lunedì 19 febbraio 2018

Addio a “vedi immagine”, così Google contrasta le violazioni del copyright

lastampa.it
Marco Tonelli

Per poter visualizzare i contenuti è necessario andare nella pagina web in cui sono pubblicate


La nuova pagina senza l’opzione “vedi immagine”

Prima l’accordo con Getty images, che eliminava la possibilità di visualizzare in una finestra a parte, le fotografie di proprietà della nota agenzia. Poi la rimozione di questa funzionalità per tutte le immagini. Infatti, per poterle vedere è necessario andare nella pagina web in cui sono state pubblicate. Altro cambiamento, è la scomparsa del bottone che permetteva la ricerca per immagini, direttamente nella pagina generale. Al momento, è presente soltanto nella barra interna a Google immagini.

«Il pulsante “Visita” rimane invariato in modo che gli utenti possano vedere le immagini nel contesto delle pagine Web in cui si trovano», scrive su Twitter l’account ufficiale Google Liaison Search. Così, il colosso di Mountain View cerca di mettere un freno all’uso di contenuti senza autorizzazione.Infatti, con la possibilità di aprire le immagini in un’altra scheda era possibile salvarle e utilizzarle a piacimento. Senza dimenticare che il bottone “view image” era una porta d’accesso per gli innumerevoli bot che scandagliano la rete per acquisire le fotografie o le illustrazioni.

Insomma, un passo in avanti che nasce anche dal ricorso di Getty Images alla Commissione europea. «Vogliamo che Google riporti la ricerca a funzionare come ricerca, non a sostituirsi agli editori», avevano affermato nel 2016, i dirigenti dell’agenzia fotografica. Poi lo scorso febbraio, l’accordo che ha evitato un’azione legale per infrazione del copyright. E la vera novità risiedeva nel fatto che Google aveva stipulato un contratto di licenza con l’agenzia fotografica. Il tutto per poter pubblicare le sue immagini. E così, su ogni scatto compare il logo di Getty.

Allo stesso tempo, anche molti siti web stanno cercando di fronteggiare il fenomeno. Invece che nei formati tradizionali come JPEG o PNG, molte pagine convertono le immagini in formati non salvabili da browser. 

Non fate l’amore

lastampa.it
Mattia Feltri

Il confronto delle idee in questi giorni verte attorno a una riflessione di Cecilia Strada, figlia di Gino: «Non fate l’amore coi fascisti, non fateli riprodurre» (ha usato un termine più tecnico di «fare l’amore» ma sarete in grado di intuirlo). La risposta del variegato mondo fascista è stata compatta, a dimostrazione di una solidità ideologica: «Voi compagne non correte il rischio, siete brutte». I concetti, così adeguatamente rafforzati dal senso dell’umorismo, lasciano il dubbio che se la questione fosse davvero genetica magari verrebbe fuori un bel pupo meticcio, che so, di Scelta civica. Vabbè.

Qualche sera fa, in un confronto televisivo, Matteo Salvini ha dato a Laura Boldrini della razzista e Laura Boldrini ha dato a Matteo Salvini del cattivo maestro. E alla fine erano entrambi contenti. «Un confronto civile, no?». In effetti, visto lo spirito dei tempi, quasi una schermaglia da circolo culturale di Madame de Staël.

È uscita un’indagine di D-Link che nell’ultimo mese e mezzo ha analizzato circa due milioni di commenti online, di gente qualunque, come noi, il 38% dei quali negativi, solo l’11 positivi, e ne ha trovati circa 135 mila che contenevano insulti e volgarità, circa 19 mila che contenevano messaggi violenti, e circa 15 mila che contenevano minacce o più garbati auguri di morte (e così, terribile effetto collaterale, ci sono in giro 15 mila persone che si sentono Borsellino e scrivono «non ho paura, non mi chiuderete la bocca»). Non vi si corrobora il sospetto che questi politici abbiano gli elettori che si meritano?

Ritorna Winamp, anche per gli Mp3 è tempo di nostalgia

lastampa.it
DILETTA PARLANGELI

Un tuffo nel passato per chiunque voglia ascoltare musica digitale. Oggi non è più un software, ma si usare via browser



“Nostalgia, nostalgia canaglia”. Il lettore musicale padre dei player multimediali è tornato: Si tratta di Winamp , che rivive online grazie al programmatore Jordan Eldredge (dell’area di San Francisco). Un tuffo al cuore via browser è lì, pronto per essere affrontato. L’ode al software – originariamente WinAMP (dall’unione di Windows e AMP) – opera dei due sviluppatori Justin Frankel e Tom Pepper, era arrivata anche dalla piattaforma di musica in streaming Spotify, che nel 2014 realizzò Spotiamp, tributo per Windows e riservato agli utenti Premium del servizio.

Questa volta invece, il progetto è disponibile per tutti, prestato a chi vuole ricordarsi di com’era l’equalizzazione prima che i servizi di musica online la integrassero come funzione (arrivata peraltro solo nel corso del tempo, sulle applicazioni).

L’interfaccia, che alcuni musicisti sceglievano perché, tra le altre cose, restituiva un volume più alto in uscita per le tracce, ora garantisce un tuffo nel passato per chiunque voglia trascinare in coda di riproduzione i propri mp3 (si presuppone che ognuno ne abbia nella propria libreria) e divertirsi con le playlist: basta trascinare i brani sul proprio computer nella finestra di Winamp. Ad accogliere gli utenti, il claim di Winamp passato alla storia: “Whippin’ a llama’s ass”.

Anche se, come fa notare Motherboard , la pagina dell’originale Winamp (e la società che lo distribuiva venduta ad AOL nel 1999) è ancora online , nella sua storia c’è un buco che va dal 2014 ad oggi. A tutto il resto, ci pensa la nostalgia.

Un flop dai costi folli. Così il Pd insabbia i dati sull'accoglienza

ilgiornale.it
Lodovica Bulian

La commissione a guida dem non pubblica la relazione finale. Troppi timori elettorali



«La maggioranza a guida Pd ha deciso di insabbiare quanto prodotto e scoperto per nascondere agli occhi dei cittadini italiani, in periodo di campagna elettorale, le malefatte di Renzi e i disastri di Minniti di questi ultimi anni». È scontro aperto in commissione parlamentare di inchiesta sui migranti, con Forza Italia e Lega che accusano i democratici di voler nascondere la «verità» sull'emergenza immigrazione. O quanto meno di volerla edulcorare facendo passare sotto silenzio ciò che è emerso durante quattro anni di lavori, indagini, dossier esaminati, su ciò che non va all'interno del sistema di accoglienza e nella riforma varata dal governo, il cosiddetto pacchetto Minniti.

Si tratta infatti di dati e atti che sarebbero dovuti confluire in una relazione finale, un documento previsto per ogni commissione parlamentare di inchiesta che giunga al termine dei suoi lavori, ma di cui invece ancora non c'è traccia. E a quanto pare, non ci sarà. Non per un ritardo, ma per una chiara «volontà politica», sostiene Gregorio Fontana, di «evitare di accendere i riflettori sulle gravi criticità emerse sul fronte accoglienza e asilo in campagna elettorale».

Il presidente della commissione, il dem Federico Gelli, nonostante le richieste di procedere alla stesura del documento conclusivo, ha ritenuto sufficiente una relazione approvata il 20 dicembre scorso: «Se manca un documento che raccolga il modo formale l'esito delle attività della commissione, non significa che manchino documenti che riprendano i lavori della commissione e diano spunti utili». Secondo Gelli, la relazione di dicembre deve bastare. Eppure, si tratta di un documento «parziale», ribatte Fontana, che nulla ha a che fare con la completezza di un documento conclusivo del lavoro svolto negli anni e che «è previsto per tutte le commissioni di inchiesta, dalle banche all'accoglienza.

Qui invece manca un filo conduttore che lo stesso presidente aveva annunciato». Anche Stefano D'Ambruoso, Scelta Civica, nella seduta di due giorni fa si è unito alle richieste di Forza Italia, ma si è scontrato col muro del piddino. Renato Brunetta si è rivolto direttamente alla presidente della Camera: «Chiediamo un intervento deciso della presidente, Laura Boldrini, affinché siano rispettate le norme procedurali e sia presentato al Parlamento e ai cittadini italiani l'atto finale previsto dalle norme istitutive della Commissione. In caso contrario il Pd sarebbe responsabile di una grave violazione della legge».

I numeri dell'emergenza vanno dal flop delle espulsioni - su 39.052 stranieri irregolari rintracciati fino a ottobre 2017, solo 17.163 sono stati effettivamente allontanati - a quello dei rimpatri. I nuovi centri (Cpr) dovevano sorgere uno per regione, sostituire i Cie e rendere più efficienti i rientri nei Paesi di provenienza dei migranti. Di queste strutture a oggi se ne vedono solo quattro: Brindisi, Caltanissetta, Roma e Torino, dove sono ospitati appena 376 migranti da allontanare dall'Italia. Accordi, sono stati fatti solo con Niger, Tunisia, Egitto, Marocco, Nigeria.

E poi, l'ingorgo dei tribunali, dove ha origine il cortocircuito: le sezioni specializzate introdotte dalla riforma Minniti dovevano servire a smaltire i ricorsi e ridurre i tempi di attesa dei migranti da 361 giorni a quattro mesi. Ma a oggi sono sommerse dall'arretrato. Da Trieste a Catania, da Milano a Firenze, passando per Bologna, il grido d'allarme arriva dagli stessi magistrati: organici insufficienti e una montagna di fascicoli che continua a crescere. Anche l'Anm protesta: «Le linee guida rischiano di rimanere lettera morta senza un adeguamento delle piante organiche dei Tribunali distrettuali e di un'adeguata dotazione per le sezioni specializzate».

Chi ha inventato il bike sharing?

lastampa.it
paolo magliocco



Le biciclette condivise sono ormai diffuse in molte città del mondo, dall’Europa all’Asia e all’America. Il numero di operatori che offrono questo servizio continua ad aumentare e si registrano anche i primi fallimenti: la società cinese Gobee.bike ha annunciato che lascerà l’Italia (dove è presente a Torino, Roma e Firenze) e tutta l’Europa.

Il primo esperimento di biciclette a disposizione di tutti non nacque come impresa economica ma, al contrario, come provocazione anticapitalista. Nel 1965 il gruppo olandese dei Provo, abbreviazione proprio della parola “provocazione”, attuò una serie di iniziative che tentavano di mettere in crisi la logica capitalista. In un periodo di pieno boom della motorizzazione, il 25 luglio ad Amsterdam fu lanciata la “Provocazione n. 5” e apparvero in giro per la città dei Paesi Bassi una decina di biciclette dipinte di bianco che potevano essere utilizzate da chiunque senza pagare. La polizia olandese le sequestrò in base a una legge che vietava di lasciare bici incustodite e non legate con un lucchetto. I Provos risposero utilizzando lucchetti a combinazione numerica e scrivendo sui telai il numero della combinazione.

L’ideatore della provocazione, Luud Schimmelpennink, ha raccontato che all’epoca propose all’amministrazione comunale di adottare ufficialmente il suo sistema, ma l’idea non venne accettata. L’esperimento delle biciclette bianche finì in poco tempo e il gruppo dei Provo di sciolse nel 1967 (anche se l’anno prima era riuscito persino a eleggere un consigliere comunale ad Amsterdam).Il tentativo successivo di avviare un sistema di bike sharing fu probabilmente quello che prese il via a Milano nel 1987 con 300 biciclette sponsorizzate messe a disposizione dei cittadini in vari punti della città. Benché si trattattasse di un modello particolare, con freni a tamburo, ben riconoscibile, le biciclette durarono pochissimo tempo, vittime immediatamente di furti.

Nel 1995 ci riprovò la città di Copenhagen con migliore successo. Dieci anni dopo nacque il sistema di bike sharing Velo’v, a Lione, con 1500 biciclette messe subito a disposizione dei cittadini, seguito due anni dopo da Velib a Parigi, e tre anni dopo, nel 2008, da BikeMi a Milano. In tutti questi tre casi, premiati da un immediato successo, le biciclette sono state messe a disposizione in parcheggi con sistema di blocco da cui possono essere prelevate e in cui devono essere riconsegnate.

Nel frattempo a Portsmouth, in Inghilterra, era stato sperimentato già nel 1996 all’interno dell’università un noleggio condiviso chiamato Bikeabout con tessere magnetiche usate dagli studenti per prelevare e lasciare i mezzi. Un tentativo che ha aperto la strada ai sistemi di noleggio oggi chiamati “a flusso libero”, in cui la bicicletta può essere presa e riconsegnata ovunque, grazie ai sistemi di localizzazione satellitare.

“I figli oggetto”

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antonella boralevi


Gabriella Deambrosis con il marito Luigi in una foto del 19 settembre 2011

Un figlio è un figlio è un figlio, direbbe la letteratura. Come lo dice, di una rosa, una frase celebre di Gertrude Stein. Però poi la vita reale è differente. E ci butta addosso una storia. Tante storie, a dire il vero, da Cogne ai bambini generati in laboratorio da ovuli generati in laboratorio. Fino ai fratellini fatti nascere per curare con il loro dna la malattia altrimenti non curabile di un altro fratello.La storia di oggi è quella di Luca e Gabriella Deambrosis. Terza sentenza della Cassazione. Generarono una figlia da anziani. Ora ne hanno 72 e 63. La piccola ne ha 8. Resta con i genitori adottivi.

Non entro nella discussione specifica. Mi interessa invece il tema che ci riguarda tutti. Il desiderio di un figlio. Riconosciuto come legittimo ormai dall’etica e dalla legge. Un desiderio senza confini. Che noi diciamo è motivato dal nostro bisogno spasmodico di dare amore. Credo, e l’ho detto molte volte, che poche parole siano ormai dei fakes quanto la parola “amore”. Un cappello che va su tutto.Giustifica tutto. Purtroppo, amare è estremamente difficile. É la negazione dell egoismo. Io voglio il tuo bene, non il mio.

Amare, io credo, è la negazione del possesso. E dunque, forse, il tema che la cronaca ci butta addosso ci riguarda tutti. Genitori e non genitori. Ci chiede di dare. Non di prendere. Un figlio, io credo, non è un oggetto. É un dono che la vita fa a sè stessa. L’ adozione e l’ affido sono un dono. E, come ogni dono, un figlio è prima di tutto, secondo me, una responsabilità. Siamo in grado di dare senza prendere?

Esami radiologici: il 50% dei pazienti cerca info su internet e non da fonti istituzionali

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nicla panciera



Sempre più spesso, i pazienti arrivano al momento dell’esame radiologico già piuttosto preparati sulla procedura cui stanno per essere sottoposti. Più della metà di loro cerca informazioni prima dell’esecuzione dell’esame, ma uno su cinque arriva all’esame senza aver ricevuto alcuna informazione da parte di chi lo ha prescritto. Questa situazione emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Radiology e condotto dal gruppo di Jay Pahade, docente di radiologia e immagini biomedicali della Scuola di medicina di Yale, secondo il quale se finora i radiologi si sono concentrati sulla comunicazione degli esiti, oggi è sempre più importante fornire informazioni sull’indagine stessa prima della sua esecuzione.

Tra gennaio e maggio 2015, i ricercatori hanno distribuito 1.742 questionari a pazienti e caregiver in sei ospedali statunitensi, di cui tre pediatrici e più della metà dei partecipanti sono stati sottoposti a imaging (58%), mentre per il 42% ad eseguire l’esame era un bambino o un’altra persona a carico. La maggior parte degli intervistati era in attesa di risonanza magnetica (26%), ecografia (24%) o TAC (21%). Dall’analisi è emerso che il 52% dei partecipanti al sondaggio ha cercato autonomamente, spesso nel web, delle informazioni sul proprio esame di imaging. Poco utilizzate le fonti istituzionali: i contenuti forniti online direttamente dai centri di radiologia costituiva il 22% delle fonti utilizzate, mentre le informazioni fornite dalle organizzazioni di radiologia rappresentavano solo il 5%.

Un altro aspetto rilevante è, secondo i ricercatori, il fatto che i pazienti cercano principalmente informazioni sull’esame e la sua preparazione, piuttosto che quelle di cui si discute più spesso tra gli specialisti dati sulla dose di radiazioni. Nel nostro paese, dove si eseguono 100 milioni di prestazioni radiologiche l’anno, di cui oltre 4 milioni eseguite sui bambini, la radioesposizione rimane un tema molto importante. E attuale. Infatti, l’obbligo di indicare esattamente la radiazione per ogni esame diagnostico eseguito è previsto dalla direttiva Euratom 2013/59 che stabilisce le norme fondamentali di sicurezza relative alla protezione contro i pericoli derivanti dall’esposizione alle radiazioni ionizzanti, da recepire entro il 6 febbraio 2018. 

Ora ci sono le prove: il mais Ogm non è nocivo

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fabio di todaro

Quattro ricercatori italiani scagionano il transgenico: incrociati i dati di oltre 6.000 articoli scientifici


Campi distrutti. A causa del divieto di coltivazione di Ogm, in Italia alcuni agricoltori si sono visti i campi coltivati con sementi geneticamente modificate distrutti dalle autorità

Maggiormente produttivo. Ma soprattutto meno insidioso per la salute dell’uomo e dell’ambiente. Ha il valore di un’assoluzione in Cassazione, l’esito di una revisione di studi pubblicata da quattro ricercatori dell’Università e della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa sulle colonne di «Scientific Reports», rivista del gruppo «Nature». Secondo gli scienziati, che hanno passato in rassegna 64 ricerche, «le conclusioni aiutano ad aumentare la fiducia nei confronti del cibo prodotto con piante geneticamente modificate». Un messaggio di elevato valore scientifico che giunge proprio dall’Italia, in cui la loro coltivazione è vietata: non l’importazione però. Discorso analogo riguarda la ricerca, in materia: osteggiata, per usare un eufemismo.

No rischi per la salute
La notizia è il prodotto finale di un lavoro condotto per oltre due anni da quattro ricercatori: Laura Ercoli, Elisa Pellegrino, Stefano Bedini e Marco Nuti. È partita da loro, alle pendici della Torre, l’idea di valutare in maniera complessiva l’esito delle ricerche condotte praticamente in tutto il mondo nell’arco di vent’anni: quelli trascorsi tra l’inizio della coltivazione del mais transgenico e il 2016, in cui s’è concluso il lavoro. Per quantità e qualità dei dati esaminati, la revisione di diversi studi è la più solida nelle conclusioni. E restituisce all’intera comunità - non soltanto scientifica, ma pure politica e sociale - un messaggio rassicurante: il mais Ogm non comporta rischi per la salute umana, animale e ambientale.

Il cereale geneticamente modificato emerge come più produttivo, privo di conseguenze sugli organismi non colpiti della modificazione genetica e con concentrazioni minori di micotossine e fumonisine: contaminanti contenuti negli alimenti e nei mangimi, responsabili di fenomeni di tossicità acuta e cronica. La diminuzione di tali sostanze nella granella è il preludio di un ridotto rischio per la salute, se si considera che la loro assunzione è stata posta in relazione con l’insorgenza di difetti del tubo neurale (sviluppo incompleto del sistema nervoso centrale) e del tumore dell’esofago (i suoi numeri sono più alti dove si consumano maggiori quantità di mais).

Positività per l’ambiente
La questione ambientale è un altro dei punti delicati della vicenda Ogm. Il compendio ha invece dimostrato performance identiche al mais tradizionale: in termini di perdita di peso tra i fusti e le foglie, emissione di anidride carbonica dal suolo ed effetti (nulli) sugli insetti che non rappresentano la causa della modificazione genetica. Il mais Bt - che è l’unica varietà di Ogm coltivabile in Europa: dove si adoperano però soltanto la Spagna, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania - viene prodotto mediante l’inserimento di un gene che, determinando la produzione di una tossina, danneggia gli insetti che cercano di nutrirsene. In questo modo si può aumentare la resa - altro aspetto emerso dal dossier, tutt’altro che secondario: lo scorso anno l’importazione di mais è costata all’Italia oltre un miliardo di euro - ed evitare la formazione delle fumonisine, visto che la loro sintesi risulta di gran lunga inferiore senza l’attacco degli insetti.

«Non entriamo nel merito della discussione politica, ma i risultati ottenuti sono robusti e soprattutto frutto di una ricerca portata avanti soltanto coi nostri fondi», commentava iersera Laura Ercoli, docente di agronomia e coltivazioni erbacee alla Scuola Superiore Sant’Anna. Parole che fanno riecheggiare quelle pronunciate dalla Corte di Giustizia Europea, che a settembre aveva tirato le orecchie ai Paesi che vietano la coltivazione di piante geneticamente modificate «a meno di un’evidenza significativa sul serio rischio alla salute umana, animale e ambientale». Nel mondo sono 185 milioni gli ettari coltivati con piante Ogm (non solo mais): distribuiti in 26 Paesi. A guidare il fronte: Stati Uniti, Brasile, Argentina, Canada e India.

Twitter @fabioditodaro

La caccia al fascista comincia all'anagrafe: "Sono ben 276 i milanesi di nome Benito"

ilgiornale.it
Luca Fazzo

Lombardia Progressista spulcia gli elenchi elettorali: "Risultato inquietante"



Milano - C'è chi vuole demolire i monumenti costruiti nel Ventennio, c'è chi propone di cambiare i nomi alle strade intitolate agli uomini del Regime. E chi si spinge ancora più in là, utilizzando gli elenchi elettorali per lanciare un nuovo allarme sulla recrudescenza fascista: c'è in giro troppa gente che si chiama Benito.

Pazienza se in spagnolo Benito vuol dire Benedetto, se un martire con questo nome si festeggia il 23 agosto; e pazienza, sul versante opposto, se a rendere popolare nell'Ottocento il nome fu la luminosa figura di Benito Juarez. Niente da fare. Di Benito per gli indignati dell'anagrafe ce n'è stato uno solo, Mussolini. E che centinaia di milanesi (e verosimilmente qualche migliaio di italiani) si ostinino a chiamarsi come il Duce, senza sentire il dovere civico di correre a farsi sbattezzare, diventa un segno del persistere nel paese di sentimenti antidemocratici.

A prendersi la briga di andare a spulciare gli elenchi elettorali di Milano alla ricerca degli omonimi del maestro di Predappio è stato uno dei sostenitori della lista «Lombardia Progressista», l'ala gauchiste dello schieramento che sostiene la candidatura di Giorgio Gori alle prossime elezioni regionali. Come gli sia venuto il ghiribizzo, il fan di Gori non lo spiega. Ma ieri ha pubblicato su Facebook i risultati della sua ricerca, sotto il simbolo della sua lista. «Ho avuto modo di consultare - scrive - l'elenco degli elettori di Milano e ho cercato quelli che avevano Benito" nel nome proprio.

Questo è l'inquietante risultato». E via, con l'elenco dettagliato: fortunatamente senza cognomi.Si scopre così che il 4 marzo saranno chiamati alle urne ben 276 milanesi che al momento della nascita sono stati battezzati semplicemente Benito: e va a sapere se per omaggio al Duce, a Juarez, a san Benito o a cos'altro. C'è poi la sfilza dettagliata di quelli che portano Benito insieme ad altri nomi.In alcuni, la scelta ideologica appare difficilmente contestabile: cinque elettori sono stati battezzati Benito Adolfo, e ad uno - perché non ci fossero dubbi - il babbo ha dato come secondo nome Mussolini. Riconducibili alla figura del Duce sono forse anche i due Benito Arnaldo (Arnaldo era il fratello minore del leader) e magari anche i tre Benito Romano.

Ma ad affollare la classifica sono una quantità di incolpevoli cittadini, che portano l'odioso marchio solo come secondo, terzo o addirittura quarto nome (esiste un Francesco Gabriele Ferdinando Benito Romano): magari era il nome del nonno. E chi lo porta insieme ad altri protagonisti della storia patria, come il signor Valeriano Benito Nazario Sauro. Ma tutto fa brodo per lanciare la nuova allerta: i fascisti sono tra noi. E si chiamano Benito.

Il Papa: stop alla pensione automatica per nunzi e vescovi curiali

lastampa.it
ANDREA TORNIELLI

Motu proprio di Francesco, “Imparare a congedarsi”, che cancella l’automatismo della decadenza ai 75 anni: anche per gli “ambasciatori”, i capi dicastero non cardinali e i segretari la rinuncia dovrà essere accettata e ci potranno essere proroghe


Il Papa: stop alla pensione automatica per nunzi e vescovi curiali

La Quaresima ha portato una sorpresa per i nunzi apostolici, i vescovi della Curia romana non cardinali e i prelati segretari: al compimento del 75° anno d’età non decadranno più automaticamente dal loro incarico come avveniva fino ad oggi. La loro situazione sarà dunque s imile a quella dei vescovi residenziali e dei cardinali capi dicastero vaticani: saranno cioè tenuti a presentare la rinuncia all’età canonica prevista, ma il Papa, se lo riterrà opportuno, avrà la possibilità di prolungarli nel loro servizio.

La fine dell’automatismo è sancita da un motu proprio di Francesco, pubblicato oggi, intitolato “Imparare a congedarsi” e datato 12 febbraio 2018. I nunzi apostolici - gli “ambasciatori” papali che rappresentano la Santa Sede presso i governi dei vari Paesi del mondo, ma sono anche incaricati di interloquire con gli episcopati e raccogliere le informazioni per le “provviste” delle Chiese (nulla a che vedere con le scorte alimentari, il termine tecnico indica l’iter per arrivare alla nomina dei nuovi vescovi) – fino ad ora allo scoccare dei 75 anni venivano automaticamente pensionati.

La regola del raggiunto limite d’età, introdotta per tutti i vescovi dal Concilio Ecumenico Vaticano II, nel loro caso prevedeva infatti un’applicazione automatica, con rare possibilità discrezionali. Lo stesso valeva per i prelati curiali non cardinali, come i vescovi capi dicastero e i segretari delle congregazioni vaticane: anche per loro lo scoccare dell’età portava alla fine del mandato.

Al contrario, per i capi dicastero cardinali, come pure per tutti i vescovi residenziali delle diocesi del mondo, la rinuncia da presentare al raggiungimento dell’età canonica non ha mai significato l’immediata cessazione dall’incarico. Nel Codice di diritto canonico (401) si legge: «Il vescovo diocesano che abbia compiuto i settantacinque anni di età è invitato a presentare la rinuncia all’ufficio al Sommo Pontefice, il quale provvederà, dopo aver valutato tutte le circostanze». Il Papa, a sua discrezione, può decidere di prolungarli per uno, due o anche cinque anni, com’è accaduto e come accade: ha ottenuto un prolungamento per cinque anni come arcivescovo di Perugia l’attuale presidente della CEI, il cardinale Gualtiero Bassetti, nominato alla guida dell’episcopato italiano ormai 75enne.

La discrezionalità si applica anche per i cardinali capi dicastero, come previsto dal secondo paragrafo dell’articolo 5 della costituzione apostolica “Pastor Bonus”, promulgata da Giovanni Paolo II nel giugno 1988: «Compiuto il settantacinquesimo anno di età, i cardinali preposti sono pregati di presentare le loro dimissioni al romano Pontefice, il quale, ponderata ogni cosa, procederà». E ci sono attualmente due cardinali capi di dicasteri curiali che stanno per compiere ottant’anni ancora in servizio: il Prefetto delle cause dei santi Angelo Amato e il presidente dei testi legislativi Francesco Coccopalmerio.

Questa discrezionalità non era però mai stata prevista per i capi dicastero non cardinali, per i segretari dei dicasteri e per i nunzi apostolici (equiparati ai primi per volere di Paolo VI con il motu proprio “Sollicitudo omnium Ecclesiarum” del 1969). Il già citato articolo della “Pastor Bonus” infatti continuava: «Gli altri capi di dicastero, così come i segretari, compiuto il settantacinquesimo anno di età, decadono dal loro incarico». Decadono e basta, automaticamente. D’ora in avanti, in forza del nuovo motu proprio, anche per i nunzi apostolici, per i capi dicastero non cardinali e per i prelati segretari si applicherà quanto previsto per cardinali e vescovi diocesani.

Che cosa ha spinto Papa Francesco a compiere questo passo? L’innalzamento generale dell’età e la delicatezza di certe situazioni diplomatiche, hanno consigliato la svolta, così che il Papa possa decidere in certi casi, a seconda delle necessità, di prorogare il nunzio apostolico nel suo incarico. Lo stesso potrà avvenire con i capi dicastero non cardinali e i loro segretari. Spiega il Papa nella motivazione del motu proprio: «“Imparare a congedarsi”, è quello che ho chiesto, commentando una lettura degli Atti degli Apostoli, in una preghiera per i Pastori». Era nella Messa mattutina a Casa Santa Marta del 30 maggio 2017. La conclusione «di un ufficio ecclesiale deve essere considerata parte integrante del servizio stesso in quanto richiede una nuova forma di disponibilità».

Questo atteggiamento interiore è necessario «sia quando, per ragioni di età, ci si deve preparare a lasciare il proprio incarico, sia quando venga chiesto di continuare quel servizio per un periodo più lungo, pur essendo stata raggiunta l’età di settantacinque anni». Chi si prepara a presentare la rinuncia ha bisogno di prepararsi «adeguatamente davanti a Dio, spogliandosi dei desideri di potere e della pretesa di essere indispensabile. Questo permetterà di attraversare con pace e fiducia tale momento, che altrimenti potrebbe essere doloroso e conflittuale». Allo stesso tempo, chi assume «nella verità questa necessità di congedarsi, deve discernere nella preghiera come vivere la tappa che sta per iniziare, elaborando un nuovo progetto di vita, segnato per quanto è possibile da austerità, umiltà, preghiera di intercessione, tempo dedicato alla lettura e disponibilità a fornire semplici servizi pastorali».

D’altra parte, se eccezionalmente viene chiesto di continuare il servizio per un periodo più lungo, ciò implica «abbandonare, con generosità, il proprio nuovo progetto personale. Questa situazione, però, non dev’essere considerata un privilegio, o un trionfo personale, o un favore dovuto a presunti obblighi derivati dall’amicizia o dalla vicinanza, né come gratitudine per l’efficacia dei servizi forniti». Ogni eventuale proroga «si può comprendere solo - precisa il Pontefice nel Documento - per taluni motivi sempre legati al bene comune ecclesiale». Questa decisione pontificia non è un atto «automatico ma un atto di governo; di conseguenza implica la virtù della prudenza che aiuterà, attraverso un adeguato discernimento, a prendere la decisione appropriata».

Francesco cita «solo come esempio alcune delle possibili ragioni: l’importanza di completare adeguatamente un progetto molto proficuo per la Chiesa; la convenienza di assicurare la continuità di opere importanti; alcune difficoltà legate alla composizione del Dicastero in un periodo di transizione; l’importanza del contributo che tale persona può apportare all’applicazione di direttive recentemente emesse dalla Santa Sede oppure alla recezione di nuovi orientamenti magisteriali».

Acqua filtrata, fa bene o male alla salute?

lastampa.it
a.c.

L’acqua potabile vince per controlli e benefici. Sui filtri occorre fare attenzione al rispetto delle normative

L'acqua filtrata può essere nociva per la salute

Acqua filtrata che ha prodotto generazioni di caraffe, brocche, dispositivi da lavandino. Bastoncini di carbone attivo, filtri purificanti: tutto per bere bene. Ma fa davvero bene? Esistono ancora timori sulla possibile presenza di tossine nell’acqua filtrata. L’incubo di piombo e fibre di plastica è sempre in agguato. Insomma: parliamo di acqua pura ma non sappiamo se i metodi di filtraggio la rendano tale. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha confermato che bere acqua di rubinetto riduce il rischio di malattie cardiache. Già: ma quale rubinetto?

Per molti l’acqua filtrata è impoverita dei suoi elementi più preziosi. Il costo iniziale d’acquisto è abbastanza elevato. Un impianto a osmosi inversa può arrivare anche a un costo di 3000 euro. A questo bisogna aggiungere il costo annuo di cambio dei filtri.

Ma c’è di più. Secondo un articolo pubblicato sul Daily Mail, i filtri nascondono la formazione di batteri. Il passaggio continuo di acqua dalle tubature agli impianti di filtraggio provocherebbe dunque danni alla salute. Sotto accusa le proprietà depurative di caraffe e filtri, ogni anno venduti con oltre un milione di pezzi. Si pensa erroneamente, sostiene il Ministero della Salute, che l’uso di un filtro possa eliminare sostanze pericolose. E migliorare la qualità dell’acqua.

L’uso di caraffe o sistemi per acqua filtrata nel lungo periodo può addirittura peggiorare la qualità dell’acqua. I filtri eliminano sostanze importanti come magnesio e calcio e aumentano sodio, potassio e in alcuni casi anche elementi tossici come l’argento. E’ dunque importante utilizzare prodotti regolamentati e definire un quadro normativo ad hoc.

Acqua pubblica in Italia

Secondo l’Istat un italiano su tre non beve l’acqua del rubinetto. E fa male, perché in Italia è sicura e controllata. Secondo una ricerca di Altroconsumo, realizzata prelevando 35 campioni di acqua da altrettante fontanelle pubbliche in tutti i capoluoghi di regione, in Italia l’acqua del rubinetto è buona e di alta qualità. Per diversi parametri (come alluminio, vanadio e ferro) esistono limiti di legge vincolanti. L’acqua del rubinetto è soggetta a controlli severi. L’importante è berla appena viene fatta scorrere. Conservarla in bottiglie o caraffe non sterilizzate potrebbe causare la formazione di batteri.

La classifica delle migliori acque potabili italiane

Sul podio quattro città. Aosta, Ancona, Caserta, Perugia. Seguono Alessandria, Bologna, Cagliari, Campobasso e Catania. Si prosegue con Ferrara, Livorno, Palermo, Parma, Pavia, Pescara e Potenza. Poi Reggio Calabria, Roma, Salerno, Trento, Trieste, Udine, Venezia.

Il vero problema delle Ong? Politico, non (solo) morale

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Fulvio Scaglione

oxfam

Io ero e resto convinto che nei primissimi anni Novanta Willy Huber, che allora dirigeva l’ospedale di Save the Children a Mogadiscio, in Somalia, mi abbia salvato la vita. In più, ho avuto decine di contatti, e in qualche caso rapporti profondi, con esponenti di Ong in varie parti del mondo. Figuriamoci quindi se posso avere una posizione preconcetta nei confronti del cosiddetto “volontariato”.

Però una crisi è una crisi. E quella attuale è assai profonda, e non riguarda solo i colossi travolti dallo scandalo come Oxfam o quelli che si stanno autodenunciando perché avevano già preso provvedimenti e non vogliono finire nel tritacarne come Save the Children o Medici senza Frontiere.

Tanto profonda che la Charity Commission, l’ente che per conto del governo inglese sorveglia le Ong, denuncia di ricevere ogni anno oltre mille segnalazioni di abusi sessuali, che riguardano organizzazioni grandi, piccole e minuscole. Ed è chiaro che il cittadino di buona volontà, il cittadino-donatore ma anche il cittadino che paga le tasse e vede il proprio governo affidare decine di milioni alle Ong, fa in fretta a farsi una domanda: se questi, ad Haiti o altrove, usavano l’organizzazione come sede per le orge, chissà che fine facevano i miei soldi.

Per questo paiono molto ingenui, quando non ipocriti, gli inviti che ora compaiono sulla stampa nazionale e internazionale a non confondere i pochi che sbagliano con i tanti che agiscono onestamente, perché si rischia di cancellare risorse che vanno comunque a favore di popolazioni colpite da calamità naturali, guerre, carestie e così via. È vero, verissimo. Ma succederà comunque. Quando saltò fuori che i loro uomini rubavano, grandi e storici partiti che avevano fatto la storia d’Italia finirono a pezzi. E a nessuno venne in mente di risparmiarli perché avevano contribuito a costruire il Paese e a dare benessere agli italiani.

Messa così, la discussione è inutile. Quando Medici senza frontiere fa notare che sono solo 40, sui suoi 40 mila dipendenti, ad aver commesso brutte azioni, ha ragione: uno su mille è una media sociologica, uno stronzo o un delinquente ogni mille persone c’è in qualunque ambiente. Quello che dovremmo chiederci, però, non è se la media sia accettabile ma piuttosto: perché 40mila? E perché 25mila Save the children?

Perché un’organizzazione umanitaria deve avere molte migliaia di dipendenti più dell’Eni, per esempio, o, nel caso di Medici senza frontiere,  addirittura 10 mila dipendenti più della Ferrero?Perché dev’essere una multinazionale? Perché ha raggiunto dimensioni così colossali? In altre parole, non dovremmo preoccuparci del fatto che nelle Ong lavorano uomini e donne in carne e ossa, con i pregi e i difetti di tutti gli altri uomini e donne. Dovremmo invece chiederci che cosa siano diventate le Ong, e perché. Dovremmo occuparci di politica. Il boom delle Ong ha un suo anno mille, che è appunto tutto politico: il 1991, quando Bernard Kouchner, segretario di Stato del secondo Governo Rocard in Francia e soprattutto ex fondatore, negli anni Settanta, prima di Medecins sans Frontieres e poi di Medecins du Monde, enuncia il concetto del “diritto all’ingerenza umanitaria”.

L’occasione fu la repressione di Saddam Hussein contro i curdi, lo scopo abbattere il principio di sovranità degli Stati. Obiettivo riuscito, perché da allora la motivazione “umanitaria” è stata usata con successo dai Paesi più potenti (le infinite liste degli “Stati canaglia” compilate dagli Usa, la difesa delle minoranze russofone da parte della Russia…) non solo per soccorrere popolazioni a rischio ma anche per abbattere nazioni ostili o non così vogliose di diventare amiche e, in definitiva, per spianare la strada alla globalizzazione di cui soprattutto l’Occidente ha beneficiato.

L’ingerenza è stata condotta a suon di bombe. L’umanitario è stato affidato alle Ong, soprattutto a partire degli anni Novanta. Un po’ perché ai governi conveniva dal punto di vista economico e organizzativo, per il vecchio principio per cui quasi sempre il privato funziona meglio del pubblico. E soprattutto perché il lavoro delle Ong, oltre a una maggiore efficacia, garantiva un’immagine di neutralità che conveniva a governi che non avrebbero potuto in alcun modo procurarsela, visto che erano stati quasi sempre protagonisti della creazione e poi della conduzione della crisi.

Su questo occorre essere precisi. Non è che Oxfam, Save the Children, Medici senza Frontiere e le altre Ong non siano state o non siano “neutrali” nei loro interventi. Ma è la loro posizione a essere oggettivamente non neutrale quando intervengono in fronti dove si è combattuta una guerra, dopo che una delle parti ha vinto e, sia permesso dirlo, con quattrini forniti di governi della parte vincitrice. Le somme denunciate da Oxfam, per fare un solo esempio, ovvero 67 milioni di euro dalla Ue, 2 dal Governo inglese, 63 dall’Onu e 57,3 da “altri governi” tra marzo 2015 e marzo 2016 parlano molto chiaro.

Il boom delle Ong, e quindi anche delle loro dimensioni, è frutto di questo meccanismo. E si è accompagnato a un’altra distorsione, anche questa indotta dalla convenienza politica dei governi. Le Ong sono diventate delle specie di oracoli, bocche della verità che non potevano essere contestate in alcun modo. Lo si è visto bene con la questione dei migranti nel Mediterraneo e le polemiche con il ministro Minniti. L’idea, ampiamente fatta circolare, era che solo le Ong sapessero cosa fare per intervenire sul problema, anche se a ben vedere la loro proposta era di non fare nulla, di continuare così. Fino al ricatto aperto, con la decisione di ritirare le navi di soccorso perché la situazione, con i pattugliamenti della losca guardia costiera libica, era diventata troppo pericolosa.

Anche se nessuna delle loro organizzazioni parla, per dirne una di ritirarsi dall’Afghanistan che è assai più pericoloso del Mediterraneo. Non si tratta, quindi, di criminalizzare le Ong o di trattare tutti i loro volontari come potenziali organizzatori di orge e altri abusi. Sarebbe però interessante che fossero le stesse Ong ad aprire una riflessione sul loro ruolo e sul meccanismo in cui sono coinvolte anche quando agiscono per il meglio, come fanno spesso. Quello sì che sarebbe un bel momento di politica, utile a tutti.

Tutti collegati con radio-don, ecco il Vangelo in onde corte

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paola scola

Nel Cuneese si trasmette dalla chiesa: «Per non sentirsi soli»


Franco Bernelli, il parroco di Villanova Mondovì, nel Cuneese, 63 anni, è l’anima della radio, fondata 15 anni fa: in palinsesto trasmissioni religiose e di arte tenute da lui e dalla sua squadra di volontari

Il trasmettitore è posizionato sulla cima del campanile della chiesa di San Lorenzo. Uno dei punti più alti di Villanova Mondovì, nel Cuneese. Di lì la radio parrocchiale diffonde le celebrazioni, i rosari, le rubriche e le riflessioni che la squadra guidata da don Franco Bernelli manda in onda da circa quindici anni.

Il «radio- don» (come lo ha soprannominato qualcuno) è l’anima dell’emittente, ma non solo. Nelle gambe ha accumulato migliaia di km in bicicletta, guidando da trent’anni gruppi di parrocchiani in ciclo-pellegrinaggi ai santuari mariani d’Europa: da Fatima a Medjugorje, da Compostela a Lourdes (dove la scorsa estate è andato solo pochi giorni dopo essere stato morso da una vipera, in campeggio, ed essere stato ricoverato in ospedale).

Quando il «prete con la bici», don Franco, parroco a Villanova dal 1989, 63 anni, ha messo in piedi il progetto radiofonico, non esistevano esempi analoghi nella zona. La prima messa è stata trasmessa una notte di Natale, per portare la Parola di Dio nelle case degli anziani, impossibilitati a recarsi in chiesa. Poi, via via, si sono aggiunte le rubriche e il palinsesto si è ampliato.

Come funziona
Ma come ascoltare i programmi? «Il sistema è semplice - spiega il sacerdote -. Ci colleghiamo in onde corte, non in modulazione di frequenza. Il trasmettitore è sul campanile e per sintonizzarsi è sufficiente avere un ricevitore in casa, come quello che possiedono circa 250 famiglie. Dove trovare il decoder? In parrocchia».

Don Bernelli è lo speaker più gettonato, impegnato fra la missione pastorale e mixer, microfoni, cuffie, computer. «Da qualche tempo abbiamo inaugurato la nuova sede della radio nel presbiterio, mentre prima era in spazi angusti - prosegue -. Quando abbiamo iniziato, avevamo solo mezzi di fortuna e buona volontà. Oggi c’è una bella squadra di volontari, ma siamo sempre disponibili ad accogliere nuove forze».

In onde corte finiscono messe, liturgie, incontri nella sala parrocchiale. Insieme al don, alcuni volontari si alternano ogni giorno in spazi di 20-45 minuti, con una piccola rubrica. Giovanni Battista Rulfi aggiorna sulle notizie locali, Donatella Donà, responsabile dell’associazione culturale San Sebastiano, parla di arte. Dario Volpe illustra la catechesi e Stefania Messa una riflessione sul Vangelo della domenica. In più, a maggio e a ottobre, mesi dedicati dalla Chiesa alla Madonna e al Rosario, diversi gruppi si alternano, alle 20, per recitare il rosario. «L’importante è farci sentire comunità e arrivare nelle case di chi non può uscire - conclude don Franco -. Perché senta di non essere solo». 

Telefoni, blitz della Finanza nelle sedi delle compagnie

lastampa.it

luigi grassia
L’Antitrust sospetta una collusione sugli ultimi rincari dopo che la legge di bilancio ha proibito le bollette a 28 giorni


I fornitori del servizio telefonico (voce e dati) sono sospettati dal Garante di intesa anti-concorrenziale

Il blitz della Guardia di Finanza è scattato ieri mattina: il Nucleo speciale antitrust delle Fiamme gialle è entrato negli uffici delle maggiori compagnie telefoniche - (e anche della loro federazione, la Assotelecomunicazioni di Roma) per indagare, su richiesta dell’Autorità delle Tlc, su «possibili intese restrittive della concorrenza», in parole povere su un cartello, nei recenti rincari in bolletta dell’8,6%. Su richiesta dell’Authority di settore, il Garante del mercato ha aperto un’istruttoria su Tim, Vodafone, Wind Tre e Fastweb (oltre ad Asstel) per accertare se abbiano coordinato le strategie commerciali con aumenti uguali per tutti.

Canta vittoria l’associazione di consumatori Codacons: «Pienamente accolto il nostro esposto del 24 gennaio che chiedeva all’Antitrust di accertare una intesa anticoncorrenza da parte della compagnie telefoniche operanti in Italia». La vicenda si lega alla fatturazione telefonica (incluse le connessioni Internet) a 28 giorni, che aveva portato a 13 i mesi su cui pagare durante un anno; questo modo di fare è stato proibito dall’ultima legge di bilancio, e le compagnie hanno dovuto adeguarsi, ma lo hanno fatto tutte con la stessa modalità, cioè annunciando ai clienti che subiranno un aumento di tariffa dell’8,6% (così il rincaro annuale resta identico a quello imposto con i 28 giorni).

L’Autorità delle Telecomunicazioni e l’Antitrust contestano che quest’ultimo passaggio è avvenuto «con pressoché identiche modalità», e di fronte a tale comportamento uniforme, l’obiettivo della procedura e delle ispezioni è di «accertare se tali imprese, anche tramite Asstel, abbiano coordinato la strategia commerciale», allo scopo di «preservare l’aumento dei prezzi e restringere la possibilità dei clienti di beneficiare del confronto concorrenziale tra operatori». Insomma se tutte le offerte sul mercato sono uguali, la libertà teorica del cliente di non accettare i rincari e di cercare qualcosa di meglio altrove diventa una presa in giro.

Purtroppo i tempi del procedimento non saranno brevi: l’iter dovrebbe concludersi «entro il 31 marzo 2019». E nei giorni scorsi uno sviluppo negativo è arrivato dalla giustizia amministrativa: il Tar del Lazio ha congelato l’obbligo di rimborso automatico agli utenti della telefonia fissa per la passata fatturazione a 28 giorni, rimborso automatico che sarebbe dovuto partire ad aprile. Secondo il Codacons «la collusione è costata ai consumatori un miliardo extra all’anno, per due anni». A presentare il ricorso sono state Vodafone e Wind; entro fine mese il Tribunale si esprimerà anche sui ricorsi di Telecom e Fastweb.

Per adesso, attenzione, non si tratta di una bocciatura dei rimborsi, ma di un rinvio, comunque fastidioso per i clienti; il Tar si riserva di decidere nel merito entro il 31 ottobre. Come reagiscono le compagnie telefoniche al blitz della Guardia di Finanza e all’indagine dell’Antitrust? La Assotelecomunicazioni assicura che sta prestando «la massima collaborazione alle Autorità, nella consapevolezza di essere estranea a qualunque pratica anticoncorrenziale». Con parole quasi identiche si esprimono Tim (che si dice «estranea a qualsiasi comportamento anticoncorrenziale» e rivendica di aver «sempre garantito la massima collaborazione alle Autorità»), Vodafone («convinta della correttezza del proprio operato sta collaborando attivamente con l’Autorità»), Wind Tre («l’azienda è estranea a pratiche anticoncorrenziali») e Fastweb («estranea a qualunque ipotesi di pratica collusiva»). In pratica le compagnie respingono i sospetti di collusione usando tutte, nella difesa, quasi le stesse parole. 

domenica 18 febbraio 2018

Viaggio nel feudo campano dei Dei Luca, dove il seggio va di padre in figlio

espresso.repubblica.it
di Susanna Turco, foto di Gianni Cipriano per L’Espresso

Parenti in lista. Fedelissimi. Signoria assoluta. Un sistema clientelare blindato. A Salerno il governatore è tutto. E nel Cilento c’è Franco “frittura” Alfieri a fare incetta di voti

Viaggio nel feudo campano dei Dei Luca, dove il seggio va di padre in figlio

Nell’attesa che Piero De Luca, figlio d’arte, s’affacci in Parlamento, al quale è predestinato grazie alla candidatura blindata col Pd, alla campagna elettorale ci pensa papà il governatore. Come avviene per quasi tutto il resto. In queste elezioni dove, sul dorso della Campania, sbalzano come da un legno ritorto gli snodi politici che attraversano il resto del Paese - dalla prova post grillina di Luigi Di Maio candidato a Pomigliano d’Arco, fino alla battaglia tra le anime di Forza Italia sulle spoglie-non-spoglie di Silvio Berlusconi, passando per gli impresentabili in lista e il tramonto dei partiti - è proprio il sistema De Luca a raccontare una linea di frontiera.

Del Pd renziano, ma non solo. Parenti in lista. Signorie assolute. Regionalismi. Fedeltà senza cedimenti. Nostalgie di mondi di una volta, mescolate a un populismo che tiene fuori tutti gli avversari. Come raccontano ad Agropoli, a proposito del deluchiano di ferro Franco Alfieri, l’ex sindaco ormai detto «re delle fritture» per una battuta di De Luca sulla sua capacità a fare clientela, anche lui pronto a sbarcare alla Camera: «Non esistono i grigi, o stai con lui, o contro. E se non stai con lui, sei fuori».

A questo giro di valzer, il sistema fa un passo ulteriore. Con le accortezze del caso. A quattro settimane dal voto, ad esempio, in giro per la regione De Luca junior, 37 anni, avvocato, imputato, e candidato - detto da taluni salernitani «Giovane Favoloso» con un qualche rassegnato sarcasmo - non si trova da nessuna parte. Fa riunioni a porte chiuse in hotel degni di un film di Matteo Garrone, campagna elettorale quasi blindata, concessioni ai media col contagocce: ai quotidiani locali ha dato una triplice intervista nel giorno della discesa in campo; con l’Espresso si è reso inafferrabile («siamo dovuti scappare», l’ultima involontaria ammissione dell’ufficio stampa dopo giorni di inseguimento).In fondo, a mostrarsi troppo, ha tutto da perdere.

Vincenzo (De Luca) m'è padre a me

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Al contrario, De Luca senior, Vincenzo detto Enzo, già sindaco di Salerno modello faraone egizio, dal 2015 governatore, è prontissimo e onnipresente. Conferenze stampa, accordi, benedizioni, taglio di nastri. La campagna elettorale la fa lui. Eccolo a Marcianise, provincia di Caserta, assistere al librarsi in volo degli otto droni che controlleranno la Terra dei fuochi (40 milioni di euro l’investimento).Eccolo inaugurare la posa della prima pietra per l’ampliamento - da 150 a 400 posti letto, progetto da 80 milioni di euro - dell’ospedale privato di Pineta Grande, a Castel Volturno, di nuovo provincia di Caserta. Terra che fu di Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario berlusconiano che ha condanne non definitive per 25 anni complessivi, ritenuto fra l’altro dai giudici di primo grado referente nazionale del clan dei Casalesi.

Collegio, questo di Caserta, dove il primogenito del governatore, De Luca junior, nel listino proporzionale del Pd, è secondo i pronostici destinato ad essere eletto. Una zona della quale il padre parla volentieri. «Un territorio meraviglioso, Caserta, lasciatemi un momento parlare di Caserta: era una delle regioni orfane, oggi sta avendo mai come prima una attenzione straordinaria dal governo regionale», gorgheggia col suo tono baritonale De Luca senior, davanti agli amministratori, al suo pubblico, ai suoi elettori. Un’attenzione concreta, da persona che conosce il valore di una frittura così come quello di una «rivoluzione»: dai «600 posti letto in più per Caserta nel nuovo piano ospedaliero appena approvato dalla Regione» (cioè da lui), fino ai «quasi 200 privati che hanno risposto alla chiamata» (la sua) «e sono pronti a investire sul litorale domizio 5 miliardi e 200 milioni», perché «voi neanche riuscite a immaginare le decine di migliaia di posti di lavoro che possiamo ricavare», conclude fregandosi le mani.

Piena applicazione, insomma, di quel comandamento - «fare la clientela come Cristo comanda» - enunciato alla perfezione a una settimana dal referendum del dicembre 2016. Ora attivo ed operante in una Campania dove De Luca si appresta a fare qualcosa di inedito: non tanto mandare avanti il rampollo, quanto riuscirci stando ancora nel pieno del potere. «Solo Umberto Bossi lo aveva fatto», nota Isaia Sales in un intervento sul Mattino dedicato ai «figli di», nel quale di De Luca manca solo il cognome. Piero De Luca come Renzo Bossi. Dopo il Trota, il Triglia. Erede di una Dynasty che oltre a lui prevede il fratello minore Roberto, assessore al Bilancio a Salerno e predestinato anche lui a salire.

Insieme con una manciata di fedelissimi, posizionati a vari livelli, dal comune al Parlamento.Dove sia il Pd , in tutto ciò, lo dice la geografia meglio di tutto. Nella sede di Salerno, al primo piano di un edificio nascosto alla strada, le tapparelle sono abbassate, la porta chiusa. È giorno pieno, in sezione dominano i neon e il deserto. Sono previste riunioni per la campagna elettorale? «Se vuol lasciare il numero di telefono», è la gentilissima e laconica risposta dell’unica sentinella del fu presidio democratico. Del resto è da anni che De Luca interpreta maggioranza e opposizione, in un sistema che viene descritto come «militarizzato», in cui qualsiasi dissenso interno è ormai scalzato via.



Poco lontano, nella centrale via dei Principati, è in corso una riunione mezza carbonara dei De Luca, al comitato di Piero. C’è il padre, i due figli, il sindaco Enzo Napoli facente funzioni di De Luca al comune, ulteriore notabilato di contorno. Parlano dietro i finestroni di un ex negozio di abbigliamento, al primo piano. I passanti dello struscio li guardano, da sotto in su, come si fa al passaggio delle statue dei santi in processione. «Noi siamo innamorati di Enzo De Luca, e siamo sicuri che votare il figlio sarà come votare il padre», sillaba una signora piena di perle. E sono pochissime, nei bar come tra i giovani dell’università, le voci che si discostano. E quando il consenso manca, vien sostituito da un silenzioso imbarazzo, in questo sud dove la famiglia fa le veci del partito.

«Vincenzo m’è padre a me»: ricordano adesso che, giusto alla chiusura della campagna da governatore, un grosso manifesto ispirato a “Miseria e nobiltà” anticipava così l’oggi. Vincenzo, magari averlo per padre. Quattordici casi di candidature familiari solo in Campania (e non solo del Pd). «Un andazzo che si adatta questa fase fatta di partiti che sono semplici emanazioni del centro e dei potentati locali», e dove «l’abbassamento della qualità politica ha reso le famiglie più audaci nel proporre i rampolli», nota ancora Sales. Dicono in città che De Luca abbia trattato il suo pacchetto di fedelissimi direttamente con Renzi.

E quando si è dovuto chiudere, ha mandato il figlio assieme con la segretaria regionale Pd Tartaglione, in modo che ci si ricordasse di tutto. Il risultato, magnifico. Lui, De Luca jr, rinviato a giudizio nel crack Ifil (ma l’udienza prevista per fine gennaio è appena slittata al 14 marzo, cioè dopo il voto, per indisposizione di un componente del collegio) oltre che a Caserta è candidato all’uninominale a Salerno: sarà nella stessa scheda col ministro dell’Interno Marco Minniti, capolista al proporzionale. Un accostamento che nel Pd salernitano alcuni - in camera caritatis - confessano trovare stridente; «Fa venir voglia di votare Grasso», confessano.

A ogni buon conto, appresso a Minniti c’è Eva Avossa, 25 anni da vicesindaca di Salerno, pronta a fare da segnaposto anche in Parlamento. Al Senato uninominale c’è Tino Iannuzzi, la cui fede deluchiana è alla base della deroga che si è fatta per poterlo ricandidare. A sud di Salerno, blinda il Cilento un fedelissimo ormai dotato di una sua notorietà. È Franco Alfieri, il capo staff che giusto De Luca inchiodò a un destino, volendo elogiare la sua capacità di «fare la clientela» con una battuta sulle «fritture di pesce» che ormai lo insegue («Sta cercando le fritture?», ironizza adesso persino il cameriere che serve crocchette all’inaugurazione di un suo comitato elettorale).



In effetti Alfieri, un De Luca di ascendenza diccì, è abituato al plebiscito, proprio come il governatore. All’inaugurazione del suo comitato a Vallo di Lucania campeggia in rosso una gigantografia della mappa del suo collegio. Novantasei comuni, che lui vuol conquistare tutti: nuovo record dopo essere stato il sindaco più giovane d’Italia a Torchiara, e il più votato con oltre il 90 per cento ad Agropoli, governata direttamente per dieci anni, e indirettamente sia prima che dopo.Indagato, processato, ma sin qui sempre alla fine assolto o prescritto, Alfieri ha anche in questo una storia simile a De Luca.

Adesso la sua candidatura ha fatto infuriare pure Antonio Vassallo, figlio del sindaco pescatore Angelo, ucciso con nove colpi di pistola nel 2010. «È indegna, il Pd non usi più il nome di mio padre», aveva attaccato Vassallo jr contro Alfieri, accusandolo di non aver ascoltato le denunce del padre su un caso di appalti sospetti, all’epoca in cui era assessore della provincia. Lui si dichiara estraneo, comunque è determinato a lasciarsi quella storia alle spalle: «C’è chi mi avversa? Se ne farà una ragione», risponde messo alle strette, con la spietatezza della verità. Il Pd è questo. Il 76,5 per cento che De Luca mobilita a favore di questo o quel segretario. Lui, loro. E chi lo avversa se ne fa una ragione. Il partito è lui, sono loro, Renzi attira poco, il Pd ancora meno. Persino il «notoriamente clientelare» Afieri potè poco quando in ballo c’era il referendum di Renzi.

«Ci provai, ma non ci fu niente da fare nemmeno ad Agropoli». Pensano la stessa cosa gli amministratori locali del Pd che sono andati asentire De Luca jr, in un incontro a porte chiuse all’Hotel Vanvitelli di Caserta, tra i divani in velluto rosso, i lampadari in vetro di murano alti dodici metri, le riproduzioni della primavera di Botticelli. Il partito sono loro, altroché: «Renzi non lo devo nemmeno nominare, altrimenti la gente smette di ascoltare» si confidano l’uno con l’altro dopo la riunione, davanti a un aperitivo. Mentre parlano del figlio, «che però non è come il padre».

In Russia alla scoperta di Jasnaja Poljana, la casa museo dello scrittore Tolstoj

lastampa.it
Andrea Battaglini


Scruttoi e inchiostro (foto di Andrea Battaglini)

In genere le case-museo degli scrittori sono piuttosto squallide, noiose o di fatto false e inconsistenti soprattutto quando sono allestite con regia esponendo presunti oggetti e arredi in teoria appartenuti all’autore ma in realtà provenienti da brocanter della zona, e più o meno d’epoca. Raramente restituiscono il sapore e l’atmosfera che ci si aspetta e ci si figura. Così è, in parte, anche per la casa di Tolstoj a Mosca.



Gli esterni della casa museo (foto di Andrea Battaglini)


La casa dei giardinieri oggi (foto di Andrea Battaglini)

Sarà invece il viaggio in treno dalla magnetica ma convulsa capitale che conduce, anche se solo a duecento chilometri di distanza, nel mezzo della silente e ipnotica campagna russa in inverno distesa tra grandi silenzi bianchi che fanno letteratura o sarà l’emozione di visitare la casa di un incomparabile e abnorme “forza dell’intelletto e della natura” artefice di una scrittura universale, ma la maison di Jasnaja Poljana dove Tolstoj visse e stese anche la Karenina e Guerra e Pace richiama il corteo di fatti, gli episodi salienti, gli aspetti minuti della vita quotidiana che perpetuano le avventure, le crisi e il pensiero di Lëvočka, come era affettuosamente chiamato Lev Nikolaevič.



Di un genio nato proprio qui 190 anni fa, in una “roccaforte letteraria inaccessibile” acquattata a 12 chilometri a sud ovest di Tula. Per non dire della sua tomba: un tumulo d’erba senza croce nel “posto della bacchetta verde” in una parte della “foresta del Vecchio Ordine” proprio in mezzo alle betulle che, conforme alla sua concezione di vita e di morte, integrano verticalizzandolo il paesaggio. Da brividi.


La tomba di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)


La tomba di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)

“Seppellitemi là dove sarò morto nel cimitero più modesto, se accadrà in una città, e nella bara più a buon mercato come si farebbe per un mendicante” scrisse il 27 marzo del 1895. Da tempo famosissimo morirà lontano, nella stazione ferroviaria di Astapovo, ma nella sepoltura sono state rispettate le sue volontà.  Nel giugno del 1921 la tenuta venne nazionalizzata e divenne formalmente il suo museo memoriale. Fu Alexandra Tolstaja, figlia dello scrittore, la prima direttrice del museo dedicato al celebre padre e per anni il direttore del museo è stato Vladimir Tolstoj, uno dei discendenti di Lev Nikolaevič. Il museo contiene gli effetti personali e i mobili, così come la sua biblioteca di ventiduemila volumi editati in trentanove lingue.




Lo studio con lo scrittoio di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)


Lo studio con lo scrittoio di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)

La tenuta contiene la villa dello scrittore, la scuola da lui fondata per i figli dei contadini e un parco dove si trova la sua tomba disadorna. I Tredici figli di Tolstoi, di cui quattro morirono durante l’infanzia, nacquero a Jasnaja Poljana, sullo stesso divano di pelle verde dove aprì gli “occhi mobili” lo stesso Tolstoj e che si trova ancora nel suo studio accanto alla sua scrivania. “Quando visse e lavorò a Jasnaja Poljana, Tolstoj si svegliava alle sette del mattino, faceva esercizi fisici e camminava nel parco prima di iniziare la sua attività” racconta Elena Alekhina che cura le relazioni internazionali della casa-museo dove ogni mese si tengono letture filologiche e incontri scientifico-letterari.


La poltrona mobile di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)

Nella casa ospitò quasi tutte le più importanti figure culturali ed artistiche del suo tempo: Čajkovskji, Cechov, Turgenev, Gorkji, i pittori Valentin Serov e Ilya Repin. Non riuscì mai a incontrare Dostoevskji. Quello che sorprende è che l’atmosfera che aleggia negli interni della piccola dépendance della villa ereditata dalla madre principessa Volkonskaja e dove visse per quasi 50 anni, sprigiona il sapore di una casa ancora vissuta, abitata non dalle babuške che vigilano sui visitatori ma da Lev medesimo e dalla moglie Sof’ja Andreevna; sembra di sentire i litigi tra l’autore di “Resurrezione” e Sof’ja irritata per il suo egoismo, per la sua fissazione per il popolo “amato di un amore ardente” che lo allontanava dalla famiglia e che le fece scrivere “ …se solo potessi ucciderlo e creare al suo posto un altro uomo identico a lui, lo farei volentieri” (Diari, 16/XII/1862).


La camera da letto di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)


La camera da letto della figlia di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)


Seconda camera da letto (foto di Andrea Battaglini)

O ancora: “Stanotte non riusciva a dormire, è schizzato via dal letto e si è messo a camminare avanti e indietro nel salone respirando affannosamente e intanto, ovviamente, mi lanciava accuse feroci” ( S.A. Tolstoja, Diari 16/XII/1890). Voci e pensieri che rimbalzano tra i ritratti di I.N. Kramskji e di Repin, tra i piatti apparecchiati nella sala da pranzo dove campeggiano orologi a pendolo e ben due pianoforti e la camera da letto monacale sul cui tavolo è rimasta la copia dei Karamazov che stava leggendo prima di abbandonare segretamente Jasnaja nell’ottobre del 1910 per morire in viaggio, ammalato, poco dopo.


Sala da pranzo con i ritratti di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)


Sala da pranzo con i ritratti di Tolstoj (foto di Andrea Battaglini)

A proposito del tavolo da pranzo… giova ricordare che la cucina apprezzata dallo scrittore era semplice, modesta rispetto a quella consumata dalla famiglie nobili dell’epoca. Levocka non amava pasti abbondanti come risulta dai libri di ricette della moglie: i nomi dei piatti, in francese che allora era la lingua usata dalla nobiltà russa, risultano altisonanti (mele à la Dophine, fagiolini à la maître d’Hotel, salsa pomme d’amour, pollo à la majonaise) ma di fatto erano pietanze facili da cucinare. Negli ultimi vent’anni poi lo scrittore divenne vegetariano anche se mai rinunciò a uova e latticini.

Campeggia anche un macchina da scrivere Remington che non utilizzò mai. Non a caso tutto è rimasto intatto: la famiglia vi abitò fino al 1919 e nel 1921 quando fu nazionalizzata grazie a Kalinin nulla cambiò. Durante l’occupazione nazista la nipote di Tolstoj, Sof’ja Alexandra ottenne due vagoni per caricare libri, mobili e oggetti salvandoli nella Siberia occidentale. Ancora oggi le didascalie, pochissime e in russo, risalgono alla notte dei tempi.

sabato 17 febbraio 2018

L’intelligence Usa contro Pechino: “Non comprate telefoni cinesi”

ilgiornale.it
Roberto Vivaldelli

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Accantonata ufficialmente la War on Terror, Russia e Cina sono tornate a essere gli “avversari” prediletti degli Stati Uniti, le grandi potenze che cercano di sfidare l’egemonia americana nel mondo. Ad ufficializzarlo è stato lo stesso presidente Donald Trump nel suo primo discorso strategico sulla sicurezza nazionale pronunciato il 18 dicembre scorso: “Russia e Cina mirano a rendere le economie meno libere e meno corrette, ad accrescere la loro forza militare, a mettere sotto controllo l’informazione e i dati per reprimere le loro società ed espandere la loro influenza”, affermò The Donald, accantonando, almeno in parte, le velleità isolazioniste della campagna elettorale.

Una guerra che si combatte soprattutto a colpi di battaglie cibernetiche, come dimostrano le parole dei sei direttori delle agenzie di intelligence pronunciate durante un’udienza pubblica al Senato, i quali hanno ufficialmente sconsigliato l’uso degli smartphone dei produttori cinesi Huawei e Zte da parte dei consumatori americani. Secondo l’intelligence Usa, infatti, gli smartphone prodotti in Cina sarebbero impiegati da Pechino per azioni di spionaggio e non sarebbero sicuri.

La guerra Usa contro gli smartphone cinesi

Le preoccupazioni sulla potenziale minaccia rappresentata dagli smartphone cinesi, in gran parte prodotti da uno dei principali concorrenti di Apple, Huawei, sono state espresse martedì durante un’udienza al Senato dinanzi all’Intelligence Comittee. A testimoniare c’erano i capi di sei agenzie di intelligence – Christopher Wray dell’Fbi, Mike Pompeo della Cia, Michael Rogers dell’Nsa, il direttore dell’Intelligence Nazionale (Dni) Dan Coats, Il capo della Defense Intelligence Agency (Dia) Robert Ashley e quello della National Geospatial Intelligence Agency Robert Cardillo.

Il timore degli Stati Uniti è che la Cina voglia sostituire gli Usa come “la nazione più potente e influente sulla terra” e uno dei mezzi impiegati da Pechino per minare l’egemonia di Washington sarebbe, secondo l’intelligence americana, quello di inondare il mercato statunitense con i suoi smartphone. “La mia principale preoccupazione oggi è rappresentata dalla Cina, e in particolare da aziende cinesi come Huawei e Zte Corp, le quali hanno legami profondi e diretti con il governo di Pechino”, ha detto il presidente del Senator Intelligence Committee Richard Burr.

I sei capi dell’intelligence contro Pechino

Tutti i direttori delle agenzie di intelligence americane hanno ampiamente sostenuto le tesi di Burr.  “Siamo profondamente preoccupati del rischio che qualsiasi azienda o entità legata a governi stranieri che non condividono i nostri valori possa guadagnare posizioni di potere all’interno della nostra rete di telecomunicazioni”, ha osservato Chris Wray, direttore dell’Fbi.“Tale posizione permette di esercitare pressione o controllo sulla nostra infrastruttura e offre la possibilità di condurre campagne di spionaggio”.  “Questa è una sfida che nel tempo non potrà che essere sempre più difficile”, ha aggiunto il direttore dell’Nsa, l’Ammiraglio Michael Rogers.“Bisogna analizzare a lungo e a fondo delle aziende come queste”, ha aggiunto.

Huawei e il mancato ingresso nel mercato Usa

In una nota ufficiale, Huawei ha sottolineato di “monitorare gli sviluppi al Congresso”, ma non ha commentato direttamente l’audizione del comitato dei servizi segreti. La società cinese ha evidenziato la sua posizione dominante in molti mercati al di fuori degli Stati Uniti, in cui i suoi telefoni superano Apple, come i paesi dell’Europa centrale ed orientale. “Operiamo in 170 paesi in cui c’è piena fiducia da parte dei governi e clienti e i nostri prodotti non sono soggetti a rischi relativi alla cybersecurity più elevati rispetto ad altri fornitori”, ha affermato Huawei.

A gennaio, come riporta la Reuters, i legislatori del Congresso americano hanno promosso un’azione di lobbying contro At&t Inc, invitandola a tagliare i legami commerciali con Huawei e a opporsi ai piani dell’operatore telefonico China Mobile Ltd per entrare nel mercato statunitense. A causa delle forti pressioni ricevute da parte del governo, At&t è stata costretta a rivedere i suoi piani e la partnership con le aziende cinesi, che al momento non sono riuscite a penetrare nel mercato americano.

Corleone, i Riina non vogliono pagare le tasse. Le commissarie del Comune fanno scattare la diffida

repubblica.it
SALVO PALAZZOLO

Ninetta Bagarella e la figlia Lucia rischiano un pignoramento. La moglie di Provenzano ha invece già pagato due rate

Corleone, i Riina non vogliono pagare le tasse. Le commissarie del Comune fanno scattare la diffida
Ninetta Bagarella e il figlio Salvo, al funerale del boss Totò Riina

Totò Riina, il capo dei capi di Cosa nostra, è morto da quasi due mesi, ma i suoi cari non rinunciano ai sacri (e criminali) principi di famiglia. Le tasse non si pagano. Mai un Riina ha pagato allo Stato.E, adesso, la famiglia del boss non vuole proprio saperne di pagare la tassa sui rifiuti, con tanto di arretrati: la vedova, Ninetta Bagarella, deve circa 600 euro; la figlia Lucia, circa 400. Da settembre, le tre commissarie che reggono il Comune dopo lo scioglimento per infiltrazioni mafiose hanno inviato più di un sollecito, il messo non è riuscito neanche a consegnare la cartella esattoriale.

Così, adesso, è scattata la diffida. Ultimo avviso. Se entro 120 giorni, non avverrà il pagamento, la pratica passerà automaticamente all’Agenzia delle Entrate, che provvederà – com’è prassi in questi casi – a un pignoramento o al blocco delle autovetture di proprietà dei morosi. A Corleone non era mai accaduto, nella precedente gestione del Comune era addirittura scattata una curiosa sanatoria fiscale per i mafiosi e le loro famiglie, che continuavano tranquillamente a non pagare le tasse.

Ora, invece, la musica è cambiata. E anche qualche famiglia di irriducibili si è adeguata alle regole.Ad esempio, la vedova dell’altro capomafia di Corleone, Bernardo Provenzano. La signora Saveria Benedetta Palazzolo doveva 1100 euro, ha chiesto di rateizzare e ha già pagato due quote. Un gesto che ha creato un certo scalpore in paese. Per gli onesti, un segno concreto di ritorno alla normalità. Totò Riina, invece, sarebbe andato su tutte le furie: non solo per il pagamento, ma anche di più per le rate. Lui, il capo dei cap,i lo ripeteva sempre negli ultimi tempi in carcere, negando di aver mai trattato con lo Stato: “Questo Provenzano è proprio un carabiniere, ma perché collabora con quella gente?”. Insomma, con lo Stato non si tratta. Neanche con una rata.

I Riina, invece, continuano a ripetere come un disco incantato di essere nullatenenti. E passano da un’intervista all’altra: le due figlie del padrino tengono a ribadire che non rinnegano il padre, e che nulla sanno dei tesori (mai sequestrati) di famiglia, quelli di cui il genitore parlava in carcere (“Se recupero pure un terzo di ciò che ho, sempre ricco sono”). Più che il toccante racconto di un figlio segnato da un triste destino, sembra il lucido messaggio da fare arrivare a qualcuno (i prestanome del tesoro?). Intanto, Lucia, accompagnata dal marito Vincenzo Bellomo, si è concessa di recente un'altra trasferta lontano dalla Sicilia: nel Bergamasco, a Riva di Solto, per una mostra dei suoi quadri, una mostra molto particolare, si poteva partecipare solo su invito di un'associazione locale. Ufficialmente, un'iniziativa di beneficienza. Sembra che un anonimo benefattore abbia offerto una grossa cifra.

San Valentino nel vicolo più romantico d’Italia dove i baci sono l’unico modo per attraversarlo

lastampa.it
noemi penna



Dall’odio, un’inno all’amore. Vicolo Baciadonne di Città della Pieve è ritenuto uno dei più romantici e stretti d’Italia. È stata creata per separare le proprietà confinanti di due vicini in perenne lite fra loro. Ma anno dopo anno è stata l’arguta fantasia popolare a cambiare il suo destino.Lo stretto tunnel non supera gli 80 centimetri di larghezza e costringe i passanti a incontri «molto ravvicinati», tanto da «sfiorarsi le labbra». Una caratteristica che ha commutato il vicolo da confine conteso a passaggio dell’amore, che ogni San Valentino diventa un punto di ritrovo per innamorati.



La conformazione urbanistica di questa cittadina umbra risale alla prima metà del Tredicesimo secolo, a quando l’antica Castel della Pieve, già sottomessa da Perugia fin dal 1188, si affermò come libero Comune. Ed è proprio nel suo borgo medievale che si trova il Baciadonne, il vicolo dell’amore, che anche quest’anno farà da cornice all’evento «Love Street», con tanto di contest fotografico su Facebook e Instagram con l’hashtag #vicolobaciadonne.



Il dedalo di vie di Città della Pieve è famoso in tutto il mondo. Si snoda tra via Fiorenzuola (la strada dei mercanti fiorentini), piazza di Spagna, piazza XIX Giugno (l’ex piazza del Mercato), e include due strade molto particolari. Si tratta di via del Barbacane, che deve il suo nome al rincalzo difensivo delle mura medievali prospicienti, e di vicolo Baciadonne, appunto, che s’incontra poco dopo l’oratorio di Santa Maria dei Bianchi, dove è conservata L’adorazione dei Magi del Perugino.



Il Baciadonne ha una larghezza variabile, che oscilla fra i 53 e gli 80 centimetri. Misure che lo rendono molto stretto, ma certo il vicolo più piccolo d’Italia. A detenere il record italiano è un vicolo del borgo di Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno. Non ha un nome ma è largo appena 43 centimetri, per poi restringersi più in alto sino a 38 centimetri. A contendersi il podio di quest’insolita classifica è anche la Ruetta di Civitella del Tronto, largo anch’esso 43 centimetri.



A livello mondiale, invece, il Guinness di strada più stretta del mondo spetta a Spreuerhofstrasse, a Reutlingen, in Germania, a una quarantina di chilometri da Stoccarda, che nel punto più stretto misura appena 31 centimetri.

Su Chrome arriva l’adblocker di serie, ecco come funziona

lastampa.it
ANDREA NEPORI

Da oggi sulla versione più recente del browser di Google sarà disponibile una funzione per il blocco delle pubblicità fastidiose che non rispettano gli standard della Coalition for Better Ads


Un’immagine dal sito del browser Google Chrome

Dopo l’annuncio ufficiale di giugno e i test condotti in beta nel corso degli ultimi mesi, oggi la nuova funzione per il blocco delle pubblicità arriva sulla versione pubblica di Chrome. L’adblocker di serie del browser di Google è diverso dai tradizionali plugin che già oggi si possono installare su computer e smartphone , perché è ottimizzato per filtrare soltanto le pubblicità ritenute troppo invadenti e fastidiose, ma non i banner e le inserzioni testuali più inoffensivi. Il giudizio sulla qualità degli annunci non è lasciato all’utente: il filtro è impostato sulla base dei “Better Ads Standards” elaborati dalla “Coalition for Better Ads”, un consorzio di settore di cui fa parte anche Google.

Controllo dei filtri
La presenza di un adblocker sul browser di un’azienda che nel 2017 ha incassato 90,5 miliardi di dollari dalla pubblicità online (il 71% circa del fatturato complessivo) è una contraddizione solo in apparenza. Il settore degli adblocker oggi è dominato da aziende e soluzioni open source che permettono il blocco indiscriminato degli annunci. Grazie alla popolarità di Chrome (market share del 63%, più di due miliardi di installazioni attive), Google può sperare di invertire la tendenza dominante, spingendo verso il filtraggio “leggero” delle pubblicità secondo i parametri decisi da un ente su cui esercita un controllo diretto.

“Il nostro obiettivo non è quello di bloccare le pubblicità; vogliamo invece migliorare l’esperienza d’uso per tutti gli utenti Web”, dicono da Google. “A febbraio il 12,42% dei siti che non rispettavano i Better Ads Standards hanno risolto le proprie criticità e ora passano il nostro controllo. È il risultato che speravamo di ottenere, cioè aiutare i siti a risolvere in maniera autonoma le esperienze pubblicitarie più invasive, a beneficio di tutti gli utenti Web”.

Quali pubblicità verranno bloccate
Per spiegare in maniera semplice quali tipologie di pubblicità verranno limitate dall’adblocker di Chrome, gli ingegneri di Google hanno pubblicato un’infografica con le tipologie di annunci ritenute più fastidiose sulla base delle ricerche della “Coalition”.



Tra gli annunci che non passano il filtro di Google sulle versioni desktop dei siti ci sono i pop-up, gli annunci con il conto alla rovescia che coprono i contenuti, i video che partono in automatico, i banner giganti impossibili da chiudere. Sulle versioni smartphone i siti devono evitare inoltre gli annunci a tutta pagina che limitano lo scorrimento e le pubblicità con immagini intermittenti, oltre a limitare la densità di annunci complessivi nella pagina.

Filtro a livello di network
Le pubblicità che non rispettano le indicazioni non verranno bloccate in automatico dall’adblocker di Google. Big G ha scelto un approccio moderato che passa per la valutazione della qualità degli annunci su pagine prese a campione, con l’assegnazione di tre possibili esiti: “passing”, se è tutto a posto, “warning”, se Google rileva pubblicità invasive, o “failing”, se dopo la segnalazione da parte di Big G il proprietario del sito non si adopera per rivedere la qualità dei propri annunci. I webmaster possono seguire la valutazione del proprio sito tramite la “Ad Experience Report API”. Maggiori dettagli sullo stato della qualità degli annunci sono disponibili inoltre nell’Ad Experience Report accessibile dalla Search Console (già webmaster tool) di Google.

Dall’azienda non hanno precisato tuttavia se questa valutazione potrà influire anche sul posizionamento delle pagine nei risultati di ricerca. Al proprietario di un sito vengono dati 30 giorni dal momento della valutazione per risolvere le criticità riscontrate dai sistemi di Google. Nel caso ciò non avvenga, il sito finisce in una specie di lista nera e Chrome procederà a bloccare gli annunci presenti, compresi quelli distribuiti tramite DoubleClick o AdSense, due servizi pubblicitari di proprietà di Big G. All’utente che visualizzasse la pagina verrà mostrato un pop-up (somma ironia) con cui il browser avviserà del blocco del contenuto pubblicitario.

Dallo stesso pannello l’utente avrà la possibilità di visualizzare comunque gli annunci sulla pagina, disattivando il filtro automatico di Chrome per il sito visitato.

A processo l’ex gendarme del Papa che picchiava la moglie

lastampa.it
EDOARDO IZZO



Andrà a processo l’ex funzionario della Gendarmeria Vaticana (il corpo di polizia che si occupa anche della sicurezza di Papa Francesco) indagato con l’accusa di violenze fisiche e psicologiche sulla moglie, una giornalista di Tv2000. I due, sposati dal 2015, avrebbero visto vacillare il loro rapporto nel giro di poco. Tantissime le liti fino all’ultima, avvenuta a marzo scorso al termine della quale la donna stanca delle violenze perpetrate ha deciso di sporgere denuncia. Nello specifico in quella lite, il gendarme di 39 anni, avrebbe impugnato un martello minacciando la moglie di morte. 

Dalle carte emergono particolari inquietanti: il gendarme (ora espulso dal corpo) spesso «strattonava la moglie, spintonandola colpendola con schiaffi, pugni cagionandole lesioni», tutto aggravato dai futili motivi. Ma non basta. Il gendarme la offendeva in malo modo e la minacciava, addirittura in un’occasione con un martello. Il referto medico, citato negli atti descrive il «trauma cranico con ematoma regione frontale, frattura spina nasale, frattura costale destro arco lat. XI, frattura scomposta falange primo dito piede destro». Fratture che i medici hanno giudicato guaribili in 15 giorni.

Oggi il gip di Roma Lorenzo Ferri - sulla scorta delle indagini del pool antiviolenza dell’aggiunto Maria Monteleone - ha deciso per il rinvio a giudizio dell’indagato che, dopo essere stato espulso dalla Gendarmeria, sarà costretto ad affrontare il processo che inizierà il prossimo 13 giugno davanti al giudice Monocratico di Roma. 

Ci risiamo con i "compagni che sbagliano"

lastampa.it
Alessandro Sallusti



Che cosa lega lo scandalo delle molestie sessuali su donne disperate da parte dei volontari delle organizzazioni umanitarie a quello dei rimborsi grillini? Apparentemente nulla, ma non è così.
Entrambi i casi sono la prova che il moralismo è sempre merce avariata, quello che conta è solo la moralità dei singoli uomini. Ci hanno fatto credere che i volontari - soprattutto se terzomondisti - e i grillini sono santi per definizione, quasi per legge, e chi invece non condivide le loro tesi, dei poco di buono. Dividere gli uomini per come la pensano e non per quello che sono è razzista più che dividerli per il colore della pelle. E noi di destra, in questo senso, siamo alla stregua dei perseguitati.

Che differenza c'è tra il fascista di Macerata (pazzo) che spara agli immigrati e il comunista di Piacenza che attenta alla vita dei carabinieri? Perché quelli di CasaPound, ma anche la stessa Meloni, per alcuni sindaci di sinistra non possono sfilare o fare comizi in campagna elettorale mentre a Toni Negri, ideologo pregiudicato delle Brigate rosse e dei suoi assassini vengono spalancate le porte delle università per tenere lezioni ai nostri ragazzi?

Nei grillini, nelle organizzazioni umanitarie e nella sinistra c'è del marcio esattamente come in qualsiasi altro ambito. Ed è un marcio più pericoloso perché negato, mascherato, minimizzato dai mondi di appartenenza e purtroppo spesso anche dal sistema mediatico. C'è voluto l'avvento di Trump per rompere il muro di omertà che proteggeva l'immoralità e la violenza privata del magico mondo di Hollywood che per anni ha sostenuto i Clinton e la sinistra americana (altro che le cene eleganti e innocenti - di Arcore portate proprio da loro a simbolo dell'inferiorità etica della destra).

Questo giornale è nato per dare almeno una voce a chi non voleva sottomettersi alla falsa e pericolosa verità di Toni Negri. Nel nostro piccolo, anni dopo, continuiamo a farlo non accettando lezioni, tanto più di morale ed etica, da grillini e terzomondisti che, come dimostrano i fatti di questi giorni, urlano a «ladri», «fascisti» e «razzisti» solo per poter rubare e menare loro in santa pace o fare orge, con i soldi delle nostre donazioni, insieme alle donne di colore che dovrebbero salvare e redimere.
E non crediamo alla favola dei «compagni che sbagliano», usata ieri dai comunisti e oggi da Di Maio per non ammettere di essere ciò che erano e sono: incubatori di terroristi i primi, e di ladroni i secondi.