domenica 23 aprile 2017

Verdi, il baule dei misteri

lastampa.it
sandro cappelletto

Custodito dagli eredi, che hanno sempre impedito di conoscerne il contenuto, finalmente è stato aperto:all’interno 2700 fogli di abbozzi musicali, lettere e appunti, presto online a disposizione degli studiosi


Il baule da viaggio di Verdi, costruito a Chicago dalla Marshall Field and Company alla fine dell’Ottocento, è sempre rimasto nella villa del Maestro a Villanova sull’Arda (Piacenza), passata alla sua morte agli eredi Carrara Verdi

I tesori custoditi, anzi nascosti, in quel baule non saranno più un mistero. Finalmente potremo entrare nel cuore del processo creativo di Giuseppe Verdi, delle sue intuizioni, ripensamenti, dubbi, infine certezze. Quel baule, un robusto baule da viaggio di colore verde scuro, con borchie e lucchetti, rivestito di una carta gialla ormai sbiadita, costruito a Chicago dalla Marshall Field and Company Retail alla fine dell’Ottocento, se ne sta lì dove è sempre stato, nella villa Verdi di Sant’Agata a Villanova sull’Arda, in provincia di Piacenza. Però adesso è vuoto e le 17 cartelle che lo riempivano - 16 intestate a opere del Maestro, più una carpetta bianca, per un totale di 2700 fogli di abbozzi musicali, appunti e corrispondenza - sono state trasferite all’Archivio di Stato di Parma. 

«In sei mesi, grazie a fondi già disponibili, saranno completati la descrizione analitica e il restauro dei documenti che lo richiedono, per procedere subito dopo alla digitalizzazione e alla messa a disposizione online di un materiale che il mondo degli studiosi attendeva da troppo tempo. Non era fruibile, presto lo sarà», ha detto orgogliosamente Gino Famiglietti, direttore generale per gli archivi del ministero dei Beni culturali, durante la conferenza stampa che si è tenuta a Roma nella sede dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi.

Da troppo tempo. Verdi muore nel 1901, senza figli: ne aveva avuti due dal primo matrimonio, vissuti entrambi pochi anni. Adotta la cugina Filomena, che sposa Alberto Carrara, figlio di Angiolo, il notaio di Verdi. Di generazione in generazione, ancora oggi eredi (quattro, e litigiosi tra loro) sono i Carrara Verdi, che hanno sempre custodito il baule nella villa di Sant’Agata dove Verdi ha passato gran parte della sua vita adulta, assieme alla seconda moglie Giuseppina Strepponi. Impedendo però, per ragioni mai chiarite, la conoscenza del materiale.

Un atteggiamento molto criticato, ma finora tutti i tentativi di trovare un’intesa si erano rivelati inutili. «Ancora in questi giorni abbiamo ricevuto delle diffide dagli eredi. Eppure le leggi sono chiare: sia l’articolo 9 della Costituzione, che tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione, sia il codice del ministero che ci obbliga a verificare la conservazione e la consistenza dei beni archivistici anche se in possesso dei privati, fino a prevedere il deposito coattivo. Ma non ce n’è stato bisogno, siamo addivenuti a un deposito consensuale. Ricordo, anche in previsione di casi analoghi in futuro, ad esempio per l’archivio Vasari di Arezzo, che il valore economico dei documenti è subordinato alla tutela culturale», precisa Famiglietti. 

Ma perché si è atteso così a lungo? «Perché le leggi ci sono, ma occorre poi applicarle, con la dovuta fermezza. Tenendo conto che talvolta il privato si rivela più retrivo dell’amministrazione pubblica», precisa Elisabetta Arioti, sovrintendente archivistico dell’Emilia Romagna. Le prime reazioni degli studiosi sono di profonda soddisfazione: «È la fine di un paradosso, di un’anomalia intollerabile», dice Markus Engelhardt, direttore della sezione musica dell’Istituto Germanico di Roma e studioso verdiano. 

Ogni cartella reca un titolo: Luisa Miller, Rigoletto, Il trovatore, La traviata, Stiffelio, Un ballo in maschera, L a forza del destino, il Libera me, Domine (dalla Messa composta dopo la morte di Rossini), Don Carlos, Aida, il suo unico Quartetto per archi, la Messa da Requiem (dedicata alla memoria di Alessandro Manzoni), Simon Boccanegra (nelle versioni del 1857 e del 1881), fino ai due ultimi capolavori, entrambi desunti da Shakespeare: Otello e Falstaff. Infine i Quattro pezzi sacri, sorprendente, libero omaggio dell’anziano maestro alla musica sacra. Una miniera, un arco creativo lungo sessant’anni. Saranno possibili edizioni critiche attendibili, mentre l’analisi dettagliata di queste migliaia di fogli non esclude sorprese, inediti ritrovamenti. 

Il decisivo sopralluogo a Villa Verdi è stato effettuato lo scorso 10 gennaio. «Le 17 cartelle erano distese sul tavolo da biliardo di Sant’Agata, pronte per venire trasferite all’archivio di Parma. L’occhio mi è caduto su un foglio dove Verdi aveva scritto: “Abbruciate tutte queste carte!”», ricorda Mauro Tosti Croce, sovrintendente archivistico del Lazio e rappresentante del ministero presso il consiglio di amministrazione dell’Istituto Nazionale di Studi Verdiani di Parma. 

«Siamo stati individuati dal ministero come referente tecnico-scientifico di questo progetto di portata storica», commenta Nicola Sani, presidente dell’Istituto verdiano. «Una decisione che si affianca al compito affidatoci dal Mibact di promuovere l’Edizione nazionale dei carteggi e dei documenti verdiani». Imminente l’uscita del primo volume, dedicato alla corrispondenza tra Verdi e l’amico Giuseppe Piroli, senatore del Regno d’Italia: illuminante per comprendere come, dopo gli entusiasmi risorgimentali, nel compositore prevalga il disincanto, se non l’amarezza. La conoscenza di Verdi continua a progredire. Un baule è stato aperto, un pesante velo d’ombra è stato sollevato. Finalmente. 

“Abbiamo le prove dei contatti tra scafisti e alcuni soccorritori”

lastampa.it
fabio albanese

Il procuratore di Catania: “Ci sono telefonate con chi organizza gli sbarchi e gruppi finanziati da personaggi discutibili. Ma deve intervenire la politica”



Nel mare agitato dei disperati che attraversano il Canale di Sicilia, non tutte le ong che recuperano migranti sono uguali: «Ci sono quelle buone e quelle cattive», dice il procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro. La sua è la procura più esposta nell’affaire migranti, per necessità prima ancora che per scelta. Altre, come Palermo, Cagliari e ora pure Reggio Calabria, stanno indagando su naufragi, salvataggi, sbarchi e ruolo delle Ong. Ma Catania lo fa da più tempo, dal tragico affondamento di un barcone davanti Lampedusa il 3 ottobre 2013 con 368 morti. Inoltre ha competenza su quella parte di Sicilia, la zona orientale,

dove affacciano i porti di Pozzallo, Augusta, Catania e Messina che da soli assorbono il maggior numero di arrivi di migranti; qui dove questa enorme massa di persone «sta creando problemi di ordine pubblico e crisi di carattere criminale - spiega Zuccaro - che potrebbero influire sul tessuto sociale delle popolazioni. Catania a proposito dei reati di tratta, e di tratta minorile in particolare, ha più procedimenti di Roma, anzi ha il dato più alto in Italia; e poi ci sono i problemi del caporalato, quelli della gestione del denaro per l’accoglienza e l’ospitalità, che lasciano intravvedere fatti gravi». 
E dunque, siccome l’anno scorso di migranti ne sono arrivati 181 mila, e quest’anno si prevede che saranno almeno 250 mila, il fenomeno va osservato sotto tutti i punti di vista e quello giudiziario ha un peso enorme.

Come un peso enorme, da poco più di un anno, hanno le Ong - le organizzazioni non governative - che stanno con le loro navi, qualcuna anche con droni e aerei, a pattugliare il tratto di Mediterraneo davanti alla Libia. Perché sono lì, come si finanziano, hanno contatti diretti con i trafficanti? A queste domande sta cercando di dare risposte il pool di cinque pm catanesi, alcuni della Dda altri della «ordinaria», che con Squadra mobile e Guardia di finanza indagano ormai da tempo: «Su Ong come Medici senza frontiere e Save the Children davvero c’è poco da dire - dice Zuccaro - discorso diverso per altre, come la maltese Moas o come le tedesche, che sono la maggior parte» (cinque delle nove

Ong schierate in mare, c’è poi la spagnola Proactiva Open Arms). Le buone e le cattive, dunque: «Abbiamo evidenze che tra alcune Ong e i trafficanti di uomini che stanno in Libia ci sono contatti diretti - dice Zuccaro - non sappiamo ancora se e come utilizzare processualmente queste informazioni ma siamo abbastanza certi di ciò che diciamo; telefonate che partono dalla Libia verso alcune Ong, fari che illuminano la rotta verso le navi di queste organizzazioni, navi che all’improvviso staccano i trasponder sono fatti accertati». 

Come abbia queste informazioni, il procuratore non lo dice; ma che l’agenzia dell’Ue Frontex nel suo rapporto «Risk analysis 2017» abbia definito «taxi» alcune Ong e che i servizi segreti italiani in Libia abbiano notizie dettagliate e di prima mano non è un mistero. Ed è probabilmente per questo che Zuccaro parla di prove che non è possibile utilizzare in un processo. Tutte le nove Ong sono, comunque, sotto la lente della procura etnea: «Per quelle sospette dobbiamo capire cosa fanno, per quelle buone occorre invece chiedersi se è giusto e normale che i governi europei lascino loro il compito di decidere come e dove intervenire nel Mediterraneo». 

La procura di Catania sa che i trafficanti, alcuni dei quali già identificati, hanno due fonti principali di finanziamento: il contrabbando di petrolio e i migranti. Sa pure che negli ultimi tempi i gommoni - di scarsa qualità e in grado di galleggiare solo per poco, giusto il tempo di un salvataggio dentro le venti miglia - partono quasi tutti da Zuara, in Tripolitania, zona non controllata dal governo Serraj; ora sta cercando di capire se dietro qualcuno dei finanziatori di Ong ci siano gli stessi trafficanti, e segnali in questo senso sono stati raccolti.

D’altronde, di cose che meritano di essere chiarite ce ne sono: ci si chiede, ad esempio, che ci fa uno come Robert Pelton, che produce coltelli da guerra, o l’ex ufficiale maltese Ian Ruggier, noto per non essere mai stato tenero con i migranti sbarcati sulla sua isola, tra le persone vicine ai ricchi coniugi maltesi Cristopher e Regina Catambrone che nel 2014 si sono «inventati» l’Ong Moas; o perché tra i finanziatori di alcune Ong ci sia il miliardario George Soros.

«L’inchiesta richiede tempi che l’Europa non si può permettere - avverte il procuratore Zuccaro - e d’altronde la risposta giudiziaria non è sufficiente, nonostante la notevole collaborazione che riceviamo da tutti. Il problema resta essenzialmente politico e i governi europei, non solo quello italiano, devono intervenire subito; l’ho detto il mese scorso al comitato Schengen del Senato, l’altro giorno alla Commissione libertà civili del Parlamento europeo venuta in Sicilia, e lo ripeterò la prossima settimana alla Commissione difesa del Senato. Per me, quei 250 mila in arrivo quest’anno sono una stima per difetto».


La sfida dei clan agli Stati
lastampa.it

Le indagini della Procura di Catania su possibili legami fra i network criminali ed alcune organizzazioni non governative (ong) aggiungono un tassello di valore strategico allo scontro in atto fra clan e Stati sovrani per il controllo delle acque nel Mediterraneo. Accertare l’eventualità che i clan adoperino un numero limitato di ong come una sorta di «Cavalli di Troia» per penetrare le rotte è nell’interesse del nostro Paese e rientra nella definizione di una nuova dottrina di sicurezza capace di fronteggiare i pericoli generati dalla decomposizione degli Stati arabo-musulmani.

Il nemico da cui dobbiamo proteggerci sono i network criminali che gestiscono il traffico di esseri umani, alleandosi con clan, tribù e milizie di ogni genere. Si tratta di un avversario spietato, dotato di ingenti risorse finanziarie ed umane, capace di gestire complesse operazioni logistiche, abile nel far fruttare le rotte per i disperati attraverso il Sahara ed ora intento a costruirsi una sorta di ponte sul Mediterraneo per facilitare il loro arrivo sulle nostre coste, ovvero in Europa.

I finanziamenti ad alcune ong al centro delle indagini sarebbero finalizzati a far salvare - consapevolmente o meno - dalle loro unità i profughi in arrivo sui barconi salpati dalle coste libiche. Con questo espediente il crimine organizzato punta ad assicurarsi il controllo dell’ultimo miglio di percorso verso il territorio europeo. Se un trafficante, salpando dalla Libia con un barcone di migranti, telefona ad una ong facendo sapere in che direzione navigherà si può assicurare che vadano a prendere il suo carico in mezzo al mare. È un metodo, cinico e spregiudicato, per sfruttare a proprio vantaggio la legge del mare sull’obbligo umanitario al salvataggio di chi si trova in pericolo di vita.

Tutto ciò svela l’esistenza di un disegno dei clan che ha tre aspetti convergenti. Primo: conferma la loro capacità di sfruttare a proprio favore le vulnerabilità dei sistemi democratici. Secondo: si propone di moltiplicare gli arrivi di migranti nel nostro Paese in tempi rapidi. Terzo: è destinato a generare flussi imponenti di proventi illeciti destinati ad alimentare ogni sorta di attività criminali, jihadismo incluso, che minacciano più nazioni. Davanti a tale scenario l’interesse italiano è tutelare i propri cittadini, accogliere i migranti e combattere i criminali privandoli anche dell’accesso alle ong.

Ciò significa far coesistere i valori dell’accoglienza e della solidarietà, fondamento dell’integrazione dei rifugiati, con il più rigido rispetto della legge contro pirati e trafficanti. In ultima analisi il braccio di ferro in atto fra il nostro Paese e i trafficanti di uomini è un tassello del più ampio scontro sui nuovi equilibri di forze nel Mediterraneo, dove la contesa è fra Stati nazionali e gruppi criminali. Questi ultimi, che già controllano ampi spazi di territorio nel Nordafrica, puntano ad estendere il loro potere su alcune rotte marittime per avere dei corridoi di penetrazione verso l’Europa continentale «bucando» le difese nazionali.

Se dovessero riuscire nell’intento verrebbe indebolita la sovranità dei Paesi Ue - a cominciare dall’Italia - negli spazi marittimi centrando un obiettivo che i pirati del Maghreb perseguono dalla fine del Settecento, quando scorribande, sequestri e violenze diventarono di entità tale da spingere, nel 1801, il presidente americano Thomas Jefferson ad allearsi con la Svezia ed il Regno delle Due Sicilie facendo sbarcare i Marines sulle spiagge di Tripoli per garantire la sicurezza delle rotte dai pirati libici, algerini e tunisini. Allora come oggi, la posta in gioco è la stabilità del Mediterraneo che i clan vogliono sconvolgere e gli Stati tentano di proteggere.


“Le Ong facilitano gli scafisti” Nel mirino le navi umanitarie
lastampa.it   Pubblicato il 23/03/2017
francesco grignetti

Il procuratore capo di Catania: “Da quando i militari hanno arretrato le organizzazioni caricano i migranti a ridosso delle acque libiche”


Secondo il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, nei primi mesi del 2017 la percentuale di salvataggi effettuati dalle Ong è salita ad almeno il 50%

Non usa mezzi termini, ascoltato dal Parlamento, il procuratore capo di Catania, Carmelo Zuccaro. «Dobbiamo registrare una sorta di scacco che la presenza di Ong provoca all’attività di contrasto». 
È esplosiva, infatti, la questione delle navi umanitarie che da mesi stazionano al largo della Libia e traghettano senza requie i migranti. Al momento non si intravedono reati, ma a Catania, come Palermo e Trapani, stanno indagando. E l’analisi del procuratore Zuccaro è inquietante: «Non possiamo arrivare neppure ai facilitatori... ». 

È una storia che comincia nel 2012. All’epoca la Marina militare che intercettava in acque internazionali i barconi e identificava spesso gli scafisti. Molti furono gli arresti. «All’epoca - ha raccontato Zuccaro - il meccanismo prevedeva la navi-madre per attraversare il Mediterraneo; i migranti scendevano su barchini solo all’ultimo. Noi abbiamo fissato il principio che si poteva intervenire già in alto mare. Abbiamo intercettazioni tra la nave e l’organizzatore, con quest’ultimo che li tranquillizza: finchè state lì, gli italiani non possono fare niente. E invece...». 

Archiviate le navi-madre, gli scafisti passarono ai «facilitatori», ossia chi accompagnava il viaggio dei disperati. «Li precedevano, segnavano la rotta, predisponevano le vettovaglie». Ma anche questi complici spesso venivano individuati dalla Marina militare e intercettati. La missione italiana Mare Nostrum finì e ne subentrò una europea detta Eunavoformed-Sophia.

Zuccaro ha raccontato un retroscena fondamentale. «Inizialmente le navi militari erano troppo vicine alle acque territoriali libiche, così i “facilitatori” non servivano più». La nuova missione europea rischiava di diventare controproducente. «Ho fatto presente il problema e con l’ammiraglio Berutti Bergotti (in carica dal giugno 2016, ndr) abbiamo concordato un nuovo assetto, più distante dalle acque libiche». 

Con le navi militari che arretrano nell’estate del 2016, per gli scafisti torna la necessità dei «facilitatori». Ma d’improvviso la procura registra l’irruzione, su cui nutre molti sospetti, di nuovi soggetti: le Ong. A partire da settembre, infatti, molte organizzazioni umanitarie, alcune nate per l’occasione, si schierano in mare. Nasce dal nulla una flotta di ben 13 navi e due droni. Sono quelle stesse Ong che anche Frontex osserva con molta irritazione. 

La procura indaga sulle loro enormi spese. Soltanto per i droni, l’associazione tedesca Moas spende 400 mila euro al mese. Zuccaro non trae ancora conclusioni, ma butta lì: «Nei primi mesi del 2017 la percentuale dei loro salvataggi è salita ad almeno il 50%». E intanto il numero dei morti non diminuisce perché gli scafisti approfittano della situazione per inzeppare i gommoni all’inverosimile. 
Conclude Zuccaro: «Domando: è consentito a organizzazioni private sostituirsi alla volontà delle Nazioni?». 

E’ un oggettivo: superando ogni discussione, le Ong vogliono corridoi sicuri per i migranti. E lo stanno facendo. «A questo punto - commenta Laura Ravetto, Forza Italia, presidente del Comitato Schengen - mi chiedo se la Convenzione di Dublino debba essere applicata da parte del nostro Paese: l’Italia non può essere obbligata a trattare tutte le pratiche dei migranti che arrivano sulle nostre coste, se in realtà questi migranti dovrebbero essere destinati ad altro approdo».

sabato 22 aprile 2017

"Nello zaino (intelligente) mettiamo nuove idee"

ilgiornale.it
Lucia Serlenga - Sab, 22/04/2017 - 11:48



Una ne fa, cento ne pensa: Marco Palmieri, fondatore, presidente e amministratore delegato della Piquadro Spa, azienda leader nel settore della pelletteria di lusso, dorme poco, riflette molto, osserva il mondo ma non sta a guardare.

E lancia il suo grido ribelle non appena intuisce la ragione per cui la vita val la pena di essere vissuta: creare. L'ultima folgorazione? Si chiama Piquadro MyStartup Funding Program, un progetto che promuove l'innovazione e l'intraprendenza premiando le migliori idee di business nel settore della tecnologia applicata all'industria della valigeria e dell'accessorio moda. L'impresa giudicata più meritevole si aggiudicherà una somma di 100.000 euro e un percorso di accelerazione in Silicon Valley con l'obiettivo della formazione oltre che del finanziamento. Insomma carta bianca ai sogni rivoluzionari e alle idee più coraggiose.

«Solo chi non accetta ciò che appare scontato, può definirsi un vero innovatore recita provocatoriamente la campagna di comunicazione internazionale già on air che supporta il progetto. La scadenza per la presentazione della domanda (info sul sito www.piquadro.com/mystartup) è il 30 settembre 2017 ed entro la fine dell'anno la giuria decreterà, durante la giornata di assegnazione del premio, i vincitori tra i cinque progetti più promettenti. Le cinque start up invitate alla finale avranno dieci minuti di tempo per spiegare e motivare la propria idea di business. Su questa iniziativa ecco cosa racconta Marco Palmieri.

Cosa le è venuto in mente questa volta?
«Ho sempre creduto nel potere delle idee e il progetto MyStartup Funding Program vuol essere un incoraggiamento a credere nelle sfide più difficili con l'obiettivo di stimolare l'innovazione e sviluppare le iniziative imprenditoriali meritevoli».

Da quale riflessione è partito?
«Il mondo sta cambiando così velocemente che ogni tanto mi chiedo: qual è l'innovazione a cui non ho pensato e che mi farà chiudere l'azienda? Ogni imprenditore che si rispetti deve avere il coraggio di farsi spesso questa domanda. Per questo ha scelto un programma di open innovation? È un concetto americano ovvero un approccio innovativo allo sviluppo del prodotto che supera una strategia praticata fino a poco tempo fa quando le grandi società compravano tutte le tecnologie simili per timore di rimanere indietro e di non essere al passo con il nuovo».

Per far questo ci vuole passione o competenza?
«Le passioni sono più forti delle competenze e per questo i giovani sono capaci di pensare davvero il nuovo. Ma ci vogliono anche competenza e denaro».

In concreto cosa succede?
«La nostra è un'operazione di attrazione di nuove idee attraverso un bando. Entro fine settembre faremo un pitch, ovvero la presentazione dei cinque migliori progetti di start upper, uno o due dei quali andranno nella Silicon Valley per l'accelerazione».

Com'è l'attuale situazione di mercato?
«Il mercato è perfetto: tutti sanno esattamente dove acquistare un prodotto al prezzo più conveniente. Per questo c'è una grande pressione sul pricing».

Cosa si fa per vendere in una situazione cosi?
«Si prega tantissimo (e sorride, ndr) e poi si lavora molto sulla verità del prodotto. I nostri sono diversi da tutti gli altri realizzati industrialmente e costruiti con materiali discutibili. Il consumatore lo sa».

Insomma siete fuori dal coro
«Questa è la ragione per cui si fa più fatica ad affermarsi su tanti mercati. Comunque abbiamo una bella stabilità in fatto di crescita e di fatturati. Vogliamo fare prodotti che abbiano una magia».

Qual è la magia di Piquadro?
«Sapere che il suo pubblico vuole qualcosa di speciale».

Qual è il best seller dal tocco magico?
«Sicuramente la cartella da lavoro modello 1068 con due enormi tasconi: la produciamo dal 1997 ma la sua magia non cambia mai. Ne abbiamo venduti milioni di pezzi. Un prodotto che ha un'anima».

Il doppio lavoro di Emergency: impedire e agevolare gli sbarchi

ilgiornale.it
Domenico Ferrara Chiara Giannini - Sab, 22/04/2017 - 12:49

Nel 2016 l'organizzazione di Gino Strada ha ricevuto fondi dal ministero dell'Interno. Intanto operava sulle navi Moas

Roma - Tra le organizzazioni che hanno operano attivamente per il recupero dei migranti sui gommoni c'è anche Emergency.

Che a sorpresa non solo ha lavorato con una delle Ong che vanno a caccia di carrette del mare nel Mediterraneo, ma anche con sovvenzioni statali. Nel corso del 2016, infatti, il ministero dell'Interno, alla voce «pagamenti», ha inserito circa 264mila euro, divisi in due tranche (da 108.438,02 euro e da 159.952,32 euro) che ha dato per quattro mesi tra marzo e agosto alla realtà fondata da Gino Strada, che ne aveva già ricevuti 266.202 euro nel 2015.

Dal Viminale fanno sapere che i finanziamenti sono stati dati perché l'ente «è stato individuato a ragione della sua organizzazione operativa, della sua esperienza internazionale, nazionale e regionale in tema di assistenza a favore delle popolazioni migranti e a supporto delle strutture pubbliche su cui grava l'onere della tutela della salute». Tra i compiti di Emergency «quello di facilitare buone pratiche in tema di assistenza sanitaria di base, educazione sanitaria, prevenzione e corretta informazione». Gli interventi più consistenti sono stati attuati in Sicilia (115mila prestazioni effettuate) con sportelli di orientamento socio sanitario, poliambulatori, cliniche mobili, ecc.).

Nello stesso periodo in cui lavorava per il Viminale, che oltre a salvare i migranti vorrebbe arrestare gli scafisti, l'organizzazione di Strada operava anche a bordo delle navi di Moas, la cui attività è ora sottoposta a scrutinio da tre procure siciliane perché favorirebbe gli scafisti. Un paradosso, anche perché Gino Strada, pacifista convinto, si è trovata a collaborare proprio con Moas, organizzazione non governativa maltese fondata da Chris Catrambone, con la moglie Regina, uomo d'affari che ha fatto fortuna con le assicurazioni in zona di guerra. La stessa Moas ha reclutato militari della marina maltese e un ufficiale dell'esercito, Ian Ruggier, molto criticato per aver inventato un metodo piuttosto rude per reprimere le rivolte dei migranti.

La partnership, con i medici di Emergency a bordo della nave Topaz responder, è durata poco, appena un paio di mesi. Per una questione di soldi: «L'interruzione della collaborazione - spiegano da Moas - è avvenuta quando abbiamo lanciato un'operazione con Croce rossa italiana. I partner operativi contribuiscono al costo della missione. Non necessariamente Emergency dava pochi soldi, ma sono state fatte valutazioni di tipo operativo e strategico». In seguito anche il rapporto con Cri è finito: «Ora usiamo un team di nostri medici, in futuro vedremo»

Per chiarire a fondo la quesione abbiamo interpellato anche Emergency, che attraverso il suo ufficio stampa ci ha invece fatto sapere che, «dopo due mesi di lavoro insieme, Moas aveva comunicato di aver bisogno di un partner che contribuisse alle spese». E, a quel punto, ha deciso di tirarsene fuori.

Ong, la milionaria finanziata da Soros che porta 33mila migranti in Italia

ilgiornale.it
Rachele Nenzi - Sab, 22/04/2017 - 11:24

Regina Catrambone, moglie del milionario Christopher, è la direttrice di Moas, l'Ong più attiva nel recupero migranti nel mediterraneo



"Siamo un’organizzazione umanitaria. Questa campagna di discredito non ci aiuta". A parlare è Regina Catrambone, direttrice della Ong tra le più attive nel recuperi di migranti nel Mediterraneo e finita nell'occhio del ciclone per le "ombre" nella gestione dei salvataggi.

Il "gioiello" di beneficienza di cui è direttrice si chiama Migrant Offshore Aid Station (Moas), ed è una associazione con sede a Malta che vanta nel suo arsenale due imbarcazioni (Phoenix e Topaz responder), diversi gommoni Rhib e alcuni droni. Una vera e propria flotta per recupero clandestini. A fondare l'associazione sono stati lei e suo marito Christopher, abbracciati nella foto qui sopra. Lui non è un uomo qualunque, ma è il milionario americano arricchitosi grazie ad una agenzia di assicurazioni specializzata nelle zone ad alto rischio.

Moas e le accuse di illegalità

Dalle assicurazioni alla filantropia, il passo è stato breve. In fondo aiutare gli stranieri è molto chic. Dopo aver fatto un viaggio a Lampedusa, nel 2013 la coppia d'oro ha deciso di creare Moas e stabilirne la base operativa a Malta (La Valletta), dove i due milionari vivono e fanno affari.
Fino ad oggi, si legge nel sito, Moas ha salvato 33.455 stranieri dalle onde del mare lasciandoli in carico all'Italia. Che ora li ospita, accoglie e paga. Il fatto è che sue attività di salvataggio delle Ong ci sono più ombre che luci. Per dirne una, Frontex le ha accusate di essere "colluse con gli scafisti", di caricare i migranti non in acque internazionali ma in mare libico e di accendere grossi fari per attirare i barconi. Accuse che oggi Regina Catrambone ha provato a respingere con una breve intervista al Corriere.

"Tutte le nostre operazioni - dice - si sono sempre svolte sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana e nel rispetto delle convenzioni e del diritto internazionale del mare, pertanto nel pieno della legalità". Peccato però, che la Guardia Costera neghi di aver mai autorizzato le navi umanitarie a sconfinare in acque libiche. Non solo. Sulle attività di Moas ha messo gli occhi anche la procura di Catania, che sta cercando di capire perché e in che modo queste organizzazioni riescano ad ottenere così tanti soldi da permettersi droni, navi e attrezzature per il salvataggio. "Ben vengano le indagini della magistratura", afferma la Catrambrone, dicendosi pronta a "collaborare".

Finanziamenti "opachi"

Alle domande sui finanziamenti, però, la milionaria non risponde, invitando tutti a guardare il internet. "Ci sono tutti i conti pubblicati - dice - Moas è finanziata privatamente. In primo luogo da mio marito e da me. Ma anche e soprattutto da moltissimi donatori che credono in quello che facciamo, nella nostra professionalità e correttezza, e che per questo decidono di contribuire alla nostra missione". I conti ci sono, ma non nello specifico i donatori. Perché è proprio qui che casca l'asino. Moas infatti ha ricevuto 500mila euro da Avaaz.org, cioè la comunità riconducibile a Moveon.org, che a sua volta fa capo al "filantropo" milionario George Soros

Come se non bastasse, Christopher appare anche tra i finanziatori della campagna elettorale di Hillary Clinton con la generosa cifra di 416mila euro. Infine, tra i suoi più stretti collaboratori ci sono personaggi del calibro di Ian Ruggier, ex ufficiale maltese famoso per aver represso con la violenza le proteste dei migranti ospitati sull’isola. Prima soffoca le rivolte dei migranti a Malta, poi si pente e li aiuta trasportandoli - guarda caso - in Italia. Come mai Ruggier e la coppia Catrambone non li fa sbarcare a Malta? Forse perché loro non sono disposti ad accettare traghettatori, mentre l'Italia sì.

"Ong colluse con gli scafisti"

Di certo c'è che da quando le navi umanitarie si sono moltiplicate nel Mediterraneo e si sono spinte sempre più vicine alla costa libica, hanno sì aumentato il numero degli interventi (passati da 5% al 50% dei salvataggi totali), ma hanno anche incrementato i numeri dei morti. Perché? Semplice: gli scafisti mettono i disperati su navi sempre più vecchie con sempre meno carburante, "tanto ci sono le Ong che le recuperano".

Filantropi per Papa Francesco

"Questa campagna di discredito certo non ci aiuta - replica la Catambrone - l’ha detto anche il premier Gentiloni. Siamo un’organizzazione umanitaria". Perché lo fanno? Semplice: "Per rispondere alla chiamata di Papa Francesco da Lampedusa contro la 'globalizzazione dell’indifferenza'". "La mia famiglia e io - conclude la milionaria - ci siamo sentiti costretti ad agire. Non potevo sopportare che così tante persone morissero nello stesso posto dove sono cresciuta e dove in tantissimi vanno per le vacanze".

Complotti e altri demoni

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mattia feltri

Hit parade dei complotti di giornata. 

10) Secondo il quotidiano spagnolo As, il sorteggio per le semifinali di Champions è stato pilotato contro Atletico e Real Madrid.

9) Il Movimento Cinque Stelle pretende le scuse da Alessandra Moretti del Pd per aver detto che un bambino è morto a Roma dopo il morso di un topo.

8) Il Pd pretende le scuse dei Cinque Stelle perché effettivamente il bambino non è morto, ma soltanto perché era vaccinato.

7) Matteo Salvini sospetta che la Chiesa se la intenda coi grillini per evitare i pagamenti dell’Imu.

6) Il senatore Michele Giarrusso (M5S) ha capito che questo regime sta con la ’ndrangheta.

5) Lo scrittore francese Marek Halter segnala che i terroristi organizzano attentati per far vincere Marine Le Pen.

4) Il deputato di F.lli d’Italia, Fabio Rampelli, ribatte che piuttosto la strategia della tensione, da che mondo è mondo, fa il gioco di chi detiene il potere.

3) L’ex pm Piercamillo Davigo dice che gli italiani credono al pifferaio magico di turno - Mussolini, poi Berlusconi, ora Renzi - che li incanta e poi delegittima la magistratura.

2) Una studentessa tunisina ha scritto una tesi in cui certifica che conformemente al Corano la Terra è piatta, le teorie scientifiche di Copernico, Galilei e Einstein non valgono niente, e le stelle servono ad Allah per lapidare i diavoli.

1) «Bruxelles: nella stessa città la sede delle Istituzioni Ue e il quartier generale dei terroristi islamici. La cosa fa parecchio riflettere». E con questa, Giorgia Meloni vince al ballottaggio sulla Terra piatta.

Le cuffie Bose spiano chi le usa?

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marco tonelli

In usa parte una class action contro la storica azienda: avrebbe ceduto a terze parti le informazioni raccolte dall’app per controllare i dispositivi con uno smartphone



Bose Connect è l’applicazione che permette di controllare con uno smartphone le cuffie Bluetooth prodotte dal colosso dei dispositivi audio. Ma allo stesso tempo, il software raccoglierebbe dati sensibili senza il consenso degli utenti. Nello specifico, sarebbero state cedute a terze parti, informazioni come le canzoni e le tracce audio ascoltate.

Per questo motivo, Kyle Zak, un cliente statunitense, ha avviato una class action contro l’azienda del Massachussets. Secondo quanto affermato nella denuncia, Bose avrebbe creato profili dettagliati degli utenti, con tanto di ascolti e abitudini, per poi condividerli con altre aziende. In particolare con Segment (società di San Francisco, che si occupa di analisi e trattamento dei dati), espressamente citata dall’accusa. 

La class action punta l’obiettivo contro il modello Quiet Comfort 35 , ma vengono citate anche le cuffie SoundSport Wireless, Sound Sport Pulse Wireless, QuietControl 30, SoundLink Around-Ear-Wireless Headphones II e SoundLink Color, tutte controllabili attraverso l’applicazione. E se Bose dovesse essere costretta a un patteggiamento (o peggio ancora, giudicata colpevole) la società potrebbe arrivare a pagare fino a cinque milioni di dollari. 

Per l’accusa, raccogliere informazioni basate su canzoni e ascolti, significa entrare all’interno della dimensione privata del soggetto: «Le playlist personali (dischi, trasmissioni radiofoniche e podcast) forniscono un’incredibile quantità di dati sulla personalità, sulle abitudini, sulle opinioni politiche e sulla stessa identità personale dell’utente».

Insomma, il tema del trattamento dei dati personali da parte degli oggetti connessi, torna ancora una volta nei tribunali degli Stati Uniti. «Le aziende devono essere trasparenti riguardo i dati che raccolgono e soprattutto devono ottenere il consenso dei loro clienti, prima di ricavare denaro dal loro trattamento», ha spiegato a Fortune l’avvocato Jay Edelson. 

L’auto della scorta di Falcone torna a Palermo

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edoardo izzo



Torna a Palermo - in occasione del venticinquesimo anniversario della strage di Capaci - l’autovettura di servizio su cui viaggiava Antonio Montinaro, poliziotto e capo scorta del Giudice Falcone. Il trasferimento da Peschiera del Garda a Palermo è stato organizzato per rendere omaggio alla memoria di quanti persero la vita nella strage: i magistrati Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. 

La teca in cui è conservata è stata esposta a Milano alla Fiera del Libro di Milano dove è stato annunciato il viaggio in Sicilia. Accompagnata dalla signora Tina Montinaro, moglie del poliziotto e presidente dell’Associazione “Quarto Savona Quindici”, e scortata dalla Polizia di Stato, la teca con l’autovettura partirà il 1 maggio da Peschiera del Garda e farà tappa a Sarzana (SP), Pistoia, Riccione, Monte San Giusto (Macerata), Napoli, Vibo Valentia e Locri (RC), per giungere a Palermo il 23 maggio, data della ricorrenza dell’attentato al Giudice Falcone ed alla sua scorta.

Aosta, arriva il Valdex la nuova moneta locale

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daniele mammoliti

Un circuito di credito sul modello sardo


Un’immagine di mercato medioevale nel castello di Issogne

«Non chiamatela moneta virtuale né baratto» dicono i promotori. Ma, sulla scia del ormai noto Sardex e delle altre 10 realtà già attive in Italia, anche la Valle d’Aosta scommette sulla «banconota che non c’è». Si chiama Valdex: vale un euro ma non può essere cambiato in euro; non esiste in forma di cartamoneta e rappresenta un’unità di pagamento su una piattaforma digitale; non dà interessi, non si accumula e va spesa, all’interno del circuito degli associati, entro un tempo definito. 

Il Valdex, presentato in via ufficiale in questi giorni e sul quale già in tempi non sospetti si era espresso a favore colui che da poco più di un mese è il nuovo presidente della Regione, Pierluigi Marquis, nasce per iniziativa di alcuni imprenditori decisi a imitare il modello sardo e punta a «rilanciare l’economia locale» attraverso «strumenti di credito paralleli e complementari a quelli tradizionali», bypassando così le secche del «credit crunch» che attanaglia piccole e medie imprese. Il sistema funziona così: le aziende che si iscrivono al circuito acquistano e vendono beni e servizi all’interno dello stesso circuito bilanciando le entrate e le uscite attraverso un sistema di compensazione dei crediti e dei debiti.

Il «credito» non viene dunque erogato da un’autorità centrale ma sono le stesse imprese a farsi credito tra loro in quanto tutte le posizioni di debito e credito sono riferite al circuito nel suo complesso, ovvero all’insieme di tutte le imprese iscritte. Tradotto con un esempio: l’allevatore che vende i suoi bovini a macellerie e ristoranti associati sarà pagato in Valdex da spendere presso altri associati, ad esempio rivenditori di attrezzature agricole i quali, a loro volta, destineranno il guadagno in altre attività del circuito. Il risultato pratico: «Più si è abili ad affrontare le spese in Valdex, più euro rimarranno nelle casse della vostra azienda». In questa ottica, «non è importante incassare quanti più Valdex possibile, bensì incassare abbastanza Valdex per poter coprire parte delle spese generalmente effettuate in denaro contante attraverso il credito Valdex. Solo così potrete veramente goderne i frutti».

«Abbiamo portato questo progetto in Valle d’Aosta - dice il presidente della Valdex srl, Mauro Salmin - per rinsaldare i rapporti all’interno della comunità e gli scambi economici e e sociali, consapevoli dell’importante ruolo che ricoprono nell’economia di un territorio». La platea di aziende valdostane che hanno mostrato interesse per l’iniziativa supera quota 600 e secondo Valdex srl «qualche decina» di imprese ha già aderito. «La funzione più importante del circuito - dice l’ad Francesco Yoccoz - è aiutare le aziende a mantenere e acquisire preziose quote di mercato». 

L’ordine dei medici di Treviso radia medico anti-vaccino: è il primo caso in Italia

lastampa.it


Roberto Gava

La notizia arriva con un tweet del presidente dell’Istituto superiore di sanità Walter Ricciardi: l’Ordine di Treviso ha radiato il cardiologo Roberto Gava, già noto per le sue posizioni anti-vaccini ed aperto alle medicine alternative. Ed è il primo caso in Italia, dopo la dura presa di posizione da parte della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) dello scorso luglio contro le posizioni «antiscientifiche» e `anti-vax´.

Ribadisce l’importanza delle vaccinazioni il ministro della Salute Beatrice Lorenzin: «È un momento in cui è necessario assumere delle posizioni chiare. La vaccinazione è l’arma di prevenzione più efficace e questo lo dice la scienza». Tuttavia, precisa, «non entro nel merito del caso specifico perché c’è un principio che bisogna rispettare ed è quello che consegna agli ordini professionali la totale autonomia in merito ai procedimenti e alle sanzioni disciplinari nei confronti degli iscritti».

«Grazie a Ordine medici Treviso per aver radiato primo medico per il suo comportamento non etico e antiscientifico nei confronti dei vaccini», ha scritto su twitter Ricciardi. La decisione dell’Ordine di Treviso, ha poi spiegato, è «un passaggio importantissimo, che deve essere un segnale per tutti i medici che non si comportano secondo la deontologia. Il comportamento dell’Ordine, così come quello degli altri che stanno procedendo in modo simile e della presidente della Federazione Chersevani, va apprezzato per coraggio ed etica - ha aggiunto -. In tutti i paesi del mondo seri si agisce così, visti i danni che queste posizioni possono

provocare la radiazione è una misura più che giustificata. In Italia stiamo vedendo gli effetti delle campagne contro i vaccini, con i tassi di copertura che sono crollati». Interviene pure il Presidente dell’Ordine dei Medici di Treviso, Luigi Guiarini, il quale sottolinea come sia «evidente che la commissione etica formata da 15 persone, per quanto riguarda Treviso, ha ritenuto che sia stato violato il codice deontologico, ma qui mi fermo. Non posso commentare - dice - c’è il segreto istruttorio».

Meno di un anno fa la Fnomceo aveva preannunciato sanzioni fino alla radiazione per i medici con posizioni antiscientifiche rispetto ai vaccini e, ad oggi, sarebbero almeno altri due i procedimenti disciplinari aperti. Ma le posizioni anti-vax dilagano soprattutto nella Rete. E dura è stata la reazione degli avvocati di Gava che, su Fb, scrivono: «Il dottor Gava è stato condannato soltanto per le sue idee, idee ben fondate sull’esigenza di personalizzazione di ogni vaccinazione per prevenire i gravi pericoli e i vari danni da vaccino ai singoli pazienti, contro la vaccinazione indiscriminata di massa». 

Gli avvocati Silvio Riondato e Giorgio Piccolotto annunciano quindi battaglia: «La legge prevede la sospensione cioè l’inoperativita’ di queste sanzioni quando sono impugnate, come la Difesa farà, davanti ad un giudice, poiché gli Ordini dei medici sono sostanzialmente non competenti, sono associazioni rappresentative di imprese economiche che cioè mirano al lucro, perciò sono inaffidabili, sono a rischio di gravi arbitri e irregolarità come nel caso».

Biotestamento, i parroci suonano le campane a morto per protesta

lastampa.it

Pubblicato anche il manifesto di un necrologio: in Italia la morte vince sulla vita

I parroci di Carovilli (Isernia), Castropignano (Campobasso), Duronia (Campobasso), Pietrabbondante (Isernia), Salcito (Campobasso) nel giorno dell’approvazione alla Camera dei deputati delle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) - nell’ambito della legge sul biotestamento - hanno suonato le campane a morto, facendo anche affiggere a Pietrabbondante un necrologio. A renderlo noto è il parroco di Carovilli, Don Mario Fangio.

«Con ciò - si legge in una nota - hanno voluto richiamare l’attenzione delle loro comunità il funesto evento legislativo, che creerà una grande mole di problemi, e minerà alla base la certezza della indisponibilità della vita umana. Invitano anche tutti ad una seria riflessione a emendare sostanzialmente al senato la norma, e bocciarla addirittura come inutile, potendo fare riferimento già alle normative sull’accanimento terapeutico e cure palliative». Il manifesto di necrologio recita: «Le campane suonano a morto perché la Vita è vittima della morte dall’aborto all’eutanasia delle D.a.t. Con queste l’Italia ha scelto di far morire, non di far vivere. Prosit». 

La proposta di legge sul testamento biologico ha superato ieri il primo ostacolo. L’aula della Camera, con 326 sì e 37 no, ha dato il via libera al testo unificato che stabilisce le norme in materia di consenso informato, grazie all’asse tra Partito democratico, M5S e Sinistra Italiana. Hanno osteggiato il provvedimento fino alla fine, invece, la Lega Nord, Forza Italia, con le defezioni di Stefania Prestigiamo e Laura Ravetto che hanno votato a favore, e soprattutto l’alleato di governo Alternativa popolare. 


Parroco suona le campane a morto contro le unioni civili. La protesta dell’Arcigay
lastampa.it  Pubblicato il 12/05/2016

Il caso a Carovilli (Isernia), la spiegazione in un annuncio sulla porta della chiesa



Rintocchi delle campane a morto per celebrare il «funerale del matrimonio tradizionale», con tanto di manifesto funebre affisso sul portone principale della chiesa dell’Annunziata: l’iniziativa di don Mario Fangio, parroco di Carovilli (Isernia), all’indomani dell’approvazione della legge sulle unioni civili, ha subito scatenato la reazione dell’Arcigay Molise che si è detta indignata per «una iniziativa che fa ripiombare questo Paese sotto l’egemonia ecclesiastica e del Vaticano».

«Le campane a morto - si legge sul manifesto - annunciano con dolore che, con l’approvazione della legge Cirinna’ votata anche dai cattolici, ieri sera sono morti il matrimonio e la famiglia secondo natura tra uomo e donna. Una prece per chi ne è stata la causa».

Per tutta la giornata i rintocchi, a intervalli regolari, hanno ricordato ai fedeli «una legge che confonde le idee». Don Mario ha dichiarato di non temere reazioni perché sostiene di avere agito «a fin di bene». Il sindaco di Carovilli, Antonio Cinocca, dice di non saperne niente ma assicura: «Ora cerco di parlare con Don Mario».

«Questa iniziativa - spiega il presidente di Arcigay Molise, Pierluca Visco - ferisce la nostra dignità proprio in un momento in cui lo Stato ci riconosce il diritto alla nostra felicità e alla nostra esistenza. C’è ancora molto da fare per la realizzazione di quella rivoluzione culturale che noi di Arcigay auspichiamo da tempo per la nostra terra. Ci impegneremo a realizzarla con tutti i mezzi a nostra disposizione. Perché abbiamo diritto di esistere e di avere a portata di cuore la nostra felicità senza avere il dito puntato contro da parte di chi non è disposto a riconoscerci».

Il governo scrive alla Rai: “Niente tetto di 240 mila euro agli stipendi degli artisti”

lastampa.it

La comunicazione del sottosegretario Giacomelli a Viale Mazzini

Nessun tetto ai contratti per gli artisti. Così spiega il sottosegretario allo Sviluppo economico Antonello Giacomelli, riportando in una lettera inviata alla presidente e al direttore generale Rai, Monica Maggioni e Antonio Campo Dall’Orto, il parere dell’Avvocatura dello Stato. Giacomelli ricorda però che è dovere dell’azienda individuare parametri per i contratti artistici in rispetto degli obiettivi del piano editoriale.

«Vi trasmetto formalmente il parere dell’Avvocatura dello Stato riguardante l’interpretazione della legge 19812016 in materia di limite ai compensi - si legge nella missiva - A fronte della vostra richiesta di una interpretazione puntuale della norma, il Governo si è tempestivamente attivato, richiedendo in proposito l’autorevole intervento dell’Avvocatura dello Stato. Il parere reso dall’Avvocatura, qui allegato, conferma la piena legittimità della tesi che non include, nel perimetro di applicazione del limite i contratti caratterizzati da prestazioni di natura artistica.

Detto quindi che il parere dell’Avvocatura risolve il tema da voi sollevato, preme ribadire ancora una volta che questo non esonera gli organi di Rai dal dovere, richiamato anche dalle norme della legge 220/2015, di individuare, in un organico piano, criteri e parametri per la corretta e chiara individuazione dei contratti con prestazioni di natura artistica, dei meccanismi di determinazione della loro retribuzione e del loro valore in relazione agli obiettivi del piano editoriale. La stessa Avvocatura, infatti, in conclusione del parere, sottolinea che si intende che nei casi concreti spetterà ai competenti organi gestionali della Concessionaria valutare, nella propria autonoma responsabilità, se la prestazione abbia effettivamente natura artistica». 

«Appare quindi necessaria, considerato anche il tempo trascorso - prosegue la lettera - la sollecita definizione ed approvazione di organici criteri indispensabili sia per indirizzare i processi di gestione in un contesto strategico che per rispondere alla diffusa esigenza di render chiaro il senso ed il valore delle singole scelte. Insieme al piano industriale, al piano editoriale, agli indirizzi per la politica finanziaria e per quella del personale - conclude il sottosegretario - questo piano concorrerà a formare il quadro di piani e direttive a cui secondo l’ordinamento la gestione deve far riferimento nella propria azione». 

Francesi

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jena@lastampa.it

Fatevi questa domanda e poi andate a votare: perché l’Isis vuole che vinca la Le Pen?

La sua morte dieci giorni dopo quella della sorella: la storia dei due gemelli ultracentenari di Giarole

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franca nebbia

Firmino Narratone è mancato ieri a 102 anni al Soggiorno Airone di Giarole dove dal 2014 aveva vissuto con Irma


Irma e Firmino Narratone

Oltre un secolo di vita sulle spalle, 102 per l’esattezza, per Firmino Narratone mancato ieri al Soggiorno Airone di Giarole dove dal 2014 viveva con la gemella Irma. Ma proprio la morte della sorella, avvenuta una decina di giorni fa, aveva lasciato un vuoto incolmabile nel cuore di Firmino che avrebbe compiuto 103 anni il 1° novembre. «E’ stato lucido fino alla fine» dice il personale della casa di riposo che aveva organizzato una grande festa quando i due fratelli avevano compiuto 100 anni «Firmino, pur aiutandosi con un bastone da passeggio, veniva spesso in ufficio a farci visita». Il figlio Giuseppe, ingegnere , che abita a Viguzzolo, lo ricorda «come un uomo tutto d’un pezzo, dai principi saldi.

La zia aveva lavorato a lungo in campagna e accudendo la sua famiglia. Firmino invece era un valido meccanico» e aveva inventato un ingegnoso tagliaerba. Lo ricorda il compaesano Piero Guazzo: «gli avevano proposto un brevetto, da cui avrebbe ricavato risorse economiche, ma preferì rinunciarvi per continuare ad avere lavoro». Il rosario sarà recitato questa sera alle 21 nella parrocchia di Giarole, dove, domani alle 10 si terrà la funzione funebre. Firmino, come già Irma, riposerà nel cimitero di Giarole. 

Anticorruzione

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Ancora latitante la manina di palazzo Chigi.

Mostre, “Genova-Buenos Aires”: la famiglia Bergoglio migrante

lastampa.it

L’Esposizione, curata da Massimo Minella, è allestita nella sede dell’Organizzazione internazionale italo-latinoamericana a Roma


Mostre, “Genova-Buenos Aires”: la famiglia Bergoglio migrante

Una mostra per ripercorrere la storia delle migrazioni italiane in Argentina, tra le quali anche quella della famiglia Bergoglio, dalla quale nacque papa Francesco, per sottolineare che la migrazione è un’opportunità e una ricchezza. Questo il senso di «Genova-Buenos Aires, sola andata. Il Viaggio della famiglia Bergoglio in Argentina e altre storie di emigrazione», inaugurata questa mattina, 21 aprile, a Roma, presso la sede dell’Organizzazione internazionale italo-latino americana Iila, che celebra i suoi cinquant’anni. La mostra, curata da Massimo Minella, è stata presentata dall’Organizzazione insieme all’Ambasciata della Repubblica Argentina in Italia e ha visto la collaborazione della Fondazione Casa America di Genova.

«La Mostra di oggi ha un valore importante per tutti noi, in particolare per gli argentini. Siamo in un momento speciale in cui dobbiamo ridare valore alla nostra storia,una storia che deve molto alla migrazione, e mi sembra che Papa Bergoglio riassuma tutto questo», ha dichiarato il ministro degli Affari esteri argentino Susana Malcorra, intervenuta all’inaugurazione. «Dobbiamo guardare con ottimismo e speranza la realtà che oggi ci sembra nera, ma non lo è necessariamente, e abbiamo dimostrato tutti insieme che possiamo migliorarci come abbiamo fatto in passato. Questa Mostra è un esempio dei ponti tra l’Europa e i paesi latinoamericani: ponti lunghi perché le distanze sono ampie, ma che si sono avvicinati, e ora dobbiamo essere uniti».

La Mostra, visitabile fino al 19 maggio, è suddivisa in 4 «isole», con documenti sugli italiani migranti, la storia dei flussi italiani verso l’Argentina, un approfondimento sulla realtà di accoglienza dell’Hotel de Inmigrantes di Buenos Aires e infine la storia della famiglia Bergoglio, che da Asti raggiunse il porto di Genova nel febbraio del 1929 e partì alla volta dell’Argentina in cerca di una nuova occasione di vita e di lavoro.

L’inaugurazione ha visto la presenza di numerosi ambasciatori della rete dell’Iila e rappresentanti del Ministero degli Esteri. «Il tema delle migrazioni è diventato importantissimo, soprattutto di fronte alla situazione italiana», sottolinea il segretario generale dell’Iila Donato Di Santo. «Possiamo dire che papa Francesco è il prototipo dell’italo-latino-americano».

In un momento come quello di oggi «in cui la migrazione è vissuta come un problema, questa mostra è utile a cambiare prospettiva e guardare il fenomeno con speranza, come un’opportunità», ha dichiarato a margine della presentazione l’ambasciatore argentino in Italia Arnaldo Toma’s Ferrari. Teresa Castaldo, ambasciatrice d’Italia a Buenos Aires, ha rimarcato a margine che la mostra «segna un momento in più di riflessione e celebrazione delle relazioni tra i nostri due Paesi. Accanto a una storia importante, le pagine più belle di questa collaborazione dobbiamo ancora scriverle». Papa Francesco «è un esempio di quello che è stato il valore degli italiani emigrati in Argentina e accolti con disponibilità».

Questo lavoro «ci serve da esempio in momenti come quelli che stiamo vivendo in Europa, dove ancorarsi ai valori di accoglienza ci aiuta a risolvere i problemi»

venerdì 21 aprile 2017

Il cane e Kant

lastampa.it
mattia feltri

Quasi ogni giorno sui siti ci si imbatte in notizie di cani. Il cane che salva il padrone, il padrone che salva il cane, il cane pazzo di gioia per il ritorno del padrone o pazzo di dolore perché il padrone è morto. Ce n’erano anche ieri. La notizia di un cane che guaiva sul corpo senza vita di un cane investito da un’auto. Si aprono questi video, li si guarda e ci si commuove, sempre. A freddo viene da pensare che sono video un po’ ricattatori, di buoni sentimenti a buonissimo mercato. Però c’è qualcosa di più, c’è che da Argo in poi i cani sono stati una misura precisa dei sentimenti di umanità, per usare un termine così stranamente esclusivo della nostra specie. 

Viene in mente, infatti, uno scritto del filosofo franco-lituano di origine ebraica, Emmanuel Lévinas, richiuso in campo di concentramento durante la Seconda guerra mondiale. «Fummo spogliati della nostra pelle di uomini», scrisse. E poi: «Noi non eravamo più nel mondo degli uomini». E però una mattina comparve nel campo un cane, senza padrone e senza nome, che i prigionieri chiamavano Bobby, poiché sognavano l’America e gli americani. I prigionieri partivano la mattina per i lavori forzati e tornavano la sera, e ogni mattina e ogni sera c’era Bobby a salutarli abbaiando gioiosamente. Per i carcerieri no, ma per il cane sì, decisamente sì, Lévinas e gli altri erano incontestabilmente uomini. Il cane fu dunque cacciato, e i prigionieri diedero l’addio «all’ultimo kantiano della Germania nazista». 

Vivendi costringe gli eredi Battisti e Mogol a vendere i diritti delle loro canzoni

repubblica.it
di SARA BENNEWITZ

Senza un accordo comune, su istanza di Universal-Ricordi, la società Acqua Azzurra, fondata dagli autori nel 1969 è in liquidazione e quindi dovrà vendere al miglior offerente i diritti di canzoni come Emozioni o Mi ritorni in mente

Vivendi costringe gli eredi Battisti e Mogol a vendere i diritti delle loro canzoni

Il titolo potrebbe essere “Eppur mi sono scordato di te,” dato che i diritti di alcune delle canzoni più conosciute della musica italiana degli anni Sessanta, quelle di Lucio Battisti e Mogol, sono in cerca di un compratore e la società che li possiede, Acqua Azzurra srl, è in liquidazione. I soci dopo una serie di litigi, incapaci di prendere una decisione unanime, hanno deciso di mettere in liquidazione la Acqua Azzurra, che era stata fondata dai due autori nel 1969.

A non voler continuare nell’avventura è la Universal che controlla la Ricordi, che a sua volta fa capo alla Vivendi di Vincent Bollorè e che ha una quota del 35% della società padrona dei diritti di brani come “Mi ritorni in mente”, “Emozioni”, “Pensieri e parole”, “La canzone del sole” e “Il mio canto libero". Gli altri soci sono con il 56% Aquilone srl (detenuta pariteticamente dalla vedova di Lucio Battisti, Grazia Letizia Veronese e dal figlio Luca) e al 9% L’altra Metà srl (controllata all'89% da Mogol, all’anagrafe Giulio Rapetti, al 10% da Alfredo Rapetti e all'1% da Carolina Rapetti). La vendita non vuol dire che gli eredi di Lucio Battisti e Mogol non continueranno a ricevere una percentuale dagli incassi derivanti dallo sfruttamento delle canzoni. Per legge e per contratto, infatti, è previsto che chiunque comprerà il catalogo continuerà a versare loro quanto dovuto.

In occasione del cda del 10 gennaio scorso infatti, secondo quanto risulta a Radiocor, i consiglieri hanno preso atto che la casa discografica "ha dichiarato di non essere favorevole" alla proroga della società in occasione dell'assemblea del 21 dicembre 2016, quando non è stata "raggiunta la maggioranza richiesta per l'adozione delle modifiche statutarie, necessaria per prorogare il termine della durata della società", come si legge dal verbale del cda. La messa in liquidazione della società, con la nomina di due liquidatori, è stata decisa nelle assemblee del 9 e 14 marzo scorsi.

In quella occasione è stato deliberato di "porre in essere le attività ritenute utili e/o necessarie per il miglior realizzo dell'intero catalogo editoriale". La richiesta ai liquidatori è quella di promuovere "la vendita in blocco” entro il dicembre 2017 onde evitare di svalutarne il prezzo di realizzo vendendo canzone per canzone. Acqua Azzurra ha chiuso il bilancio 2015 con un valore della produzione di quasi 800mila euro e utili per 510mila euro (circa 780mila euro e 536mila euro nel 2014).

Questa non è la prima volta che i soci della società in liquidazione non sono in perfetta sintonia. Nel luglio del 2016 c'era stata la sentenza di primo grado della causa promossa da Mogol contro la società e la vedova di Lucio Battisti ai quali chiedeva 8 milioni di euro. Il tribunale di Milano ha parzialmente accolto le richieste di Mogol, condannando Acqua Azzurra a pagare all'autore 2 milioni e 651mila euro. Quella decisione è stata impugnata e si aspetta la sentenza di appello.

Russia, la Corte suprema mette al bando i Testimoni di Geova: "Sono estremisti"

repubblica.it
ROSALBA CASTELLETTI

I giudici ne hanno vietato l'attività in tutto il territorio russo, confiscando i beni dell'organizzazione

Russia, la Corte suprema mette al bando i Testimoni di Geova: "Sono estremisti"

Jaroslav Sivulskij, 48 anni, che non ha mai tenuto un'arma in mano, da ieri è considerato "un estremista" alla stregua di un membro di Al Qaeda, dello Stato Islamico o di altri gruppi terroristici. Solo perché si professa Testimone di Geova. La Corte Suprema russa, accogliendo una richiesta del ministero della Giustizia, ha vietato tutte le attività del movimento religioso in Russia e ne ha confiscato tutti i beni. Non appena la sentenza entrerà in vigore, Jaroslav e altri 175mila fedeli russi rischieranno multe tra 300mila e 600mila rubli (circa 5mila-10mila euro) e il carcere da sei a 10 anni se si ritroveranno a pregare.

"Siamo scioccati da quest'ingiustizia. Durante il processo il ministro della Giustizia non ha presentato alcuna prova d'estremismo. Abbiamo semmai ascoltato numerose testimonianze inconfutabili sulla nostra innocenza. Siamo tornati all'era sovietica quando noi Testimoni di Geova eravamo perseguitati", commenta da San Pietroburgo Sivulskij, portavoce della congregazione russa. "Mio padre trascorse sette anni in prigione, inclusi sei mesi in isolamento. Mia madre, appena diciottenne, venne condannata a 10 anni di carcere. Fu rilasciata dopo quattro grazie a un'amnistia alla morte di Stalin, ma dovette andare in esilio in Siberia insieme alla sua famiglia". 

Dopo le persecuzioni, i Testimoni di Geova erano tornati liberi di professare la loro fede al crollo dell'Urss nel 1991. "Sembrava che avessimo riconquistato la libertà, ma non è così. Andremo in prigione di nuovo. Non smetteremo di credere nel nostro Dio e di praticare la nostra religione. Non abbiamo smesso sotto il regime sovietico, non smetteremo nel ventunesimo secolo", commenta Jaroslav annunciando che la congregazione presenterà appello e, se necessario, ricorso presso la Corte europea per i diritti umani. "Non ci arrendiamo".

Il bando totale dalla Federazione russa è solo l'ultimo colpo per il movimento religioso dopo dieci anni di battaglie legali, sequestri di Bibbie, raid durante le funzioni domenicali e gli incontri di preghiera casalinghi. La magistratura russa accusa i Testimoni di Geova, una denominazione religiosa fondata negli Stati Uniti nel 1870, di minare l'armonia della società e considera "sediziose" le loro pubblicazioni perché "dipingono le altre religioni in chiave negativa", invitano a non votare e a evitare il servizio militare.

Le vessazioni sono iniziate nel 2007 quando il viceprocuratore generale lanciò controlli a tappeto sulle attività dei Testimoni di Geova. L'anno prima, tra le attività estremiste vietate per legge, era stato incluso "l'incitamento alla discordia religiosa". Da allora otto congregazioni locali e 95 pubblicazioni erano state dichiarate "estremiste" e perciò messe al bando. Talora, racconta Sivulskij, i volumi vietati venivano piazzati ad arte durante i raid nei luoghi di culto per avere il pretesto per chiuderli e incriminare i fedeli.

Un anno fa, a preludio dell'ultima offensiva, al quartier generale dell'organizzazione a San Pietroburgo era stato intimato di cessare ogni attività, ordine che i Testimoni di Geova avevano provato a sfidare in tribunale venendo però respinti definitivamente lo scorso gennaio. Ora il bando totale che Rachel Denber, vicedirettrice di Human Rights Watch per l'Europa e l'Asia centrale, definisce "un terribile colpo per la libertà di religione e associazione in Russia". "I testimoni di Geova - ha commentato - sono messi di fronte a una scelta straziante: abbandonare il proprio credo o venire puniti perché lo professano".

giovedì 20 aprile 2017

Il primo Macintosh risorge su Internet Archive

lastampa.it
marco tonelli

L’archivio online ha reso disponibili 45 programmi dello storico computer Apple: dal sistema operativo System 6, passando per MacWrite e MacPaint, fino al foglio elettronico di Microsoft Multiplan


 Una schermata del desktop

Il 24 gennaio 1984, Steve Jobs presentò il Macintosh, lo storico personal computer Apple e capostipite dell’omonima famiglia di Pc della mela morsicata. A più di trent’anni dal suo lancio, Internet Archive ha reso disponibili 45 emulatori online di altrettanti software del computer, capace di diffondere sul mercato il concetto di desktop (con tanto di icone e finestre). E come si può leggere in un post sul blog ufficiale dell’archivio online, si trattava «di una interessante combinazione di innovazioni che sono entrate nel mondo moderno, insieme ad idee che possono ancora essere considerate strane e fuori dal mercato». 

La lista prevede programmi (con grafica in bianco e nero), come il sistema operativo System 6, il software di scrittura MacWrite o quello per disegnare MacPaint, passando per videogames come Dark Castle, Lemming, o prodotti sviluppati da Microsoft come Multiplan (il primo foglio elettronico creato dal colosso di Redmond) e Flight Simulator. Stiamo parlando di applicazioni lanciate sul mercato in un periodo di tempo che va dal 1984 al 1989, ma che sopravvivono ancora oggi in svariate forme o sono diventate le fondamenta per i software successivi. 

Per utilizzare gli emulatori nei propri dispositivi, basta cliccare sui programmi desiderati e scaricare i file necessari. E per tutti coloro che vogliono rivivere i primi passi di Apple, su Internet Archive è disponibile anche lo storico sistema operativo System 7.01, lanciato a partire dal 1991. 

Your Timeline, la funzione di Google Maps che ricorda ogni luogo in cui siete stati

lastampa.it
andrea signorelli

Disponibile anche per iOs il nuovo strumento che tiene traccia degli spostamenti; sarà anche possibile condividere la posizione su iMessage



Con l’ultimo aggiornamento dell’applicazione per iOs, Google Maps terrà traccia di ogni vostro spostamento e di ogni luogo che avete visitato, saprà anche con che mezzo vi ci siete recati e inoltre vi invierà un report mensile in cui ricostruisce tutti i posti in cui siete stati. Detta così, sembra quasi una minaccia (soprattutto considerando la crescente attenzione nei confronti della privacy), ma si tratta ovviamente di uno strumento opzionale che bisogna attivare.

Nel blogpost con il quale Google ha annunciato la novità, chiamata Your Timeline (in italiano, “la tua cronologia”), si segnala anche in quali occasioni questo strumento potrebbe tornare utile: per esempio, potreste aver bisogno di ricordare il nome della boutique che avete scoperto l’altroieri, oppure ricostruire in che giorno avete preso in prestito un libro dalla vostra biblioteca. 

Per attivare la Timeline, è sufficiente cliccare sul menu in alto a sinistra, selezionare la seconda opzione dall’alto e poi concedere i permessi necessari all’attivazione. In qualunque momento, comunque, sarà possibile eliminare un luogo che si è visitato, cancellare un intero giorno dalla cronologia o anche eliminare tutta la storia dei vostri spostamenti.

Non è l’unica novità per Google Maps su iOs, che adesso permette di inviare la propria posizione direttamente da iMessage, senza abbandonare la conversazione. Per attivare Maps su iMessage è necessario aprire una conversazione, cliccare sull’icona a forma di “A”, selezionare l’icona in basso a sinistra e poi, recandosi sullo store, consentire l’accesso a Google Maps. A differenza di quanto avviene su Android, però, questa funzione non consente alle persone con le quali avete condiviso la posizione di seguire costantemente i vostri spostamenti.

Partigiani

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E’ vero che i palestinesi non c’entrano niente con i partigiani, un po’ come il Pd.