La Stampa
massimo gramellini
Una sera di settembre l’architetto Umberto Liberti è rincasato con la madre ottantaquattrenne e ha trovato un’ala del suo appartamento occupata dal vicino di pianerottolo, che durante il giorno aveva abbattuto un tramezzo a picconate e si era installato in soggiorno, annettendosi - già che c’era - pure il terrazzino. L’architetto Liberti è uomo di pace, rispettoso della legge, e ha sporto regolare denuncia al commissariato di competenza, che per competenza ha girato la pratica a un altro commissariato, che dopo averla esaminata con competenza ha ritenuto di non avere la competenza necessaria e l’ha inviata in Procura, dove ora riposa nelle mani del giudice competente.
Il quale ha chiesto che venga subito effettuata un’integrazione di denuncia. Tra un’integrazione e l’altra, il povero architetto e sua madre sono stati ospitati da un vicino (non lo stesso, ovviamente) e lì si trovano ancora oggi, a distanza di due mesi dall’invasione, in attesa di conoscere il loro destino. Tutto questo succede nel centro di Napoli, in Italia, nell’anno di grazia 2016.
Non sono un fanatico dei muri, però in alcuni casi ne riconosco l’utilità. Nei Paesi civili, ma persino in quelli parzialmente incivili, se uno entra in casa sua e scopre che il vicino se l’è annessa come Hitler la Polonia, chiama la polizia e fa arrestare l’intruso, ristabilendo l’ordine naturale delle cose. Il fatto che qui non si possa fare, o che comunque non succeda senza le conoscenze giuste, è la prova che nella patria del diritto non conta avere ragione, ma che chi ha ragione conti qualcosa.
martedì 22 novembre 2016
Al di là del muro
Guai
La Stampa
jena@lastampa.it
Se Renzi perdesse il referendum e lasciasse la politica sarebbero guai, soprattutto per questa rubrica.
Cambiamento
La Stampa
jena@lastampa.it
È vero, come dice Renzi, che gli italiani voteranno per il cambiamento. Resta da capire se vogliono cambiare la Costituzione o il premier.
“Su me e Yoko solo m***a”: la lettera inedita da Lennon a McCartney vale 30 mila dollari
La Stampa
La missiva è stata battuta all’asta e acquistata da un collezionista texano. Risale al 1971, quando i Beatles si erano già sciolti

Può una lettera valere 30 mila dollari? Se si tratta di quella tra John Lennon e i coniugi Paul e Linda McCartney, sì. Quel pezzo di carta è stato venduto all’asta per una cifra da capogiro a un collezionista texano anonimo. A renderlo così prezioso è sicuramente la storia celata dietro le parole di tensione, quella della rottura dei The Beatles e del litigio, passato agli annali della musica, tra i due ex componenti della band, nonchè ex amici.
La lettera, secondo gli esperti, risale al 1971. I Beatles si erano già sciolti e le divergenze tra Lennon e McCartney non erano semplicemente artistiche, ma anche personali. In una dichiarazione pubblica, Paul aveva affermato che a dividerli erano stati «business things», cose d’affari. Ma un ruolo chiave nella vicenda è stato sicuramente interpretato dalle donne, Y oko Ono e Linda Eastman, la signora McCartney a cui, tra l’altro, è indirizzata la missiva, una replica sulla sua decisione di non annunciare pubblicamente l’addio al gruppo.
«Stavo leggendo la tua lettera - si legge nella risposta, scritta a macchina e con annotazioni a mano - e immaginando quale irritabile fan di mezza età l’avesse scritta». E ancora: «Spero che tu possa capire quanta merda tu e il resto dei miei ’gentili e altruisti amici’ avete riversato su Yoko e me». Dopo una serie di insulti, velati e non, la lettera si conclude con un cordiale «Love you both», tipico congedo affettuoso all’inglese, che, però, dopo le righe precedenti per nulla amichevoli, suona leggermente falso.


Referendum, ecco l’opuscolo di Renzi con i numeri del Sì e i volti del No
La Stampa
«Sì cambia». È la scritta che, nei colori bianco rosso e verde, compare sulla prima pagina dell’opuscolo che Renzi invierà a tutti gli italiani. L’immagine di copertina è un bimbo che spinge un adulto su una macchinina di legno. Tutti e due indossano caschi e sorridono. Sotto, la scritta: «Domenica 4 dicembre votiamo informati».

ANSA
Il «depliant» è di otto pagine. Nella seconda pagina viene spiegato su cosa si vota e come si vota, con in bella mostra il quesito e in basso numero verde e contatti internet del comitato Basta un sì. La pagina 3 è occupata da un messaggio del comitato agli italiani dal titolo: «L’Italia non può più stare ferma»: «Ora tocca ai cittadini. Se vince il Sì, si cambia. Se vince il No, tutto resta com’è. E continueremo ad avere il Parlamento più costoso del mondo», si legge tra l’altro. «Molti cercano di cambiare l’argomento di questa consultazione. Dicono che si tratta di un referendum sul governo o sulla legge elettorale. Non è così».

ANSA
Seguono due pagine di grafici per descrivere la riforma in numeri: dall’approvazione delle leggi, a numero e compenso dei senatori, dai referendum alle immunità, dagli stipendi dei consiglieri regionali all’abolizione delle province e al Cnel.

ANSA
Poi un’intera pagina con “testimonial” del Sì: uno studente, un imprenditore, una studentessa, la presidente di Coldiretti giovani, un medico e un operaio. E affianco la foto, che ha fatto molto discutere, di quella che Renzi ha definito «l’accozzaglia del No». Uniti in un fotomontaggio sette dei più noti esponenti del fronte contrario alla riforma: Mario Monti, Gustavo Zagrebelsky, Renato Brunetta, Massimo D’Alema, Ciriaco De Mita, Beppe Grillo e Lamberto Dini. Infine, nell’ultima pagina, due colonne illustrano cosa succede se vince il No («Non cambia nulla») e se vince il Sì («L’Italia cambia»).

Isis: i cani dell’islam
Nino Spirlì

No, non l’Occidente prono a piedi di potentati mafiomassopolitici senza fede né morale; non lamerica, bugiarda e senza palle, dell’uscente (grazie, America) obama e della schiaffeggiata illari, madre di tutti i mali (grazie, America); neanche la codarda europa dell’ingorda culona mangiacrauti d’oltremuro e del ridicolo francesino che le fa da maggiordomo; figuriamoci l’italietta da farsa, governata da una manciata di bamboccioni sciocchi come il pane che mangiano. I curdi! Quei coraggiosissimi combattenti, femmine e maschi, con degli attributi che gli pesano tonnellate!
Sono stati loro a LIBERARE Hamam Al-Alil, l’ex roccaforte di quei porci del cosiddetto stato islamico. Li hanno cacciati via. Forse, e magari, giustiziati (Dio li giudichi! Per me, marciscano nella merda del peggiore inferno). Comunque, sconfitti. E quello che hanno trovato, questi Eroi liberatori, – e che andrà moltiplicato per tutti i luoghi già liberati (per il momento, settantadue fosse comuni fra Siria e Iraq) e/o che saranno liberati - è l’Olocausto 2.0!
La Shoah del Terzo Millennio, PERMESSA, ANZI INCORAGGIATA, DALLA MALEDETTA STUPIDITA’ (O SPIETATEZZA?) DEI NOSTRI CATTOCOMUNISTI, DEI NOSTRI FINTI BUONI, DEI NOSTRI MASSONI, MAFIOSONI, MAGNONI E DEI LORO FORAGGIATORI!!!
Decine, probabilmente, centinaia di migliaia di CRISTIANI e non, torturati, seviziati, martirizzati, ammazzati da quei cani col corano in mano. Uccisi in nome di un dio, allà, e del suo televenditore, tale maometto, che chiedono sangue come fosse acqua nel deserto. Oggi, peraltro, giustificati, anzi accolti, entrambi, da chi, nell’Occidente culla di Atene e Cristo, pur di servire i pochi loschi potenti misteriosi che credono di essere i padroni delle nostre esistenze, ci vendono al bazar della finta accoglienza e fratellanza. (#FRATELLOACCHI’?)
Ma, piaccia o no, a vincere su queste tenebre dell’Umanità, é sempre Cristo! Nella Sua essenza umana e divina. Per chi crede in Lui come Dio, Padre Figlio e Spirito, Gesù Cristo vince sul male con la Potenza del Suo Braccio. Per chi lo conosce “solo” come “saggio, filosofo, libero pensatore, eccetera”, il Nazareno vince ad ogni ritorno della pace, della libertà, dell’ordine, della democrazia.
In quelle terre, dove oggi il sangue si mescola ai granelli di sabbia, tornerà definitivamente la pace. Ne sono sicuro.
Oggi più che mai. E tornerà grazie a due “Soldati” che il Cielo ha voluto a capo di due nazioni un tempo nemiche e, ora più che mai, vicine: Putin e Trump sapranno, con forza e determinazione, aiutare i popoli del Medioriente, oppressi dalla menzogna islamica, a spezzare le catene che da oltre un millennio li offendono e li isolano. Quelle genti conosceranno la Verità. Che è una. E nacque a Betlemme.
#frameeme
Se la scuola cancella la scrittura in corsivo (e anche la personalità)
Daniele Abbiati - Dom, 20/11/2016 - 09:38
Agli alunni finlandesi insegneranno a esprimersi solo in stampatello. Ecco perché è una follia

Scommetto che non avete mai scritto nulla, neppure un pro-memoria tipo «domani revisione auto» oppure «comperare carta igienica», in corsivo e in finlandese. Bene, ora che ho vinto la scommessa, ragioniamo un momento su una notizia. Questa: ai bambini finlandesi della scuola primaria non sarà più obbligatorio insegnare a scrivere in corsivo, ma soltanto in stampatello.
Ora, detto che gli under 10 finlandesi, come quelli di quasi tutto il resto del mondo, sono ormai abbondantemente «nativi digitali» e che imparano a cercare su Google ciò che loro serve (dov'è il negozio di giocattoli più vicino a casa o le date del prossimo turno della Veikkausliiga, la serie A di quelle parti, a esempio) prima che a scrivere, in corsivo e correttamente, «la mamma è bella», la domanda, retorica, è: non rischiamo, buttando via l'acqua sporca, di buttare via anche, per l'appunto, il bambino?
Cioè, cancellando con decreto ministeriale la manualità, l'artigianalità dello scrivere, che si forma attraverso ore e ore di esercizio con le testoline reclinate sul banco e condito da tanti mózzichi alla matita, non uniformiamo, non appiattiamo anche la personalità del bambino?
E la risposta, ovviamente, è «sì». Dovendo (volendo) scegliere tra il futuro da una parte e il passato e il presente dall'altra, l'Istituto nazionale per l'educazione di Helsinki ha optato per il futuro. D'accordo, il futuro è già qui, intrappolato nella Rete, e non può più scappare, l'abbiamo catturato come il pesciolino Nemo (che è orfano di madre, detto per inciso). D'accordo, stiamo parlando della Finlandia, Paese senza mammoni dove la vocazione all'indipendenza, all'emancipazione, all'autonomia dai legami famigliari in età quasi ancora tenera è consuetudine.
Ma il punto sta proprio qui. Se proprio lassù in Scandinavia, vicino all'ultima Thule boreale, dove il sole del progresso sociale e del welfare non tramonta mai, si annulla con un tratto di penna, marchiandola come errore, la formazione individuale fatta di «elle» svolazzanti e di «a» striminzite, allora la prima età che fa rima con creatività e libertà (pur rispettosa dei canoni codificati) viene soffocata in culla con il cuscino del conformismo, uniformando i caratteri della persona insieme a quelli del block capitals, dello stampatello che diventa sostrato della lingua, dittatoriale vincolo che esilia nella dimensione domestica la sintesi dell'appunto, dell'improvvisa magia che comunica.
«Vogliamo che i bambini imparino la scrittura liquida, cioè quella delle tastiere dei computer e dei touch screens», spiegò l'anno scorso Minna Harmanen, responsabile delle linee guida del ministero della Pubblica istruzione. Senza dubbio la impareranno, anzi, già la conoscono a menadito. Ma consentiteci di fare il tifo per i maestri che lassù (e nel resto del mondo) sceglieranno una pacata e pacifica forma di disobbedienza civile, accogliendo con sorrisi materni o paterni gli sgorbi dei loro piccoli allievi. Da sempre indispensabili per diventare grandi.
"La carbonara senza cipolla? È solo un pregiudizio"
repubblica.it
Ecco l’estratto di uno degli 87 saggi del libro di Laterza “Il pregiudizio universale”. Dove Montanari, docente di Storia e cultura dell'alimentazione, distrugge uno dei luoghi comuni più tenaci della cucina romana

Guanciale sì, pancetta no. Pecorino sì, parmigiano no. Olio sì, panna no. Il tuorlo sì, l’albume no. Poi, se consulti i libri di cucina, o scorri i siti web, o telefoni al vicino, ti accorgi che sono in tanti a mettere la pancetta o a mettere il parmigiano, o a mescolare pancetta e guanciale, parmigiano e pecorino. E un po’ di albume non si nega perché ammorbidisce...
E l’aglio? E la cipolla? Qualcuno li ha definiti «ingredienti della discordia», che possono rovinare un’amicizia. Ma se la possono rovinare, vuol dire che qualcuno ce li mette. Il problema è chi decide le regole. Se una ricetta è firmata, «d’autore», gli ingredienti e la preparazione sono stabilite daqualcuno con nome e cognome. Solo quella è «autentica». Ma se l’autore è collettivo – come è sempre il caso quando si trattadi ricette «tradizionali», o presunte tali – chi garantisce l’autenticità? Chi è il responsabile del procedimento?
Un po’ di regole devono esserci, per forza. Dietro ogni ricetta immaginiamo prove, esperimenti, elaborazioni; immaginiamo progetti e casualità. Alla fine, uno standard si sarà fissato, condiviso nei princìpi di base, nella procedura, negli ingredienti. Una ricetta ha sempre delle regole – una ricetta è una regola. Ma nessuna ricetta è immobile e immutabile, fino a che qualcuno non la codifica. Ma a quel punto avrà una firma, un autore che pretende di avere interpretato l’autentico dichiarando «falso» quanto non si adegua alle sue scelte.Operazione di dubbia legittimità. Perché in quel modo la ricetta si fossilizza, esce dalla storia per entrare nella teologia.
La storia è il luogo della vita e del cambiamento. Ciò che non vive e non cambia non le appartiene. Per questo fatico a scandalizzarmi dello «scandalo francese» che ha fatto il giro del mondo sul web: una carbonara con pancetta e (horribile dictu) cipolla, con un tuorlo crudo aggiunto alla fine senza mantecare (gesto incriminato: ma ricordo che negli anni Settanta, in una trattoria di Bologna, lo servivano proprio così: vabbé era Bologna, mica Roma, però neppure Parigi). Allora che dovremmo dire delle carbonare «di mare», o di quelle vegane, che ormai si ammettono senza troppe discussioni?
Dice: fa’ quello che vuoi, ma non chiamarla carbonara. Risponde: ma se la mia ispirazione è stata quella perché dovrei cambiare il nome? Il mio vuol essere un omaggio alla tradizione, che se ci pensi è anche innovazione, perché «tradizione» non è che un’invenzione riuscita particolarmente bene, che molti hanno condiviso e perciò è diventata tradizione. Dice: ma la tua invenzione è una schifezza. Risponde: se la comunitàdecide che è una schifezza, resterà uno sfizio mio e morirà dove è nata; se comincerà a piacere, comincerà a circolare e una nuova tradizione si sarà creata.
Lo sentiamo dire di continuo: questo si fa così, questo si fa cosà. Il tortellino si riempie così. La tagliatella dev’essere larga tanto, alta tanto e spessa tanto. Perché si è sempre fatto così. E magari si va dal notaio e lo si registra. Un micidiale pregiudizio governa queste idee, queste azioni: che l’origine delle cose sia più importante, più «vera» del loro divenire; che la storia serva a ricercare le origini, per trovarvi il senso del presente e ripulirlo da ogni tradimento o depistaggio.
Ma il fatto è che le origini, allo storico, interessano poco; come amava ripetere Marc Bloch, ogni quercia nasce da una ghianda, ma il senso della quercia non sta nella ghianda, bensì nel modo in cui l’ambiente biente, il clima, il terreno le hanno consentito di crescere. È questa vicenda a interessare lo storico, non il punto da cui essa ha avuto inizio. La cucina è fatta di alcune regole e di molte libertà, quelle che, giorno dopo giorno, danno vita e corpo a un piatto, trasmettendolo dall’una all’altra generazione. Senza dogmi, senza rigidità.
La cucina è il luogo della variante e la ricetta è come uno spartito musicale, che si «realizza » solo quando viene interpretato, in modo ogni volta diverso. Se no tanto varrebbe ascoltare un disco – o mangiare cibi industriali, sempre uguali a sé stessi.
Al comizio di Alfano a loro insaputa: "Ci hanno preso dal centro anziani"
Claudio Cartaldo - Gio, 17/11/2016 - 09:23
All'incontro con Alfano organizzato dal Ncd per il Sì al referendum, molti anziani che dicono d votare No oppure portati lì a loro insaputa
Al comizio di Alfano senza saperlo. Quando due giorni fa, il 15 novembre, i vertici di Ncd si sono trovati al Teatro Marconi di Roma per parlare del Sì al referendum, tra il pubblico - non proprio folto - c'erano numerosi anziani che non avevano la minima idea di chi avrebbe parlato."Non sapevo ci fosse Alfano"
Come scrive ilfattoquotidiano.it, che ha intervistato alcuni degli ospiti, molti erano lì perché "ero stato invitato", altri se avessero saputo che c'era il ministro dell'Interno "non sarei venuto". Molti, peraltro, avevano già deciso di votare No. Qualcuno era indeciso perché "tanto non vota nulla". Una donna, infine, ha ammesso che "Io sono di sinistra, altro che alfaniana. Sono venuta perché faccio parte di un centro anziani, ci hanno portato con i bus".Ad organizzare l'iniziativa era stata "Insieme Si Cambia", un comitato per il Sì al referendum che si richiama al partito di Alfano e ad Area Popolare. Non è un caso che in sala fossero presenti Maurizio Lupi, Capogruppo di Ap alla Camera, e Beatrice Lorenzin, ministro della Sanità.
"Ecco come Hitler giustificò la guerra davanti alla Storia"
Luca Gallesi - Gio, 17/11/2016 - 08:10
Torna «Il mio testamento politico» del Führer, raccolta di conversazioni del 1945 sul conflitto e sulla sconfitta

Nonostante siano passati più di settant'anni dalla sua morte, o forse proprio per questo, vista l'estinzione dei diritti d'autore, le librerie traboccano di libri su/di Hitler che, anche dopo il successo imprevedibile del film e del romanzo Lui è tornato, in Italia edito da Bompiani, sembra essere tornato davvero.
Ultima tra le pubblicazioni del Führer ad approdare nel circuito librario italiano è la nuova edizione dei suoi ultimi pensieri, pubblicato da Rizzoli col titolo Il mio testamento politico (Bur Rizzoli, pagg. 162, euro 13), e arricchiti da una nuova prefazione del politologo Giorgio Galli, il maggior studioso italiano dei rapporti tra nazionalsocialismo e cultura esoterica.
Che cos'è il Testamento politico di Adolf Hitler, qual è il suo contenuto?
«Sono gli appunti affidati al suo segretario personale Martin Bormann nel Bunker della Cancelleria, mentre Berlino era assediata dai sovietici, dal febbraio 1945 alla fine. Sono stati giustamente definiti il suo testamento politico perché sono le ultime cose che ha voluto lasciar scritte. Hitler, qui, fa un bilancio della sua vita, e cerca soprattutto di giustificare perché ha fatto la guerra, di capire perché l'ha persa, argomento sul quale incentro il mio commento. Hitler sapeva benissimo che la Germania non avrebbe potuto sopportare una guerra di lunga durata.
La sua idea era di avere un rapporto di forze favorevole almeno fino al 1942, e di vincere con una serie di guerre lampo. All'inizio ci è riuscito, ma in Russia gli è andata male, e poi ha perso ogni possibilità di vittoria. Hitler sostiene che in realtà non voleva la guerra, che gli era stata imposta dagli altri. In realtà, la serie di rivendicazioni avanzate già dal 1937 indicavano un cammino chiaro di annessione dell'Austria e della Cecoslovacchia, dell'utilizzo della Polonia come base per invadere la Russia. Ciò non toglie che egli continuasse a paragonarsi a Napoleone, che, come lui, era stato costretto a fare la guerra anche se voleva la pace».
Ci sono dubbi sull'autenticità del documento, qualcuno ha mai messo in dubbio l'attendibilità di queste conversazioni, di cui il «testamento politico» rappresenta l'ultima parte?
«No, nessuno ha mai messo in dubbio l'autenticità di queste dichiarazioni, che erano - e sono - una delle fonti più solide e autorevoli del pensiero del Führer, affidato al fedele e fidato Martin Bormann».
I suoi studi vertono soprattutto sul frequente rapporto tra politica ed esoterismo, rapporto che è particolarmente evidente nel caso della Germania nazionalsocialista, vero?
«Certamente: come racconto anche qui, io credo nell'esistenza di un partito esoterico della pace, ovvero quella parte dei vertici nazionalsocialisti, ispirati da Jünger, il quale nazionalsocialista non era, che pensava che si corresse un rischio eccessivo con la guerra su due fronti. Il loro principale ispiratore era Karl Haushofer, secondo cui bisognava fare un patto permanente con la Russia. Quello che chiamo partito esoterico della pace ha cercato di evitare la guerra, e il libro di Jünger Sulle scogliere di marmo è una metafora di questo tentativo di evitare la guerra, come lo è la missione di Hess in Inghilterra.
Falliti questi tentativi, questo partito della pace sarà il protagonista dell'attentato del 20 luglio e della non riuscita Operazione Valchiria. Questo Testamento politico conferma quanto ci sia ancora da scavare per conoscere davvero le cause degli avvenimenti che sconvolsero il Ventesimo secolo e che, secondo me, hanno avuto dei protagonisti che non sempre si sono mostrati chiaramente. E mi riferisco, appunto, ai membri delle frange esoteriche nazionalsocialiste che avevano legami molto stretti con le élite di altri Paesi, soprattutto del Regno Unito».
Qual è la storia editoriale di questo libro, e perché ristamparlo proprio oggi?
«Il libro, come accennavo all'inizio, fa parte di quelle conversazioni a tavola con Bormann, che Hitler volle registrare accuratamente, perché rimanesse traccia ai posteri delle sue buone intenzioni. Sono le ultime cose che ha detto, e per quello che ha detto sulla guerra e sulle ragioni che l'hanno fatta scoppiare e sui motivi della sconfitta, possono essere considerate l'analisi, fatta da Hitler stesso, della sua avventura, alla fine della sua vita. Senza dubbio, quindi, si tratta di un documento storico di grande interesse e, dopo cinquant'anni dalla precedente edizione, è opportuno che venga nuovamente messo a disposizione dei lettori e degli studiosi».
Hitler sta forse, quindi, tornando al centro dell'interesse?
«Il grandissimo successo del romanzo Lui è tornato e del film che ne è stato tratto, conferma che l'argomento della Germania nazionalsocialista è di grande interesse, sia dal punto di vista storico che da quello commerciale. Forse possiamo cominciare a considerare anche Hitler come un personaggio storico. Nonostante le difficoltà adesso attraversate dalla democrazia, e l'affermazione di quello che viene generalmente chiamato populismo, è davvero molto improbabile che si possa immaginare un ritorno di un fenomeno come quello del nazionalsocialismo che ora, quindi, possiamo analizzare dal punto di vista storico.
Mettendo insieme le tre introduzioni che arricchiscono questo libro, quella di François Genoud, quella di Trevor Roper e la mia, che è quella più aggiornata e anche la più lontana da quei fatti, abbiamo una visione d'insieme relativamente nuova sulle origini della Seconda guerra mondiale e sugli errori veri che ha fatto Hitler, e che in questo Testamento lui attribuisce alla fretta con cui ha dovuto scegliere di entrare in guerra».
Un premier da "Scherzi a parte"
Alessandro Sallusti - Gio, 17/11/2016 - 15:30
Godiamoci questa commedia dove un tizio sostiene di essere il premier eletto dagli italiani e l'Europa finge di credergli
Renzi urla contro l'Europa, l'Europa urla contro Renzi, noi a scrivere che tutti urlano, voi a leggerlo.E questi ultimi due fatti, noi che dobbiamo scrivere e voi che dovete leggere, sono l'unica vera conseguenze, per altro scocciante, di tanto urlare. Perché è chiaro che nulla di serio accadrà né in un senso né nell'altro, è evidente che siamo di fronte a un gioco delle parti orchestrato di comune accordo dagli strateghi dei due schieramenti. Renzi trucca i conti, promette soldi a chiunque, ieri è stato il turno di chi andrà a investire al Sud, domani chissà a chi toccherà ma spero ai lettori di quotidiani.
Se va avanti a questo ritmo fino al 4 dicembre sperando di comprare ogni giorno un po' di «sì» al referendum esaurirà le categorie e dovrà passare alle sottospecie. Spero, egoisticamente, che gli ultimi spiccioli siano per chi ha il cognome che inizia con la lettera S. Ovvio che su in Europa assistano allibiti alla distribuzione di tanta ricchezza che non c'è. All'inizio erano preoccupati, poi li hanno informati con discrezione che è tutto uno scherzo, che come già accadde in passato non se ne farà niente, che è solo campagna elettorale, che dopo il 4 se vincerà il «sì» ci si metterà in riga, insomma di avere un po' di pazienza che a Palazzo Chigi torneranno in bella vista anche le bandiere europee.
Che cosa doveva fare l'Europa? Sparare sulla Croce rossa? Così ha scelto di sparare, sì, ma a salve. Lettere di richiamo ambigue e senza scadenza, vaghe minacce senza alcun seguito. Così ufficialmente ognuno fa il suo e lo spettacolo può continuare: Renzi a dirci che lui all'Europa fa un mazzo così, quelli dell'Europa a fare vedere alla Merkel che loro stanno a schiena diritta di fronte all'imbroglione italiano.
Del resto, a ben pensarci, che alternativa c'è a tutto questo? Se l'Italia dovesse davvero stracciare i trattati, addio Europa. Se l'Europa dovesse commissariare l'Italia troverebbe la gente in piazza coi forconi a rispedirli oltralpe. E allora? E allora godiamoci questa commedia, consci però di essere su Scherzi a parte. Alla puntata dove un tizio sostiene di essere il premier eletto dagli italiani e l'Europa finge di credergli.
Targhe bulgare sui camion: così si aggira il codice stradale
La Stampa
marco menduni
Le norme favoriscono gli stranieri e consentono di evitare le sanzioni

È il 27 luglio e quella manovra folle non sfugge alle telecamere della stradale. Un Tir di 18 metri sbaglia direzione sull’autostrada della Cisa, a Pontremoli. Si infila in un bypass, inverte la marcia. Gli automobilisti mantengono il sangue freddo e il disastro è evitato. Una pattuglia raggiunge il Tir e lo blocca. Multa da ottomila euro (nessun’altra conseguenza dopo la depenalizzazione), sequestro del camion per 3 mesi, revoca della patente per l’autista, un trentenne romeno. La patente è già stata restituita al proprietario. Il prefetto ha applicato la legge.
L’articolo 135 del Codice della strada recita: «Qualora il titolare della patente ritirata dichiari di lasciare il territorio nazionale, può richiedere la restituzione della patente stessa al prefetto». Tradotto: l’autista è tornato a casa, potrà continuare a guidare sulle strade di tutto il mondo, ci sono molti dubbi che pagherà una sanzione così pesante. Unico vincolo: non tornare in Italia.
Solo entro i nostri confini sarà come se non abbia mai conseguito la patente. Reato, anche questo, depenalizzato, con una sanzione da 5 a 30 mila euro. La polemica la scatena Asaps, l’Associazione sostenitori e amici della polizia stradale: «Così la sicurezza sarà sempre perdente». C’è un baco nel sistema che, dice Asaps, produce anche un’incredibile disparità rispetto agli autotrasportatori italiani. Questi ultimi, in un caso analogo, non potrebbero più guidare in nessun luogo: la loro patente sarebbe revocata.
«Ci sono - spiega il presidente Giordano Biserni - tre grandi falle nella legislazione; siamo in attesa delle norme inserite nel “pacchetto stranieri” che giace da tempo in parlamento, la legge attuale ha troppi varchi per i furbi». Il “pacchetto stranieri” fa parte del nuovo codice della strada, che attende il varo da più di 2 anni. In 24 anni (dal 18 maggio 1992) il codice è stato ritoccato 85 volte, diventando un crogiuolo di norme contraddittorie.
Un nuovo testo è stato scritto nel 2014 ed era partito bene. Poi si è impantanato al Senato, con posizioni discordanti (sulle coperture finanziarie) e non si è più mosso. Il viceministro delle Infrastrutture Riccardo Nencini ha annunciato che l’iter sta per ripartire. Ha scandito i tempi: via libera delle Aule all’inizio del 2017, poi sette mesi per la scrittura e dodici per pubblicare i decreti. Se tutto andrà a tempo di record, bisognerà attendere il 2018.
Ma quali sono le altre distorsioni? La prima è la truffa delle “targhe bulgare”. Nel 2015 ben 21.994 verbali non pagati si riferivano a questi casi. Per 1.500 euro un’organizzazione esporta il camion il Bulgaria, lo reimmatricola, lo fa risultare di una società locale (intestata a un prestanome) e lo “riaffitta” al camionista italiano. A volte non c’è nemmeno il movimento del mezzo: le targhe arrivano a domicilio. Ogni tassa viene pagata in Bulgaria; anche l’assicurazione, che costa l’85 per cento in meno e dà molti dubbi sulla copertura. Conclusione: ogni multa finisce nel dimenticatoio e non costa nemmeno punti della patente.
Ultima distorsione? Spiega Biserni: «Perfino l’autista spagnolo che, addormentandosi al volante, ha causato la strage degli studenti a Tarragona (nel marzo scorso, 13 vittime tra cui 7 italiane), se fosse stato protagonista di un incidente uguale in Italia, se la caverebbe con poco». La nuova legge sull’omicidio stradale vale solo nel caso di manovre azzardate, alcol e droga, «ma non per il mancato rispetto dei riposi o l’alterazione del cronotachigrafo». Conclusione: una contestazione di omicidio colposo, la possibilità di tornare a casa. Con beffa finale: anche a lui la patente verrebbe restituita.
“Milly carissima”, lettere da un amore eterno
La Stampa
paola scola
Lui disperso sul fronte russo, lei lo aspetta tutta la vita. Ora i nipoti pubblicano la loro corrispondenza

«Aspetto, tornerà». Invece lui, Ennio, dal fronte russo a Ceva non ha più fatto ritorno. Camilla l’ha atteso tutta la vita, senza neppure chiudere a chiave la porta di casa. Per settant’anni: «Dovrà subito entrare», diceva. È stato così fino al marzo 2012 quando, a 93 anni e con la memoria lontana per l’età e la malattia, Milly Ubal Bezzone ha chiuso gli occhi per sempre. Il figlio Silvio (l’altro, Leo, era già morto) e i nipoti Ennio, Francesca e Federica hanno esaudito il suo desiderio: deporle fra le mani e accanto al viso i sette mazzi di lettere che il suo amato le inviava, quasi ogni giorno, dal Don. Un esile filo.
Lui iniziava e terminava sempre con «Milly mia carissima» e «Ennio tuo». Aveva pensieri per i piccoli, ecco il 19 agosto ’42: «Attendo con vera ansia foto vostre e in particolar modo quelle dei miei alpinotti ai quali non dementicherò mai di diverso, dovete ricordarmi molto spesso. Infine vi ripeterò sempre che non è per me che dovrete avere apprensioni e preoccupazioni (…). Io saprò ben aggiustarmi e con l’aiuto di un po’ di fortuna, della calma e del mio sangue freddo saprò ben riportare la pelle a casa, anche se abbronzata e bruciata dal sole o alla peggio magari bucata in qualche parte!». E la invitava a scrivere sovente: «Brava Milly, scrivimi immancabilmente tutti i giorni, è quello che io desidero più di ogni altra cosa».
Il nonno una sepoltura non l’aveva avuta se non, forse, sotto una coperta di neve a Nikolajewka. A Ceva i funerali sono stati celebrati dal nipote Ennio per tutti e due. Insieme. E in quel momento, per chi crede nell’Aldilà, l’alpino ha ritrovato la sua Milly.

Una storia d’amore eterno, a cui ora i due nipoti don Ennio (parroco di Pietra Ligure) e Francesca, storica e traduttrice, desiderano dare una voce. In un libro. In tempo per il 2018, quando nonna Camilla avrebbe compiuto cento anni e le sue nozze, mai vissute davvero, ottanta. «L’idea ci è venuta separatamente. A me dopo la morte di nonna - spiega don Ennio -. Tanto che io quelle lettere, che mia sorella ha fotocopiato, non le ho ancora lette. Poi ho capito che aveva ragione lei. Così vorremmo raccontare nonna e nonno attraverso gli occhi di lei, di come ha eroicamente coltivato un amore disperato per tutta la vita».
Camilla ed Ennio si sposano nel dicembre ’38. La foto del viaggio di nozze sul Lago di Garda ora è sulla loro lapide. Unica, con la scritta: «Così come in vita si amarono, anche ora nella morte non sono separati». Il 29 luglio ’42, solo 65 giorni dopo la nascita del secondogenito Silvio, Ennio viene inviato in Russia. È l’ultima volta in cui i due sposi si vedono. Ma si scrivono. Fino al 14 gennaio ’43, alla vigilia della tragedia di Nikolajewka e Nowo Postojalowka.
«Nonna, fin da piccoli, ci ha sempre parlato del nonno e delle sue lettere, a cui era tanto legata - aggiunge Francesca -. Tornata dall’Irlanda ho iniziato a leggerne alcune, anche per capire come una donna possa rimanere così fedele settant’anni. Mi hanno travolto. La spinta per pensare alla pubblicazione, dal punto di vista storico, è stata data da Giorgio Ferraris, con la sua conoscenza della campagna di Russia». Ma conclude: «Le lettere dalla Russia le ho lette quasi tutte in una notte e, alla fine, ho pianto due ore. Si sono amati alla follia».
Las Vegas, la città del peccato ora è attrazione per famigliole
La Stampa
luca bergamin
I casinò diventano luoghi di intrattenimento, dai concerti allo yoga

Il Neon Museum è l’enciclopedia luccicante di Las Vegas. Bisogna andare qui, al 770 di Boulevard North, alla fine di un lungo viale dove vetuste insegne a forma di gigantesche scarpe da donna coi tacchi penzolano dai lampioni, per rivivere l’epopea di Sin City. In questo palcoscenico polveroso sono esposte le insegne luminose vintage che hanno fatto la storia della città, dei suoi casinò aperti dai gangster negli Anni 40 a cominciare dal Flamingo (esattamente 70 anni fa), delle cappelle per sposarsi e divorziare in un lampo. Alcune si accendono ancora oggi che il luogo del peccato e del vizio per antonomasia si è convertito in destinazione turistica e anche naturalistica.
Conversione
La riprova è il numero di famigliole che affollano il Container Park, un villaggio composto come un lego da contenitori di merci navali in cui sono stati aperti negozi, ristoranti, hairdresser, atelier di moda. La Downtown Vegas che sino a poco prima era terra bruciata dalla presenza degli spacciatori di crack e dei vagabondi in preda ai deliri dell’alcol e delle guerre spiritualmente perdute, adesso è stata riguadagnata grazie anche all’opera di maquillage iconografico compiuta dai più grandi street artist del mondo, Banksy compreso, chiamati a riempire di graffiti quelle facciate un tempo anonime e sbrecciate.
E poi ci sono il Mob Museum dedicato alla mafia cittadina rappresentata con un misto di orgoglio e ironia tipicamente yankee e la SlotZilla zipline, che ti permettere di attraversare a tutta velocità imbragato e appeso a un cavo il soffitto di Freemont Street guardando dall’alto slot machine e tavoli da gioco. Sembra esserci una gara, a Vegas, per inventare i divertimenti più bizzarri, da scavare coi bulldozer di Dig This proprio a fianco della freeway, col rischio, in caso di manovra azzardata di abbattere la recinzione e finire nel cortile del grattacielo di Donald Trump a pilotare una Corvette, una Ferrari o una Lamborghini al fianco dei driver professionisti dell’italiana Dream Racing sul circuito che solitamente ospita le gare del circuito Nascar e Indy.
La Strip
L’esperienza più divertente, però, insieme ai voli in elicottero che sfiorano radenti i grattacieli, resta sempre quella di camminare lungo la Strip, la strada dei casinò, e guardare le persone. Qui, infatti la notte va in scena uno spettacolo ininterrotto di varia umanità: super eroi, bellezze esotiche con le iniziali LV tatuate sulle natiche, sosia di John Wayne e Elvis Presley, maghi gemelli di Harry Potter e trasformisti tutti pitonati che farebbero un figurone anche se si esibissero insieme alle grandi star (Celine Dior, Britney Spears, Mariah Carey registrano un perenne sold out) o negli show (il Mj Live dedicato a Michael Jackson, e i vari spettacoli del Cirque du soleil sono i più amati) all’interno dei casinò.
Proprio questi ultimi, un tempo dediti solo alle roulette si sono tramutati in luoghi di intrattenimento, così sia che clonino Piazza San Marco o il Lago di Como sono sempre pieni di sorprese quali lo yoga guardando il risveglio dei delfini alle sei del mattino al The Spa del Mirage, l’acquario del Silverton Casinò, il giardino botanico del Bellagio, la piscina hot del Wynn Resort piena all’inverosimile di pin up un po’ Barbie e giovanotti tarchiati un po’ Big Jim, tutti dall’aria sempre felice.
Quando le luci, i suoni, i volti cominciano a dare un po’ alla testa, allora è tempo di salire su di un fuoristrada… rosa - tutto qui veste colori sgargianti - e compiere un Pink Jeeep Tour nel Red Rock Canyon, meraviglia naturalistica del deserto del Mojave, percorrendo la Scenic Drive. Le rocce che si ammirano e anche scalano lungo questo circuito ad anello lungo 21 chilometri sfoggiano striature rosse, bianche, gialle, aranciate, forme aguzze e bombate, celano fiori e piante dalle sorprendenti silhouette, e conservano testimonianze pittografiche lasciate dalle tribù indiane.
Nel Red Rock Canyon si può pedalare nella solitudine sconfinata incappando talvolta nelle tartarughe del Mojavecome una coppia che fa jogging, lui col costume da superman, lei con quello di wonder woman. Siamo pur sempre a Las Vegas dove stupire è il pane quotidiano da 70 anni a oggi e per sempre.
lunedì 21 novembre 2016
Amazon fa causa a chi vende merce contraffatta sul suo portale
La Stampa
carlo lavalle

Giro di vite di Amazon contro la contraffazione. Per la prima volta, fa causa a chi vende prodotti falsificati sulla sua piattaforma. Il gigante dell’ecommerce ha avviato un’azione legale con due distinti procedimenti nello stesso tribunale dello Stato di Washington. In un caso, sono stati citati in giudizio i responsabili della vendita di una versione fasulla di Forearm Forklift, cinghia per il sollevamento di oggetti pesanti. Nell’altro, insieme all’azienda che produce gli originali, Fitness Anywhere, è stata intentata causa contro i presunti colpevoli della messa in commercio di falsi TRX Suspension Trainer, attrezzatura per il fitness.
La decisione di Amazon fa seguito ad un crescendo di lamentele avanzate da marchi piccoli e grandi sull’incremento incontrollato della contraffazione. Nel mese di luglio, ad esempio, il produttore di scarpe tedesco Birkenstock GmbH ha annunciato la sospensione delle vendite sul sito di Jeff Bezos a causa dei danni provocati da imitazioni e falsi all’azienda. Anche Apple, dal canto suo, ha denunciato la diffusione sulla piattaforma di accessori fasulli come caricabatterie e cavi.
Un’inchiesta della testata CNBC ha messo in luce, nei mesi scorsi, la gravità del fenomeno, dovuto soprattutto alla crescita dei venditori di terze parti su cui Amazon ha basato lo sviluppo del suo business.
Questa strategia commerciale, che ha portato ad un aumento di introiti e vendite, ha, tuttavia, dovuto scontare il prezzo della moltiplicazione della contraffazione. Data la situazione, Amazon è stata, dunque, costretta a correre i ripari, intensificando i controlli e migliorando la tecnologia di contrasto. Per evitare - come si legge nel documento a sostegno della causa legale presentata a Washington - che l’aggravarsi del problema possa minare la fiducia di clienti, venditori e produttori nella piattaforma e causare un danno irreparabile alla reputazione dell’azienda di Jeff Bezos.
De Luca: “Bindi infame, da ucciderla”
La Stampa
Il governatore della Campania: “Io dichiarato impresentabile? Fu un atto di delinquenza politica”. Scoppia la polemica. Il Pd: “Parole inaccettabili, si scusi”
LAPRESSE
«Quello che fece la Bindi è stata una cosa infame, da ucciderla. Ci abbiamo rimesso l’1,5%, il 2% di voti. Atti di delinquenza politica. E non c’entra niente la moralità, era tutto un attacco al governo Renzi». Così il governatore della Campania Vincenzo De Luca in un’intervista a Matrix, riferendosi alla presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, che lo aveva inserito nella lista dei «candidati impresentabili» poco prima delle elezioni regionali del 2015.
Il 29 settembre De Luca è stato assolto «perché il fatto non sussiste» dalle accuse legate alla vicenda del Sea Park, il parco marino mai realizzato a Salerno, processo per il quale l’Antimafia inserì il suo nome tra gli impresentabili. «Esprimo piena soddisfazione e rispetto per la magistratura. Oggi ci presentiamo a testa alta», scrisse dopo l’assoluzione su Twitter il presidente della Regione Campania.
Le frasi choc di De Luca infiammano il Pd. «Sono parole inaccettabili, piena solidarietà a Rosy Bindi, De Luca si scusi al più presto », dicono i vicesegretario del partito democratico Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani. «Nessuna polemica politica, per quanto aspra, o nessuna decisione, per quanto controversa, giustificano espressioni come quelle di De Luca riportate dai mezzi di informazione».
La vicenda degli «impresentabili» segnò un altissimo momento di tensione nel Pd. De Luca definì «infame ed eversiva» l’iniziativa della collega di partito, arrivando addirittura a presentare una denuncia-querela contro di lei, poi archiviata dal gip di Roma. Secondo l’ex sindaco di Salerno, Bindi aveva «danneggiato in maniera pesante e consapevole il Pd a 24 ore da un voto importante. Nei Paesi civili che si rispettano impresentabili sono coloro che hanno una condanna definitiva, e non quelli che stanno sullo stomaco a qualcuno».
Accuse «inaccettabili» secondo la presidente dell’Antimafia, che riscosse ampia solidarietà tra i colleghi di partito e chiese l’intervento degli organi interni di garanzia del Pd: «Le accuse che ci sono state rivolte non sono un fatto personale ma toccano il cuore delle istituzioni». De Luca ha parlato anche del leader del Movimento 5 stelle: «Da Grillo mi aspetto tutto. Anche che salgo sul carro di Trump. Ho un rapporto di odio e amore con lui: condivido il suo attacco a un sistema mediatico informativo fatto di imbecillità e falsità e, in qualche caso, di un uso violento della disinformazione. Sicuramente da lui non mi aspetto la coerenza - ha proseguito - se hai la villa a Genova, la villa a Marina di Bibbona, ti fai le ferie sulla Costa
Smeralda, vai a Malindi con la panza al sole e poi torni e fai il monaco trappista...non ci devi rompere le scatole. Aveva proposto di non dare più di 3.000 euro a ogni parlamentare e poi apprendo che Luigino Di Maio si mette in tasca 13.000 euro al mese netti e certifica spese elettorali in due anni per 110.000 euro per iniziative sul territorio...ma cosa ha fatto? Niente...Le cene, i pranzi, i manifesti...quello che fanno tutti quanti». «Voglio fare una battaglia di verità nei confronti dei grillini - ha aggiunto De Luca - perché ritengo che ci sia una contraddizione di fondo che deve esplodere. Nell’elettorato grillino c’è un elettorato progressista che vota per il disgusto nei confronti del Pd.
Queste forze, molte giovanili, voglio recuperarle perché sono forze sane. Contemporaneamente, i 5 Stelle esprimono componenti di estrema destra...a Roma la città è nella mani dell’estrema destra».
Regionali, tra i 16 «impresentabili» c’è De Luca. Renzi a Bindi: “Usi l’Antimafia per regolare conti”
La Stampa
ANSA
«Candidabile ed eleggibile» per Matteo Renzi ma «impresentabile» per l’Antimafia di Rosy Bindi. C’è anche Vincenzo De Luca, aspirante Governatore Pd in Campania, nella lista dei candidati che per la loro storia giudiziaria non ottengono dall’Antimafia la patente di legalità. Dodici di centrodestra, quattro di centrosinistra: sono i politici che entrano per reati “spia” di mafia negli elenchi resi noti a poche ore dal silenzio elettorale. Il nome di De Luca innesca uno scontro durissimo tra Renzi e Bindi. La maggioranza Dem attacca la presidente della commissione, accusata di voler danneggiare il governo, mentre la minoranza si schiera a falange a difesa della sua esponente.
LO SCONTRO NEL PD
La lista è uno schiaffo sonoro a Renzi, che ancora al mattino, ignaro di tutto, dichiarava solenne: «Scommetto che nessun impresentabile, nessuno, verrà eletto». Nel Pd puntualmente va in scena l’ennesimo scontro interno. Nel mirino c’è Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia. Ernesto Carbone per primo la accusa di aver fatto tutto da sola, «violando la Costituzione e piegando la commissione antimafia a vendette interne di corrente partitica». A sera il premier si amareggia:
«Mi fa molto male che si utilizzi la vicenda dell’antimafia per una discussione tutta interna, per regolare dei conti interno al Partito democratico: l’antimafia è un valore per tutti, non può essere usata in modo strumentale». Ribatte la Bindi: «Giudicheranno gli italiani chi davvero usa le istituzioni per fini politici, ma certamente non sono io».
L’IRA DEL SINDACO
La rabbia di De Luca non tarda ad esplodere e il sindaco di Salerno annuncia una querela per la Bindi, «l’unica vera impresentabile», e la sfida per «sbugiardarla» in un pubblico dibattito. De Luca si avvinghia con ancora più forza a Matteo Renzi (chiamato in causa già ieri con un «per il premier la Severino è un problema superabile») e oggi afferma: «Mi pare evidente che questa campagna di aggressione, eccessiva anche per Totò Riina, ha un solo obiettivo: mettere in difficoltà il Governo nazionale e Renzi. L’aggressione vera è al segretario del partito». Nel Pd è un fuoco di fila.
C’è chi parla di «liste di proscrizione» (Cantini), chi di «processi in piazza» (Orfini), chi di «operazione vile» (Pizzolante). A falange macedone in difesa della Bindi si schierano invece Bersani, Fassina, Fava, Cuperlo, Civati che definiscono «ignobile» ed «indecente» l’assalto al Presidente dell’Antimafia. Fare la lista era «un dovere», ribatte lei.
LE OPPOSIZIONI
Prima che parli Renzi, la stigmatizzazione del Pd assume il crisma di una nota ufficiale dei due vicepresidenti Serracchiani-Guerini: «La presidente della commissione, che per tanti anni ha richiamato tutti al valore della Costituzione, poteva evitare di metterne a repentaglio uno dei principi fondamentali» per «una personale lotta politica». Sulla Liguria e la Campania si gioca la vera partita delle regionali. Perciò il candidato del centrodestra Stefano Caldoro (che per il leader Ncd Angelino Alfano «si trova davanti ad un rigore a porta vuota») ha gioco facile nel dire «De Luca non è impresentabile, ma ineleggibile». Dalle opposizioni si mette a vantaggio l’eclatante occasione, denunciando lo «spettacolo indecente» del Pd. Fino alla richiesta definitiva del leghista Roberto Calderoli: «Renzi si dimetta o ritiri De Luca».
COSA SI CONTESTA A DE LUCA
È una vicenda che risale al 1998 quella per la quale De Luca è finito nella lista. All’epoca era sindaco di Salerno per la seconda volta e la Procura della città campana avviò le indagini sulla concessione della cassa integrazione per circa 250 operai dell’ex Ideal Standard e sulla richiesta di oneri di urbanizzazione ad alcuni imprenditori interessati alla realizzazione di una struttura. Una vicenda che è costata all’ex sindaco di Salerno le accuse di concussione, truffa e associazione per delinquere. Quando l’inchiesta venne alla luce De Luca non era più alla guida del Comune di Salerno perché nel frattempo era stato eletto alla Camera dei Deputati.
La truffa, secondo la tesi accusatoria, si configurava perché la cassa integrazione era stata concessa in assenza dei presupposti di legge. Un’inchiesta partita con 67 indagati, fra tecnici ed imprenditori; 48 i rinviati a giudizio, nel 2008, compreso lo stesso De Luca. Il processo è ora alle battute finali: la prossima udienza è stata fissata per il prossimo 23 giugno. Nel frattempo, come ha fatto sapere oggi la stessa Commissione Antimafia, De Luca «ha rinunciato alla prescrizione relativamente ai delitti per i quali era maturato il relativo decorso».
Abbiamo riportato a casa l'alpino disperso in Russia
Fausto Biloslavo - Gio, 17/11/2016 - 08:27
Il direttore de "il Giornale", Alessandro Sallusti, consegna alla famiglia di Vaniglio Michelloni la piastrina ritrovata. La figlia: "È come l'abbraccio di papà"

San Giovanni al Natisone (Udine) - Le immagini in bianco e nero sbiadite dal tempo con gli alpini al fronte, vicino alle tende, ancora sorridenti. Un fazzoletto con inciso «ricordo d'Albania» ed un piccolo ferro di cavallo portafortuna, che Vaniglio Michelloni aveva spedito a casa per la nascita della figlia Laura.
E la foto dell'alpino, poco più che ventenne, orgoglioso del cappello con la penna nera della Julia. Ricordi, che sono tornati a vivere, per un giorno speciale. Dell'alpino friulano, classe 1914, disperso nell'inferno della ritirata di Russia, non è mai tornato indietro nulla, neppure le ossa. Dopo 73 anni la sua piastrina di riconoscimento è riapparsa in vendita in rete per miseri 99 dollari, come se fosse un souvenir qualsiasi. Il Giornale non solo ha scritto la storia, denunciando il triste mercimonio, ma acquistato il cimelio e ritrovato i familiari. Ieri Il direttore, Alessandro Sallusti, ha consegnato la piastrina ai figli, Laura e Gianni Michelloni, orfani di guerra.
Una cerimonia sobria, ma toccante nella splendida cornice di Villa de Brandis, a San Giovanni il Natisone, dove l'alpino disperso non è mai più tornato a casa (guarda il video). «Un dono poter ricevere dopo oltre 70 anni la piastrina. Anche se solo un pezzo di latta è come se oggi fosse di nuovo presente fra noi - spiega Dante Soravito De Franceschi, presidente dell'Associazione nazionale alpini di Udine - Con questo cimelio, il suo nome, la sua memoria non sono più dispersi fra i turbini di neve» della terribile campagna di Russia.
Il vicesindaco Anna Bogaro con la fascia tricolore, la sala gremita, le bandiere degli alpini ed i labari con la sfilza di medaglie per una volta tanto ci fanno dimenticare le magagne del nostro Paese. Tutti uniti e commossi nel ricordo di uno dei nostri 85mila caduti o dispersi nella ritirata di Russia. Renato Peressan, 96 anni, siede in prima fila con il cappello d'alpino. «La ritirata dal Don era un inferno. - ricorda il reduce - Ci siamo finti morti nella neve per scampare ai carri sovietici. Michelloni è sparito in mezzo alle granate, che scoppiavano da tutte le parti».
La nipote Susanna Mian racconta delle lettere del nonno dal fronte «con tutto l'amore del padre, che non ha conosciuto i suoi figli». E aggiunge: «Mi commuovo perché ora il loro papà è tornato a casa». Il tenente colonnello Federico Ceccaroli comanda il gruppo Conegliano, l'unità dell'alpino disperso. L'ufficiale parla del sacrificio degli alpini, allora, come oggi impegnati sui fronti più duri delle missioni all'estero.
La piastrina in vendita su ebay l'ha scoperta, Guido Aviani Fulvio, direttore del Museo della Campagna di Russia presso il sacrario di Cargnacco. In un appassionato intervento spiega che «Vaniglio probabilmente è stato catturato nel gennaio 1943, morto di stenti o ucciso dalle guardie durante le spietate marce della morte».
Il direttore del Giornale è emozionato mentre consegna la piastrina agli orfani di guerra, Laura e Gianni. «Per me è straordinario, che una comunità si stringa attorno ad un concittadino che da oltre 70 anni non c'è più - sottolinea Sallusti - La memoria, senza la quale non si può guardare avanti, da un senso al dolore patito. Questa piastrina torna a dare un senso alla memoria».
La figlia Laura ricorda: «La mamma mi ha portato in stazione a Gorizia a salutarlo mentre partiva per la Russia. Mi raccontava che chiamavo papà tutte le penne nere e se non si fermavano scoppiavo a piangere». Il fratello Gianni ha il cappello di alpino dello zio perché «quello di papà non è mai tornato. Lo porto per lui».
Laura Michelloni durante la cerimonia ha gli occhi lucidi: «Quando ho stretto nelle mani la piastrina è come se mio padre fosse finalmente tornato ad abbracciarmi». (Guarda le foto).
La memoria di un alpino in vendita a 99 dollari online
Fausto Biloslavo - Mer, 05/10/2016 - 08:37Su eBay asta per la piastrina di Vaniglio Michelloni, disperso in Russia nel 1943. La famiglia è sotto choc

L' alpino Vaniglio Michelloni, classe 1914, friulano, è ufficialmente disperso nell'inferno della campagna di Russia dal gennaio 1943. Dalla steppa non sono tornate neppure le ossa, ma da qualche giorno la sua piastrina di riconoscimento, perfettamente tirata a lucido, è in vendita in rete per miseri 99 dollari.
La figlia, Laura Michelloni, orfana di guerra con il fratello Gianni, raggiunta al telefono dal Giornale è emozionata: «Mi tremano le gambe. Mia madre mi portò da piccola in braccio a salutare papà, che partiva con la tradotta da Gorizia per la Russia. Non l'ho mai conosciuto. Vorrei tanto avere indietro almeno la piastrina».
Un piccolo pezzo di storia d'Italia, umana, familiare è finita su eBay, monetizzata come se fosse un ciondolo qualsiasi e non un frammento di memoria della tragica epopea dei nostri soldati nella campagna di Russia. Il Giornale ha deciso di acquistare la piastrina scomparsa e di consegnarla ai familiari.
«Non è la prima volta. Ne ho trovate almeno 20 di piastrine in vendita online degli italiani caduti o dispersi. In Russia non si fanno scrupoli. È un triste mercimonio», dichiara al Giornale, Guido Aviani Fulvio, che ha scoperto il nuovo caso. Direttore del Museo della Campagna di Russia presso il sacrario di Cargnacco, in provincia di Udine, si occupa da una vita della tragedia del Don durante la seconda guerra mondiale.
Sulla piastrina, color bronzo, è inciso Michelloni, con due «l» e Vanilio senza «g» nato ad Aiello riportato erroneamente in provincia di Treviso. In realtà il paese dell'artigliere del 3° reggimento alpini delle divisione Julia è in provincia di Udine. Nella lista ufficiale di Onor caduti sul sito del ministero della Difesa è ufficialmente disperso Vaniglio Micheloni nato nel 1914 nella provincia udinese, anche se a San Giovanni al Natisone a pochi chilometri da Aiello.
I familiari confermano che l'alpino disperso era nato a San Giovanni e viveva ad Aiello. «Non si tratta di un falso. In quegli anni era comune che gli addetti all'incisione sulle piastrine sbagliassero qualche lettera o la provincia. È di uno dei tanti caduti o dispersi del gruppo artiglieria Conegliano, che venne decimato e gran parte dei superstiti fatti prigionieri nel gennaio 1943», spiega Aviani Fulvio.
«Avevo un anno quando è partito e non ho ricordo di mio padre - racconta la figlia Laura che vive in provincia di Udine -. Un cappellano reduce dalla Russia aveva raccontato che era prigioniero sui monti Urali, ma nonostante le ricerche di mio fratello non abbiamo mai trovato nulla. Ho sempre sperato che fosse sopravvissuto in Russia accolto da una famiglia e che forse non volesse tornare perché era mutilato. Non avrei mai pensato, che la sua piastrina potesse ricomparire dopo oltre 70 anni».
Su eBay il titolo dell'asta della memoria indica che la piastrina sarebbe stata trovata «in un bunker sul Don», anche se Michelloni è stato fatto probabilmente prigioniero. Nel gelido inverno di guerra gli alpini della Julia con il battaglione Aquila e la 13esima batteria Conegliano riuscirono a tamponare l'avanzata sovietica nella zona di Kalitva. Gli obici spararono ad alzo zero contro i carri armati di Stalin e la battaglia si infiammò sulle alture 204 e 176.
Il 16 gennaio 1943 la ritirata del gruppo Conegliano venne stroncata dall'avanzata sovietica. Quasi tutti i superstiti furono catturati a Novo Georgevskj. I pochi che scamparono ruppero l'accerchiamento il 26 gennaio seguendo la Tridentina nell'epica battaglia di Nikolajevka. In questo inferno è sparito per sempre, a 29 anni, Vaniglio Michelloni. La sua piastrina è ricomparsa il 28 settembre su eBay, miseramente in vendita. La ritirata del Don è costata 85mila morti e dispersi.
In gennaio è apparsa in vendita su internet la piastrina di un altro disperso, Giuseppe Perotti, di Barge, in provincia di Cuneo, classe 1921.
L'alpino Roberto Venturini l'ha comprata e consegnata al comune di nascita per restituirla ai familiari. Oltre alla nuova piastrina di Michelloni si trova in rete un cucchiaio della spedizione in Russia dell'Armir, altri cimeli e le stellette dei nostri militari scomparsi, in vendita a 3 dollari.
Armi, tattica e difesa personale «Pronti a morire per il Papa»
di Anna Campaniello
In Canton Ticino tra le reclute del centro di addestramento della Guardia Svizzera Pontificia: rigorosamente maschi e cittadini svizzeri, come prevede il ferreo regolamento per l’accesso al Corpo. «Ma le vocazioni sono in diminuzione»

Sparano, studiano le tecniche di sicurezza personale e di comportamento tattico. Nel cuore del Canton Ticino, nella piazza d’armi di Isone, il centro di formazione della polizia svizzera, quindici reclute sono alla terza settimana del corso per entrare a far parte della Guardia Svizzera Pontificia. Il 6 maggio prossimo giureranno di essere pronti a morire per difendere il Papa e per prepararsi, per la prima volta nella storia secolare del Corpo, seguono un addestramento rivoluzionario, che prevede un percorso con gli istruttori delle forze dell’ordine.
Rigorosamente maschi e cittadini svizzeri, come prevede il ferreo regolamento per l’accesso al Corpo, le reclute hanno dai 20 ai 28 anni e provengono tutti dalla Svizzera interna, ad eccezione di un ticinese. Il loro percorso verso l’uniforme a strisce con i colori giallo, blu e rosso è iniziato in Vaticano. Il 31 ottobre, le reclute si sono spostate in Ticino dove rimarranno fino al 27 novembre. «La collaborazione con la polizia cantonale è una novità molto importante per il Corpo — sottolinea il comandante della Guardia Svizzera Pontificia, Cristoph Graf —. Le nostre reclute hanno l’opportunità di avere una formazione di base professionale della quale avevamo bisogno».
Il corso pilota in programma in queste settimane prevede un totale di 176 ore di addestramento, dedicate in particolare al tiro con la pistola, sicurezza personale (difesa a mani nude, utilizzo dello spray e delle manette) e comportamento tattico, controllo delle persone e perquisizione di uomini e ambienti. «Per il Canton Ticino è un’opportunità storica — sottolinea Matteo Cocchi, comandante della polizia cantonale —. La collaborazione tra i corpi è un risultato che porteremo avanti». Che si tratti di uso della pistola come di difesa a mani nude, gli istruttori (l’appuntato Federica Rossini per il tiro, il collega Corrado Giovinazzo per la sicurezza personale) insistono su un concetto in particolare: «Imparare ad agire in modo proporzionale alla minaccia».
Il numero delle reclute, negli ultimi anni è in calo e da una media di circa 30 è sceso a 23 e ora a 15. «Lo scorso anno numerose guardie hanno chiesto di prolungare l’attività oltre i due anni minimi previsti per il Giubileo — dice il comandante Graf —. Chi poi sceglie di continuare a indossare la divisa ha la possibilità di fare carriera nel Corpo, diventare sottoufficiale e ufficiale». Le guardie che proteggono il Papa e la residenza pontificia devono conoscere l’italiano. «La formazione prevede anche questo», conferma il comandante.
Tra le nuove reclute, solo l’unico ticinese, il 21enne Dario Fornasari, parla la nostra lingua. «Gli altri provengono dalla Svizzera tedesca e francese — dice il giovane —. Io comunque parlo anche francese e non ci sono dunque problemi per la formazione». Perché diventare una guardia del Papa? «È il mio sogno fin da quando ero piccolo — dice Fornasari —. È un’esperienza che può dare davvero tanto a livello di formazione ma anche umano e spirituale. L’idea è di restare in servizio per due anni e poi di entrare in polizia».
In un Corpo nato per difendere il Papa non può mancare la figura del cappellano. «È inevitabile che le guardie si addestrino a usare le armi, l’obiettivo però è difendere, non uccidere — dice don Thomas Widmer —. Il percorso di formazione è necessariamente anche spirituale, parliamo di giovani uomini che giureranno di essere pronti a dare la vita per il Papa».
Alcuni smartphone Android low cost inviano dati personali in Cina
La Stampa
enrico forzinetti
Un’azienda americana ha scoperto che su un numero ancora sconosciuto di dispositivi è presente un software cinese in grado di trasferire su server del paese asiatico informazioni dei clienti senza il loro permesso

Un numero ancora imprecisato di smartphone low cost con sistema operativo Android invia costantemente dati a server cinesi. A riferirlo è il New York Times in un articolo in cui descrive come ogni 72 ore vengano trasferite nel paese asiatico informazioni sui contenuti dei messaggi, i contatti, le chiamate effettuate, le applicazioni usate e la geolocalizzazione senza il permesso degli utenti.
A scoprirlo è stata Kryptowire, un’azienda che lavora nel campo della sicurezza degli smartphone. Secondo quest’ultima sui dispositivi interessati sarebbe installato un software, conosciuto come firmware, realizzato dalla ditta cinese Shanghai Adups Technology Company e in grado di raccogliere tutti questi dati.
L’azienda ha però risposto dicendo che il software è presente su oltre 700 milioni di dispositivi tra cui smartphone, tablet e auto intelligenti ed è in particolar modo utilizzato da un’azienda cinese, finora non identificata, per offrire il proprio supporto ai clienti. Adups ha però voluto sottolineare di non essere legata al governo cinese, allontanando così possibili sospetti di complicità con un programma di sorveglianza di massa.
Certamente si sa che Adups fornisce il proprio software a Huawei e ZTE, sostenendo che questo sia indirizzato al solo mercato cinese. In realtà l’azienda produttrice di smartphone Blue Products ha già detto che sono almeno 120 mila i suoi dispositivi negli Stati Uniti interessati da questo trasferimento di informazioni in Cina. La Blue Products ha però assicurato che il problema è stato risolto con un aggiornamento del software.
No Tav, Corte d’Appello conferma 38 condanne ma nessuna attenuante “sociale”
La Stampa
massimiliano peggio
Il procuratore: “La costruzione accusatoria ha tenuto, e soprattutto non è stata accolta l'attenuante per aver agito per motivi di particolari valori morali e sociali”
La corte d'Appello di Torino ha confermato 38 condanne su 47 imputati, ritoccato alcune pene e concesso attenuanti generiche. Così hanno deciso i giuridici di secondo grado riesaminando gli scontri con le forze dell'ordine del 3 giugno e il 27 luglio 2011, quando le ruspe «sfrattarono la libera repubblica della Maddalena» per prendere possesso dei terrena da destinare ad area di cantiere. «Nel complesso la costruzione accusatoria ha tenuto, e soprattutto non è stata accolta l'attenuante per aver agito per motivi di particolari valori morali e sociali, elemento di discrimine tra chi ha agito con violenza e chi si è limitato a protestare democraticamente contro l'opera».
Così ha detto il Procuratore Generale Francesco Saluzzo lasciando l'aula, dopo la lettura della sentenza, tra i cori dei No Tav presenti in aula. «Parzialmente soddisfatti per la sentenza, leggeremo le motivazioni. Ci soddisfa perché è incanalata in un percorso corretto rispetto alla sproporzione della sentenza di primo grado. Positivo che i giudici abbiano accolto le nostre richieste sul riconoscimento delle attenuanti generiche» ha detto Claudio Novaro, uno degli avvocati del legal team.
Ampia la discussione finale del procuratore Saluzzo, in fase di repliche, sulle motivazioni ideologiche del movimento, con cui ha invitato i giudici a non giustificare comportamenti del genere: «Violenti, antidemocratici e antilibertari» col rischio di «avvicinarsi pericolosamente ai livelli delle Farc».Il magistrato, dopo avere affermato che «la lotta del movimento contro il Tav può avere valenza sociale ma deve svolgersi nel perimetro della legge», ha parlato dell'esistenza di «frange e gruppuscoli che hanno fatto della violenza un sistema che gira per l'Italia e l'Europa ma non ha nulla a che vedere con le legittime manifestazioni di protesta».
I call center vi tormentano al telefono? Ecco come fare per liberarsene.
Il Mattino
di Alessandra Chello

Dite la verità. Anche a voi è capitato di essere letteralmente tormentati da chiamate indesiderate in ogni momento della giornata? Benvenuti nel club: siete tra le vittime (tante) di precise linee guida di marketing messe a punto da staff di esperti aziendali per vendere prodotti e aumentare i contatti. C'è di tutto: dalle promesse di risparmio sulle bollette, all'abbonamento supervantaggioso per i servizi tv. Ma questa sorta di sfrenato telemarketing troppe volte non rispetta le nuove tutele sui diritti dei consumatori nelle vendite a distanza che sono in vigore dall’anno scorso.
E allora diventa un'angoscia. Ma non disperate. Esiste un modo per mettere a tacere telefonate commerciali non gradite. Basta chiedere l’iscrizione al registro delle opposizioni che dovrebbe consentire di essere esclusi dalle chiamate dei call center. Pensate: basta aver acconsentito anche una sola volta a ricevere questi "squilli" per entrare in un circolo vizioso. A volte sono mute, non ricevono una risposta e non si viene messi in contatto con alcun interlocutore. Vengono fatti da sistemi automatizzati, per eliminare i tempi morti dei call center, ma spesso viene generato un numero di telefonate superiore agli operatori disponibili.
Il fenomeno si chiama "teleselling" ed è un introito importante per alcune aziende. Ne sono avvantaggiate anche quelle che decidono di comprare i recapiti. Con appena 5 centesimi a recapito telefonico, le imprese possono comprare tariffari completi con dati e numero di telefono, per contattare i loro possibili clienti, per vendere qualcosa. I nominativi poi finiscono in una catena complessa di società che se li scambiano, aumentando a poco a poco la disposizione dei dettagli, che riguardano anche le professioni e le preferenze. Si tratta di identikit spesso illegali composti da elenchi di numeri che comprendono i telefoni pubblici, quelli presenti illegalmente su internet e quelli che si rilasciano quando si compila qualche modulo per partecipare a determinati concorsi anche online.
Il Registro Pubblico delle Opposizioni è un gratuito ed è patrocinato dal Tesoro che permette di rendere pubblica la propria volontà di non essere contattati a scopi promozionali dai call center. Iscriversi è semplice e gratis: basta collegarsi al sito del Registro Pubblico e cliccare sulla voce link riportata sotto ‘Iscrizione’. Qui si potrà trovare il modulo da compilare in tutte le sue parti con il relativi dati personali per inviare la richiesta di inserimento nel Registro Pubblico delle Opposizioni.
Più o meno ci vorranno 15-20 giorni per essere accettati, passati i quali gli operatori di telemarketing non potranno più contattare il numero iscritto al Registro, a meno che l’utente stesso non abbia esplicitamente acconsentito a qualche tipo di chiamata. Per i meno tecnologici, l’iscrizione al Registro è possibile anche utilizzando il numero verde 800 265 265 oppure inviando una lettera raccomandata all’indirizzo postale: “Gestore del Registro pubblico delle opposizioni – Abbonati” Ufficio Roma Nomentano Casella Postale 7211 – 00162 Roma (Rm), allegando un documento di identità; o ancora inviando un fax al numero 06 54224822, allegando un documento di identità.
E si continua a ricevere lo stesso le chiamate? Chiedete all’operatore da quale lista è stato preso il numero di telefono, per poi inviare il modulo di richiesta di cancellazione al titolare della lista con obbligo di cancellare il numero entro 15 giorni. Se il problema persiste è infine possibile inviare esplicitamente una richiesta al Garante della Privacy utilizzando un modulo che comprende anche i dati di chi ha telefonato.
A proposito. Se le seccature arrivano sui cellulari, per Android c'è la soluzione interna al sistema operativo e quella esterna (l'app). Il metodo più semplice per bloccare le chiamate da un numero indesiderato (e il discorso vale non solo per quelli di telemarketing) è andare nel registro delle chiamate, cliccare sul numero specifico e andare nelle impostazioni relative al numero: qui si trova l’opzione ‘Aggiungi a elenco rifiutati‘ per fare in modo che l’utente non possa più contattarci.
Se questo metodo vi sembra troppo rudimentale, su Google Play, lo store di applicazioni per Android, potete trovare molte soluzioni pratiche e gratuite, il che non guasta mai. Tra le tante app utili per bloccare le chiamate indesiderate c'è Lista Nera (Blacklist), che permette di creare una lista nera attraverso filtri molto potenti, che consentono di stare alla larga da chiamate indesiderate ed sms non voluti.
Tra le tante opzioni disponibili, troviamo il Blocco chiamate messaggi / testo per un elenco di numeri, il Blocco chiamate / messaggi di testo per i numeri sconosciuti, numeri privati (senza numeri, senza caller id), i numeri non nei contatti e il Blocco delle chiamate con risposta automatica sms. Una volta scaricata l’applicazione bisognerà quindi scegliere se aggiungere alla blacklist un numero fra quelli contattati di recente, un contatto della rubrica o un numero personalizzato e salvare le impostazioni per bloccare il numero selezionato.
Infine, per il sistema operativo iOS, purtroppo, non c'è una libertà di scelta pari a quella di Android, questo perché gli iPhone sono bloccati ed è difficile installare applicazioni non desiderate dalla Apple. Tra queste ci sono anche quelle che risolvono il problema delle telefonate indesiderate e pubblicitarie, disponibili quindi soltanto per melafonini liberati grazie al jailbreak. Si tratta di un’operazione che sblocca l’iPhone ma al tempo stesso sconsigliata per gli utenti poco esperti. Per tutti gli altri, la soluzione contro le telefonate moleste si chiama SMSNinja, applicazione gratuita (tweak) disponibile su Cydia.
Insomma, non vi avvilite: qualcosa per liberarsi dalle chiamate commerciali moleste, esiste. Cercate la più adatta al vostro caso.
Da “bugiardi” fino a “ladri”. La grande abbuffata di insulti
La Stampa
mattia feltri
Così una polarizzazione totale e rissosa ha investito la classe politica

Il 6 marzo del 1898 il deputato della sinistra storica, Felice Cavallotti, morì trafitto in duello dalla sciabola del conte Ferruccio Macola, direttore di destra della Gazzetta di Venezia. La disputa da dirimere era nata dall’accusa di «mentitore» rivolta da Cavallotti a Macola, e meno male che il duello non usa più, sennò i nostri sarebbero tempi di quotidiano spargimento di sangue. Soltanto mercoledì, Matteo Renzi si è preso del «bugiardo» da Maurizio Gasparri e del «bugiardo patologico» da Matteo Salvini, mentre Alessia Morani del Pd lo ha dato a Beppe Grillo, un bugiardo che con le sue bugie «porta click e pubblicità nelle sue tasche di miliardario».
E così, non sappiamo se rispondendo a Marani, o più in generale, Grillo ha detto che quelli del Pd «sono ridicoli» in preda a «deliri» e dediti a «cyber-onanismo». Allora Emanuele Fiano, sempre del Pd, ha osservato che i cinque stelle dovrebbero occuparsi delle loro firme false in Sicilia, dove si muovono per «omertà» dentro «zone oscure e coni d’ombra». E dunque Luigi Di Maio ha sostenuto che il punto è un altro: Renzi ha paura a guardare in faccia «le vittime delle sue leggi». Tutto era cominciato per un tweet di un account “Beatrice Di Maio” (e successiva inchiesta di Jacopo Iacoboni sulla Stampa) in cui il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, era qualificato «mafioso». Ecco, qui non basterebbero i conventi dei cappuccini dietro cui incrociare le spade.
Per tornare a Gasparri, Renzi è bugiardo perché i suoi conti pubblici «sono falsi», e infatti la manovra ha aggiunto Giorgia Meloni, leader di F.lli d’Italia, è piena di «marchette», di «sotterfugi e di inganni» tutti escogitati da questo «politicante della Prima repubblica» che è il premier. Sulla finanziaria avevano parecchie cose da aggiungere quella della Lega, l’incaricato era Guido Guidesi (capogruppo salviniano in commissione Bilancio): innanzitutto che è usata dal governo «come un bancomat», e stiamo parlando di «un governo vergognoso», che «sta facendo di tutto per mettersi in tasca qualche soldo in più», un «governo irresponsabile che vive di marchette quotidiane».
Un concetto poi meglio precisato da Erasmo Palazzotto di Sinistra italiana: il presidente del Consiglio ha «rubato i soldi alla Sicilia». Ma fosse soltanto questione di denaro. Qui ci sono le riforme, anzi le «schiforme» (Francesco Storace), la «schiforma istituzionale» e la «schiforma elettorale» (Brunetta). E sono riforme «dettate da Berlino, Francoforte e dalla signora Merkel per abbindolare gli italiani», e intanto Renzi «prende in giro gli italiani» (Salvini). Un «tentativo aggressivo e doloroso», ha chiosato il forzista Paolo Francesco Sisto. Del resto Renzi davanti all’Europa «abbaia» ma a Bruxelles «sono pronti a fargliela pagare» (ancora Brunetta).
Non è finita. Fin qui, secondo lo scambio di apprezzamenti, ci sono casi di associazione mafiosa, falso in atto pubblico, alto tradimento, furto aggravato, truffa, corruzione, più qualche altro reato minore, ma non sappiamo a quale fattispecie appartenga quello denunciato da Roberto Calderoli, secondo cui la legge sulle unioni civili è stata votata «per comprarsi il voto Lgtb». Ecco, tutto questo è successo soltanto nella giornata di mercoledì, chiusa con i sinceri auguri rivolti dal governatore della Campania, Vincenzo De Luca, a Rosy Bindi.
A proposito. Dodici anni dopo il duello in cui era morto Cavallotti, Macola si è suicidato con un colpo di pistola. Si dice che si fosse mai liberato dal rimorso.
