovo regolamento sulla privacy, il GDPR, introducendo l’obbligo di segnalare un data breach, cioè una violazione di dati, da parte delle organizzazioni, ci permetterà di avere un cambio di paradigma”, commenta ancora Vaciago. “In pratica emergerà una parte del sommerso”.

Mussolini era solo mio nonno

ilgiornale.it




Da questa estate la solfa dell’antifascismo militante è ritornata a farsi sentire con un certo stordente accanimento e una perentorietà di principi nella logica solita di un asfittico manicheismo: il Bene da una parte (la loro) e il Male (quello ‘assoluto’) dall’altro.

Eppure, in tanti stanno cadendo in questa trappola, nonostante le esperienze passate avrebbero dovuto plasmarci e renderci immuni dal vacuo dibattito finto-ideologico. In questo calderone mediatico in cui, un giorno sì e l’altro pure, ci si occupa di ragazzotti in bomber e teste rasate che irrompono in una riunione privata, di una bandiera posta al muro di una caserma dei carabinieri (bandiera neonazista? o magari una Reichskriegsflagge? oppure ancora vessillo guglielmino-bismarckiano?) anche i più avveduti fanno una figura da pivellini.

Perché sono tutti lì, a rimestare nel torbido, senza che nessuno abbia il coraggio di dire che a pagarne le conseguenze dovrà essere il singolo carabiniere, il singolo naziskin, e che perciò sarebbe più utile, per tutti, di occuparsi di vicende tremendamente più serie.I teatranti della politica e del giornalismo, al contrario, sguazzano in questo putridume e sono capaci di riproporci con inaudita attualità la trita e ritrita vicenda del ‘fascismo prossimo venturo’, del pericolo del radicalismo di destra, del nascente neonazismo.A questo fronte patologico bisognerebbe rispondere scegliendo solo due strade: 1) mettere in piedi un serio dibattito pubblico sul Ventennio, a fronte di studi storiografici oramai variegati e esaurienti; 2) sorridere con sarcasmo e non partecipare ad alcuna diatriba televisiva di basso spessore culturale, offensiva per i partecipanti e per chi assiste da telespettatore.

E invece cosa accade? In un contesto irreale come quello appena citato, accade che la onorevole Alessandra Mussolini dichiari nell’anno domini 2017 (mese di dicembre): <<Mi sento perseguitata per il mio cognome>>. Tale dichiarazione ha avuto però un corredo di giustificazioni. Si è detta, la parlamentare, non più disposta a sostenere inutili e disturbanti dibattiti televisivi su questioni obsolete. Le avevamo creduto, sbagliando. Il giorno dopo era già in una nota trasmissione domenicale de La7, a commentare la vicenda dei naziskin che irrompono nella riunione privata, e da lì, una volta che le pressioni e le domande dei suoi interlocutori si facevano più pressanti, a districarsi tra i gangli di un confronto surreale ribadendo che ‘’la sua’’ è sempre e solo una difesa del nonno. Un fatto di famiglia insomma, una difesa di un parente come può capitare ad ognuno di noi.

Tiene infatti a ribadire che quando va a Predappio a pregare sulla tomba del nonno e degli altri parenti non pensa alle contaminazioni di carattere politico. Si reca in quel posto come facciamo tutti noi il 2 novembre quando recitiamo qualche preghiera sulla tomba dei defunti. Sentimento comprensibile e legittimo sul piano personale, probabilmente genuino e intriso di umanità. Resta però la questione di fondo: la signora Alessandra è in Parlamento perché suo nonno si chiamava Mussolini Benito e non Pinco Pallo o Gennarino Esposito.

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Quando poco più che ragazzo passavo intere nottate (che diventavano settimane) ad attaccare fino all’alba manifesti col quel cognome in caratteri cubitali e ‘Alessandra’ talmente piccolo che neanche i microscopi della Nasa sarebbero riusciti a percepirne le prime lettere, lo facevo per Mussolini (Benito) e non per ‘un nonno’ di una graziosa, intelligente e bella signorina. E lo facevo per quello slogan (‘Il ritorno di fiamma’) che era tutto un programma di liberazione e di rinascita per un mondo di reietti tenuti fuori dall’arco costituzionale e non solo. Non pensavo a dittature, colpi di Stato, marce su Roma e cose simili ma ad una possibile rivoluzione conservatrice.

Capisco i tormenti, le pressioni, gli attacchi subiti dalla sua famiglia nei decenni successivi ma quando ormai tutto è storicizzato, e nessuno crede più che possa ritornare il fascismo tranne coloro i quali aizzano gli italiani in maniera strumentale paventando futuri scenari plumbei, …ecco che, proprio allora, bisognerebbe liberarsi dalla zavorra ed avere coraggio. Proprio allora, sia in dibattiti pubblici che in situazioni similari, essendo il fascismo un fatto storico (e storicizzato), bisognerebbe essere temerari e scegliere, tra le tante, solo due opzioni: o sostenere un’articolata analisi sull’intero fenomeno, o evitare di andare in pellegrinaggio per talk show confessando che lo si fa per difendere la memoria di un parente stretto e quindi rinunciando al contraddittorio.

Tutto qui. Alla fine, rimane l’amaro in bocca e una disillusione mista a rabbia. Due decenni di vita personale e collettiva dove poco o nulla è cambiato e che lasciano in eredità ammonimenti e tirate moralistiche da Fiano e compagnia cantando, come se si vivesse negli anni Settanta. Una ritorno al passato, senza dubbio. Al passato più buio e sterile. Ma non più ‘un ritorno di fiamma’, cara Alessandra.

Vita e morte di Patrick Il condannato che batté l'ultima ghigliottina

ilgiornale.it
Gaia Cesare

Nel '77 il processo che "abolì" la pena capitale. E il suo legale divenne ministro della Giustizia



Per salvarlo, il suo avvocato si rivolge alla giuria chiedendo di «non tagliare in due un uomo vivo».
Un'arringa che diventa memorabile. Così Patrick Henry scampa alla ghigliottina. È il 1977 e la Francia non ha ancora abolito la pena di morte. Lo fa quattro anni più tardi, grazie a quell'avvocato che diventerà poi ministro della Giustizia al fianco di François Mitterand. Per questo la storia di Patrick Henry è da sempre la storia dell'uomo simbolo della fine della ghigliottina in Francia.

Il sipario è calato definitivamente su di lui domenica, quando uno dei protagonisti più controversi della storia d'Oltralpe si è spento a Lille, per un cancro, all'età di 64 anni. Da allora - e sembra incredibile siano passati solo quarant'anni - la Francia ha detto addio allo strumento punitivo più crudele e spettacolare della sua barbarie. Henry è uscito di cella a settembre, ottenendo la sospensione di pena per motivi di salute. Ha passato 40 anni in carcere per un delitto che i francesi, in realtà, non gli hanno mai perdonato.

Ha strangolato con le sue mani il piccolo Philippe Bertrand, 7 anni, dopo averlo prelevato da scuola per chiedere un riscatto. Nascosto il corpo del bambino sotto il letto di una stanza d'albergo, Henry chiede pubblicamente (e impudicamente) la morte per gli assassini, prima che si scopra che lo spietato assassino è lui. Ma il processo ai suoi danni si trasforma in un processo alla pena di morte. Grazie al legale Badinter, poi divenuto ministro, Henry diventa il simbolo di una pena barbara che nemmeno i genitori del piccolo avrebbero mai voluto per il killer del loro bambino. Così, nonostante quattro mesi prima, a giugno, l'imputato Christian Ranucci venga giustiziato per lo stesso crimine, Henry scampa d'un soffio la ghigliottina.

Quattro anni dopo, quando Mitterand conquista l'Eliseo e porta Badinter alla Giustizia, la Francia dice addio alla pena di morte. Il 62% dei francesi in realtà è favorevole ma la gauche tira dritta per la sua strada. Un cammino senza ritorno per la Francia. Per Henry, invece, una parabola che non riuscirà mai a regalargli il volto del redento. Perché nonostante nel 2001 sia riuscito a ottenere la libertà condizionata come detenuto modello, l'anno dopo torna in carcere. Sorpreso prima a rubacchiare e poi in Spagna con dieci chili di cannabis in auto. Di prigione da allora non è mai più uscito, tranne che il mese scorso per motivi di salute.

1977-2017: la Francia seppellisce con la morte di un simbolo anche un pezzo della propria storia, sotto la presidenza di Valéry Giscard d'Estaing. L'ultima condanna con il taglio della testa è del 10 settembre di quarant'anni fa, ai danni di Hamida Djandoubi, un immigrato tunisino di 27 anni condannato per aver torturato e ucciso l'ex compagna. È l'ultimo tragico atto nel Paese che con Joseph-Ignace Guillotin ha dato alla ghigliottina anche il nome. E l'ha esportata nel mondo dopo averla trasformata nel simbolo della sua Rivoluzione. Con le teste di Luigi XVI e Maria Antonietta che rotolano davanti agli occhi del popolo sovrano il 21 gennaio 1793.

Cosa significa essere poveri in Italia?

lastampa.it
paolo magliocco

Dice l’Istat che un italiano su cinque è a rischio povertà: ecco come funziona il calcolo



L’Istat ha pubblicato i risultati di una indagine dalla quale risulta che il 20,6 per cento degli italiani, uno su cinque, sono a rischio di povertà: non ancora davvero poveri, ma corrono il pericolo di diventarlo da un momento all’altro. La percentuale è in aumento rispetto all’anno precedente e non era mai arrivata a questo livello almeno negli ultimi dieci anni. Definire che cosa sia la povertà non è affatto semplice e infatti il rischio di povertà è solo uno degli indicatori che l’Istat utilizza per capire un fenomeno assai complesso. In questo caso economisti e statistici calcolano un valore di riferimento. Se in una famiglia entra meno del sessanta per cento di questo valore, la famiglia è a rischio.

La formula vale in tutta l’Europa, ma siccome il calcolo si basa sul reddito di ciascun Paese, chi è considerato a rischio di povertà in Italia potrebbe non esserlo con lo stesso reddito in Grecia o in Portogallo, dove si guadagna meno. Fatti i calcoli, la soglia di povertà per il 2016 è stata fissata in Italia dall’Istat a 9748 euro, che significano 812 euro al mese. Se in una famiglia non entra nemmeno questa cifra, vuol dire che è a rischio. La percentuale di coloro che si trovano in questa situazione, come si è detto, ha superato il 20 per cento ed è molto più alta al Sud, ma la situazione nell’ultimo anno è peggiorata soprattutto nel Nord-Ovest. Ci sono almeno altri due indici usati spesso dall’Istituto di statistica per definire chi è in grave difficoltà economica: l’indice di povertà assoluta e quello di povertà relativa.

La soglia di povertà relativa è calcolata in modo simile al rischio di povertà, ma guardando solo alle spese per i consumi. Rispetto al reddito non si tiene conto, per esempio, di quello che alcune famiglie riescono a risparmiare. Più o meno l’idea è che se una famiglia non sia in condizione di spendere gli stessi soldi che in media le altre famiglie spendono, è considerata sulla soglia della povertà relativa. La cifra in questo caso viene corretta in base al numero delle persone che vivono insieme. Per il 2016 è stata fissata a 636 euro al mese per chi vive da solo, a 1061 euro per una coppia, a 1411 euro per una famiglia di tre persone che salgono a 1730 se si è in quattro e a 2016 euro quando a dover pagare l’affitto, le bollette, mangiare e vestirsi con questi soldi sono cinque persone. Le famiglie in povertà relativa sono circa una su dieci, che salgono a quasi a una su tre quando si è in cinque.

La soglia di povertà assoluta è molto diversa. In questo caso quello che si cerca di capire è se le famiglie siano in grado di comprare il minimo indispensabile per vivere. È un calcolo molto più difficile. Viene costruito un elenco (paniere) di beni considerati necessari, si controllano i loro prezzi nelle diverse zone dell’Italia, poi si vede se le spese per i consumi delle famiglie sarebbero sufficienti per comprare almeno queste cose tenendo conto, anche in questo caso, del numero delle persone che vivono nella famiglia. Così per esempio una persona sola tra i 18 e i 60 anni è considerata in situazione di povertà assoluta se non può permettersi di spendere 554 euro in un piccolo Comune del Sud, che diventano 817 euro in una grande città del Nord, mentre una famiglia di quattro persone in una città di medie dimensioni del Centro Italia deve poter fare acquisti almeno per 1527 euro al mese.

L’anno scorso in situazione di povertà assoluta, cioè sotto quest soglie di spesa, si trovavano in Italia 4 milioni e 742 mila persone riunite in 1 milione e 619 mila famiglia: una famiglia su tredici è nella povertà assoluta, una su dieci se si guarda solo al Sud.

Piccolo vademecum di sicurezza sulle luci per l’albero di Natale

lastampa.it
lorenzo fantoni

Per evitare di rovinarsi le feste, meglio stare attenti a come addobbare, l’abete, il presepe e balconi. Qui vi spieghiamo come



Le lucine sono un elemento immancabile per un albero di Natale che si rispetti o per rendere il balcone un evidente simbolo di quanto sentite l’atmosfera delle festività. Tuttavia, è fondamentale stare attenti perché la voglia di risparmiare qualche euro rischia di costarne molto di più se si utilizzano luci natalizie non a norma. Una decorazione di scarsa qualità e priva dei requisiti minimi di sicurezza può infatti innescare un incendio che plastica, muschio del presepe e carta da regalo possono alimentare, con conseguenze che possiamo ben immaginare.

Per questo motivo IMQ, il più importante ente italiano per la certificazione di qualità e sicurezza degli impianti a stilato un piccolo vademecum su come scegliere le luci giuste. Innanzitutto, è bene preferire luci a led, che forse non saranno calde come quelle tradizionali e non si possono sostituire singolarmente se rotte, ma scaldano molto meno e sopportano meglio umidità e vibrazioni. Poi è importante evitare di acquistare prodotti di cui non siete sicuri. Sì è vero che il prezzo può essere invitante, ma spesso se qualcosa costa poco ed è sul bancone di un negozietto che non è famoso per la sua qualità un motivo c’è.

Controllate che il prodotto riporti sull’etichetta il marchio di fabbrica, il nome dell’azienda produttrice/importatore, la marcatura CE (attenti che non sia “China Export”), che sia dotato di istruzioni in lingua italiana e che riporti la specifica se si tratti di prodotto per uso interno e/o esterno. Quando utilizzate luci dell’anno passato, controllate che il filo e la spina siano ancora in buono stato e ricordatevi che se dovete collegare più luci è meglio avere una ciabatta che una spina multipla sulla presa di corrente. Se ci fossero lampadine rotte e il modello prevedesse una sostituzione, fatelo solo con quelle contenute nella confezione, altrimenti meglio ricomprare tutto.

Nel caso decidiate di utilizzare un albero vero, non appoggiate la presa multipla sul terriccio, per evitare anche il minimo rischio di una dispersione elettrica. Infine, evitate di uscire di casa lasciando le luci dell’albero accese, per quanto l’effetto possa essere bello dalla finestra, non ne vale la pena.

La guerra per l’acqua del Nilo che coinvolge anche l’Italia

ilgiornale.it
Lorenzo Vita

Vecchia_diga_assuan

Tra Egitto ed Etiopia rischia di scatenarsi una vera e propria guerra per l’acqua in cui c’è di mezzo anche l’Italia. Il motivo della contesa è il progetto di quella che sarà la diga più grande dell’Africa, che il governo etiope chiama “Grande diga del rinascimento etiope” e che sarà costruita dalla Salini Impregilo, colosso italiano delle infrastrutture complesse, sul Nilo Azzurro . La diga, che avrà la lunghezza di 1,8 chilometri e l’altezza di 155 metri, è considerato uno dei progetti infrastrutturali da parte del governo di Addis Abeba, che non solo dimostra a tutta regione del Corno d’Africa di essere il Paese più avanzato e con il tasso di crescita più alto, ma che sarà anche il pilastro che sorreggerà il progetto di un’enorme centrale idroelettrica da 6mila megawatt.

Insomma, il governo di Addis Abeba considera la scelta di costruire questa infrastruttura come base fondamentale su cui consolidare la propria espansione economica e industriale, oltre che avere a disposizione risorse idriche ottimizzate e fruibili a tutta la popolazione. E per diventare, inoltre, un Paese produttore ed esportatore di energia elettrica. Se però l’Etiopia considera questa diga come un passaggio ineluttabile per la propria crescita, i governi del Sudan e in particolare dell’Egitto sembrano avere delle idee completamente diverse. In particolare l’Egitto, il cui presidente Al Sisi ha definito la gestione dell’acqua come “questione di vota o di morte” ed ha confermato di considerare la disponibilità idrica del Nilo come un tema di sicurezza nazionale.

E la discussione non sembra destinata a risolversi nel breve termine perché la scelta di contrattare sulle quote di acqua disponibile per gli Stati che riceveranno il flusso che passerà attraverso la diga è considerato di vitale importanza per le economie locali. L’agricoltura egiziana vive grazie al Nilo da millenni e non ha altre fonti d’acqua di grandi dimensioni. Come riporta Agi, l’Egitto riceve una quota annuale d’acqua pari a 55,5 miliardi di metri cubi e goni anno nel fiume ne scorrono 88. Con il progetto della diga, il rischio è che il governo etiope possa abbassare ulteriormente la quota d’acqua garantita, possedendo, di fatto, una leva di fondamentale importanza per lo sviluppo egiziano.

E non a caso a novembre al Sisi aveva già avvertito Addis Abeba con toni amichevoli ma molto decisi: “Valutiamo positivamente le necessità di sviluppo dei nostri amici e fratelli in Etiopia ma siamo in grado di proteggere la nostra sicurezza nazionale e l’acqua per noi è una questione di sicurezza nazionale. Punto.” La risoluzione non è dietro l’angolo perché nessuno vuole fare un passo indietro. Al Sisi parla di “questione di vita o di morte”, ma lo ha detto anche  il ministro degli Esteri etiope in risposta al presidente egiziano, usando le stesse parole del leader del Cairo. E con le parole del ministro degli Esteri, sono arrivate anche le parole del ministro dell’Irrigazione dell’Etiopia, Seleshi Bekele, che ha dichiarato che “la costruzione non si è mai fermata e non si fermerà”, e ha continuando dicendo:

“Non siamo preoccupati da quello che pensa l’Egitto, l’Etiopia intende beneficiare delle proprie risorse idriche senza recare danno a nessuno”. Finora c’è stato un approccio diplomatico, ma il tema non sembra affatto di poco conto. L’acqua è una risorsa strategica di primaria importanza per qualunque Stato, specie per Paesi africani dove essa ha una distribuzione inferiore. Un Paese con la possibilità di bloccare, potenzialmente, il flusso di un fiume come il Nilo Azzurro, ha una capacità negoziale decisiva. E questo tema è particolarmente sentito fra due Stati come Egitto ed Etiopia (il Sudan è interessato ma ha un potere contrattuale ancora inferiore) che si contendono quote di mercato importanti sul fronte dell’Africa occidentale e nordoccidentale.

Addis Abeba cresce a ritmi molto alti, soprattutto per gli enormi investimenti cinesi, mentre l’Egitto ha un’instabilità latente in cui una crisi idrica o agricola può far di nuovo scoppiare una crisi politica molto seria. In gioco c’è l’equilibrio di una regione già di per sé fragile e complessa, dove l’Italia, fra l’altro, può dire la sua. I legami diplomatici con l’Etiopia uniti alla presenza di Salini Impregilo come società appaltatrice sono ottime basi da cui l’Italia può trarre un ruolo di mediazione tra Addis Abeba, Il Cairo e Khartoum.

Simone Dalla Valle: sette motivi per non regalare un cane a Natale

lastampa.it
FULVIO CERUTTI

L’educatore cinofilo: «Non è un oggetto. È un cambiamento di vita importante»



Dai trenini alle bamboline, dai giochi elettronici a un libro. Sono tanti i regali di Natale ricevuti quando eravamo bambini e che sono rimasti nella nostra memoria. Quasi tutti però, dopo qualche anno, finiscono in soffitta. Dimenticati in qualche scatolone impolverato. Proprio per questo regalare un cane a Natale è una scelta da ponderare molto bene. «Non è un oggetto, ma un cambiamento di vita. Qualcosa che deve essere fatto coinvolgendo tutta la famiglia.

Già il fatto che lo si “regali” può sbilanciare sin dall’inizio la relazione fra il bambino e il cane. Il piccolo umano può interpretare il regalo come un qualcosa di dovuto, di cui è proprietario. Mentre il cane, cucciolo o adulto che sia, è un essere vivente con cui condivideremo la nostra quotidianità per molti anni» ci dice Simone Dalla Valle, educatore cinofilo, autore di libri e conduttore del programma tv “Missione cuccioli”. Con lui abbiamo cercato di raccogliere sette buoni motivi per non regalare un cane come regalo di Natale.

1. Serve un piano condiviso
Il cane non deve essere solo un regalo, ma soprattutto non deve essere una sorpresa da “scartare” sotto l’albero. È una decisione che deve essere presa coinvolgendo tutta la famiglia e sapendo che tutti dovranno prendersene cura. Un percorso da intraprendere molto prima di Natale: un cane non si regala, ma bisogna farne la giusta conoscenza. 

2. Scegliere il cane giusto
Film, serie tv e pubblicità ci fanno innamorare dei cuccioli. Quando si guarda un quattrozampe scodinzolante che corre e si inciampa dietro rotoli di carta igienica è difficile non innamorarsene. Ma è il cane giusto per noi? Quell’animale crescerà, e non poco. Quello della pubblicità dei rotoloni è un Labrador e da grande peserà fra i 25 e 36 chili. Non proprio un Chihuahua. Pensateci bene: sia che lo acquistiate o che lo adottiate, fatevi un “esame di coscienza” e cercate di capire come è la vostra vita. Non quella dei giorni di riposo delle vacanze, ma quelli veri con mille impegni. Oggi è un cucciolo, fra qualche mese sarà un cane adulto.

3. Uno spazio che il cane possa chiamare casa
Guardatevi intorno e cercate di immaginare se al vostro futuro cane piacerà casa vostra. Avrà spazio sufficiente? E non ci riferiamo solo ai centimetri quadrati della sua cuccia. Ma a molti altri aspetti. Un esempio? L’arredamento: se siete collezionisti di oggetti in vetro o porcellana, è meglio che questi possano avere dei luoghi sicuri in cui poter essere custoditi. Piccoli accorgimenti per vivere tutti più sereni.

4. Le feste di fine anno sono un periodo stressante
Quando un cane entra nella vostra casa, soprattutto se è un cucciolo, ha bisogno di conoscere il nuovo mondo che lo circonda. Ha bisogno di capire la sua nuova famiglia e di ricevere le prime fondamentali indicazioni educative. Il periodo natalizio è invece un periodo pieno di stimoli che alla fine possono essere fonte di distrazione e stress. Negli ultimi giorni dell’anno gli umani si concedono vizi, a tavola e nei comportamenti quotidiani, che poi in realtà spesso poi non continuano, mentre possono rimanere impressi nel cane disorientandolo. Senza poi parlare del Capodanno dove sicuramente non dovrete lasciarlo solo a combattere la paura per i botti.

5. È un periodo freddo
Il cucciolo è un animale molto fragile. E chi lo fa per business questo aspetto spesso non lo prende in considerazione: l’importante è che il desiderio di Natale venga esaudito. Però gli ultimi giorni dell’anno cadono in pieno inverno. Rompere questa tradizione commerciale sarà un po’ meno di moda, ma molto importante per il bene degli animali.

6. Il Natale alimenta un business non sempre sano
Sono molti gli allevatori che fanno il loro lavoro con serietà e professionalità. Ma spesso la corsa al regalo natalizio spinge molte persone ad atteggiamenti criminali: avere un cucciolo per Natale significa che le cucciolate devono essere ben calcolate e in questi giorni si moltiplicano i sequestri dei traffici illegali, soprattutto dai Paesi dell’est. Cagnoline usate come se fossero macchine per produrre, cuccioli caricati in macchina senza alcun controllo medico. E poi arriva il dramma: qualche mese dopo Natale si riscontrano problemi fisici, spesso così gravi da portare alla morte.

7. Una questione di costi
Aprire le porte di casa a un animali comporta una serie di costi che non si possono non considerare. Al di là della spesa per l’acquisto di un cane di razza (spesso elevata... se pensate di fare un buon affare, allora vuol dire che c’è qualcosa che non va.. leggete il punto precedente). Adottato o acquistato, il quattrozampe cresce e con lui le esigenze di controlli e cure veterinarie: negli ultimi anni sono in molti ad aver portato cani di razza pura ai canili perché, con la crisi economica, costavano troppo. Lui farà parte della vostra famiglia, e, si spera, almeno per 10-15 anni. Non può essere considerato solo un costo. Meglio pensarci prima.

8. Un percorso pieno di responsabilità
Per un bambino crescere con un cane è un’esperienza meravigliosa: riuscire a comprendere il suo mondo permetterà al piccolo umano di acquisire maggiore sensibilità e senso di responsabilità. Dalle cose più semplici a quelle più importanti: bisognerà mettersi la giacchetta e andare a portarlo a fare una passeggiata anche quando fa freddo; raccogliere le sue feci; imparare a capirne il carattere ed educarlo. Soprattutto questo ultimo aspetto diventa fondamentale: spesso si vedono bambini che corrono con i cuccioli, li riempiono di stimoli senza dare loro regole ed educazione. Se da grande avrete un cane correre ovunque e non ascolterà le vostre indicazioni, non date la colpa al quattrozampe. Se avrà dei problemi comportamentali con i bambini, dovrete ripensare a quanto fatto nei primi mesi di convivenza.

E allora che cosa fare?
Se vostro figlio vuole un cane, esiste un’ottima soluzione per metterlo realmente alla prova: basta telefonare al canile rifugio più vicino, spiegare ai volontari i desideri del piccolo umano e chiedere se potete dare una mano. Spesso è possibile affiancarli nelle passeggiate. Parlare con i volontari e farsi raccontare le esperienze delle altre persone: chi lavora in canile vorrebbe trovare una casa a tutti gli animali ospitati, ma prima di darli in adozione vogliono sincerarsi che possa davvero trovare una buona famiglia. Essere riportato indietro per il cane è un’esperienza di abbandono molto difficile da superare.

Un bel gesto potrebbe anche essere quello di portare coperte o cibo, i canili ne hanno sempre bisogno.

Se il cibo scaduto si può mangiare

lastampa.it
vittorio sabadin

I cibi oltre la data consigliata spesso sono ancora commestibili Una pratica che evita sprechi



Co-op, la cooperativa di consumatori britannici che ha come soci quattro milioni di persone, ha deciso di realizzare nei suoi supermercati una corsia speciale in cui venderà per un mese a prezzo molto scontato i cibi che hanno superato la data consigliata per il consumo. Le associazioni che si battono contro lo spreco di prodotti alimentari esultano: nel Regno Unito si butta via ogni anno la quantità record di 110 chili di cibo per abitante, più che negli Usa, che si fermano a 109. L’Italia non va però molto meglio, con 108 chili a testa.

Da anni gli esperti indipendenti dell’industria alimentare denunciano le pessime abitudini dei produttori, che fanno scrivere su ogni confezione «Da consumarsi preferibilmente entro il…» La frase spaventa i consumatori, facendo loro pensare che ignorare il consiglio sia pericoloso. Questo avviso è una cosa ben diversa dalla data di scadenza, che va invece osservata con maggior rigore, e si ritiene che sia utilizzato con frequenza proprio per spingere la gente a buttare via cibo ancora buono per comprarne altro.

Alla Co-op britannica, le cui linee guida sono concordate con le sue migliaia di piccoli azionisti, hanno così deciso che i prodotti in scatola e i prodotti secchi, che non hanno praticamente scadenza, saranno venduti fino a un mese dopo la data indicata nella frase “… preferibilmente entro”. E’ solo l’inizio: molti altri prodotti che non scadono mai o che hanno proprietà di conservazione elevate raggiungeranno presto gli scaffali.

L’elenco dei cibi da salvare potrebbe diventare molto lungo. L’ossessione per l’igiene alla quale siamo ormai abituati ci spinge infatti a gettare via molti prodotti che non hanno più un aspetto «fresco», anche se continuano a essere perfettamente commestibili. Consideriamo nemici tutti i batteri, mentre invece solo una piccola parte dei microrganismi che ingeriamo è pericolosa. La maggior parte serve alla digestione, a controllare le calorie che assorbiamo, a produrre enzimi e vitamine. Un po’ di crosta sul formaggio stagionato o una macchia scura su una banana non dovrebbero dunque spaventarci.

Secondo i calcoli della Institution of Mechanical Engineers inglese, nel mondo vengono buttate via ogni anno 1,3 miliardi di tonnellate di cibo. La Fao pensa che siano un po’ meno, circa 630 milioni di tonnellate, una quantità comunque impressionante. Per produrre quel cibo si consuma l’acqua che scorre in un anno nel fiume Volga, si utilizzano 1,4 miliardi di ettari di terreno e si immettono nell’atmosfera 3,3 miliardi di tonnellate di CO2

. L’Italia fa la sua parte con 20 milioni di tonnellate di cibo sprecato, per un valore di 8 miliardi di euro che potrebbero essere spesi meglio. Complessivamente, una quota fra il 30 e il 50% del cibo prodotto nel mondo occidentale viene buttata via e quella che finisce in pattumiera potrebbe da sola sfamare l’intera Africa sub-sahariana. La colpa è anche delle date di scadenza troppo rigide e delle promozioni che nei supermercati spingono la gente a comperare cibi di cui non ha bisogno.Ci sono poi le normative di conservazione, che complicano la procedura di trasferimento del cibo alle charity che potrebbero distribuirlo ai bisognosi. In Italia, una legge all’avanguardia chiamata “del Buon Samaritano”, approvata nel 2003 grazie alle insistenze della Fondazione Banco Alimentare, rende più facile raccogliere cibo.

Ma perché le cose cambino davvero, tutto deve cominciare dalle famiglie, che dovrebbero ritrovare quello spirito nato durante la II guerra mondiale e trasmesso per un po’ alle generazioni successive, secondo il quale buttare il cibo non è solo un peccato: è proprio una stupidaggine. 

Bandiera neonazista, la reazione del delegato del Cocer: “Si sta crocifiggendo un ragazzetto di vent'anni per niente”

repubblica.it
Stefano Baldolini

"Sarà fatta chiarezza sulla vicenda che ha coinvolto il Carabiniere, studioso e amante della storia, esempio da seguire". All'HuffPost il brigadiere Antonio Serpi


ANSA
Il fermo immagine tratto da un video di "Il sito di Firenze" pubblicato su Youtube mostra la bandiera utilizzata in tutta Europa da gruppi neonazisti in una camerata della caserma del VI battaglione carabinieri Toscana.

Arriva la reazione di un autorevole rappresentante dei lavoratori dell'Arma sulla vicenda della bandiera utilizzata dai gruppi neonazisti fotografata nella caserma Baldissera di Firenze. "Si sta crocifiggendo un ragazzetto di vent'anni per niente", tuona il rappresentante della linea mobile del Co.Ce.R., il brigadiere Antonio Serpi, ascoltato dall'HuffPost. Per Serpi si è trattato di un "accanimento mediatico alimentato da una politica più vicina ai voti che alle esigenze reali". Inoltre: "Il diritto può sanzionare condotte non intenzioni, per quelle ci sono i salotti. Questo è quanto accaduto al giovane carabiniere condannato nei salotti cosiddetti intellettuali".

Al collega "è stato detto di tutto: nazista, ignorante, xenofobo... solo in virtù di una mera opinione individuale che in poco tempo è diventata collettiva, senza approfondimento alcuno". In questo senso, continua il delegato del Cocer, "sarà fatta chiarezza sulla vicenda che ha coinvolto il giovane, studioso e amante della storia, esempio che dovrebbero seguire in tanti". Serpi ricorda che "è espressamente vietato fotografato obiettivi sensibili, col rischio di esporre anche lo stabile e il collega a eventuali ritorsioni".

"Abbiamo forse dimenticato, presi dalla caccia al "giovane scoop", che esiste l'articolo 260 del Codice Penale che vieta l'acquisizione di informazioni all'interno delle installazioni militari? Beh allora è il caso che, in momenti di particolare esposizione al rischio terrorismo, noi tutti, vertici in primis, rammentassimo questo particolare, che, a differenza dell'interpretazione individuale di una bandiera, trova ragione giuridica!"

Per il delegato del Cocer "è ora di smetterla! È ora di rivendicare la tutela della nostra immagine impugnando i riferimenti normativi con i quali ogni giorno siamo abituati ad operare per la tutela dei cittadini". Gli è stato detto di tutto: nazista, ignorante, xenofobo, ecc., solo in virtù di una mera opinione individuale che in poco tempo è diventata collettiva, senza approfondimento alcuno.
Da troppo tempo l'Arma e i suoi rappresentanti vivono le barbarie mediatiche promosse da personaggi privi di onestà intellettuale. Non possiamo più accettarlo!

mercoledì 13 dicembre 2017

Il Belpaese che esclude i deboli

lastampa.it
Mario Deaglio

Secondo una convinzione largamente diffusa, gli italiani sono «brava gente»: sono pacifici, sensibili e civili e un pezzo di pane al vicino in difficoltà non si nega mai. Naturalmente non mancano importanti esempi in questo senso, ma nel suo complesso il paese sta andando in una direzione diversa.

L’Italia non è diventata solo «rancorosa», come l’ha definita il Censis nel suo 51° Rapporto, ma anche sempre più spaccata tra «ricchi» e «poveri», tra «chi è dentro» e «chi è fuori» come la descrive l’Eurostat in uno studio reso noto ieri. L’Istituto di Statistica dell’Unione Europea analizza la «deprivazione materiale e sociale», una definizione allargata di povertà che tiene conto non solo dei redditi ma anche della capacità della gente di soddisfare bisogni «normali» come quello di abitare in una casa sufficientemente calda, di essere in grado di sostituire un capo di vestiario consunto, di possedere almeno due paia di scarpe. 

In base a questi criteri, l’Italia, con il 17,2 per cento della popolazione è sopra la media europea dei «deprivati» e quindi degli esclusi, e, in particolare, sopra i valori di quasi tutti i grandi Paesi del Continente (tra questi, la sola Spagna fa marginalmente peggio di noi). Con valori più alti dei nostri troviamo soprattutto i Paesi del Sud e molti Paesi dell’Est (ma non la Polonia, la Slovenia e l’Estonia).

Il tasso di «deprivazione materiale e sociale» della Germania è pari a poco più della metà di quello italiano, in Austria è ancora inferiore. Tutto ciò fa sì che, passando dalle percentuali ai numeri, l’Italia abbia la poco invidiabile caratteristica di essere in testa alla classifica del numero delle persone in difficoltà con quasi dieci milioni e mezzo di abitanti, contro i 7-8 milioni di Francia e Regno Unito – che hanno una popolazione sostanzialmente pari alla nostra – e della Germania che ha un terzo di abitanti in più dell’Italia.

Se poi si adottano i criteri dell’Istat sugli «italiani a rischio povertà o esclusione sociale» si raggiunge il 30 per cento della popolazione con un fortissimo divario tra il Nord, i cui valori sono abbastanza vicini alle medie europee e il Mezzogiorno dove si è prossimi alla metà della popolazione. E quasi ovunque la tendenza è all’aumento.

L’allargarsi dell’area di esclusione-povertà è un fenomeno mondiale. È però più sopportabile là dove i redditi aumentano con un buon ritmo e i livelli di reddito pre-crisi sono già stati superati, il che fornisce a tutti almeno qualche speranza di inclusione. È anche per questo che centinaia di migliaia di giovani italiani, spesso dotati di livelli medi ed elevati di istruzione, si sono trasferiti e si stanno ancora trasferendo all’estero.

In Italia la crisi economica ha tagliato i redditi più che altrove, ma forse il suo danno peggiore è quello di aver ridotto (per moltissimi giovani, quasi annullato) una speciale porzione del «capitale umano» fatta di fiducia, entusiasmo, programmi, piani di vita. E questo è il succo di cui si nutrono le «vere» riprese, che non possono essere solo economiche ma devono avere alla base qualche obiettivo ideale.

Possiamo certo congratularci di aver fatto ripartire, sia pure, per il momento, a velocità medio-bassa, la «macchina dell’economia» ma dobbiamo riconoscere di non essere finora riusciti a far ripartire la «macchina della società». Ci concentriamo sui sondaggi pre-elettorali ma dimentichiamo che tali indagini - come quella di La 7 resa nota lunedì sera - mostrano che, se si votasse oggi, la somma dei non votanti, di coloro voterebbero scheda bianca o non saprebbero a quale lista dare il loro appoggio, supera di un soffio la metà degli intervistati (e quindi la metà degli italiani).

Può una metà del Paese far finta che l’altra metà non esista? A considerare questo fine legislatura e inizio di fatto della campagna elettorale, si direbbe di sì. È sufficiente gettare un piccolo sguardo alle migliaia di emendamenti alla legge di bilancio 1918, in discussione alla Camera: rappresentano il trionfo del particolarismo, degli interessi di piccoli gruppi. O quando si affrontano i «grandi problemi», lo si fa solo a livello di principi, senza preoccuparsi di dove possano provenire le risorse per realizzarli.

Possiamo solo augurarci che il modo degli italiani – e delle forze politiche italiane – di guardare alla loro società e alla loro economia migliori nel corso delle settimane che ci separano dalle urne; e che l’Italia trovi il coraggio di guardarsi nello specchio. 

Scissioni, fondazioni e scioglimenti: nulla come la politica è in perenne divenire

lastampa.it
paolo magliocco

Scissioni, fondazioni e scioglimenti: nulla come la politica è in perenne divenire



Sono almeno trenta le sigle che hanno rappresentato in un modo o nell’altro le anime della sinistra, o del centrosinistra, in Italia prima che la nascita di Liberi e Uguali venisse ad allungare la lista. Tra scissioni, nuovi movimenti, scioglimenti repentini, cartelli elettorali e insuccessi elettorali un elenco completo e preciso è praticamente impossibile e quindi anche in questa scheda manca certamente più di un nome. Negli anni della Prima Repubblica, dal Secondo dopoguerra fino a Tangentopoli, stilare la lista non è poi così difficili.

I quattro partiti storici erano PCI (comunisti), PSI (socialisti), PSDI (socialdemocratici) e, volendo, il PRI (repubblicani). Solo alla metà degli anni Sessanta, per l’esattezza nel gennaio del 1964, venne ad aggiungersi il PSIUP (partito socialista di unità proletaria), frutto, appunto, di una scissione causata dall’adesione del PSI al primo governo di centrosinistra guidato da Aldo Moro. Ad andarsene furono personaggi come Emilio Lussu e Lelio Basso. Intanto era entrato in Parlamento anche il Partito Radicale, che nacque in realtà da una scissione del Partito liberale, ma che è sempre stato ascritto alla sinistra e che nonostante molti cambi di nome (Rsa nel pugno, Lista Pannella e Lista Bonino tra gli altri) è rimasto fondamentalmente lo stesso raggruppamento dal 1955 in poi.

All’inizio degli anni Settanta arrivano i gruppi che vanno a occupare lo spazio a sinistra del PCI: Democrazia Proletaria (che raccoglie un arcipelago di sigle nate soprattutto con i movimenti studenteschi) e il Partito democratico di unità proletaria, poi diventato il PDUP per il comunismo di Lucio Magri e Luciana Castellina. Negli anni Ottanta invece appaiono i Verdi, fondati nel 1986 e approdati in Parlamento l’anno dopo sull’onda di un grande successo elettorale immediato. Ma quello ambientalista diventa subito un arcipelago che accanto ai Verdi del sole che ride (il simbolo storico, nato dalla battaglia contro il nucleare) vede nascere nel 1989 i Verdi arcobaleno che poi confluiscono la Federazione dei verdi. Ma nell’area della sinistra sarebbe giusto collocare anche il Partito sardo d’azione, erede di Giustizia e libertà e del Partito d’azione, oltre che della storia propria della Sardegna.

Quando il Partito Comunista decide il proprio scioglimento al Congresso di Rimini del 1991, attorno ad Armando Cossutta e Sergio Garavini nasce Rifondazione comunista, che riesce ad accorpare tutto il mondo a sinistra di quello che intanto è diventato il Partito democratico della sinistra di Achille Occhetto. Ma Tangentopoli, il crollo della Prima repubblica e l’arrivo della legge maggioritaria che costringe alle alleanze rimescolano molto le carte e complicano le cose, anche nella definizione di centro, centrosinistra e sinistra. Nel 1994 arrivano sulla scena i Progressisti guidati da Achille Occhetto che tengono insieme i già citati PDS, Rifondazione comunista, Federazione dei verdi, ma anche quel che resta del PSI, Rinascita socialista e, tra sinistra e centro, Alleanza Democratica di Willer Bordon, La Rete di Leoluca Orlando, e i Cristiano sociali.

Due anni dopo, alle elezioni vittoriose del 1996 la coalizione dell’Ulivo conta a sinistra anche il Movimento dei Comunisti Unitari di Famiano Crucianelli e la Federazione Laburista di Valdo Spini. Passano due anni e Rifondazione si spacca: i Comunisti italiani di Armando Cossutta si staccano per non togliere il sostegno al governo di Romano Prodi come vuole il segretario Sergio Bertinotti. Nel frattempo il PDS lascia il posto ai DS, Democratici di sinistra, e perde la falce e martello ai piedi della quercia. Ma l’operazione guidata da Massimo D’Alema e poi da Walter Veltroni non riesce a unire tutta la sinistra perché parte degli ex socialisti e socialdemocratici si ritrovano nei Socialisti democratici italiani (mentre altri passano alla fine al centrodestra con il Nuovo PSI, che dunque si allontana dalla sinistra).

Romano Prodi riunisce invece i suoi attorno a I Democratici, centristi più che di sinistra che poco dopo, nel 2001, aggregano altri pezzi delle formazioni di centro e si trasformano in La Margherita, della quale diventa leader Francesco Rutelli e che dura fino al 2007. A sinistra rispondono con Il Girasole, che mette insieme i Verdi e i Socialisti Democratici ma dura lo spazio delle elezioni.

Quando i DS si trasformano in Partito democratico pagano la mossa con la scissione della Sinistra democratica di Fabio Mussi, proprio mentre tutti i partiti alla sinistra dei DS tentano di unirsi nella Sinistra arcobaleno. Ma le sigle si sparpagliano di nuovo fino a quando prende vita Sinistra ecologia libertà (SEL), che poi tenta l’avventura europea nel 2014 sotto la bandiera della lista L’altra Europa con Tsipras. Il resto è cronaca: Liberi e uguali deve dimostrare di riuscire a tenere insieme la formazione battezzata Possibile di Pippo Civati, la Sinistra italiana di Stefano Fassina, Articolo 1-Movimento Democratico e Progressista di Roberto Speranza, Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema. E magari, se possibile, anche convincere i potenziali elettori.

Caso Belpietro, pm: “Ha insultato 1,5 miliardi di fedeli islamici”

lastampa.it
manuela messina



«Il titolo “Bastardi islamici” è un insulto generalizzato a un miliardo e mezzo di fedeli islamici, molti dei quali vittime essi stessi di attentati terroristici». Ecco perché, secondo il pm Pietro Basilone, il giornalista Maurizio Belpietro va condannato a una multa da 8300 euro per offese a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone, aggravate dalla finalità di odio razziale. Il titolo dell’editoriale, apparso sulla prima pagina del quotidiano all’indomani degli attentati parigini del 13 novembre è, secondo l’accusa, «una espressione dispregiativa che attribuisce agli islamici quel gesto”, ovvero gli attentati. E Belpietro, che guidava il giornale, era “perfettamente consapevole di offendere», con una «espressione che ha generato grande frustrazione nella comunità musulmana». 

La difesa di Belpietro, oggi alla guida de “La Verità”, ha sostenuto invece che il fatto non sussiste in quanto “islamici” era aggettivo relazionale del sostantivo ’bastardi’ e serviva a definire la matrice islamica degli attentati. «Se il titolo fosse stato “Islamici bastardi’” sarebbe stato diverso. L’unico significato che invece scaturisce da quel titolo - ha sottolineato l’avvocato Valentina Ramella - è che quei soggetti, ovvero i terroristi, sono dei “bastardi”». Una tesi respinta totalmente dal pm, secondo il quale “Belpietro è un bravo professionista, una persona colta e intelligente. E non poteva non rendersi conto che quel messaggio sarebbe stato interpretato come un insulto agli islamici dalla maggior parte dei lettori”. Il Caim, Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano e Monza che si è costituito parte civile nel processo, ha chiesto un risarcimento di 350 mila euro e una provvisionale da 100 mila euro.

Il processo è scaturito dalle querele depositate in Procura da una decina di musulmani. Belpietro, interrogato in aula, aveva raccontato che dopo gli attentati di Parigi “un collega ebbe l’idea” di usare il titolo ’Bastards’ messo in pagina da un giornale di San Francisco dopo l’attacco alle Torri Gemelle del 2001, ma se “in quest’ultimo caso non era chiara ancora all’epoca la matrice di quell’attentato, per noi invece dopo gli attacchi a Parigi e non solo era già drammaticamente nota la matrice islamica”. Belpietro aveva chiarito, inoltre, che se il quotidiano avesse voluto riferirsi a tutti i musulmani e non solo ai terroristi “avremmo dovuto dire ’gli islamici sono bastardi’, perché la lingua italiana è chiara e quando si dice ’assassini islamici’ o ’kamikaze islamici’ non significa certo che tutti gli islamici sono assassini o kamikaze”. 

Apple collabora con Intel per portare il 5G su iPhone

lastampa.it
ANDREA NEPORI

I modem per le reti di nuova generazione che arriveranno sui prossimi iPhone forse porteranno il marchio del colosso di Santa Clara. Una scelta forse legata ai cattivi rapporti con Qualcomm



Gli iPhone con connessione 5G potrebbero portare la firma di Intel. Secondo indiscrezioni riportate da Fast Company, gli ingegneri di Cupertino sono al lavoro con i colleghi di Santa Clara per mettere a punto la componentistica che porterà la connessione cellulare superveloce sugli smartphone della Mela nel 2019 o nel 2020. Nonostante i rapporti storici di collaborazione fra Apple e Intel la scelta è tutt’altro che ovvia. Nella competizione per il 5G è in vantaggio Qualcomm, grazie al modem Snapdragon X50 presentato a ottobre 2016 . L’azienda per altro già fornisce la maggior parte della componentistica 3G e 4G per i dispositivi della Mela.

Il passaggio al 5G però offre ai produttori di smartphone un’occasione irripetibile per allentare la presa di Qualcomm sul mercato. Chiunque produca uno smartphone che si collega a Internet, oggi paga una licenza - spesso molto cara - per sfruttare le tecnologie brevettate da Qualcomm negli anni ’90. Un obbligo da cui Apple ha provato a liberarsi di recente con una causa - ancora in corso - che ha fortemente inasprito i rapporti con il produttore di chip. E il cui epilogo, a questo punto, sembra puntare ad una rinnovata vicinanza con l’altro storico colosso californiano dei microprocessori.

Intel, dal canto suo, sta investendo risorse ingenti per recuperare terreno sulla concorrenza e non ripetere le scelte sbagliate dei primi 2000 che hanno portato l’azienda a sottovalutare l’importanza del mercato dei processori per dispositivi mobili. Santa Clara ha dedicato un piccolo esercito - almeno qualche migliaio di ingegneri - alla ricerca e allo sviluppo dei modem per le reti 5G: la collaborazione con Apple è una battaglia da vincere a tutti i costi.

Secondo fonti di settore gli ingegneri di Cupertino stanno lavorando con i colleghi di Intel per riuscire a integrare i modem 5G in un unico SoC (System on a Chip) che le due aziende potrebbero costruire insieme. Si tratterebbe di una nuova versione dei processori Ax di Cupertino realizzata con un sostanzioso contributo tecnico di Intel, a cui potrebbe essere demandata anche la produzione fisica del componente.

Accordo con l’Irlanda sulle tasse non versate. Apple pagherà 13 miliardi di euro

lastampa.it

L’Ue: se l’azienda di Cupertino recupera stop alla procedura


Il campus di Apple a Cork, nel Sud dell’Irlanda

Apple e l’Irlanda raggiungo un accordo sulle tasse. Dublino inizierà a incassare all’inizio dal prossimo anno i 13 miliardi di euro di imposte non versate da Cupertino. I fondi saranno depositati su un conto di garanzia e saranno sbloccati solo se la Corte Europea confermerà la decisione di Bruxelles dell’agosto 2016. L’annuncio del ministro delle finanze irlandese, Paschal Donohoe, precede il suo incontro con la commissaria europea alla concorrenza Margrethe Vestager. Proprio la commissaria precisa come se l’Irlanda recupererà i fondi l’Ue chiuderà la procedura avviata contro il paese, deferito in ottobre alla Corte Ue per non aver rispettato la decisione del 2016 sul recupero degli aiuti.

«Abbiamo raggiunto un accordo con Apple sui principi del `conto di garanzia´. Ci aspettiamo che Apple inizierà a versare i fondi nel conto nel primo trimestre del prossimo anno», spiega Donohoe. Apple si dice ottimista sugli ultimi sviluppi. «Abbiamo una squadra dedicata che sta lavorando diligentemente con l’Irlanda sul processo chiesto dell’Ue. Abbiamo fiducia nel fatto che la Corte Europea ribaltera’ la decisione dell’Ue una volta che avrà esaminato tutte le prove’’. In una mossa shock l’Ue nel 2016 ha imposto ad Apple di versare 13 miliardi di euro di tasse non pagate per il periodo 2003-2014.

Secondo le l’Antitrust europeo con gli accordi fiscali stretti con Dublino nel 1991 e nel 2007, Apple è passata dal pagare l’1% di tasse sui profitti nel 2003 allo 0,005% nel 2014. Questo trattamento fiscale - ha spiegato l’Ue - ha consentito a Cupertino di evitare di pagare le tasse sui profitti generati dalle vendite non solo nell’interno mercato unico Ue ma anche in Africa, Medio Oriente e India, grazie alla decisione organizzativa presa dalla società di registrare tutte le vendite in Irlanda invece che nei paesi dove i prodotti sono effettivamente venduti. A sua volta, i profitti anziché essere tassati al 12,5% come previsto dalla `corporate tax´ irlandese, venivano riversati a un `ufficio capo´ fantasma che era tasse esente in base alla legislazione sulle `società senza stato´ abolita poi nel 2013.

Un sistema che ha portato la casa dell’iPhone a pagare due anni fa meno di 50 euro per ogni milione di profitti. Apple ha fatto ricorso contro la decisione

Dietrofront USA, il Pentagono manterrà le bombe a grappolo

ilgiornale.it
Franco Iacch

A U.S. special forces soldier stands in front of Chadian soldiers during Flintlock 2015, an American-led military exercise, in Mao, February 22, 2015. REUTERS/Emmanuel Braun

“Sebbene il Dipartimento della Difesa cerchi di schierare una nuova generazione di munizioni più affidabili, non possiamo rischiare il fallimento della missione o accettare il potenziale aumento delle vittime militari e civili con la perdita delle migliori capacità disponibili. Le munizioni a grappolo sono armi legittime con chiara utilità militare”. È questo in sintesi il contenuto del memorandum del Segretario alla Difesa Patrick Shanahan. Il Pentagono ritarderà a tempo indefinito la dismissione delle munizioni a grappolo fino a quando non sarà sviluppata un’alternativa adeguata che possa soddisfare le esigenze operative.

Il Trattato di Oslo

Entro il gennaio del 2019, gli Stati Uniti avrebbero dovuto distruggere l’intero inventario delle munizioni a grappolo, secondo le linee guida fornite dal governo americano nel 2008 al Dipartimento della Difesa. La fase finale di questa politica avrebbe privato gli Usa di una capacità critica, senza alcuna sostituzione. Tecnicamente, le munizioni a grappolo sono ordigni costituiti da un corpo contenente delle sotto-munizioni convenzionali. Sviluppate durante la guerra fredda per saturare le preponderanti forze sovietiche meccanizzate e corazzate che si sarebbero riversate nell’Europa occidentale, la loro potenza eguaglia quella del fuoco di sbarramento degli obici ad alto esplosivo. I vantaggi di tali munizioni sono evidenti: progettate per disseminare o rilasciare sub-munizioni esplosive, le bombe a grappolo rappresentavano un deterrente chiave nella strategia americana.

Il proiettile M483A1 Dual-Purpose Improved Conventional Munition da 155 millimetri dell’esercito statunitense ad esempio. Dotato di una spoletta a tempo impostata per rilasciare il carico di sub-munizioni all’altezza  raccomandata e saturare l’area con piccole bombe, il M483A1 trasporta 88 bombe (con una carica cava per la penetrazione dell’armatura), ognuna con un raggio letale di circa 10 metri quadrati. La zona di dispersione varia da uno a tre ettari a seconda dell’altezza del burst. Maggiore l’altezza del burst, più ampia sarà la dispersione. L’eliminazione delle munizioni a grappolo ha creato un vigoroso dibattito all’interno delle forze armate degli Stati Uniti per quanto riguarda la necessità di una sostituzione comparabile. Il dibattito dipende dalla bassissima percezione di un futuro conflitto su larga scala con impiego di enormi formazioni sul campo.

Secondo i sostenitori di tale pensiero, negli ultimi quindici anni di guerre a bassa intensità non è stato necessario il ricorso alle munizioni a grappolo. Tale principio si basa sulla supremazia tecnologia ed aerea degli Stati Uniti nel globo. La politica di eliminare le bombe cluster è sancita dalla Convenzione firmata in Norvegia nel 2008, comunemente indicata come il Trattato di Oslo. Il documento, entrato in vigore il primo agosto del 2010, ha due obiettivi: in primo luogo ridurre i danni ai civili (nel 47% dei casi sono bambini) e gli effetti indiscriminati degli incendi sull’area colpita. Il secondo obiettivo è quello di eliminare la grande quantità di sub-munizioni inesplose che si trovano comunemente nelle zone in cui sono state lanciate. La saturazione delle sub-munizioni inesplose è diventata una caratteristica del campo di battaglia moderno.

Si stima che fino al 5 per cento delle sub-munizioni a grappolo possono non esplodere una volta raggiunto il terreno. La bomba a grappolo CBU-58 equipaggiata con 650 sub-munizioni, potrebbe produrne fino a 38 inesplose. Un B-52 è in grado di rilasciare  fino a 45 CBU-58 / CBU-71. Ciò significa che fino a 1700 sub-munizioni inesplose, potrebbero essere disseminate sul campo di battaglia. Il Trattato di Oslo vieta ai 119 firmatari la produzione, l’acquisizione, la distribuzione o l’utilizzo delle munizioni a grappolo. Gli Stati Uniti non hanno firmato il Trattato, ma le amministrazioni Bush ed Obama hanno sostenuto lo spirito del documento. L’ex presidente Bush ha ordinato al Dipartimento della Difesa di attuare una politica per soddisfare l’intento del Trattato, senza però rinunciare alla capacità offensiva delle bombe a grappolo durante il periodo transitorio.

Russia, Cina, Israele, Corea del Nord, India, Pakistan, Turchia, Siria, Yemen, Ucraina e Corea del Sud sono tra i paesi che non hanno firmato il trattato. Nonostante gli Usa detengano il predominio sulle munizioni a guida di precisione, queste ultime non sono particolarmente indicate per contrastare bersagli pesantemente corazzati. Proprio in Corea del Sud sarebbe presente un massiccio arsenale di bombe a grappolo per fronteggiare una possibile invasione del Nord. La stessa precisione poi, dovrà essere sempre garantita con un asset GPS, pena l’inefficacia del sistema. Nessuna munizione a grappolo è stata utilizzata in Iraqi Freedom ed in Enduring Freedom. In una nota del Dipartimento di Stato si afferma che: “Le munizioni a grappolo hanno dimostrato la loro utilità militare.

L’eliminazione dalle scorte degli Stati Uniti metterebbe la vita dei suoi soldati e quelli dei suoi partner della coalizione a rischio. Inoltre, le munizioni a grappolo possono spesso causare molto meno danni collaterali rispetto alle armi convenzionali”. Le munizioni a grappolo sono i mezzi convenzionali più efficaci per distruggere svariati tipi di obiettivi militari su una superficie. Essi consentono la massima dispersione di forza esplosiva con il minor numero di proiettili. Le munizioni a grappolo riducono il numero di piattaforme aeree e di artiglieria necessarie per sostenere una missione militare. Le munizioni a grappolo, in alcuni casi, costituiscono fino al 50% del supporto tattico indiretto. L’Esercito degli Stati Uniti ed il Corpo dei Marine hanno condotto diversi studi negli anni per determinare il rischio operativo associato alla perdita delle munizioni a grappolo.

Tutti gli studi hanno evidenziato una certa riduzione delle capacità dell’artiglieria degli Stati Uniti con stime, discordanti, che variano dal 4 al 25 per cento. Tutti gli studi dell’esercito fino ad oggi compiuti si sono concentrati su ipotetici scontri regionali con fazioni nemiche equipaggiate con attrezzature obsolete di epoca sovietica. Da rilevare che gli studi effettuati si basavano sull’incontrastato dominio aereo degli Stati Uniti. Appare evidente che gli scenari ipotizzati sono falsati poiché presuppongono la superiorità aerea americana in ogni conflitto. Nessuno degli studi considera la possibilità di affrontare una fazione alla stregua degli USA, mentre non si presuppone la possibile  interruzione della tecnologia Global Positioning System.

A livello strategico, tutti gli studi ignorano l’effetto deterrente di questa funzionalità che potrebbe avere sul calcolo dei potenziali avversari. Infine, gli studi tengono conto dei recenti progressi tecnologici di Russia e Cina sulle munizioni  a grappolo. Nonostante queste carenze, gli studi convalidano l’investimento dell’esercito degli Stati Uniti nella tecnologia di precisione nel corso degli ultimi 10 anni che, tuttavia, fa affidamento sulla disponibilità dei segnali GPS. Se venisse oscurata la rete GPS, il vantaggio degli attacchi di precisione degli Stati Uniti cesserebbe di esistere.

Le testate termo-bariche

L’aspetto chirurgico dell’attacco ipotizzato in un contesto moderno, verrebbe comunque soffocato da milioni di testate termo-bariche che i russi sarebbero in grado di lanciare in una sola raffica. La capacità di una bomba a vuoto di fornire calore e pressione in un unico punto nel tempo, non può essere riprodotto dalle armi convenzionali senza una massiccia distruzione collaterale. Il principio di funzionamento delle munizioni termo-bariche si basa sull’esaltazione delle capacità dell’esplosivo ad alto potenziale attraverso la combustione aerobica identificata nel terzo evento di detonazione. Il miglioramento delle prestazioni è ottenuto principalmente mediante l’aggiunta di metalli in eccesso alla composizione esplosiva. Alluminio e magnesio sono i metalli primari della scelta.

Tutti e tre gli eventi esplosivi possono essere personalizzati per soddisfare le esigenze e le prestazioni del sistema. La testata propulsa contiene al suo interno una carica esplosiva e del combustibile altamente infiammabile. Quando il razzo raggiunge la destinazione, il carburante viene disperso. La detonazione successiva incendia il materiale infiammabile nell’aria. L’esplosione irradia un’onda d’urto letale nel raggio di dieci metri. Di per se, l’esplosione termobarica è particolarmente indicata contro bersagli in campo aperto, ma se la stessa esplosione avvenisse in un bunker, la sua potenza potrebbe anche decuplicarsi.

L’alternativa del Pentagono: la tecnologia SADARM

SADARM, acronimo per Skeet, Search and Destroy Armor. Le sub-munizioni a forma di disco da hockey chiamate Skeet, sono progettate per rilevare i veicoli nemici planando sull’area operativa da altitudini comprese tra i 60 ed i seimila metri. Il sensore laser rileva le variazioni di altezza mentre quelli ad infrarossi le firme di calore come quelle emesse dal motore di un veicolo. Se rilevati, lo Skeet detona sparando un penetratore esplosivo ad energia cinetica contro il bersaglio. L’Explosively Formed Penetrator è in grado di penetrare la blindatura dei carri armati pesanti.

Se lo un Skeet non rileva alcun obiettivo, si autodistrugge a 15 metri dal suolo. Qualora atterrasse ancora armato, un timer di back-up disabiliterebbe permanentemente lo Skeet. Queste caratteristiche hanno lo scopo di evitare vittime tra i civili causate dalle munizioni inesplose, con una percentuale inferiore all’1%. Gli Stati Uniti hanno impiegati tale munizione durante l’operazione Desert Storm, tuttavia il costo relativamente alto, considerando ancora le grandi quantità di munizioni a grappolo custodite, non hanno consentito una massiccia transizione con il nuovo asset. Da rilevare, infine, che le munizioni a grappolo costituiscono una piccola parte della minaccia umanitaria totale rappresentata dalle bombe inesplose dove sono presenti residuati bellici.