giovedì 17 agosto 2017

Quelle polizze dormienti che finiscono allo Stato

ilgiornale.it
Luca Romano - Mer, 16/08/2017 - 10:01

Sono 4 milioni, per circa 145 miliardi di euro di somme dovute, le polizze vita scadute negli ultimi cinque anni e potenzialmente esposte al rischio di essere "dormienti"

Sono 4 milioni, per circa 145 miliardi di euro di somme dovute, le polizze vita scadute negli ultimi cinque anni e potenzialmente esposte al rischio di essere "dormienti", termine con cui si indicano le assicurazioni non liquidate ai beneficiari o ai loro eredi in quanto questi ne ignorano l'esistenza o non riscosse per vari motivi.

A rilevarlo è l'Ivass, l'istituto per la vigilanza sulle assicurazioni, che al tema ha dedicato un report, nel quale si evidenzia anche come siano 540 mila, per un valore delle somme assicurate pari a 24 miliardi di euro, le polizze stipulate da almeno 10 anni per le quali le imprese non hanno avuto notizie dell'assicurato nell'ultimo triennio. Cifre alle quali vanno ad aggiungersi i 117 mila contratti senza scadenza predefinita con età dell'assicurato superiore a 90 anni, di cui 2.636 relative a ultracentenari.

La stessa Ivass ha fatto sapere che richiederà alle imprese ulteriori azioni per mitigare il fenomeno delle polizze vita dormienti e adotterà iniziative per facilitare tale attività, in attesa della possibilità di consultare l'Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente. Nel frattempo, l'istituto ha deciso di allegare al report un vademecum rivolto ai consumatori, con i consigli per evitare che la propria polizza finisca "dormiente".

Tra le indicazioni, quella di informare i propri familiari dell'esistenza del contratto e quella di prestare attenzione alla precisa designazione dei beneficiari, dei quali dovrebbero essere forniti i recapiti, oltre che i nominativi. In alternativa, spiega l'Ivass, se non si vuole che i beneficiari vengano a conoscenza dell'esistenza della polizza alla sua sottoscrizione, è buona norma informare un soggetto terzo che possa poi attivarsi al verificarsi dell'evento assicurato.

Per verificare invece se un familiare deceduto avesse stipulato una polizza vita, segnala l'istituto, è possibile rivolgersi al "servizio ricerca coperture assicurative vita" dell'Ania (l'associazione nazionale delle assicurazioni) o all'intermediario assicurativo, alla banca o all'impresa di assicurazione di cui si serviva il familiare, meglio se per iscritto.

Il problema delle polizze dormienti risiede anche nel fatto che sono pochissime le società di assicurazione che possono risalire a chi ha diritto a riscuotere il premio. E così dopo 10 anni dal mancato reclamo, l'importo delle polizze finisce nel conto dello Stato gestito dalla Consap e solo il 60% del capitale verrà rimborsato agli aventi diritto.

Quei neri degli antichi romani

ilgiornale.it



In un cartone animato mandato in onda qualche anno fa dalla Bbc, si vede rappresentato un centurione romano dalla pelle nera, con la moglie bianca e i figli mulatti. Probabilmente un soldato di stanza sul Vallo di Adriano. Le polemiche scaturite da quell’immagine riprendono a fare il giro del web solo in questi ultimi mesi e, tuttavia, nessuno si sofferma su questo strano e curioso salto temporale. Nessuno si chiede il motivo per il quale, solo ora, si amplifichino commenti fatti da fantomatici difensori della ‘razza bianca’ i quali predicavano (e predicano) inaccessibili teorie sulla purezza.

Cattura

Eppure è un giochetto subdolo ma scoperto, che i democratici di tutte le risme ripropongono in ogni occasione. Dovrebbe esser chiaro a tutti come funziona il mercato delle idee orwelliane. E invece no, tutto riparte come nella più classica delle giostre. Infatti, fiutato il magnifico assist, il carrozzone buonista si è messo in moto sparando la solita raffica di sermoni sull’intolleranza, la xenofobia e il razzismo. Sermoni condivisibili nei contenuti, ma se attentamente analizzati, non privi di quella vomitevole carica di ecumenismo demagogico che sempre nasconde fini politici contingenti.

Per tale motivo, inviterei il lettore a fare un passo ulteriore. A lasciar perdere polemiche trite e ritrite per andar al nocciolo della questione perché, nonostante si tenti (giustamente) di ricordare che l’impero romano si articolò al suo interno attraverso una società meticcia (e trattandosi di impero non poteva essere altrimenti!), lo scopo recondito, capzioso e furbetto, appare un altro; e cioè, la implicita difesa degli attuali flussi migratori.

Uno scopo che si disvela man mano che si procede nella lettura dei vari approfondimenti giornalistici. Mettere alla berlina commenti dal chiaro sapore razzista è solo indispensabile premessa per assecondare tutta una serie di puntelli ideologici al fenomeno migratorio. Lo schema resta infatti quello di sempre: indebolire della carica destabilizzatrice in ambito sociale, economico e identitario questo travaso di milioni e milioni di uomini dall’Africa all’Europa, facendo poi passare gli oppositori di una simile ipotesi come potenziali razzisti.

Papa Francesco chiede perdono per la «mostruosità» della pedofilia

lastampa.it
domenico agasso jr

Bergoglio scrive la prefazione del libro di un 57enne svizzero vittima di abusi da bambino da parte di un frate cappuccino svizzero



«Si tratta di un’assoluta mostruosità, un peccato terribile», che contraddice tutto quello che la Chiesa insegna. Lo dice papa Francesco nella prefazione del libro di Daniel Pittet - oggi sulla Bild in esclusiva - sulle giovani vittime di abusi sessuali subiti da religiosi. Il Pontefice chiede perdono. Il libro che contiene la nuova dura presa di posizione si intitola «La perdono, padre». Pittet è un 57enne svizzero vittima di abusi da parte di un frate cappuccino svizzero dai 9 ai 13 anni.

Papa Bergoglio, nella prefazione, chiede perdono e ricorda come alcune vittime di abusi abbiano deciso di mettere fine alla propria esistenza: «Alcune vittime si sono alla fine addirittura tolte la vita. Questi morti pesano sul mio cuore come sulla mia coscienza e sull’intera chiesa. Alle loro famiglie vorrei esprimere il mio amore, il mio dolore e chiedere in tutta umiltà il loro perdono».

Sottolinea il Papa: «Come può un prete, al servizio di Cristo e della sua Chiesa, arrivare a causare tanto male? Come può aver consacrato la sua vita per condurre i bambini a Dio, e finire invece per divorarli in quello che ho chiamato “un sacrificio diabolico”, che distrugge sia la vittima sia la vita della Chiesa?».

Per chi è stato vittima di un pedofilo «è difficile raccontare quello che ha subito, descrivere i traumi che ancora persistono a distanza di anni. Per questo motivo – evidenzia Francesco - la testimonianza di Daniel Pittet è necessaria, preziosa e coraggiosa».

Pittet oggi, a Friburgo, lavora come bibliotecario e si occupa dell’associazione, da lui fondata, «Pregare e Testimoniare». Due anni fa l’ex prete Pittet, poi sposato e padre di sei figli, ha incontrato il Pontefice in Vaticano e gli ha raccontato la sua storia.Il Papa racconta di avere conosciuto «Daniel nel 2015, in occasione dell’Anno della vita consacrata. Voleva diffondere su larga scala un libro intitolato “Amare è dare tutto”, che raccoglieva le testimonianze di religiosi e religiose, di preti e di consacrati.

Non potevo immaginare che quest’uomo entusiasta e appassionato di Cristo fosse stato vittima di abusi da parte di un prete». La sua sofferenza ha colpito il Pontefice: «Ho visto ancora una volta i danni spaventosi causati dagli abusi sessuali e il lungo e doloroso cammino che attende le vittime. Sono felice che altri possano leggere oggi la sua testimonianza e scoprire a che punto il male può entrare nel cuore di un servitore della Chiesa».

La pedofilia è «una mostruosità assoluta, un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna. Gesù usa parole molto severe contro tutti quelli che fanno del male ai bambini: “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare”». 

Il Pontefice ricorda che «abbiamo dichiarato che è nostro dovere far prova di severità estrema con i sacerdoti che tradiscono la loro missione, e con la loro gerarchia, vescovi o cardinali, che li proteggesse, come già è successo in passato. Nella disgrazia, Daniel Pittet ha potuto incontrare anche un’altra faccia della Chiesa, e questo gli ha permesso di non perdere la speranza negli uomini e in Dio».

Francesco spiega che l’autore «ha scelto di incontrare il suo aguzzino quarantaquattro anni dopo, e di guardare negli occhi l’uomo che l’ha ferito nel profondo dell’animo. E gli ha teso la mano. Il bambino ferito è oggi un uomo in piedi, fragile ma in piedi. Sono molto colpito dalle sue parole: “Molte persone non riescono a capire che io non lo odi. L’ho perdonato e ho costruito la mia vita su quel perdono”».

Il Papa ringrazia «Daniel perché le testimonianze come la sua abbattono il muro di silenzio che soffocava gli scandali e le sofferenze, fanno luce su una terribile zona d’ombra nella vita della Chiesa. Aprono la strada a una giusta riparazione e alla grazia della riconciliazione, e aiutano anche i pedofili a prendere coscienza delle terribili conseguenze delle loro azioni».

Come ricostruisce Il Sismografo , nel libro (Edizioni Philippe Rey), Pittet racconta di essere stato vittima di stupri, decine e decine, da parte di un frate cappuccino svizzero, padre Joel Allaz. Afferma di avere aspettato vent’anni prima di comunicare alle autorità ecclesiastiche quanto aveva subito e sofferto e di averlo fatto solo dopo essere venuto a conoscenza di atti simili a un’altra vittima del cappuccino.

Il Cappuccino, sul quale crescevano i sospetti sulle sue condotte, veniva spostato da una diocesi all’altra. Nel 2008 sono state aperte nuove indagini a seguito di altre denunce di 24 vittime ma i reati, commessi tra il 1958 e il 1995, erano caduti in prescrizione sia in Svizzera che in Francia. Alla fine, nel dicembre 2011, Joel Allaz si salverà dalla prigione con una sospensione condizionale della pena (due anni). Allaz «non è mai stato ridotto allo stato laicale», assicura Daniel Pittet, che aggiunge: oggi lui ha 76 anni e vive ancora in comunità, in Svizzera.

Le parole del Papa vengono pubblicate dal tabloid di Axel Springer alla vigilia dell’uscita del libro di Daniel Pittet in Germania, che sarà distribuito nelle librerie a partire da domani, edito da Herder, col titolo «Pater, io vi perdono! Abusato, ma non distrutto». La prefazione in cui il Papa chiede perdono arriva all’opinione pubblica tedesca a meno di un mese dalla pubblicazione del rapporto definitivo dell’avvocato Ulrich Weber, sulle violenze subite dai bambini del Coro del Duomo di Ratisbona. Un documento secondo il quale sarebbero stati almeno 547 i bambini vittime di violenze, e che ha suscitato forte impressione in Germania.

Filippo Facci, il ritratto senza ipocrisie di Laura Boldrini: "Ecco perché ti insultano"

liberoquotidiano.it
di Filippo Facci

Laura Boldrini e Filippo Facci

Laura Boldrini è insopportabile, o perlomeno questo pensa una quantità impressionante di italiani che la detesta trasversalmente e, vien da dire, genuinamente. Non sto parlando, infatti, del livore fisiologico che è riservato a tutti i politici particolarmente divisivi in quanto protagonisti, visibili, iperattivi e mediatici: è una specificità tutta sua, una partita che gli odiatori della Boldrini giocano da soli e a cui non corrisponde una squadra avversaria di pari livello. Perché?

È una domanda a cui la Boldrini dovrebbe cercare di rispondere per prima, e, per non essere ipocrita, voglio anticipare che la risposta che formulerò non prevede soluzione, senonché lei sparisca dalla circolazione e lasci le istituzioni che si illude di rappresentare. Cercherò di argomentare, ma va detto che, nell' attesa, la presidente della Camera ha deciso di passare al contrattacco e di querelare perlomeno i peggiori dei suoi molestatori online.

Ieri il giornalista-intrattenitore Giuseppe Severgnini (perfetto per il ruolo) ha pensato bene di pubblicare alcuni esempi di «commenti» online che la riguardano, forse non facendole un buon servizio: storie di sodomie di gruppo e di morti violente, messaggi spesso firmati con nome e cognome, roba orrenda - ripeterlo pare anche stupido - ma non esemplare, perché sono escrescenze degenerative che gli italiani conoscono già e che riguardano tutti i personaggi noti. Ecco, giusto per cominciare: forse al duo Severgnini-Boldrini non è chiaro che anche questa loro reazione («sta passando l' idea pericolosissima che i social siano l' inferno dove tutto è possibile») potrebbe essere classicamente associata alla «politica» che

si accorge delle cose solo quando la riguardano, potrebbe essere associata, cioè, a una reazione per lesa maestà da parte di chi non sopporta l' onta che riguarda i comuni mortali: compresi altri politici meno altezzosi di lei, anche se vengono insultati uguale. Anche questa reazione, insomma, contiene parte dell' essenza per cui Laura Boldrini forse è tanto detestata: l' apparente protervia di chi si sente oltremodo intoccabile in quanto non è persona ma «istituzione», peraltro per autodeterminazione: parliamo di un' ex giornalista che si occupava di rifugiati per l' Onu e che poi - pum - diventa presidente della Camera.

Insomma, ci stiamo girando troppo attorno: signora Boldrini, il punto è che lei è percepita come un' imbucata senza titolo, la classica miracolata che smuove risentimenti, l' essenza della «casta percepita» e della rappresentanza che poco rappresenta. Anche questa improvvisa battaglia, probabilmente, verrà recepita come qualcosa di molto lontano dal comune sentire: vergato con la carta intestata della Presidenza della Camera, senza spese per la Presidente, con automatica pubblicità mediatica e ben distante, insomma, dalla quotidianità di chi Severgnini richiama come esempio, cioè noi tutti:

«Abbiamo il dovere di sostenerla in questa iniziativa», scrive il nostro, perché «domani potrebbe capitare a noi». Ma stia tranquillo, Severgnini: a molti di noi, magari, è già più o meno capitato, ma senza la volontà o possibilità di fare tanto baccano. «Lo farò anche per incoraggiare tutti coloro che subiscono insulti e aggressioni verbali a uscire dal silenzio e denunciare», scrive la Boldrini, inoltre «dobbiamo dimostrare che in uno Stato di diritto chiunque venga aggredito può difendersi attraverso le leggi».

Ah sì? Può farlo? Forse può lei, che è presidente della Camera: questo penserà la maggioranza.

Detto questo, sono consapevole del semplicismo dei miei argomenti: ma questo cambia poco. C' è una forma e una sostanza, e la Boldrini è una catastrofe in entrambe. Ho chiesto a trentacinque persone di mia conoscenza (culturalmente certificate, e politicamente trsversali) una rapida e istintiva opinione sulla Boldrini: l' esito è stato devastante. Hanno prevalso le espressioni «maestrina», in un caso «infermiera di "Qualcuno volò sul nido del cuculo"», in quattro casi «è il nulla» e poi una serie di intolleranze su aspetti fisici e fisiognomici (il tono di voce, l' espressione boriosa) e solo in seconda battuta ci sono state opinioni sui contenuti, cioè su quello che dice. Più in generale, un rafforzamento del «boldrinismo» inteso come forma caricaturale del politicamente corretto: col la dote di ottenere il contrario di quanto si prefiggeva.

Ma a parte questo, ancora più in generale, si ricava l' impressione che quando una persona non ha il «fisico» del ruolo, e oltretutto lo trascende, forse dovrebbe cambiare mestiere. E lo scriviamo senza essere entrati nel merito - notare - di nessun contenuto a cui pure dedicammo articoli interi: la campagna per scrivere al femminile alcuni nomi e professioni, il suo darsela a gambe e serrarsi in ufficio quando i grillini impazzavano a Montecitorio, certa arroganza nell' applicare le regole della Camera, le prediche contro gli spot in cui le donne fanno le casalinghe, le paranoie sul sessismo e sul femminicidio, le bandiere di Montecitorio a mezz' asta per l' 8 marzo, le improbabilissime proposte

politiche e «tecniche» a Mark Zuckerberg di Facebook, la frase infelice sull' architettura del Ventennio, l' invenzione sui simboli del nazismo che in Germania non ci sarebbero più, il mancato applauso al passaggio della Brigata Folgore il 2 giugno, l' intestarsi battaglie - in pratica - su temi politici che spetterebbero agli organi democraticamente eletti. Battaglie che lei preferisce perdere da sola.

Israele, gli archeologi trovano l'antico villaggio di pescatori dell'apostolo Pietro

ilmessaggero.it
di Laura Larcan



Ci son voluti decenni di campagne di scavo, ma ora un'équipe di archeologi israeliani avrebbe identificato i resti della località di Bethsaida-Julias, ossia il villaggio di pescatori dove nacquero gli apostoli Pietro, Andrea e Filippo. Una scoperta che segnerebbe ora una svolta epocale nello studio del primo Cristianesimo e del Nuovo Testamento. Siamo nei pressi del fiume Giordano, lì dove le acque entrano nel Lago di Tiberiade, non lontano da Capernaum. Non altro che alla confluenza tra il Giordano e il Mar di Galileo. Là, in una località chiamata oggi al-Araj (Beit Habek), gli studiosi hanno riportato alla luce uno strato di terreno con reperti di epoca romana che potrebbero essere collegati a Julias, la località che prende il nome dalla figlia del primo imperatore di Roma Augusto.

Le fonti storiche corrono in aiuto degli archeologi: secondo lo storico romano di estrazione ebraica, Giuseppe Flavio, il villaggio di Bathsaida-Julias era situato proprio nel punto dove il Giordano entra nel Lago di Tiberiade. Fino ad oggi, le indagini non avevano portato a nessun traguardo. Ma la nuova scoperta schiude uno scenario interessante. Lo strato di terreno che ha restituito i reperti romani strategici per la nuova interpretazione, tutti datati fra il I e il III secolo, si trovavano due metri in profondità al di sotto di uno strato dell'epoca bizantina (del V secolo d.C. che invece era stato già analizzato), ed era finora sconosciuto. Gli archeologi hanno trovato fra l'altro una moneta di argento dell'epoca dell'imperatore Nerone e i resti di una vasca romana atipica nei villaggi della zona.

L'impresa è stata portata avanti dalla squadra di archeologi guidata da Mordechai Aviam (dell'istituto Kinneret di archeologia della Galilea). Che abbiano trovato davvero il villaggio dei pescatori di Pietro, Andrea e Filippo? Facciamo un pò di storia. La località di Betsaida assunse il nome di Julias su iniziativa del monarca Erode Filippo (figlio di Erode il Grande), che aveva provveduto ad ampliarlo. Ma nei secoli la sua esatta ubicazione era andata perduta. Gli studiosi ritengono ora di essere finalmente entrati nel suo perimetro dopo aver trovato in quel lembo di terra reperti del I, II e III secolo. Fra di essi, spiccano (oltre alla moneta di Nerone) parti di un mosaico, e elementi attinenti ad un bagno pubblico romano che fanno pensare ad una cultura di tipo urbano. Potrebbero essere i primi reperti di Betsaida-Julias.

Perché questi reperti farebbero identificare il sito con la città di Pietro? Lo strato che ha conservato le strutture antiche si trova a 212 metri sotto il livello del mare. In passato i ricercatori pensavano che all'epoca di Gesù il Mar di Galilea fosse a 209 metri sotto il livello del mare e dunque avevano cercato Betsaida più in alto. In quello che è oggi noto come il Parco del Giordano, furono trovati due edifici del primo e del secondo secolo d.C. Ma apparivano isolati e del villaggio di Betsaida non c'era altra traccia. Secondo Aviam, è invece possibile che il livello del lago di Tiberiade fosse allora significativamente più basso.

Se fu così, forse Betsaida era davvero a 212 metri sotto il livello del mare. Dai suoi scavi emerge per ora che nel III secolo d.C. il bagno pubblico romano" fu sommerso dalle acque del Giordano in piena e coperto di detriti su cui si sarebbe poi stabilizzato lo strato di epoca bizantina. L'impresa non è finita. Quella appena terminata è la seconda stagione di scavi in zona. Gli scavi proseguiranno nella stagione ventura.

L'incubo dell'estate: cosa fare se ti cade lo smartphone in acqua

repubblica.it
SIMONE COSIMI

Nonostante le certificazioni per i top di gamma i rischi, specialmente per l'acqua marina, rimangono elevati. Le istruzioni per (provare a) resuscitare l'amato dispositivo e gli errori da non fare

L'incubo dell'estate: cosa fare se ti cade lo smartphone in acqua

UNA PASSEGGIATA, uno scambio a pallavolo, una distrazione: niente di più facile che lo smartphone possa finire in acqua, sulla spiaggia o in piscina. I dispositivi top di gamma sono ormai certificati IP67 o IP68. Codici che significano che il telefono è resistente alla polvere (la prima cifra della coppia) e ai liquidi, in misura e intensità diverse. Il numero 7 indica per esempio la protezione da immersioni temporanee tra 15 centimetri e un metro per 30 minuti al massimo, la classica sbadataggine da bagnasciuga. Il numero 8 va invece oltre e garantisce una protezione da immersioni permanenti fino a 3 metri di profondità per massimo un'ora.

L'iPhone 7, per esempio, è certificato IP67, il Samsung Galaxy S8 va invece oltre con l'IP68. Già con un P10 di Huawei, per esempio, la situazione potrebbe farsi più complessa visto che il produttore cinese non ha dichiarato lo standard. Insomma, anche se quelle sigle ci forniscono sicurezza il percorso rimane accidentato e l'acqua salmastra può comunque produrre danni. Se lo smartphone è di media o bassa fascia, invece, il rischio aumenta di molto.

Cosa fare dunque se il telefono ha fatto un tuffo? Anzitutto, niente panico. Fondamentale non premere i tasti fisici o "muovere" il dispositivo più del necessario per riportarlo in un luogo asciutto. Prima lo si recupera e minore è la possibilità che l'acqua si infiltri nei circuiti interni. Se nel caso di acqua dolce il rischio di cortocircuito è normale, con quella di mare aumenta: la dissociazione in ioni delle molecole di sale infatti moltiplica la conduttività del liquido.

Dunque bisogna toccarlo poco, spegnerlo ed estrarre - laddove possibile - la batteria e, se presente, la schedina di memoria microSD insieme ovviamente alla scheda Sim. Dopodiché occorre asciugare con un panno senza compiere l'errore di utilizzare l'asciugacapelli o soffiandoci sopra. Il microonde, ovviamente, neanche per sogno: lo friggerebbe (non avete mai visto Mr. Robot?). Completata l'asciugatura arriva la parte più importante: il telefono va infilato in un contenitore ermeticamente chiuso o in una busta per alimenti pieni di riso oppure di gel di silice: aiuteranno a estrarre l'umidità rimasta all'interno. Chicchi asciutti, ovviamente, e telefono del tutto sommerso. Si va da uno a tre giorni, in base alla durata del "bagnetto".

Al termine bisogna ricomporre il dispositivo e provare ad accenderlo. Se riparte, occorre condurre poi una verifica su tutti i tasti e le funzioni. Altrimenti si può provare a ricaricare la batteria (potrebbe essersi scaricata) oppure, nella peggiore delle ipotesi, denudare ancora più a fondo il dispositivo per mettere in vista la circuiteria e ripulirla in modo estremamente delicato con alcool isopropilico ad almeno il 90% che però potrebbe compromettere del tutto il telefono. L'ultima spiaggia è l'assistenza dove però, difficilmente, un tuffo di quel tipo passerà le forche caudine della garanzia.

Immigrazionismo e globalizzazione, binomio di una sinistra politicamente inerme

ilgiornale.it


Immigrazionismo e globalizzazione, binomio di una sinistra politicamente inerme

 



In un’epoca di globalizzazione imperante, in cui il fenomeno migratorio diventa spesso arma di competizione economica al ribasso e strumento di lucro, una sinistra che tace o peggio giustifica migrazioni senza sosta non serve a nulla.

Non serve a nulla la teologia migrante, col solito insopportabile approccio secondo il quale l’immigrazione non è criticabile, non serve a nulla quel trasformare il multiculturalismo in un piattume fatto di livellamento obbligato. Non serve a nulla, se non a creare danno, lo schierarsi sempre dalla parte del Re del Mondo, per usare Battiato, e dalla parte di ciò che oggi la convenienza politica ed economica del presente richiede, travestendosi dietro un umanitarismo di comodo.

Una sinistra che non capisce che l’emigrazione è un dramma sociale, un fenomeno incapace di risolvere problemi ma capacissimo di crearne degli altri è una fazione politica che smette di guardare all’emancipazione dei popoli, alla sovranità delle nazioni e al loro diritto all’esistenza in favore di un melting pot globale di culture, tradizioni ed interessi dove a trionfare è invece sempre il più forte.
Questa crisi migratoria, l’ipocrisia di una teologia cattoliberal nata sulle sue spalle come in un sottobosco di povertà ideale, la filosofia dell’uomo come nomade perennemente sradicato tratteggiano un laissez faire che solo in occidente è parte di una sinistra che ha smesso da troppo tempo di essere tale, incapace ormai di differenziarsi da qualsiasi controparte.

La narrazione imperante rimastaci è quella di un presente quasi ineluttabile,  non criticabile, passibile solo di accettazione assieme all’abbattimento di tutte le residuali barriere politiche, economiche e sociali che separano ancora l’umanità dall’assenza di regole, dall’inutilità della politica, da un infinito indistinto capace solamente di accettare ciò che un’economia senza più frontiere richiede.
L’unica sinistra utile in un mondo globalizzato è quella capace di recuperare il valore delle frontiere, dell’autodeterminazione dei popoli, del loro diritto a vivere nelle loro terre, in contrasto a chi vuole un mondo livellato al ribasso, su misura della speculazione e dello sradicamento. Il resto non è sinistra e non è politica. È regresso spacciato per progresso.

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Verona, italiana di origini africane fuori dalla gara: "Solo per italiani di fatto"

ilgiornale.it
Marta Proietti - Mar, 15/08/2017 - 19:44

Il fratello della 15enne ha preteso le scuse dall'organizzatore dell'evento e promette di portarlo in tribunale

Continuano gli episodi di razzismo. Dopo un 29enne non assunto perché di colore e una ragazzina "colpevole di avere il fidanzato africano", ora arriva l'esclusione dalla gara di canto perché "italiani si nasce, non si diventa".


Questa volta la porta in faccia è stata chiusa a una 15enne, nata da genitori ghanesi arrivati in Italia circa 30 anni. La giovane, che ha la cittadinanza italiana, voleva partecipare a un concorso di canto, il Canta Verona Music Festival. Per avere informazioni, ha quindi contattato l'organizzatore sulla pagina Facebook dell'evento ma la risposta l'ha spiazzata: "Non si accettano stanieri". La 15enne ha insistito, specificando che ha la cittadinanza italiana. Nulla da fa: "No!!! Italiani si nasce, non si diventa e si nasce da genitori italiani...Io la penso così ed è riservato solo a italiani di fatto". Cosa voglia dire non è chiaro.

La ragazzina ha raccontato l'episodio al fratello più grande che, senza esitare, ha contattato l'organizzatore invitandolo a chiedere scusa. Le scuse sono arrivate ma, accusa il giovane, solo dopo che la 15enne ha pubblicato le conversazioni su Facebook. Meglio di niente. L'organizzatore, contattato da Repubblica.it, ha provato a giustificarsi: "Ho 42 anni, faccio questo mestiere da 24. Non sono razzista, la mia ragazza è straniera e ho amici di ogni nazionalità. Ricevo tanti contatti su Facebook. Ma come faccio a sapere chi c'è dietro quel profilo? 

Mi rendo conto di aver sbagliato a scrivere quelle cose, ma non sapevo con chi avessi realmente a che fare. Credevo fosse uno scherzo, una provocazione. Comunque, quella è la mia opinione, non credo di aver commesso un reato. E invece qui mi rovino la vita". A non rovinargli troppo la vita è però il fratello della 15enne, che ha chiesto di non rendere pubblico il nome dell'organizzatore che però, promette, porterà in tribunale.

Casadei: "Il liscio è la mia religione. Me la sono inventata io"

ilgiornale.it
Antonio Lodetti - Mar, 15/08/2017 - 11:05

Casadei: "Suono pezzi universali, anche Gloria Gaynor cantò "Romagna mia""



«Pronti!», urla nel telefono Raoul Casadei, comunicando tutta l'energia dei suoi ottant'anni che compirà proprio oggi. «Non è venuto a trovarmi - dice - ma se passa da Cattolica venga qui, vado a prenderle due sogliolette direttamente dalla barca, mi raccomando lo faccia».

È caricatissimo il Raoul, come lo chiamano tutti, perché festeggerà il compleanno in diretta su Raiuno giovedì, con una puntata di Unici intitolata Casadei la dinastia del liscio. Infatti ora l'orchestra (fondata nel 1928 dallo zio Secondo) è condotta dal figlio Mirko, che mantiene il legame con le radici ma collabora con personaggi come Goran Bregovic e addirittura Frankie Hi'Nrg. Mail «grande padre» è sempre lui, Raoul, l'uomo dalle mille canzoni che sa come ipnotizzare un pubblico trasversale.

Allora pronto per la grande festa?
«I media mi danno tanto spazio e per me è una laurea ad honorem. Mi ha chiamato Bruno Vespa a Porta a porta, SkyArte mi ha dedicato tre puntate, ora questo impegno in Rai, di solito ti celebrano così solo quando sei morto. magari sono morto e non me ne sono neanche accorto».

Ma ogni tanto torna alla guida dell'orchestra oggi capitanata da suo figlio Mirko.
«Sì perché mi piace far festa e far divertire la gente così come mi diverto io. Il liscio è una religione, qualcosa che unifica tutti: va oltre le classi sociali, oltre le frontiere e le barriere».

Qual è la differenza tra folklore e liscio?
«Il termine liscio l'ho inventato io nel 1972. Suonavamo alle Rotonde di Garlasco, un posto allora chic e molto alla moda. Vedevo la gente che ballava, le coppiette che si baciavano, c'era una bellissima atmosfera, irripetibile e a un certo punto mi avvicinai al microfono e gridai vai col liscio, il giorno dopo la frase uscì su Sorrisi & canzoni e io divenni il re del liscio».

E il folklore?
«Folklore è come il liscio: rispetto della tradizione. Mio zio Secondo, fondatore dell'orchestra, la chiamava musica tipica, per far capire che veniva dalla terra e dalla gente».

È un po' come la musica country in America?
«Anche quella rispetta la tradizione ma poi si arricchisce e cambia fondendosi con il rock. Anch'io sono stato attaccato dai tradizionalisti quando ho rinfrescato il liscio con chitarre spagnole, percussioni e strumenti vari. I tradizionalisti sono come i politici, non vorrebbero mai cambiare o andare avanti».

Però sempre nel rispetto della tradizione.
«Certo, la nostra è una musica che rappresenta l'allegria, la semplicità, l'ospitalità della Romagna. È la nostra identità anche se molti addetti ai lavori considerano il liscio figlio di un dio minore. Eppure viene ballato nei locali di tutta Italia e ha ancora grande diffusione, anche in televisione. Non avete idea di quanti amori siano nati all'ombra delle nostre canzoni».

Non sente la crisi il liscio?
«Beh sì, l'ha sentita, anche perché è costoso spostarsi in tanti come facciamo noi, con i camion, i pullman e tutta l'attrezzatura».

Quindi Casadei è anche trasgressivo?
«Certo, e mi diverto. Ricordo quando abbiamo suonato a Sanremo La terra dei cachi con Elio e le Storie Tese, che esibizione! Il pubblico del pop si è avvicinato a noi in quell'occasione, tanti giovani venivano a stringermi la mano. E poi ricordo quando abbiamo invitato Gloria Gaynor a cantare Romagna mia, che spasso la fusione tra suoni romagnoli e disco music!».

Un ricordo particolare della sua carriera?
«Ricordo quando, nel '76, facemmo il Giro d'Italia in nave suonando diversi spettacoli al giorno, e l'ultimo tratto di ogni tappa veniva ripreso dalla Rai. Quella volta persi 17 chili».

Della musica di oggi cosa pensa?
«La mia terra ha dato musicisti eccezionali al rock come Vasco e Ligabue. Io li amo e li rispetto, sono dei grandi. Mi piacciono i giovani d'oggi, ma le canzoni che fanno loro, come quella che dice: «sotto il cielo di Riccione, io le scrivevo cinquant'anni fa. Ne avrò scritte mille, ma cito per tutte Io cerco la morosa, che renzo Arbore lanciò ad Alto gradimento.

Progetti?
«Sono innamorato del liscio e c'è un progetto per portare la mia musica nelle scuole della Romagna. Guardi la Taranta come è diventata di moda, è perché ci hanno investito, e spero che faremo così anche noi nella mia terra, per rivalutare un patrimonio popolare e culturale».

Una storia a lieto fine

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E alla fine qualcosa si è mosso. La signora protagonista dello scatto che la ritraeva sulla sedia a rotelle, con il marito che la accompagnava in una delle spiagge più belle della Gallura, ha letto la storia e si è commossa. E da oggi, in quella meravigliosa spiaggia in Sardegna, potrà andarci tutti i giorni. Perché il Comune ha installato una sedia speciale che permetterà a lei e a tutti coloro che non si possono muovere sulle proprie gambe, di non rinunciare al mare. Una bella storia d’amore a lieto fine, che raccontiamo sul Corriere della Sera di oggi. Con un epilogo speciale, che spinge a credere ancora una volta in un futuro migliore.

L’ultima corsa di Oliver, cavallo per turisti crollato a terra e morto per la fatica e il caldo

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fulvio cerutti



Giace a terra. Qualcuno cerca di fargli ombra, ma l’asfalto è molto caldo, rovente. Oliver lo sa bene, ma non ha più una goccia di energia per rialzarsi. La vita, quella che ha visto passargli davanti agli occhi ogni giorno, lo ha sfinito. Gli ha portato via anche la voglia di lottare per sopravvivere. Qualcuno cerca di dargli un po’ di refrigerio bagnandolo con dell’acqua. Ma è tutto inutile, Oliver è giunto alla sua “ultima corsa”.

Questo cavallo di corse, di chilometri percorsi, ne ha fatti tanti. Non importa la calura estiva, il suo ruolo è quello di trainare una carrozza dove i croceristi salgono per essere portati in giro per le vie di Messina. Probabilmente a pochi importa la fatica che fa. Perché per far morire un cavallo in quella maniera, deve averne fatta tanta di fatica. A nulla è servito l’intervento, pur tempestivo, dei volontari dell’Enpa e dell’Asp di Messina: Oliver è morto presso la facoltà universitaria di Veterinaria.

«Le carrozzelle trainate dai cavalli vengono usate per il divertimento di turisti poco accorti che non si sono mai domandati cosa si nasconda dietro questa pratica - spiega Alessandra Parrinelli, commissario della sezione provinciale di Messina dell’Enpa -. Un divertimento anacronistico che comporta enorme sofferenza per i cavalli, costretti a portare un carico che supera gli 800 chili, sotto il sole cocente in estate ed esposti alla pioggia e al freddo in inverno, in mezzo al traffico e ai rumori assordanti che li spaventano. Spesso svengono per la stanchezza o si feriscono perché i loro zoccoli non sono fatti per calpestare l’asfalto cittadino. Tutto questo nel 2017 è inammissibile».

Terminato il più grande spostamento di elefanti della storia: trasferiti 520 esemplari

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fulvio cerutti



Oltre 500 elefanti, 520 per l’esattezza, trasferiti a 320 chilometri di distanza. Lo hanno chiamato il “viaggio dei giganti”, un’operazione colossale durata due anni per ripopolare le riserve del Malawi. Un’iniziativa immensa, tanto quanto le dimensioni dei pachidermi da spostare: i giganti africani sono stati presi dalla riserva Majete e dal Liwonde National Park per essere trasferiti sulle rive del lago Malawi nella Nkhotakota Wildlife Reserve. Un’area, quest’ultima, dove negli anni i cacciatori d’avorio avevano fatto una strage di elefanti: dei 1500 esemplari presenti negli anni ’70 ne erano rimasti solo un centinaio.



Il lavoro di preparazione
A progettare e realizzare questa iniziativa è stata African Parks, un’organizzazione ambientalista che gestisce parchi nazionali e aree protette in tutta l’Africa. Ma prima di iniziare il difficile trasferimento serviva portare a termine un’altra attività altrettanto complicata: negli ultimi due anni l’organizzazione si è assicurata che a Nkhotakota, la riserva di destinazione, venissero rispettate le leggi per la tutela degli elefanti, combattendo il bracconaggio con i ranger e coinvolgendo la comunità locale nella preparazione dell’immensa area all’arrivo dei nuovi “ospiti”.



Due obiettivi da raggiungere
Spostare gli elefanti da un luogo in cui erano diventati troppi, nel Liwonde e Majete, e iniziavano a crearsi conflitti con gli abitanti delle zone, verso una riserva, il Malawi, dove erano quasi del tutto scomparsi. Erano questi i due obiettivi da raggiungere: una migrazione che doveva essere gestita dall’uomo perché ormai i corridoi naturali non esistono più modificati dai campi per le coltivazioni locali e resi pericolosi dalla presenza dei bracconieri. «Stiamo riducendo il conflitto nei due parchi sovrappopolati e creiamo le premesse per attirare turismo nel terzo, quello di destinazione, con benefici per le comunità locali. È una soluzione vincente sia per la gente che per la fauna selvatica» spiega il presidente di African Parks.

La colossale operazione di trasferimento
Dopo un lungo lavoro preparatorio, lo spostamento pratico degli animali è iniziato nell’estate del 2016: dal 4 luglio al 16 agosto, 261 elefanti sono stati spostati da Liwonde a Nkhotakota insieme ad altri 1.100 animali per ripopolare la riserva. Un’operazione che poteva essere condotta solo d’estate, quando la secchezza del clima permetteva l’utilizzo dei mezzi di spostamento. Il trasferimento è ripreso e terminato quest’anno: dal 17 giugno al 2 agosto altri 225 elefanti sono stati spostati. Inoltre, 34 elefanti sono stati trasferiti da Liwonde al parco nazionale di Nyika, portando il totale a 520.



Le operazioni di trasferimento non sono state semplici: per spostarli gli esemplari dovevano essere sedati con dardi scoccati da un elicottero. I pachidermi sono stati tirati su tenendoli appesi per le caviglie con alcune gru e poi trasportati usando dei camion. Durante il tragitto i veterinari dovevano assicurarsi che le narici degli elefanti rimanessero sempre aperte permettendo loro la respirazione. Gli occhi venivano coperti con le grandi orecchie affinché la luce non filtrasse attraverso le palpebre.



Per rendere ancora meno pensante il trasferimento, si è tenuto conto del carattere fortemente sociale di questi animali: era vitale che i gruppi familiari più stretti si muovessero insieme. Ciò ha contribuito a ridurre lo stress degli elefanti e ad aumentare la possibilità di adattarsi con successo nel loro nuovo ambiente.



Purtroppo il trasferimento di un così grande numero di elefanti non era senza rischi e nonostante i grandi sforzi del team, due elefanti sono stati morti nelle operazioni. Ma bisogna pensare a tutti quelli che ora sono in un luogo sicuro, molti dei quali portavano sul loro corpo i segni dei tanti tentativi dei bracconieri di ucciderli: esaminando le loro condizioni fisiche i veterinari hanno riscontrato ferite e fori di proiettili soprattutto sulle orecchie. Segni che ora si spera rimangano solo cicatrici, segni di un passato da dimenticare.

Aurelia la via simbolo delle vacanze

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caterina soffici

La strada verso il mare esprime una voglia di evasione radicata nel Dna italico e celebrata dal “Sorpasso” di Risi


Una scena del «Sorpasso», il film capolavoro di Dino Risi con Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant, che si svolge proprio il 15 agosto del 1961

La Via Aurelia è strada simbolo delle vacanze. Sarà per i pini e la salsedine. O per la certezza che il mare c’è, laggiù da qualche parte, anche se non si vede. Per le stazioni di servizio con annesso baretto o trattoria, dove se si è fortunati si trovano i panini con la porchetta e le brioche vere (non quelle congelate delle autostrade).

La Via Aurelia è soprattutto quell’idea di mettersi in macchina per evadere, andare via dalla città, che anche chi non ha mai visto Il Sorpasso, ha ereditato per via genetica, come una sorta di ius soli italico. L’Aurelia è Ferragosto, come era nel film capolavoro di Dino Risi con Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant, che si svolge proprio il 15 agosto del 1961, quando le telecamera di Risi riprendono la Lancia Aurelia di Bruno/Gassman sfrecciare per i quartieri deserti di Roma, nel silenzio spettrale della città, tra le saracinesche abbassate e il vuoto assoluto per andare via.

Andare dove? Non importa, come scoprirà presto lo studente traviato Roberto/Trintignant. L’importante è andare. Verso il mare, verso la costa. Senza un piano preciso, in cerca di divertimenti, attratti da donne, cibo, balli, vita spensierata, al suono del clacson tritono Perepepè, divenuto anche lui simbolo della vacanza. On the road, sulla strada, come si direbbe oggi, anche se allora non lo sapevano. E infatti quando il film arrivò in America uscì con un titolo azzeccatissimo: The Easy Life, la vita facile, una versione on the road della Dolce Vita. Una vita facile a portata di tutti, almeno per un giorno. Almeno per il giorno di Ferragosto.

Se tutte le strade portano a Roma, come dicevano i latini, la Via Aurelia è la strada che porta via da Roma. Non per nulla è la Strada Statale Numero 1, la famosa sigla SS1. Esce da Roma e si dirige pigramente verso Fregene e Santa Marinella, poi costeggia l’Alto Lazio su su fino a Capalbio, Castiglioncello e Quercianella e alla fine attraversa languida l’entroterra della Versilia e se uno ha la pazienza di proseguire arriva in Liguria e in Francia, per fermarsi nella vecchia colonia romana di Arles, in Provenza.

Un nastro lunghissimo di asfalto, famoso anche per i suoi incidenti mortali. Nasce lì, negli Anni 60, il mito collettivo della strada verso la vacanza e il benessere. Perché evasione fa rima con emancipazione e chi si arricchisce parte, celebrando l’esodo domenicale e ferragostano come rito di passaggio da una civiltà povera e contadina che era stanziale a una piccola borghesia che comunque si muove. Non è detto che viaggi, ma si mette in moto e spesso sta ore incolonnata, ferma in interminabili code.

E’ lì che nasce l’idea del viaggio come liberazione dalla routine. Anche se è solo la gita fuori porta per andare a Fregene e nel bagagliaio ci sono il tavolo da picnic e le seggioline di plastica da piazzare a bordo pineta e schiacciare il pisolino.

Ferragosto è la vacanza popolare che non si nega a nessuno. Anche a chi non può permettersi le ferie degli impiegati, i fortunati del posto fisso, che lottano a suon di anzianità per accaparrarsi la fatidica settimana di Ferragosto. E tantomeno per i privilegiati della villeggiatura, sempre meno e sempre più vecchi, perché la villeggiatura ormai è una cosa da pensionati. I nonni che portano i nipotini al mare o li tengono nella casa natale in campagna o sui monti. Eppure anche loro festeggiano il Ferragosto, se non è la grigliata i pensionati villeggianti preparano il pranzo per la famiglia. Perché la vacanza, come le feste comandate, si celebra per via culinaria.

E quindi l’Aurelia del Ferragosto è comunque la strada del popolo in ferie, con le code o i sorpassi. Lo spirito di questa giornata è colto splendidamente da Gassman che dice al giovane Trintignant: «A Robe’, lo sai qual è l’età più bella? E’ quella che uno c’ha giorno per giorno. Fino a quando schiatti, si capisce». Ferragosto è anche un po’ Carpe Diem. Crisi o non crisi, ricchi o poveri, tutti gli italiani cercano di godersela per un giorno. Fino a quando schiatti, si capisce. 

Molestie, nuove accuse per il regista Polanski

ilgiornale.it
Franco Grilli - Mer, 16/08/2017 - 15:00

Non c'è pace per Roman Polanski: arriva un'altra accusa di violenze sessuali. Un'altra donna lo accusa



Non c'è pace per Roman Polanski: arriva un'altra accusa di violenze sessuali. Questa volta ad accusare l'attore e regista è Robin M., nel corso di una conferenza stampa tenuta a Los Angeles insieme all'avvocatessa Gloria Allred:

"Sono stata aggredita sessualmente da Roman Polanski quando ero una minorenne di 16 anni nel 1973", ha affermato Robin M., motivando di avere denunciato le cose dopo 40 anni con la volontà espressa recentemente da Geimer di chiudere il caso del 1977. "Io non l'ho superata e credo che Roman Polanski debba pagare per i suoi reati contro la minorenne 13enne Samantha Geimer", ha detto Robin, che ora ha 59 anni. In dichiarazioni rilasciate a Variety, l'avvocato di Polanski, Harland Braun, ha messo in dubbio le dichiarazioni di Robin M. e ha affermato che, se ha qualcosa di solido contro Polanski, dovrebbe andare in tribunale e presentare denuncia.

"Perché una conferenza stampa? L'unico obiettivo è di generare clamore e forse provare a influenzare un giudice", ha aggiunto Braun, legando le nuove accuse alla causa ancora aperta contro il regista per il caso Geimer. Il regista, che ora ha 83 anni, attualmente vive in Francia; a febbraio ha presentato una serie di documenti per rientrare negli Stati Uniti e chiudere il caso senza passare dalla prigione, ma ad aprile un giudice di Los Angeles ha respinto la sua proposta.

Isis, la chat del terrore: l'inchiesta Fbi svela i mandanti dell'attentato di Manchester

espresso.repubblica.it
di Paolo Biondani e Alessandro Cicognani

Il via libera dello sceicco siriano. L’ordine di uccidere che arriva dal Texas. La cellula jihadista addestrata in Libia. E un ragazzo di Torino che smista i messaggi segreti su Internet. Ecco i retroscena della strage del 22 maggio. Così opera, da Tunisi a Istanbul a Berlino, la rete terroristica che minaccia anche l’Italia

Isis, la chat del terrore: l'inchiesta Fbi svela i mandanti dell'attentato di Manchester

Lo stragista di Manchester. E dietro di lui una scala gerarchica di reclutatori, attivatori, istruttori all’uso di esplosivi, capicolonna e ideologi-predicatori del terrorismo jihadista. Capaci di trasmettere ordini di morte che passano anche dall’Italia.

Le indagini internazionali sui più sanguinosi attentati dell’Isis stanno cominciando a decifrare come funziona e da quali ingranaggi è composta la macchina dello stragismo globale, in grado di mettere in moto singoli terroristi dal Medioriente al Nordafrica, dall’Europa agli Stati Uniti. Sono inchieste che scottano, di cui si conoscono solo i primi risultati. Che fotografano una rete del terrore in grado di fare sistema: non lupi solitari, non attentatori improvvisati e scollegati, ma un branco di potenzali kamikaze nascosti in tutto l’Occidente, pronti ad essere attivati a distanza.

Sono queste scoperte investigative a spiegare, tra l’altro, perché due procuratori federali americani, con una squadra di agenti speciali dell’Fbi, a metà luglio sono piombati in Italia a interrogare un ragazzo di 28 anni, arrestato a Torino, per chiedergli tutto quello che sa sugli organizzatori della strage di Manchester. Una tra le più impressionanti carneficine rivendicate dall’Isis in Occidente: 22 morti e 116 feriti con un ordigno fatto esplodere da un kamikaze inglese, il 22 maggio scorso, tra la folla di adolescenti all’uscita dal concerto di una famosa cantante.

IL TORINESE, L'AMERIKANO E L'UOMO BOMBA


Mouner El Aoual, detto Mido, nato in Marocco 28 anni fa, entrato in Italia nel 2008 senza permesso, accolto e allevato da un’ignara pensionata di Torino, è in carcere da quattro mesi come presunto sostenitore e progandista del cosiddetto Stato islamico. L’inchiesta su Mido è nata da un’intercettazione trasmessa nel 2016 dagli Stati Uniti. I poliziotti americani hanno scoperto che quel ragazzo italo-marocchino, all’insaputa di tutti gli amici e familiari, ha gestito per mesi un canale di comunicazione dell’Isis: una linea anonima e riservatissima, utilizzata per reclutare su Internet e radicalizzare migliaia di jihadisti. E per organizzare attentati.

Al centro delle indagini americane c’è un texano misterioso: si chiama Said Azzam Mohamad Rahim, discende da una famiglia giordana, ma è nato e cresciuto negli Stati Uniti. Un insospettabile cittadino americano, incriminato nel marzo scorso dalla procura di Dallas come presunto arruolatore dell’Isis. A Torino, mentre interrogavano Mido, gli stessi inquirenti americani hanno rivelato che quel jihadista texano oggi è sospettato di essere «uno degli organizzatori della strage di Manchester».

Le prove sono ancora segrete. Ma l’atto d’accusa già formalizzato a Dallas riporta una delle intercettazioni che lo chiamano in causa. È il 28 agosto 2016. La strage di Manchester è ancora lontana. Rahim apre una conversazione privata sul canale di messaggistica Zello. Solo cinque persone sono autorizzate a intervenire. Mido è uno di loro, ma resta sempre zitto. Il primo a parlare è un predicatore, chiamato con reverenza “sceicco”, che viene consultato perché abilitato a dettare la linea dell’Isis. Un giovane in linea ha urgenza di interromperlo e se ne scusa: «Sceicco, io abito a Manchester, in Gran Bretagna. Vivo tra non-musulmani, con loro ho trovato lavoro. È permesso ucciderli? È lecito ucciderli con una bomba?».

mercoledì 16 agosto 2017

Spopola "Sarahah", l'app per inviare messaggi anonimi agli amici. Ma è già allarme cyberbullismo

ilmessaggero.it



Attraente quanto pericolosa: la app "Sarahah", che permette di mandare messaggi anonimi agli iscritti, è già un fenomeno. Ma di cosa si tratta? Chi l'ha creata e quali sono i suoi lati oscuri?

Negli ultimi giorni chiunque usi i social network non può non essere incappato nel logo di una busta bianca su fondo acqua marina. Il logo di Sarahah, appunto, che in arabo significa onestà. L'applicazione, creata dal 29enne saudita Zain al-Abidin Tawfiq, ha già fatto il record di download collezionando milioni di utenti (tra app e versione desktop sarebbero 20 milioni).

Nata per fornire uno strumento ai dipendenti che volessero esprimere giudizi onesti sui propri capi senza diritto di replica e senza la possibilità di essere rintracciati (almeno questo è l'intento dichiarato dal suo ideatore), si presta tuttavia a diventare lo sfogatoio dei bullismi da tastiera. Non è un'assoluta novità: Ask.fm, Yik Yak e Whisper sono strumenti simili che tuttavia fortunatamente non hanno mai davvero sfondato. Il boom di Sarahah sarebbe legato anche alla possibilità di inserire link nei post di Snapchat, popolarissima tra i giovanissimi.

Una volta scaricata l'app, si esegue una ricerca degli amici già iscritti e si procede a "recensirli" a piacimento e in forma del tutto anonima, neanche fossero dei ristoranti o degli ostelli. I rischi legati al cyberbullismo sono evidenti e il suo inventore ne è ben consapevole. Su PlayStore Sarahah viene definita un'applicazione utile alla «critica costruttiva» e se ne raccomanda l'uso sotto «la supervisione dei genitori».

Zain al-Abidin Tawfiq, parlando a Mashable, si è impegnato a fare di tutto per mantenere Sarahah "pulita". Qualche ostacolo ai bulli esiste già, come la possibilità di bloccare utenti ed attivare filtri per le parole offensive.

In vacanza allarme due euro falsi: sequestrate 900 monete destinate a una gelateria di Napoli

repubblica.it

Carabinieri:  "Boom di sequestri da 1 e 2 euro. Basta una calamita per riconosce i falsi"

In vacanza allarme due euro falsi: sequestrate 900 monete destinate a una gelateria di Napoli

Fra le cose da tenere a portata di mano quando si va in vacanza, oltre alla crema solare e a quella contro le zanzare, c'è anche una piccola calamita. Basta questo semplice oggetto, spiega il Comando Antifalsificazione Monetaria dei Carabinieri, per evitare di ricevere delle monete false, magari come resto di un gelato.

Peraltro il periodo estivo, sottolineano gli esperti dell'Arma, è quello 'preferito' dai falsari. Il Comando, nell'ambito dei servizi di controllo "Estate 2017", ha effettuato diverse azioni di contrasto al falso nummario, che hanno portato al rinvenimento e sequestro di monete da 2 euro e banconote false da 10, 20 e 50 euro.

"D'estate l'attività si intensifica soprattutto per la presenza di numerosi turisti stranieri, meno attenti a questo tipo di rischi - afferma il colonnello Florimondo Forleo -. La nuova frontiera per i falsari sono proprio le monete, che sono facili da commerciare e suscitano meno attenzione. Uno dei sequestri fatti in questi giorni riguarda ad esempio 900 monete destinate alla cassa di una gelateria di Napoli; si può immaginare quanto poco tempo un esercizio commerciale del genere impieghi per smerciarle sotto forma di resto".

In vacanza allarme due euro falsi: sequestrate 900 monete destinate a gelateria di Napoli

Per distinguere le monete false, spiega Forleo, è sufficiente una piccola calamita. "Basta vedere se sono attirate da una calamita: se si attaccano sono vere - sottolinea -. I falsari non riescono infatti a riprodurre il magnetismo, che la Zecca ottiene con un procedimento particolare e che serve a far riconoscere le monete dalle macchinette. In commercio ci sono dei piccoli bastoni con una calamita ad una estremità, li usiamo anche noi".

Il fenomeno non è nuovo, sottolinea Forleo, e il record spetta ancora a un sequestro  4 tonnellate di monete da 1 e 2 euro di qualche anno fa. Capita sempre più spesso però di imbattersi in falsi 'metallici', anche se l'attenzione deve rimanere alta anche su quelli 'di carta'. "Abbiamo sequestrato da poco 4,5 milioni di euro di banconote pronte per essere introdotte sulla costa campana fino a Palinuro.

D'estate ci sono più possibilità per i falsari, oltre che per la presenza di stranieri, meno bravi degli italiani nel riconoscere i falsi, anche per il fatto che magari nella ressa chi sta alla cassa non usa i dispositivi che riconoscono le banconote contraffatte, se li ha". Ad essere 'immuni', conclude il colonnello, sono le casse automatiche. "Questi dispositivi vengono riempiti da soldi certificati - spiega - e anche per quelli 'in entrata' sono in grado di verificare al momento se la banconota introdotta è un falso"

Veterano Usa consegna la bandiera giapponese alla famiglia del soldato morto in guerra settant’anni fa

lastampa.it



Una bandiera firmata da 180 persone, tra parenti e amici, che gli auguravano fortuna e di ritornare dalla guerra. Parole che Sadao Yasue portò con sé al fronte, tenendole con sè finché poté, finché non morì, ucciso in battaglia. La sua famiglia non lo rivide più, né ricevette le sue spoglie, nulla, nemmeno quella bandiera che un soldato americano prese dal suo corpo senza vita e portò negli Usa.

Lì la conservò per 73 anni. Oggi quell’ex soldato, Marvin Strombo, in una cerimonia a Higashishirakawa, piccolo centro della prefettura di Gifu, in Giappone, ha riconsegnato la bandiera alla famiglia di Yasue. A riceverla, tra lacrime e commozione irrefrenabile, il fratello di Sadao, Tatsuya, e sua sorella, Sakoyo. Oggi erano entrambi ultranovantenni. I due uomini si sono abbracciati, la guerra è un lontano passato.

Il capo degli infermieri li paga di tasca sua

lastampa.it
alberto mattioli

“L’ospedale di Merate non voleva versare un’indennità e allora ho ricaricato i loro telefonini con i miei soldi”


I tagli alle risorse rendono sempre più precaria la situazione finanziaria delle strutture sanitarie

Nei corsi e ricorsi della sanità forse questo non si era ancora visto: un coordinatore infermieristico del Pronto soccorso di un ospedale pubblico che paga di tasca propria gli infermieri. Eppure è successo al San Lepoldo Mandic di Merate, provincia di Lecco. La storia, scovata dal «Giorno», la dice lunga sui grandi problemi e i piccoli eroismi della sanità italiana. Il protagonista si chiama Francesco Scorzelli, 59 anni, a capo dei venticinque infermieri e degli otto operatori socio-sanitari del Pronto soccorso, nonché votatissimo rapprsentante sindacale della categoria.

«È capitato a gennaio - racconta Scorzelli -, quando si è verificato il fatto, finora più unico che raro, di due gravidanze fra le colleghe. Ora, io sono un sindacalista e sui diritti dei lavoratori non transigo. Ma prima ancora vengono il servizio e le esigenze dei pazienti. Ho quindi chiesto ad alcuni colleghi, sette per la precisione, di rientrare dalle ferie o di rinunciare ai loro giorni di riposo per “coprire” dei turni che altrimenti sarebbero rimasti sguarniti.

Mi hanno detto tutti di sì. Avevo chiesto all’Asst, l’Azienda socio-sanitaria territoriale, la disponibilità a riconoscere loro l’indennità. Dalla dirigenza mi hanno detto che non c’erano problemi. Invece è finita che ai colleghi gli straordinari sono stati pagati regolarmente, ma questa somma aggiuntiva, nonostante i solleciti, no. Un cavillo burocratico. E non parliamo certo di cifre colossali: dai 50 ai 70 euro lordi».

A questo punto Scorzelli ha fatto il bel gesto. «Ho deciso: se non ci pensa l’azienda, ci penso io. Perché ero stato io a chiedere ai miei infermieri la loro disponibilità ed è giusto che venisse ripagata, anche a costo di farlo a spese mie». Detto fatto: Scorzelli ha regalato ai magnifici sette delle ricariche telefoniche, «soldi contanti no, sarebbe stato illegale», accompagnandole con una lettera nella quale ringraziava e si scusava a nome dell’azienda.

Conto finale, sui 450 euro, prelevati dal premio di produzione di Scorzelli, «premio che peraltro prendiamo tutti. Com’è naturale: se raggiungiamo degli obiettivi è perché lavoriamo insieme con impegno per ottenerli». Per l’azienda, a parte quello d’immagine, il danno collaterale dal mancato pagamento è che adesso gli infermieri non vogliono più lasciarle i loro numeri di telefono: «O li chiamo io o niente».

Tuttavia Scorzelli non vuole passare da kamikaze che si immola sull’altare della burocrazia o da buon samaritano della sanità pubblica. «Lo ammetto, non ho problemi economici e, insomma, non vivo solo con i 1.500 euro al mese del mio stipendio. Il mio non è stato un grande sacrificio. Al premio di produzione, in realtà, rinuncio sempre. Due anni fa, per esempio, l’ho lasciato all’azienda per contribuire all’acquisto di un defibrillatore che al Pronto soccorso aspettavamo da anni».

E poi, par di capire parlando con il munifico caposala, l’episodio è stato l’occasione per denunciare gli effetti perversi della burocrazia e di un’organizzazione poco empatica verso chi ne fa parte: «Il sistema funziona se tratti bene il personale, altrimenti no. Sono molti anni che faccio questo mestiere, e il problema è sempre lo stesso: la selezione della dirigenza. Anzi, è peggiorato. Perché le cariche sono sempre state assegnate sulla base di appartenenze politiche, e sappiamo bene che la spartizione c’è sempre stata.

Ma almeno una volta arrivava della gente più preparata. Sembra incredibile, e lo dico da uomo di sinistra, ma negli ultimi tempi sto rimpiangendo la Democrazia cristiana. Non svelo nulla se le dico che trovo i dirigenti non all’altezza: lo dico loro, a ogni trattativa sindacale, e in faccia».

Malinconia

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jena@lastampa.it

Il Ferragosto provoca sempre un po’ di malinconia: uno pensa alla fine delle vacanze, alle giornate che si accorciano, ai politici che tornano.

I nuovi utenti di Internet, quel miliardo che preferisce immagini e voce alla scrittura

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lorenzo longhitano

Arrivano dai paesi emergenti, prediligono l’uso di assistenti vocali e fanno man bassa di app che non richiedono alfabetizzazione

L’industria tecnologica lo chiama collettivamente next billion: il prossimo blocco da un miliardo di persone che in questi anni sta avendo accesso a Internet per la prima volta e in grande maggioranza lo fa dallo smartphone. Questa macro categoria racchiude persone provenienti da paesi emergenti in Asia, Medio Oriente e Africa, con scarsa disponibilità economica e non necessariamente alfabetizzate; rappresenta una delle opportunità di crescita più significative per tutte le aziende hi tech (i cui prodotti nel mondo industrializzato ormai si piazzano a fatica) e potrebbe influenzare il modo in cui tutto il pianeta ha accesso a informazioni e servizi connessi e, come fa notare il Wall Street Journal, non solo.

Gli appartenenti a questo miliardo fanno infatti registrare comportamenti diversi da quella della schiacciante maggioranza di utenti visti finora. Prediligono app ricche di figure e dall’interfaccia intuitiva, che si possono utilizzare scorrendo il pollice e senza bisogno di digitare alcunché. Assistenti digitali e riconoscimento vocale sono apprezzatissimi, e rappresentano per molte di queste persone l’unico modo di interagire con i loro dispositivi. Le email non sanno cosa siano; a queste ultime preferiscono la messaggistica istantanea, ma non nel formato testuale: inviano anzi messaggi vocali anche quando si tratta di comunicazioni brevi. Nel loro mondo insomma sparisce la parola scritta in favore di immagini, icone e video.

È difficile prevedere quale impatto avrà una rivoluzione del genere sul futuro delle comunicazioni globali in Rete. Di certo c’è che le aziende sono già pronte a fare di tutto per venire incontro a questo pubblico dalla crescita inarrestabile: secondo Google, il numero di utenti Android provenienti dall’India ha già superato il totale di quelli statunitensi, e il numero di app installate sui loro smartphone cresce del 150% ogni anno; la casa di Mountain View anche per questo motivo ha lanciato all’inizio del mese il programma Made for India, un’iniziativa mirata a incoraggiare lo sviluppo di app pensate appositamente per quel contesto.

Se a ciò aggiungiamo che anche nel mondo industrializzato il fascino degli assistenti vocali su smartphone si sta trasformando in una vera e propria tendenza trasversale, il declino della parola scritta nel mondo digitale potrebbe trovarsi nel perido di massima accelerazione mai conosciuta finora.

Il gioiello della Corona dell’Impero britannico

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francesco de leo



A Ferragosto di settant’anni fa l’India raggiungeva la sua indipendenza. Nel 1877, esattamente a capodanno di settant’anni prima, la Regina Vittoria d’Inghilterra era stata incoronata Imperatrice d’India. Era il culmine della potenza britannica che copriva circa il 25% della superfice mondiale. Quasi 444 milioni di persone vivevano in una forma o nell’altra sotto il dominio britannico. Lo storico Niall Ferguson ricorda che «la regina imperatrice dominava un continente, un centinaio di penisole, cinquecento promontori, un migliaio di laghi, duemila fiumi, diecimila isole. Non c’era da stupirsi troppo se gli inglesi cominciavano a credere di avere il diritto di governare il mondo». 
Prima della metà del XVIII secolo il subcontinente indiano era l’unica regione nota per la presenza di diamanti. L’India era considerata «il gioiello della Corona dell’Impero britannico» e il Koh-i-Noor, il più importante diamante indiano tra i gioielli della Corona.

«Vale metà di quanto speso ogni giorno nel mondo intero», descrisse la pietra il principe mogul Babur. Il guerriero iraniano Nadir Shah, che sottrasse il diamante al tesoro mogul nel saccheggio di Delhi, quando lo ebbe tra le mani, disse stupito: «Koh-i-Noor», «Montagna di luce», attribuendogli il nome con cui è ancora oggi conosciuto. Nadir Shah fu ucciso e questa pietra leggendaria, passando da un sovrano all’altro, giunse al maragià Duleep Singh, sovrano del Punjab. Quando la regione fu annessa alla Compagnia delle Indie Orientali, un trattato stabilì: «La gemma chiamata Koh-i-Noor sarà ceduta alla regina d’Inghilterra». «È un trofeo di cui andare orgogliosi», affermò la regina Vittoria.

Alla sua morte, il diamante entrò a far parte dei gioielli della Corona, e fu utilizzato l’ultima volta nella creazione della corona di Elisabetta nel 1937, la regina Madre. Cento anni prima, il 20 giugno 1837, due uomini anziani, vestiti di nero si erano inginocchiati dinanzi a una fanciulla di 18 anni coi piedi nudi calzati di pantofole, una mantellina sulle spalle e un berretto posato di traverso sulle trecce bionde. Erano l’arcivescovo di Canterbury, primate d’Inghilterra e il marchese di Conyngham, Lord Ciambellano. Comunicavano alla principessa Vittoria la sua ascesa al trono. Cominciava all’alba di quel giorno l’età vittoriana, l’epoca più importante che la storia britannica abbia conosciuto.